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mercoledì, luglio 03, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA 5^ PARTE. L’EVOLUZIONE PORTATA AVANTI DAL BANCO DI SARDEGNA.


Oristano, 3 Luglio 2013
Cari amici,
ormai le vecchie strutture bancarie sarde sono lentamente scomparse e dalle ceneri di queste è sorto il Banco di Sardegna. Ecco la sua evoluzione.

NASCE IL BANCO DI SARDEGNA

Nel 1955, con decreto del ministro del Tesoro, veniva approvato lo Statuto del nuovo Banco di Sardegna. La continuità da ICAS a Banco di Sardegna fu totale.  Della dotazione patrimoniale iniziale di 710 milioni ben 560 milioni furono conferiti dall’ICAS. Il personale confluì tutto nel Banco, a partire dal mitico direttore generale Oreste Pieroni, figura di spicco e pubblico amministratore della Sassari dell’epoca.  Sotto la sua guida iniziò la modernizzazione della struttura ereditata. Alle due sedi ed alle sette filiali ereditate dall’ICAS altre se ne aggiunsero in poco tempo: nel 1956 erano già operative  le nuove filiali di Ales, Iglesias, Senorbì, Nuoro, Cuglieri, Macomer, Siniscola, Alghero, Nulvi, Olbia, Pattada e Tempio. Fu, inoltre, riorganizzata la rete territoriale delle Casse Comunali di Credito Agrario e  si aprirono filiali nella penisola: a Roma, Genova e Milano. Altro importante legame con la struttura politica dell’Isola fu l’acquisizione del servizio della tesoreria regionale.
Gli anni Sessanta furono, per la precaria economia dell’Isola,  gli “anni della rinascita”.  La Sardegna avviò un processo di  industrializzazione massiccio. Pur apparendo sulla carta un piano capace di avviare l’Isola ad una parificazione con le altre regioni, si rivelò, invece, incapace di integrarsi nel nostro sistema economico e quindi controproducente. I massicci investimenti destinati alle nuove imprese chimiche, minerarie, metallurgiche e delle costruzioni furono sostenuti, soprattutto, dal Credito Industriale Sardo, da diverse banche nazionali ed anche dal nuovo Banco di Sardegna. La chimica e la petrolchimica, tuttavia, non furono i settori privilegiati dal Banco. Il credito all’agricoltura continuò a rimanere il suo punto di forza, retaggio ereditato dall’ICAS, ma soprattutto erogato dalla miriade di micro sportelli delle Casse Comunali di Credito Agrario. La neonata Sezione Speciale di Credito Agrario, si impegnò in  un grande disegno di riordino fondiario, finalizzato ad incrementare dimensioni e redditività delle aziende agricole.  
Per agevolare questo tentativo di riordino fondiario il Banco venne autorizzato anche ad assumere partecipazioni dirette in società agricole, industriali e commerciali. Per il sostegno al settore edile e del mercato immobiliare il Banco istituì anche una Sezione Speciale per il Credito Fondiario ed una Sezione per il Credito alle Opere Pubbliche. 
La  Sardegna, ora, iniziava a crescere. Se negli anni Cinquanta i redditi sardi avevano subito una regressione relativa, rispetto agli andamenti nazionali, tra il 1963 e il 1970 il reddito lordo pro capite regionale crebbe ad un tasso del 5,7 per cento, contro il 5,2 del Mezzogiorno e il 4,3 dell’intero Paese. Anche la crescita del Banco fu notevole: il valore dei depositi e dei conti correnti passò da 39 miliardi di lire nel 1960 ai 145,7 miliardi nel 1967. La crescita risultava superiore a quella delle altre banche attive nella regione. Gli investimenti in credito agrario alla fine degli anni Sessanta erano complessivamente di 76,346 miliardi di lire (49,745 MD di crediti di esercizio e 26,601 MD di crediti di miglioramento). I crediti ordinari (si definiscono crediti ordinari quelli destinati a tutte le attività commerciali e industriali non collegati al credito agrario) quantitativamente, tra il 1960 ed il 1969, crebbero in misura costante: in un decennio passarono dai 16 miliardi di lire del 1961 ai 144 miliardi del 1969.
Gli anni Settanta, complice anche lo shock petrolifero mondiale che si ripercosse sulle industrie chimiche e petrolchimiche presenti nell’isola, evidenziarono le prime difficoltà. Agli affanni delle industrie si aggiunse la netta diminuzione dei contributi statali a cui l’isola si era abituata col piano di rinascita. Il Banco, ormai diventato l’istituto di credito più importante dell’isola, applicò, prudentemente,  la strategia del rafforzamento patrimoniale e della razionalizzazione distributiva. In sei anni raddoppiò i fondi patrimoniali di garanzia e razionalizzò la rete degli sportelli anche con l’apertura di nuove dipendenze nella penisola. Agli inizi degli anni Novanta, completata la trasformazione delle Casse Comunali di Credito Agrario in dipendenze dirette del Banco, diede attuazione all’importante legge “Amato-Carli” (legge n. 218 del luglio del 1990), che imponeva agli Istituti di credito di diritto pubblico ed alle Casse di risparmio di trasformarsi in Società per Azioni.
Modificato e adeguato lo Statuto alla nuova situazione, nel luglio del 1992 il Banco di Sardegna abbandonò la qualifica di “Istituto di credito di Diritto Pubblico” per assumere quella di “Società per Azioni”. Il patrimonio (le azioni) furono conferite alla Fondazione Banco di Sardegna, Ente di nuova costituzione. Le finalità del nuovo Ente (la Fondazione), secondo lo Statuto, sono quelle di interesse pubblico e di utilità sociale. Tra le sovvenzioni annuali correnti quelle a favore  delle Università di Cagliari e di Sassari.
La legge Amato-Carli, prevedeva anche che le Fondazioni cedessero, gradualmente, il capitale di controllo delle rispettive imprese bancarie, per non vincolarne la libertà di mercato. La Fondazione del Banco scelse sul mercato  il “Gruppo” della Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER). In  due tranches il 51% del capitale sociale (azioni ordinarie) fu ceduto, con conseguente ingresso del Banco di Sardegna S.p.A. nel Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna.
All’interno del “gruppo BPER”, che è costituito dalla capogruppo e da 13 altre banche, il Banco ha mantenuto le caratteristiche della sub-holding, ovvero una autonomia patrimoniale e gestionale separata, rispetto alla capogruppo, considerato il modello federale in atto. Questo modello consente al Banco di svolgere, come prima,  un ruolo di presidio e di valorizzazione del territorio operativo che era e rimane  prevalentemente sardo.
L’attività del Banco, infatti,  continua a svolgersi in larga misura nell’Isola dove, pur in condizioni di sempre maggiore concorrenza, ha ulteriormente accresciuto le sue già elevate quote di mercato: la sua struttura nell’Isola rappresenta il 58% degli sportelli bancari con una rete che, a fine del 2002, era di 375 sportelli, a cui si debbono aggiungere i 16 operativi nella penisola, distribuiti tra Lazio, Lombardia, Toscana, Liguria ed Emilia Romagna. L’integrazione con il resto del “Gruppo BPER” è in costante  crescita, soprattutto attraverso l’utilizzo dei nuovi strumenti  telematici che consentono transazioni in tempo reale  in tutto il mondo.
Il lungo cammino delle Istituzioni creditizie sarde ha fatto già un buon tratto di strada: dai Monti frumentari alla Banca Universale (oggi comunemente definita “Banca on line”).
Nella prossima puntata, la sesta, le conclusioni mie personali sul sistema creditizio sardo! A presto!

Grazie della Vostra attenzione.
Mario

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