Oristano 22 Settembre 2012
Cari amici,
Dopo aver ripercorso con Voi la lunga strada della misurazione del tempo, limitata all’arco temporale del “tempo breve”, il giorno, eccomi di nuovo per una seconda “lettura allargata”, relativa, però, alla rendicontazione del “tempo lungo”, il costante ripetersi di quella indefinibile ma pesante “entità” che, pur priva di massa e di spazio, ci avvolge quotidianamente nelle sue spire. In questa “seconda lettura” rivedremo il percorso fatto dal “Calendario”, strumento indispensabile per rendicontare il trascorrere dei giorni, l’alternarsi delle stagioni, fissare i momenti buoni e cattivi dell’esistenza. Il primordiale calendario, nato con la semplice incisione di segni ripetuti su un bastone, si sviluppò successivamente in modo ordinato e complesso, quantificando e raggruppando i giorni, partendo in origine dai riferimenti naturali, il sole, il ciclo della luna e gli astri.
Il raggruppamento dei giorni in Settimane non si conosce con esattezza nè quando e nè da chi sia stato introdotto. L’ipotesi più accreditata è che sia stato il ciclo lunare a suggerire questo raggruppamento: le fasi lunari, infatti, sono quattro (primo quarto, Luna piena, ultimo quarto e Luna nuova) separate da un po’ più di sette giorni l’una dall’altra. Probabilmente fu in questo modo che si andò affermando la settimana di sette giorni e le origini di questo metodo vengono attribuite ai Babilonesi (anche se non vengono esclusi altri popoli come gli egiziani ed i persiani), circa 700 anni prima di Cristo. Gli astrologi che abitavano quelle terre chiamarono i giorni della settimana con i nomi dei pianeti, ognuno dei quali avrebbe avuto un particolare influsso su ciascuno di essi. L’introduzione della “settimana” di sette giorni si diffuse ampiamente e venne accolta anche nell'impero romano a partire dal I secolo d.C., sostituendo il precedente metodo che conteggiava, invece, un ciclo di otto giorni, il primo dei quali, chiamato novendinae o nundinae, era giorno di mercato. Fu l'imperatore Costantino che, con un editto del 321 d.C., ufficializzò l'uso della settimana di sette giorni, di cui il primo, chiamato ancora dies Solis, il giorno del Sole, era obbligatoriamente di “astensione dal lavoro” per tutti i cittadini non agricoltori. Era un artifizio, questo, che In qualche modo consentiva il riconosciuto del giorno festivo dei cristiani, ma senza scontentare i pagani adoratori del sole.
Tornando ai Babilonesi, i nomi che questi avevano dato ai giorni della loro settimana erano quelli dei cinque pianeti allora conosciuti (Saturno, Marte, Mercurio, Giove, Venere) più quelli del Sole e della Luna; tali nomi, come possiamo osservare, sono sostanzialmente rimasti fino ad oggi. Nelle province dell'Impero romano i nomi dei pianeti furono sostituiti con i nomi degli dei della religione del luogo: così, ad esempio, Wednesday è, in inglese, il giorno di Wodan, corrispondente al dio Mercurio. Gli Ebrei probabilmente adottarono la settimana babilonese, ma in seguito tolsero i nomi dei primi sei giorni (numerandoli semplicemente) e chiamarono il settimo Shabbat (che corrisponde al nostro sabato), ovvero Quiete, poiché nella Genesi è scritto che Dio consacrò il settimo giorno, in quanto in quel giorno cessò il lavoro della creazione e si riposò. I cristiani si adeguarono ai nomi della settimana di origine pagana, cambiandone solo due: quello di Saturno fu modificato in Sabbatum o Sabbata (derivandolo dal Shabbat ebraico; ma si noti che in inglese, ad esempio, è rimasto Saturday), mentre il giorno del Sole fu sostituito da Dominicus o Dominica dies (= giorno del Signore; anche qui si noti che in inglese è rimasto Sunday, e analogamente nei paesi di lingua germanica). Se per il calendario liturgico dei cristiani la domenica è il primo giorno della settimana (così come per gli ebrei: infatti per la Bibbia l'ultimo giorno è il sabato), ai fini civili viene generalmente considerato come primo giorno il lunedì, anche perché la norma ISO (International Organization for Standardization) IS-8601 stabilisce che sia così. Di fatto, mentre nella maggior parte delle nazioni viene considerato primo giorno il lunedì, in altre (come in Russia) viene ritenuto come primo giorno la domenica. La citata norma internazionale IS-8601, oltre che considerare il Lunedi primo giorno della settimana, assegna anche un numero ad ogni settimana dell' anno.
