sabato, dicembre 28, 2013

DALL’OLIVASTRO ALL’OLIVO, LA LUNGA STORIA DI UNA PIANTA CHE HA MODIFICATO LO STILE ALIMENTARE DELL’UOMO. L’OLIO D’OLIVA, COMPONENTE BASE DELLA DIETA MEDITERRANEA.



Oristano 28 Dicembre 2013
Cari amici,
due giorni fa ho riportato su questo blog la storia di uno dei giganti verdi della nostra Sardegna: S’ozastru di Luras, il patriarca che da circa 4.000 anni osserva dall’alto della sua reggia granitica i fatti ed i misfatti della nostra Isola. Questo olivastro, forte ancora come una roccia, dimostra che la sua specie è una delle più longeve del mondo vegetale, ma che è anche capace di dare all’uomo il suo meraviglioso frutto: l’olio delle sue drupe, ingrediente base della nostra dieta mediterranea. La lunga storia dell’olivo e del suo olio è una storia affascinante,  che merita di essere raccontata. Mi fa piacere farlo qui per Voi.
Questa pianta è presente nel mondo fin dagli albori della civiltà umana. Prima come olivastro e poi come olivo, è conosciuto fin dal Neolitico (8000-2700 a.C.), entrando presto, con forza, nell’alimentazione umana. Nel 2500 a.C. il codice Babilonese di Hammurabi già regolamentava la produzione ed il commercio dell’olio di oliva; successivamente, in Egitto, l’olivo veniva coltivato lungo le fertili sponde del Nilo, ed il suo olio si commerciava ancor prima della XlX dinastia (1292-1186 a.C. ), essendo anche un componente fondamentale dei prodotti per le mummificazioni.
Il periodo del passaggio evolutivo dall’olivastro all’olivo domestico ci è  sconosciuto;  si ipotizza che la specie domestica sia derivata dall’ibridazione tra due specie diverse, presenti nell’area orientale del bacino del Mediterraneo:  una, forse identificabile con l’olea africana, avrebbe trasferito il carattere della foglia allungata, l’altra, ignota, avrebbe aggiunto le caratteristiche del frutto polposo e carico d’olio. La nuova specie gentile, perfettamente acclimatatasi nel bacino mediterraneo, si sarebbe presto diffusa in Egitto e quindi a Creta, dove l’olivicoltura divenne l’ossatura dell’economia locale: nel palazzo di Cnosso  sono stati ritrovati enormi depositi contenenti anfore destinate alla conservazione ed al  trasporto del prezioso prodotto. Dagli scavi archeologici di questo palazzo sono emerse tavolette d’argilla che parlano diffusamente di frutteti e uliveti, nonché un libro mastro  dell’amministrazione del palazzo che parla di luoghi di produzione e di destinazione; dettagliati anche i diversi prezzi del prodotto a seconda della qualità di produzione: da quella da destinarsi all’alimentazione a quella usata per scopi medici o, ancora, quella particolare qualità di olio da utilizzarsi per le offerte.
Decaduto l’impero cretese la diffusione dell’olivo nel bacino del Mediterraneo venne continuata dai Fenici e dai Cartaginesi, che portarono sia l’olio che le piante di olivo in tutti i Paesi che si affacciavano in questo mare. Nelle civiltà dell’epoca l’olio di oliva, grazie alla sua versatilità,  rappresentava un elemento indispensabile: era usato come detergente, combustibile, lubrificante, cosmetico, cibo e merce di scambio. E chi ringraziare se non gli dei per questo prezioso prodotto così utile all’uomo? La leggenda dice che quando sorse una disputa tra Nettuno e Atena a chi dedicare una nuova città che doveva sorgere nella zona dell’Attica (ricca di ulivi), per esserne il dio protettore, Giove, al quale si rivolessero per dirimere la controversia, si pronunciò in favore di Atena, in quanto il dono fatto dalla dea agli abitanti era l'ulivo, un dono di pace, al contrario del cavallo, donato da Nettuno, giudicato, invece, come un dono di guerra. Olivo, quindi albero con un grande significato di onore, di vittoria e di pace. Con i rami di un olivo centenario, che gli ateniesi identificavano come quello donato da Atena, si intrecciavano ghirlande per gli eroi, mentre con l’olio ricavato dagli olivi piantati attorno al Partenone venivano premiati i vincitori delle Olimpiadi. Da Atene questa consuetudine arrivò poi a Roma, dove tanto gli Imperatori quanto i generali, al momento del trionfo presero l’abitudine di cingersi il capo con ramoscelli d’olivo.
