venerdì, gennaio 03, 2014

LA BORRAGINE, UNA PIANTA SELVATICA DALLE ANTICHE PROPRIETA’ MEDICINALI, RIVALUTATE ANCHE NELL’ERA MODERNA. IN SARDEGNA CRESCE SPONTANEA ANCHE AI BORDI DELLE STRADE.



Oristano, 3 Gennaio 2014
Cari amici,
quando da ragazzino scorrazzavo con gli amichetti cercando di trascorrere le ore libere inventando giochi e rincorrendo, nei sentieri che uscivano dal paese (Bauladu), gatti, lucertole o farfalle, ricordo che ai bordi  dei viottoli vi erano delle piante pelose dai bei fiori azzurri: erano piante di borragine, anche se allora non ne conoscevo il nome italiano perché noi ragazzi le chiamavamo “pan’e sodrau”, pane del soldato. Considerati i magri bilanci familiari di quei tempi, per i ragazzi esuberanti come me, e con un appetito mai sazio, non c’erano per ristorarci ne merendine ne snack al cioccolato, mancando spesso anche un semplice pane imbottito. Per calmare i morsi dell’appetito bisognava rivolgersi a madre natura che, provvidenzialmente aveva sempre qualcosa da fornirci. Nella campagna vicina si mangiavano finocchietti selvatici, cardi o erbe di fiume: l’importante era riempire lo stomaco con qualcosa che evitasse quei richiami costanti alla bocca dello stomaco. Nelle prime calde giornate primaverili fermarsi davanti a un bel cespuglio di borragine e staccarne voracemente un pugno di fiori era uno sport a cui eravamo ben abituati! A me piaceva, prima di mangiarli, succhiarne il dolce nettare contenuto nel calice (ora capisco perché in alcune zone la pianta è chiamata anche “succia succia”), che sapeva di acqua zuccherata. Se l’appetito era più robusto del solito si tagliavano anche pezzi giovani del fusto, che, dopo averli sbucciati, si masticavano, a volte limitandoci a ingoiare il succo, altre, anche le parti più morbide.
La borragine, questa pianta, conosciuta fin dall’antichità, è sempre stata utile all’uomo non solo come alimento ma soprattutto per le sue numerose proprietà medicinali. Alla pianta, erano riconosciute non poche virtù, tra le quali quella di risvegliare nell’uomo gli spiriti vitali, come sosteneva Plinio: «Un decotto di borragine allontana la tristezza e dà gioia di vivere», che la consigliava contro la malinconia e pensava che il “nepete” messo nel vino, di cui parlava Omero, fosse proprio la borraggine. Lucio Apuleio, filosofo e alchimista latino, sosteneva che, da principio, questa verdura veniva chiamata “coragine”, in virtù delle azioni benefiche che apportava al cuore. I guerrieri celti, invece, pare la mettessero nel vino per darsi coraggio, Pianta, dunque, capace di scacciare i cattivi pensieri, dare forza e coraggio e ricreare nell’uomo la gioia di vivere. Prima di parlare dettagliatamente delle sue numerose virtù, vediamo nei dettagli le caratteristiche di questa curiosa pianta.
La borragine (Borago officinalis,L.) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Boraginaceae. La pianta è probabilmente originaria dell'Oriente, ed è diffusa in gran parte dell'Europa e dell'America centrale, dove cresce tuttora in forma spontanea fino ai 1000 d’altitudine. E’ ora presente o viene coltivata in tutte le regioni temperate del globo. Il suo nome deriva dal latino borra (tessuto di lana ruvida), per la peluria che ricopre le foglie. Altri invece lo fanno derivare dall'arabo abu araq (= padre del sudore), derivato dal latino medievale “borrago”, forse per le proprietà sudorifere della pianta. Questa ha foglie ovali ellittiche, picciolate, che presentano una ruvida peluria, verdi-scure raccolte a rosetta basale lunghe 10-15 cm e poi di minori dimensioni sullo stelo. I fiori presentano cinque petali, disposti a stella, di colore blu-viola, raramente bianco; al centro sono visibili le antere derivanti dall'unione dei 5 stami. I fiori sono sommitali, raccolti in gruppo, penduli in piena fioritura e di breve durata. Hanno lunghi pedicelli. I frutti sono degli acheni che contengono al loro interno diversi semi di piccole dimensioni. La pianta può raggiungere gli 80 cm. di altezza. Fiorisce da maggio a settembre e i suoi fiori sono molto apprezzati dalle api che con il suo nettare producono un ottimo miele. I frutti contengono i semi che completano la maturazione da agosto a ottobre.
