lunedì, luglio 08, 2013

LA CRESCENTE “DIPENDENZA” DAI SOCIAL NETWORK: LE MODERNE PIAZZE VIRTUALI D’INCONTRO SU INTERNET, QUASI UNA DROGA DEL TERZO MILLENNIO.


Oristano, 7 Luglio 2013
Cari amici,
nella mia precedente riflessione del 5 Luglio ho dialogato con Voi sulla forte accelerazione che il processo comunicativo ha avuto soprattutto in questi ultimi 10 anni. La comunicazione che Internet ha sviluppato e allargato in modo esponenziale ha creato un “mondo nuovo”, irreale, fatto di incontri comunicatavi non più fisici ma esclusivamente virtuali, dove  dalla persona si è passati alla sua immagine, dal reale si è passati all’immaginario. Non per niente la nostra società è definita ormai  “società dell’immagine”!
 

L’internauta vive, nella fase iniziale, questa astrazione dalla realtà come qualcosa di “magico”. Nella comunicazione mediata da Internet si scorrazza in un mondo nuovo, tutto da scoprire, dove ciascuno scende in campo non con il proprio carico umano di bellezza o bruttezza, giovane età o acciacchi di vecchiaia, ma può farlo da cavaliere giovane e forte, da principe azzurro o da Biancaneve, da Fata Turchina o da Superman. Con Internet, si scopre una “second life”, una seconda vita virtuale, dove è consentito superare le barriere e i vincoli di tempo e di spazio, di fisicità e di sogno, dove a tutti è consentito di volare con la fantasia.
 

Internet, infatti, annullando la dimensione spazio temporale, consente ciò che nella realtà non si può realizzare o che si può fare in molto più tempo. Nei social network ognuno si dichiara come la sua fantasia gli consiglia: uomo o donna, giovane o vecchio, intrigante o timido, buono o cattivo. Facebook, Twitter, e le varie chat, abbattono le frontiere del reale e consentono agli internauti di recitare, protetti dall’anonimato, nella grande commedia ideale e desiderata. Nell’immenso palcoscenico della rete, in stanze che in realtà difficilmente potrebbero esistere, ognuno da sfogo alle sue fantasie, senza i freni inibitori presenti nella realtà, consentendo discorsi ed incontri solo virtualmente possibili. In queste Community virtuali si creano comunque dei legami, dei vincoli più o meno stabili, delle sensazioni di appartenenza che rispondono a quel grande bisogno umano di socializzare. Nelle stanze virtuali si può sperimentare la propria identità in tutte le sue sfumature: cambiando l'età, la professione e perfino il sesso di appartenenza; ci si propone in modo inusuale, ascoltando le reazioni degli altri e confrontandosi con altre personalità più o meno reali, in un gioco che ricorda le antiche favole tra boschi incantati, principi, principesse e streghe più o meno cattive.


Il computer è ormai diventato una novella “lampada di Aladino”, uno strumento capace di trasformarci a nostro piacimento. Effettuata, poi, questa trasformazione virtuale, come si fa a spegnere il computer e tornare nella realtà dove ci ritroviamo “piccoli e neri”, come quel pulcino della pubblicità? A questo punto le ore passate davanti allo schermo del computer aumentano sempre di più, sottraendoci alla temuta quotidianità. Lentamente ma inesorabilmente ci si allontana sempre di più dalla realtà, privilegiando le relazioni virtuali a scapito di quelle reali, riducendo i contatti fisici, ormai divenuti fonte d'ansia e quindi da evitare! E’ un processo, quello subìto, di lenta assuefazione che, quasi senza traumi crea dipendenza, come una qualsiasi droga. Certo, senza timore si può sostenere che il computer crea una nuova, moderna, forma di dipendenza, definita dagli esperti Internet-dipendenza , Retomania o anche Internet Addiction Disorder (I.A.D.).
Moderna forma di dipendenza che gli studiosi hanno iniziato a radiografare fin dagli anni ’90 del secolo scorso. Il famoso psichiatra Goldberg in quegli anni propose dei criteri diagnostici (allora molto discussi) per accertare la I.A.D., rifacendosi ai sintomi abitualmente osservati per mettere a fuoco le dipendenze più comuni. Egli più precisamente sottolineò che per accertare con sicurezza la “dipendenza” dei soggetti esaminati da Internet era necessario monitorare con attenzione i segni clinici evidenziati: limiti e tempi di tolleranza e di astinenza dal computer, esame dei danni derivati, subiti dalle ordinarie relazioni sociali, occupazionali e familiari. Più recentemente per individuare e distinguere con maggiore chiarezza i segni di rete-dipendenza, anomali rispetto al consumo non patologico di Internet, si fa riferimento ad alcuni comportamenti che rappresentano dei precisi indicatori qualitativi o quantitativi, capaci di differenziare la normalità dalla patologia.
 

