domenica, aprile 27, 2014

SIGNORE, DACCI ANCHE OGGI IL NOSTRO PANE: VA BENE ANCHE QUELLO DI IERI! LA CRISI HA FATTO DIMINUIRE ANCHE IL CONSUMO DI PANE. OTTO MILIONI DI ITALIANI SOTTO LA SOGLIA DI POVERTA’.




Oristano 27 Aprile 2014
Cari amici,
chi come me è nato alla fine della seconda guerra mondiale (sono del 1945), sa cosa significa per un bambino desiderare un pezzo di pane e non averlo.  Nel mio primo libro autobiografico “Marieddu” ho riportato un episodio dove, con dovizia di particolari, raccontavo le mie amare sensazioni dopo il “rifiuto”, la negazione di un pezzo di pane, ad un bambino che aveva fame. Ero nei primi anni delle scuole elementari ed il  rifiuto ricevuto alla mia richiesta di pane, da parte di chi ne aveva in abbondanza, mi aveva shockato. Certe sensazioni, cari amici, rimangono impresse per sempre nel nostro inconscio e ancora oggi, che di anni ne ho molti di più, per me il pane ha mantenuto un’importanza che va ben oltre il suo semplice valore venale. Questo grande valore affettivo e di rispetto, che attribuisco a questo alimento, mi ha condizionato per tutta la vita: nella mia famiglia il pane non è mai stato gettato via: ne quando si faceva in casa una volta la settimana, ne oggi che si compra quotidianamente già confezionato. 
Le famiglie patriarcali di una volta, per servirlo al meglio, avevano inventato tante ricette per consumare il pane raffermo che lo rendevano appetibile e gradito in famiglia, anche negli ultimi due giorni della settimana, prima della nuova panificazione. Io, ancora oggi, nonostante il pane non sia più quello di una volta, “fatto in casa”, lo riutilizzo l’indomani senza problemi: bagnato nel latte della prima colazione del mattino al posto dei biscotti, trasformato in bruschette, dorato sulla piastra, oppure bagnato nel brodo e condito con sugo e formaggio fresco grattugiato, tipo parmigiana.
Vedete, cari amici, ho voluto riportare un flash dei miei ricordi giovanili per introdurre la riflessione di oggi, che vede come protagonista proprio il pane, in particolare quello “del giorno prima”, che, contrariamente alle abitudini consolidate degli anni scorsi, risulta dalle statistiche che non viene più gettato via ma riutilizzato, evitandone lo spreco. La notizia di questo cambiamento di abitudini da parte degli italiani non è certo preoccupante dal punto di vista dell’evitato cattivo uso di una risorsa: perché se questo “recupero” fosse avvenuto per la maturazione di una nuova coscienza anti spreco, sarebbe stato addirittura da lodare, invece il recupero è avvenuto, giocoforza, per ragioni contingenti e preoccupanti. Il motivo, ben più triste, è che le famiglie italiane sono finanziariamente al limite, costrette a tagliare anche sulla spesa quotidiana: ben otto milioni di persone sono “sotto la soglia di povertà”, ovvero non riescono ad arrivare dignitosamente a fine mese, neanche dal punto di vista alimentare. Una recente statistica ha rilevato dati che fanno seriamente impensierire. Eccone alcuni.