Della borragine sono utilizzabili tutte le sue parti: fusto, foglie, fiori e semi, raccogliendo le parti in diversi periodi dell’anno. Per l’uso alimentare si utilizzano soprattutto le foglie giovani (la cottura elimina la peluria che le ricopre), impiegate in cucina allo stato cotto, che vengono utilizzate in molti piatti: per minestroni, per il ripieno nei ravioli, per realizzare torte e frittate. I fiori, lavati e poi pastellati, si friggono in padella e assomigliano ai fiori di zucca. I suoi bei fiori azzurri sono usati anche per dare un tocco di colore e guarnire i piatti e per colorare l'aceto; congelati in cubetti possono costituire decorazione per le bevande estive. Da tener presente che l'uso alimentare allo stato crudo, in quantità notevoli, è precauzionalmente sconsigliato, per la presenza in tale stato, in alcune fasi vitali della pianta, di composti pirrolizinidici, a presunta attività epatotossica.
Fin dai tempi antichi, però, l’uso che si faceva della borragine non era quello alimentare ma bensì quello medicamentoso. Nella medicina popolare si utilizzano prevalentemente le foglie e le sommità fiorite. Vari gli utilizzi terapeutici di questa pianta: ha proprietà depurative, diuretiche ed emollienti (quest'ultima proprietà sarebbe dovuta alla presenza di mucillagini), sudorifere, antinfiammatorie, antidepressive, febbrifughe, decongestionanti, calmanti la tosse ed  efficaci anche per la cura dei reumatismi e dell’artrite.  Diversi i modi con i quali le parti vedi della pianta vengono utilizzate: sotto forma di tisane, infusi, decotti, lozioni ed impacchi.
Il prodotto più pregiato di questa pianta è, però, l'olio, estratto dai suoi semi, ad alto contenuto di acido linolenico. L’acido gamma-linolenico è un acido grasso polinsaturo che si trova, in natura, solo nel latte materno, nell'olio di Borragine, nell'olio di Oenothera biennis e, in minore quantità nell'olio di Ribes nero. 
I semi di borragine rappresentano la fonte vegetale più abbondante di questo acido grasso essenziale, poiché ne contengono circa il 20%. Gli acidi grassi polinsaturi essenziali non possono venir sintetizzati dall'organismo, ma devono essere introdotti con la dieta; essi costituiscono un gruppo particolare di acidi grassi, precursori di numerose sostanze, fondamentali per l' attività biologica dell'organismo, poiché partecipano alla struttura delle membrane cellulari e sono coinvolti nelle risposte agli stimoli infiammatori.
Recentemente è emerso un grande interesse commerciale, a livello internazionale, per quest'olio: l'olio gamma 3 linolenico (GLA; 18:3.OMEGA.6), di colore giallo chiaro, molto fluido e privo di particolare sapore, che al giorno d’oggi ha notevolissimi utilizzi, soprattutto nutrizionali, dietetici, medicinali, cosmetici. Questo rinnovato interesse per la pianta è motivato dalla facilità di coltivazione industriale della pianta stessa, e per il fatto che, delle altre fonti disponibili, l'unica altra sorgente vegetale da cui poter ricavare quest’olio, è data dai semi di Oenothera biennis, la cui coltivazione è più complessa, e con rese inferiori. In laboratorio l’estrazione dell’olio dai semi avviene per spremitura a freddo.
Medicina e cosmesi, dunque, utilizzano come base quest’olio di borragine, particolarmente indicato nel trattamento degli eczemi e delle altre affezioni cutanee, per via delle spiccate proprietà antiinfiammatorie; l’olio è un importante antidoto contro l'invecchiamento della pelle, ravviva la secchezza delle pelli mature  e cura le infiammazioni. Gli acidi linoleici contenuti nei semi della borragine sono anche capaci di combattere i radicali liberi e, nutrendo contemporaneamente tutti i tessuti, ne conservano l’elasticità.
Cari amici, spesso dimentichiamo che la natura, nella sua infinita perfezione, ci ha da sempre donato tanti prodotti naturali che noi, spesso per ignoranza, scartiamo in favore di prodotti  di sintesi apparentemente più efficaci ma anche più complessi e dannosi. La borragine è uno di questi doni che oltre che offrirci grandi rimedi per i nostri mali è anche capace di nutrirci con gusto. Per chiudere questa mia chiacchierata con Voi, fra le prime dall’inizio dell’anno, Vi propongo qualche piatto particolare, arricchito con le cime di borragine. Provateli, reperire questa pianta certamente non è difficile: potrete trovarla anche nelle campagne vicine ai nostri centri abitati.

