Oristano 21 ottobre 2026
Cari amici,
Tra i tanti, interessanti
scritti di Salvatore Quasimodo c’è una celebre poesia intitolata "NESSUNO". Sono versi che esplorano l'uomo, mettendo in luce, la grande fragilità umana. È una poesia che
affronta quella condizione umana sempre più diffusa: il profondo senso di
solitudine e di smarrimento che l’uomo prova quando le certezze crollano e il
mondo circostante sembra immobile nella sua sofferenza. È quel momento difficile
in cui si arriva all’accettazione del proprio limite e della propria fragilità,
che l’autore siciliano considera una tappa fondamentale nel percorso
dell’esistenza umana.
La vita, com ben sappiamo
non è tutta rose e fiori, ma ricca di imprevisti a volte alquanto stressanti e
stravolgenti. Imprevisti che succedono nei momenti di cambiamento, di esilio o
di crisi personali, con la sensazione di non avere più nulla su cui contare, e niente da offrire agli
altri; è un camminare su strade prive di luce, muovendosi a tentoni in spazi
sconosciuti. È come sentirsi inermi, privi di qualsiasi forza, quasi in attesa
che arrivi l’intima liberazione finale.
Con la sua poesia “NESSUNO”, Salvatore Quasimodo accompagna il lettore nei meandri della propria fragilità per
mostrare una verità profonda: riconoscere la propria debolezza! Certo, non è una resa,
ma il primo passo per denudare l’anima di fronte all’assoluto. Attraverso
l’immagine di un fanciullo impaurito ma desideroso di riscatto, il poeta
siciliano mette a nudo la condizione di chi vive lo sradicamento e la
nostalgia, cercando nell’essenzialità del dialogo con il divino una risposta al
dolore dell’esistenza. Ecco la poesia da leggere e meditare.
“NESSUNO”
- poesia di Salvatore Quasimodo
Io sono forse un
fanciullo
che ha paura dei morti,
ma che la morte chiama
perché lo sciolga da
tutte le creature:
i bambini, l’albero, gli
insetti:
da ogni cosa che ha cuore
di tristezza.
Perché non ha più doni
e le strade son buie,
e più non c’è nessuno
che sappia farlo piangere
vicino a te, Signore.
La poesia “NESSUNO” è
contenuta nella raccolta di poesie Acque e terre, di Salvatore Quasimodo,
pubblicata per la prima volta nel 1930 presso le edizioni Solaria. Spesso
Salvatore Quasimodo viene ricordato soltanto per la folgorante brevità di “Ed
è subito sera” o per l’impegno civile della produzione postbellica.
Eppure, in Nessuno, emerge l’ossatura della sua prima poetica: una sensibilità
lacerata, segnata dalla nostalgia per la terra natia e dalla ricerca di un
senso dentro la solitudine. La poesia si costruisce su un monologo intimo e
spoglio, che mette a nudo l’identità del poeta ridotta all’essenziale.
Da un lato si trova
l’immagine del “fanciullo”, figura che incarna l’innocenza, la fragilità e lo
smarrimento dell’uomo di fronte al mistero della fine e al peso della vita
quotidiana. Per il poeta, la giovinezza e l’infanzia non sono soltanto ricordi
cronologici, ma uno stato dell’anima esposto alle intemperie dell’esistenza. Osservando
il creato che lo circonda, il protagonista non si sente estraneo, ma
intimamente legato a ogni sua manifestazione. Tuttavia, questo legame è segnato
dalla condivisione del dolore: i bambini, l’albero, persino i piccoli insetti
sono accomunati da uno stesso destino, poiché “ogni cosa ha cuore di
tristezza”.
Cari amici, l’immagine
del “fanciullo” che ammette la propria paura e il proprio limite rompe una
delle illusioni più logoranti della vita adulta: la necessità di mostrarsi
sempre risolti, autosufficienti e invulnerabili. Di fronte al peso delle
aspettative esterne e all’obbligo sociale della prestazione, la poesia di
Salvatore Quasimodo rivendica il diritto di sentirsi smarriti. È un inno alla
fragilità dell’uomo!
A domani.
Mario







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