sabato, dicembre 26, 2020

CORONAVIRUS: UN CONSIGLIO SUI PRODOTTI GIUSTI DA USARE PER UNA EFFICACE SANIFICAZIONE DEI LUOGHI.


Oristano 26 dicembre 2020

Cari amici,

Sanificare, disinfettare, igienizzare! Verbi diventati di uso corrente con la pandemia in atto scatenata dal Coronavirus. Si, di 'uso quotidiano, anche se tra loro presentano delle differenze anche notevoli, relativamente agli ambienti in cui sono necessari. In casa, per esempio, come ci dobbiamo comportare per avere un ambiente il più possibile sano e non contaminato dal terribile virus? Per le operazioni domestiche è meglio parlare di disinfezione, lasciando il termine sanificazione agli ambiti ospedalieri e sanitari. In casa, dunque, dobbiamo ‘disinfettare’ gli ambienti, il che non significa operare per sterminare tutti i batteri presenti in ogni angolo della casa, cosa che risulterebbe impossibile oltre che inutile, in quanto sappiamo bene che basta poco per averne molti altri, intorno a noi, di batteri.

La giusta pulizia e disinfezione della casa deve essere mirata, partendo dalla possibile catena di trasmissione del contaminate (che nel caso del coronavirus si trasmette per aerosol, le ormai celebri ‘goccioline’) e operare sulle superfici eventualmente contaminate. Si, ricreare un’igiene mirata, realizzata con i prodotti giusti. Secondo gli esperti di Federchimica – Assocasa, per le superfici più a rischio (telefoni, tastiere, maniglie delle porte) è bene usare dei disinfettanti, come ad esempio quelli a base di alcol. Per le aree a rischio meno elevato risulta sufficiente una normale pulizia, effettuata con del comune detersivo, meglio se a base di cloro per i pavimenti.

Un’attenzione in più è necessario riservarla alle superfici dei sanitari, soprattutto se in casa ci sono dei malati o altri possibili fattori di rischio; sui sanitari è meglio scegliere disinfettanti a base di candeggina, oppure usare l’acqua ossigenata. I disinfettanti, a differenza di quelli che si chiamano igienizzanti sono quei prodotti sottoposti ad autorizzazione ministeriale, il cui numero è riportato in etichetta; si possono trovare in un qualunque supermercato e per individuarli più velocemente basta la dicitura, tralasciando, come accennato prima gli igienizzanti, meno sicuri. Altra raccomandazione importante è quella di tenere questi prodotti sempre lontano dalla portata dei bambini, in particolare in questo periodo che sono per più ore in casa, data la chiusura delle scuole.

Cari amici, in un momento particolare come quello che stiamo vivendo le parole igiene, pulizia e disinfezione debbono essere sempre presenti e chiare nella nostra mente. Mantenere sé stessi e il proprio ambiente puliti, disinfettando - quando è necessario - superfici, mani, strumenti e oggetti di uso personale, è l’unico mezzo per interrompere la catena di contaminazione; è questo un dovere irrinunciabile, perché solo così si contribuisce a mantenere se stessi e la casa igienica e pulita. L’igiene, non dimentichiamolo mai, gioca un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni, considerato il periodo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo nel nostro Paese!

Ebbene, amici, se per le operazioni domestiche abbiamo parlato di disinfezione, per sanificare in modo sicuro gli ambienti di lavoro, dobbiamo, invece, operare in modo più incisivo, ovvero con la giusta sanificazione; per fare ciò ci sono dei prodotti che risultano davvero efficaci, in quanto in grado di affrontare al meglio l’emergenza creata dal Coronavirus. La Regione Toscana, per esempio, su segnalazione dell’Istituto Superiore della Sanità, si è occupata di accertare quali prodotti erano presenti sul mercato in materia di sanificazione sicura; ha quindi selezionato i prodotti riconosciuti più efficaci nei confronti del Coronavirus. La maggior parte dei quali contenevano i ‘principi attivi’ riportati nell’elenco dell’EPA americana.