ZUPPA DI LENTICCHIE E BORRAGINE.



Raccogliete tre belle grosse piante di borragine non ancora andate in fiore, pulite bene dalla terra che si insinua nei gambi pelosi e mettetele in una pila alta con acqua non a sommergerle, coprite con un coperto e sbollentate. Una volta abbastanza cotte scolatele ma lasciate da parte l’acqua di cottura per cucinare le lenticchie, aggiungendo sale. Quando le lenticchie saranno cotte prendete una padella grande e mettete insieme le borragini sbollentate, le lenticchie, aggiungete l’olio, aggiustate di sale e pepe e ripassate in padella. In un’altra padella fate rosolare con un po’ di olio e del rosmarino dei cubetti di pane raffermo. Servite le borragini e le lenticchie calde in un piatto fondo su letto di crostini di pane e….volendo aggiungete una spolverata di parmigiano. Buon appetito!

RISOTTO ALLA BORRAGINE.



Ingredienti per 4 persone.
400 gr di riso carnaroli, 80-100 g di borragine, olio extravergine di oliva, brodo vegetale, sale e pepe.
Preparazione. Mondate accuratamente la borraggine e lasciatela in acqua e sale almeno un'ora, quindi tagliatela a pezzetti. Fate saltare la borraggine in una padella con qualche cucchiaio di olio, quindi unite il riso, salate, pepate, rimestate e ricoprite col brodo vegetale, aggiungendone un mestolo per volta, mano a mano che il composto si asciuga e fino alla completa cottura del riso. Mantecate con un po' di olio versato a filo e profumate a piacere con della vernaccia o vino bianco. Lasciate riposare un paio di minuti e servite caldo. Chi gradisce può spolverare con parmigiano grattugiato al momento.

PASTA (O MINESTRA) CON LA BORRAGINE.



Ingredienti per 4 persone. 350 gr di spaghetti n 5 tagliati grossolanamente con le mani, 2 mazzi di borragine, 300 gr di pomodori pelati a pezzettoni, 150 gr di pecorino fresco in cubetti, olio extra vergine di oliva, cipolla, aglio e sale qb.
Preparazione. In una capiente pentola o casseruola versare due o tre cucchiai d’olio, soffriggete la cipolla e l’aglio privato del germoglio, dopo aver finemente tritato, facendo dorare leggermente; aggiungere il pomodoro spezzettato, aggiustando di sale. Lasciare quindi insaporire, allungando lentamente con acqua e sale, tenendo presente che in questo liquido si dovranno cuocere prima la borragine tagliata grossolanamente e poi la pasta. La quantità di liquido dipende da noi: se vogliamo mangiare una pasta “asciutta” useremo poca acqua, altrimenti sarà una minestra  “brodosa”. Non appena la pasta sarà cotta, e prima di togliere la pentola dalla cucina, uniremo il pecorino tagliato a cubetti. A piacere possiamo completare, servendo la minestra calda, con un filo d’olio a crudo.
Mi piacerebbe sapere…se qualcuno, dopo la lettura, ha provato le ricette, se ha trovato piacere a farle e ovviamente anche a gustarle!

Ciao.
Mario 

giovedì, gennaio 02, 2014

L’ORTICA, PIANTA PUNGENTE MA DALLE INNUMEREVOLI E SORPRENDENTI VIRTU’ SALUTARI. UTILIZZATA DALL’UOMO FIN DAI TEMPI PIU’ ANTICHI.



