lunedì, novembre 22, 2010

GLI ANTICHI RITI SARDI PER RICORDARE I DEFUNTI: “IS ANIMAS DE SU PRUGADORIU”, UNA HALLOWEEN DEL PASSATO CHE RITORNA.


Oristano 22 Novembre 2010

Cari amici,

Non volevo "chiudere" il mese di Novembre senza un piccolo ricordo del mio passato, inerente una festa particolare che vi si celebrava: quella de " Is Animas de su Prugadoriu".

Se avete piacere leggete.

Novembre, il mese universalmente dedicato al culto dei defunti, ha sempre avuto riti e tradizioni particolari per far si che grandi e piccoli mantenessero perenne il ricordo degli avi. Tale tradizione in Sardegna è stata sempre particolarmente sentita e praticata in tutti i suoi Centri, piccoli e grandi.
Bauladu, il mio paese d’origine, non ha certo fatto eccezione a questo particolare rito. Per coinvolgere tutti, soprattutto i bambini, alimentava questo momento di pio ricordo delle figure del passato con storie, miti e leggende che creavano, soprattutto in noi ragazzi, un immaginario collettivo ricco di storie e figure leggendarie.
Oggi, purtroppo la patina del tempo ha annebbiato questa tradizione e valorizzato, invece, “ riti e tradizioni altrui” che con la falsa patente di modernità spacciano per nuovo quello che, in effetti, non lo è. Certamente avremo potuto evitare il dilagare, anche presso noi, dell’americana festa di Halloween, di tradizione anglosassone, importata negli USA dai pionieri Inglesi in quanto risalente a primordiali origini celtiche. Per fortuna dopo qualche anno di disorientamento, mi pare di capire che in Sardegna, forti del nostro orgoglio e delle nostre tradizioni, si stia diffondendo la voglia di riappropriarsi della nostra tradizione, certamente meno folcloristica ma più consona e vera. Il nostro antico rituale per il ricordo dei defunti era abbastanza complesso. Esso era un insieme di riti pagani e carità cristiana, arricchito di antiche leggende, raccontate dagli anziani raccolti intorno al fuoco. Erano storie tragiche, leggende, che affondavano nella notte dei tempi e che noi ragazzi ascoltavamo estasiati, rapiti, seduti immobili nel piccolo scanno vicino al camino, con il cuore in gola, in bilico tra curiosità e paura, alimentata questa dalle ombre che le fiamme del fuoco disegnavano sulle pareti della cucina e che sembrava materializzassero quelle terribili figure leggendarie narrate.

