venerdì, marzo 22, 2013

DEMOCRAZIA E LIBERTA’, UN BINOMIO INSCINDIBILE. LE SEI CONDIZIONI DI ALEXIS DE TOCQUEVILLE PER LA DIFESA DELLA LIBERTA’ NELLE SOCIETA’ DEMOCRATICHE.


Oristano 21 Marzo 2013


Cari amici,

con questa ulteriore riflessione vorrei completare il discorso iniziato qualche giorno fa sulla democrazia.

Strumento delicato quello della democrazia, non facile da gestire da parte degli uomini che, in breve tempo, si affezionano “troppo” al potere trasformando il governo democratico in qualcosa di molto diverso. L’analisi della nascente democrazia americana, fatta oltre 150 anni fa da Alexis de Tocqueville, evidenziava già questi rischi, pur mettendo in risalto la bontà di quel “nuovo regime” libero e democratico. Tocqueville osservava che con il trascorrere del tempo gli uomini in posizione di comando si affezionano al potere, mettendo in serio rischio e pericolo la libertà e l’uguaglianza garantita dal potere democratico. La seria riflessione fatta da Tocqueville sui rischi che corre la democrazia è riportata nella seconda parte del suo interessante libro “Democrazia in America”. La sua analisi mette in evidenza i “punti critici” che mettono in pericolo il perdurare della democrazia: sono almeno sei i punti chiave da Lui individuati, le “condizioni” per il mantenimento e la  difesa della libertà nelle società democratiche.
Tocqueville, pur apprezzando il sistema democratico americano, si rendeva conto che la libertà, insita in quella democrazia, si reggeva su un equilibrio precario e poteva essere annullata dalle derive dispotiche messe in atto dagli uomini al potere; derive che già aveva potuto constatare in Europa ed in particolare nella Francia rivoluzionaria. Come antidoto identificò una serie di condizioni che, a Suo avviso, erano necessarie per la difesa delle libertà nelle nuove società democratiche. Sei sono le condizioni indicate da Tocqueville: la divisione dell’autorità, la varietà delle Istituzioni (intese come centrali e locali), il sistema federale, la libertà di stampa, la necessità di uno Stato minimale (che crea una grande vivacità associativa) e la capacità di coniugare lo spirito religioso con quello liberale. Vediamole in dettaglio queste condizioni.

La divisione dell’autorità. Lo studioso francese riteneva che in America i diritti individuali fossero ottenuti e garantiti attraverso la diversificazione dell'autorità; questo principio sta alla base non solo della struttura di “autorità complessiva” in America, ma anche di tutte le istituzioni fondamentali della vita americana, inclusa la religione, l'economia e lo stesso governo politico.

La varietà delle Istituzioni. Una seconda fonte di libertà negli Stati Uniti, secondo Tocqueville, era la presenza e la rilevanza delle istituzioni locali, intese come vere e proprie scuole di cittadinanza e di libertà. Non centralismo accentratore, quindi, ma potere condiviso.

Il sistema federale. Intimamente collegata alla seconda condizione vi è questa terza: il sistema federale, che separa l'una dall'altra le branche esecutiva, giudiziaria e legislativa del governo nazionale e separa i poteri del governo nazionale dai poteri statali e locali.

La libertà di stampa. Quarta tra le condizioni necessarie, la libertà di stampa, ritenuta decisiva non tanto per un'astratta possibilità di giudizio individuale sulle cose pubbliche (come penseremmo forse oggi), ma innanzitutto perché agli occhi di Tocqueville una stampa libera era essenziale per stimolare le persone a formare associazioni di grandezza sufficiente per dedicarsi alle cause importanti.

La necessità di uno Stato minimale. La società democratica, secondo Tocqueville, è una società individualistica nella quale ognuno, con la sua famiglia, tende a isolarsi dagli altri. I cittadini americani amano auto amministrarsi, programmare, progredire in senso individualistico. Sono convinti che lo Stato debba lasciare il campo “perfettamente libero”, sgombro dagli effetti perversi generati dalle buone intenzioni dello Stato". Quello Stato che, sostituendosi al privato, non soltanto diventa imprenditore, educatore, assistente sociale, ma detta e definisce anche le idee e i valori da portare avanti. In questo modo la democrazia tende verso una forma di «dispotismo», vicino anche se abbastanza differente dalle passate forme di tirannia ancora ben presenti in Europa. La libertà dallo Stato consente in America ai cittadini di esprimersi liberamente, di associarsi liberamente. La società americana, come ha potuto rilevare Tocqueville, pur individualista, è capace di superare le barriere dell’individualismo attraverso la partecipazione associativa. Nel suo viaggio americano lo studioso francese era rimasto colpito sia dal numero delle associazioni civili e politiche, sia dalla loro grande vitalità. Queste associazioni erano essenziali per superare l'innata divisione degli individui all'interno della democrazia e per difenderli contro la centralizzazione del potere. In breve, le associazioni volontarie combattevano simultaneamente i due mali dell'individualismo e del dispotismo democratico.

La capacità di coniugare lo spirito religioso con quello liberale. Sesta ed ultima condizione la religiosità come fatto pubblico. La società americana è, agli occhi del non credente Tocqueville, quella che ha saputo unire in modo perfetto lo spirito religioso e quello liberale. Tutto l'opposto della Francia descritta in «L'antico regime e la rivoluzione», dove a un fortissimo centralismo politico si affiancò un diffuso sentimento antireligioso. Per il laico Tocqueville, dunque, la religione non doveva e non poteva essere semplicemente un “fatto privato” ma un “fatto pubblico”, anzi una «istituzione politica», pur nella rigorosa separazione dallo Stato. Solo la religione, agli occhi dello studioso francese, può formare uomini moralmente liberi, capaci di contrastare e superare i mali connessi all'egualitarismo democratico e alla materialistica riduzione della vita a “ricerca del benessere”. Dunque la religione non è soltanto una componente connaturata alla natura umana, ma una necessità civile e sociale per il mantenimento della libertà.

Queste le condizioni scaturite dalla lucida analisi di Tocqueville fatta ormai oltre 150 anni fa. Ma oggi, queste condizioni per il mantenimento della libertà nella democrazia, sono ancora valide?

Ferme restando le condizioni richiamate da Tocqueville oggi assistiamo a due fenomeni che, pur opposti, sono intrinsecamente legati e rendono il funzionamento democratico ancora più complesso e precario. I due fenomeni sono l’apatia politica ed il privilegio delle caste, fenomeni, entrambi, che mettono in serio pericolo l’uguaglianza democratica.