Oristano 2 Gennaio 2014
Cari amici,
credo che a tutti, più o meno, sia accaduto di poggiare casualmente in campagna una mano su una pianta di ortica e di ritrarla con grande prontezza, data la sua immediata capacità urticante. Eppure, nonostante l’aspetto poco appariscente, e la sua forte capacità di irritare con i suoi peli sporgenti la pelle, essa è stata per l’uomo una pianta grandemente benefica, per le sue innumerevoli proprietà, sia alimentari che medicinali. Vediamo di conoscere meglio questa umile ma pizzicante pianta.
L'ortica (Urtica dioica, L.), è una pianta erbacea perenne, nativa dell'Europa, dell'Asia, del Nord Africa e del Nord America, appartenente alla famiglia delle urticacee. Il suo nome deriva dal latino “urere” che significa bruciare. Molto diffusa anche in terreni dismessi è nota per possedere una grande quantità di peli urticanti i quali, quando toccati, iniettano nella pelle istamina e altre sostanze chimiche che causano prurito. Con il nome di «ortica» ci si riferisce anche all’Urtica urens, un'altra specie comune del genere Urtica, pianta annuale più piccola e pungente dell'Urtica dioica. La pianta, alta fino a 200 cm, ha un fusto eretto, densamente peloso, striato ed in alto scanalato a sezione quadrangolare poco ramificato. Il rizoma è strisciante, cavo e molto ramificato. Le foglie sono grandi ovate e opposte (lamina lunga 1-2 volte il picciolo), lanceolate, seghettate e acuminate. Foglie e fusti sono ricoperti da tricomi (peli) contenenti la sostanza urticante. Il pelo è costituito da un'unica cellula allungata con pareti calcificate, mentre la punta è silicizzata e si riforma facilmente. Quando si sfiora la pianta, l'apice dei peli si rompe e ne fuoriesce un liquido irritante formato principalmente da acetilcolina, istamina, serotonina e probabilmente acido formico.
Come dice il nome stesso, l'Urtica dioica è una pianta dioica, vale a dire che ci sono piante che portano solo fiori femminili e piante che portano solo fiori maschili. I fiori femminili sono raccolti in spighe lunghe e pendenti e sono verdi, mentre i fiori maschili sono riuniti in spighe erette, hanno quattro tepali che racchiudono i quattro stami nei fiori maschili e l'ovario in quelli femminili . Dai fiori femminili si sviluppa un achenio ovale, con un ciuffo di peli all'apice. Fiorisce da aprile a settembre. Per le sue grandi proprietà, soprattutto medicinali, l’uomo l’ha utilizzata fin dai tempi più antichi.
A questa pianta gli antichi attribuivano non pochi poteri magici. La sua radice era considerata un potente antidoto per proteggere e assorbire negatività e malattie. Spesso veniva posta sotto il letto di un malato con la speranza che le sue virtù allontanassero la malattia. Veniva poi usata per rompere i malefici e per allontanare le persone sgradite. I suoi poteri erano considerati molto attivi, potenti e diretti: per la sua associazione al dio Marte (è ricca di ferro) donava un’impronta decisiva ad ogni incantesimo. Sparsa attorno alla casa allontanava il male, e lanciata sul fuoco allontanava il pericolo dei fulmini in arrivo e spazzava via le malelingue e le dicerie. Per respingere un maleficio e farlo ricadere sul suo mandante, bastava indossare un sacchetto contenente foglie e radici di Ortica. Chi poi ne portava addosso un’intera pianta, sarebbe stato al riparo da qualsiasi maleficio. Sempre una pianta intera, tenuta con la radice verso l’alto, in una notte di luna piena, avrebbe fatto passare la febbre all’ammalato di cui si fosse detto il nome a voce alta. Si riteneva anche che trasmettesse molto coraggio a chi la teneva in mano: in effetti, non è difficile immaginare una certa dose