venerdì, agosto 19, 2011

PASSIFLORA, LA PIANTA CHE CI RICORDA LA PASSIONE DI CRISTO!


Oristano 19 Agosto 2011

Cari amici,


Oggi mi è venuta voglia di parlarvi della passiflora .


E’ questa pianta un rampicante che ho conosciuto fin da bambino nel cortile di casa. I suoi fiori mi hanno sempre appassionato, direi incantato! Ricordo ancora che alla prima fioritura Mamma, osservando il fiore sbocciato con le amiche, commentava con commozione che quel fiore aveva in se tutti gli strumenti della passione di Nostro Signore Gesù Cristo. In effetti…a ben guardare i segni c’erano proprio tutti!



Con questo mio scritto voglio ripercorrere con Voi la storia di questo bellissimo arbusto che tanto ha scatenato la fantasia dell’uomo, sia ieri che oggi.



Il genere Passiflora, nella classificazione botanica universalmente accettata delle Dicotiledoni, è ascritto alla famiglia delle Passifloraceae, a loro volta inserite nell'ordine delle Passiflorales, Tribù Passifloreae. La famiglia delle Passifloraceae contiene oltre 600 specie divise nei generi: Passiflora, Adenia, Modecca, Gynopleura, Ophiocaulon, Smeathmannia ecc.. Tra queste il genere Passiflora è il più importante. Da solo comprende oltre 520 specie, quasi tutte adattate al portamento rampicante e lianoso; ma esistono anche cespugli, alberi e piante ( alcuni alti fino a 5-6 metri), perenni ed annuali. Alcune sono ancora oggetto di controversie tra gli esperti per arrivare ad una classificazione corretta e definitiva. Ma nel frattempo ne sono state scoperte di nuove anche recentemente. In zone impervie delle Ande o nelle foreste inesplorate ve ne potrebbero essere ancora da identificare.


Gli ibridi sono moltissimi, proprio grazie all'alto numero di specie che possono essere combinate tra loro. In questo modo sono state ottenute piante eccezionalmente belle. Istituti specializzati stanno attuando piani sistematici di ibridazione, cosicché molti altri ne verranno registrati.




E. Killip nella sua pubblicazione del 1938 (The american species of Passiflora) ha diviso il genere Passiflora in 24 gruppi omogenei denominati 'Sottogeneri' a loro volta suddivisi in 'Sezioni' ed in 'Serie'. La classificazione è quindi complessa e ciò è dovuto al numero elevato di specie che si sono evolute differenziandosi in varie direzioni. Recentemente (2004) questa Classificazione è stata rivista a cura di John MacDougal ed altri, ed ha sostituito quella di E. Killip accorpando molto sottogeneri in 'supersezioni'.


La provenienza geografica della maggior parte delle Passiflora è l'America centromeridionale, in particolare le vaste zone, tropicali e subtropicali, che vanno dalla cordigliera delle Ande fino alle coste dell'Oceano Atlantico. Nazioni ricche di queste piante sono: Brasile, Venezuela, Costa Rica Nicaragua, Guatemala, Columbia, Ecuador, Bolivia, Messico, Guyana, Perù, Paraguay, Argentina, Honduras, Giamaica, ecc. Alcune specie, in numero più limitato, sono invece nordamericane (Stati Uniti), australiane ed asiatiche. Questi rampicanti furono importati in Europa nella prima metà del secolo 17°. Tra di essi in particolare la P. caerulea si è ormai naturalizzata in diverse località della nostra penisola, specialmente nell'Italia centro meridionale.




Il nome 'Passiflora' pare sia stato attribuito da Leonard Plukenet nel 1696. Linneo nel 1753, adottando il termine, confermava che questo particolare nome era derivato dalle parole latine Flos Passionis, fiore della passione, con riferimento alla passione di Gesù Cristo. La pianta in effetti, nelle differenti parti del fiore, ricorda realmente gli strumenti della crocefissione di Cristo: i filamenti disposti a raggiera ricordano la corona di spine, lo stilo al centro è la colonna della flagellazione, gli stimmi i chiodi, lo stame, la spugna imbevuta di aceto, le cinque macchie rosse sulla corolla rappresenterebbero, infine, le cinque piaghe.



I segni identificativi degli strumenti della passione nel fiore della “Passiflora” pare che siano stati individuati, anche se non vi è certezza, dai primi missionari, i Gesuiti, che cercarono di evangelizzare l’America, a seguito della scoperta del Nuovo Mondo fatta da Cristoforo Colombo. Ad essi, suggestionati dalla accesa volontà di convertire i popoli americani, non sarà sembrato vero di 'vedere' in un fiore di quel continente i segni della Passione. Guglielmo Betto, nel suo libro 'I frutti tropicali in Italia' cita un 'Erbario o Storia Generale delle piante' di Pietro Antonio Michiel pubblicato tra il 1553 ed il 1565 nel quale è presente la Passiflora, già allora coltivata in Italia. Il missionario Padre Giacomo Bosio nel 'Trattato sulla Crocifissione di Nostro Signore' del 1610 aveva descritto i simboli della passione di Cristo presenti nei suoi fiori: i 3 chiodi sono rappresentati dai 3 stigmi, la corona di spine dalla corona dei filamenti, i 5 petali ed i 5 sepali simboleggiano i 10 apostoli rimasti fedeli a Gesù Cristo, l'androginoforo richiama la colonna della flagellazione ed i viticci ovviamente rappresentano i flagelli; le 5 antere sono le 5 ferite; la leggenda ha trovato altri riferimenti, altre fantasiose e suggestive analogie. Bellissime sono le stampe disegnate durante la Real expedicion botanica nel nuevo reino de Granada (Colombia) a cura di José Celestino Mutis.



Vediamo ora le caratteristiche principali di questa specie, partendo dalle…radici!




Le radici di queste piante sono generalmente fascicolate, in alcuni casi sono carnose, a volte con produzione di pollini radicali, alcune specie come la Passiflora tuberosa hanno radici tuberose.



Il fusto abbondantemente ramificato, è sottile, talvolta cavo, a sezione rotonda, quadrata, triangolare o poligonale, solitamente di colore verde nei giovani esemplari, ricoperto da corteccia nei soggetti vetusti. Le foglie sono alterne, di forma, consistenza, dimensioni ed aspetto variabili, con specie a foglie semplici lanceolate, bilobate o palmate con 3-9 lobi, con dimensioni molto variabili.





I fiori hanno caratteristiche e strutture uniche nel mondo vegetale e sono molto apprezzati per la loro indubbia audace eleganza. Grazie ai loro vivaci filamenti richiamano la bellezza dei fuochi artificiali; sono normalmente ermafroditi, ascellari e solitari, raramente riuniti a coppie come nella Passiflora biflora, o riuniti in racemi come si può osservare nella Passiflora racemosa; le dimensioni sono molto variabili in dipendenza della specie, potendo arrivare al diametro di 12-15 cm della Passiflora.. quadrangularis.







I frutti sono generalmente bacche ovoidali o allungate, ricoperte da un leggero tegumento che, a maturazione, si colora di giallo, viola, blu o nero, a volte con striature gialle o verdi, a volte è una capsula deiscente a maturazione, di varie dimensioni; all'interno del frutto si trova una polpa gelatinosa (arillo) che contiene piccoli semi di forma appiattita, cuoriformi, di colore scuro, coriacei e rugosi.