L’indifferenza politica o apatia, è stata denunciata in particolare da Norberto Bobbio, nell’ambito della trattazione delle cosiddette “promesse non mantenute della democrazia”. “ Guardiamoci attorno. – dice Bobbio – Si assiste impotenti al fenomeno dell’apatia politica, che coinvolge spesso la metà circa degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della cultura politica, costoro sono persone [...] semplicemente disinteressate per quello che avviene, come si dice in Italia, ‘nel palazzo’. So bene che si possono anche dare interpretazioni benevole dell’apatia politica...”.

A questo fenomeno, continua Bobbio, si aggiunge quello della vendita della propria dignità attraverso il cosi detto “voto di scambio”. Entrambi, l’apatia ed il voto di scambio, “venduto” per mero interesse personale, sottolineano in modo inequivocabile quel fenomeno terribile di indifferenza politica, ormai diffusa nelle nostre democrazia. E’ quasi un abbandono da parte dei cittadini governati del compito di agire, attraverso il voto, se non per governarsi da sé, almeno per influire sul governo!
Scarsa partecipazione o partecipazione egoisticamente interessata portano a quella artefatta “democrazia per assuefazione”, portata avanti in modo subdolo dai gruppi di interesse. La consolidata decisione di molti cittadini di “lavarsene le mani”, rinunciando al voto, ha come risultato quello di delegare impropriamente ai “gruppo interessati” il diritto di governare, con conseguenze e danni gravissimi. La sindrome di disaffezione, connessa alle logiche predatorie portate avanti dai gruppi di potere, e la conseguente crisi di rigetto dell’intera classe politica governante ha favorito il coagularsi del malessere intorno ad un nuovo soggetto (Grillo) che ha impersonato un nuovo “Batman”, e catalizzato una grossa percentuale dei voti degli elettori delusi. Bisogna stare attenti agli effetti di questo nuovo populismo che, sotto certi aspetti, può essere ancora più dannoso per la democrazia di quelle corrotte “aristocrazie o élites di governo” che si volevano combattere. Gli eccessi, da una parte o dall’altra non pagano, avvelenano solo la democrazia.

                           
La democrazia, come ben sappiamo, è fondata sugli individui, non sulla massa. Come Tocqueville stesso aveva constatato studiando la società americana del primo ottocento, la massificazione della società tramite l’uguaglianza e la spersonalizzazione dei suoi membri è un pericolo mortale per la democrazia perché apre le porte alla tirannide. Perché la massa informe, dove tutti sono uguali, non ha bisogno di democrazia ma si può accontentare di identificarsi in qualche demagogo che ne interpreta direttamente gli umori istintivi, senza bisogno di procedure democratiche di partecipazione politica. I regimi totalitari del secolo scorso sono la riprova di entrambe queste affermazioni: una democrazia senza qualità individuali apre la strada ai demagoghi. Per questo, una democrazia che vuole preservarsi dalla degenerazione demagogica deve curare nel massimo grado l’originalità di ciascuno dei suoi membri, la loro qualità ed onestà. E’ proprio dai cittadini di qualità che la democrazia attinge per creare le condizioni di buon governo, dove gli scelti, i migliori, operano nel vero interesse della collettività. E’ proprio all’interno di una popolazione composta da cittadini attivi, non massificata, che si può concretamente realizzare quella democrazia basata sull’uguaglianza. E’ proprio per merito di questa “cittadinanza attiva” che il privilegio, spesso portato avanti da certe élite di potere, viene combattuto mortalmente. Privilegio, come ben sappiamo, che ha conseguenze nefaste per gli amministrati. Una società “divisa per privilegi” dispone i suoi membri come su una scala: chi sta su e chi sta giù; chi sta su guarda dall’alto in basso chi sta giù. Inutile riepilogare qui il lungo elenco delle ruberie, degli scandali, della corruzione che ha contagiato tutte le élite che ci hanno governato e ancora ci governano. E’ necessario intervenire con forza e determinazione.

                        
Credo, però , che il male sia da combattere con mezzi adeguati, non con la disaffezione o con il populismo. La nostra reazione deve essere più composta e responsabile. Dobbiamo innanzitutto ritrovare quell’atteggiamento altruistico, quell’amore per la cosa pubblica che presuppone la nostra disponibilità a mettere in comune qualcosa di sé, anzi il meglio di sé: tempo, capacità e risorse materiali. Nessuno escluso. Senza lasciarci, però, ne incantare ne soggiogare dal santone di turno! Dobbiamo rimboccarci le maniche e mettere sul “piatto comune” la nostra capace individualità, con intelligenza e coraggio: non portando “il cervello all’ammasso”, ma fornendo, ciascuno il proprio proficuo contributo individuale. Cosi salveremo democrazia e libertà.

Alle recenti elezioni abbiamo assistito ad una incredibile “rivoluzione popolare”, che ha sconvolto come un uragano i precedenti e obsoleti schieramenti politici. Il dissenso, espresso in modo inequivocabile e pari ad un 25% dei votanti, credo però che abbia peccato di non poca ingenuità. Il movimento 5 stelle, destinatario di questo fortissimo consenso, espresso certamente perché esso avviasse un serio e concreto cambiamento, sembra, invece, voler utilizzare il consenso ricevuto in modo poco democratico, oserei dire addirittura autoritario e dittatoriale. Il movimento, anzi il “non movimento”, come i suoi capi amano definirlo, appare preda di gestori poco inclini alla democrazia.

                           
Le menti del movimento (Grillo e Casaleggio), credo siano convinti di essere non i democratici rappresentanti degli elettori ma “i padroni” di un gregge massificato (gli eletti), pronto ad eseguire, come un automa, le loro semplici “istruzioni d’uso”. Credo che questo sia un errore imperdonabile. Anziché cogliere, in un momento cosi delicato per la nazione, le irripetibili opportunità offerte da un pacchetto consistente di voti, ancorché di protesta, sembrano orientati verso obiettivi che oserei definire deliranti e, comunque, poco democratici. Se cosi fosse credo che quello stuolo numeroso di votanti più che un salto in avanti sia riuscito a fare solo il salto della quaglia. Diffidiamo dai facili imbonitori, e dai venditori di fumo. E’ bastato poco ad accertare che dietro le parole urlate c’erano anche interessi poco chiari. Anche sullo sbandierato “movimento” o “non movimento”. Il movimento esiste ed ha pure uno statuto redatto da un notaio. Nello statuto di questo movimento (che, ripeto, esiste anche se fino all’ultimo negato) , è ribadito che lo scopo “…è la convivenza armoniosa tra gli uomini, attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità personali dell’individuo, che deve trovare piena possibilità di cogliere tutte le opportunità realizzabili all’interno della società civile, nel rispetto delle regole istituite dallo Stato nella sua fondazione”. Inoltre che “i valori fondanti del movimento sono libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà, fratellanza e rispetto”. Nello statuto poi è anche prevista l’assenza del vincolo di mandato, proprio come scritto nell’articolo 67 della Costituzione, tanto criticato da Beppe Grillo giusto pochi giorni fa. Perché tanta segretezza e reticenza? A quale scopo?