di aggressività in un individuo che stringe un mazzo di ortiche con le mani nude. Ed infine, se vogliamo credere ai pronostici tratti dai sogni, era considerato di buon auspicio sognare di essere “punti” da un’ortica, con sicura previsione di ottenere successo. L’ortica era indicata anche per ravvivare il desiderio sessuale latente: per la sua azione urticante era indicata per “stuzzicare” ed eccitare il partner. Potere urticante che, tra l’altro, era efficace solo quando l’ortica era appena colta, perché 10-12 ore dopo essere stata raccolta, perdeva questo potere, acquisendo una consistenza morbida.
A prescindere dai poteri magici attribuiti, l’ortica era considerata una pianta dalle grandi proprietà terapeutiche, confermate anche recentemente dalla scienza moderna. Pare che Nabucodonosor, il famoso re babilonese, avesse deciso, fin da giovane, di nutrirsi esclusivamente di ortiche al solo fine di divenire saggio. L'ortica, in effetti, è una pianta ricca di sali minerali, in particolar modo le foglie che contengono ferro in abbondanza, calcio, silicio, magnesio, e fosforo; esse contengono anche le vitamine A, C e K, acido formico e gallico, clorofilla, istamina, tannino, carotene e altri principi attivi ancora non studiati a fondo, che nel loro insieme fanno dell'ortica una delle piante con il maggior numero di proprietà medicinali. Proprietà che possono così riassumersi:
1-Depurativa, diuretica e alcalinizzante: è consigliata in caso di affezioni reumatiche, di artrite, di gotta, di calcoli renali, di renella e, in generale, quando occorre produrre un'azione depurativa e diuretica. L'ortica ha una grande capacità di alcalinizzare il sangue e facilita l'eliminazione dei residui acidi del metabolismo, che sono strettamente legati a tutte queste malattie. La cura per uso interno si può completare con urticazioni sull'articolazione colpita.
2-Antianemica: si usa nelle anemie causate da mancanza di ferro o da perdite di sangue; il ferro e la clorofilla che abbondano nell'ortica stimolano la produzione dei globuli rossi; l'ortica è consigliata anche in caso di convalescenza, di denutrizione e di esaurimento, perché è ricostituente e tonificante.
3-Vasocostrittrice ed emostatica: è utile specialmente nei casi di emorragie nasali e uterine. Nelle epistassi si consiglia di introdurre nel naso batuffolini di cotone idrofilo imbevuti di succo fresco di ortica. E' utilissima inoltre per le donne che soffrono di mestruazioni abbondanti.
4-Digestiva: si ottengono buoni risultati nei disturbi digestivi causati da atonia o da insufficienza degli organi dell'apparato digerente. L'ortica contiene piccole quantità di cretina, un ormone prodotto da alcune cellule del nostro intestino, che stimola la secrezione del succo pancreatico e la motilità dello stomaco e della cistifellea: l'ortica facilitata così la digestione e migliora la capacità di assimilare i cibi.
5-Astringente: è stata usata con successo per fermare le fortissime diarree provocate dal colera; è utile in tutti i tipi di diarrea, in caso di colite o di dissenteria.
 6-Ipoglicemizzante: esperimenti su numerosi pazienti hanno dimostrato che le foglie di ortica fanno abbassare il livello di zuccheri nel sangue.
7-Galattogena: aumenta la secrezione del latte materno e perciò è consigliabile durante l'allattamento.
8-Emolliente: per il suo effetto emolliente si raccomanda nelle malattie croniche della pelle, specialmente in caso di eczemi, di eruzioni e di acne; si usa anche contro la caduta dei capelli; pulisce, rigenera e rende più bella la pelle. I migliori risultati si ottengono assumendola per via orale e, al contempo, facendo applicazioni locali.