Il consumo medio giornaliero di pane per persona, che nel 2007 era di 145 grammi, nel 2013 si è ridotto a 98 grammi, con una flessione del 32%. Questo non significa che è diminuito il consumo “reale” del pane, ma che non si getta più via quello avanzato dal giorno prima. La stessa statistica, infatti, rileva che il 42% degli italiani, oggi, mangia il pane avanzato dal giorno prima, il 44% se avanza lo surgela, il 43% lo grattugia, il 24% lo utilizza (raffermo) per confezionare antiche ricette della tradizione contadina, mentre solo il 22% lo da agli animali. In sostanza questa nuova e  sana abitudine, è figlia della crisi che continua ad avanzare e che sembra non avere più fine. Sono ormai tante le famiglie che fino a ieri conducevano una vita dignitosa, e che ora, invece, sono ridotte in povertà: basti pensare che si vergognano anche di andare al supermercato, in quanto costrette a presentare alle casse un carrello semivuoto, contenente tra l’altro prodotti alle soglie della scadenza, in quanto venduti scontati.
Famiglie costrette a risparmiare anche sul pane, accontentandosi di acquistare quello del giorno prima. Alcuni panificatori, infatti lo mettono in vendita con lo sconto del 50%. Un panettiere di Sulmona, intervistato da “Repubblica” ha detto: “Abbiamo fatto mettere un cartello fuori: ‘Il pane di ieri a metà prezzo’. Ho raccomandato ai dipendenti discrezione per non urtare le suscettibilità di nessuno. Sa com’è: siamo tutti benestanti fino a prova contraria. Il paese è piccolo, la gente parla, la dignità non ha prezzo. Però vedo che lo chiedono in tanti, il pane di ieri”. Mai, forse, in piena globalizzazione avremo pensato a situazioni che ricordano quelle del nostro povero dopoguerra! Anche nei supermercati i prodotti vicini alla soglia di scadenza spariscono subito perché venduti con forte sconto. Nel suo supermercato, Giovanna vede tanta gente acquistare la carne che scade il giorno dopo, perché viene messa in vendita all’80% in meno. “Roba da mangiare subito, la sera stessa, prima che vada a male”, dice. Sembra un flash di un film sul dopoguerra, invece è una triste realtà e succede oggi, in Italia.
Un’attenta analisi della spesa alimentare ci dice che siamo tornati indietro di 50 anni: gli italiani non hanno più i soldi per comprare beni superflui (come bibite gassate, dolci e merendine), visto che sono costretti a recuperare anche il pane del giorno prima. Uno studio di Unioncamere rileva che al supermercato si evitano sempre più i cibi "non necessari" come bevande gassate, succhi di frutta, merendine e vino. Molto meglio fare i dolci in casa, cercando di risparmiare qualcosa. Secondo l'associazione gli italiani hanno ridotto la spesa di oltre due miliardi l’anno, con tendenza al peggioramento.
Cari amici, sembra proprio che la globalizzazione non abbia creato tutti quei benefici che prometteva! Anche l’introduzione dell’Euro, prima della reale costruzione dell’Unione Europea come stato federale, ha sconvolto la precedente economia della nostra nazione che, anche se zoppicante, almeno lentamente camminava. Oggi il risultato, almeno per quanto riguarda l’Italia è drammatico: il 42% dei giovani privi di un lavoro, nonostante capacità, competenze e voglia di fare. Le famiglie, con genitori che spesso hanno perduto il posto di lavoro o svolgenti un lavoro precario, costrette anche a mantenere a casa figli ultratrentenni. Eppure, nonostante questo scenario da incubo, immersi in una situazione a dir poco drammatica,  poco o niente si vede all’orizzonte! 
Chi potrebbe, forse, non vuole fare; chi ha i privilegi non è disponibile a rinunciare neanche ad un’oncia dei suoi benefici, ma le esagerazioni non hanno mai pagato! Consiglio a tutti di non dimenticare mai il proverbio che “Chi troppo vuole nulla stringe”.
Voi credete che quella che stiamo vivendo sia una situazione che possa durare ancora a lungo? Io francamente penso proprio di no!