Il riferimento all’elenco dell’EPA americana, ovviamente, era riferito non ai “prodotti commerciali” esposti, ma semplicemente ai principi attivi in questi contenuti, e che si ritrovano nella colonna 2 dell’elenco. Questi principi, che hanno un’efficacia testata nei confronti del coronavirus, sono presenti in numerosi prodotti in commercio in Italia. Pertanto nelle linee di indirizzo fino ad oggi emanate dalla Regione Toscana per le aziende, relative alla tutela della salute negli ambienti di lavoro non sanitari, laddove si parla di prodotti per la sanificazione, si raccomanda ai responsabili di fare riferimento all’elenco riportato. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito di Confartigianato Imprese di Prato rivolgendosi all’indirizzo mail infocovid@prato.confartigianato.it.

Cari amici, viviamo un’emergenza particolarmente grave che ogni giorno causa molte vittime e mette in crisi i sistemi sanitari ormai vicini al collasso. Non è dunque ipotizzabile abbassare la guardia, perché seppure l’economia risulti importante, a questa si potrà porre un rimedio domani, anche se sarà duro risalire la china; ora dobbiamo tassativamente evitare i contagi, che causano numerose morti, e lo possiamo fare solo rispettando le norme emanate, per quanto dure. Solo un grande senso di responsabilità di tutti noi potrà allontanare quanto prima questo terribile male che ci opprime.

A domani.

Mario

 

venerdì, dicembre 25, 2020

RICORDI DI UN NATALE DEL PASSATO, VISSUTO NEGLI ANNI TRISTI DEL DOPOGUERRA. CREDO FACCIA MEDITARE OGGI PIÙ DI IERI…


Oristano 25 dicembre 2020

Cari amici,

Oggi 25 dicembre 2020 è il giorno di NATALE. Un giorno, però, molto diverso da quello degli anni scorsi, vissuto nel chiuso delle nostre case, senza amici, senza gioia e con una forte preoccupazione per il domani. Viviamo tempi difficili, forse più preoccupanti anche di quelli da me vissuti da ragazzo nel primo dopoguerra, quando le famiglie mancavano di tutto ma almeno coltivavano la speranza, quella che aiutava a rimboccarsi le maniche per cercare di risalire la china, così come poi è stato. Ecco, è proprio la SPERANZA quella che non ci deve mancare: dobbiamo combattere per vincere quel nemico insidioso che ci ha assalito, e per farlo dobbiamo rispettare le regole imposte, senza se e senza ma. Ma dobbiamo farlo resilienti, carichi di speranza, per cercare di dare ai nostri figli un domani migliore.

Ecco, per Voi oggi, cari amici lettori, un brano del mio libro “MARIEDDU”, che Vi prego di leggere, perché potrebbe aiutare a farvi riflettere. Grazie amici. Buona lettura, con i miei migliori AUGURI di BUON NATALE!

^^^^^^^^^^^

Mariedda, la venditrice di mirto: miseria e dignità.

Chissà perché quella che mi è rimasta più impressa nella mente è la sacchetta di tela che portava sempre con sé legata in vita e che si apriva e chiudeva facendo scorrere un cordino! Era di tela grossa e la ricordo rigonfia, piena di grosse bacche di mirto profumato che Lei offriva a noi ragazzi con un sorriso, riempiendo una piccola tazza di ferro smalto che teneva in mezzo al mirto. Fosse vissuta al giorno d’oggi zia Mariedda avrebbe avuto meno problemi a sbarcare il lunario. Negli anni ’50, invece, quelli della lenta “ricostruzione”, che doveva spazzare via le macerie della guerra, soprattutto per le vedove senza reddito, la vita non era facile.

