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sabato, giugno 29, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA 4^ PARTE. DALL’ISTITUTO DI CREDITO AGRARIO PER LA SARDEGNA (I.C.A.S.) AL BANCO DI SARDEGNA.


Oristano, 29 Giugno 2013
cari amici,
la lunga storia del credito in Sardegna continua. In questa quarta parte partiamo dall’I.C.A.S., l’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, voluto dal Governo Nazionale, per intraprendere una efficace azione creditizia in favore dell’agricoltura sarda.

L’EVOLUZIONE DALLE CASSE COMUNALI ALL’ISTITUTO DI CREDITO AGRARIO PER LA SARDEGNA.

Pochi anni dopo, nel 1927, una legge nazionale sul credito agrario istituì una nuova struttura unificata per il credito agrario nell’Isola. Nacque, con questa legge, l’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, ICAS, frutto della fusione delle due Casse provinciali di Cagliari e Sassari. Compito del nuovo Ente, che nacque con un capitale di 22 milioni di lire, era quello di:  “..coordinare, indirizzare ed integrare l’azione creditizia degli enti ed istituti locali a favore dell’agricoltura...”.
L’ICAS, come comunemente venne chiamato, iniziò ad operare nel 1928, quando si riunì per la prima volta il collegio commissariale appena nominato dal ministro dell’Economia nazionale. Il 6 novembre il Consiglio di Amministrazione deliberò la pianta organica, strutturata in più livelli alla cui base erano, oltre le sedi di Cagliari e Sassari, le sette filiali di Oristano, Sanluri, Ozieri, Thiesi, Bosa, Isili e Lanusei, che governavano territorialmente le Casse Comunali di Credito Agrario. Il contributo dell’ICAS alla maturazione del sistema creditizio sardo fu determinante. Il compito principale fu quello di organizzare tecnicamente la rete capillare della Casse Agrarie. Fra i compiti più importanti la preparazione del personale, una gestione meno approssimativa del credito, e la creazione di una mentalità “bancaria”, prima inesistente. La crescita dell’ICAS non tardò a venire. Nel 1945 il personale era costituito da 185 unità che diventarono 260 nel 1952. Nell’allegato, riprodotto da un “Regolamento” dell’epoca, viene evidenziata la situazione e la distribuzione del personale negli anni 1945 e 1952.

Negli anni Venti la popolazione della Sardegna era cresciuta di soli 6.ooo abitanti, rispetto agli 853.ooo censiti nel 1911. Questo fatto non era solo da addebitarsi al diminuito tasso di natalità, ma anche ai grandi vuoti creati prima dalla Grande guerra e dopo dalla epidemia di “spagnola”. Inoltre, in quegli anni, la mortalità per malaria raggiunse una media del 97,5 per mille, contro una media nazionale del 12 per mille. L’agricoltura, che aveva conosciuto un periodo di artificiale floridezza durante la guerra, pagava il prezzo della limitatezza delle zone coltivate, aggravata da una frammentazione della proprietà fondiaria. Le leggi Serpieri del 1924 e la successiva del 1933 sulla bonifica integrale sembravano il mezzo più adatto a risolvere, in parte,  una deficienza strutturale. Vennero avviati, con questa legge, interventi di bonifica importanti. La Società Bonifiche Sarde a Terralba bonificò a prezzo di grandi sacrifici una superficie di oltre 18.ooo ettari; l’Ente Colonizzazione Ferrarese nella Nurra algherese bonificò nel 1934 circa 12.ooo ettari; infine una superficie più modesta fu bonificata a Sanluri  dall’Opera Nazionale Combattenti.  Di queste opere, realizzate dal regime fascista nel periodo di massima autarchia per trovare soluzione alle sanzioni che continuavano ad affamare la popolazione, quella che raggiunse appieno lo scopo e anzi superò le previsioni iniziali fu la bonifica del terralbese. La nuova città di Arborea (battezzata originariamente “Villaggio Mussolinia”) che sorse a fianco dell’antica Terralba, sulla grande pianura fertile appena bonificata, popolata dalle laboriose popolazioni venete immigrate, raggiunse in breve tempo livelli di eccellenza.  Anche oggi il suo territorio con colture, allevamenti e industrie di trasformazione di prim’ordine, è  uno dei pochi esempi in Sardegna di agricoltura/allevamento di livello europeo.