Credo che anche gli eletti del movimento 5 stelle, oltre che i numerosi elettori, si stiano ponendo gli stessi dubbi che mi sto ponendo io. La libertà e la democrazia, ne sono convinto, sono tutt’altra cosa!

Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario

                        

mercoledì, marzo 20, 2013

ALEXIS DE TACQUEVILLE UN “ARISTOCRATICO” EUROPEO DELLA PRIMA META’ DELL’800. UN NOBILE DAL LUNGIMIRANTE PENSIERO DEMOCRATICO, ANCORA OGGI DI STRINGENTE ATTUALITA’.

Oristano 20 Marzo 2013
Cari amici,

ho conosciuto meglio il pensiero di Alexis de Tocqueville durante la preparazione della mia prima tesi di laurea in Scienze della Comunicazione e Giornalismo. In questo studio sociologico su una importante associazione di servizio (il Rotary International) ebbi modo di conoscere le diverse opere di Tocqueville, considerato uno dei maggiori studiosi dell’associazionismo. Mi resi conto anche, attraverso la lettura delle sue opere, che Tocqueville, per quei tempi, era stato un uomo straordinariamente moderno, con una visione della democrazia e del suo successivo sviluppo quasi profetica. Oggi Alexis de Tocqueville, come scrive Luca Pesenti, docente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (su “Tracce. Litterae Communionis”, febbraio 2004, p. 90-92), è ancora di incredibile e straordinaria attualità. Per comprenderne a fondo la sua “modernità” ecco una sintesi della sua biografia, la cui attenta lettura ci consente di capire meglio l’uomo, il politico, il filosofo e lo storico.

Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville nasce a Parigi il 29 luglio 1805. Suo padre era un osservante sostenitore della monarchia borbonica ed il suo bisnonno era un aristocratico liberale ucciso durante la Rivoluzione francese; sua madre, invece, era una devota cattolica romana. Gli impegni del padre di Tocqueville, importante prefetto presso diverse città, lo fecero crescere lontano dalla famiglia per gran parte della sua giovinezza. In assenza del padre, l'abate Lesueur lo seguì a lungo come suo tutore. All'età di 16 anni Tocqueville entrò al Royal College a Metz per studiare filosofia. E’ in questo periodo che le idee liberali iniziano a farlo dubitare circa il ruolo dell'aristocrazia nel governo francese; lo travaglia anche una profonda crisi religiosa che lo segnerà per il resto della sua vita. Terminati gli studi al Royal College all'età di 18 anni, Tocqueville si trasferisce a Parigi per studiare legge. In questo frattempo la carriera del padre di Tocqueville continuava la sua ascesa e nel 1826 diventa prefetto di Versailles, la prefettura più influente di tutta la Francia, tanto che nel 1827 è nominato “Pari” da Carlo X. Il giovane Alexis, nel frattempo ottiene il suo primo incarico come apprendista magistrato presso la corte di Versailles. La sua crescita professionale, però, camminava di pari passo con le sue aumentate simpatie liberali, e la  crescente convinzione che il declino dell'aristocrazia era ormai inevitabile.

La rivoluzione di luglio del 1830, in cui Carlo X abdicò e Luigi Filippo salì al trono, ebbe forti ripercussioni sulla vita familiare di Tocqueville. Il primo risultato negativo fu che il padre di Tocqueville perdette la sua nobiltà e anche la sua posizione di magistrato divenne precaria. Vedendo che la Francia si stava muovendo verso una democratizzazione crescente, il giovane Tocqueville rivolse le sue attenzioni verso gli Stati Uniti, visti come modello politico democratico. Con il pretesto di voler studiare le riforme carcerarie in America, ottenne il permesso di recarvisi, al fine di acquisire una maggiore conoscenza della politica americana. La sua convinzione era che conoscendo meglio la democrazia in atto negli Stati Uniti, avrebbe potuto, poi, utilizzare questa conoscenza per influenzare lo sviluppo politico della Francia. Prima del rientro in Francia Tocqueville visitò anche l'Inghilterra per studiare meglio il sistema di governo inglese.
Nel 1835 pubblicò la prima parte dei risultati del suo soggiorno americano che diede alle stampe con il titolo “Democrazia in America”. Era un’analisi molto positiva della società americana e della forma di governo che la reggeva. Il libro fu molto ben accolto in tutta Europa. Il 1935 fu anche l’anno del suo matrimonio: Tocqueville sposò Maria Motley, una ragazza inglese non di nobili origini, scandalizzando tutto il suo aristocratico nucleo familiare. L’anno successivo, nel 1836, la madre di Tocqueville morì. Dopo la morte di sua madre Tocqueville rientrò nell'attività politica. Nel 1837 corse per la Camera dei Deputati ma non fu eletto. L'anno successivo fu nominato alla Legione d'Onore per la “democrazia in America” e nel 1839 riuscì a farsi eleggere alla Camera dei Deputati. Nel 1840 completò e diede alle stampe la seconda parte della “Democrazia in America”.