Grazie dell’attenzione.

Mario

sabato, aprile 26, 2014

L’ORDINE DI MALTA, NATO COME “ORDINE DEGLI OSPITALIERI DI SAN GIOVANNI”: UNO DEI POCHI ORDINI EQUESTRI PARTECIPANTI ALLE CROCIATE, SOPRAVVISSUTO FINO AI NOSTRI GIORNI.



Oristano 26 Aprile 2014
Cari amici,
anche ad Oristano circolano in continuazione le ambulanze con le insegne della croce dei cavalieri di Malta. Quest’antico Ordine equestre, nato per assistere e difendere i pellegrini cristiani in Terra Santa e che gloriosamente ha partecipato alle crociate, è uno dei pochi che nei secoli è riuscito a sopravvivere e che ancora oggi continua la sua iniziale funzione: quella di “Ospitalieri”, ovvero quella di dare assistenza e prestare cure ai sofferenti: ieri ai pellegrini in Terra Santa, oggi nel mondo. La storia di quest’Ordine è quasi romanzesca: nato in Palestina emigrò poi a Rodi, e successivamente a Malta, in un crescendo di periodi alti e bassi, che, comunque, non lo videro mai arreso, sconfitto. L’Ordine è riuscito a superare mille difficoltà, senza mai abbattersi, ricostituendo sempre le sue fila, passo dopo passo, arrivando, fiero e operativo, fino ai nostri giorni. Ecco, cari amici, seppure in sintesi, la storia di questo glorioso Ordine.
La Palestina fin dai primi secoli dopo Cristo era diventata meta di pellegrini che volevano vedere e toccare con mano i luoghi della morte del Redentore. Considerati i difficili e defatiganti viaggi per arrivarci, nel 600 Papa Gregorio I commissionò all'abate Probus la costruzione di un “ospitale” a Gerusalemme con il compito di avere cura dei pellegrini cristiani in Terrasanta. Nel IX secolo Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, ingrandì la struttura creata da Probus e vi aggiunse una biblioteca. Circa due secoli dopo, però, nel 1005, l'Imām fatimideal-Hākim distrusse l'ostello assieme ad altre migliaia di edifici. Solo nel 1023 alcuni mercanti da Amalfi e Salerno ebbero il permesso dall'Imām fatimide d'Egitto al-Zāhir di ricostruire a Gerusalemme l'ospedale andato distrutto. La nuova costruzione fu edificata su terreno del monastero di San Giovanni l'Elemosiniere e si prendeva cura dei pellegrini cristiani che viaggiavano per visitare i paesi e i luoghi Santi. Questa struttura era amministrata dai monaci benedettini. 
L’Ordine Ospitaliero di San Giovanni fu fondato ufficialmente in Terra Santa dopo la prima crociata, dal Beato Gerardo Sasso, ritenuto da alcuni francese ma più probabilmente Amalfitano; il riconoscimento dell’Ordine e del suo fondatore  arrivarono con l'approvazione del Pontefice Papa Pasquale II, espressa con la Bolla Papale "Pie Postulatio Voluntatis", in data 15 febbraio dell’anno 1113.