In quegli anni io ero poco più di un bambino, ma ricordo bene fatti e figure, considerato che ho una buona memoria fotografica. Lei era una donna di piccola statura, sempre vestita di nero, con una serie di gonne indossate una sopra l’altra, ognuna delle quali copriva le parti usurate, mancanti, della gonna sottostante. Uno scialle scuro, che aveva conosciuto tempi migliori, le avvolgeva le spalle, o veniva, in caso di brutto tempo, indossato sopra il fazzoletto nero che le copriva perennemente la testa. Ricordo bene la sua figura esile, un po’ curva, sempre scalza, estate e inverno, con le piante dei piedi ricoperte, ormai, da una suola naturale che sostituiva egregiamente, ed a costo zero, le scarpe che non si era mai potuta comprare.

Zia Mariedda non era di Bauladu, credo che fosse originaria di uno dei paesi vicini e che avesse perso il marito in guerra. In quegli anni le pensioni stentavano a decollare, perché soddisfare le esigenze delle famiglie dei tanti caduti in guerra non era facile con le magre risorse dello Stato che una guerra assurda e persa aveva messo in ginocchio. I sopravvissuti alla guerra, però, dovevano campare e le famiglie dei caduti, soprattutto, dovevano ingegnarsi tutti i giorni per mettere insieme il pranzo con la cena. Chiedere aiuto non è mai stato facile per nessuno: chiedere l’elemosina, mendicare, è addirittura per molti un comportamento impossibile da praticare.

Zia Mariedda, pur vivendo in grande povertà, non avrebbe mai potuto farlo: non aveva mai abdicato alla sua dignità e mai avrebbe mendicato, chiesto l’elemosina. Nella sua concezione economica del dare e dell’avere Lei poteva concepire il “baratto”, non il dono senza scambio. Lei avrebbe sempre ricambiato, avrebbe svolto qualsiasi mansione, qualsiasi lavoro, anche durissimo, anche in cambio di poco o nulla, ma chiedere la carità no, questo Lei non l’avrebbe mai fatto. Si alzava all’alba, tutti i giorni, estate e inverno, e si recava in campagna; qui cercava, a seconda delle stagioni, quei prodotti spontanei che potevano essere venduti, commercializzati: funghi prataioli, cardi, carciofini selvatici, cicoria, bietole, frutti selvatici come mirto, pere selvatiche e quant’altro.

Messa insieme la quantità ritenuta bastante per la giornata si incamminava verso uno dei paesi vicini, sempre a piedi, e iniziava le “visite di vendita” dei prodotti campestri raccolti che portava con sé nella capiente sacca fatta di tela grezza e che offriva alle famiglie di sua conoscenza. Le persone che andava a visitare le conosceva bene. Si affacciava alla porta chiamando per nome la padrona di casa e, ricevuto l’invito ad entrare, avanzava verso la cucina sempre con un sorriso dolce e triste allo stesso tempo. Era sempre ben accolta. Nonostante i tempi fossero duri per tutti e le difficoltà non mancassero, era difficile che le famiglie rifiutassero quello che Lei offriva.

Lei non dava un prezzo alla sua merce: la metteva sul tavolo da cucina e con un sorriso diceva: “ti ho portato questo, è fresco e genuino, prendilo”. Lo diceva in sardo e non indicava mai il prezzo, aggiungendo, sempre con un sorriso, “Giaimi su chi keris” (dammi in cambio quello che vuoi). Più che una proposta di vendita altro non era che uno scambio, un “baratto”: in cambio, spesso, riceveva una pezzo di pane, un pezzo di formaggio, un po’ d’olio o un pugno di cereali. La padrona di casa dove si presentava sapeva perfettamente che il prodotto offerto mascherava una richiesta di aiuto che, per dignità, non veniva espresso direttamente; tutti sapevano che Lei non sarebbe mai entrata in una casa a chiedere semplicemente l’elemosina, voleva orgogliosamente dare, in cambio, il frutto, pur modesto, della sua fatica, del suo impegno, del suo lavoro.

