sabato, gennaio 24, 2026

PLASTICA: ARRIVA DAL GIAPPONE LA PLASTICA ECOLOGICA: È IN GRADO DI DISSOLVERSI IN MARE SENZA FARE DANNI. UNA NUOVA SPERANZA PER L’INQUINAMENTO DEGLI OCEANI.


Oristano 24 gennaio 2026

Cari amici,

Forse la PLASTICA, oramai nota come la peste del nuovo millennio, ha i giorni contati. A tutt’oggi la plastica è uno dei materiali più problematici per  la salute dell’ambiente, in quanto in gran parte finisce negli oceani. Si cercano soluzioni di ogni tipo, ma anche le plastiche così delle alternative, definite “biodegradabili”, spesso non mantengono le promesse: molte resistono a lungo in mare oppure si frammentano lentamente, generando le pericolose microplastiche che entrano nelle catene alimentari e, alla fine, anche nel corpo umano.

Il problema è alquanto difficile da risolvere, ma nessuno demorde. Un gruppo di ricercatori giapponesi, per esempio, sta cercando di ripensare da zero il modo in cui una plastica dovrebbe degradarsi nell’ambiente marino. Il gruppo di lavoro coordinato da Takuzo Aida, presso il Riken Center for Emergent Matter Science, uno dei più importanti centri scientifici del Giappone che opera con l’Università di Tokyo, ha concepito un nuovo materiale a base vegetale, capace di unire due caratteristiche che finora sembravano difficili da conciliare: robustezza durante l’utilizzo quotidiano e decomposizione rapida in acqua di mare, senza lasciare residui microscopici.

Amici, alla base di questa “Nuova Plastica” c’è la cellulosa, il composto organico disponibile in abbondanza sul pianeta, presente in moltissime piante. Non è la prima volta che si tenta di realizzare plastiche partendo da questo materiale, ma la maggior parte delle soluzioni finora tentate richiede condizioni industriali specifiche per degradarsi, come alte temperature e impianti di compostaggio avanzati. In mare, invece, restano quasi intatte per anni. Come aggirare il problema? Il team giapponese ha scelto un approccio diverso, sfruttando una particolare chimica “sensibile al sale”.

Questo innovativo materiale è composto da due elementi principali: Il primo elemento deriva dalla carbossimetilcellulosa, una sostanza già utilizzata in ambito alimentare e farmaceutico e considerata sicura, il secondo è un agente legante caricato positivamente, selezionato dopo numerosi test per garantire stabilità e sicurezza. In acqua dolce, questi due componenti si attraggono e formano una rete solida e flessibile. Quando però entrano in contatto con l’acqua salata, come quella marina, il sale rompe i legami che tengono insieme la struttura, avviando una decomposizione rapida e completa!

Durante lo studio, uno dei problemi iniziali da risolvere era la fragilità; i primi campioni risultavano molto rigidi e trasparenti, ma tendevano a spezzarsi facilmente. La soluzione è arrivata con l’aggiunta di un plastificante ben noto e già approvato per l’uso alimentare: il cloruro di colina. Regolando la quantità di questa sostanza, i ricercatori sono riusciti a controllare con precisione le proprietà meccaniche del materiale. La nuova plastica può essere dura come il vetro oppure allungarsi fino al 130% della sua lunghezza iniziale, mantenendo trasparenza e resistenza. Indubbiamente quello ricavato è un materiale alquanto interessante, in quanto può essere trasformato in film sottilissimi, spessi appena 0,07 millimetri, adatti per imballaggi come sacchetti o involucri protettivi. Per evitare che l’umidità o il sale presenti nell’ambiente causino una degradazione prematura, è sufficiente applicare un sottile rivestimento superficiale, che protegge la plastica durante l’uso e può essere rimosso o degradato a sua volta.

Secondo i ricercatori, uno dei punti di forza di questa soluzione è la scalabilità. La natura produce ogni anno circa mille miliardi di tonnellate di cellulosa, una risorsa rinnovabile e ampiamente disponibile. Trasformarla in una plastica che non contribuisce all’inquinamento da microplastiche potrebbe ridurre il problema alla fonte, prima ancora che i rifiuti arrivino negli oceani. Certo, non si tratta di una soluzione immediata a tutta la crisi della plastica, ma di un esempio di come la chimica dei materiali possa essere ripensata partendo dal comportamento nell’ambiente reale, e non solo dalle esigenze industriali. Ci vorrà del tempo, per dare lo stop all'attuale plastica, ma la nuova strada sembra percorribile!

Cari amici, personalmente mi sembra una scoperta di grande interesse, potenzialmente eccezionale, capace di tamponare il problema della plastica che inquina gli oceani e mette a rischio la vita marina. Secondo le previsioni del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, l’inquinamento causato dalla plastica triplicherà entro il 2040, riversando ogni anno negli oceani del mondo dai 23 ai 37 milioni di tonnellate di rifiuti (nella foto l'isola di plastica più grande del mondo). Questa scoperta sicuramente apre una nuova via, a mio avviso tutta da seguire!

A domani.

Mario

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