Oristano 26 febbraio 2026
Cari amici,
Viviamo un’epoca in cui stare
a contatto con la Natura è sempre più difficile. Abitiamo in città
superaffollate, soffocati tra traffico e smog, e l’idea di passeggiare in un
bosco è un desiderio alquanto difficile da appagare. Per questo motivo, in molti di noi, scatta il desiderio di riavvicinarci alla Natura, ma in modi spesso poco consoni.
Tra questi, un po’ per moda, un po’ perché lo crediamo educativo, un po’ per
puro piacere, cerchiamo di interagire con gli animali selvatici, in particolare
con gli uccelli, che, avendo la capacità di volare, trovano spesso rifugio nelle
nostre città.
In tanti vediamo questi volatili nelle nostre
città: si raccolgono nei terrazzi e nei balconi, facendoci sorridere. Ed ecco che noi interveniamo appendendo delle “eleganti
mangiatoie”, attrezzate per fornire a questi uccelli cibo in abbondanza; questa moda è diventata così contagiosa
che continua ad aumentare. In questo modo in tanti forniamo a questi volatili
selvatici non più un aiuto sporadico ma fisso, quasi da allevamento! È un rito,
in particolare d’inverno, che appare sempre più radicato, quasi una vera e
propria istituzione! Indubbiamente è di certo un modo sbagliato di interagire con le
specie selvatiche, in quanto un animale selvatico non è “programmato” per
interagire con l’Uomo.
Questo forte sentimento, da noi così diffuso, risulta condiviso da milioni di persone, una iniziativa che trasforma i nostri
giardini in ristoranti non-stop, dimenticando che la vita di questi acrobati dell’aria è il frutto di millenni di evoluzione, cosa che ha consentito loro di sopravvivere in
qualsiasi condizione “da soli”, senza aiuti esterni. Amici, nella nostra
cultura, questo comportamento, seppure fatto a fin di bene, è sicuramente
dannoso, in quanto col passare del tempo crea nei volatili una pericolosa “dipendenza”,
mettendo a rischio la loto natura
selvatica. Inconsciamente, trattiamo l’avifauna del nostro giardino come un ospite che
dipende da noi, creando un legame affettivo molto forte che, purtroppo, snatura
la loro libera forma di sopravvivenza.
Se proviamo a confrontare
il nostro comportamento con quello, per esempio dei norvegesi, dove il freddo e
le condizioni di vita dell’avifauna sono ben più difficoltose delle nostre, troviamo
– al contrario – una filosofia completamente diversa. Quella norvegese è
impregnata di un rapporto molto più diretto e pragmatico con la natura. Lì, un
uccello rimane un animale selvatico, un’entità libera la cui sopravvivenza
dipende dalla sua capacità di adattamento, non dalla carità umana. I norvegesi
rispettano una distanza necessaria, convinti che intervenire massicciamente nel
regime alimentare di una specie selvatica significhi addomesticarla, privandola
della sua resilienza. L’aiuto, se c’è, è marginale e limitato a eventi
climatici estremi, mai una routine quotidiana!
Amici lettori, questa
divergenza culturale tra la nostra cultura e quella norvegese solleva una
questione biologica fondamentale. La nostra, volendo fare troppo bene, crea fittiziamente
un ambiente artificiale, che interferisce pesantemente su queste specie
selvatiche, e che può avere conseguenze deleterie sul loro comportamento
naturale! Col nostro intervento, l’equilibrio millenario di questi gioielli del
cielo risulta minato e messo in forte difficoltà. Queste specie selvatiche, che
noi vogliamo a tutti i costi proteggere, si trovano, invece, a non avere più la loro
consolidata capacità di sopravvivenza in tutte le condizioni, fornita dalle
leggi naturali.
Il rischio del nostro
intervento è senz’altro molto pericoloso. L’abbondanza di cibo facile
modifica i comportamenti delle specie selvatiche. Perché passare ore a
ispezionare cortecce o a scavare nel terreno gelato quando un distributore
offre calorie illimitate senza sforzo? Si rischia di creare una generazione di
uccelli “assistiti”, le cui competenze di foraggiamento si indeboliscono. Se la
fonte artificiale si esaurisce all’improvviso, questi volatili dipendenti si
trovano in grave difficoltà, incapaci di riattivare i loro naturali e
consolidati istinti!
Cari amici, dovremmo
davvero riflettere non poco! La filosofia norvegese ci dovrebbe invitare
all’umiltà. Ci costringe a interrogarci sulla natura del nostro amore per il
mondo selvatico: amiamo davvero gli uccelli o amiamo il piacere di vederli alla
nostra finestra? Amare la natura significa rispettare la sua capacità di
autoregolarsi. Le specie selvatiche hanno sviluppato incredibili strategie di
adattamento. Intervenire costantemente significa dubitare della loro
resilienza. La vera benevolenza consiste nel ritirarsi quando la nostra
presenza diventa superflua, se non addirittura dannosa. Lasciare che la natura faccia il
suo corso è il gesto più ecologico che possiamo compiere!
A domani.
Mario








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