Nel periodo della maturazione del mirto (le campagne allora abbondavano del dolce frutto che oggi è meglio utilizzato per produrre il classico digestivo) ne portava sempre con sé una sacchetta. A noi ragazzi le dolci e profumate bacche piacevano molto e le mangiavamo con gusto: servivano, tra una corsa e l’altra, tra un gioco e l’altro, a riempire i vuoti dello stomaco che, data l’età giovanile, avrebbe ingurgitato ben altri prodotti ed in quantità certo più rilevanti! Lei a noi ragazzi lo offriva sempre spontaneamente, dopo aver riempito, con la mano stanca, la tazza che immergeva nella sacchetta appesa in vita. Ci guardava sempre con il Suo sorriso, dolce e triste insieme, mentre noi divoravamo velocemente, rispondendo al suo, con il nostro sorriso gioioso e grato, quello di chi vive senza troppi pensieri, senza quelle pesanti responsabilità che, invece, gli adulti avevano. I problemi, le responsabilità, sarebbero arrivati, più tardi, anche per noi.

Cara zia Mariedda, quale dignità, quale portamento, quale lezione di vita, hai dato ieri e potresti dare oggi! Che grande differenza tra le povertà di ieri, portate con dignità e solidarietà, e le povertà di oggi, vissute, invece, con rabbia ed arroganza. Com’è differente lo sguardo di chi “chiede” oggi, al semaforo o di fronte alla Chiesa, pieno di odio e rancore verso il mondo intero, da quello Tuo, “Mariedda”, che mai avrebbe negato un sorriso! A nessuno! Mi domando: miseria affrontata con dignità quella di ieri e miseria vissuta senza dignità quella di oggi? Il dubbio è forte.

Sarà forse l’effetto della “Globalizzazione” che mercifica anche i sentimenti e sacrifica, annientandola, anche la dignità? Speriamo che i giovani trovino la forza di reagire. Grazie Mariedda della tua bontà e del tuo sorriso che mai dimenticherò. Quando riapro quel file mi rivedo e mi ritrovo ragazzo, gioioso e pieno di vita e Ti rivedo sempre in movimento, con il paniere e la sacchetta colma di mirto, con stampato in viso quel dolce e malinconico sorriso che è rimasto per sempre dentro di me: devo essere sincero, qualche volta, una lacrima mi scende furtiva e bagna velocemente il mio viso di eterno ragazzo.

(Dal mio libro “Marieddu, ricordi di gioventù”. Ediz. EPDO – OR)

^^^^^^^^^^^^^^

A domani. BUON NATALE!

Mario

giovedì, dicembre 24, 2020

LA STELLA DI NATALE, SIMBOLO D’AMORE. STORIA E SIGNIFICATO DELLA PIANTA NATALIZIA PER ECCELLENZA.


Oristano 24 dicembre 2020

Cari amici,

Domani è NATALE! Prima di farvi doverosamente gli AUGURI, vorrei raccontarvi una storia legata al Natale e che vede protagonista quella bellissima pianta che viene comunemente chiamata “Stella di Natale”. Pianta dal bellissimo fiore rosso, è oggi talmente diffusa che la sua assenza, in questo periodo, sarebbe subito notata, come se mancasse uno dei protagonisti delle feste di Natale e Capodanno. La Stella di Natale è una pianta nota e amata fin dall’antichità, ricca di importanti significati, tanto che si du essa nel tempo sono fiorite molte leggende curiose e pure commoventi. Ma vediamo insieme la storia di questa meravigliosa pianta.

La Stella di Natale, il cui nome scientifico è Euphorbia pulcherrima, appartiene alla famiglia delle Euphorbiaceae, ordine Euforbiali (Euphorbiales), classe delle Dicotiledoni (Magnoliopsidae), divisione delle Angiosperme (Magnoliophytae). È originaria del Messico, nazione nella quale cresce spontaneamente e dove, allo stato selvatico, può raggiungere anche un'altezza fra i due e i quattro metri. Già nota ai tempi degli Inca e degli Aztechi, fu scoperta dai conquistatori spagnoli per la prima volta nel 1520 a Tenochtitlan (Messico), dov’era chiamata dai nativi “Cuitlaxochitl” cioè “fiore che cresce dai residui”. Gli abitanti del luogo la usavano in campo medico per le sue proprietà antipiretiche.