Questo volume, a differenza del primo, muoveva precise critiche agli eccessi della democrazia americana, mettendo a fuoco i pericoli che si nascondevano all’interno della democrazia: dall’aumentato “dispotismo” della pubblica amministrazione all’eccessiva centralizzazione governativa. Nel 1841 fu eletto all'Accademia francese e all'Accademia delle Scienze morali e politiche. Alla Camera dei Deputati, Tocqueville sostenne l'espansione della potenza navale nello sfidare il dominio britannico e il ruolo dell'insegnamento della Chiesa cattolica in una disputa nata tra la Chiesa e l'Università. Questo atto, coerente con quanto affermato in “Democrazia in America", ribadiva l'importanza rivestita dalla religione in una democrazia. Dal punto di vista politico, il pensiero di Tocqueville si stava muovendo, ormai, sempre più verso sinistra. Nel 1844 divenne uno dei proprietari del giornale radicale Le Commerce ma l’anno successivo lasciò il giornale a causa del suo fallimento finanziario immanente. Tocqueville, perfetto conoscitore delle logiche di potere, tenne un discorso all'inizio del 1848 predicendo lo scoppio di una rivoluzione, ma il suo avvertimento fu ignorato. La rivoluzione, invece, come preventivato scoppiò, anche se da Lui non condivisa. Lavorò, comunque, per aiutare a formare il nuovo governo all'indomani della rivoluzione. Venne eletto all'Assemblea Costituente e contribuì a scrivere la costituzione della Seconda Repubblica. Tocqueville l'anno successivo fu eletto all'Assemblea legislativa e divenne Vice Presidente dell'Assemblea e Ministro degli Affari Esteri. Questa posizione non durò a lungo, però, perché il presidente Luigi Napoleone Bonaparte lo licenziò quello stesso anno. Dopo il suo licenziamento Tocqueville subì un crollo fisico e andò in Italia per curarsi e rimettersi in salute. Tornò a Parigi nel 1851, prima del colpo di stato di Luigi Napoleone. Fortemente contrario al colpo di stato, Tocqueville fu incarcerato per breve tempo e poi escluso dai pubblici uffici per essersi rifiutato di giurare fedeltà al nuovo regime. Escluso dalla vita politica tornò ai suoi studi e si concentrò sullo scritto "L'antico regime e la rivoluzione francese nel 1850". Questo lavoro è un fedele resoconto della storia francese fino alla rivoluzione del 1789 e mette in risalto tutti quei fattori che portarono al fallimento della Rivoluzione. Nel 1856 morì il padre. Solo pochi anni dopo, il 16 aprile 1859, Tocqueville morì di tubercolosi. I suoi Ricordi sono stati pubblicati postumi nel 1893.
L’attenta lettura della sua non certo tranquilla esistenza dimostra quanto “avanti” fosse il pensiero di Tocqueville in un’epoca in cui la democrazia era ancora un grande e misterioso oggetto. Gli studiosi di oggi, in particolare Luca Pesenti, accreditano a Tocqueville una modernità di pensiero di straordinaria attualità ancora oggi. Scrive di Lui Luca Pesenti (nell’opera prima citata):
“Ogni epoca ha i suoi simboli, i suoi feticci, i suoi spettri. Prima l'epoca di Marx, della classe operaia pronta per il paradiso, della rivoluzione permanente, dell'eguaglianza contro la libertà. Poi l'epoca di Max Weber, dell'individualismo protestante al servizio del capitalismo, della caduta dei legami che tengono insieme popoli e uomini, dell'utilitarismo di massa, della libertà contro la fraternità.
Oggi, non sembrano esserci dubbi: il simbolo più coerente con lo spirito del tempo è Alexis de Tocqueville, che, benché morto da quasi centocinquanta anni, non ha perso la sua stringente attualità: la democrazia e l'America, la religione e lo Stato, le comunità e la libertà. Tutto sintetizzato nelle sue opere, «La democrazia in America» e «L'antico regime e la rivoluzione». A lui guardano tutti quelli che ragionano di crocifissi sui muri delle scuole, di scontri di civiltà da evitare, di democrazia da difendere o magari da esportare, di comunità da rifondare, di libertà da proclamare. A Tocqueville si rifanno i neo-comunitaristi, preoccupati per la crisi dei legami caldi, di parentela e solidarietà, e per le conseguenze sulla tenuta stessa della civiltà d'Occidente. Ma a lui guardano anche alcuni elementi di punta del pensiero neoconservatore, balzati agli onori delle cronache per essere divenuti le guide teoriche della presidenza Bush: a loro piace molto il teorico della libertà e del suo rapporto stringente con la religione, il sostenitore dell'autonomia della società rispetto allo Stato. E anche dentro la Chiesa c'è chi, come il cardinale Camillo Ruini, guarda a Tocqueville come a un riferimento teorico inevitabile. Insomma, oggi si direbbe che Tocqueville è un pensatore "bipartisan": scavalca le tradizionali categorie e pone nel cuore dell'Occidente domande decisive per la sua stessa sopravvivenza.”.

Tocqueville nei suoi studi afferma che non c’è democrazia senza libertà. “Ci vuole un popolo educato e responsabilizzato, capace di superare i rischi, che pur ci sono, di un regime democratico.”. In questa affermazione  Tocqueville ribadisce che la democrazia va costantemente “difesa” dagli eccessi.

Come? “Attraverso sei condizioni necessarie.”

Tocqueville ha identificato una serie di condizioni (sei per l’esattezza), necessarie per la difesa della libertà nelle società democratiche.

L’attento esame di queste sei condizioni, se avrete la pazienza di seguirmi, le troverete nella mia prossima riflessione, dove cercherò anche di affrontare il problema della difficile “democrazia interna” dell’ormai famoso “MOVIMENTO 5 STELLE”.

Grazie della Vostra attenzione.

Mario


martedì, marzo 19, 2013

DOPO LA FAMIGLIA ENTRA IN CRISI ANCHE L’ASSOCIAZIONISMO SOCIALE. ALLA RICERCA DEL “FILO DI ARIANNA” PER USCIRE DAL LABIRINTO E RITROVARE IL GIUSTO PERCORSO.

Oristano 19 Marzo 2013


Cari amici,

la lenta trasformazione della famiglia e la conseguente crisi d’identità della stessa ha contagiato anche le collaterali strutture che ne derivano, in primis le associazioni. Oggi assistiamo non solo ad un rallentamento della partecipazione alle diverse forme associative, utili in tutti i campi, ma addirittura ad una diminuzione del numero dei partecipanti. Frutto, questo, certamente della lunga crisi economica che, principalmente a causa della globalizzazione dei mercati, ha radicalmente trasformato le precedenti autonome economie dei singoli Stati. L’associazionismo, come ben sappiamo, ha radici antiche anche se la vera consacrazione, sotto forma di strutture regolamentate, cresce e si sviluppa in America nell’Ottocento. E’, infatti, la particolare e “nuova” libertà che in America vivono le popolazioni emigrate dalle parti più svariate del mondo a moltiplicare queste libere forme di aggregazione. Nel nuovo mondo costruito senza re, sovrani o nobiltà, i cittadini impostano la loro nuova vita in libertà e democrazia, dando vita ad un nuovo modello di Società.

Lo studio più completo ed interessante sulla nascita e sullo sviluppo dell’associazionismo lo realizzò Alexis de Tocqueville (Verneuil-sur-Seine, 29 luglio 1805 - Cannes, 16 aprile 1859), un nobile francese che nel 1830 si recò negli Stati Uniti per studiare l’evoluzione della democrazia americana. Al suo rientro in Francia riportò la sua esperienza americana nel libro “ Democrazia in America”  che gli diede fama e notorietà. L’interesse di Tocqueville verso il sistema democratico  americano scaturiva  dalla convinzione che la democrazia era il fine ultimo cui tendeva il nuovo processo storico; era quel nuovo “movimento sociale” che, contribuendo a dissolvere il precedente ordinamento aristocratico-feudale, metteva le basi per l’eliminazione delle monarchie, ancora ben presenti e ben radicate in Europa. Sull’onda di questa libertà vissuta nel “nuovo mondo”, assenti le farraginose strutture aristocratiche europee, il nuovo Stato aveva assunto una funzione minimale. Libertà che fece sorgere, praticamente in modo spontaneo, associazioni di ogni tipo da parte dei cittadini.
Scrive nel suo libro prima citato “Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville:

