Oristano 3 febbraio 2026
Cari amici,
Sul frontone del Tempio
di Apollo a Delfi, luogo dove gli antichi greci si recavano per consultare
l’oracolo, era incisa la celebre massima "CONOSCI TE STESSO"
(in greco: Γνῶθι σεαυτόν, Gnōthi seautón), attribuita a varie figure, inclusi i
Sette Saggi o lo stesso Apollo. Il motto fu poi ripreso dal filosofo greco SOCRATE,
che lo fece diventare il fulcro della sua filosofia. Socrate intese la massima come un
invito a conoscere la propria anima e i propri limiti per raggiungere la virtù
e la felicità. Conoscere realmente se stessi, amici lettori, è una riflessione che da millenni
accompagna l’umanità.
Ebbene, tra i filosofi
dell’antichità, TALETE DI MILETO è annoverato tra i Sette savi della
Grecia antica, colui che gettò le basi della filosofia occidentale. Talete non
fu solo un pensatore brillante del VI secolo a.C., ma anche matematico,
astronomo e pioniere dell’osservazione razionale della natura. Oltre all’intero
bagaglio di scienza che ci ha lasciato in eredità, fu lui tra i primi ad
adottare la celebre frase prima ricordata, incisa sul frontone del Tempio di
Apollo, ribadendo che «La cosa più difficile è conoscere se stessi e la
più facile è parlare male degli altri».
Il grande pensatore del passato TALETE DI MILETO fu il primo a
formulare spiegazioni razionali sulla natura senza ricorrere ai miti, agli dèi.
Per lui, la filosofia non iniziava con la speculazione sul soprannaturale, ma
con l’osservazione e la riflessione sul reale. E la sua riflessione parte
proprio dalla concretezza del nostro essere, da se stessi. Talete, insomma, già
millenni fa, aveva intuito che la più grande saggezza non stava nel conoscere il
mondo, né in qualcosa che potessimo trovare fuori di noi, ma nel "conoscerci a
fondo" guardando dentro di noi.
La famosa frase prima
riportata evidenziava quanto sia complesso per ciascuno di noi l'autoesame
interiore, rispetto alla facilità con cui esprimiamo il giudizio sugli altri, valutazione
valida oggi come ieri. Il pensiero di Talete intendeva sottolineare la
difficoltà che ciascuno di noi ha nel raggiungere la vera conoscenza di sé; un
percorso introspettivo alquanto impegnativo, contrapposto alla facilità con cui
si tende, invece, a criticare o giudicare il prossimo. Egli si era ben presto reso
conto che arrivare a sapere chi siamo davvero, al di là di ciò che appariamo,
di ciò che sentiamo o di ciò che proiettiamo, non era affatto semplice.
Amici, oggi viviamo in un
millennio ipertecnologico dove predominano le apparenze, dove diamo valore più all’apparenza che alla sostanza, più alla superficialità più che alla
concretezza, per cui – oggi come ieri - l’introspezione,
il guardarci dentro, risulta davvero difficile. Come ebbe occasione di scrivere lo psicologo e
scrittore svizzero Carl Jung, «quello che neghi ti sottomette e quello
che accetti ti trasforma». Guardare dentro di sé implica il confrontarsi con le proprie
paure, con le nostre contraddizioni, le nostre ferite e persino le nostre
ombre. Non è certo qualcosa di confortevole, ma guardarsi dentro è proprio necessario farlo. Certamente,
quando rimaniamo all’oscuro di noi stessi, è molto più facile erigere un
piedistallo e credere di essere migliori di quanto realmente siamo.
Si, amici, viviamo in
un’epoca in cui il sapere esterno è infinito: abbiamo accesso a milioni di dati
ventiquattro ore al giorno, senza sosta, ma dedichiamo poco tempo ad esplorare
ciò che c’è dentro di noi. Non esiste silenzio. Sembra che ci definiamo per ciò
che pubblichiamo sui social e per come vogliamo essere visti, non per chi siamo
veramente! E ciò ci porta alla seconda parte della frase di Talete: «La cosa
più facile è parlare male degli altri».
Cari amici, dovremmo più
spesso andare a rileggere i filosofi nostri antenati. Ci siamo allontanati
dalla vita reale per adottare una vita virtuale fatta di apparenza e di poca
sostanza. Perciò ci viene più facile giudicare
gli altri, criticarli, proiettando su di loro le nostre frustrazioni in un
meccanismo di auto-difesa. Ciò ci protegge, almeno momentaneamente, dall’avere
a che fare con le nostre crepe interiori. Ma il virtuale, poi, ci farà tornare
al reale, e allora, volenti o nolenti, saremo costretti a guardarci dentro, e
finalmente arrivare a capire chi e cosa siamo in realtà.
A domani amici lettori.
Mario








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