Pianta, come detto, ricca di leggende, e, tra le tante, una azteca, che racconta come le lucenti brattee rosse di questa pianta altro non erano che il risultato di una tragica storia d’amore. Erano le gocce di sangue scaturite dal cuore infranto di una dea azteca che avevano creato la Stella di Natale! Gli Aztechi apprezzavano molto questa pianta, perché abbelliva le regioni montuose tropicali durante le brevi giornate invernali con il suo aspetto decorativo, ma anche e soprattutto per le sue proprietà medicamentose (la linfa lattiginosa della Stella di Natale era lavorata per produrre un preparato antipiretico; gli aztechi, inoltre, estraevano dalle sue brattee il pigmento rosso, che usavano per colorare i tessuti e preparare dei cosmetici.
Un’altra antica leggenda messicana, narra invece che una ragazza, chiamata Pepita, era così povera da non aver nulla da portare per la celebrazione della nascita di Gesù; Pepita però, mentre piangeva disperata, fu ispirata da un angelo che le consigliò di raccogliere delle erbe sul ciglio della strada e di portarle; mentre le raccoglieva, si accorse che queste erbe si trasformavano, diventando dei bellissimi fiori rossi che lei, felice, portò in chiesa lasciandoli davanti all’altare.

La tradizione cristiana, invece, vede nella disposizione a stella delle foglie, la Stella di Betlemme e nel colore rosso dei fiori il sangue di Cristo crocifisso. Questi simboli in realtà si confermano essere già presenti nei precedenti riti solari di molte altre civiltà e culture più antiche del cristianesimo, che onoravano la morte e la rinascita del dio del sole. Una pianta, insomma, che risulta apprezzata e gradita per il suo grande fascino che emana.

Questa bella e coloratissima pianta selvatica nel 1828 affascinò in modo straordinario anche Joel Roberts Poinsett, Ambasciatore statunitense in Messico, dottore e cultore di botanica, tanto che decise di portare con sé, rientrando a casa negli USA, diversi semi della pianta. Le piante si svilupparono tra l’ammirazione generale e presto si diffusero a largo raggio, tanto che dopo la sua morte gli americani diedero a questa pianta, in suo onore, il nome di ‘Poinsettia’. Un gradimento tale che portò successivamente gli USA a dedicare a questa pianta addirittura un giorno da festeggiare! Fu scelto il 12 dicembre, giorno della morte di Poinsett, e a tutt'oggi negli USA si celebra il “Poinsettia Day”. In questa giornata, è d’uso scambiarsi le Stelle di Natale, una consuetudine che poi si estese anche all'Europa.

Nel nostro Continente la Stella di Natale fu introdotta all’inizio del 19º secolo. Nel 1804, il naturalista Alexander von Humboldt, avendo notato durante un suo viaggio in America la bellezza di questa pianta dalle vivaci brattee rosse, ne portò con sé in Europa un esemplare. A Berlino la pianta fu catalogata nel 1833 dal botanico Carl Ludwig Willdenow, che le diede il nome botanico di Euphorbia pulcherrima, la “più bella delle euforbie”. L’anno dopo, nel 1834, la descrizione scientifica della Stella di Natale fu redatta da Johann Friedrich Klotzsch, dottore, chimico e custode del Museo Botanico di Berlino, secondo quanto risulta da un documento dell’erbario “Willdenow”.

La Stella di Natale si diffuse poi anche nei Paesi medio orientali e asiatici. In Cina e Giappone viene utilizzata come decorazione o dono per celebrare il Capodanno che tradizionalmente cade tra il 21 gennaio e il 21 febbraio, mentre in Turchia e in Egitto la Poinsettia ha una lunga tradizione non legata al Natale; pare infatti che fosse già nota e coltivata quando in Europa era ancora sconosciuta. In Turchia è nota come “Fiore di Atatürk” in memoria del generale Mustafa Kemal, fondatore e primo Presidente della Repubblica Turca, che la preferiva in modo particolare; fu sotto il suo governo, infatti, che la Poinsettia si diffuse rapidamente in tutto il Paese. In Egitto invece la Stella di Natale si coltivava già dal 1860 e in questo Paese è chiamata “Bent El Consul”, la figlia del console.

