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lunedì, gennaio 09, 2017

LA SCALA DEI VALORI: L’IMPRESA, L’UOMO E IL PROFITTO. UNA RECENTE SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE CHE FA RIFLETTERE NON POCO…



Oristano 9 Gennaio 2017
Cari amici,
Un recente pronunciamento della Corte di Cassazione (sentenza n.25201 del 7 Dicembre 2016) ha stabilito che è giusto licenziare se ciò serve a fare maggiori profitti, in quanto, secondo il ragionamento fatto, è l’azienda a produrre lavoro e benessere per cui il licenziamento di conseguenza risulta accettabile. 
La sentenza degli ermellini, però, ha lasciato molti alquanto perplessi e con l'amaro in bocca. La cosa che maggiormente ha sorpreso è che la Corte (come si è sempre ritenuto non certo a torto), organo supremo costituzionale e custode della tradizione, non aveva mai manifestato una “mentalità così avanzata”, essendo invece nota per per il suo essere stata sempre "conservatrice", non certo pronta e disponibile a percorrere sentieri nuovi e particolarmente innovativi.
Insomma, i giudici supremi fino ad oggi erano ritenuti particolarmente impregnati di quella cultura tradizionale, arcaica, con una visione consolidata nel tempo della società italiana e del mondo: in sintesi, ben lontani, quasi estranei, alla moderna vita sociale corrente, quella della globalizzazione. 
Eppure questa volta, sorprendendo tutti, hanno dato vita ad una “fuga in avanti” imprevedibile, alquanto difficile da accettare e condividere. Dalla lettura della sentenza sembra trasparire una visione ultra moderna della società attuale, che fa capire che la Corte ha fatto un “salto in avanti” poderoso verso il progresso e la modernità. L’attenta analisi della sentenza emessa dai supremi giudici togati, sentenziando la legittimità del licenziamento di dipendenti quando questo serve ad aumentare i profitti ed a migliorare l’organizzazione complessiva dell’azienda, ha scombussolato le certezze dei lavoratori, creando non poco stupore e meraviglia.
Insomma, l’eterno dilemma che ha sempre visto sui 2 piatti della bilancia il valore del capitale su uno e quello del lavoro sull'altro, continua. La diatriba se valgano più il guadagno e il profitto aziendale, oppure il lavoro effettuato, non è nato certo in questo secolo. Il lavoro, valutato nei termini espressi dalla sentenza, è visto esattamente come una qualsiasi “merce inanimata”, al pari delle altre materie prime utilizzate: un anonimo spicchio del ciclo produttivo, qualcosa di "robotico", senz’anima né dignità. Questo significa che il lavoratore, nella società di oggi, conta poco o nulla rispetto al profitto, il cui valore è considerato ben più alto. 
Questa «rivoluzione culturale», che mette il profitto al primo posto, è figlia della tanto decantata globalizzazione, i cui danni si cominciamo pesantemente a toccare con mano.
La globalizzazione, cari amici, sta facendo disastri impressionanti, acuendo il divario sociale tra le masse, sempre più impoverite, e le multinazionali, sempre più potenti, quanto e forse più dei singoli Stati. Mettere il profitto avanti alla dignità del lavoro crea un ulteriore dislivello inaccettabile, facendo emergere la ‘supremazia del mercato ad ogni costo’. Tutto ciò crea, come conseguenza, una produzione senza regole, capace di cancellare i precedenti valori etici consolidati, compreso quello della stessa vita umana. A ben riflettere, su questa trasformazione in atto, sorge spontanea una domanda: in una società capitalistica come la nostra hanno ancora il loro peso, l’onore, la dignità, l’etica e la considerazione circa il valore del capitale umano? Forse no, perché i nuovi padroni del mondo vorrebbero che l’economia, nelle sue svariate branche, fosse sempre e comunque libera da vincoli e regole.Si cerca, forse un ritorno al 'passato coloniale'?
Edoarda Masi (Roma, 1927 – Milano, Luglio 2011) apprezzata saggista italiana, specializzata nella cultura della Cina, profonda studiosa nell’ambito del lavoro d’impresa, ha sostenuto che quella in atto è “Una «rivoluzione culturale»: utopia necessaria nella società di oggi, che assume il profitto a valore dominante e universale, così come predicano gli apologeti del presente, i cinici ideologi del «mercato».
Cari amici, conciliare le esigenze dell’azienda che lotta per stare sul mercato (e quindi deve tendere al profitto), e quelle del prestatore d’opera che realizza il prodotto, non è certo né semplice né facile, anche se il tirare troppo la corda da una parte o dall’altra non porta da nessuna parte. Credo che una via di mezzo ragionevole comune esista e possa essere saggiamente applicata. Gli esempi di imprenditori illuminati ci sono e dovrebbero fare maggiormente testo. Risanare il nostro tessuto sociale, lacerato da lotte intestine tra sindacati e datori di lavoro, credo sia ancora possibile. Per farlo c’è bisogno di una maggiore morale collettiva da entrambe le parti, che rimarchi da una parte un vero senso di appartenenza, dall’altra un maggior rispetto per chi contribuisce in modo determinante ai successi dell’azienda.
In Italia ci sono esempi di straordinaria capacità manageriale: titolari di aziende "modello" che riescono felicemente a resistere con grande forza sul mercato, rispettando e considerando le risorse umane che vi lavorano, indispensabili per il successo ottenuto e conseguentemente valorizzandole appieno. In passato ci furono esempi di aziende come la Olivetti, oggi aziende come la Cucinelli o il Gruppo Loccioni, per esempio; la Cucinelli, leader nel mondo della moda, la Loccioni sul fronte dell’high-tech. Entrambe sono riuscite a far convivere la giusta ricerca del profitto, con il concreto rispetto e la reale dignità dei dipendenti. Brunello Cucinelli, leader dell’azienda omonima (con sede a Perugia) produttrice di cachemire, è riuscito a puntate l’impostazione della sua azienda sulla valorizzazione ed il rispetto della dignità umana, pur non rinunciando al massimo impegno per raggiungere i risultati economici. Egli considera la sua azienda una famiglia allargata, un bene comune, regolata da norme ben precise che valgono per tutti allo stesso modo. Perché – racconta Brunello – “chi lavora con noi, indipendentemente dal ruolo, partecipa alla vita dell’azienda: ciascuno sa che la propria opera è un tassello indispensabile alla crescita comune; la nostra “Qualità integrale” è il frutto della qualità interiore di ognuno”.
Cari amici, io sono uno che ha sempre visto il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Le difficoltà che angustiano le aziende indubbiamente ci sono: stare sul mercato richiede grandi capacità, intelligenza, ingegno e anche furbizia, ma i risultati non si ottengono svilendo l’uomo a livello di merce, anzi a volte addirittura anche meno!
Credo che in questo senso l'innovativa sentenza emessa dalla Corte debba essere meditata non poco. Per questo motivo riporto qui sotto un pensiero, validissimo ancora oggi, di Adriano Olivetti, vero leader illuminato della prima metà del secolo scorso.
A domani.
Mario



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