Il raggruppamento delle settimane in mesi è sempre stato mutuato dalle fasi lunari: il ripetersi, ogni 29 giorni circa del ciclo lunare. La Luna nuova, infatti, si ripresenta ogni 29 giorni e mezzo circa e da una primavera all'altra ricorrono circa dodici Lune nuove. Il numero dodici si rivela molto agevole all’impiego in quanto è divisibile, senza dare resto, per due, per tre, per quattro e per sei e nessun altro numero così piccolo ha queste caratteristiche. Viene quindi spontaneo pensare che gli antichi, non molto abili nel far di conto, abbiano trovato utile dividere l'anno in dodici mesi ed adottare quindi le fasi lunari per scandire ulteriormente il tempo. Con la rendicontazione del trascorrere del tempo mediante questa divisione in giorni, settimane, mesi ed anni era nato quello che ancora oggi viene chiamato “CALENDARIO”.
Per curiosità e completezza d’informazione rivediamo l’origine del termine ‘calendario’. La parola “calendario” deriva da calendae, il primo giorno del mese, termine che a sua volta trae origine dal verbo latino calare che significa “convocare”, “chiamare a raccolta”. Nel giorno delle calendae, infatti, si usava pagare i debiti che erano segnati su un registro chiamato calendarius. Siccome nel calendario greco le calende non esistevano, si diceva pagare alle calende greche per intendere che non si sarebbe pagato mai; oggi è rimasta l’espressione “rinviare alle calende greche” quando si allude a qualcosa che non si farà mai! Ecco ora i vari tipi di calendario adottati dai popoli antichi.
IL CALENDARIO EGIZIANO.
Gli Egizi furono sicuramente una di quelle popolazioni antiche che, per determinare le stagioni adatte alla semina, elaborarono un “calendario” basato sulla costante ripetizione dei cicli lunari. Il popolo egiziano dipendeva, per la sua sopravvivenza, dalle benefiche inondazioni del Nilo che fertilizzavano le terre e si ripetevano, anno dopo anno, con incredibile puntualità. Gli Egizi notarono che il Nilo straripava, arricchendo i campi di fertile humus, giungendo regolarmente ad intervalli di 365 giorni, corrispondenti a poco più di 12 cicli lunari. Ciò li portò a dividere il tempo in dodici mesi. Stabilirono, quindi, in 30 giorni la durata del mese per un totale di 360 giorni. Infine, per fare in modo che la durata dell'anno corrispondesse al ritmo delle piene del Nilo, aggiunsero altri 5 giorni al fine di portare l'anno esattamente a 365 giorni. I cinque giorni complementari, che venivano aggiunti alla fine della stagione dei raccolti, erano giorni di festa e venivano considerati un piccolo mese a parte. Essi erano detti epagomeni da un termine greco che significa "portare sopra", "aggiungere".
IL CALENDARIO MAYA.
Tra i calendari del continente americano certamente il più completo fu quello dei Maya. Questo popolo aveva tre diversi calendari. Il primo considerava l'anno diviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, cui seguivano 5 giorni nefasti, nei quali nessuna attività veniva svolta, e che non erano né nominati né calcolati. AI termine del quinto giorno i sacerdoti-astronomi consultavano i libri del tempo e, resisi conto che il mondo non sarebbe finito, decretavano con riti e sacrifici l'inizio del nuovo anno. Il secondo era un calendario sacro di 260 giorni che non aveva relazioni con l'osservazione astronomica. Il terzo veniva detto «conto lungo» e computava i giorni a partire dal 3111 a.C. I Maya avevano una concezione ciclica del tempo. Dopo un certo numero di anni gli stessi fatti e le stesse conseguenze dovevano ripetersi. La coincidenza tra i giorni del primo e del terzo calendario avveniva ogni 52 anni, cioè ogni 18.980 giorni, dopo di che tutti gli eventi si ripetevano come nel ciclo precedente.
Di quest’epoca ci resta uno spettacolare monumento riportante un calendario azteco, inciso su pietra, del diametro di 4 metri e pesante 24 tonnellate, che raffigura la storia del mondo secondo la cosmologia di quel popolo.
IL CALENDARIO ROMANO.
