martedì, gennaio 20, 2026

LA LIBERA CONFESSIONE DI UN TUAREG AD UN GIORNALISTA SPAGNOLO…


Oristano 20 gennaio 2026

Cari amici,

Oggi il mio post ha un taglio diverso: riporta un’interessante intervista: quella di un giornalista spagnolo ad uno scrittore TUAREG che, senza remore, ha raccontato la sua vita. Per meglio comprendere, ricordo a voi lettori che I TUAREG, sono un popolo nomade di origine berbera che vive nel Sahara; i suoi esponenti, noti come "uomini blu", sopravvivono da millenni grazie a un duro adattamento climatico, basato su allevamento di dromedari, commercio carovaniero, uso di tende smontabili e un forte codice di ospitalità. La loro cultura è incentrata sul matriarcato, la scrittura Tifinagh, il rito del tè e la capacità di resistenza nel deserto.

Ecco l’affascinante intervista, realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, a Moussa Ag Assarid, scrittore tuareg, che offre uno sguardo profondo sulla sua vita e la sua cultura, quella di un popolo che è rimasto legato alle antiche tradizioni, impregnate di quel fascino millenario che sopravvive, nonostante le difficoltà; un popolo che non ha mai mollato, non ha mai voluto cambiare. Ecco l’intera, libera, intervista, come reperita su Internet.

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Moussa Ag Assarid: “Non conosco la mia età: sono nato nel deserto del Sahara, senza documenti! Sono nato in un accampamento di nomadi tuareg tra Timbuctù e Gao, al nord del Mali. Sono stato pastore di cammelli, capre, pecore e mucche di mio padre. Ora studio Economia all’Università di Montpellier [Francia]. Non sono sposato. Difendo i pastori tuareg. Sono musulmano, senza fanatismo.”

Giornalista: Che bel turbante!

Moussa: “È una leggera stoffa di cotone: permette di coprire il viso nel deserto quando si alza la sabbia e nello stesso tempo di continuare a vedere e a respirare.”

Giornalista: È di un azzurro bellissimo…

Moussa: “Per questo a noi tuareg ci chiamano gli uomini blu: la stoffa stinge e la nostra pelle si tinge di azzurro…”

Giornalista: Come ottenete questo color indaco così intenso?

Moussa: “Con una pianta chiamata indaco, mescolata con altri pigmenti naturali. L’azzurro per i tuareg è il colore del mondo.”

Giornalista: Perché?

Moussa: “È il colore dominante: quello del cielo, che è il tetto della nostra casa.”

Giornalista: Chi sono i tuareg?

Moussa: “Tuareg significa ‘abbandonati’, perché siamo un antico popolo nomade del deserto, solitario e orgoglioso: ‘Signori del deserto’ ci chiamano. La nostra etnia è la amazigh (berbera) e il nostro alfabeto è il tifinagh.”

Giornalista: Quanti siete?

Moussa: “Tre milioni e la maggioranza è ancora nomade. Però la popolazione diminuisce… ‘È necessario che un popolo sparisca perché ci accorgiamo che esisteva’, denunciava una volta un saggio: io lotto per preservare questo popolo.”

Giornalista: A cosa vi dedicate?

Moussa: “Portiamo al pascolo cammelli, capre, pecore, mucche e asini in un regno di infinito e di silenzio...”

Giornalista: Davvero è così silenzioso il deserto?

Moussa: “Se stai solo in quel silenzio, senti il battito del tuo cuore. Non c’è luogo migliore per trovare se stessi.”

Giornalista: Quale ricordo della sua infanzia nel deserto ricorda con maggiore nitidezza?

Moussa: “Mi sveglio con il sole. Lì ci sono le capre di mio padre. Loro ci danno latte e carne e noi le portiamo dove c’è acqua, erba… Così faceva il mio bisnonno, mio nonno e mio padre… E io. Non c’era nient’altro al mondo se non questo e io ero molto felice.”

Giornalista: Sì? Non sembra molto stimolante…

Moussa: “Invece lo è molto. Quando hai sette anni già ti lasciano allontanare dall’accampamento, insegnandoti le cose importanti: a fiutare l’aria, ascoltare, aguzzare la vista, orientarti con il sole e le stelle… E a lasciarti condurre dal cammello, se ti perdi: ti porterà dove c’è acqua.”

