venerdì, ottobre 16, 2026

PER TENERE IN FORMA IL NOSTRO CERVELLO CON L’AVANZARE DELL’ETÀ, È POSSIBILE ALLENARLO ANCHE DOPO I 60 ANNI?


Oristano 16 ottobre 2026

Cari amici,

Che l’allenamento, sia del corpo che della mente, sia indubbiamente sempre positivo e consenta di rimediare ai negativi cambiamenti derivanti dal passare dell’età, è una realtà inequivocabile. Che il corpo ne risenta in modo evidente è chiaro a tutti, ma anche il nostro cervello invecchia? Indubbiamente si! Allora provare a tenere allenato il nostro cervello, per esempio dopo i 60 anni, sarà ugualmente produttivo e capace di portare positivi risultati? La risposta è indubbiamente ancora “SI”, come dimostra un recente studio pubblicato su The Lancet, che evidenzia come un programma strutturato di attività fisica, alimentazione, “stimolazione cognitiva”, relazioni sociali e controllo cardiovascolare può migliorare notevolmente le prestazioni mentali in persone over 60.

Insomma, amici, per tenere allenato il cervello dopo i 60 anni non basta fare cruciverba o uscire a camminare, ma bisogna impegnarsi in modo più incisivo. Una serie di studi recenti (ben 227) che ha messo insieme un gruppo di persone con più di 60 anni senza diagnosi di demenza, ha dimostrato che l’attività fisica, anche da sola, ha prodotto miglioramenti misurabili in tre aree: memoria, velocità di elaborazione delle informazioni e funzioni esecutive; ma aggiungere esercizi per la mente può dare ben di più, anche se non in tutte le capacità.

Amici, in Italia si stimano circa 1,2 milioni di persone con demenza, oltre la metà delle quali affette dalla malattia di Alzheimer, mentre quasi 900.000 presenterebbero un disturbo cognitivo lieve. La novità più interessante non è l’arrivo di una nuova pillola miracolosa. È la crescente evidenza che la traiettoria con cui il cervello invecchia non dipende soltanto dall’età o dai geni. Una parte del rischio può essere modificata intervenendo contemporaneamente su movimento, alimentazione, pressione arteriosa, metabolismo, attività mentale e qualità delle relazioni.

Come accennato prima, a dimostrarlo con nuovi dati è -LatAmFINGELRS, uno studio randomizzato condotto in undici Paesi dell’America Latina e pubblicato nel luglio 2026 su The Lancet. Lo studio ha coinvolto oltre 1,000 persone (1.065 adulti tra i 60 e i 77 anni), con un’età media di 67,5 anni. I partecipanti non avevano una diagnosi di demenza, ma presentavano fattori che aumentavano il rischio di declino cognitivo, come problemi cardiovascolari, prestazioni cognitive non ottimali e un punteggio elevato in una scala utilizzata per stimare il rischio futuro.

Le persone sono state assegnate casualmente a due gruppi. Il primo, formato da 539 partecipanti, ha seguito per due anni un programma sistematico e strutturato, con esercizio supervisionato, incontri, monitoraggio, sostegno motivazionale e attività organizzate. Il secondo gruppo, composto da 526 persone, ha ricevuto indicazioni più flessibili e consigli generali sugli stessi aspetti dello stile di vita.

Gli esaminatori incaricati di misurare le prestazioni cognitive non conoscevano il gruppo di appartenenza dei partecipanti. Questo accorgimento riduce il rischio che aspettative o impressioni personali influenzino la valutazione dei risultati. Alla fine dei due anni, l’82,3% del campione iniziale aveva completato il follow-up. Durante lo studio, comunque, le prestazioni cognitive sono migliorate in entrambi i gruppi. Tuttavia, nel gruppo sottoposto al programma strutturato, il punteggio cognitivo complessivo è aumentato mediamente di 0,31 deviazioni standard ogni anno, contro le 0,20 del gruppo che aveva ricevuto indicazioni più generiche.

La differenza tra i due gruppi è stata di 0,11 deviazioni standard all’anno ed è risultata statisticamente molto solida. Confrontando i due valori, il miglioramento del gruppo strutturato è stato circa il 55% più ampio rispetto a quello osservato nel gruppo flessibile. Sono emersi benefici anche in ambiti come memoria episodica, funzioni esecutive e velocità di elaborazione delle informazioni. Questo però, amici, non significa che il programma abbia ridotto del 55% i casi di Alzheimer o di demenza.

Lo studio ha misurato l’andamento delle prestazioni cognitive per due anni, non il numero di persone che avrebbero sviluppato una demenza nei decenni successivi. Non dimostra quindi che cinque abitudini possano “impedire” l’Alzheimer. Dimostra qualcosa di più preciso: nelle persone anziane a rischio, un intervento intensivo e organizzato può produrre un miglioramento cognitivo superiore rispetto alla semplice consegna di consigli sulla salute.

Cari amici, gli studi sul miglioramento della nostra “vecchiaia” continuano e certamente i risultati arriveranno; credo, comunque, che, alla base di tutto ci siano questi positivi fattori: una regolare attività fisica, un’alimentazione adeguata, una costante “stimolazione cognitiva” e avere numerose  relazioni sociali. In questo modo, amici, state certi che si invecchia di più e meglio!

A domani.

Mario

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