Con questi presupposti sarà Roma a diventare il centro propulsore per la diffusione della pianta dell’ulivo in tutto il bacino del Mediterraneo, in modo sistematico. Ai soldati romani sparsi in tutto l’impero veniva data una diaria dov’erano presenti il pane, il vino e l’olio; nelle raffinate tavole romane si distinguevano gli oli leggeri della Liguria e delle Marche da quelli più sapidi della Sabina, mentre quelli più pesanti,  proveniente dalla penisola Iberica e dall’Africa erano destinati all’alimentazione delle lampade.  Roma, diventò un vero mercato mondiale dell’olio: una lobby privilegiata i “negotiatores  olearii”, all’interno della borsa finanziaria dell’olio, “l’Arca Olearia”, stabilivano i prezzi, in relazione sia alla qualità  che alla quantità; l’olio di oliva  viaggiava nel Mediterraneo, contenuto nelle anfore e  a bordo delle  navi onerarie, costruite appositamente  per stipare il maggior numero di anfore, con le quali veniva trasportato in tutto l’impero.
La raffinatezza dei romani aveva creato cinque classificazioni dell’olio di oliva a seconda del grado di maturazione e della sanità dell’oliva. Plinio, a proposito “della difficile arte di ricavare l’olio” affermava che “da una stessa oliva si ricavano succhi diversi, il primo dei quali, chiamato “ex albis ulivis”, è fornito dall’oliva verde quando non è ancora cominciato il processo di maturazione, mentre la maturazione completa del frutto dà origine ad un succo più denso e meno gradevole”. Gli altri olii meno nobili, nell’ordine, erano: il viride estratto a dicembre da olive che vanno annerendosi; il maturum ottenuto dalla spremitura di olive mature; il caducum ottenuto da olive cadute a terra ed infine il cibarium prodotto con olive bacate e destinato all’illuminazione ed agli schiavi.
L’arrivo delle dominazioni barbariche, che accelerarono la disgregazione dell’impero romano, fecero subire all’uso dell’olio nell’alimentazione umana un discreto arresto, a causa delle sostanziali differenti abitudini alimentari di questi invasori, abituati a differenti fonti alimentari. 
Questi barbari, provenienti dal Nord Europa, stravolsero i sistemi agricoli del bacino del Mediterraneo, facendo regredire l’agricoltura e in particolare la coltivazione degli ulivi, stante proprio la forte differenza delle loro abitudini alimentari, che privilegiavano i grassi animali. Con il loro arrivo lardo e burro iniziano a farla da padrone, e gli ulivi vengono invece relegati nei conventi  e nei feudi fortificati. Per molti secoli l’olio diventerà merce rara e preziosa, tanto che in alcuni casi diventò “moneta di scambio”, considerato addirittura come denaro contante. La rinascita agricola, dopo secoli di abbandono, avvenne nel XIII secolo: i grandi proprietari terrieri, intravedendo nell’olio una buona fonte di guadagno, ripresero l’impianto di nuovi oliveti che rifiorirono a nuova vita. La produzione dell’olio ricominciò ad aumentare tanto che Genova e Venezia, che fino ad allora importavano l’olio dalle isole del Mediterraneo e dal Nord Africa, cominciarono a  disputarsi il commercio dell’olio nazionale. Il governo Mediceo di Firenze sarà il primo a dare grande impulso all’olivicoltura, facendola diffondere nuovamente in tutta Italia.
Nei secoli successivi la coltivazione dell’ulivo avrà fasi alterne:  in positivo, quando i  governanti  favorivano, finanziandola,  la messa a dimora  di nuove piante per far aumentare  la produzione  locale, in negativo quando, imponendo ai contadini una pressione fiscale troppo forte, questi si vedevano costretti ad abbandonare le piante o addirittura a tagliarle. Tra alti e bassi si arriva così all’inizio del secolo scorso quando durante la prima guerra mondiale si scopre che il legno dell’olivo usato come combustibile poteva sostituire egregiamente il carbone, venuto a mancare nelle fabbriche del Nord Italia; lo sconsiderato taglio di migliaia di alberi in tutta la penisola depaupererà il patrimonio ulivicolo che stenterà a riprendersi, anche per la concorrenza, negli anni 60, degli oli industriali di semi, che  riescono ad emarginare il più il pregiato olio d’oliva. I dati recenti fanno avvertire una nuova riscoperta di questo prezioso olio, in particolare quello extra vergine di oliva, per le riconosciute ed ineguagliabili caratteristiche organolettiche, che ne fanno l’ingrediente base della cucina mediterranea di cui quest’olio è primattore, oltre che per le accertate proprietà salutari dei suoi componenti, capaci di apportare benefici all’organismo, sia in termini dietetici che nutrizionali. Conosciamo, ora scientificamente questa interessantissima pianta.