I semi delle passiflore sono piatti, cuoriformi, scuri con cuticola dura dotata di caratteristiche rugosità. Misurano normalmente da meno di 1 mm, a 4-5 mm di lunghezza. Per farli germinare con maggiore facilità occorre lasciarli almeno un giorno in acqua tiepida prima della semina. La germinazione e la crescita delle piantine è favorita da una temperatura attorno ai 25 °C.


La nostra penisola, grazie alla varietà di zone climatiche presenti, che comprendono perfino quelle subtropicali (Sicilia e Sardegna…in particolare), è sicuramente privilegiata, rispetto ad altre nazioni europee, per la coltivazione di un gran numero di specie, senza particolari accorgimenti. Le Passiflore più rustiche si prestano ad essere coltivate in piena terra, ma tutte crescono benissimo anche in vasi di dimensioni appropriate. Naturalmente nelle zone dove si hanno frequenti e prolungate gelate invernali (pianura padana ecc.) quest'ultima è una scelta obbligata per la maggior parte delle specie. E' facilissimo riprodurre le passiflore, forse più facile e più rapido per via agamica (talea, margotta, propaggine ecc.).



Coltivate in piena terra necessitano di un terreno sabbioso, povero, assolutamente drenante; PH possibilmente neutro, o, al più, leggermente alcalino, da 6.5 a 7.5. Per la coltivazione in vaso, ognuno ha la sua "ricetta miracolosa" in merito al terriccio, anche se, in pratica, tutti sono pienamente concordi sulle caratteristiche sopra dette (sabbioso, povero,....); ciò che varia è la scelta dei componenti da utilizzare (perlite, vermiculite, pomice, sabbia di fiume - terriccio pronto a base di torba, terra di giardino - humus di lombrico, stallatico) e le percentuali di utilizzo degli stessi. In generale la temperatura minima invernale non deve essere inferiore a 5-10 °C per la maggior specie, anche se alcune hanno bisogno di temperature maggiori e altre invece sopportano anche basse temperature.




Ecco una rapida carrellata delle principali specie coltivate.


- Passiflora actinia, Hook. (1843) proviene dalle zone montuose del Brasile, ha una fioritura eccezionale con fiori bianchi e filamenti blu, sopporta brevi gelate (min. – 3°C).


- Passiflora alata, Curtis (1788),originaria del Brasile, Perù, porta grandi foglie e fiori rosso intenso, profumati, Giugno-Ottobre. Ai fiori seguono i frutti, commestibili, gialli a maturazione e di forma ovoidale. Rusticità limitata solo a zone climatiche miti (min. 5°C.)


- Passiflora amethystina, Mikan (1825), originaria del Brasile, porta foglie e fiori grandi, malva scuro-porpora, si differenzia poco dalla P.violacea, adatta a zone miti (min. 5°C.).



- Passiflora antioquensis, Karst.(1859), Tacsonia, originaria delle zone montuose della Colombia e in particolare della zona di Antioquia, da cui il nome. I fiori sono grandi, rosa scuro, seguiti da frutti molto buoni (min. 5°C.).



-Passiflora aurantia, Forster (1786), originaria del Queensland ed è specie di lontana introduzione, i fiori sono bianco-rosato e arancio, è pianta adattabile nella zona degli ulivi, (min.7°C).


-Passiflora caerulea, L.,/1753), originaria del Brasile, Argentina, specie semirustica ma adattabile anche nei climi medio-freddi, aiutando gli esemplari giovani con pacciamature al piede nel periodo invernale. I fiori sono solitari, lievemente profumati. Questa specie ha dato seguito a molti ibridi interessanti, (min.-15°C).


- Passiflora capsularis, L. (1753), Decaloba, originaria del Sudamerica, porta piccoli fiori bianchi a stella, (min.5°C).


- Passiflora coccinea, Aubl.(1775), del Venezuela, le Guiane, Bolivia, Brasile, ha foglie grandi ovate, i fiori sono rosso scarlatto, grandi. Viene anche coltivata per i frutti ovali, gialli o arancioni, apprezzati in Sudamerica. Specie che può crescere solo nelle regioni più calde del sud, (min. 12°C).


- Passiflora coriacea, Juss (1805), Decaloba, originaria del Sudamerica, ha un fogliame particolare e piccoli fiori “coriacei” verde-giallino, (min.5°C).



- Passiflora edulis, Sims.(1818), “Purple Granadilla”, originaria del Sudamerica, ma si ritrova il tutto il mondo, coltivata e spesso naturalizzata. Non ama un clima particolarmente caldo, soprattutto se si vogliono vedere i frutti. I fiori sono grandi, bianco porpora, profumati, i frutti sono ovoidi, violacei striato di verde a maturazione, (min. 5°C.).



- Passiflora holosericea, L., (Decaloba), 1753, originaria dell’America centrale e Sudamerica, i fiori sono piccoli, bianco e giallo-arancio, profumati, (min.10°C).


- Passiflora incarnata, L.(1753) originaria del sudest degli U.S.A, specie molto vicina alla P. edulis, ma questa è possibile coltivarla anche nei climi freddi. Durante l’inverno la parte epigea secca per ricomparire in primavera. I frutti sono buoni da mangiare ma non squisiti come quelli della P. edulis, (min.-15°C).


- Passiflora laurifolia, L.(1753) “Water lemon”, il luogo d’origine sono le Antille, la costa orientale del Venezuela, Brasile e dell’Amazzonia peruviana, è specie vigorosa, i fiori sono larghi e profumati, bianchi e blu, seguono frutti ovoidi, polpa bianca acquosa marcatamente acidula, (min.10°C).


- Passiflora ligularis, Juss.(1805) “Sweet Granadilla”, dell’America centrale, Venezuela, Bolivia, di crescita vigorosa, coltivata per i grandi frutti a polpa bianca molto dolce, la cui coltivazione è molto diffusa ai tropici, (min. 5°C.).


- Passiflora maliformis, L.(1753), “Sweet Calabach”, originaria delle Antille, Colombia, Ecuador, Venezuela, di sviluppo vigoroso, porta fiori bianchi e porpora, profumati, seguono frutti ovoidi durissimi, per cui si sono meritati anche il nome di “Granadilla de piedra”, la polpa è arancione, con sapore che ricorda quello dell’uva.



- Passiflora manicata, Juss,(1807), Tacsonia, originaria delle Ande, Venezuela, Colonia, specie cha ha forse i fiori scarlatti più brillanti di tutte le varietà a fiore rosso, (min.0°C).


- Passiflora mollissima, Juss.(1811) Tacsonia, “Banana passion fruit”, originaria dell’America centrale, viene coltivata sia per i grandi fiori penduli rosa intenso sia per i frutti, le frutta sono grandi bacche ovoidali giallo carico a maturazione, simili a una piccola banana, (min.2°C).



- Passiflora quadrangularis, L.(1759), “Giant Granadilla”, originaria dell’America tropicale, è una delle specie più belle, sia per il fogliame che per i grandi fiori profumati.. E’anche una delle specie più coltivate per i grandi frutti, grandi come un uovo di oca e squisiti. Per una buona produzione di frutti però è necessario che vi siano più piante vicino, (min. 12°C).


- Passiflora racemosa, Brot.(1871), originaria del Brasile, è una delle specie più belle coltivate e molto utilizzata dagli ibridatori. I fiori sono grandi e, come dice il nome, a racemo, caratteristica molto singolare per questo Genere, rosso porpora che si aprono in successione, (min.7°C).



- Passiflora tucumanensis, Hook. (1839), originaria dell’Argentina, Bolivia, Paraguay, porta fiori bianchi e azzurri, coltivabile anche in climi medio freddi, (min. -10°C.)