“… L’abitante degli Stati Uniti impara fin dalla nascita che bisogna contare su se stessi per lottare contro i mali e le difficoltà della vita; egli rivolge all’autorità sociale uno sguardo diffidente e inquieto, e fa appello al suo potere solo quando non ne può fare a meno. Si comincia a notare questo fin dalla scuola, dove i bambini si sottomettono, persino nei loro giochi, a regole che essi hanno stabilito e puniscono fra loro colpe da essi stessi definite. Lo stesso spirito si ritrova in tutti gli atti della vita sociale. Si crea un ostacolo sulla pubblica via, il passaggio è interrotto, la circolazione bloccata; i vicini si costituiscono subito in corpo deliberante; da questa assemblea improvvisata uscirà un potere esecutivo che rimedierà al male, ancor prima che l’idea di un’autorità preesistente a quella degli interessati sia venuta in mente a qualcuno. Se si tratta di divertimenti ci si assocerà per dare più splendore e organizzazione alla festa.[….] Negli Stati Uniti ci si associa per scopi di sicurezza pubblica, di commercio, di industria, di morale e di religione. Non vi è nulla che la volontà umana non creda di poter ottenere grazie alla libera azione del potere collettivo degli individui…”.

                      
Perché dunque, oggi, l’associazionismo, quella struttura cosi libera ed aggregante che ha svolto nel tempo una funzione insostituibile nella Società, è entrato in crisi? E’ solo per un fatto esclusivamente di natura economica o c’è dell’altro? L’utilità dell’associazionismo è certamente fuori discussione. E’ una di quelle verità che sembrano “di per se stesse evidenti”, per adoperare l’espressione resa popolare da Thomas Jefferson. Eppure anche un sostenitore convinto dell’associazionismo, si trova a volte ad essere dubbioso sulla validità universale dell’approccio associativo ai problemi sociali. Nella scala dei valori l’associazione viene certamente dopo la famiglia, primo ed insostituibile nucleo fondante della Società. Preso atto di questa gerarchia credo che la crisi dell’associazionismo, parta proprio da questa dipendenza. La crisi economica che sta colpendo in questo periodo soprattutto i Paesi industrializzati ha messo in crisi fasce sociali prima in possesso di un “benessere sociale” con un surplus da redistribuire all’esterno della famiglia. La diminuzione di questo surplus, spesso al di sotto anche della soglia delle necessità, ha costretto la famiglia a svolgere un ruolo inatteso: un ruolo di compensazione interna, rispetto al precedente impiego delle risorse. Ridistribuendo il reddito al proprio interno, la famiglia ha dovuto sacrificare, prima diminuendo e poi anche azzerando, la relazionalità economica e sociale precedentemente rivolta verso l’esterno. E questo ha provocato e sta provocando “una necrotizzazione” delle relazioni sociali.
Ma l’associazionismo, in particolare quello sociale, non può e non deve assolutamente perire! Il suo ruolo è fondamentale come valvola di compensazione tra le varie fasce reddituali e la sua scomparsa creerebbe un danno incalcolabile. Tutti insieme, a partire dalle Istituzioni, dovremo operare per la sua salvaguardia, riscoprendo e dando un ruolo fondamentale al “Terzo Settore”, fondato sulla logica del “dono”. La crisi in atto della socialità imperniata sull’economia trasforma “l’associazionismo sociale” in un attore strategico imprescindibile per la funzione sociogenetica che è alla base della sua essenza. Questo associazionismo, legato a quel “terzo circuito” imperniato sul dono e non sul mercato, sulla liberalità e sulla reciprocità, ha oggi una funzione fondamentale: quella di non far dissolvere i legami sociali. Questo terzo polo fondato sulla logica del dono, concepito non come meccanismo residuale ma centrale della società, acquisirebbe l’importante compito di ricreare, di rigenerare quelle relazioni sociali in crisi. Contrariamente allo scambio di mercato, rapporto che si esaurisce in maniera immediata, il dono è capace di stabilire un legame, di ricreare relazioni latenti o interrotte, con una potenza superiore alla logica ed alla forza del mercato. Per dare maggior valore e forza all’associazionismo sociale è necessario un ineludibile coinvolgimento da parte dell’autorità pubblica. Lo Stato non può e non deve ritirarsi da questo terreno, poiché mancando la funzione svolta da queste strutture la distanza tra le fasce sociali abbienti e quelle in difficoltà si allungherebbe eccessivamente. Il peso della crisi che stiamo vivendo deve vedere tutti coinvolti: cittadini ed Istituzioni. E’ necessario bandire la tentazione di scaricare unicamente sul volontariato compiti che non sono i suoi. Aiutare i più deboli è una necessità che riguarda tutti. Il Terzo Settore ha svolto e deve continuare a svolgere quella funzione insostituibile di “stanza di compensazione”, deve lottare a viso aperto, tirar fuori l’orgoglio della propria missione, quella di saggio equilibrio tra le logiche del mercato e quelle della solidarietà.

Nessuno può tirarsi indietro!

Mario


giovedì, marzo 14, 2013

HABEMUS PAPAM! FUMATA BIANCA AL QUINTO SCRUTINIO: IL NUOVO PAPA E’ IL CARDINALE ARGENTINO JORGE MARIO BERGOGLIO ED HA SCELTO IL NOME DI FRANCESCO I.

Oristano 14 Marzo 2013

Cari amici,

l’attesa non è durata, poi, cosi a lungo: ieri sera, dopo il quinto scrutinio, i numerosi fedeli radunati in Piazza S. Pietro hanno finalmente visto uscire (erano le 19,08) dallo storico comignolo montato sul tetto della Cappella Sistina un denso fumo bianco, a testimoniare inequivocabilmente che un altro Papa era stato eletto! Tutto il popolo cristiano esultava, non solo in Piazza San Pietro ma in tutto il mondo, anche se ancora non sapeva su quale cardinale la scelta era caduta. Da quel momento in poi tutti gli occhi dei fedeli, arrivati a San Pietro per l'elezione del nuovo Pontefice, erano puntati sulla finestra della basilica che poco dopo avrebbe svelato il volto del “nuovo” Santo Padre.