In botanica la pianta dell’olivo (il termine ulivo è ormai desueto) appartiene alla famiglia delle Oleaceae. La pianta fruttifica verso il 3º–4º anno, dando la piena produttività verso il 9º–10º anno; la maturità è raggiunta dopo i 50 anni. È una pianta molto longeva: in condizioni climatiche favorevoli un olivo può vivere anche più di mille anni. Le radici, per lo più di tipo avventizio, sono molto superficiali ed espanse, in genere non si spingono mai oltre i 60–100 cm di profondità. Il fusto è cilindrico e contorto, con corteccia di colore grigio o grigio scuro, il legno è molto duro e pesante. La ceppaia forma delle strutture globose, dette ovoli, da cui sono emessi ogni anno numerosi polloni basali. È una pianta sempreverde, la cui attività è pressoché continua con attenuazione nel periodo invernale. Le foglie sono opposte, coriacee, semplici, intere, ellittico-lanceolate, con picciolo corto e margine intero. La pagina inferiore è di colore bianco-argenteo per la presenza di peli squamiformi. Le gemme sono per lo più di tipo ascellare. 
Il fiore è ermafrodito, piccolo, con calice di 4 sepali e corolla di petali bianchi. I fiori sono raggruppati in numero di 10–15 in infiorescenze a grappolo, chiamate mignole, emesse all'ascella delle foglie dei rametti dell'anno precedente. La mignolatura ha inizio verso marzo–aprile. La fioritura vera e propria avviene, secondo le cultivar e le zone, da maggio alla prima metà di giugno. Il frutto è una drupa globosa, ellissoidale o ovoidale, a volte asimmetrica, del peso di 1–6 grammi secondo la varietà, la tecnica colturale adottata e l'andamento climatico.
Da ottobre a dicembre, secondo la varietà, il frutto da verde diventa scuro (invaiatura), evidenziando la maturazione. All'invaiatura le olive cessano di accumulare olio anche se permangono ancora sulla pianta. Se non vengono subito raccolte, però, queste cadono a ripetizione dall’albero e questo comporta anche una lenta diminuzione della resa in olio, sia qualitativa che quantitativa, perché una parte della produzione va perduta per l’inacidirsi degli olii, per il marciume a terra, parassiti, e fitofagi.
La produzione di olio d’oliva nel mondo è di oltre 17 milioni di tonnellate, ricavati da circa 8 milioni di ettari coltivati. Alla fine degli anni novanta i cinque Paesi con la maggiore superficie olivicola erano la Spagna (2,24 milioni di ha), la Tunisia (1,62 milioni di ha), l'Italia (1,15 milioni di ettari), la Turchia (0,9 milioni di ha) e la Grecia (0,73 milioni di ha). I primi cinque Paesi produttori di olio di oliva erano la Spagna (938.000 t), l'Italia (462.000 t), la Grecia (413.000 t), la Tunisia (193.000 t), la Turchia (137.000 t). Le produzioni indicate sono una media delle ultime tre annate degli anni novanta. I primi cinque Paesi produttori di olive da mensa erano la Spagna (304.000 t), la Turchia (173.000 t), gli USA (104.000 t), il Marocco (88.000 t), la Grecia (76.000 t). Le tendenze attuali vedono una forte espansione dell'olivicoltura in Spagna, Marocco, Sudafrica, Australia.
In Sardegna la produzione di olio d’oliva si attesta al 9° posto tra le regioni (86.422 quintali, dati riferiti al 2010). La qualità più pregiata, è l’olio extravergine di oliva Dop. La Denominazione di Origine Protetta "Sardegna" è riservata all’olio extravergine di oliva estratto nelle zone della Sardegna indicate nel disciplinare di produzione e ottenuto per l’80% dalle varietà Bosana, Tonda di Cagliari, Nera (Tonda) di Villacidro, Semidana e i loro sinonimi. Al restante 20% concorrono le varietà minori presenti nel territorio, che comunque non devono incidere sulle caratteristiche finali del prodotto.