- Passiflora umbilicata, Griseb (1893), originaria dell’Argentina, Bolivia, Paraguay, ad aletezze di 2400-3000 metri, porta fiori caratteristici color porpora, (min. 0°C).


- Passiflora vitifolia, Kunth (1817), Tacsonia, nativa dal Nicaragua al Perù, con foglie simili a quelle della vite, i fiori scarlatti appaiono lungo tutta la pianta, dal basso all’alto. I fiori attraggono le farfalle, (min.10°C).


La Passiflora, questo straordinario arbusto, non è interessante solo per la particolare bellezza dei suoi fiori, sotto certi aspetti unica. Essa è universalmente nota anche per le sue molteplici proprietà benefiche e salutari. Le specie particolarmente utilizzate a scopi medicinali sono la P. caerulea, la P. incarnata e la P. edulis.



Fin dall'antichità gli Aztechi, utilizzavano la passiflora come rilassante. Oggi con il frutto spremuto della passiflora incarnata si fanno degli ottimi frappè e frullati che secondo i brasiliani hanno un forte potere calmante. Tanti i principi attivi contenuti in questo preziosissimo arbusto. Ecco i principali. alcaloidi, armano, passiflorina, apigenina, luteolina, quercetolo, fitosteroli, acidi fenoli, cumarine, eterosidi, cianogenici, tracce di olio essenziale, flavonoidi, vitexina, isovitexina, saponaria, rutina, quercetina, apigenina, luteolina ed altri minori. Contiene anche ossicumarina, steroli, aminoacidi, acidi grassi ed organici.


Gli alcaloidi armanici, insieme ai flavonoidi esercitano un’azione spasmolitica, utilizzabile soprattutto a livello bronchiale, mentre ai flavonoidi viene attribuita l'azione sedativa. Il maltolo, l'etil-maltolo ed i flavonoidi potenziano l'effetto dei tranquillanti, mentre le armaline sono leggermente stimolanti. Le armaline dilatano le arterie coronarie, la cui occlusione può portare ad attacchi di cuore, quindi è un ottimo preventivo per i soggetti a rischio. Trattandosi di principi attivi particolarmente potenti , questi sono decisamente da IMPIEGARE sotto stretto controllo del medico! Il “fai da te” in questi casi non paga!



Ecco gli usi principali delle varie parti della passiflora.


L'infuso, lo sciroppo e l'estratto fluido delle parti verdi raccolte da giugno a settembre e fatte essiccare all'ombra in luogo arieggiato, vantano proprietà sedative del sistema nervoso, tranquillanti, ansioliti, oltre che antispasmodiche, curative dell'insonnia e dell'isterismo; inducono un sonno fisiologico e una attività diurna priva di ottundimento. Già ai tempi della prima guerra mondiale, la passiflora fu utilizzata nella cura delle "angosce di guerra".



L'infuso di foglie e fiori viene utilizzato per lapsicoastenia.



Le foglie sono ricche di flavonoidi e curarine ricche di proprietà sedativa e antispasmodica. La passiflora è indicata contro la tachicardia, l'ansia e l'insonnia.


Le caratteristiche farmacologiche della Passiflora incarnata la rendono utile per facilitare lo svezzamento dagli psicofarmaci, sempre se utilizzata in ambito medico e con raziocinio. (P. Campagna. Farmaci Vegetali. Minerva Medica ed. 2008).


In sintesi le attività della pianta sono essenzialmente sedative, antispasmodiche, utili nelle turbe del sonno ed in caso di ansia, nelle forme di nevrosi, isterica, fobica, ossessiva, post traumatica, nelle angosce, stimola un sonno fisiologico senza risvegli notturni, né senso di intorpidimento mattutino; utile anche nei disturbi della menopausa, nella tachicardia, la dispnea, le vampate di calore, lo stress, ed è preventiva per gli attacchi di cuore ( sentire sempre il proprio medico curante!) La Passiflora, inoltre, svolge una efficace azione sul sistema nervoso centrale con un blando effetto tranquillante-sedativo, ma non produce effetti narcotici. Rilassa anche il tessuto muscolare liscio dell'apparato digerente, quindi è un ottimo antispasmodico, con effetti digestivi. E' utile anche nei dolori mestruali in quanto rilassa i muscoli della parete uterina, aiuta nelle forme dolorifiche, nelle gastralgie e nelle dispepsie. Oltre il sempre necessario consulto del proprio medico curante è meglio non dimenticare mai che le donne, nel periodo della gravidanza, debbono evitare comunque di farne uso. Ad esempio le armaline, presenti nella passiflora , e che inducono la stimolazione uterina, rendono la pianta non adatta alle gestanti, l'uso concomitante della passiflora e di sedativi può potenziarne gli effetti. La passiflora è utile anche per medicamenti di uso esterno: è utile nel trattamento delle ferite in quanto uccide molte muffe, funghi e batteri patogeni.



Bisogna stare attenti all’ingestione di frutti crudi di P. caerulea: possono provocare nausea e vomito in seguito a ingestione. Essi contengono inoltre glicosidi cianogenetici con azione depressiva sul centro cardio-respiratorio. In caso di elevato sovradosaggio si possono verificare lievi effetti di carattere allucinogeno.



Pur essendo tra i rampicanti più belli, in Italia le Passiflore sono immeritatamente trascurate, da molti addirittura considerate come piante infestanti. Eppure nulla hanno da invidiare ai fiori più spettacolari, né mancano in esse varietà di forme, di colori e di bellezze tali da ritenerle uniche. La suggestione dei loro fiori originali, a volte perfino bizzarri, la bontà dei loro ottimi frutti, che riempiono l'aria di colori e di profumi, la loro eccezionale capacità medicamentosa che fa si che questa benefica e stupenda pianta possa curare e lenire una grande varietà di malanni, dovrebbe collocare le Passiflore nell’Olimpo del mondo vegetale! Ma cosi purtroppo non è.



A me sembra che il genere Passiflora abbia qualcosa di superiore rispetto alle altre famiglie di piante, quasi che sia avvenuta una evoluzione più avanzata. Osservando con attenzione questi vivaci rampicanti, si rimane stupiti proprio per la molteplicità, la diversità, la stravaganza e l'arte delle varie strutture: fiori, frutti, foglie, ecc. che presentano sempre qualcosa di stupefacente e di magico.


Bellezza e magia di una pianta unica, che ricorda nei suoi fiori il grande sacrificio fatto da Nostro Signore Gesù Cristo, che per la nostra redenzione si è immolato sulla Croce. Questa MAGIA ci viene raccontata da un poeta “ Anonimo” (reperito in RETE), che cosi la descrive in una poesia dal titolo



“LA LEGGENDA DELLA PASSIFLORA”. Eccola.


“ Nei giorni lontani, quando il mondo era tutto nuovo, la primavera fece balzare dalle tenebre verso la luce tutte le piante della Terra, e tutte fiorirono come per incanto.


Solo una pianta non udì il richiamo della primavera, e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla la primavera era già lontana...


- Fa’ che anch'io fiorisca, o Signore! Pregò la piantina.


- Tu pure fiorirai, rispose il Signore.


- Quando? Chiese con ansia la piccola pianta senza nome.


- Un giorno..., e l'occhio di Dio si velò di tristezza.


Era ormai passato molto tempo, la primavera anche quell'anno era venuta e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori. Tutte le piante, fuorché la piantina senza nome.


Il vento portò l'eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti: un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce, aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue...


