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domenica, aprile 27, 2014

SIGNORE, DACCI ANCHE OGGI IL NOSTRO PANE: VA BENE ANCHE QUELLO DI IERI! LA CRISI HA FATTO DIMINUIRE ANCHE IL CONSUMO DI PANE. OTTO MILIONI DI ITALIANI SOTTO LA SOGLIA DI POVERTA’.




Oristano 27 Aprile 2014
Cari amici,
chi come me è nato alla fine della seconda guerra mondiale (sono del 1945), sa cosa significa per un bambino desiderare un pezzo di pane e non averlo.  Nel mio primo libro autobiografico “Marieddu” ho riportato un episodio dove, con dovizia di particolari, raccontavo le mie amare sensazioni dopo il “rifiuto”, la negazione di un pezzo di pane, ad un bambino che aveva fame. Ero nei primi anni delle scuole elementari ed il  rifiuto ricevuto alla mia richiesta di pane, da parte di chi ne aveva in abbondanza, mi aveva shockato. Certe sensazioni, cari amici, rimangono impresse per sempre nel nostro inconscio e ancora oggi, che di anni ne ho molti di più, per me il pane ha mantenuto un’importanza che va ben oltre il suo semplice valore venale. Questo grande valore affettivo e di rispetto, che attribuisco a questo alimento, mi ha condizionato per tutta la vita: nella mia famiglia il pane non è mai stato gettato via: ne quando si faceva in casa una volta la settimana, ne oggi che si compra quotidianamente già confezionato. 
Le famiglie patriarcali di una volta, per servirlo al meglio, avevano inventato tante ricette per consumare il pane raffermo che lo rendevano appetibile e gradito in famiglia, anche negli ultimi due giorni della settimana, prima della nuova panificazione. Io, ancora oggi, nonostante il pane non sia più quello di una volta, “fatto in casa”, lo riutilizzo l’indomani senza problemi: bagnato nel latte della prima colazione del mattino al posto dei biscotti, trasformato in bruschette, dorato sulla piastra, oppure bagnato nel brodo e condito con sugo e formaggio fresco grattugiato, tipo parmigiana.
Vedete, cari amici, ho voluto riportare un flash dei miei ricordi giovanili per introdurre la riflessione di oggi, che vede come protagonista proprio il pane, in particolare quello “del giorno prima”, che, contrariamente alle abitudini consolidate degli anni scorsi, risulta dalle statistiche che non viene più gettato via ma riutilizzato, evitandone lo spreco. La notizia di questo cambiamento di abitudini da parte degli italiani non è certo preoccupante dal punto di vista dell’evitato cattivo uso di una risorsa: perché se questo “recupero” fosse avvenuto per la maturazione di una nuova coscienza anti spreco, sarebbe stato addirittura da lodare, invece il recupero è avvenuto, giocoforza, per ragioni contingenti e preoccupanti. Il motivo, ben più triste, è che le famiglie italiane sono finanziariamente al limite, costrette a tagliare anche sulla spesa quotidiana: ben otto milioni di persone sono “sotto la soglia di povertà”, ovvero non riescono ad arrivare dignitosamente a fine mese, neanche dal punto di vista alimentare. Una recente statistica ha rilevato dati che fanno seriamente impensierire. Eccone alcuni.
Il consumo medio giornaliero di pane per persona, che nel 2007 era di 145 grammi, nel 2013 si è ridotto a 98 grammi, con una flessione del 32%. Questo non significa che è diminuito il consumo “reale” del pane, ma che non si getta più via quello avanzato dal giorno prima. La stessa statistica, infatti, rileva che il 42% degli italiani, oggi, mangia il pane avanzato dal giorno prima, il 44% se avanza lo surgela, il 43% lo grattugia, il 24% lo utilizza (raffermo) per confezionare antiche ricette della tradizione contadina, mentre solo il 22% lo da agli animali. In sostanza questa nuova e  sana abitudine, è figlia della crisi che continua ad avanzare e che sembra non avere più fine. Sono ormai tante le famiglie che fino a ieri conducevano una vita dignitosa, e che ora, invece, sono ridotte in povertà: basti pensare che si vergognano anche di andare al supermercato, in quanto costrette a presentare alle casse un carrello semivuoto, contenente tra l’altro prodotti alle soglie della scadenza, in quanto venduti scontati.
Famiglie costrette a risparmiare anche sul pane, accontentandosi di acquistare quello del giorno prima. Alcuni panificatori, infatti lo mettono in vendita con lo sconto del 50%. Un panettiere di Sulmona, intervistato da “Repubblica” ha detto: “Abbiamo fatto mettere un cartello fuori: ‘Il pane di ieri a metà prezzo’. Ho raccomandato ai dipendenti discrezione per non urtare le suscettibilità di nessuno. Sa com’è: siamo tutti benestanti fino a prova contraria. Il paese è piccolo, la gente parla, la dignità non ha prezzo. Però vedo che lo chiedono in tanti, il pane di ieri”. Mai, forse, in piena globalizzazione avremo pensato a situazioni che ricordano quelle del nostro povero dopoguerra! Anche nei supermercati i prodotti vicini alla soglia di scadenza spariscono subito perché venduti con forte sconto. Nel suo supermercato, Giovanna vede tanta gente acquistare la carne che scade il giorno dopo, perché viene messa in vendita all’80% in meno. “Roba da mangiare subito, la sera stessa, prima che vada a male”, dice. Sembra un flash di un film sul dopoguerra, invece è una triste realtà e succede oggi, in Italia.
Un’attenta analisi della spesa alimentare ci dice che siamo tornati indietro di 50 anni: gli italiani non hanno più i soldi per comprare beni superflui (come bibite gassate, dolci e merendine), visto che sono costretti a recuperare anche il pane del giorno prima. Uno studio di Unioncamere rileva che al supermercato si evitano sempre più i cibi "non necessari" come bevande gassate, succhi di frutta, merendine e vino. Molto meglio fare i dolci in casa, cercando di risparmiare qualcosa. Secondo l'associazione gli italiani hanno ridotto la spesa di oltre due miliardi l’anno, con tendenza al peggioramento.
Cari amici, sembra proprio che la globalizzazione non abbia creato tutti quei benefici che prometteva! Anche l’introduzione dell’Euro, prima della reale costruzione dell’Unione Europea come stato federale, ha sconvolto la precedente economia della nostra nazione che, anche se zoppicante, almeno lentamente camminava. Oggi il risultato, almeno per quanto riguarda l’Italia è drammatico: il 42% dei giovani privi di un lavoro, nonostante capacità, competenze e voglia di fare. Le famiglie, con genitori che spesso hanno perduto il posto di lavoro o svolgenti un lavoro precario, costrette anche a mantenere a casa figli ultratrentenni. Eppure, nonostante questo scenario da incubo, immersi in una situazione a dir poco drammatica,  poco o niente si vede all’orizzonte! 
Chi potrebbe, forse, non vuole fare; chi ha i privilegi non è disponibile a rinunciare neanche ad un’oncia dei suoi benefici, ma le esagerazioni non hanno mai pagato! Consiglio a tutti di non dimenticare mai il proverbio che “Chi troppo vuole nulla stringe”.
Voi credete che quella che stiamo vivendo sia una situazione che possa durare ancora a lungo? Io francamente penso proprio di no!


Grazie dell’attenzione.

Mario

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