Cari amici, la pianta dell’olivo è, davvero, un grande dono della natura! Albero la cui paternità è attribuita dalla mitologia alla dea Atena, e che costituisce, per gli uomini, un grande dono, perfetto simbolo di forza, longevità, salute, vittoria e  pace. Personalmente credo che Dio, con questa straordinaria e robusta pianta,  abbia dato agli uomini un grande segno della Sua potenza divina: attraverso di essa l’uomo può nutrirsi, vivere in salute e creare i presupposti per conquistare la pace in tutto il mondo.

Grazie a tutti dell’attenzione.
Mario

venerdì, dicembre 27, 2013

LA SARDEGNA E GLI ANTICHI RITI PROPIZIATORI PER L’ANNO CHE STA PER COMINCIARE: “SU TRIGU COTTU” E “SA CANDELARÌA”



Oristano 27 Dicembre 2013
Cari amici,
il periodo finale dell’anno, tra Natale, Santo Stefano e Capodanno, si è sempre festeggiato in tutta l’isola all’interno della propria Comunità di appartenenza. Festa familiare e di vicinato, attraverso la quale si cercava ancor più di cementare i vincoli sia familiari che di amicizia comunitaria. In Sardegna le diverse usanze, che risalgono al passato remoto, pur nello loro apparente diversità, sono legate da un unico filo conduttore: quello di rinsaldare l’amicizia, attraverso una  “condivisione” dei beni materiali posseduti; un modo per riequilibrare, anche se per pochi giorni, le differenze sociali tra ricchi e poveri e soddisfare, in modo abbondante, le esigenze alimentari di tutti i componenti la Comunità in occasione delle festività principali.
Tradizioni, quelle sarde, esteriormente abbastanza diverse ma tutte ricche di fascino, consuetudini che continuano ancora oggi, pur mancando molti dei presupposti che nel passato le hanno create. 
Nel Campidano di Oristano, per esempio, nei giorni precedenti il capodanno si svolge la consueta distribuzione de “Su trigu cottu”, grano cotto con una bollitura in acqua e successivamente imbevuto nella sapa (spesso di ficodindia e non di mosto), offerto come auspicio per il Nuovo Anno. Tale usanza è ancora presente in diversi centri dell’Oristanese, come a Seneghe, San Vero Milis e Bauladu. In quest’ultimo centro quest’anno  la “Sagra de Su Trigu Cottu” è in calendario per il 28 e 29 Dicembre. La stessa usanza si ripete nel Campidano di Cagliari, ma con dei dolci a base di zucchero, mandorle e acqua di fior d’arancio, “Is candelaus”. A Fluminimaggiore, la mattina del 31 dicembre, i bimbi, ancora oggi, vanno in giro per le case a chiedere is candeleris, una manciata di grano bollito e un bicchiere di latte come simbolo augurale.
 L’etimologia di tali consuetudini è da attribuire indubbiamente agli antichi Romani, che solevano offrire in questa data le Kalendae votive. Tradizioni ancora più forti e radicate le troviamo nel mondo agro pastorale della Barbagia, del Logudoro e dell’Ogliastra. Nel Nuorese, per lo scambio degli auguri per il nuovo anno, si offrono delle focacce di pane bianco chiamate “Arìna Càpute”. Grazia Deledda, nei suoi scritti etnografici, osservava: “L’ultimo giorno dell’anno tutti i ragazzini e le ragazzine del popolo nuorese si riuniscono a gruppi, a compagnie e talvolta a vere processioni, e picchiano alle porte dei possidenti, chiedendo a grandi voci il candelajo. Se in qualche casa si conservano ancora i buoni costumi antichi, si apre la porta ai bambini poveri e si distribuiscono loro delle mandorle, noci, castagne, fichi secchi e nocciole. Questo è il candelarju. In alcune case si fa appositamente il pane chiamato con tal nome; è piccolo, bianco, frastagliato, lucido, in forma di uccelli e di altri animali”.

A Orgosolo in particolare, (ma anche in altri centri della Barbagia e del Logudoro) è tradizione chiudere l’anno con la festa dei bambini, “Sa Candelarìa”. Si tratta di un’antica consuetudine che vedeva grandi gruppi di bambini di Orgosolo girare tutte le case del paese, in particolare quelle dei maggiori possidenti, per chiedere quei doni che invece solitamente si chiedono alla Befana, in quanto riempire il sacco di leccornie il 6 gennaio non è una tradizione in uso nel piccolo centro barbaricino. In Ogliastra, sempre alle soglie del capodanno, si fa la strenna ai bimbi che si presentano con una parola d’augurio o si distribuiscono doni a gruppi di persone. Si parla per lo più di doni votivi, spesso materializzati in salsicce, sanguinacci, frutta secca e vino.