Questi indicatori hanno permesso di evidenziare 3 tappe nel percorso di allontanamento dalla normalità verso la forma più stabile della Dipendenza Patologica dalla Rete.
1.         Prima tappa verso la rete-dipendenza o fase iniziale E' caratterizzata dall'attenzione ossessiva e ideo-affettiva a temi e strumenti inerenti l'uso della rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata, ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari, prolungati periodi in chat.
2.         Seconda tappa o tossicofilia E' caratterizzata dall'aumento del tempo trascorso on-line, con un crescente senso di malessere, di agitazione, di mancanza di qualcosa o di basso livello di attivazione quando si è scollegati (una condizione paragonabile all'astinenza). Inizialmente ciò era accompagnato anche da un notevole aumento delle spese, che spesso rappresentava un lieve fattore di inibizione della tossicofilia, oggi pressoché irrilevante, date le numerose possibilità di rimanere a lungo collegati a basso costo. Restano, tuttavia, importanti indicatori di tossicofilia il malessere soggettivo off-line e l'abuso on-line, spesso anche nelle ore lavorative e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche al sonno.
3.         Terza tappa o tossicomania E' la fase in cui la rete-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse aree di vita, quali quella lavorativa, delle relazioni reali e quella scolastico-lavorativa e in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo scolastico-lavorativo e di isolamento sociale anche totale.
Studiosi importanti (Cantelmi T., Talli M., 1998) hanno evidenziato i sintomi più significativi: nella prima fase è rilevante l'abuso del tempo in rete (in genere anche 60-70 ore settimanali); nella seconda si aggiungono i sintomi di ansia e irrequietezza crescente, nella terza iniziano a compromettersi le relazioni sociali, lavorative o scolastiche, che sopravvivono sporadicamente tra un collegamento e l’altro, estraniando sempre di più il soggetto colpito dalla realtà sociale.

Come disintossicare, come dare un aiuto concreto agli Internet dipendenti? I tentativi sono stati tanti, e, ancora oggi, come per le altre tossicodipendenze, la soluzione non è a portata di mano. Così come hanno fatto discutere i principi-guida adottati inizialmente per la diagnosi della retomania, sono state numerose anche le critiche ai cosiddetti gruppi di auto-aiuto on-line, uno dei primi metodi utilizzati, soprattutto in America, allo scopo di fornire un supporto per superare il problema della rete-dipendenza. Tale modalità di trattamento, infatti, assimilabile al trattamento di un vero e proprio tossicodipendente, curato con la sua stessa droga, sembra non aver avuto sempre successo. La quotidiana “ingestione” di Internet, una droga anch’essa virtuale, è necessario combatterla con le armi psicologiche più che chimiche.



Per prima cosa è necessario ricreare nel soggetto colpito una maggiore “consapevolezza” del reale, passato in secondo piano rispetto al virtuale. Partendo, per esempio, dall’utilizzo dei sempre più diffusi “test e questionari on line” di autovalutazione del proprio rapporto con la Rete, che possono rappresentare un punto di partenza per rendere il soggetto “consapevole del problema”, vissuto a lungo in precedenza in modo non disturbante. Il passo successivo, partendo proprio dalla consapevolezza acquisita, può essere un aiuto professionale individuale o una condivisione reale del problema attraverso l’analisi collettiva, fatta con “un gruppo omogeneo”, che presenta gli stessi sintomi, anche attraverso delle riflessioni guidate sulla necessità di superare le eventuali insicurezze che possono essere alla radice del ricorso ad Internet per socializzare.