Gerardo si preoccupò subito di acquisire terre e rendite per il suo nuovo Ordine, non solo a Gerusalemme ma in tutto il circondario. Il suo successore Raymond du Puy de Provence istituì il primo ospizio degli Ospitalieri nei pressi della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Il gruppo inizialmente si prendeva cura solo dei pellegrini giunti a Gerusalemme, ma presto l'ordine estese i suoi servizi alla scorta armata ai pellegrini. La scorta in breve crebbe a tal punto da diventare una sostanziosa forza armata. Assieme ai cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, già costituiti nel 1099, ed ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi di difesa della cristianità in Palestina. I cavalieri dell’Ordine cominciarono a distinguersi in battaglia contro i musulmani: essi si riconoscevano perchè indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l'Ordine aveva diviso i suoi uomini per funzioni: i membri militari e quelli che prestavano assistenza ai malati. Essendo ancora un ordine religioso esso godeva dei privilegi funzionali concessi dal papato: l'indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del Papa stesso, l'esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi.
Il braccio militare dell’Ordine, unitamente agli altri Ordini crociati, combatté aspramente contro la crescente forza dell'Islam (le battaglie crociate in circa due secoli di storia furono ben otto) ma la vittoria per la liberazione della Terra Santa, dopo la prima crociata vinta da Goffredo di Buglione, non arrivò, ed alla fine i Cavalieri furono costretti ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli e quando anche San Giovanni d'Acri venne conquistata dai musulmani nel 1291, l'Ordine lasciò la Terra Santa cercando rifugio presso il Regno di Cipro. Qui, per evitare di essere progressivamente coinvolti nella politica di questo regno, il loro Gran Maestro Guillaume de Villaret ideò un piano per conquistare un proprio dominio temporale e scelse Rodi come nuova patria dell'Ordine. Fu il suo successore Folco di Villaret a realizzare questo programma ed il 15 agosto 1309, dopo una campagna durata due anni, l'isola di Rodi si arrese ai Cavalieri, diventando così la loro nuova patria.
Gli Ospitalieri di San Giovanni, ormai noti come i Cavalieri di Rodi, durante il soggiorno in quest’isola furono costretti a sviluppare soprattutto il lato militare della propria attività, impegnandosi soprattutto contro i corsari berberi. Nel corso del Quindicesimo secolo essi si opposero vittoriosamente a due tentativi d'invasione: uno del 1440 ad opera del Sultano mamelucco d'Egitto, il secondo ad opera del sultano ottomano Maometto II nel 1480; questo Sultano, dopo la caduta di Costantinopoli, vedeva nei Cavalieri uno dei suoi principali nemici. Nel 1522 gli Ospitalieri dovettero affrontare un attacco molto diverso dai precedenti, sia per quantità che per qualità: 400 navi sotto il comando di Solimano il Magnifico sbarcarono sull'isola con 200.000 uomini. Per fronteggiare questo esercito i Cavalieri avevano meno di 7.000 uomini e la sola protezione offerta dalle mura della città. L'assedio durò sei mesi, alla fine dei quali (dopo perdite non comuni) ai sopravvissuti fu concesso di abbandonare Rodi.
Lasciata Rodi i Cavalieri, per iniziativa di Papa Clemente VII e dell'imperatore Carlo V, si insediarono a Malta. 