Il primo calendario degli antichi romani, che va sotto il nome di calendario di Romolo, era già in uso 750 anni prima di Cristo e contava solo 10 mesi, cioè i mesi in cui si svolgevano i lavori nei campi, mentre trascurava il resto dell'anno. Si trattava, fondamentalmente, di un calendario lunare che veniva raccordato con le stagioni in modo approssimativo. I nomi degli ultimi quattro mesi di questo antico calendario: settembre, ottobre, novembre e dicembre, che indicavano, rispettivamente, il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese, sono rimasti gli stessi quando, all’inizio dell'ottavo secolo avanti Cristo, lo stesso venne modificato e integrato con l’aggiunta di altri due mesi. Un primo miglioramento al calendario di Romolo fu apportato da Numa Pompilio, il secondo re di Roma che regnò dal 715 al 672 a.C. il quale, come abbiamo accennato, lo allungò portandolo da 10 a 12 mesi lunari, per complessivi 354 giorni. I due mesi aggiuntivi furono chiamati januarius (da Giano, il dio a cui il mese era consacrato) e februarius (da februa, festa della purificazione che si teneva a metà di quel mese) e furono messi in coda all’elenco di quelli esistenti. Ora però, poiché l'anno solare dura 365 giorni e qualcosa, per uniformare questo corto calendario lunare con quello più lungo scandito dalle stagioni, venne introdotto un mese supplementare di 22 o 23 giorni da aggiungersi un anno sì e un anno no. Questo tredicesimo mese, più corto degli altri, fu chiamato Mercedonio (dal latino merces che significa “mercede”, “relativo alla paga”) e fu collocato dopo il giorno delle terminalia il giorno dedicato a Termine, il dio dei confini, che si festeggiava il 23 febbraio, cioè in pratica alla fine dell’anno che allora iniziava a marzo, con la prima lunazione di primavera. Il mese aggiuntivo doveva comprendere anche gli ultimi cinque giorni di febbraio, ma la regola non sempre veniva rispettata. Come abbiamo già detto, le decisioni circa il calendario venivano prese dai sacerdoti i quali, un po’ per ignoranza, un po’ per motivi politici e di interesse personale (essendo gli stessi anche dei funzionari pubblici), lo manomettevano spudoratamente al fine di prolungare il periodo del loro mandato o abbreviare quello degli avversari.
IL CALENDARIO GIULIANO.

Il calendario di Giulio Cesare subì, nel tempo, modifiche e aggiustamenti più o meno rilevanti. Dopo le modeste modifiche apportate da Cesare Augusto un ulteriore ritocco fu apportato da Costantino il Grande, l’imperatore romano convertitosi successivamente al cristianesimo. Due secoli dopo il Concilio di Nicea, le Chiese d’Oriente e quelle d’Occidente, nonostante l’invito di Costantino, non si erano ancora messe d’accordo sulla data della Pasqua. Un primo motivo di contrasto riguardava la data dell’equinozio primaverile che per gli Egiziani cadeva il 21 di marzo, come era stato deciso durante il Concilio, ma per i Romani era il 25 marzo, come avveniva ai tempi di Cesare. Un altro motivo di contrasto era quello relativo alla ricerca dei metodi utili per armonizzare l’anno solare con le fasi della Luna. La presa di contatto fra Sole e Luna, cioè in pratica la fusione di un anno lunare di 345 giorni con un anno solare di 365 giorni e un quarto rappresenta ancora oggi un complesso problema astronomico. Sotto questo aspetto gli orientali si erano dimostrati più abili degli occidentali ed avevano elaborato carte del tempo per predire la futura Pasqua molto più precise di quelle esistenti a Roma.

LA RIFORMA GREGORIANA.