- Vorrei piangere anch'io come piangono gli uomini - pensò la piantina con un fremito...


Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima mista a sangue cadde sulla piantina pietosa. Subito sbocciò un fiore bizzarro, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi... era la passiflora, il fiore della passione.


(Autore ignoto)


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Ecco, cari amici del mio blog, l’interessante storia della stupenda Passiflora. Spero abbia appassionato anche Voi, come ha appassionato me!


Grazie della Vostra sempre splendida attenzione.


Mario



venerdì, agosto 05, 2011

DAVIDE CONTRO GOLIA: COME COMBATTERE ( E BATTERE…) LA GLOBALIZZAZIONE. COME INSERIRE IL “LOCALE” NEL “ GLOBALE”, OVVERO CON LA "GLOCALIZZAZIONE".


Oristano 5 Agosto 2011

Cari amici,

l'argomento di oggi è un po' complesso.

Credo, però, che interessi tutti, sopratutto noi sardi. I fatti recenti impongono a tutti noi una maggiore consapevolezza ed un impegno che non esonera nessuno: solo con il contributo di tutti potremo davvero uscire dal guado.

Leggiamo tutti con attenzione.
Con il termine globalizzazione si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo.
Il termine globalizzazione di uso più comune è riferito prevalentemente agli aspetti economici delle relazioni fra popoli e grandi aziende. A livello più generale, invece, va riferito ad un ambito più ampio ed è inerente al contesto globale dei cambiamenti sociali, tecnologici e politici, e delle complesse interazioni su scala mondiale che, soprattutto a partire dagli anni ottanta, in questi ambiti hanno subito una sensibile accelerazione, incluso quel fenomeno di progressivo allargamento della sfera delle relazioni sociali sino ad un punto che potenzialmente arriva a coincidere con l'intero pianeta. Da questo punto di vista la globalizzazione delle relazioni economiche e finanziarie e la globalizzazione delle comunicazioni (compresa l'informatizzazione del pianeta) rappresentano un unicum strettamente interconnesso.
Come già accennato la globalizzazione non riguarda solo l’aspetto politico-economico, ma anche quello informatico (reti telematiche, internet, ecc.) e quello strettamente sociale. Fa infatti parte dell’esperienza quotidiana di miliardi di consumatori in tutto il mondo la possibilità di acquistare prodotti, beni e servizi ideati, fabbricati e commercializzati nei più lontani angoli del mondo. L’efficienza di questo processo si basa sulla possibilità tecnologica, data dallo sviluppo e dall'impiego dell’informatica e della telematica, di trasmettere in tempo reale le informazioni ovunque. Questa ‘interrelazione globale’, significa anche interdipendenza globale, per cui i cambiamenti, le sostanziali modifiche, che avvengono in una parte del pianeta avranno, in virtù di questa interdipendenza, contemporanee ripercussioni (di vario segno) anche nel resto del pianeta stesso.

Sotto il profilo politico-economico la globalizzazione ha portato ad una perdita di potere degli stati nazionali e ha permesso al mercato finanziario di sostituirsi ai mercati nazionali; quasi tutte le imprese hanno sviluppato completamente un proprio lato finanziario in modo da diversificare la proprie attività ad allo stesso tempo di integrarle. Questo obbiettivo è stato raggiunto in particolare dalle grandi imprese, le cosiddette multinazionali, che vantano dei bilanci enormemente consistenti (basti pensare che le venti maggiori imprese del pianeta hanno un ricavato superiore a quello dell’economia degli ottanta paesi più poveri). Esse agiscono, infatti, “trapassando” i mercati nazionali e tendendo a spostare i loro capitali verso i paesi in via di sviluppo, i quali vengono costretti ad integrarsi nel mercato in una posizione assai debole. Sul piano economico-sociale si può dire, per esempio, che l’espansione delle attività delle multinazionali ha portato alla creazione di pochissimi posti di lavoro. Non solo. La ricerca del maggior profitto ha spostato l’occupazione dai paesi in cui essa risultava troppo costosa, ai paesi ove il costo della vita era più basso ed il trasferimento in essi di un gran numero di imprese.

Pierre Lévy (L'intelligenza collettiva, 1994) immaginava che il web sarebbe stato uno strumento in grado di accorciare le distanze, dove il concetto di "muoversi" poteva essere riferito allo spostarsi da un argomento all'altro indipendentemente dai confini territoriali: "[...] muoversi non è più spostarsi da un punto all'altro della superficie terrestre, ma attraversare universi di problemi, mondi vissuti, paesaggi di senso [...]. Noi siamo gli immigranti della soggettività". Definì questa condizione ‘de-territorializzazione’, dovuta alla possibilità di creare legami basati sui propri interessi e non sulla co-localizzazione geografica.

Il mondo si sta trasformando, si sta avviando verso un unico sistema globale ove la vita e l’attività degli individui sono influenzate anche da eventi a grande distanza. Siamo tutti coinvolti in questo processo: non si può fermare, ma si può cercare di indirizzarlo per viverlo al meglio. Ma finché “l’avere” continuerà a superare “l’essere”, la strada per arrivare ad essere soddisfatti della nostra vita sarà lunga.

Alla luce di questo fenomeno inarrestabile, considerata l’impossibilità di tornare indietro, bisogna allora necessariamente trovare i giusti correttivi. Quali?

Uno di questi è certamente quello di cercare di coniugare la globalizzazione con la valorizzazione delle particolari specificità “locali” di ogni singolo popolo. Questo significa estrapolare il meglio dalle migliori ancorché scarse risorse ( a livello globale) locali per soddisfare esigenze specifiche di particolare valore: in sintesi attraverso la valorizzazione delle risorse “di nicchia”, capaci di ‘volare alto’ in quel mare magnum di un mercato uniformato ed amalgamato, buono per tutti e capace di accontentare tutti. Mercato di nicchia che, attraverso una severa selezione altamente qualitativa del prodotto, possa soddisfare le particolari esigenze degli ‘abbienti’, disposti a soddisfare i propri bisogni anche a prezzo elevato.


Questo processo di integrazione tra la prodotto o servizio “Globalizzato” e prodotto o servizio “Locale” e definito “ GLOCALIZZAZIONE”. Dall'agire ‘globale’ all’agire ‘glocal’ il passo è breve.

La parola Glocal, ha avuto un suo affermarsi negli anni Ottanta in Giappone, ripresa dal sociologo inglese Roland Robertson e rilanciata da Zygmunt Bauman. E’, però, Edgar Morin a definirla nel senso più compiuto. Morin parla di "un pensiero capace di non rinchiudersi nel locale e nel particolare, ma capace di concepire gli insiemi, adatto a favorire il senso della responsabilità e il senso della cittadinanza" (La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero, Cortina, 2000). Glocal coniuga globale e locale, nel tentativo di ammortizzare l'urto della globalizzazione che tende ad uniformare in logiche standard, astratte e disumanizzanti, le peculiarità, sociali, culturali nonché economiche, delle specificità territoriali.

Guardiamoci intorno, il nostro Paese si fa sempre più piccolo in un mondo globalizzato, così sbilanciato ad oriente che la Cina ha in mano gran parte del debito pubblico statunitense. Eppure c'è un modo per fare di questo essere così piccoli e così minoritari (l'italiano è una delle lingue meno parlate...) qualcosa che inneschi un processo virtuoso. Questo qualcosa è proprio l’agire ‘glocal’, ovvero l'agire locale nel contesto globale. L'Italia è esemplare per le sue biodiversità coniugate alle culture materiali: dall'enogastronomia a quelle immateriali della bellezza artistica e delle tradizioni popolari, distribuite in un sistema micro e macro-regionale ad alta antropizzazione che rivela unicità sorprendenti. In questo contesto la Sardegna potrebbe recitare un ruolo assolutamente primario. Quanto agire glocal potremmo davvero mettere in gioco.