Il tributo annuale di vassallaggio pagato dai cavalieri per il possesso dell'isola di Malta era simbolico: un singolo falcone maltese, che essi dovevano dare nel giorno di Ognissanti al Viceré di Sicilia, che faceva le funzioni di rappresentanza del Re. Questo loro insediamento nell'arcipelago maltese attribuì ai Cavalieri Ospitalieri l'apellativo di Cavalieri di Malta, e da li essi continuarono la loro azione bellica contro i musulmani, combattendo abilmente con la loro flotta. Malgrado avessero a disposizione solo poche navi, questi cavalieri erano degli esperti navigatori e causarono non poche problemi alle navi nemiche, attirandosi ancora le ire degli Ottomani, che non sopportavano di vedere l'Ordine ristabilito ed in salute. Di conseguenza essi prepararono un'altra grossa forza militare con lo scopo di eliminare definitivamente i Cavalieri da Malta. Nel 1565 invasero l'isola, dando inizio al grande assedio di Malta che durò circa quattro mesi, durante i quali i Turchi espugnarono una dopo l'altra le postazioni dei Cavalieri. Essi pagarono tuttavia un prezzo altissimo di sangue per ogni conquista: nella battaglia trovò la morte anche il comandante turco, il famoso corsaro Dragut. Il 6 settembre, quando ormai i difensori di Malta erano ridotti a circa 600 (da 9000 che erano inizialmente, di cui 700 Cavalieri), arrivò in loro aiuto la flotta spagnola partita dalla Sicilia. Gli Ottomani, visto l'arrivo dei soccorsi, ormai provati dal lungo assedio, si ritirarono, quasi senza combattere più: avevano già perso circa 30.000 uomini.
Dopo il terribile assedio fu necessario costruire una nuova città: l'attuale città della Valletta, così chiamata in memoria del valoroso Gran Maestro Jean de la Valette, che aveva organizzato e diretto la difesa dell'Isola. In essa, continuando la tradizione assistenziale dell'Ordine, fu costruito anche quello che era allora il più grande e moderno ospedale d'Europa, dove cristiani, musulmani ed ebrei venivano curati insieme senza distinzione. Nel 1571 i cavalieri di Malta parteciparono alla grande battaglia di Lepanto, al fianco di spagnoli, genovesi, veneziani e pontifici contro la flotta ottomana. Nel 1607 al Capo di Stato, il Gran Maestro, venne riconosciuto lo status di Reichsfürst (Principe del Sacro Romano Impero) e nel 1630 venne premiato con un grado ecclesiastico pari a quello di un cardinale, con l'unico ed ibrido titolo di Sua Altezza Eminentissima, riflettendo entrambe le qualità che lo qualificavano come un vero principe della Chiesa. In quegli anni si rifugiò a Malta, per un breve periodo, il pittore Caravaggio, in fuga da Roma dove era ricercato per avere ucciso un uomo durante una rissa; per la sua fama fu ammesso nell'Ordine, ma anche a Malta finì per mettersi nei guai e dovette fuggire di nuovo. Nel 1789 con lo scoppio della rivoluzione francese, il furore anti-aristocratico, obbligò molti cavalieri francesi e nobili a fuggire per salvare le loro vite. Nel 1792 il Governo francese confiscò i diritti, partecipazioni e proprietà dell'Ordine presenti sul territorio francese e molte delle tradizionali fonti di sostentamento dell'Ordine, provenienti dalla Francia, furono perdute per sempre. 
Nel 1798 la loro roccaforte mediterranea di Malta venne espugnata da Napoleone Bonaparte, nel corso della sua spedizione in Egitto. Napoleone spogliò l'Ordine di molti dei tesori conservati sull'isola per finanziare la sua spedizione ma non poté usufruirne poiché la nave che trasportava gran parte del bottino fu affondata meno di due mesi dopo dall'ammiraglio inglese Orazio Nelson nella battaglia del Nilo. Con la resa senza condizioni a Napoleone (12 giugno 1798), da parte del Gran Maestro Fra' Ferdinand von Hompesch, iniziò l'esilio dei Cavalieri che, lasciata Malta, si sparsero in tutto il mondo, sia presso i Priorati esistenti, che presso regnanti e nobili amici. Trovarono asilo in Italia, Spagna, Austria, Germania, Inghilterra, Russia e persino nelle Americhe.
Pochi cavalieri dell'Ordine continuarono ad operare in Italia e Spagna, mentre la gran parte si trasferì in Russia. Diversi furono anche i negoziati intrapresi per un desiderato ritorno sull’isola di Malta. Lo Zar Paolo I (in Russia risiedeva ormai il maggior numero di cavalieri) nel 1798 diventò gran Maestro dell’Ordine e lo governò fino al suo assassinio avvenuto nel 1801. Il nuovo Gran Maestro fu un cattolico, Giovanni Battista Tommasi, nominato a Roma nel 1803, che stabilì provvisoriamente la sede dell'Ordine a Messina. Nei primi anni dell'Ottocento, l'Ordine si era notevolmente indebolito: soltanto il 10% dei guadagni proveniva dalle fonti tradizionali Europee, mentre il rimanente 90% proveniva dal Gran Priorato Russo di San Pietroburgo, che la Casa Romanov, con Alessandro I, continuò a proteggere e finanziare  fino al 1810. Nel 1879 papa Leone XIII rinnovò totalmente l'Ordine, provvedendo all'elezione di un nuovo Gran Maestro. Le fortune dell'Ordine ripresero, ma non più come organizzazione bellica ma esclusivamente religiosa (monacale), umanitaria e cerimoniale. In Italia, dal 1834, l'Ordine si era stabilito nella sua attuale sede sull'Aventino, a Roma. Anche nei tempi recenti il nome dell'Ordine cavalleresco rimase quello della ri-fondazione: Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), anche se nella consuetudine si suole aggiungere anche quello di "Cavalieri di Malta e di Rodi".

