martedì, febbraio 17, 2026

LA CINA E LA PESCA ILLEGALE CHE STA SVUOTANDO I MARI. UNA FLOTTA DI BEN 17MILA NAVI SACCHEGGIA GLI OCEANI CON DANNI INCALCOLABILI.


Oristano 17 febbraio 2026

Cari amici,

La Cina è il primo paese al mondo (dal 1989) per tonnellate di pesce catturato. Nel 2021 Pechino è riuscita a pescare (ancora secondo i dati statistici ufficiali, evidentemente sottostimati) 13,14 milioni di tonnellate metriche di risorse ittiche, lasciandosi alle spalle l’Indonesia, con 7,2. Nel 2022, il 40% di tutte le risorse ittiche mondiali era stato catturato da imbarcazioni battenti bandiera cinese o comunque facenti riferimento alla Cina, che consuma circa un terzo del pescato a livello mondiale, di cui il 40% (a parte il pesce derivante da acquacoltura) importato. Insomma in tutti gli oceani, nelle acque internazionali e non solo, la Cina ha sguinzagliato una flotta immensa: ben 17mila immense navi che stanno svuotando le risorse marittime.

Siamo davanti ad una vera e propria guerra commerciale, combattuta a colpi di reti da pesca, che ha come palcoscenico i mari del mondo. Quello che spicca è il maggior peso cinese, che sfrutta la poca trasparenza e una palese condotta ambigua per predare in tutti i mari, mettendo le altre nazioni davanti al fatto compiuto. Non è infatti un caso che si parli della possibilità di estendere la ZEE, comunemente fissata a 200 miglia nautiche, sino a 350 miglia, affinché nazioni che dipendono fortemente dalla pesca, come l’Ecuador o il Perù, possano tutelare meglio le proprie risorse.

Amici, è ben nota in Cina la continua, crescente domanda di materie prime, necessarie per sostenere un’economia in costante espansione, indispensabili per soddisfare le esigenze di una popolazione in continua crescita, di 1,4 miliardi di persone, e l’ambito più importante è forse quello delle risorse del mare. I cinesi stanno letteralmente “dragando” tutto ciò che è possibile estrarre dagli oceani, risorse che si accaparrano senza alcune rispetto per la Natura e spesso neppure dei confini delle nazioni, come è successo nel Mar della Cina e al largo della Corea del Nord.

Come accennato prima, forti di una flotta d’altura organizzata in modo quasi militare e dai numeri strabilianti (i dati del Overseas Development Institute parlano come detto di 17 mila imbarcazioni, contro i circa 300 pescherecci dell’intera flottiglia statunitense d’alto mare. Tuttavia fonti non confermate stimano addirittura il numero dei pescherecci cinesi in 200-800 mila, (ovvero quasi la metà dell’intero parco mondiale)! Queste numerosissime imbarcazioni, in gran parte grosse navi che possono contenere sino a 1000 t. di prodotto,  fanno pensare ad una campagna di lungo periodo.

Infatti dietro ai pescherecci-razziatori si muove ed opera una vera e propria organizzazione, composta da una specie di "città galleggiante", che offre il supporto logistico; supporto fornito da una grande nave-cisterna per rifornire di carburante le navi più piccole e diverse navi speciali (vascelli-fabbrica) che lavorano direttamente in mare il pesce, lo surgelano, permettendo così ai pescherecci di riprendere al più presto la pesca razzia. Amici, la realtà è che i cinesi non si fermano davanti a niente.

Ecco un dato che lo dimostra in modo inequivocabile. Solo nello scorso settembre la flotta “pirata” cinese ha operato per oltre 73 mila ore di pesca intensiva, come ha denunciato l’Associazione ambientalista Oceana, violando così le norme internazionali contro l’eccessivo sfruttamento del mare. L’Ecuador, sentendosi alquanto leso,  ha chiesto aiuto agli Stati Uniti, ma, come noto, non è certo un buon momento nei rapporti tra le due superpotenze e i cinesi proseguono imperterriti il loro programma di sfruttamento intensivo del pianeta.

Come accennato prima, la flottiglia da pesca cinese spazia in tutti  i mari del mondo, praticando una vera e propria guerra che vede coinvolti anche i vicini più prossimi del gigante asiatico, e suoi avversari in campo politico. L’Agenzia per la pesca giapponese si è mossa di recente per garantire la sicurezza dei pescherecci di Tokyo, che operano nelle ricche zone di pesca di Yamatotai, all’interno della Zona di Esclusività Economica nipponica, chiedendo che evitino alcune aree e si rechino altrove a causa di un recente aumento di navi cinesi che incrociano in quelle acque.

Cari amici, credo che il problema sia più serio di quanto appare. La corsa cinese verso il controllo dei mari, almeno di quelli asiatici, africani e sudamericani, ha certificato la presenza di danni ambientali notevoli e irreparabili, a fronte di guadagni crescenti. Ci potranno essere accordi pacifici o anche sul controllo della pesca sui mari si scatenerà una guerra con le armi?

A domani.

Mario

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