Giornalista: Sapere questo è prezioso, senza dubbio…

Moussa: “Lì tutto è semplice e profondo. Ci sono pochissime cose e ognuna ha un enorme valore!”

Giornalista: Quindi questo mondo e quello sono molto diversi, no?

Moussa: “Lì ogni piccola cosa dà gioia. Ogni sfiorarsi è prezioso. Sentiamo una gioia profonda per il semplice fatto di toccarci, di stare insieme! Lì nessuno sogna di diventare, perché ciascuno già è!”

Giornalista: Che cosa l’ha scioccato di più durante il suo primo viaggio in Europa?

Moussa: [...] Nell’hotel Ibis [a Parigi], ho visto il primo rubinetto della mia vita: ho visto scorrere l’acqua… e mi è venuta voglia di piangere.”

Giornalista: Che abbondanza, che spreco, no? [...]

Moussa: “Sì. All’inizio degli anni ’90, c’è stata una grande siccità [in Azawad], sono morti gli animali, ci siamo ammalati… Io avrò avuto dodici anni e mia madre è morta… Lei era tutto per me! Mi raccontava le storie e mi ha insegnato a sua volta a raccontarle. Mi ha insegnato ad essere me stesso."

Giornalista: Che cosa è successo alla sua famiglia?

Moussa: “Ho convinto mio padre a lasciarmi andare a scuola. Quasi ogni giorno percorrevo a piedi quindici chilometri. Fino a che il maestro non mi ha lasciato un letto per dormire e una signora mi dava da mangiare quando passavo davanti casa sua. Allora ho capito: mia madre mi stava aiutando…”

Giornalista: Da cosa è nata questa passione per la scuola?

Moussa: “Da quando un paio di anni prima era passata per l’accampamento la Parigi-Dakar e a una giornalista cadde un libro dallo zaino. Lo raccolsi e glielo restituii. Me lo regalò e mi parlò di quel libro: Il piccolo principe. E io ho promesso a me stesso che un giorno sarei stato capace di leggerlo.”

Giornalista: E c’è riuscito.

Moussa: “Sì. E fu così che ebbi una borsa di studio per studiare in Francia.”

Giornalista: Un tuareg all’università…!

Moussa: “Ah, quello che mi manca di più qui è il latte della cammella… e il fuoco. E camminare scalzo sulla sabbia calda. E le stelle: lì le guardiamo ogni notte e ogni stella è diversa dall’altra, come ogni capra è diversa dall’altra… qui di notte guardate la televisione.”

Giornalista: Sì. Cos’è che le sembra la cosa peggiore di qui?

Moussa: “Avete tutto, però non vi basta. Vi lamentate. In Francia, passano la vita lamentandosi! Vi legate per tutta una vita a una banca e c’è un’ansia di possedere, una frenesia, una fretta…

Nel deserto non ci sono ingorghi, perché nessuno vuole superare nessuno!”

Giornalista: Mi racconti un momento di intensa felicità nel suo lontano deserto.

Moussa: “Capita ogni giorno, due ore prima del tramonto: diminuisce il caldo e il freddo non è ancora arrivato e uomini e animali tornano lentamente all’accampamento e i loro profili si stagliano su un cielo rosa, azzurro, rosso, giallo, verde…”

Giornalista: Affascinante, e poi?

Moussa: “È un momento magico… Entriamo tutti nella tenda e bolliamo il tè. Seduti, in silenzio, ascoltiamo il rumore del tè che bolle… La calma ci invade tutti: I battiti del cuore si adeguano al ritmo del tè che bolle…”

Giornalista: Che pace…

Moussa: “Qui avete l’orologio, lì abbiamo il tempo”.

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Cari amici lettori, non voglio aggiungere nulla, nel senso che invito Voi che mi leggete a rileggere anche più volte l’intervista realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, al Tuareg Moussa Ag Assarid., e, di conseguenza, riflettere sulla nostra vita, ben lontana da quella raccontata da Moussa. Credo che osservare con occhi nuovi la nostra vita ci faccia davvero bene…

A domani.

 

Mario

 

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