Cari amici, questa, in sintesi, l’antica storia di un Ordine prestigioso, sopravvissuto a mille traversie, ma rimasto sempre indomito, fiero e fedele ai suoi iniziali principi. Dopo questa prima parte vedremo insieme cos’è l’Ordine di Malta oggi, l'attuale sua struttura e le sue principali iniziative.
A presto, cari amici e…grazie dell’attenzione.
Mario

venerdì, aprile 25, 2014

RAPPORTO DEBITO PUBBLICO/P.I.L.: L’ITALIA, DOPO LA GRECIA, E’ IL PAESE CON LA PERCENTUALE PIU’ ELEVATA, BEN IL 132,6%



Oristano, 25 Aprile 2014

Cari amici,
oggi è la festa della Liberazione. Festa nazionale, festa che sancisce la liberazione del Paese ed il ritorno alla democrazia. L’Italia nell’ultimo mezzo secolo della Sua storia (l'annuncio della liberazione fu dato da Sandro Pertini la mattina del 25 Aprile 1945 a Milano) ne ha fatta tanta di strada, anche se gli intoppi non sono mancati.

Tra alti e bassi, tra Prima e Seconda Repubblica, i corsi ed i ricorsi della storia hanno lasciato tracce indelebili di buone e cattive amministrazioni, di sacrifici e di ruberie, di privilegi e di precariato; insomma un lungo periodo costellato di vacche grasse (anni ’70) e di vacche magre (quelle di oggi), con la consapevolezza che certi periodi impregnati di egoismo, sia di ieri che di oggi, nei quali nessuno ha voluto rinunciare a privilegi fuori luogo, hanno creato una situazione debitoria della nazione "fuori da ogni misura", tale da rubare il futuro ai giovani di almeno una generazione, forse due.
Lo sfogo che oggi voglio fare con Voi, cari amici che leggete queste righe, deriva dalla recentissima lettura dei dati Eurostat, dai quali si rileva che l’Italia, in buona compagnia con la Grecia (che ha il primo posto), ha il rapporto del Debito sul Pil (Prodotto Interno Lordo) fra i più elevati fra gli Stati dell’Unione: ben il 132,6%., che ci colloca al 2° posto. Se è pur vero che il rapporto deficit/Pil è rimasto fermo intorno al 3%, sia nel 2012 che nel 2013, il debito pubblico è invece cresciuto ulteriormente del 5%, sfondando quota 132 per cento:  per l’esattezza Eurostat ha rilevato per il 2014 un rapporto Debito/Pil del 132,6%.
La fresca nota di Agenzia, (la notizia è di ieri 23 Aprile), evidenzia che l’ufficio statistico dell’Unione Europea, elaborando i dati forniti quest’anno dal Governo, ha rilevato che l’ammontare del debito italiano, tra il 2012 e il 2013 è passato dal 127 al 132,6% del PIL, risultando, dopo la Grecia, il peggiore dell’Eurozona e dell’Unione Europea. Tanto nell’area Euro quanto nell’Unione Europea, lo scorso anno, sottolinea l’Eurostat, il debito globale degli Stati membri ha toccato il record storico del 92,6% sul PIL complessivo (dal 90,7% del 2012): è il dato più elevato rilevato, a partire dal 1995. Il rapporto Deficit/Pil di Eurozona e Ue, nello stesso periodo, è invece sceso dal 3,9% al 3,3%.
Molto diverso, invece, lo scorso anno, l’andamento finanziario di altri Paesi: quello della Germania, che, sempre secondo l’ufficio di statistica dell’UE, dopo aver annullato il surplus del 2012 (risultando, con soli 190 milioni di euro di avanzo, in pareggio di bilancio), ha ridotto ulteriormente il suo debito pubblico, calato dall’81% al 78,4% del Pil (2.147,02 miliardi). Ancora alto, ma in calo rispetto al 2012, il deficit della Francia, dal 4,9% al 4,3% del 2012, mentre il debito dei transalpini è cresciuto dal 90,6% al 93,4%. L’Olanda, da parte sua, ha centrato il rientro nel tetto del deficit facendolo scendere al 2,5%, dal 4,1% toccato nel 2012. Insomma peggio di noi ha fatto solo la Grecia, dove il rapporto Deficit/Pil è passato dall’8,9% del 2012 al 12,7% dello scorso anno e il rapporto Debito/Pil è salito dal 157,2% al 175,1%.
Cari amici, nella mia riflessione mi chiedo: ma tutti i tentativi fatti nel nostro Paese per snellire l’immenso onere della spesa pubblica che fine hanno fatto e, soprattutto, cosa hanno prodotto? Perché, nonostante gli interventi proposti e tentati, dagli esperti assoldati dal Governo per “tagliare” la spesa, questi non sono in gran parte andati a buon fine? Cosa hanno recuperato (certamente ben poco), se la spesa pubblica è cresciuta di un ulteriore 5%? Credo che nessuno, a partire dalle fasce più alte, sia sia reso disponibile a cedere neanche un millesimo dei suoi privilegi, lo abbiamo potuto toccare con mano in questi giorni con i Top Manager pubblici. In situazioni come queste la spirale del debito diventa perversa: più si va avanti e più sarà difficile trovare la soluzione. Ricette semplici e poco dolorose non ne esistono. Se quelli che finora hanno evitato di fare sacrifici non si arrenderanno, o saranno costretti a farlo, si entrerà in un tunnel "senza ritorno" e credo che la nostra baracca non si reggerà più in piedi. 
Mi viene da pensare al  “Muoio io con tutti i Filistei”!
Mi auguro proprio di no…
Grazie dell’attenzione.
Mario

C'è poco...da ridere.......