Senza arrivare alla “cura del drogato da Internet”, è necessaria una maggiore attenzione allo strumento della prevenzione. E’ questo lo strumento utile a tutti, semplice ed efficace, se usato agli inizi dell’approccio ad Internet, prima che diventi un uso smodato, un abuso. Prevenzione fatta di regole chiare, che possiamo così riepilogare:
a)  limitare la quantità di tempo trascorso quotidianamente on line (non più di una o due ore), possibilmente non instaurando un'abitudine quotidiana che deve essere a tutti i costi rispettata, ma con flessibilità costante;
b)  variare ed integrare le attività on line con altre attività reali (es. acquisti, svaghi o relazioni sociali), poiché in tal modo non si trasforma la Rete nello strumento privilegiato di relax, di evasione e di contatto con se stessi, ma una delle possibili varianti al quotidiano;
c)  mai abbandonare la socializzazione reale, che non può essere totalmente sostituita da quella virtuale, da considerarsi integrativa e mai esclusiva;
d)  nel caso si avvertisse una forte necessità poco controllabile di collegarsi ad Internet, non lasciarsi dominare dall’evento ma ricorrere, senza indugio,  ad un aiuto competente.




La rete, cari amici, è uno strumento formidabile, unico ed insostituibile, ma richiede, come molti altri strumenti, saggezza e capacità di utilizzo. Volare, cari amici, è una cosa bellissima! Ma sappiamo tutti che per volare sono necessarie delle ali forti e resistenti, pena la fine di Icaro. Anche  volare in rete richiede capacità e strumenti adeguati.
Grazie a tutti dell’attenzione!
Mario



sabato, luglio 06, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA 6^ PARTE. LE MIE CONSIDERAZIONI FINALI.




Oristano 6 Luglio 2013
Cari amici,
la complessa storia del credito in Sardegna vive oggi, dopo un tormentato percorso, una vita non certo sgombra di ombre e di incertezze.
Il sistema creditizio sardo ha faticato più di altri a raggiungere gli attuali livelli. Alla base, forse, ci sono stati gli stessi motivi che hanno fatto uscire in ritardo l’Isola dal feudalesimo: la diffidenza, la mancanza di fiducia. La  diffidenza dei sardi, frutto dei lunghi periodi di dominazione straniera, unita all’isolamento geografico, non ha mai agevolato e incentivato gli scambi commerciali e culturali con gli altri popoli. La cultura imposta dai dominatori ha creato sudditanza e quindi diffidenza. Millenni di dominazione hanno rafforzato l’individualismo a scapito dell’associazionismo.

Tutto questo ha nel tempo frenato sia la crescita interna che l’interscambio con l’esterno. Ma questo modo di essere, oggi,  ha ancora senso o valore?   Le nostre diffidenze, prima o poi, dovranno prima allentarsi e poi definitivamente cadere. L’individualismo dovrà lasciare spazio alla condivisione, alla cooperazione: il gioco individuale dovrà lasciare spazio al gioco di squadra. Oggi la fiducia, come sostengono i nuovo manuali di sociologia ( Giddens, Luhmann),  non può più essere limitata dalla conoscenza “personale”, accordata solo dopo aver vinto l’iniziale diffidenza, ma estesa, aperta, rivolta a tutta un serie di  strutture invisibili ma sperimentate e capaci. E’ la fiducia nei sistemi esperti. E’ il mondo della globalizzazione che lo richiede,  quello in cui viviamo, e che detta le nuove regole a cui nessuno è concesso di sottrarsi.
Qualcuno ha ricordato la preoccupazione dei sardi quando nel lontano 1844-45 si passò dai vecchi sistemi di misurazione in uso nella regione al sistema metrico decimale.  La stessa preoccupazione si è ripetuta nel 2002, anno di introduzione dell’Euro. 
E’ la “paura del nuovo”, la paura dell’ignoto,  che ieri ci ha impedito di partecipare a pieno titolo ai progressi dell’economia e anche oggi è capace di limitarci.  La Sardegna non può continuare ad arroccarsi nel suo lungo, anche se giustificato, isolamento. Il sistema produttivo sardo deve uscire dal guscio, confrontarsi e competere con quello del resto del mondo! Tramontata la grande industria, sogno di riscatto degli anni Sessanta, cadute le forti agevolazioni pubbliche, il cui spreco fa ancora gridare allo scandalo, gli imprenditori sardi oggi devono lottare con le proprie forze per proiettarsi all’esterno per far crescere le loro aziende. Solo la consapevolezza che il ricco mercato dell’Unione Europea è non solo vicino ma anche a portata di mano può stimolare la  competizione. Le banche, in particolare il Banco di Sardegna, possono e debbono giocare un ruolo decisivo. Investire in Sardegna dovrebbe essere il fine prioritario di una banca (Il Banco di Sardegna) che continua a detenere oltre la metà del risparmio dei sardi! Aiutare le aziende sarde a decollare dovrebbe venire prima, in ordine di importanza, di sostenere altri gruppi che con la Sardegna poco hanno a che fare. La Sardegna è in grado di portare avanti produzioni di alto valore e di grande qualità: il futuro per le aziende sarde esisterà solo se produzioni di qualità e costi competitivi, andranno di pari passo con il giusto sostegno finanziario.