I diversi modi con cui possono essere somministrati i suoi principi sono:
Tisana: scottare 2-3 cucchiaini da tè in una tazza d’acqua calda. Da prendere 3 tazze al giorno. Ha effetto diuretico, antiartritico, antireumatico.
Infuso: si ottiene deponendo circa 50 grammi di foglie fresche in un litro di acqua bollente per 10 minuti, dopodiché si può assumere. La stessa cosa si può fare con le foglie secche, aumentando di 5 minuti il tempo di infusione e diminuendo  la quantità a 30 grammi.
Decotto: Far bollire 30 grammi di foglie e steli in 1,5 l di acqua. Lasciare riposare, filtrare e bere 2-3 tazze al giorno. E’ depurativa del sangue.
Tintura: la sua preparazione è molto semplice: occorrono 20 grammi di ortica secca che vanno posti a macerare in 100 ml di alcool a 25° per una settimana, terminata la quale si filtra il liquido e si ripone all'interno di bottiglie scure.
Succo di ortica fresca: si ottiene tramite centrifugazione di una grande quantità di ortica fresca; per fare un' esempio, occorrono circa 10 kg di ortica per ottenere 100 ml di succo.
Anche in cucina l’ortica è un vegetale gradito e utili all’organismo. Si può consumare cruda in insalata, tritata nelle frittate, nelle minestre o semplicemente bollita come qualsiasi altra verdura: può così sostituire benissimo gli spinaci e forse e più gradita essendo più dolce. L'ortica è una buona fonte di proteine: quando è fresca ne contiene da 6 a 8 g ogni 100 g, essiccata ne contiene da 30 a 35 g (percentuale vicina a quella della soia, uno dei legumi più ricchi di proteine). Con le ortiche appena colte si può preparare un'ottima crema che può essere consumate su tartine o dove meglio si crede. E' necessario innanzitutto munirsi di un tritatutto elettrico nel cui contenitore andremo a riporre le ortiche sminuzzate (gambo compreso), prezzemolo, un paio di noci, uno spicchio d'aglio, olio extravergine di oliva, sale e limone. Tritare il tutto fino a raggiungere una consistenza cremosa e compatta; molto buona se consumata fresca, la crema si mantiene in frigorifero per circa tre settimane. Ottimi anche i ravioli o le crespelle, con ripieno di ortiche e germogli.
La pianta dell’ortica ha avuto in passato anche usi “Tessili”: veniva battuta e sfibrata per tessere stoffe (ramia) simili alla canapa o al lino e cordami di buona resistenza. Grazie alla clorofilla che contiene in grandi quantità, era utilizzata anche per colorare i tessuti delicati: le foglie tingono di verde, mentre le radici di giallo. 
Anche in “Cosmesi” l'ortica è apprezzata e utile: viene impiegata efficacemente per arrestare la caduta dei capelli. Sena dimenticare il suo uso in campagna, dove si mescola l'ortica tritata al mangime per le galline per migliorare la produzione di uova. Inoltre, il decotto o il macerato di ortica hanno effetto antiparassitario sulle piante di casa e dell'orto, liberandole in particolare dagli afidi. La notorietà dell’ortica ha fatto si che venisse citata anche nei racconti popolari. In Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, alla domanda del Re: “Qual è quell’erba che fin i ciechi la conoscono?” Bertoldo rispose: “L’ortica”! In un quadro di Albrecht Durer, famoso pittore e incisore tedesco della fine del Quattrocento, è rappresentato un angelo che offre al Creatore niente meno che un’ortica. Quale migliore testimonianza potremmo desiderare del prestigio che già allora circondava quest’erba?
Secondo Maria Treben, il cui libro “La salute dalla farmacia del Signore” è stato venduto in oltre 8 milioni di copie, l’ortica è una delle piante che ha maggiori virtù salutari. E’ medicamentosa in tutte le sue parti, dalla radice allo stelo, dalle foglie fino al fiore e al frutto. Sono migliaia le specie vegetali che le nuove abitudini di consumo hanno lasciato da parte, nonostante il loro valore abbia segnato la storia di molte comunità. L'Ortica, per vari motivi, è la regina delle specie neglette: prosperando a molte latitudini, altitudini e climi, non solo è trascurata e sottoutilizzata, ma addirittura considerata infestante, nonostante l’incredibile varietà di usi possibili: medicinale, culinario, tessile, cartario, colorante, foraggero.
Cari amici, come spesso avviene per gli umili, anche l’ortica è stata surclassata da altri vegetali apparentemente più vistosi e belli. Credo che meriti una rivalutazione e sono certo che non tarderà ad arrivare!
Grazie della Vostra attenzione!
Mario


