Cari amici,
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Giornalista: Che bel turbante!
Moussa: “È una leggera stoffa di
cotone: permette di coprire il viso nel deserto quando si alza la sabbia e
nello stesso tempo di continuare a vedere e a respirare.”
Giornalista: È di un azzurro
bellissimo…
Moussa: “Per questo a noi tuareg ci
chiamano gli uomini blu: la stoffa stinge e la nostra pelle si tinge di
azzurro…”
Giornalista: Come ottenete questo
color indaco così intenso?
Moussa: “Con una pianta chiamata
indaco, mescolata con altri pigmenti naturali. L’azzurro per i tuareg è il
colore del mondo.”
Giornalista: Perché?
Moussa: “È il colore dominante:
quello del cielo, che è il tetto della nostra casa.”
Giornalista: Chi sono i tuareg?
Moussa: “Tuareg significa
‘abbandonati’, perché siamo un antico popolo nomade del deserto, solitario e
orgoglioso: ‘Signori del deserto’ ci chiamano. La nostra etnia è la amazigh
(berbera) e il nostro alfabeto è il tifinagh.”
Giornalista: Quanti siete?
Moussa: “Tre milioni e la
maggioranza è ancora nomade. Però la popolazione diminuisce… ‘È necessario che
un popolo sparisca perché ci accorgiamo che esisteva’, denunciava una volta un
saggio: io lotto per preservare questo popolo.”
Giornalista: A cosa vi dedicate?
Moussa: “Portiamo al pascolo
cammelli, capre, pecore, mucche e asini in un regno di infinito e di
silenzio...”
Giornalista: Davvero è così
silenzioso il deserto?
Moussa: “Se stai solo in quel
silenzio, senti il battito del tuo cuore. Non c’è luogo migliore per trovare se
stessi.”
Giornalista: Quale ricordo della
sua infanzia nel deserto ricorda con maggiore nitidezza?
Moussa: “Mi sveglio con il sole. Lì
ci sono le capre di mio padre. Loro ci danno latte e carne e noi le portiamo
dove c’è acqua, erba… Così faceva il mio bisnonno, mio nonno e mio padre… E io.
Non c’era nient’altro al mondo se non questo e io ero molto felice.”
Giornalista: Sì? Non sembra molto
stimolante…
Moussa: “Invece lo è molto. Quando
hai sette anni già ti lasciano allontanare dall’accampamento, insegnandoti le
cose importanti: a fiutare l’aria, ascoltare, aguzzare la vista, orientarti con
il sole e le stelle… E a lasciarti condurre dal cammello, se ti perdi: ti
porterà dove c’è acqua.”
Giornalista: Sapere questo è
prezioso, senza dubbio…
Moussa: “Lì tutto è semplice e
profondo. Ci sono pochissime cose e ognuna ha un enorme valore!”
Giornalista: Quindi questo mondo e
quello sono molto diversi, no?
Moussa: “Lì ogni piccola cosa dà
gioia. Ogni sfiorarsi è prezioso. Sentiamo una gioia profonda per il semplice
fatto di toccarci, di stare insieme! Lì nessuno sogna di diventare, perché
ciascuno già è!”
Giornalista: Che cosa l’ha
scioccato di più durante il suo primo viaggio in Europa?
Moussa: [...] Nell’hotel Ibis [a
Parigi], ho visto il primo rubinetto della mia vita: ho visto scorrere l’acqua…
e mi è venuta voglia di piangere.”
Giornalista: Che abbondanza, che
spreco, no? [...]
Moussa: “Sì. All’inizio degli anni
’90, c’è stata una grande siccità [in Azawad], sono morti gli animali, ci siamo
ammalati… Io avrò avuto dodici anni e mia madre è morta… Lei era tutto per me!
Mi raccontava le storie e mi ha insegnato a sua volta a raccontarle. Mi ha
insegnato ad essere me stesso."
Giornalista: Che cosa è successo
alla sua famiglia?
Moussa: “Ho convinto mio padre a
lasciarmi andare a scuola. Quasi ogni giorno percorrevo a piedi quindici
chilometri. Fino a che il maestro non mi ha lasciato un letto per dormire e una
signora mi dava da mangiare quando passavo davanti casa sua. Allora ho capito:
mia madre mi stava aiutando…”
Giornalista: Da cosa è nata questa
passione per la scuola?
Moussa: “Da quando un paio di anni
prima era passata per l’accampamento la Parigi-Dakar e a una giornalista cadde
un libro dallo zaino. Lo raccolsi e glielo restituii. Me lo regalò e mi parlò
di quel libro: Il piccolo principe. E io ho promesso a me stesso che un giorno
sarei stato capace di leggerlo.”
Giornalista: E c’è riuscito.
Moussa: “Sì. E fu così che ebbi una
borsa di studio per studiare in Francia.”
Giornalista: Un tuareg
all’università…!
Moussa: “Ah, quello che mi manca di
più qui è il latte della cammella… e il fuoco. E camminare scalzo sulla sabbia
calda. E le stelle: lì le guardiamo ogni notte e ogni stella è diversa
dall’altra, come ogni capra è diversa dall’altra… qui di notte guardate la
televisione.”
Giornalista: Sì. Cos’è che le
sembra la cosa peggiore di qui?
Moussa: “Avete tutto, però non vi
basta. Vi lamentate. In Francia, passano la vita lamentandosi! Vi legate per
tutta una vita a una banca e c’è un’ansia di possedere, una frenesia, una
fretta…
Nel deserto non ci sono ingorghi,
perché nessuno vuole superare nessuno!”
Giornalista: Mi racconti un momento
di intensa felicità nel suo lontano deserto.
Moussa: “Capita ogni giorno, due
ore prima del tramonto: diminuisce il caldo e il freddo non è ancora arrivato e
uomini e animali tornano lentamente all’accampamento e i loro profili si
stagliano su un cielo rosa, azzurro, rosso, giallo, verde…”
Giornalista: Affascinante, e poi?
Moussa: “È un momento magico…
Entriamo tutti nella tenda e bolliamo il tè. Seduti, in silenzio, ascoltiamo il
rumore del tè che bolle… La calma ci invade tutti: I battiti del cuore si
adeguano al ritmo del tè che bolle…”
Giornalista: Che pace…
Moussa: “Qui avete l’orologio, lì
abbiamo il tempo”.
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A domani.
Mario





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