Pur all’interno del forte dominio che la globalizzazione è in grado di esercitare attraverso la forza delle grandi multinazionali, la glocalizzazione tenta un ragionato tentativo di preservare le singole identità all'interno di un sistema complesso, senza ledere l'individualità ed il diritto ad esistere delle altre identità all'interno di tale sistema. Più precisamente, nel comparto della commercializzazione e del marketing, "glocalizzazione" vuole significare rispetto del prodotto locale e delle sue caratteristiche, nel momento che si affronta il mercato globale, nonché rispetto di esigenze locali da parte del prodotto globale. Nel primo caso la glocalizzazione porta inevitabilmente a nicchie di mercato ubicate nel mercato globale, nel secondo a mercati locali che i prodotti globali non potrebbero raggiungere senza adeguamenti.

Se i sardi applicassero correttamente il nuovo input "Think global, act local", sintesi tra il pensiero globale, che tiene conto delle dinamiche planetarie di interrelazione tra i popoli, le loro culture ed i loro mercati e l'agire locale, che tiene conto delle peculiarità e delle particolarità storiche dell'ambito in cui si vuole operare, avremo già vinto la nostra battaglia!

Pensiamoci cari amici non aspettiamo che siano gli altri a farlo! Ciascuno di noi può e deve fare la sua parte. Non facciamo che anche in futuro la gente continui a pensare ai sardi come ‘sudditi’, che i sovrani spagnoli definivano “Pocos, locos y mal unidos.”

Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario


mercoledì, agosto 03, 2011

LA MIA TERZA FATICA UNIVERSITARIA. SARA' L'ULTIMA? PER ORA DICO DI SI!


Oristano 3 Agosto 2011

Cari amici,

giovedì 14 Luglio ho chiuso la mia terza fatica universitaria.

Presso l'Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Laurea Magistrale in Politiche Pubbliche e Governance, ho discusso la tesi di Laurea dal titolo " Giurisdizione e Mediazione - Dalla Giustizia Retributiva alla Giustizia Riparativa: un confronto con le antiche norme del Codice di Giustizia dei Sardi, " IL CODICE BARBARICINO".

Sono felice di questa nuova prova. Ho discusso una tesi che mi ha interessato ed impegnato molto ma che mi ha dato anche una gran bella soddisfazione: ho avuto il massimo dei voti e la lode, con i complimenti di tutta la Commissione di Laurea. Quando la relatrice, la Prof. Patrizia Patrizi, mi ha abbracciato, mi sono commosso fino alle lacrime. Anche la correlatrice, la Dott.ssa Anna Bussu, che mi ha seguito con particolare cura ed interesse, mi ha salutato con grande simpatia ed amicizia.

Questa nuova "prova" mi ha stancato molto e prima di andarmene in vacanza al mare ho voluto salutare gli amici più cari offrendo Loro un pranzo per festeggiare insieme. Sono venuti in tanti: familiari, amici di vecchia data, colleghi dell'Università, amici rotariani e amici Cavalieri dell'Ordine del S.S. di Gerusalemme. Mi hanno festeggiato con grande affetto ed amicizia e di questo li ringrazio, davvero, di cuore.

Uno dei cari amici dell'Università, laureatosi con me (anche lui con il massimo dei voti, nell'altra laurea specialistica di Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo) Stefano Chessa, grande cultore della nostra Lingua Sarda, mi ha dedicato un bellissima Poesia che voglio rendere pubblica e nota a tutti Voi!

Ecco la Poesia in “SARDO” di Stefano Chessa, improvvisata e scritta al tavolo del Ristorante Mistral 2, il 30 Luglio 2011, festeggiando, con molti amici, me, ovvero “ AmicoMario”, per la terza laurea.

… E SUNT TRES(E)

Nois semus tot’umpare, a fine mese

pro festegiare Màriu amigu caru.

Ti nd’as leadu un’àtera [e sunt tres(e)]

in custa nostra terra ‘e sole e laru

e como nos fichimus tot’in pes(e)

‘idende intro a tie pretziosu faru.

Tue bolas sempr’in artu che un’astore

e ti naramus galu … ses dutore !

De cust’àtera festa ses padronu

e iscriet sa fidele pinna mia,

oe puru t’amus giutu carchi donu

pro t’ìdere felitze, tando ria(s)!

Custu chi naro como ti siat bonu

ma bastat cun sas làureas in custa via…

però non nerzas mai chi semus malos!

No amus pius dinaris pro regalos!!

Istèvene Chessa 30.07.2011

.....................................................................

(Mia libera traduzione)

…E SONO TRE.

Noi siamo qui, tutti insieme, a fine mese

per festeggiare Mario, amico caro

Te ne sei presa un’altra (e sono tre)

in questa nostra terra di sole e di alloro

Ed ora noi ci alziamo tutti in piedi

vedendo in Te un faro prezioso

Tu voli sempre in alto come un’aquila (astore)

e ti diciamo ancora una volta, sei Dottore!

Di questa ennesima festa sei il padrone

e scrive la mia fedele penna

anche oggi ti abbiamo portato qualche dono

per vederti felice, quindi sorridi!

Questo che dico ora Ti sia gradito…

Ma basta con le lauree, abbandona questa strada,

però non dire mai che non ti vogliamo bene…

è che non abbiamo più soldi per i regali!

Stefano Chessa, 30 Luglio 2011


GGrazie, cari amici, della Vostra sempre splendida attenzione.

Mario

mercoledì, luglio 27, 2011

INCONTRI….D’ESTATE. I CLUB ROTARY NEL MONDO: VERI CENTRI DI “SCAMBIO DI AMICIZIA ROTARIANA”.

Oristano 27 Luglio 2o11



Care amiche e cari amici rotariani,


credo che questa chiacchierata on-line raggiunga molti di Voi mentre trascorrete le agognate vacanze. Buon riposo a tutti!
Ebbene chi è rimasto in Città, però, ha potuto conoscere e conversare piacevolmente con alcuni rotariani di passaggio sul nostro territorio. L’estate è fatta di incontri e di nuove conoscenze, ed in questo periodo le sedi dei club costituiscono un vero e proprio “punto d’incontro” tra rotariani del territorio e quelli che, profittando del periodo estivo, lo visitano.
Il club, come ho voluto indicare nel titolo, costituisce per i rotariani di passaggio la sede per un proficuo ‘scambio di amicizia’: per conoscersi, per far conoscere la realtà del territorio, per impostare successive azioni di servizio nel Rotary.

Venerdì scorso sia il nostro Segretario che la Presidente Maura Falchi hanno ricevuto telefonate di rotariani presenti in Città. Nonostante le difficoltà della diversità della lingua tutto si è risolto: abbiamo ricevuto con grande amicizia il Prof. Julian I. Mahaari, rotariano svizzero, professionista e Professore straordinario di Management all’Università di Varsavia, nonché importante esponente del Distretto 2230 del Rotary International, che era accompagnato dalla moglie (che ha agevolato la conversazione, conoscendo ad un buon livello l’italiano) e dal figlio.

