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mercoledì, maggio 02, 2018

LA SARDEGNA E L’INDUSTRIALIZZAZIONE SBAGLIATA. LA TRISTE STORIA DELL’ORO DI FURTEI E LA ROVINA DI UNA ZONA A VOCAZIONE AGRO PASTORALE, AVVELENATA PER UN PUGNO DI LINGOTTI.


Oristano 2 Maggio 2018
Cari amici,
La riflessione di oggi è davvero amara e sconsolante. E' la triste storia dell’oro di Furtei, che tristemente riporta indietro nel tempo: alla famosa corsa all’oro del Far West, quando minatori e cercatori da una parte si spaccavano la schiena e pistoleros con cinturone e colt dall’altra rapinavano invece sacchi di pepite d’oro. 
In chiave moderna tutto questo è successo ancora, in particolare nella nostra Sardegna, che di mal di colonia aveva abbondantemente sofferto in precedenza, anche senza incappare in questa tristissima vicenda che ha letteralmente distrutto una zona povera ma ambientalmente sana e integra, storia che a mio avviso merita di essere raccontata e divulgata, affinchè tutti sappiano, per evitare che in futuro possa ancora accadere.
Tutto ebbe inizio alla fine del secolo scorso, negli anni 1988-1991. L'idea di sfruttare a livello minerario le colline intorno a Furtei fu lanciata dalla società Progemisa, attiva nel settore, che in collaborazione con una compagnia dell'AGIP, iniziò un programma di analisi di fattibilità. La ricerca proseguì per diversi anni suscitando interesse e l’AGIP, entrata in contatto con una società aurifera australiana, la «General Gold Resources», cedette a questa la sua partecipazione azionaria. Quest'ultima costituì insieme alla Progemisa la Sardinia Gold Mining S.p.a. (SGM), nata per avviare una miniera di estrazione aurifera a Santu Miali la collina adiacente a Furtei.
In quegli anni ’90 l'idea di un progetto minerario di estrazione dell'oro in Sardegna fu visto come un miracolo! Tutti si aspettavano un grande successo, facendo balenare ai sardi la possibilità di lavoro e reddito in abbondanza, convinti che la rinascita dell'Isola passasse proprio dalla sua industrializzazione. In una zona, poi, povera come la Marmilla, questa nuova industria appariva proprio come un dono di Dio. In un contesto come questo le autorizzazioni ad operare furono concesse con grande facilità, senza nemmeno prevedere (e imporre) perlomeno una rigorosa valutazione dell’impatto ambientale che il progetto estrattivo avrebbe creato, valutazione, tra l'altro, fortemente richiesta dalle associazioni ecologiste. 
Si, perchè gli scettici in effetti non mancarono nemmeno allora, considerato anche che la diffidenza non sarebbe dovuta mancare, visto l'andamento di certi tentati, precedenti investimenti in Sardegna, rivelatisi "molto fumo e poco arrosto". Ma i diffidenti che storsero il naso allora, pensando alla classica fregatura, furono considerati della Cassandre e il progetto continuò senza intoppi.
L’attività partì dunque con grande clamore, facendo sognare tante persone che immaginavano già una bella serie di lingotti luccicanti. La coltivazione del filone aurifero iniziò nel 1994 e, dopo tre anni, dagli impianti di Santu Miali uscì il primo lingotto d’oro. Tutti i giornali ne parlarono con dovizia di particolari: era l’oro uscito dalle viscere della terra sarda! Il fascino dell’oro fece dimenticare che alla sua produzione si contrapponeva un impressionante inquinamento ambientale, desertificando con una massiccia dose di veleni tutta la zona. Ogni chilo d’oro prodotto generava molte tonnellate di materiali inquinanti, creando crateri strapieni di sostanze difficilissime da smaltire. Tutto questo, però, non sembrava preoccupare nessuno, quasi che il problema non interessasse: contava solo l’oro! L’attività estrattiva, tra alti e bassi, prosegui fino alla fine del 2008, quando i canadesi della «Buffalo Gold», subentrati nel capitale della SGM, decisero per la chiusura dell'impianto estrattivo.
A conti fatti, prima dell’abbandono della miniera, a Santu Miali risultarono estratte 5 tonnellate d’oro, 7 d’argento e 17.000 di rame. Un bottino di non poco conto, un frutto importante, ma che fu portato via solo dai privati, a casa loro. Alla povera popolazione locale restarono le macerie: 47 operai senza lavoro, centinaia di ettari di territorio devastati per sempre (da 2 milioni di metri cubi di scavi) e vaste distese di fanghi variamente colorati, impregnati di metalli pesanti, lasciati in dono, senza nemmeno un "ciao, grazie!".
Ora, a devastazione conclusa, cosa resta di questo ennesimo progetto speculativo straniero che riuscì a ottenebrare la mente dei nostri governanti locali, ubriacandoli di un incontenibile entusiasmo e facendoli convinti di una grande rinascita economica del territorio? Purtroppo solo macerie e molti milioni di euro pubblici da spendere, per cercare di ripristinare lo stato dei luoghi. Si tanti soldi pubblici, perché gli amministratori di allora non si preoccuparono nemmeno di chiedere adeguate garanzie economiche per il successivo, necessario, ripristino ambientale post-estrazione.
Adesso che è la corsa all’oro nel Klondike sardo di Santu Miali è finita, non solo gli ex 47 operai sono senza lavoro, ma faticano anche a riconvertirsi, riprendendo a praticare il mestiere originario, quello dell’attività agro pastorale. Riconversione difficile, perché praticare la pastorizia o la semina in una zona così inquinata non è cosa facile. Oggi le conseguenze del "sogno dorato sardo", come dicevo prima, sono sotto gli occhi di tutti: una collina sventrata, un cratere pieno di sostanze tossiche multicolori allo stato liquido e un grande area contaminata che non si sa bene cosa esattamente contenga e come bonificarla.
La Regione assicura interventi che però non si sa quando inizieranno; si dice che i lavori di bonifica costeranno non poco: le stime parlano di uno stanziamento previsto di circa 65 milioni di euro. Soldi pubblici, ovviamente, perché come avvenuto in altri settori i guadagni vanno ai privati e i costi ambientali gravano sulle casse pubbliche. Per ora in questo Eden pieno di veleni multicolori le mucche pascolano indisturbate, come ha potuto documentare il deputato di Unidos Mauro Pili che ha pubblicato un video su Facebook. Nei campi vicini si è ripreso a seminare; gli agricoltori hanno ripreso ad arare i loro terreni ed a coltivare ortaggi, carciofi e grano come se niente fosse, tanto i veleni assorbiti dai vegetali non sono visibili ad occhio nudo. Una tristissima vergogna.
Che dire, amici? La Sardegna, purtroppo, non riesce ad uscire da secoli di sudditanza. Come potremmo mai migliorarci investendo in turismo, ambiente, natura, tradizioni, storia e tanto altro, se continuiamo a pensare ad una Sardegna “ad metalla” come all’epoca romana?
Credo che dovremmo meditare non poco!
A domani.
Mario

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