Nel 1944 con l’istituzione dell’Alto Commissariato per la  Sardegna, iniziò un percorso che  porterà l’Isola sulla strada per l’attuazione dell’autonomia. Il successivo provvedimento legislativo stanziò a favore dell’economia sarda 150 milioni di lire per la creazione di un Banco di Sardegna (non quello attuale che nascerà, invece, dieci anni dopo). Negli anni dal 1947 al 1950 l’Ente regionale per la lotta antianofelica (ERLAS), utilizzando un consistente contributo finanziario e scientifico della Rockfeller Foundation, con l’impiego di oltre 35.ooo operai portò a compimento un’opera straordinaria: quella di debellare la malaria da tutto il territorio dell’Isola. La vittoria sulla malaria, che aveva afflitto l’isola per millenni, fu certamente uno degli eventi più importanti del secolo scorso. I futuri investimenti sia agricoli che imprenditoriali successivi, furono possibili solo in una Sardegna liberata da simile flagello.
Nel 1946 il passaggio dalla Monarchia alla  Repubblica  portò alla Sardegna non solo la nuova Costituzione repubblicana, che entrò in vigore il primo gennaio del 1948, ma anche, all’interno dell’organizzazione dello Stato, un  nuovo status giuridico: quello di Regione autonoma. La nostra autonomia, sancita dall’art.116 della Costituzione e dalla legge costituzionale del 26 febbraio del 1948 che approvò lo Statuto speciale, nacque  in maniera abbastanza travagliata.  A differenza degli Statuti delle altre Regioni autonome quello sardo risentì, però, della nostra immaturità politica. Mentre quello siciliano fu concepito, strutturato e studiato dai siciliani per i siciliani, quello sardo, complice la nostra proverbiale litigiosità e diffidenza, venne preparato “per i sardi” dal Parlamento nazionale.
Nell’autonomia delegata dallo Statuto diverse furono le competenze legislative riservate alla Regione, tra cui quella sul Credito Agrario. La “delega” sul credito agrario pur semplice nell’apparenza si rivelò di difficile applicazione e armonizzazione con le leggi nazionali. Fiumi di inchiostro sono stati già versati sulla diversa interpretazione delle competenze delegate. Fra i tanti che scrissero ( e ancora scrivono..)  mi limito a ricordare le dotte disquisizioni di  Francesco Cossiga, che negli anni Cinquanta (era allora assistente di Diritto Costituzionale nell’Università di Sassari) scrisse numerose “Osservazioni”, e le altrettanto puntigliose precisazioni di Giuseppe Guarino, che sull’argomento, spesso, arrivava a conclusioni molto diverse da quelle del nostro Presidente emerito.

In questi primi anni di vita repubblicana le forze politiche sarde, con l’intento di mettere al passo la Sardegna con il resto dell’Italia, iniziarono a rivendicare un “Piano di Rinascita “ economica e sociale, previsto, tra l’altro, dall’art.13 dello Statuto.
Nel 1962, con la legge n.588 dell’11 giugno, denominata “ Piano straordinario per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna”, venivano stanziati 400 miliardi da spendersi in 10 anni. Qualche anno prima, nel 1953, con la legge n. 298 dell’11 aprile,  era stato  istituito il Credito Industriale Sardo, CIS, e riformati e riordinati l’Isveimer e l’Irfis; la stessa legge stabiliva la costituzione del Banco di Sardegna, Istituto di Credito di Diritto Pubblico, attraverso la fusione per incorporazione dell’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, ICAS (di cui ereditava il patrimonio e l’organizzazione) e dell’omonimo Banco di Sardegna di Cagliari, prima menzionato, istituito nel 1944 e mai diventato operativo per mancanza di dotazione di capitale. 
Con il nuovo Banco di Sardegna iniziò per il sistema creditizio sardo, come vedremo nella prossima puntata, una trasformazione epocale.
Grazie a tutti Voi dell’attenzione!
Mario

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