Tra i tanti riti del passato, che a causa della mia curiosità nel tempo ho potuto scoprire, uno di questi mi ha attratto più di altri, forse anche per il suo maggior coinvolgimento, ed è quello de “Sa Candelarìa” di Orgosolo. In questo antico rituale, dove sono coinvolti grandi e piccini, donne e uomini, famiglie consolidate e giovani coppie, c’è qualcosa di particolarmente importante: un coinvolgimento, a vario titolo ed in positivo, di tutta la Comunità. Stante questo ho pensato di farvi cosa gradita esporre anche a Voi in questo blog i dettagli di questo antico e coinvolgente rito. Rivediamolo insieme.
La mattina del 31 dicembre i bambini di Orgosolo, riuniti in gruppi, fin dalle prime luci dell’alba, si recano di casa in casa per chiedere "Sa Candelarìa". Al primo bussare le porte si aprono subito: le donne sono pronte ad accogliere positivamente e con sollecitudine la richiesta: "A nolla dàzes sa candelarìa?" (ci date la candelarìa?), riempiendo il sacco bianco (spesso una federa del cuscino) che i ragazzi portano sulle spalle. La ricorrenza è attesa con grande ansia e trasporto dai bambini. Per l’importante avvenimento indossano l’abito delle grandi occasioni, mettono in spalla il piccolo sacco di tela bianca, preparato in precedenza e, lasciata velocemente la propria casa, vanno a raggiungere gli amichetti per farsi vicendevolmente compagnia visitando le case del paese; il gruppo, a piccolo trotto, infervorato e allegro ama vivere quell’esperienza fantastica qual è sa “Candelarìa”. E’ un evento che ogni bambino orgolese aspetta tutto l’anno: per vivere, la mattina del 31 dicembre, una giornata diversa,  in completa libertà, nella quale potrà entrare in tutte le case del paese, dove riceverà una montagna di prelibatezze: biscotti, frutta e “sos cocònes”, uno squisito pane speciale che le massaie orgolesi preparono giusto per l’occasione.
Sa Candelarìa è un’usanza tramandata nei secoli, che ha un suo significato importante, se collocata all’interno di una società dove pochi erano i mezzi di sussistenza: era un modo per ridistribuire la ricchezza, un dono che apparentemente non era un’elemosina dal più ricco al più povero, ma un semplice scambio augurale per festeggiare l’anno nuovo in arrivo. “Una volta era una festa più sentita - dice zia Nania Muscau, che di candalarìe a Orgosolo ne ha viste tante - c’era molta povertà e questa era una giornata dove si aveva da mangiare in casa: coccones, frutta di stagione, in genere mele cotogne, mandorle o fichi, qualche volta si riceveva un pezzo di formaggio, erano tutte cose che ci facevano felici”.
“Su Cocòne”, questo pane speciale di Fine Anno, era (e lo è ancora oggi) approntato, per la massima parte, nei giorni immediatamente precedenti il 31, in casa, da gruppetti di donne aventi rapporti di parentela e di buon vicinato. E’ composto di farina di grano duro (sìmula) impastata con lievito, acqua tiepida, sale e strutto. Dopo una lunga lavorazione, che in passato avveniva a mano,  l'impasto viene diviso in pezzi grosso modo sferici, della grandezza di un’arancia, che vengono lasciati a lievitare; si procede quindi a spianarli col mattarello fino a ottenere una sfoglia di circa 35 cm di diametro, "Sa Tundìna". Dopo un'ulteriore lievitazione tra teli di lana, di lino o canapa (pànnos de ispica), si procede all'infornata. Poco prima il disco di pasta viene profondamente segnato a croce per tutto il suo diametro con una rotella mentre un' altra piccola croce viene impressa nelle quattro parti uguali precedentemente segnate dalla rotella.  La cottura della "tundìna" avviene in forno caldo, con fiamma leggera, senza che venga voltata in modo che la faccia superiore rimanga bianca e lucida. Appena sfornato, il pane viene accuratamente spazzolato e, quindi, ordinato a strati nelle “corbule”, capienti contenitori realizzati con steli di grano e asfodelo.