Nel nostro Paese la stella di Natale è oggi il fiore principe del periodo natalizio, affiancandosi, come tradizione vuole, al vischio e all’agrifoglio. La grande popolarità di questa pianta in Italia è arrivata soltanto due secoli fa, quando venne usata per adornare la Basilica di San Pietro, ma ora secondo i dati ufficiali, ogni anno, se ne vendono circa 20.000.000 di esemplari! In Francia la Stella di Natale prende il nome di Étoile d’amour (Stella d’Amore) e viene commercializzata per la Festa della Mamma, mentre in Centro-America prende il nome di Hoja encendida (Foglia infuocata) e simboleggia la passione.  

Cari amici, prima di chiudere e farvi i miei migliori AUGURI DI BUONE FESTE, voglio offrire a Voi tutti, seppure virtualmente, una bella ‘Stella di Natale’, anche per me sinonimo di buon auspicio, di prosperità e abbondanza. Quelle vere che invece portate a casa, ricordatevi di tenerle riservate al coperto, facendo anche attenzione che la pianta è velenosa per cani e gatti.

A domani, amici, con il mio affettuoso “BUON NATALE”!

Mario

mercoledì, dicembre 23, 2020

L’EVOLUZIONE DI WHATSAPP: DA SEMPLICE LUOGO D’INCONTRO SOCIAL DIVENTA ANCHE SUPPORTO PER L’E-COMMERCE.


Oristano 23 dicembre 2020

Cari amici,

La storia continua ad insegnarci che nulla rimane immobile, ma tutto cambia, tutto è fluido e si trasforma. Il progresso avanza, toccando tutti i settori, in particolare quello della comunicazione globale. Di recente WhatsApp, considerata l’app di messaggistica istantanea più usata al mondo, sì è ulteriormente trasformata: ha aggiunto una nuova funzionalità che la sta cambiando radicalmente: è entrata nel Commercio on line, lanciando sul mercato “il carrello per fare acquisti in chat”. Si amici, dai messaggi, dalle chiacchiere on line, è passata ai fatti concreti, perché WhatsApp da ora ai suoi utenti la possibilità di fare acquisti e pagare direttamente dentro l’app. Ormai la notizia è ufficiale, e, dopo le numerose indiscrezioni, dall’8 dicembre Facebook da la possibilità ai suoi utenti di comprare e pagare on line, direttamente dall’app.

Facebook, dunque, considerato il social network più utilizzato al mondo con oltre due miliardi di iscritti, durante i mesi più duri della pandemia da Covid-19 ha potenziato ulteriormente la sua piattaforma di vendita sul social principale, lanciando Facebook Shops e Instagram Shops. Sono questi dei veri e propri negozi virtuali, con tanto di catalogo sfogliabile dagli utenti, tramite i quali vendere e comprare oggetti e servizi. Visto il successo, ha ora deciso di aggiungere la possibilità di fare acquisti anche su WhatsApp.

Si, anche gli utenti di WhatsApp, dunque, possono ora finalizzare l’acquisto di beni e servizi, effettuando il pagamento tramite l’app di WhatsApp. Essi, contattando un venditore tramite una normale chat su WhatsApp, possono avere da quest’ultimo una scheda prodotto o l’intero catalogo che potrà essere sfogliato senza uscire dall’app; sempre senza muoversi da WhatsApp, l’utente potrà quindi scegliere di comprare un prodotto e pagarlo, ricevendo la conferma dell’ordine e del pagamento.