mercoledì, gennaio 01, 2014

PERCHE’ SI FESTEGGIA IL CAPODANNO? STORIA DI UNA FESTA ANTICA CHE NELL’IMPERO ROMANO RICORDAVA E FESTEGGIAVA IL DIO GIANO.



 
Oristano, 1 Gennaio 2014
Cari amici,
da circa nove ore (sono le 9,16) è iniziato il nuovo anno. E’ un modo convenzionale, quello di misurare il tempo, che nei secoli è cambiato non poche volte. Non tutti, tra l’altro, nel mondo seguono la stessa regola convenzionale adottata, essendoci alcune popolazioni con altri metodi di misurazione del tempo. Il più diffuso metodo di calcolo è il “Calendario Gregoriano”, ormai in uso ai fini civili in tutto il mondo, che prevede come inizio il 1 Gennaio, giorno che, nella larghissima maggioranza degli Stati è un giorno di festa. Per le popolazioni che seguono il calendario giuliano, ad esempio in alcune chiese ortodosse, a fini strettamente religiosi, l'inizio dell'anno viene celebrato nel giorno corrispondente al 14 gennaio gregoriano.
La consuetudine di festeggiare il capodanno si fa risalire ai romani ed alle feste che si svolgevano per festeggiare il dio Giano. Giano (in latino, Ianus) era il “dio degli inizi”, materiali e immateriali, ed  una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica. Giano di solito è raffigurato con due volti, poiché il dio aveva la capacità di guardare sia il passato che il futuro. I popoli antichi che lo veneravano consideravano il dio “l’artefice del movimento”. Macrobio e Cicerone sostenevano che Giano interpretava il verbo ” ire”,  "andare", perché secondo Macrobio il mondo andava sempre, muovendosi in cerchio e, partendo da sé stesso, a sé stesso ritornava. Gli studiosi moderni hanno confermato questa relazione del dio con il movimento, stabilendo una derivazione dal termine “ianua”, "porta", con il significato di "passaggio"; in passato tuttavia non sono mancate delle ipotesi alternative, come quella che voleva il nome derivato da una più antica forma “Dianus”, da mettere in relazione con la dea Diana, e quindi derivato anch'esso dalla stessa radice del termine latino dies, "giorno", ad indicare il trascorrere dei giorni.
Il culto che i romani attribuivano al dio Giano aveva radici più antiche, sicuramente risalenti ad un'epoca arcaica, in cui i culti dei popoli italici erano legati ai cicli naturali della raccolta e della semina. Il console romano Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici, che “Giano è colui che plasma e governa ogni cosa e che unì, circondandole con il cielo, l'essenza dell'acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell'aria, leggera e tendente a sfuggire verso l'alto, e che fu l'immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti”. Giano presiede, infatti, a tutti gli inizi e ai passaggi: tutte le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, sono sotto la sua protezione; ma anche gli inizi di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dei stessi, del mondo, dell'umanità, della civiltà e delle istituzioni: su tutto lui vigila e stende il suo mantello protettivo.
L’imperatore romano Numa Pompilio, nella sua riforma del calendario romano, dedicò a Giano il primo mese successivo al solstizio d'inverno, gennaio, che con la riforma giuliana del 46 a.C. passò ad essere il primo dell'anno. La rappresentazione di Giano nella forma bifronte, come prima detto, e da cui l'appellattivo di Giano bifronte, era connessa all'area di influenza divina che gli era delegata e che, in epoca classica, fece assumere a Giano la figura di custode e protettore delle porte (ianuae), dei passaggi (iani) e dei ponti: nei quali il dio custodiva l'entrata e l'uscita, portando in mano, come i portinai (gli ianitores), una chiave e un bastone; le sue due facce vegliavano nelle due direzioni: custodivano l’entrata e l’uscita, il presente ed il futuro. Anche in quest'epoca classica Giano, comunque, continuò a rappresentare il custode di ogni forma di passaggio e mutamento, protettore di tutto ciò che riguardava un inizio ed una fine. Nei secoli successivi, caduto l’impero romano, il mito di Giano perse la sua importanza.
Nel VII secolo i pagani delle Fiandre, seguaci dei druidi, festeggiavano il passaggio al nuovo anno in modo carnevalesco, con feste, orge, scherzi e banchetti pantagruelici; tale culto pagano venne deplorato da Sant'Eligio (morto nel 659 o nel 660), che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro: "A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l'andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l'usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica".
Nel Medioevo molti dei Paesi europei che pur avevano adottato il calendario giuliano, mantenevano, però, un'ampia varietà di date per indicare il momento iniziale dell'anno. Per esempio dal XII secolo e fino al 1752 in Inghilterra e in Irlanda il capodanno si celebrava il 25 marzo, giorno dell'Incarnazione, data questa usata a lungo anche a Pisa e Firenze, mentre in Spagna fino all'inizio del Seicento il cambio dell'anno avveniva il 25 dicembre, giorno della Natività. In Francia fino al 1564 il Capodanno veniva festeggiato nella domenica di Resurrezione (chiamato anche stile della Pasqua), a Venezia (fino alla sua caduta, avvenuta nel 1797) era il 1º marzo, mentre in Puglia, in Calabria e in Sardegna lo si festeggiava seguendo lo stile bizantino, che stabiliva l’inizio dell’anno al 1º di Settembre, tant'è vero che in sardo, come ben sappiamo, Settembre si dice “Capudanni”, dal latino Caput anni.