Si raccontava che in tempi lontani, nelle vicinanze del paese, vi era un grande castello fortificato dove viveva un ricchissimo signore che era proprietario praticamente di quasi tutte le terre del circondario. A noi ragazzi questa storia sembrava proprio vera in quanto poco distante dall’abitato, lungo la strada che collegava Bauladu con Tramatza vi era, davvero, un grosso fabbricato in rovina (chiamato “Sa Turrita”) di cui, però, restava in piedi solo una spessa parete al centro della quale vi era un grande ingresso con degli alti stipiti in pietra sormontati da un arco imponente che dava proprio l’idea di entrare in un grande castello.
Questo ricco malvagio signore pur possedendo enormi ricchezze non dava il giusto a quanti lavoravano per lui. Anche in famiglia il suo comportamento era di grande cattiveria. La moglie non riuscì a dargli un figlio e lui diventava sempre più malvagio, non avendo eredi a cui lasciare tutto il suo patrimonio. Tutti dicevano che aveva venduto l’anima al diavolo, per mettere insieme tutte quelle ricchezze!
Un giorno, sentendosi ormai giunto alla fine della sua vita e non volendo lasciare a nessuno il suo forziere pieno zeppo di monete d’oro e di pietre preziose, lo chiuse a chiave e, in piena notte, lo caricò sul suo calesse e lo portò in cimitero. Questo luogo è ancora oggi chiuso da un alto muro di cinta ed ha al centro una grande Chiesa, dedicata a San Lorenzo, che in passato era stata quella del primo impianto dell’abitato di Bauladu. L’uomo, forse facendosi luce con un lume, dopo aver sollevato alcuni lastroni davanti all’ingresso, seppellì li sotto il suo tesoro, rimettendo, poi, in ordine il pavimento. Per evitare che qualcuno potesse appropriarsi del suo tesoro l’uomo prima di chiudere il forziere vi rinchiuse uno sciame di ferocissime mosche ( “sa musca macedda”) che, si diceva, potevano uccidere in pochi istanti chiunque fossero riuscite a pungere.
La leggenda del forziere alimentava il desiderio dei tanti che, in quegli anni di miseria, al pensiero di trovarsi in mano delle belle monete d’oro…sognavano ad occhi aperti. Certo il pensiero, però, di andare in piena notte in cimitero, scavare, e poi magari ritrovarsi punti dalla micidiale mosca, scoraggiava i più. Non tutti però.
Una mattina si sparse la voce che qualcuno era entrato in piena notte in cimitero e….aveva trovato il tesoro! Furono in tanti ad andare a curiosare. In effetti proprio davanti alla porta principale uno scavo recente dava l’idea che qualcuno avesse non solo scavato ma trovato, davvero, un forziere: vi erano le tracce di una cassa rimossa. La cosa fece non poco rumore. Tutti a cercare di capire chi era stato il temerario e se avesse davvero trovato il tesoro! Magari era proprio uno che, anche lui, aveva fatto un patto col diavolo! Doveva stare attento, però, perché aprendo il forziere c’erano le micidiali mosche!
Nessuno seppe mai niente, anche se, quando qualcuno esibiva una ricchezza prima non posseduta, faceva sorgere il grande dubbio: era lui ad aver trovato il tesoro?
Scusate se ho divagato un po’! Torniamo alla storia di prima.
L’antico rito nel mio paese si chiamava “ Is animas de su Prugadoriu”, a differenza di altri centri dove prendeva denominazioni diverse: “Su mortu mortu”, Ave Maria”, “carki cosa po sas animas”, “su bene de sas animas", oppure, come ad Oristano e dintorni, “Maria Punta ‘a Oru “.
Quest’ultimo rito è un po’ particolare e ve lo voglio raccontare.
“Maria Punta ‘a Oru “, come narra la leggenda, era una vecchia signora molto brutta che la notte del 1 novembre passava nelle case per mangiare la pasta che secondo la tradizione veniva appositamente cucinata per i defunti . Per l' occasione si tiravano fuori le provviste accumulate durante l' inverno: meloni, uva passa, mele cotogne, melagrane, fichi secchi, ecc. Questi frutti venivano messi a tavola e mangiati insieme alla pasta , però bisognava lasciarne un po' anche a Maria Punta ‘a Oru. Chi non ne avesse lasciata una parte si sarebbe ritrovato un buco nella pancia, perché la vecchia Signora sarebbe andata a cercarlo nel suo letto e, con “sa punta ‘a oru” ( attrezzo in ferro con la punta ricurva che serviva per fare l' orlo, “s'oru”, alle corbule ed ai setacci fatti di giunco o erbe palustri ) o con uno spiedo ( su schidoni ) gli avrebbe bucato la pancia per prendergli la pasta. Non male, vero, come storia spaventa bambini?
Torniamo al rito di casa nostra.
La notte del 1 Novembre la mensa veniva imbandita con i prodotti migliori che la famiglia poteva mettere a tavola: era in onore dei defunti, che avrebbero potuto consumare una lauta cena, e per questo restava apparecchiata tutta la notte. Noi ragazzi, invece, eravamo i protagonisti del “giorno dopo”. Al mattino, prevalentemente in gruppo - trascorsa la misteriosa notte della vigilia, nella quale avrebbero dovuto lautamente cenare i defunti che, però, consumavano solo “virtualmente” i buonissimi prodotti messi in tavola - noi andavamo di casa in casa bussando alle porte e chiedendo a gran voce, allungando un sacco: “A is animas de su Prugadoriu”!
Praticamente nessuno rifiutava di mettere qualcosa nel sacco: erano pardule, papassini, noci, mandorle, arance, melagrane ed altre leccornie che ci allargavano il sorriso, pensando alla successiva scorpacciata.
Verso l’ora di pranzo si rientrava a casa felici della “pesca miracolosa” raccolta.
Altri tempi, direte Voi.
Io debbo confessarvi che l’attuale festa di Halloween non mi ha mai entusiasmato. Preferivo e preferisco, anche oggi che ragazzo non sono più, questo nostro antico modo di trascorrere una giornata diversa, seria anche se un po’ giocosa, nel ricordo di quelli che ci hanno tracciato la via.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

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