Le analisi di mercato mettono in luce l’alto potenziale dell’Isola che, un adeguato supporto promozionale e di marketing, possono sviluppare senza timore. Altra risorsa di cui l’Isola può avvantaggiarsi è la valorizzazione del suo territorio, sfruttandone turisticamente  le risorse naturali sotto alcuni aspetti uniche. La sua posizione al centro del Mediterraneo, il clima particolarmente adatto all’industria delle vacanze, la bassa densità abitativa, unite alla bellezza delle coste ed alle caratteristiche uniche possedute (archeologia, bio-diversità, natura incontaminata etc.), possono trasformare in risorsa quello che in passato era una sterile cartolina di benvenuto.
Per fare questo è importante che i sardi, i giovani soprattutto, raggiungano gli stessi livelli sociali e culturali del resto dell’Europa. Solo a parità di condizioni, conoscenze e cultura, il confronto sarà ad armi pari. La nostra sfida potrà essere vincente solo se saremo capaci di fare quel salto di qualità che i nuovi mercati impongono. Fare mercato oggi in Sardegna significa valorizzare le risorse locali, produrre in modo non frammentario i prodotti che il vasto mercato richiede;  tradotto in pratica  significa immettere sul mercato  vino, latte, formaggi e tante altre nostre produzioni con le caratteristiche di “alta qualità” (incrementare l’industria agro-alimentare, soprattutto sul biologico, è ancora un sogno). Competere nel mercato globale non significa  lavorare solo  prodotti “standardizzati”, ma anche  valorizzare le produzioni di nicchia,  ricche di saperi (e sapori) locali, la cui identità e unicità possono avere notevoli potenzialità. Per fare tutto questo l’Isola, oltre la “mano finanziaria” necessita anche della mano pubblica. A differenza del passato non più contributi concessi a pioggia, che si disperdono in mille rivoli, ma progetti mirati sulle infrastrutture e sui servizi ed agevolazioni che richiamino nell’Isola investimenti importanti, capaci di affiancare l’imprenditoria locale.
Sarà  in grado la Sardegna di vincere questa importante sfida?  Io la considero una sfida possibile, se tutti, ognuno per la sua parte, imboccheranno la stessa direzione. Credo che questo sia il sogno di tutti i sardi. Se questo dovesse accadere,  i sardi, soprattutto i giovani, potrebbero dire di aver sconfitto quei mali endemici che i lunghi anni di dominazione ci hanno portato: diffidenza e individualismo. Potremo tutti, finalmente, sorridere al ricordo dell’antico detto ci definiva inequivocabilmente: pocos, locos y mal unidos.


Mario Virdis
 

venerdì, luglio 05, 2013

LA FORTE ACCELERAZIONE DEL PROCESSO COMUNICATIVO: DALLA COMUNICAZIONE REALE A QUELLA VIRTUALE. SECOND LIFE E VIRTUAL COMMUNITY.