Questi comportamenti diversi nella data d’inizio del nuovo anno, che specialmente nel Sacro Romano Impero variavano spesso da città a città, continuarono anche dopo l'adozione del calendario gregoriano. Solo nel 1691papa Innocenzo XII emendò il calendario del suo predecessore stabilendo che l'anno dovesse cominciare uniformemente il 1º di Gennaio. L'adozione universale del calendario gregoriano fece sì che il 1º gennaio fosse per tutti l’inizio del nuovo anno.   
Nel corso dei secoli non sono mancate, però, “riforme politiche del calendario”, più o meno lunga durata. Una delle più intrusive, che cercava di riformare il calendario su basi astronomiche e razionali, fu quella adottata in Francia durante la Prima Repubblica, il c.d. Calendario Repubblicano, abbandonato poi durante il Primo Impero. In Italia, durante il periodo fascista, il regime istituì il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, come proprio capodanno, associato a una numerazione degli anni parallela a quella tradizionale contando come "Anno I dell'Era Fascista" il periodo tra il 28 ottobre 1922 e il 27 ottobre 1923, e gli altri a seguire. Questa modalità, utilizzata nel Regno d'Italia durante tutto il ventennio fascista, fu continuata dalla Repubblica Sociale Italiana, e abbandonata con la caduta di quest'ultima il 25 aprile 1945.
Il passaggio da vecchio al nuovo anno è l’occasione per celebrare, la notte tra il 31 dicembre e il 1º gennaio, con grandi festeggiamenti, trai quali il più importante è certamente il veglione di Capodanno. In occasione di questa celebrazione, in quasi tutte le città del mondo si sparano i tradizionali fuochi artificiali, accompagnati da musica, dalla più classica e concertistica a quella moderna, solitamente accompagnata da balli e abbondanti brindisi augurali. La tradizione italiana per il “cambio dell’anno”, per passaggio dal vecchio al nuovo, prevede una serie di rituali scaramantici, da effettuarsi la notte del passaggio dal 31 Dicembre al 1 Gennaio. 
Fra i riti più importanti quello di vestire biancheria intima di colore rosso, di mangiare un piatto di lenticchie, come auspicio di ricchezza, e quella di baciarsi sotto il vischio in segno di buon auspicio. In Spagna c'è, invece, la tradizione di mangiare alla mezzanotte dodici chicchi d'uva, uno per ogni rintocco dei dodici scoccati da un orologio (il principale è quello di Puerta del Sol a Madrid). In Russia, dopo il dodicesimo rintocco, si apre la porta per far entrare l'anno nuovo. In Ecuador e in Perù si collocano fuori dalla propria abitazione dei manichini di cartapesta (a volte con le sembianze di personaggi famosi, calciatori, etc.), riempiti di petardi, così da bruciare ed esplodere ai rintocchi della mezzanotte. In Giappone, prima della mezzanotte, le famiglie si recano nei templi per bere sakè e ascoltare i 108 colpi di gong che annunciano l'arrivo di un nuovo anno (si ritiene infatti che 108 sia il numero dei peccati che una persona commette in un anno e che in tal modo ci si purifichi). Universale l’usanza, praticata in tutto il mondo, di scambiarsi doni per il passaggio dal vecchio al nuovo anno.
Cari amici, anche noi qui ad Oristano abbiamo organizzato dei festeggiamenti per “cacciare via” l’anno vecchio, il 2013, che non è stato molto munifico nei confronti di noi Italiani e di noi sardi in particolare. La piaga dell’assenza del lavoro, quel cancro che divora le possibilità di occupazione dei tanti giovani dell’isola che disperatamente cercano un lavoro, si è addirittura aggravata. Le tasse continuano di impoverire i già magri redditi delle classi sociali più modeste che faticano ad arrivare a fine mese, mentre le classi “privilegiate”, incuranti dei mali che affliggono fasce sempre più larghe della popolazione, cercano disperatamente di mantenere anacronistici privilegi di natura feudale.
In questo pericoloso contesto sociale, dove anche una piccola scintilla può causare un grande incendio, si apre questo nuovo anno, denso di incognite, ma anche pieno di speranza. La speranza, questa ultima dea che mai ci deve abbandonare, ci vedrà protagonisti di decisioni inderogabili, per poter dare al nostro Paese quella svolta necessaria ad uscire dal guado. Riforma della legge elettorale, lavoro, in particolare per i giovani, contenimento del debito pubblico e riforme costituzionali, con drastico ridimensionamento delle spese e del numero dei parlamentari, dovranno essere i problemi da affrontare con decisione e cercare di risolvere nel modo migliore. Nel 2014 siamo chiamati tutti, di qualsiasi area politica di appartenenza, a impegnarci seriamente, nel “vero interesse comune e non di parte”, perché la nostra Italia e gli italiani possano continuare, tutti, a rappresentare degnamente nel mondo l’eccellenza di una nazione e di un popolo unici al mondo.
Grazie a tutti Voi con i miei migliori auguri!
Mario