Abbiamo visto che Giulio Cesare aveva considerato l'anno della durata di 365,25 giorni, ma in realtà esso è leggermente più corto e dura, per la precisione, 365,24220 giorni quindi è più breve, rispetto a quello considerato da Giulio Cesare. Dopo diecimila anni ci si troverebbe cioè nella stessa situazione in cui si trovò Giulio Cesare quando mise mano al suo calendario, ma in senso opposto. Giulio Cesare si trovò infatti alle prese con un calendario che andava avanti rispetto al tempo reale, mentre in questo caso si sarebbe dovuto porre rimedio ad un calendario che andava indietro rispetto al tempo reale. E quindi, mentre Giulio Cesare dovette aggiungere 80 giorni al suo calendario, creando un anno di 445 giorni, ora si sarebbero dovuti togliere altrettanti accorciando l’anno di quasi tre mesi. Prima di arrivare a questi eccessi si pensò bene di intervenire con degli opportuni aggiustamenti. Era necessario intervenire per fare coincidere nuovamente l’equinozio di primavera con la data del 21 marzo perché, con il trascorrere del tempo l’equinozio in calendario era scivolato all’indietro di 10 giorni, cioè era finito alla data dell’11 marzo. Tre furono i principali protagonisti della riforma del calendario. Oltre al papa il medico astrologo Luigi Lilio Ghiraldi ed il gesuita Cristopher Clavius. Lilio Ghiraldi elaborò una soluzione semplice e chiara per la sistemazione del calendario che alla fine ebbe l’approvazione di una commissione appositamente istituita per esaminare le varie proposte formulate da studiosi di diversa provenienza. Non vi era più tempo da perdere, i tempi ormai erano maturi e il Papa decise di promulgare il nuovo calendario. Egli, con Bolla del 24 febbraio 1582, ingiunse di cancellare 10 giorni passando direttamente da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre. Si trattava ora di provvedere affinché il calendario, con il passare del tempo, non tornasse a regredire. Si decise allora che nell’arco di 400 anni ci sarebbero stati non più 100 ma 97 anni bisestili e pertanto gli ultimi anni di ogni secolo sarebbero stati comuni (cioè di 365 giorni) ad eccezione di quelli divisibili per 400. Rimase pertanto bisestile il 1600, ma non lo furono il 1700, il 1800 e il 1900. E’ stato invece regolarmente bisestile il 2000. Eliminando tre giorni ogni 400 anni si ottiene l'anno medio della durata di 365,2425 giorni, un tempo molto vicino a quello reale. Inoltre, in quella occasione, si stabilì che l’anno iniziasse il 1° gennaio, come era stato imposto, all'inizio, da Giulio Cesare. Nonostante tutti gli aggiustamenti tuttavia nemmeno il calendario gregoriano è perfetto, perché considera l'anno ancora un po' troppo lungo rispetto a quello reale: 365,2425 giorni, contro 365,2422. Ma l'imperfezione ora è veramente minima (un giorno ogni 3.323 anni) e diverrebbe del tutto trascurabile se si stabilisse che non debbano essere bisestili, oltre agli anni divisibili per 400, anche quelli divisibili per 4000, cioè l'anno 4000, l'8000, il 12000, ecc. Per questa ulteriore sistemazione non c’è fretta e se il calendario gregoriano sarà ancora in uso, essa potrebbe divenire ufficiale fra qualche secolo, o forse anche in tempi ancora più lontani.
Il calendario di papa Gregorio XIII non fu accettato immediatamente in tutto il mondo e nemmeno ebbe l’approvazione incondizionata di tutta la comunità cristiana. Papa Gregorio XIII era un vigoroso e convinto sostenitore della controriforma e i protestanti rifiutarono il nuovo calendario ritenendolo un piano del Pontefice per riportare i cristiani ribelli sotto la giurisdizione di Roma. I Paesi cattolici si uniformarono invece entro pochi anni, mentre la chiesa di Costantinopoli l'accettò solo in tempi molto recenti.
IL CALENDARIO PERPETUO.

Il giorno sottratto al calendario verrebbe aggiunto alla fine dell’anno e indicato, invece che con un numero, come tutti gli altri, con una lettera, la W, iniziale della parola inglese World. Quella giornata cadrebbe sempre dopo il sabato ultimo giorno dell’anno, ma non sarebbe chiamata domenica, bensì World Day (Giornata Mondiale), e sarebbe considerata una festività mondiale da dedicare all’armonia e alla unità universale dei popoli; in essa tutte le razze e le nazioni del mondo si sentirebbero unite in una sola fratellanza. In verità una delle caratteristiche del modello di calendario proposto era proprio quella di un sistema scientifico da utilizzare per la misurazione del tempo che fosse privo di influenze zonali, razziali o settarie. Negli anni bisestili vi sarebbe un ulteriore giorno extra-settimanale, da aggiungersi alla fine di giugno, denominato in inglese Leap-Year Day (bisestidì o giorno dell’anno bisestile) e da considerarsi, a sua volta, festivo. Chissà se diventerà il calendario del quarto millennio!
Per ora, cari amici, continuiamo a tenerci il nostro calendario gregoriano, imperfetto certamente, ma che non necessiterà, almeno nel breve, di urgenti modifiche. L’importante è che il trascorrere del tempo possa sempre avvenire in armonia, gioia e serenità, beni preziosi e, purtroppo, sempre più rari!
Grazie, carissimi, dell’attenzione che continuate a dedicare a queste pagine.
Mario
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