Ai bambini verrà donato un quarto - ma talvolta anche due - dell'intera "Tundìna", vale a dire un "Cocòne". Attualmente la gran parte delle famiglie destina a "Sa Candelarìa" tres "càrtos" di grano; poiché da ogni "càrtu", che equivale a 20 kg, si ottengono mediamente 40 "tundìnas", ogni casa ne avrà a disposizione 120 circa, ovvero 480"cocònes". Una famiglia con molti bambini in età di "Candelarìa" in genere ne prepara di meno, in quanto tiene conto che una notevole quantità di pane verrà raccolta attraverso la questua. Durante la mattinata avviene lo scambio del pane e dei doni. La questua dura fino a mezzogiorno, poi si fa la conta della raccolta.
Negli ultimi anni questa tradizione ha perso un po’ della sua centralità in quanto spesso i bambini sono più interessati ad altri doni, ai biscotti e ai soldi, ma mantiene la sua importanza in quanto “segna” la crescita del bambino. Partecipando alla “Candelarìa”, infatti, il bambino comincia a muoversi anche all’esterno del mondo familiare, acquisendo una certa autonomia. La partecipazione alla questua è riservata ai bambini e alle bambine dai 4 ai 12 anni circa; si ha perciò un'età compresa tra due momenti di passaggio: il primo sancisce l'acquisizione di un'autonomia motoria extra familiare e  una capacità autonoma di raccolta e trasporto: la prova diventa in pratica il superamento della prima infanzia e l'ingresso nella fanciullezza; il secondo passaggio, quello dei 12-13 anni, segna, invece, la fine dell’età della fanciullezza e l’ingresso nella fase dell’adolescenza. A 12-13 anni i bambini di Orgosolo svolgono già attività lavorative ben definite, i maschietti in campagna, specie se figli di pastori, le bambine a casa.
La Candelarìa, comunque, non è riservata solo ai bambini e non finisce certo a mezzogiorno! Essa avrà infatti un'importante appendice notturna, questa volta effettuata da gruppi di adulti, donne e uomini, e interesserà soltanto le case dei novelli sposi, quelli che si sono sposati nell’anno che sta per finire. Dopo quella dei bambini al mattino, i giovani sposi dovranno, pertanto, prepararsi a ricevere una serie di visite ancor più ampia e variegata. A partire dalle nove di sera fino alle due o le tre del mattino, dunque, gruppi delle dimensioni e componenti più svariate, che, talvolta, nei pressi delle case degli sposi, divengono una vera e propria folla, attraversano le strade e i vicoli del paese. Ciascun gruppo si ferma davanti all'uscio della casa degli sposi e leva un canto che è insieme augurale e di richiesta del pane:
 Più direttamente connesso con la condizione degli sposi e, quindi, incentrato sull'augurio di prosperità e di ingrandire presto lo famiglia appena costituita, è il testo del canto seguente:
AI termine del canto, il gruppo, che spesso chiede "vi basta?", viene invitato ad entrare in casa dagli sposi e dai parenti. Ricevuti ancora gli auguri di felicità e prosperità, gli sposi offrono "su cumbidu", ovvero vino, liquori, dolci. I più anziani ricordano che la "candelarìa" notturna veniva nel passato frequentata anche da gente povera del circondario (Oliena, Mamoiada, Fonni) che evidentemente non poteva permettersi di rinunciare alla possibilità, certamente assai rara, di ricevere gratuitamente alimenti preziosi. Le parole del canto che si riporta di seguito, tuttora eseguito, parrebbero indicare che il dono della "candelarìa" venisse consapevolmente vissuto come un'operazione di ridistribuzione di beni tendente a ricostituire uno stato di eguaglianza tra gli abitanti del paese:
Nel nome di Gesù Bambino i ricchi e i poveri diventavano uguali; un rifiuto alla contribuzione, e dunque ad accogliere il messaggio del canto, veniva mal tollerato: una risposta negativa (a perdonare), magari mandata attraverso una porta chiusa, provocava nei questuanti imprecazioni e parole di malaugurio.
Il perdurare nel tempo dell’antica tradizione de Sa Candelarìa, la partecipazione alla manifestazione, con la preparazione del pane  e l'accoglienza dei bambini, anche da parte delle famiglie colpite da lutti e da disgrazie recenti (situazioni che impongono normalmente l'astensione dalle feste), sancisce quasi un rito di comunione tra il mondo dei vivi e quello dei morti: si dice, infatti, a Orgosolo, che il pane si fa per le anime: "Est pro sas animas"; attraverso i bambini, dunque, si trasmette un dono ai defunti. Va infine supposto che, nella lunga storia attraverso i secoli di questa tradizione, la Comunità abbia voluto sempre esternare, pur nell’apparenza e per un periodo abbastanza breve, quell’utopica società di eguali.