Oristano 5 Luglio 2013
Cari amici,
i passi compiuti dall’uomo per comunicare sono ormai tanti e lo hanno portato lontano.
Dalla comunicazione vocale, da persona a persona, ai segnali di fumo, dal telegrafo al telefono, passando attraverso la comunicazione scritta: dalle incisioni rupestri alla costruzione del primo alfabeto, dalle tavolette di cera degli scribi agli amanuensi del Medioevo, dal torchio di Gutemberg ai moderni libri stampati in offset. In passato avere una bella biblioteca era “una cosa da ricchi”, un possesso che dava lustro e nobiltà alla famiglia che ne era dotata. Con il tempo, però, sia la comunicazione “vocale” che quella “scritta”, attraverso la carta stampata, hanno perso di valore, di importanza, trovandosi prima affiancate e poi sostituite da quel potentissimo strumento comunicativo che è Internet, quella “rete globale” che, molto più di una immensa tela di ragno avviluppa e sviluppa i contatti con tutto il mondo, diventato praticamente un unico villaggio globale.
La comunicazione sociale è oggi sostenuta da potenti e moderni strumenti che consentono di superare le barriere e i vincoli di tempo e di spazio; strumenti comunicativi tra i quali Internet è certamente il mezzo che offre maggiori opportunità. Questo strumento, tra atteggiamenti sociali di attrazione e diffidenza, vede il popolo dei navigatori quotidiani sempre in crescita e comprende, ormai, individui di ogni razza e di ogni età: grazie alla rete i bambini trovano nuove opportunità di gioco e i giovani, gli adulti e perfino i nonni telematici si informano, comunicano, commerciano e sperimentano se stessi attraverso la cosiddetta comunicazione virtuale.
Negli ultimi anni la diffusione della tecnologia informatica ha introdotto notevoli cambiamenti nello stile di vita di ogni individuo ed ha rappresentato anche un importante elemento di innovazione e supporto alla didattica nelle scuole di ogni ordine e grado. L’uso del PC e di tutti i “gadget informatici” (cellulari al primo posto) è ormai un elemento caratterizzante la vita quotidiana di ognuno di noi. I ragazzi, possessori di questi strumenti in età sempre più precoce, hanno fatto della loro presenza un mezzo indispensabile per le proprie dinamiche di relazione interpersonale. Telefonini e social network in internet rappresentano per i giovani delle estensioni illimitate alle proprie possibilità di comunicare e di rapportarsi con gli altri. Per loro, inoltre, queste tecnologie multimediali si caratterizzano anche come delle importanti risorse da utilizzare per potenziare l’efficacia della propria formazione culturale. La didattica, infatti, risulta ampiamente facilitata dall’ingresso di queste strumentazioni nel mondo dell’insegnamento. Ma quest’uso enormemente intensificato della rete di Internet negli ultimi anni ha cominciato a far emergere anche problemi nuovi legati proprio al loro abuso o utilizzo disfunzionale, in particolare tra i giovani e gli adolescenti.
La comunicazione via computer se da un lato ha costituito un valido aiuto e supporto relazionale, dall’altra, nel processo comunicativo, può costituire anche un rischio di elusione del “confronto personale con gli altri”, un modo per evitare l’impatto emotivo diretto, trovando un “rifugio” alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza. La comunicazione mediata dal computer consente di creare o mantenere quelle relazioni desiderate, semplificate dalla mancanza di contatto diretto, con la possibilità di gestire al meglio l’ansia generata dalla fisicità e capaci di costruire quel “ponte virtuale” che attraversa infiniti spazi in pochissimo tempo. Nonostante la comunicazione reale, fisica,  differisca notevolmente da quella virtuale, non per questo ci si astiene dal praticare abbondantemente quest’ultima: perché “il virtuale facilita quello che il reale rende complicato”! Ecco allora incamminarsi, senza pensare alle conseguenze, verso il mondo virtuale, riducendo i contatti reali, ormai divenuti fonte d'ansia e quindi da evitare! Ogni giorno sono sempre più numerosi quelli che si allontanano dai rapporti interpersonali “faccia a faccia”, indispensabili per una vita sana e socialmente equilibrata, preferendo le relazioni virtuali. Lentamente ma inevitabilmente queste, però, portano ad una spersonalizzazione e ad una proiezione del proprio Io in un luogo non fisico che, data la facilità e la velocità con cui queste “relazioni virtuali” possono essere messe in atto, vengono dal soggetto preferite alle relazioni fisiche.