                         
Al denso fumo bianco poco dopo si aggiungevano i rintocchi delle campane, rendendo l’atmosfera ancora più carica di suspense. L’attesa, tra la fumata bianca e la benedizione del nuovo Papa, contrariamente alle previsioni è stata abbastanza lunga: le luci  dalla sala dal cui balcone si affaccia il Pontefice si sono accese solo alle 20,09 ed alle 20,13, finalmente, è arrivato l’atteso annuncio ufficiale: Habemus Papam. Era passata oltre un’ora dalla bianca fumata che segnalava l’avvenuta elezione. Jorge Mario Bergoglio, gesuita, era il successore di Benedetto XVI, il 266/esimo Pontefice della storia della Chiesa. Il nuovo papa, cardinale arcivescovo di Buenos Aires, ha 77 anni, essendo nato i 17 dicembre del 1936 nella stessa città argentina di cui oggi è arcivescovo.
L’iter che precede il saluto, da parte del nuovo Papa, alla folla dei fedeli in attesa in Piazza S. Pietro è abbastanza complesso. Al raggiungimento del quorum previsto, una volta quindi che il nuovo Papa è stato designato dai Cardinali votanti, all’eletto viene posta la prima semplice ma pesantissima domanda: "Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?"  E’ stato il cardinale decano Giambattista Re a rivolgere al porporato scelto come nuovo Papa la domanda sull'accettazione. A questa è seguita subito dopo l’altra: “Con quale nome vuoi essere chiamato?". A seguire il protocollo prevede la bruciatura delle schede nella storica stufa dalla quale partirà il segnale di avvenuta elezione: la fumata bianca. Come riporta  la Radio vaticana sul suo sito Il nuovo Papa, accettata l’elezione, si reca poi nella cosiddetta "Stanza delle Lacrime". In questo luogo troverà tre vesti papali già pronte, di taglia diversa, e ne indosserà una, quella più adatta. Al suo ritorno tra i Cardinali ha luogo una breve cerimonia con una preghiera; è questa la lettura di un passo del Vangelo che può essere il "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa", oppure "Pasci le mie pecorelle". In questa preghiera entrano come attori principali, accanto al nuovo Pontefice, il primo dell'Ordine dei Diaconi, il primo dell'Ordine del Presbiteri ed il primo dell'Ordine dei Vescovi. Segue l'atto di ossequio dei cardinali al nuovo Papa: tutti i Cardinali presenti   manifestano il loro ossequio e la loro obbedienza al nuovo Pontefice. Alla fine tutti insieme cantano il "Te Deum".
Per la prima volta al mondo il Papa emerito Benedetto XVI ha seguito davanti alla televisione (come in precedenza aveva seguito tutte le fasi iniziali del Conclave) l’Habemus Papam” e la presentazione al mondo del Suo successore. Alle 20,27 il saluto alla folla del nuovo Papa Francesco I alla folla dei fedeli, che hanno accompagnato la Ssua uscita sul balcone con un lunghissimo appaluso. Il Papa, commosso, dopo un primo saluto ha detto: "Vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI perché la Madonna lo benedica e il Signore lo custodisca". Poi ha cosi continuato: "Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo alla fine del mondo, ma siamo qui". Queste le Sue prime parole come nuovo Papa. Ha chiesto poi al popolo cristiano presente ed ai tanti collegati in mondovisione di iniziare insieme un cammino di fratellanza con queste parole: "Incominciamo questo cammino della chiesa di Roma, vescovo e popolo insieme, di fratellanza, amore, fiducia tra noi, preghiamo uno per l'altro, per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Questo cammino di chiesa sia fruttuoso per l'evangelizzazione". Ha poi chiesto, prima di dare l’attesa benedizione “Urbi et Orbi”, che tutti rivolgessero al Signore una preghiera per Lui: "Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate Dio di benedire il vostro vescovo". La richiesta, subito accolta,  ha fatto calare nella piazza un silenzio irreale, mentre tutti si rivolgevano a Dio per intercedere nei confronti del nuovo Pontefice.
Come spesso succede ai cardinali che entrano in conclave con l’elezione in pectore a Pontefice e ne riescono cardinali, così è avvenuto anche ieri. Quasi sempre l’elezione non rispetta le previsioni, in quanto i cardinali sono guidati nella scelta dallo Spirito Santo. Il nuovo papa  con la sua elezione ha raggiunto non pochi primati, in contemporanea: è il primo pontefice dell’America Latina, il primo gesuita a diventare Papa ed il primo a scegliere di chiamarsi Francesco. La convinzione comune è che apporterà non poco rinnovamento nella Chiesa. Il Suo curriculum è di tutto rispetto. Figlio di immigrati italiani, conosciuto come conservatore e uomo dalla calda personalità, è anche molto riservato. E’ considerato un intellettuale che ha modernizzato una delle Chiese più conservatrici dell'America latina,  quella dell'Argentina, il Paese dove è nato e dove ha vissuto tutta la vita. Nato nel 1936 ha studiato prima come chimico, diventando sacerdote da grande, dopo i trent’anni. Ha successivamente insegnato letteratura, psicologia, filosofia e teologia. Si è sempre distinto per la Sua austerità. Come funzionario della Chiesa argentina, non ha mai vissuto in un altisonante palazzo della Chiesa di Buenos Aires, preferendo un semplice letto in una stanza nel centro della capitale. Per anni ha utilizzato i trasporti pubblici e si è cucinato da solo i suoi pasti. Con l'età ha rallentato un po' i movimenti, e ora sembra soffrire gli effetti della rimozione di un polmone avvenuta quando era ragazzo, in seguito a una infezione. L'ormai ex arcivescovo di Buenos Aires viene comunque considerato un moderato dalla mente aperta, anche se le sue posizioni dottrinali e spirituali rimangono in linea con l'eredità di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a loro volta pontefici conservatori.
Credo che il nuovo Papa sarà senza ombra di dubbio all’altezza del Suo compito. Il peso della Cattedra di Pietro non è ne semplice ne leggero ma in Suo aiuto ci saranno non solo le forze terrene ma quelle celesti. Ecco perché la Sua prima preghiera da Santo Padre l’ha rivolta di primo mattino, oggi, a Maria, anche Sua protettrice, nella Basilica di S. Maria Maggiore.

Auguri Santità, il mondo ha davvero bisogno di un nuovo San Francesco per guidare al meglio la Chiesa!

Mario

                            

martedì, marzo 12, 2013

ANTONIO CORRIGA: L’ UOMO E L’ARTISTA. UN PERSONAGGIO CHE ORISTANO SEMBRA AVERE GIA’ DIMENTICATO….