Il piacevole incontro si è poi allargato con la partecipazione di un altro importante rotariano austriaco, il Prof. Dr. Gert Thalhammer, professionista ben noto in Italia che è stato di recente insignito dalla Presidenza della Repubblica Italiana del titolo di Commendatore, anche lui era accompagnato dalla Sua gentile signora.
L’atmosfera amichevole venutasi a creare tra la nostra delegazione, composta dalla Presidente Maura Falchi, dal Vice Presidente Vincenzo Falqui Cao, dal Segretario Nando Loddo e dal sottoscritto, ha consentito non solo di fare la conoscenza di rotariani importanti ma anche di impostare altri futuri incontri non solo culturali ma anche di possibili futuri gemellaggi.
Credo davvero che il Rotary, fondato proprio sull’amicizia e sul reciproco scambio professionale e culturale, debba sempre incentivare e migliorare tutti i possibili “SCAMBI DI AMICIZIA”, nell’ottica della sempre migliore conoscenza tra rotariani e tra questi ed il mondo esterno, con il fine ultimo di un sempre più proficuo “Servizio rotariano”.
Per gli amici che non erano presenti ecco alcune foto del piacevole e simpatico incontro.
Rinnovo a tutti Voi l’augurio di splendide e riposanti vacanze!



Mario Virdis
Responsabile Comunicazione e P.R.


domenica, giugno 12, 2011

LUOGHI O NON…LUOGHI….QUESTO E’ IL PROBLEMA!


Oristano 12 Giugno 2011

Cari amici,

l'argomento di oggi è un pò complesso ma credo che ciascuno di noi possa e debba riflettere.

La globalizzazione e la cosi detta "post modernità" stanno modificando il mondo in modo costante e spesso anche scostante.

Ho di recente letto un libro di Marc Augè che se da un lato mi è piaciuto per la sua lucida analisi, dall'altro mi ha turbato non poco. Ciascuno di noi ha in mente i luoghi vissuti e ne serba un ricordo importante dentro di se. La realtà odierna, però, con i suoi ritmi frenetici sta cancellando non poco del passato. Leggete quanto riporto in appresso e ...rifletterete anche Voi.
C’era una volta…» era il modo più semplice per raccontare, ricordare, i tempi andati. Frase che potremo utilizzare anche oggi per ricordare alle generazioni future quelle strutture, quei luoghi, che per le generazioni passate costituivano “spazi comuni”, capaci di creare identificazione, aggregazione e memoria di comunione con il passato. Luoghi che, partendo dal villaggio nella sua interezza, si articolavano nei particolari simboli che lo caratterizzavano come le chiese, i palazzi, le piazze e tutte le strutture che legavano tutto questo sia fisiche che metafisiche, ovvero quella fitta rete di relazioni intercorrenti tra gli individui che abitavano questi spazi.


Erano questi spazi veri, reali, tangibili; spazi che le persone potevano vivere, toccare, carezzare ed amare. Tutto muta, però, inesorabilmente! Tutto è destinato a modificarsi, a cambiare e, se vogliamo dirla tutta, non sempre in meglio. La vita moderna, accelerata e modificata prima dall’industrializzazione e successivamente dalla globalizzazione, ha creato intorno a quegli “spazi” storici, classici, altri spazi, altri luoghi, necessari per il corretto e frenetico ritmo della vita moderna: autostrade, aeroporti, stazioni ferroviarie, ipermercati, oltre che immensi “spazi-luoghi” di svago e di commercio insieme, come le città mercato. Questi “nuovi” spazi, prima inesistenti o appena accennati, vengono correntemente definiti “ Non Luoghi”, quasi a distinguerli da quelli reali, in quanto privi dei requisiti principali dei “luoghi”.
“Non luoghi”, quindi, in quanto privi delle caratteristiche principali che gli spazi preesistenti, i “luoghi”, invece avevano: chiara identificazione, forza e capacità relazionale e memoria storica.
Definizione astratta quella di non luogo che a me ricorda i “buchi neri dello spazio”, dove al posto della materia pare vi sia l’antimateria! Termine non facile da comprendere, tale da suscitare in Voi una difficile domanda: Ma come, potreste dire, se in queste strutture si muove, transita, una grande quantità di persone, come possiamo definire questi spazi “luoghi di solitudine”, luoghi non identitari, non relazionali?
Marc Augé, uno degli antropologi francesi più conosciuti in ambito internazionale, definisce questi “non-luoghi”, in contrapposizione ai luoghi antropologici, degli spazi praticamente neutri, che hanno la prerogativa di non essere ne identitari, ne relazionali e ne storici. Con la mia solita ironia potrei definirli “senza sesso” come normalmente siamo soliti definire gli angeli! Ma non divaghiamo.
Sono spazi senz’anima, questi “non-luoghi”, strutturati per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), spazi grandissimi per lo smistamento dei mezzi di trasporto, per l’ammasso di una montagna di merci, come i grandi centri commerciali, e cosi via. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o, infine, come porta di accesso ad un cambiamento (reale o simbolico).
Questi alienanti non-luoghi sono il “geniale” prodotto della società della “surmodernità”, incapace di integrare in sé i luoghi storici, confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di "curiosità" o di "oggetti interessanti". I non-luoghi, a differenza degli spazi-luogo del passato, sono incentrati solamente sul presente, senza legami col passato e, forse, neanche col futuro; essi sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano, si muovono freneticamente, nei tanti non-luoghi come quegli individui ben descritti nella “ Folla solitaria” di Riesman. Milioni di persone ansiosamente in transito, incuranti delle tante altre che li sfiorano, li scrutano ma assolutamente estranei. Spazi angoscianti, questi non luoghi, dove abitare è alienante.
Eppure all’apparenza sono spazi perfetti. Sono spazi questi dove tutto è calcolato con precisione millimetrica. Sono spazi dove tutto è standardizzato, in cui nulla è lasciato al caso: tutto al loro interno è di una perfezione unica! Il numero di decibel, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione, tutto è misurato in anticipo. Sono l'esempio esistente di un luogo in cui si concretizza il sogno della "macchina per abitare", spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica (porte, illuminazione, acqua, temperatura e quant’altro, tutto in versione automatica). Nonostante nulla sia lasciato al caso questi non-luoghi solitamente non sono vissuti con gioia, anche se “comodamente” con una valenza positiva, che ti semplifica la vita. L'esempio di questo successo è il "franchising" ovvero la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra loro. Gli utenti poco si preoccupano del fatto che i centri commerciali siano tutti uguali, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare in qualsiasi angolo del globo la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi all'interno di un aeroporto. Da qui uno dei paradossi dei non-luoghi: il viaggiatore di passaggio, smarrito in un paese sconosciuto, si ritrova solamente nell'anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio e degli altri non-luoghi.
Il rapporto fra non-luoghi e i suoi abitanti avviene solitamente tramite simboli (parole o voci preregistrate).