I tanti soggetti che ormai popolano il mondo del Web sono attratti dalle grandi  opportunità offerte dalla rete: attirati come mosche al miele si lasciano sedurre, imparano ad apprendere come muoversi in questo nuovo mondo; in questa fase il soggetto custodisce gelosamente ogni nuova conquista iniziando a modificare la propria identità personale, spesso senza rendersene conto.
Con queste sensazioni “nuove”, sempre più piacevoli ed a portata di mano, come si fa a spegnere il computer e tornare nella cruda realtà quotidiana, dove nessuno sembra darti l’attenzione che vorresti? A questo punto le ore davanti allo schermo del computer dedicate allo scambio di informazioni, sensazioni ed emozioni aumentano. La capacità della rete di rispondere (o illudere di rispondere) ai molti bisogni umani, è forte e potente. Rete in grado di gestire un mondo virtuale,  capace però di appagarti più di quello reale e in grado di farti vivere delle forti emozioni,  libere e protette, per mezzo dell’assunta nuova identità virtuale che la rete consente.
Internet, infatti, annulla lo spazio e consente ciò che nella realtà non si può realizzare, diventando quasi una bacchetta magica. Le chat, in particolare, abbattono le frontiere e consentono di parlare con gruppi numerosi in stanze che la realtà difficilmente rende disponibili, consentendo spesso discorsi paralleli, possibili solo virtualmente. Inoltre le Community più stabili creano, più o meno vere, sensazioni di appartenenza, rispondendo ad un grande bisogno umano: la comunicazione collettiva istantanea. Nelle stanze virtuali si può sperimentare la propria identità in tutte le sue sfumature, cambiando l'età, la professione e perfino il sesso di appartenenza, ascoltando le reazioni degli altri e maturando delle convinzioni, attraverso il confronto con altre personalità più o meno reali. La recita nel teatro on-line diventa perfino dichiarata e condivisa nelle Mud (Multi User Dimensions), in cui il gioco di ruolo viene esaltato ai limiti della fantasticheria e in cui, all'ombra del personaggio che si interpreta, si possono tirare fuori, rimanendo al sicuro, perfino gli istinti più crudeli.  I rischi sono quelli legati ad ogni situazione che consenta di far emergere e di soddisfare i bisogni più profondi e inconsapevoli: si sperimentano parti di sé che potrebbero sfuggire al controllo, soprattutto quando si dispone di uno strumento di comunicazione che consente di rimanere uomini e donne senza volto, una condizione che potenzialmente può favorire la comparsa di comportamenti guidati da una minima morale. Assumere un’identità virtuale, mentendo su quella reale, dà a ciascuno l'euforia di una libertà illimitata e forse, per la prima volta in vita, l'ebbrezza di essere finalmente affascinanti, mostrandosi agli altri idealmente belli e perfetti, agevolati da un contesto privo di riscontri visivi. In tal modo chi chatta ha la possibilità di realizzare in modo virtuale il proprio ideale dell'io, e di riflesso sentirsi finalmente idealmente perfetto.
All’interno di questa nuova identità acquisita è facile illudersi, spesso in fretta, di essere diventati un altro o un’altra. Questa acquisita illusoria identità virtuale è in grado di effettuare una incredibile trasformazione: abbandonare lentamente la realtà, fatta di comunicazione vera, reale, per entrare in un mondo di fantasia, virtuale appunto, dove si inizia a vivere una seconda vita, creando un proprio “alter ego”, un Avatar, un nostro sostituto ideale. Attraverso la chat, assunta la desiderata veste ideale, si cerca di stabilire il contatto desiderato: presentandosi al meglio all’altro utente disposto a recepire il proprio bisogno comunicativo. Riuscire ad interessare e incuriosire gli altri, differentemente da quanto si riuscirebbe nella vita di tutti i giorni, rende la chat intrigante e ampiamente frequentata. Duplice l’utilizzo che i molti utenti ne fanno: da una parte usata come un piacevole luogo d’incontro, dove tessere relazioni o effettuare scambi virtuali con nuovi partner  idealizzati, dall’altra, invece, utilizzata nel concreto tentativo di conoscere e poi incontrare realmente potenziali partner. In entrambi i casi questa “Second Life” virtuale, spesso supera il “gioco”, diventando preponderante rispetto alla vita quotidiana di tutti i giorni. Ormai il tempo passato al computer a crogiolarsi all’interno di una vita immaginaria continua ad aumentare, diventando quasi preponderante, rispetto al resto. L’uso di Internet diventa, allora, abuso dello strumento, trasformandosi in una vera e propria “dipendenza”, una seria malattia da curare prima possibile.
Su questa ormai accertata e pericolosa “Dipendenza da Internet”, parleremo nel prossima chiacchierata, a breve!
Grazie dell’attenzione.
Mario