Oristano 12 Marzo 2013

Cari amici,

è già passato oltre un anno dalla morte del noto pittore Antonio Corriga e credo che pochi si siano ricordati della sua scomparsa, avvenuta ad Oristano il 16 Dicembre del 2011, a partire dai pubblici amministratori della Città. Lui, artista illustre, che non si era mai disinteressato della vita politica cittadina, rivestendo per varie legislature il ruolo di consigliere, sembra anch’esso avviato all’oblio. Io, che da semplice cittadino  mi sono onorato per anni della Sua amicizia, credo di avere il dovere di doverlo ricordare a tutti gli oristanesi con grande orgoglio, con quel rispetto che meritano quegli uomini che nella Loro vita hanno contribuito a fare grande la nostra terra. Ecco, per i giovani che poco lo hanno conosciuto, o non lo hanno conosciuto affatto, un breve sunto della sua grande carriera di artista e di uomo.
Antonio Corriga nasce ad Atzara, in provincia di Nuoro, nel 1923. Pur di grandezza modesta Atzara è un  paese di alta collina, un antico borgo di origine medievale, fondato probabilmente intorno all'anno Mille. Il paese conserva tutt'oggi l'originario tessuto urbano di epoca catalana, con le tipiche architetture basse realizzate in granito e con i soffitti coperti da robusta travatura in legno di quercia. Alcune case poi presentano graziose decorazioni a scalpello sui portali e sulle cornici delle finestre. Atzara è luogo famoso per la luce e i colori dei suoi paesaggi, ricchi di boschi e di pendii coltivati a frutteti e vigneti, dai quali si ricava, con tecniche tradizionali, il famoso vino nero "Mandrolisai", un dolce nettare famoso anche oltre tirreno. Senza dimenticare la straordinaria bellezza dell’antico costume tradizionale femminile che, col caratteristico copricapo Sa Tiagiola, è stato immortalato nelle opere dei grandi pittori sardi della prima metà del Novecento. La fama di Atzara, infatti, spaziava già allora fuori dalla Sardegna: aveva raggiunto la Spagna, invogliando famosi pittori iberici costumbristi, come Eduard Chicharro e Antonio Ortiz Echagüe, a trascorrere lunghi periodi nelle sue antiche case di foggia catalana. Successivamente  seguirono l’esempio degli spagnoli i pittori sardi Antonio Ballero, Filippo Figari, Giuseppe Biasi, Mario Delitala, Carmelo Floris e Stanis Dessì. Atzara, infatti, sin dai primissimi anni del secolo scorso fu meta ininterrotta di una quantità di giovani pittori  come quelli prima indicati, che vi importarono un nuovo modo di dipingere, facendo di Atzara la capitale artistica più innovativa, pittoricamente parlando.
Questo fermento artistico vissuto da Corriga in età giovanile accende ulteriormente la sua fantasia e la sua predisposizione artistica che ricevette dunque uno stimolo importante dalla frequentazione di questi artisti e dalla presenza e dall’ammirazione delle importanti opere d'arte da questi realizzate. La fantasia artistica del giovane Corriga ricevette una prima sapiente educazione da parte del grande pittore tedesco Richard Scheurlen, che trascorse molti anni ad Atzara. Altro importante ulteriore stimolo a perfezionarsi nell’arte pittorica lo ricevette da Filippo Figari, diventato in quel periodo direttore dell'Istituto d'Arte per la Sardegna di Sassari. Dal 1935 al 1941 Antonio Corriga si trasferisce a Sassari dove frequenta l'Istituto d'Arte. Qui entra in amicizia con Stanis Dessy, appassionandosi alla tecnica dell'arte dell’incisione in cui  Dessy era un grande maestro. Nel 1941-42 partì per il servizio militare e, una volta rientrato a Sassari, si diplomò all'Istituto d'Arte. Nel 1943 si trasferì a Firenze per frequentare l'Istituto Superiore d'Arte "Magistero di Porta Romana", dove conseguì il diploma nel 1944, ottenendo l'abilitazione all'insegnamento. Non pago dell’esperienza acquisita, sempre ne capoluogo toscano,  frequentò per alcuni anni l'Accademia delle Belle Arti, per poi rientrare definitivamente in Sardegna nel 1946.
Al suo rientro si trasferì ad Oristano, dove aprì un laboratorio di ceramica dedicandosi anche all’insegnamento presso la scuola professionale diretta da Vincenzo Urbani. Nel 1946 tenne anche la sua prima mostra personale di pittura. La sua ispirazione pittorica è  incentrata prevalentemente su scene di vita paesana e sui generi tradizionali quali il ritratto, e si sviluppa nel solco di un realismo non esente da impennate espressioniste. L’attività di ceramista non dura molto: non lo appagava particolarmente e dopo qualche anno lascia l'arte della ceramica per concentrarsi unicamente sulla pittura. Questa si che lo affascinava in modo più pregnante! Pur affrontando diverse tematiche è sempre più attratto dal sacro, quello profondamente presente nella tradizione popolare sarda: famose ed uniche le sue processioni, i volti sofferenti dei confratelli, la partecipazione sentita del popolo ed in particolare la rappresentazione delle figure sacre. Ha lasciato anche un’impronta indelebile  in pregevoli rappresentazioni della vita nei campi, in figure in costume e, da buon socialista, in rappresentazioni della protesta sociale. La sua fama nel frattempo ha, con forza, scavalcato i confini dell’Isola. Gli vengono commissionate numerose opere per edifici sacri, tra le quali ricordiamo le più importanti: la “Crocefissione” per la parrocchiale di Fonni e la Pala d’altare per la chiesa della Madonna di Bonaria a Cagliari. Altre sue opere di pregio, nel complesso della sua vasta produzione, sono le grandi pale d'altare eseguite per la Chiesa di S.Sebastiano in Oristano, per la Cappella dell'istituto Cottolengo di Fordongianus e per la parrocchiale di Atzara. Corriga opera anche nel contesto commerciale, realizzando illustrazioni per pubblicazioni in sardo, etichette e numerosi manifesti. Questo il poliedrico uomo Corriga, grande “artista” dalle mille sfaccettature.

Anche il Corriga uomo “socio-politico” è attivo: fortemente interessato alle vicende della sua città d’adozione, Oristano, è militante ed attivista nel partito socialista; partecipa attivamente alla vita politica cittadina ed è più volte eletto consigliere comunale. Per diversi anni, dal 1966 al 1976,  è presidente dell' I.S.O.L.A. Nel 2000 diventa direttore artistico della Pinacoteca "Antonio Ortiz Echagüe" di Atzara, le cui sale custodiscono diverse sue tele tra cui i Funerali di un socialista, dipinto in memoria di Peppino Catte. Numerose sue opere sono conservate presso gli uffici della Regione Sardegna, della Provincia di Oristano, del Comune di Oristano, del Comune di Atzara, nella sede della Comunità Montana Barbagia-Mandrolisai. Nel 2007 il Museo d'arte moderna e contemporanea di Atzara presenta ”Pinturas de ammentos”, mostra antologica che ripercorre sessantadue anni della sua carriera artistica. Ecco un sintetico consuntivo delle sue più importanti mostre. Muore ad Oristano il 16 dicembre 2011 all'età di 88 anni.

Cari amici, Antonio Corriga può essere considerato oggi uno tra gli uomini migliori del panorama artistico sardo: pittore, acquerellista, incisore, scultore e ceramista. Personalmente sono convinto che la sua città d’adozione, Oristano, dovrebbe tributargli non pochi riconoscimenti, anziché ignorarlo. Spero che il tempo non copra anche il suo ricordo con quella grigia patina di oblio che altri, come Antonio Garau, hanno già tristemente assaporato.

Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario


                            


                               

domenica, marzo 10, 2013

ITALIA CENERENTOLA D’EUROPA? PER LE AGENZIE DI RATING SI! SENZA UN GOVERNO CREDIBILE SIAMO GIA’ ALL’ULTIMA SPIAGGIA!

Oristano 10 marzo 2013

Cari amici,

come molti di Voi avranno già letto sui quotidiani o sentito nella varie reti TV il rating assegnato da Fitch all’Italia, come “affidabilità del Paese” cala ancora: l’Azienda Italia passa da “A-“ a “BBB+“, in poche parole caliamo al penultimo posto in classifica, prima del livello spazzatura. Era una decisione attesa quella presa dall’Agenzia di Rating e mette ancora più in evidenza la recessione in atto nel nostro Paese, una delle peggiori tra i Paesi membri dell’Unione Europea.

                                      
La decisione dell’agenzia riflette «il risultato inconcludente espresso dal recente voto», che certamente ha messo in allarme i mercati mondiali circa la nostra affidabilità e capacità di portare avanti le improrogabili riforme strutturali, necessarie per far uscire il Paese dalla recessione. Il Tesoro, per bocca del ministro Grilli, ribadisce con forza: «Avanti con le riforme», ma portate avanti da chi? Quella di Fitch è una grande doccia fredda che colpisce l’Italia sulla scena internazionale, dopo l’esito del voto del 24 e 25 febbraio, ma certamente attesa e ineluttabile. La decisione dell’importante agenzia di rating dell’8 Marzo, presa poco dopo le 18.00 a mercati chiusi, falcia di un gradino il rating dei titoli di Stato italiani, portandolo a BBB+ da A- con outlook negativo, allineando il proprio giudizio a quello di Standard & Poor’s e Moody’s, che nei mesi scorsi avevano già abbassato il giudizio sull’Italia.
Fitch inquadra il taglio in un panorama atteso di recessione pesantissima. Un cupo scenario che il  Tesoro, in una nota dettagliata, cerca di ammorbidire riconoscendo all’azione di governo «diversi aspetti positivi» finora portati avanti. Il Ministero di via XX Settembre per bocca di Grilli si dice fiducioso nel fatto che «l’Italia troverà la soluzione politica e proseguirà il processo di riforma in corso». Belle parole…ma i fatti? Il downgrade evidenziato per ultimo da Fitch rispecchia «il risultato inconcludente delle recenti elezioni» che «rendono improbabile la formazione in tempi brevi di un nuovo governo stabile». Fitch continua la sua analisi spiegando che i «dati del quarto trimestre 2012 confermano che la recessione in corso in Italia è una delle più profonde in Europa». Avverte poi che «la sfavorevole posizione di partenza e i recenti sviluppi aumentano il rischio di una recessione più protratta e lunga di quanto inizialmente previsto». Fitch prevede una contrazione del Pil dell’1,8% nel 2013 e vede il debito schizzare vicino alla soglia del 130%, in rialzo dal 125% stimato a metà del 2012. Sono previsioni da capogiro!
L’unica preoccupazione evidente è quella espressa dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, mentre i partiti continuano a litigare sui “punti di un ipotetico programma”, siano essi otto o quant’altro! Napolitano ha recentemente sostenuto, alla celebrazione al Quirinale in occasione della festa della donna, che “La crisi non aspetta! Adesso l’Italia si dia un governo”. Il Capo dello Stato ha, poi, continuato: «Momento complicato, ma lo supereremo. Mi auguro un clima disteso, già dall’elezione dei presidenti delle Camere». Tutto ciò mentre nel PDL Silvio Berlusconi sembra impegnato a districarsi dalle sabbie mobili del processo Ruby e dai fastidi di una congiuntivite che lo hanno portato a farsi ricoverare in ospedale. Nel PD, invece, nonostante le aperture di Bersani al M5S di Grillo per un Governo di minoranza, si attacca Beppe Grillo, a titolo personale, chiedendogli chiarimenti su un’inchiesta del settimanale “l’Espresso”, che rivela l’esistenza di 13 società in Costa Rica riconducibili all’autista del leader 5 Stelle ed a sua cognata. «Il resort non esiste», replica secco Grillo sul suo blog.
Scenari certamente da tragi-commedia, incuranti delle priorità di cui il Paese necessita.
Lo stallo istituzionale, infatti, persiste e Giorgio Napolitano non può che rammaricarsi di queste “bocce ferme”. Salgono pertanto le quotazioni di un eventuale “Governo del Presidente”, nel caso che il formale primo incarico a Bersani risulti infruttuoso. Credo che nel PD non ci sia, in questo drammatico momento, la giusta lucidità. Ieri Renzi, intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, ha dichiarato che: "Se Bersani agli 8 punti aggiungesse l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non farebbe alcun atto di demagogia ma di serietà". "Si ristabilirebbe una sintonia con il Paese", ha aggiunto. Se Bersani fallisce, nuove elezioni, continua Renzi. "Tutto il Pd ha detto: vai avanti Bersani con gli otto punti. Io non sono molto ottimista ma spero che ce la faccia”. “Se non ci sarà il governo Bersani mi sembra naturale che si torni a votare. Prediligo - ha spiegato Renzi - qualsiasi soluzione che dia chiarezze: che siano le elezioni o un governo che faccia un piano sul lavoro e poi la legge elettorale. Ma se andiamo al voto, dobbiamo fare le primarie".
Di certo rimane forte la preoccupazione espressa in particolare da Napolitano, per una «nebbia» che sembra infittirsi invece che diradarsi. In questa fitta “nebbia” il Presidente ha rivolto un nuovo appello ai partiti che sembrano troppo “distratti”, mentre la tempesta si sta addensando sull’Italia: «i problemi urgenti e le questioni di fondo che riguardano l’economia, la società, lo Stato, non possono aspettare, debbono ricevere risposte e dunque richiedono che l’Italia si dia subito un governo ed esprima uno sforzo serio di coesione». Serve coesione quindi, e sin da subito visto che il primo appuntamento cruciale - quello dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato - si sta avvicinando. Anzi, «un clima disteso e collaborativo sarebbe auspicabile e costituirebbe un segnale positivo per chi guarda all’Italia», ha ricordato Napolitano sapendo che i mercati sono in posizione d’attacco.

Chissà se questi moniti, questi suggerimenti, espressi a così alto livello, daranno i frutti sperati. L’Italia non può rischiare di sprofondare in una crisi da cui difficilmente si rialzerebbe in tempi brevi! Il vortice che potrebbe risucchiarci sarebbe un cataclisma che ci farebbe affondare. Gli ultimi esempi, uno per tutti la Grecia, dovrebbe farci riflettere.

Chissà se riusciremo a rinsavire prima che sia troppo tardi!



Riflettiamo tutti.

Mario