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sabato, luglio 13, 2013

IL DIFFICILE MESTIERE DI GENITORE: LETTERA DI ABRAHAM LINCOLN ALL’INSEGNANTE DI SUO FIGLIO.





Oristano 13 Luglio 2013
Cari amici,
ho già avuto occasione in questo diario di affrontare il difficile problema dell’educazione dei propri ragazzi. Il mestiere di genitore è senz’altro il più difficile del mondo e nessuno, neppure un Presidente degli Stati Uniti d’America, è più capace di altri. Mi è capitato di recente di trovare in rete il testo di una lettera che Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti, indirizzò all’insegnante di suo figlio, spronandolo a plasmare il ragazzo nella giusta maniera. E’ una lettera ancora oggi importante, che fa riflettere, perché è solo incorporando determinati valori che ci si dovrebbe muovere nel difficile percorso della vita. Prima di riportare, per la Vostra curiosità, il testo della lettera riesaminiamo, insieme, la figura di un importante Presidente degli Stati Uniti.
Abraham Lincoln fu il sedicesimo presidente degli Stati Uniti (dal 1861 al 1865) ed il primo ad appartenere al Partito repubblicano. Lincoln fu il principale artefice della vittoria degli unionisti nella guerra di secessione americana e dell'abolizione della schiavitù. Nato a Hodgenville, in Kentucky, il 12 febbraio 1809 nella fattoria di una famiglia di pionieri, intraprese, seppure con pochi mezzi, gli studi giuridici, guadagnandosi ben presto una solida reputazione per la sua onestà. Lincoln si trasferì  da giovane nell’Indiana, e successivamente a New Salem nell’Illinois. All’inizio della sua carriera legale, Lincoln si stabilì nella cittadina di Springfield dove  dimostrò subito la propria abilità di oratore, tanto che durante i processi a cui egli partecipava la gente accorreva per ascoltarlo. Divenne famoso nell’ambiente legale dell’Illinois non solo per la grande capacità oratoria ma anche per la sua partecipazione a processi riguardanti interessi in competizione nel campo dei trasporti. Questa fama in breve tempo gli spianò la strada politica. Nel 1833 fu eletto deputato al parlamento dell'Illinois. In materia di schiavitù, era un antischiavista convinto, anche se non condivise mai appieno la posizione degli abolizionisti, e nel 1846 venne eletto al Congresso degli Stati Uniti. Nel 1860 i repubblicani lo candidarono alla presidenza: ottenne la maggioranza dei voti ed entrò nella Casa Bianca.

                               Il volto di Lincoln è il primo a sinistra (a destra di chi guarda)
Nel 1861 sette stati sudisti si separarono formalmente dall’Unione; altri stati del sud seguirono il loro esempio e scoppiò la guerra che si concluse nel 1865 con la vittoria dei nordisti. Durante tale periodo, Lincoln ebbe poteri che nessun presidente precedente aveva detenuto; sospese il precetto dell’habeas corpus e imprigionò di frequente le spie e i simpatizzanti sudisti senza processo. Già nel 1862 il presidente emanò il proclama di emancipazione che liberava gli schiavi e autorizzava la creazione di unità militari di colore. Da Presidente Lincoln, però, era determinato a porre l'emancipazione su una base permanente e nel 1864 propose l'introduzione di un emendamento contro la schiavitù nella Costituzione. Tale emendamento venne accettato dopo la sua rielezione, nel 1865. Poche settimane dopo l'inizio del suo secondo mandato, Lincoln annunciò pubblicamente il suo sostegno al suffragio limitato per i neri in Louisiana.

Dopo la fine della guerra Abraham Lincoln si era incontrato di frequente con il generale Grant, con il quale aveva maturato una solida amicizia. Nell’aprile del 1865, durante il loro ultimo incontro lo aveva invitato a un importante evento mondano per quella sera, ma il generale lo aveva declinato. Senza la compagnia del generale e senza la sua guardia del corpo, Ward Hill Lamon, i Lincoln andarono al Ford's Theatre, a Washington, dove era in programmazione Our American Cousin, una commedia musicale dello scrittore britannico Tom Taylor (1817-1880). Nell’istante in cui Abraham Lincoln prese posto nel palco presidenziale, John Wilkes Booth, un attore della Virginia simpatizzante sudista, preoccupato dell'eventualità che i neri potessero ottenere il diritto di voto, entrò nel palco e sparò un colpo di pistola calibro 44 alla testa del Presidente, gridando “Sic semper tyrannis!” ( “Così sempre per i tiranni!” – motto dello Stato della Virginia e frase storicamente pronunciata da Bruto nell’uccidere Cesare). Era il 14 aprile del 1865. Lincoln fu dichiarato morto la mattina del giorno seguente. Il suo secondo mandato era appena iniziato.

Ecco, ora, il testo della lettera che Lincoln scrisse al “maestro” di Suo figlio.

LETTERA DI ABRAHAM LINCOLN ALL’INSEGNANTE DI SUO FIGLIO.

"Caro professore, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c'è un eroe, per ogni egoista c'è un leader generoso.
Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall'invidia e gli faccia riconoscere l'allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono.
Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l'acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro".
 (ABRAHAM LINCOLN)

Credo che una lettera cosi concepita non abbia bisogno di commenti ma solo di analisi e di riflessione. Credo che anche noi, oggi, possiamo prendere lezione da un pensiero tanto profondo ed ancora così attuale.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario


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