L’ipotesi di abilitare WhatsApp al commercio on line era da tempo allo studio del Gruppo, e agli inizi di novembre nella chat era stato introdotto il nuovo pulsante con l'icona di un negozio, e con questo poter accedere ai cataloghi dei prodotti messi in vendita dai profili Business. Fino ad ora l’utente, cliccando su questo tasto, poteva consultare i prodotti in vendita ma non procedere con l'acquisto; ora, invece, una volta fatta la scelta, l’utente può inviare l'ordine di acquisto. L’E-commerce di WhatsApp è diventato ora realtà: il “carrello acquisti” è già disponibile, essendo partito l'8 dicembre per tutti gli utenti, Android e iOS.

Un bel vantaggio anche per le aziende, perché con l’introduzione di questa novità esse possono semplificare il tracciamento degli ordini ricevuti e la gestione delle vendite. I requisiti richiesti da WhatsApp alle aziende sono soltanto due: avere un account registrato all'app WhatsApp Business e aver configurato il catalogo. Il nuovo pulsante è posizionato all'interno della chat vicino al nome dell'azienda ed è identificato da un'apposita icona (un negozio stilizzato): sia su Android che su iPhone. Sugli smartphone degli utenti il tasto dedicato allo shopping va a sostituire quello per le videochiamate, che d'ora in poi saranno accessibili direttamente dal pulsante della chiamata. Qui si potrà scegliere tra chiamata vocale o video.

Oramai, si rassegnino gli amanti del commercio fisico, il commercio on line avanza senza sosta. Come appare già chiaro, le tre app del gruppo Zuckerberg (Facebook/Messenger, Instagram e WhatsApp) stanno convergendo verso l’app unica e, di conseguenza, unico sarà anche il sistema di pagamento. In un futuro non molto lontano, quindi, le diverse proprietà di Facebook diventeranno un grande mercato online dove, forse, successivamente sarà possibile anche comprare e vendere tra privati finalizzando le transazioni all’interno di una delle tre app.

Cari amici, il Natale si avvicina a grandi passi e le carte di credito ‘voleranno’ velocemente di negozio in negozio, anche se il Governo italiano ha deciso di escludere gli acquisti online dal cashback, cosa che consentirebbe un certo ristoro a chi spende e muove il mercato. Tuttavia non sarà certamente questa mossa a fermare il successo sempre più travolgente del commercio elettronico, che ora ha aggiunto un'altra importante freccia nel suo arco: WhatsApp. Il sistema di messaggistica più diffuso in Italia e in tutto il mondo occidentale è diventato ora anche un sito di eCommerce con il lancio della funzione carrello. Una novità arrivata giusto in tempo per gli acquisti natalizi.

Speriamo di trascorrere Buone feste, cari amici.

A domani.

Mario

martedì, dicembre 22, 2020

IL NATALE E LO SCAMBIO DEGLI AUGURI: DOVE E QUANDO È NATA QUESTA USANZA NEL MONDO?


Oristano 22 dicembre 2020

Cari amici,

In questi giorni vengono scambiati milioni di messaggi, in particolare nel Web, contenenti gli AUGURI per l’imminente NATALE e il successivo NUOVO ANNO, il 2021. È una prassi che risulta ormai consolidata da tempo, tanto che è difficile pensare di restare senza fare gli auguri a chi conosciamo, e ovviamente senza riceverli. Ma ci siamo mai domandati quando è nata questa usanza e dove è iniziato questo curioso gesto augurale che si è poi diffuso in tutto il mondo? Proviamo a tornare indietro nel tempo insieme, partendo dalla data della prima “celebrazione del Natale” da parte della Chiesa di Roma.

La prima celebrazione del Natale da parte della Chiesa di Roma avvenne nel 336. Fino al 354, quando Papa Liberio decise di fissare la data del 25 dicembre come Natalis Invicti come quella della nascita di Cristo, tale celebrazione era considerata come una celebrazione pagana dedicata al Sole. Quanto all'usanza di effettuare tra conoscenti lo ‘scambio di auguri’ in questa circostanza, si è rilevato che l’uso dell'espressione augurale di “Buon Natale” (usanza che poi si è rivelata essere la più usata al mondo), questa ebbe origine molto tempo dopo.

