Oristano 30 dicembre 2025
Cari amici,
La vita di oggi è tutto fuorché
calma, rilassante. Viviamo con la fretta nel sangue, e questo è diventato la
norma, non l’eccezione! Ogni giorno, sia nell’attività lavorativa che nelle ore
che teoricamente chiamiamo “Tempo libero”, ci muovono velocemente, a ritmo
sostenuto, passando da una cosa all’altra come se ci mancasse il tempo! Anziché
rilassarci e goderci quel poco tempo libero che abbiamo, inseguiamo il tempo
che sembra non darci tregua. In realtà viviamo una vita impossibile, e questo
ci ha trasformato in persone egoiste, scortesi, impazienti, nervose e
soprattutto stressate.
Nel ritmo sostenuto della
giornata, ci sembra che ci sia sempre qualcosa da fare, per cui non c'è tempo per fermarci a
rilassarci, a pensare a noi. Per esempio, quando siamo in fila al supermercato
e all'improvviso qualcosa rallenta l'intera fila fino a fermarla, la reazione
istintiva è quella di incazzarci, di sbraitare. Eppure, nella gran parte delle
volte non c’è tutta questa fretta: il nostro comportamento è il frutto dei
ritmi che ormai viviamo senza neanche rendercene conto, mentre nell’attesa
potremmo pensare un po’ a rilassarci.
La fila, amici, è di
certo una delle situazioni quotidiane più universalmente irritanti. Che si
tratti del supermercato, di un ambulatorio o di un ufficio pubblico, l’attesa “ci
mette alla prova”, perché attiva nel nostro cervello una serie di meccanismi
cognitivi legati al controllo, al tempo percepito e alla frustrazione. Come
accennavo prima, viviamo in un’epoca in cui “il ritmo veloce” è diventato
sinonimo di “efficienza”, per cui ogni rallentamento rischia di essere
interpretato come un ostacolo che impedisce lo scorrere in velocità. La conseguenza? Irritazione, frustrazione,
ulteriore stress.
Sta a noi, amici lettori,
non farci sopraffare dai ritmi della vita presente in questo Millennio. I più
recenti studi e le diverse ricerche effettuate mostrano che le temute attese in
fila, se ben vissute, sono da
considerare non solo una virtù sociale, ma anche un vero e proprio allenamento
per il nostro cervello, che durante la pausa, col nostro aiuto, può migliorare
la regolazione emotiva, contribuendo a regalarci la calma, oltre a ridurre i nostri
livelli di stress.
Uno studio del 2016,
svolto dall’University College London e guidato da Archy de Berker e colleghi,
poi pubblicato su Nature Communications, ha rilevato che l’incertezza attiva nel
cervello i circuiti dell’ansia più della certezza di un esito negativo. Quando
il cervello non può prevedere ciò che accadrà, l’amigdala e le aree coinvolte
nella risposta di allerta mostrano un’intensa attivazione: un fenomeno che
permette di comprendere perché l’attesa imprevedibile – come una fila senza
fine – generi maggiore stress.
Si, amici, l’attesa ci
innervosisce e questo riduce la percezione di controllo, elemento fondamentale
per il benessere psicologico. Più ci sentiamo impotenti, più aumenta la
frustrazione. Ecco perché spesso, nella fila, abbiamo la sensazione che il
tempo sia bloccato. La capacità di tollerare la frustrazione è uno dei pilastri
della regolazione emotiva. La psicologia dello sviluppo mostra da decenni che
chi impara a rimandare la gratificazione gestisce meglio lo stress, prende
decisioni più ponderate e reagisce in modo equilibrato agli imprevisti.
Secondo la Harvard
Medical School, brevi momenti di pausa (come quelli vissuti durante una fila in
attesa del proprio turno) possono diventare occasioni utili per calmare il
sistema nervoso. Se riusciamo con la giusta consapevolezza a vivere con calma l’attesa,
riusciamo a ridurre sia la frequenza cardiaca sia l’attivazione dello stress. Il
principio è semplice: spostare l’attenzione dal tempo che manca a un’attività
neutra, come il respiro o un dettaglio dell’ambiente; questo ci permette di
uscire dall’ansia da “perdita di tempo”. In molti protocolli di gestione
dell’ansia si usano proprio esercizi brevi di pausa consapevole, molto simili a
ciò che potremmo sperimentare, se lo desideriamo, quando siamo in coda in una fila.
Cari amici, tutti, chi
più chi meno, facciamo file ogni giorno. Se vogliamo possiamo utilizzare i
tempi di attesa in un piccolo spazio di addestramento quotidiano: una specie di
palestra invisibile dove il cervello esercita la capacità di rallentare e
scegliere come reagire. Saper attendere significa riuscire a sviluppare una
resilienza emotiva che si traduce in una serie di conseguenze benefiche, per
esempio maggiore capacità di concentrazione e una gestione migliore della
frustrazione nei rapporti sociali. Perchè non proviamo?
A domani.
Mario









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