Cari amici che dire di più? Solo augurare, di vero cuore, a tutti Voi uno splendido Nuovo Anno!
Mario


giovedì, dicembre 26, 2013

SARDEGNA: “S’OZASTRU”, LA MONNA LISA SARDA, IL PATRIARCA VERDE DEGLI OLIVASTRI MILLENARI DI SANTU BALTOLU A LURAS, CON LA SUA ETA’ STIMATA TRA I 3.000 E I 4.000 ANNI, E’ L’ULIVO PIU’ ANTICO D’EUROPA.



Oristano 26 Dicembre 2013
Cari amici,
ieri, nella dolce e riposante giornata del Natale, sfogliando, come mio solito, libri e riviste, ho ammirato con grande interesse la foto di un bellissimo albero di olivastro, uno dei giganti della nostra meravigliosa Sardegna, che da circa 4.000 anni è il testimone, vivo e vegeto, della nostra storia. S’Ozzastru, così è noto questo vecchissimo olivastro, chissà quante rivoluzioni, quante invasioni, quante lotte tra sardi e invasori avrà visto combattere! Oggi questo solido monumento vivente guarda ancora dall’alto con ironia il lento scorrere del tempo, delle mode, dei repentini passaggi di campo, furtivi o dichiarati, segnalando con lo stormire delle sue fronde, il suo muto assenso o dissenso.
E’ nato sotto una buona stella migliaia di anni fa, nell'estremo nord della Sardegna, tra i roccioni di granito, non lontano dal lago Liscia; nobile e solitario, incurante di stare da solo, ubicato nel punto più alto della vallata. Si è lasciata alle spalle la boscaglia di querce, le macchie di mirto e di lentisco, per vivere solitario, libero e regale, come un re senza corona, per poter godere appieno della salsa brezza proveniente dal vicino mare. Oggi, seppur vecchio, è ancora così maestoso e possente e guarda tutti dall’alto in basso, quasi volesse interrogare i visitatori uno per uno, per sapere il motivo della loro visita. Credo che se lo osservassimo con più attenzione, se cercassimo di dialogare con lui, forse riusciremo anche ad interpretare i suoi ricordi: chissà quante cose, volendo, avrebbe da raccontarci!
Gli anziani di Luras, il paese più vicino alla sua reggia, composta da graniti millenari lavorati dalla crespa aria marina,  dal vento e dalla pioggia, e che da sempre gli fanno compagnia, parlano di lui con riverenza e con rispetto, in quanto la lunga storia di questo “grande vecchio”, è fatta anche di ricordi di lutti umani, di disperazione, che lui non ha saputo consolare. Essi raccontano che la gente arrivava di notte dai villaggi vicini; saliva a cavallo lungo le stradine che si inerpicano tra i roccioni di granito e il lago Liscia, si lasciava alle spalle i boschi di querce e l'odore del mirto e del lentisco, e si fermava al suo cospetto, come di fronte ad un grande giudice del tempo. La sua solitudine era pari a quella dei disperati che in piena notte andavano a trovarlo. Proprio chi rinnegava la vita, accarezzando uno dei suoi forti rami lanciava, dal pianoro che domina la valle, un ultimo disperato sguardo al mondo che stava per lasciare per sempre. Il volto di tziu Ninu, 97 anni passati a pascolare le capre in mezzo ai monti della Gallura, è serio e teso, quando agli attenti numerosi visitatori dice: "Chissà quanta gente s'è appesa lassù, chissà di quante anime si è nutrito quell'albero!" Poi continua: "È un albero magico, sa? E non solo quello, anche gli altri più giovani che gli stanno intorno, quasi certamente suoi figli".