mercoledì, luglio 03, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA 5^ PARTE. L’EVOLUZIONE PORTATA AVANTI DAL BANCO DI SARDEGNA.


Oristano, 3 Luglio 2013
Cari amici,
ormai le vecchie strutture bancarie sarde sono lentamente scomparse e dalle ceneri di queste è sorto il Banco di Sardegna. Ecco la sua evoluzione.

NASCE IL BANCO DI SARDEGNA

Nel 1955, con decreto del ministro del Tesoro, veniva approvato lo Statuto del nuovo Banco di Sardegna. La continuità da ICAS a Banco di Sardegna fu totale.  Della dotazione patrimoniale iniziale di 710 milioni ben 560 milioni furono conferiti dall’ICAS. Il personale confluì tutto nel Banco, a partire dal mitico direttore generale Oreste Pieroni, figura di spicco e pubblico amministratore della Sassari dell’epoca.  Sotto la sua guida iniziò la modernizzazione della struttura ereditata. Alle due sedi ed alle sette filiali ereditate dall’ICAS altre se ne aggiunsero in poco tempo: nel 1956 erano già operative  le nuove filiali di Ales, Iglesias, Senorbì, Nuoro, Cuglieri, Macomer, Siniscola, Alghero, Nulvi, Olbia, Pattada e Tempio. Fu, inoltre, riorganizzata la rete territoriale delle Casse Comunali di Credito Agrario e  si aprirono filiali nella penisola: a Roma, Genova e Milano. Altro importante legame con la struttura politica dell’Isola fu l’acquisizione del servizio della tesoreria regionale.
Gli anni Sessanta furono, per la precaria economia dell’Isola,  gli “anni della rinascita”.  La Sardegna avviò un processo di  industrializzazione massiccio. Pur apparendo sulla carta un piano capace di avviare l’Isola ad una parificazione con le altre regioni, si rivelò, invece, incapace di integrarsi nel nostro sistema economico e quindi controproducente. I massicci investimenti destinati alle nuove imprese chimiche, minerarie, metallurgiche e delle costruzioni furono sostenuti, soprattutto, dal Credito Industriale Sardo, da diverse banche nazionali ed anche dal nuovo Banco di Sardegna. La chimica e la petrolchimica, tuttavia, non furono i settori privilegiati dal Banco. Il credito all’agricoltura continuò a rimanere il suo punto di forza, retaggio ereditato dall’ICAS, ma soprattutto erogato dalla miriade di micro sportelli delle Casse Comunali di Credito Agrario. La neonata Sezione Speciale di Credito Agrario, si impegnò in  un grande disegno di riordino fondiario, finalizzato ad incrementare dimensioni e redditività delle aziende agricole.  
Per agevolare questo tentativo di riordino fondiario il Banco venne autorizzato anche ad assumere partecipazioni dirette in società agricole, industriali e commerciali. Per il sostegno al settore edile e del mercato immobiliare il Banco istituì anche una Sezione Speciale per il Credito Fondiario ed una Sezione per il Credito alle Opere Pubbliche. 
La  Sardegna, ora, iniziava a crescere. Se negli anni Cinquanta i redditi sardi avevano subito una regressione relativa, rispetto agli andamenti nazionali, tra il 1963 e il 1970 il reddito lordo pro capite regionale crebbe ad un tasso del 5,7 per cento, contro il 5,2 del Mezzogiorno e il 4,3 dell’intero Paese. Anche la crescita del Banco fu notevole: il valore dei depositi e dei conti correnti passò da 39 miliardi di lire nel 1960 ai 145,7 miliardi nel 1967. La crescita risultava superiore a quella delle altre banche attive nella regione. Gli investimenti in credito agrario alla fine degli anni Sessanta erano complessivamente di 76,346 miliardi di lire (49,745 MD di crediti di esercizio e 26,601 MD di crediti di miglioramento). I crediti ordinari (si definiscono crediti ordinari quelli destinati a tutte le attività commerciali e industriali non collegati al credito agrario) quantitativamente, tra il 1960 ed il 1969, crebbero in misura costante: in un decennio passarono dai 16 miliardi di lire del 1961 ai 144 miliardi del 1969.