L'esempio lampante sono i cartelli affissi negli aeroporti: vietato fumare oppure non superare la linea bianca davanti agli sportelli. L'individuo nel non-luogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare ad esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore. Il suo unico ruolo è quello dell'utente, questo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che si firma con l'ingresso nel non-luogo. Non più persone, quindi, ma entità anonime: Il cliente conquista dunque il proprio anonimato solo dopo aver fornito la prova della sua identità, solo dopo aver, in qualche modo, controfirmato il contratto. Non vi è una conoscenza individuale, spontanea ed umana. Non vi è un riconoscimento di un gruppo sociale, come siamo abituati a pensare nel luogo antropologico. Una volta l'uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano così scriveva il novelliere e saggista Stefan Zweig: da quel tempo il processo di dis-individualizzazione della persona è andato via via progredendo.
Il non-luogo è l’esatto opposto della residenza, della dimora e del focolare domestico; a differenza delle generazioni precedenti, l’uomo odierno è sempre più a rischio di non lasciare memoria di sé, memoria della propria storia o della propria collettività, in quanto i non-luoghi si rifiutano di farsi testimonianza di quanto è stato e di quanto è e, forse, di quanto sarà.
Le eccezioni a questi modi di concepire i non-luoghi, comunque, non mancano, anche se credo non facciano che confermare la regola! Vi sono dei veri e propri “distinguo”, delle messe a fuoco distinte dai concetti espressi da Marc Augé. Una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d'elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d'incontro dopo casa e bar. Secondo Marco Lazzari i "nativi digitali" sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del non-luogo e ogni snobismo intellettuale, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all'acquisto. Luoghi dove, contrariamente al pensiero comune, si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che "qualche” forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un “luogo".
Augè nella sua lucida analisi dei nostri tempi ritiene che la caratteristica principale della contemporaneità (definita da lui “surmodernità“, come “sovra-modernità”) sia caratterizzata dell’ “eccesso”, che si manifesta attraverso differenti forme; l’eccesso di comunicazione, di trasportabilità, di accessibilità ai posti e alle notizie. Tale eccesso cela in realtà una macabra dimensione di solitudine esistenziale. Al “luogo”, concetto appartenuto alla cultura occidentale fino alla modernità novecentesca, subentra il “non-luogo”, posto che non riesce a radicare una istanza spirituale e antropologica. Gli uomini ormai non coesistono più col loro ambiente, e tale ambiente ha perso la sua capacità di fondare dei gruppi sociali definiti e dei valori condivisi da più persone. Questa purtroppo è la triste realtà! Potremo dire che l’uomo moderno ha perso il “luogo” sostituito da un fantomatico, arido e asessuato “non luogo”.
Augé nei suoi percorsi di antropologia del quotidiano si spinge oltre il “solitario e non comunicativo” non luogo.

Egli sostiene, considerato che la tecnologia oggi costruisce iper-luoghi virtuali e avatar-utenti che «…Nell’estensione degli spazi virtuali c’è il segno di un rapido progresso della «surmodernità», intesa come la combinazione di tre fenomeni: il restringimento dello spazio, l'accelerazione del tempo e l'individualizzazione dei destini…». Continua poi Augè, sostenendo che «…se davanti al computer ho l'impressione di essere padrone della mia comunicazione, soprattutto se firmo con un nome inventato e comunico in modo quasi istantaneo con individui che vivono dall'altra parte del mondo, rimane da capire quale tipo di relazione si stabilisce in questo modo e qual è la natura della libertà che mi trovo a esercitare in quanto soggetto «comunicante»; il passaggio su Internet può essere preliminare alla costruzione di una relazione nel senso comune del termine, come accade con gli annunci economici sui giornali. In questo caso il «virtuale» è una promessa di «attuale», un mezzo, un mediatore. Ma non si tratta di questo nelle pratiche del «social networking», finalizzate alla costruzione di relazioni che ambiscono alla creazione di un'altra realtà a se stante: una realtà effimera, virtuale... ».
A me personalmente questo mondo virtuale, fatto di non luoghi e di realtà effimere e virtuali, un po’ preoccupa. Mi chiedo se la nostra società non stia distruggendo il concetto di luogo, così come, di conseguenza, vengono distrutte le discendenti relazioni sociali.
Il luogo infatti, ricordiamocelo, ha dentro di se le tre insostituibili caratteristiche: è identitario e cioè tale da contrassegnare l’ identità di chi ci abita; è relazionale nel senso che individua i rapporti reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza; è storico perché rammenta all’ individuo le proprie radici. I non luoghi, purtroppo, non hanno nessuna di queste caratteristiche che nulla e nessuno potranno validamente sostituire.
Esiste una soluzione a tutto questo, o siamo destinati a farci risucchiare, come in un "buco nero", dal forte vortice della “sovra- modernità ?

La risposta io non ce l’ho……e Voi?

Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

domenica, maggio 22, 2011

SI PUO’ NASCERE 'ALL’INFERNO' SU QUESTA TERRA E NON ODIARE? MARIO HA DETTO SI !!

Oristano 22 Maggio 2011

Cari amici,

oggi voglio portare ala Vostra attenzione una libro uscito di recente e che mi ha molto commosso.

E’ un libro che sta ottenendo un successo importante soprattutto tra i giovani. L’autore è un sardo oggi non più giovane (ha 77 anni), che in un linguaggio non dotto, anzi elementare, da autodidatta, racconta in modo crudo, tagliente, come uno scalpello che incide l’aspra roccia, le sue terribili esperienze di bambino abbandonato, di bambino cresciuto troppo in fretta. Sono i ricordi di una solitudine infantile causata dell’abbandono genitoriale, a soli 11 anni, privato da affetti e cure parentali normalmente dovute anche alle specie animali. Il bambino è costretto a vagare, con la paura e l’ansia che possiamo immaginarci, in cerca di cibo e protezione come una povera bestia nella foresta. E’ forte, coraggioso e lotta con tutte le sue forze, non si arrende all’avverso destino.

Il libro, stampato dalla casa editrice Salani, è uno straordinario spaccato della dura vita condotta nella Sardegna della prima metà del ‘900 e porta per titolo “ NATO ALL’INFERNO”
L’autore è Mario Gregu, gallurese di Luogosanto, che riporta il suo “…diario di una infanzia randagia consumata fra gli stazzi di Tempio Pausania e Aggius dell'immediato dopoguerra, quando Olbia si chiamava Terranoa, in campagna giravano i briganti e i pascoli regolati si chiamavano cussorgie. Una vita vissuta a piedi scalzi, in cerca di un riparo dalle intemperie e dagli uomini ostili come il padre, che morta la madre di malaria l'affidò al suo destino feroce quando aveva undici anni…”, come scrive Mauro Lissia, giornalista della Nuova Sardegna.
Titolo davvero appropriato per un libro che, se non riportasse una storia vera, reale, parrebbe più un romanzo inventato, scritto per i ragazzi che affrontano l’adolescenza. E’ un libro straordinario che ti cattura, che ti da la dimensione della forza dell’essere umano, della sua incalcolabile capacità di affrontare le avversità senza timore, ed allo stesso tempo di farlo senza perdere la reale dimensione dei sentimenti umani veri e positivi. Mario, a differenza del protagonista di “Padre Padrone” di Gavino Ledda, stranamente non odia gli essere umani a lui ostili, nonostante portino il suo stesso sangue, non odia quel padre che lo tratta come una bestia da macello e lo getta via come un peso. Mario resta un soggetto ‘positivo’ che, pur crudamente provato dalle asprezze della vita, continua a mantenere sentimenti di fede e amore verso gli altri, verso quei pochi ‘altri’ che in qualche modo si sono occupati di lui, gli hanno regalato un pezzo di pane o un sorriso.
Credo che questo libro possa insegnare molto ai giovani di oggi, oltre che far riflettere noi genitori. Credo possa contribuire a ricreare nelle nuove generazioni quella grinta oggi mancante; quello spirito “nuovo”, capace di dare ad ognuno la capacità di lottare, senza timore, contro le odierne “asprezze della vita”, diverse da ieri ma altrettanto dure da vincere. Queste difficoltà di oggi, queste nuove ‘prove da superare’ le conosciamo bene! Sono tante a partire dall’individualismo sempre più forte, che ci allontana dai valori fondamentali quali l’amicizia, la disponibilità verso gli altri, l’altruismo e la solidarietà; la capacità di avere fiducia in un futuro che li vedrà protagonisti e che ‘Loro’ debbono essere in grado di plasmare e dominare, lottando con le unghie con i denti.