S'Ozzastru, come affettuosamente ormai è noto in tutta l’Isola (e non solo in Sardegna), definito anche "La Monna Lisa Sarda", continua, dall’alto della sua possanza, a controllare la grande vallata che ha di fronte, come fa da quasi quattromila anni, incurante delle persone che transitano, stagione dopo stagione, delle mode che cambiano, dei tempi buoni e cattivi che si alternano al ritmo delle stagioni. La sua notorietà è grande e in molti, quasi fosse un personaggio da gossip, si alternano per andare a visitarlo. Per raggiungerlo, bisogna fare la stessa strada che si percorreva cent'anni fa. Una via stretta - la provinciale 427 - che sale verso Tempio Pausania e Calangianus e si infila in mezzo a boschi, a stento risparmiati dagli incendi e dall'edilizia selvaggia. Tutt’intorno boschi di sughere, che producono la materia prima indispensabile a mantenere l’economia di tutta la zona. L’olivastro millenario S’Ozzastru, come un attore consumato, accoglie tutti con dignità, sa di essere diventato un personaggio e si rassegna al ruolo: si lascia fotografare, carezzare, abbracciare, dai tanti che lo osservano incantati. Ormai, come un re, è diventato meta di un ininterrotto pellegrinaggio da parte di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Turisti che rimangono incantati davanti alle sue fronde e al diametro imponente del suo tronco: ben 18 metri di nodi e spaccature che sembrano rughe sul viso di un anziano.
La specie rustica dell’ulivo è certamente fra gli alberi più longevi al mondo. Questo grande vecchio della Sardegna, primo in Europa per longevità, è sicuramente un l'olivastro che gli studiosi ritengono di specie “indigena”, propria della Sardegna. L’olivastro, (Olea europaea, var. sylvestris), è una specie tipicamente mediterranea,  diffusa nell’Isola da tempi antichissimi. Pianta robusta, vive fino a 600 m. sul livello del mare ed anche di più, se ubicato in zone riparate;  specie rustica, vive a lungo ed ha  un'eccezionale capacità di riprendersi, anche se la ceppaia è stata attaccata dal fuoco o dal gelo.
Chissà chi fu il primo uomo a cercare di utilizzare l’olio di olivastro nell’alimentazione umana! Quando e dove qualcuno ebbe per primo l’intuizione di spremere le sue piccole drupe, non è dato saperlo con certezza.  
Le ricerche archeologiche effettuate in Francia, nei pressi di Mentone, hanno rinvenuto noccioli di oliva in insediamenti risalenti al Paleolitico, dunque 35.000-8000 anni prima dell’era cristiana. Al Neolitico (8000-2700 a.C.) datano, invece, i reperti che testimoniano la presenza dell’ulivo sia nella penisola Iberica che in Italia, in Puglia, Nel 2500 a.C. il codice Babilonese di Hammurabi regolamentava la produzione ed il commercio dell’olio di oliva nell’area della “mezzaluna fertile”, quella terra che si estende tra i fiumi Tigri ed Eufrate. Reperti fossili rinvenuti sul lago di Garda, testimoniano che questa pianta era già utilizzata nell’alimentazione umana durante l’età del bronzo (1500-1000 a.C.). In Egitto, lungo le sponde del Nilo si commerciava l’olio ancora già prima della XIX dinastia, (1292-1186 a.C.) in quanto costituiva prodotto fondamentale per le imbalsamazioni. La storia di questa pianta risale dunque agli albori della civiltà umana.
S’Ozzastru, sicuramente sorride di tutta questa nostra curiosità per la sua specie. Diffida degli uomini curiosi che cercano di scavare nel suo passato! Lui in questi quasi 4.000 anni, vissuti nel suo osservatorio tra i graniti della Gallura, sa tante cose, ma tiene riservati i suoi ricordi; ha conosciuto ed apprezzato certamente i costruttori dei Nuraghi, dei Dolmen, delle Tombe di Giganti (bellissime quelle di Luras) e la civiltà dei Giganti di Mont’e Prama. Ha certamente guardato con sospetto le tante incursioni e dominazioni dell’Isola: da quella dei Fenici e quella dei Romani, dagli spagnoli agli arabi, fino agli ultimi conquistatori piemontesi. Meglio di lui nessuno conosce la lunga e travagliata storia della nostra Sardegna, ma per quel dovuto rispetto, qual è la privacy, si limita ad annuire alle nostre mute domande, cogliendo l’occasione di un alito di vento per stormire con le sue foglie e darci, con un mezzo sorriso, il suo “No Comment”.
Io, cari amici, credo che S’Ozzastru sia un grande “gigante buono”, custode della nostra storia e dei nostri segreti. Auguriamogli ancora lunga vita, rispettandolo e proteggendolo. Guardando orgogliosi la sua grandezza e longevità, gridiamo al mondo che la nostra terra, la Sardegna, è la più bella del mondo, dove tutti, come lui, possono vivere più a lungo. A chent’annos e anche di più!
Grazie amici, credo che uno delle mie prossime riflessioni sarà proprio dedicata all’ulivo ed al suo magnifico olio! Ciao.
Mario