Gli anni Settanta, complice anche lo shock petrolifero mondiale che si ripercosse sulle industrie chimiche e petrolchimiche presenti nell’isola, evidenziarono le prime difficoltà. Agli affanni delle industrie si aggiunse la netta diminuzione dei contributi statali a cui l’isola si era abituata col piano di rinascita. Il Banco, ormai diventato l’istituto di credito più importante dell’isola, applicò, prudentemente,  la strategia del rafforzamento patrimoniale e della razionalizzazione distributiva. In sei anni raddoppiò i fondi patrimoniali di garanzia e razionalizzò la rete degli sportelli anche con l’apertura di nuove dipendenze nella penisola. Agli inizi degli anni Novanta, completata la trasformazione delle Casse Comunali di Credito Agrario in dipendenze dirette del Banco, diede attuazione all’importante legge “Amato-Carli” (legge n. 218 del luglio del 1990), che imponeva agli Istituti di credito di diritto pubblico ed alle Casse di risparmio di trasformarsi in Società per Azioni.
Modificato e adeguato lo Statuto alla nuova situazione, nel luglio del 1992 il Banco di Sardegna abbandonò la qualifica di “Istituto di credito di Diritto Pubblico” per assumere quella di “Società per Azioni”. Il patrimonio (le azioni) furono conferite alla Fondazione Banco di Sardegna, Ente di nuova costituzione. Le finalità del nuovo Ente (la Fondazione), secondo lo Statuto, sono quelle di interesse pubblico e di utilità sociale. Tra le sovvenzioni annuali correnti quelle a favore  delle Università di Cagliari e di Sassari.
La legge Amato-Carli, prevedeva anche che le Fondazioni cedessero, gradualmente, il capitale di controllo delle rispettive imprese bancarie, per non vincolarne la libertà di mercato. La Fondazione del Banco scelse sul mercato  il “Gruppo” della Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER). In  due tranches il 51% del capitale sociale (azioni ordinarie) fu ceduto, con conseguente ingresso del Banco di Sardegna S.p.A. nel Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna.
All’interno del “gruppo BPER”, che è costituito dalla capogruppo e da 13 altre banche, il Banco ha mantenuto le caratteristiche della sub-holding, ovvero una autonomia patrimoniale e gestionale separata, rispetto alla capogruppo, considerato il modello federale in atto. Questo modello consente al Banco di svolgere, come prima,  un ruolo di presidio e di valorizzazione del territorio operativo che era e rimane  prevalentemente sardo.
L’attività del Banco, infatti,  continua a svolgersi in larga misura nell’Isola dove, pur in condizioni di sempre maggiore concorrenza, ha ulteriormente accresciuto le sue già elevate quote di mercato: la sua struttura nell’Isola rappresenta il 58% degli sportelli bancari con una rete che, a fine del 2002, era di 375 sportelli, a cui si debbono aggiungere i 16 operativi nella penisola, distribuiti tra Lazio, Lombardia, Toscana, Liguria ed Emilia Romagna. L’integrazione con il resto del “Gruppo BPER” è in costante  crescita, soprattutto attraverso l’utilizzo dei nuovi strumenti  telematici che consentono transazioni in tempo reale  in tutto il mondo.
Il lungo cammino delle Istituzioni creditizie sarde ha fatto già un buon tratto di strada: dai Monti frumentari alla Banca Universale (oggi comunemente definita “Banca on line”).
Nella prossima puntata, la sesta, le conclusioni mie personali sul sistema creditizio sardo! A presto!

Grazie della Vostra attenzione.
Mario