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venerdì, aprile 27, 2018

IL DRAMMATICO SUICIDIO DI GIADA DE FILIPPO. QUANDO IL CONFLITTO, SPESSO INVISIBILE, TRA GENERAZIONI PORTA A TRAGEDIE TERRIBILI E ASSURDE.


Oristano 27 Aprile 2018
Cari amici,
La recente tragedia di Giada De Filippo debbo dire che mi ha provato non poco. Giada, 26 anni, era una giovane come tante, apparentemente gioviale, allegra, anche fidanzata, iscritta in Farmacia presso l’Università Federico II di Monte Sant’Angelo a Napoli. Nel giorno in cui aveva confermato a genitori, fidanzato e amici, di essere stata fissata la data della laurea, ha convocato tutti ad assistere alla discussione della sua tesi di laurea, ma tutto questo era solo un castello di carte: era solo una gigantesca bugia! E lei, incapace di confessarla, si è tolta la vita gettandosi dal tetto della sede universitaria.
Una decisione terribile, come ha raccontato Il Corriere della Sera, motivata dal fatto che Giada, per mille ragioni sconosciute, non aveva mai sostenuto un solo esame (non era nemmeno più iscritta alla facoltà di Farmacia), per cui non poteva certo discutere alcuna tesi. E lei, per non confessare alla famiglia la verità, ha preferito morire in un modo terribilmente tragico, lasciando tutti senza parole. Ebbene, quando succedono fatti così tragici credo che non bisogna solamente piangere, ma cercare in profondità le ragioni scatenanti che hanno portato alla tragedia.
Personalmente ho provato a pensare alla causa principale che può aver causato in lei quel terribile “black out” che l’ha portata a dire addio alla vita, dopo aver fino all’ultimo cercato di resistere alla tentazione di farlo, lasciando tutto e tutti senza parole. Una tragedia, quella di Giada, che, ne sono certo, ha toccato il cuore di tutti; ora, a tragedia avvenuta, è nostro dovere riflettere, cercare di “capire il perché”, comprendere, anche se a posteriori, il suo malessere, per poter evitare altre tragedie, perchè quel suo gesto disperato venga visto nella giusta luce: un forte grido d’allarme che non può e non deve essere sottovalutato.
Si, amici, credo che quel messaggio terribile debba costringerci a fare un’attenta riflessione interiore. Il divario che esiste tra noi e le Nuove Generazioni andrebbe vissuto in modo diverso, evitando, da parte nostra, plagi e imposizioni fuori luogo, privo di prevaricazioni. La generazione successiva alla nostra, a prescindere dal fatto che siamo genitori, educatori, parenti o amici dei nostri giovani, andrebbe – secondo il mio punto di vista – seguita e gestita in modo in modo meno pressante e impositivo; il nostro compito è quello di “aiutare loro a raggiungere gli obiettivi che si sono posti, non quello di costruirli noi per loro"! Quanti di noi genitori si ostinano ad imporre la facoltà, il corso di laurea, la professione da esercitare domani, costruendo a nostro piacere una strada che nella gran parte dei casi loro non condividono?
Nel caso di Giada (di lei non conosco nulla, a parte le poche riflessioni da lei affidate a Facebook), credo che anche lei rientri in quelle ipotesi che facevo prima. Esaminando quanto da lei scritto su FB, mi è parso di cogliere alcune sfumature del suo carattere, delle sue aspirazioni, del suo modo di essere e di pensare. Questo mi ha fatto arrivare alla conclusione che, forse, anche a lei è mancata una certa libertà di scelta, quella libera ricerca del suo futuro senza vincoli o imposizioni di altri; ho immaginato che si sia trovata vincolata a seguire strade che per lei non erano quelle dei suoi sogni.
Quanto sostengo (non ho la verità in tasca, le mie sono solamente personali riflessioni) credo possa rilevarsi, per esempio, da alcuni commenti da lei espressi in diversi post, tra i quali voglio citarne tre: uno dedicato ad un pensiero di Paulo Coelho, uno alla “Piccola fiammiferaia” e un altro che evidenzia un dialogo tra Charlie Chaplin e Albert Einstein.
Il primo è certamente il più significativo; Coelho parla degli atteggiamenti che l’uomo può intraprendere nella sua esistenza: quello di costruire un edificio oppure di piantare alberi. Se sceglie di costruire, dice Coelho, al termine della costruzione questa è qualcosa "di finito", qualcosa di immobile, senza rinnovamento; se si sceglie la seconda, quello di piantare alberi, il suo lavoro non ha mai termine, perché quanto ha realizzato si rinnova in continuazione, in quanto “al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere”. Significativo come esempio, non credete?
Nel post della “Piccola fiammiferaia”, invece, credo che Giada ritrovasse in quella bambina l’insoddisfazione che la attanagliava, quella di trovarsi in un contesto che per lei non era consono, e nel quale i fiammiferi rappresentavano i suoi desideri irrealizzati, che, uno dietro l’altro, dopo una breve luminosità si spegnevano, come, forse, si spegnevano i suoi sogni.
Interessante anche il post del dialogo tra Chaplin e Einstein. Quando Albert Einstein incontrando per la prima volta Charlie Chaplin gli disse: «Quello che ammiro in lei è la capacità di farsi capire senza aver mai detto una parola», e Chaplin rispose «È vero, ma lei è più bravo di me perché il mondo la stima pur non capendo niente di tutto quello che ha detto», io penso che Giada si immedesimasse proprio in uno dei due personaggi, magari proprio in quello di Chaplin!
Cari amici, sono padre anch’io e so che il costante pensiero di ogni genitore è quello di vedere nei propri figli quella realizzazione che ciascuno di noi ha sempre sognato. Ma l'errore di fondo sta proprio qui: i nostri figli sono diversi da noi, il loro pensiero non è uguale al nostro!
Cercare di costruire nei nostri figlio quello "Status" che noi non siamo riusciti a conquistare è profondamente sbagliato. Questo nostro obiettivo, valido per noi, può diventare per loro un pesantissimo fardello che loro non sono capaci di reggere. Noi vorremmo, magari, vederli plurilaureati, in materie a noi congeniali, in un posto di lavoro di nostro gradimento, dimenticando, però, che a loro tutto questo può non piacere, in quanto vogliono realizzarsi in altri campi, spesso molto diversi. Allora sorge il conflitto interiore che, dopo l'iniziale accettazione passiva del nostro volere, sfocia in disperazione, con conseguenze spesso terribili, come credo sia successo a Giada.
Ho letto con attenzione quanto il Prof. Guido Saraceni, docente di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica alla Facoltà di Giurisprudenza dell'università di Teramo, ha postato su Facebook dopo la tragica fine di Giada. Il suo è un messaggio da meditare con grande attenzione. Eccolo. «L'Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro. Studiare significa seguire la propria intima vocazione. Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso. Cerchiamo di spiegarlo bene ai nostri ragazzi. Liberiamoli una volta per tutte dall'ossessione della prestazione perfetta, della competizione infinita, della vittoria ad ogni costo. Lasciamoli liberi di essere se stessi e di sbagliare. Questo è il più bel dono che possono ricevere. Il gesto d'amore che può letteralmente salvarne la vita».
Addio Giada, spero, da credente, che il nostro Dio Padre, che nella Sua immensa bontà tutto vede e tutto perdona, possa averti già dato il Suo abbraccio paterno e il Suo conforto, quello che sulla terra ti è mancato. A noi non resta che piangere sulle nostre colpe.
Mario
Questo significativo post era sulla pagina FB di Giada

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