Le ricerche effettuate hanno appurato che l’espressione “Buon Natale” comparve per la prima volta nel 1543, per mano del cardinale John Fisher, in una lettera scritta a Thomas Cromwell conte di Essex in occasione della festività natalizia. L'usanza di inviare gli auguri per il nuovo anno risultò poi pratica corrente, a partire dai primi anni del XV secolo. In Germania, per esempio, comparvero le cosiddette Andachtsbilder (letteralmente: "figure votive"), una sorta di cartoline di auguri "votive", dov'era solitamente disegnato Gesù bambino con la croce e che recavano la scritta "Ein gut selig jar", ovvero "Un anno buono e radioso". Nei Paesi Bassi, si diffusero, invece, tra il XV secolo e il XVI°, i cosiddetti sanctjes (letteralmente: "santini"), una sorta di cartoline raffiguranti San Nicola.

Di vere e proprie cartoline d'auguri natalizie, però, si può parlare soltanto a partire dall'inizio del XVIII secolo, quando si diffuse l'usanza dei cosiddetti "pezzi natalizi", dei lunghi pezzi di carta dove gli studenti scrivevano messaggi d'auguri natalizi e di fine anno indirizzati ai propri genitori allo scopo di dimostrare loro i progressi fatti nella calligrafia. Quella che può essere considerata la prima cartolina natalizia "ufficiale" della storia, ad essere realizzata e stampata per usi commerciali, fece la sua comparsa solo nel 1843, quando l'uomo d'affari inglese Henry Cole (1802-1882), che lavorava alle poste britanniche, commissionò al disegnatore e amico John Callcott Horsley la realizzazione di 1.000 cartoline natalizie da inviare ai propri amici.

Horsley in queste cartoline disegnò una famiglia, composta da elementi di varie generazioni, intenta a festeggiare il Natale con un brindisi a base di punch (Il punch all'arancia è una bevanda alcolica tipica dei paesi anglosassoni, servita calda), cartolina che che recava la scritta a lettere maiuscole "A Merry Christmas and a Happy New Year to You" (ovvero "Un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo a te/voi"). Queste cartoline, ognuna delle quali misurava 8,5 x 14,5 cm., furono stampate a litografia presso la Jobbins of Warwick Court di Holborn (Londra) e colorate da un pittore professionista, un certo Mason.

Secondo alcuni, tuttavia, la prima vera cartolina natalizia della storia potrebbe essere una cartolina conservata nel British Museum, realizzata dal sedicenne William Egley Jr. e databile tra il 1842 e il 1849. Nella seconda metà del XIX secolo, con l'avvento dell'industrializzazione, si iniziarono a produrre cartoline natalizie sempre più economiche, fatto che contribuì rapidamente alla diffusione dell'usanza. Un'abitudine, quella di fare gli auguri a Natale spedendo cartoline ad amici e conoscenti, che si diffuse al punto tale che si registrarono persino delle lamentele riguardo alla mancata consegna delle cartoline.

Cari amici, come ben sappiamo i tempi cambiano! Si calcola che alla fine del secolo scorso siano state spedite, solo negli Stati Uniti, circa 2,6 miliardi di cartoline natalizie, per una spesa ammontante a circa 571 milioni di dollari. Ma anche per le cartoline natalizie, purtroppo, è arrivata poi l’ora del tramonto. L’avvento di internet ha rivoluzionato il mondo dell’informazione e oggi, tra sms, e-mail, cartoline elettroniche e messaggi sui social, il cartaceo è diventato obsoleto. Quello che conta davvero, però (anche se spesso non è così), è che gli AUGURI, qualsiasi sia il modo usato, continuiamo a farceli sempre col cuore, cercando di rafforzare la fratellanza e il reciproco volersi bene! Solo allora sarà per tutti un vero BUON NATALE!

A domani, amici.

Mario