Mario, pur abbandonato, lasciato solo ancora bambino a 11 anni, questo coraggio lo ha avuto. Stringendo i denti non si è perso d’animo, non ha pianto e odiato chi lo aveva gettato via come un ‘peso’, come un inutile fardello, ma ha lottato, reagito, senza mai arrendersi. Ha capito che la vita andava conquistata giorno per giorno, godendo anche di un minimo piacere come un sorriso, un gesto gentile o un piatto di minestra capace di calmare non solo la fame fisica, quella del corpo, ma soprattutto quella del suo spirito, mancante di protezione e di serenità interiore.
Mario è un bambino che pur avendo conosciuto l’inferno su questa terra non ne è uscito vinto. Bruciato si, dal fuoco infernale dell’indifferenza e dell’abbandono, ma plasmato in modo positivo: forgiato, fortificato, come il metallo che esce dalla fucina temprato, reso più robusto e resistente.

Leggiamolo tutti con attenzione questo libro che ripropone a tutti noi la “speranza”. Speranza che se ieri era necessaria in un mondo devastato e coperto dalle macerie della guerra, appare oggi ancora più necessaria, in un mondo certo ‘diverso’, nuovo, globalizzato, ma incapace di raccogliere le necessarie esigenze dei giovani.

Voglio chiudere questo mio invito con una piccolo frammento delle memorie di Mario, tratte dal suo libro. Eccolo.
“…Ero gestito peggio di una bestia e, se non bastasse, se giungeva voce che le capre sconfinavano in proprietà altrui, Birìu mi massacrava di botte. Così trascorsi il mio dodicesimo e tredicesimo anno di età. Dopo questo periodo il padrone decise di non allevare più capre e di conseguenza non aveva più necessità del servo. Premesso che io in questi due anni non ho mai visto mio padre, un giorno sentii Birìu parlare con la moglie e le diceva. ‘adesso chissà cosa pretendono di paga per due anni del ragazzo!’. Cosi Birìu si fece venire una bella idea, andò a cercare mio padre e gli disse: ‘ Giovanni tuo figlio ci ha rubato’ (non ho mai saputo cosa), mio padre gli credette ciecamente e cosi venne da me, mi prese a calci, mi sputò in faccia e se ne andò. Allora Birìu gli chiese: ‘ Ma Giovanni il ragazzo non ve lo portate?’ Papà rispose: ‘No’. Allora Birìu disse: ‘ Neanche io lo voglio, cosa ne debbo fare?’ Papà rispose: ‘Ammazzatelo e datelo ai porci!’…”
Credo che non ci siano commenti da scrivere: bastano quelli che ciascuno di noi matura dentro di se.
Vi ringrazio della sempre gradita attenzione.
Mario.

lunedì, maggio 02, 2011

LA SARDEGNA E GLI U.S.A.: UN AMORE CHE PARTE DA LONTANO.







Oristano 2 Maggio 2011



Cari amici,


che agli americani la Sardegna sia sempre piaciuta è, sicuramente, un fatto noto a tutti. Non pochi americani vengono da turisti nella nostra isola e non pochi altri l’hanno abitata per molti anni, quando a La Maddalena vi era una loro importantissima base. Vi dirò di più. L’interesse degli Stati Uniti per la nostra isola ha, radici ancora più lontane.
Finita la guerra nel 1945, quando si stipularono i patti cosi detti “di riparazione” con i vincitori, l’Italia era uno Stato che con altri aveva perso la guerra, quindi doveva “pagare” per ripagare l’alto costo della guerra. Tra le ipotesi che circolarono riservatamente, una, pur mai ammessa o ufficializzata, fu quella di cedere la Sardegna agli U.S.A., che sarebbe diventata cosi un nuovo Stato dell’Unione
Certamente l’ipotesi, pur sempre smentita, non era cosi campata in aria.

La Sardegna, al centro del Mediterraneo, costituiva un punto strategico unico, da cui gli Stati Uniti avrebbero potuto sorvegliare tutta l’Europa ed essere pronti e vigili a rintuzzare le eventuali mire espansionistiche dell’Unione Sovietica. A rafforzare ulteriormente questa ipotesi c’è la non casuale attenzione che gli Stati Uniti dedicarono all’Europa con il famoso piano Marshall, aiuto considerevole, che doveva aiutare la ricostruzione dei Paesi dissanguati dalla guerra e che vide l’Italia beneficiaria di non poche risorse, frenando le eventuali mire sovietiche.
Successivamente, non realizzato il sogno americano di una base/stato al centro del Mediterraneo, la diplomazia d’oltre oceano riuscì, comunque ad avere, formalmente in affitto, la grande base sarda dell’isola della Maddalena, servitù che durò non pochi anni e che, guarda caso, si ripresenta ancora oggi con ipotesi di ripristino.
Ho fatto questa premessa per introdurre l’argomento di cui sto per parlarvi e che vede proprio una grande manager americana abbandonare il dorato mondo del business per farsi adottare in tutto e per tutto dal nostro antico ed arcaico mondo isolano.
Ecco la storia.
Karen Wheelhouse, americana delle stato dell’Arizona, è una quarantenne in carriera. Ha lavorato a Washington, Portland, San Francisco, Denver e successivamente in Europa, come manager di Cisco systems e Manpower. La vita del manager, lo sappiamo è senza orari anche se si tratta di un soggetto di sesso femminile. Karen, però, è tosta e pur lavorando anche quattordici ore al giorno resiste e combatte alla pari con gli altri colleghi uomini. Un bel giorno, però, complice un viaggio a Roma, incontra al Colosseo un agente penitenziario sardo, al quale chiede informazioni. Lui che, con l’uniforme della polizia penitenziaria, monta a cavallo durante una festa del Corpo, è un giovane aitante, forse Le sorride, forse, chissà per quale misterioso meccanismo, riesce a stregarla. Fanno amicizia, escono insieme, nasce una rapida e coinvolgente storia d’amore.
Karen è inebriata dalla nuova vita, inizia a vedere meglio il suo lavoro ed inizia a pensare che, forse, è arrivato il momento di dire basta, di desiderare un’altra vita. I giorni di vacanza passano in fretta. Karen riparte da Roma con destinazione Il Cairo e Gerusalemme, mentre lui, sardo, finita la festa del Corpo, torna al suo servizio in Sardegna. Non si perdono di vista, però; l’uomo sardo è ormai entrato prepotentemente nel cuore di Karen che, pur non conoscendo l’italiano gli scrive, in uno strano italiano, tradotto dall’americano, che vuole continuare a rivederlo. Tante le E mail scambiate, che volano dall’America ad Arbus, nella Colonia Penale di Is Arenas, dove Carlo, l’uomo che l’ha stregata, presta servizio.
L’amore non conosce ostacoli. Karen molla tutto lascia un mondo globalizzato, fatto di lavoro e di guadagni stratosferici per noi sardi, per raggiungere il suo amore sardo. Lascia un lavoro che Le fa guadagnare oltre duecentomila euro l’anno, per trasformarsi in una semplice casalinga, per provare a riappropriarsi del tempo e dello spazio, per assaporare il lento scorrere delle ore, fotografando i paesaggi, i tramonti, il mare e le dune di sabbia. Karen, però non perde la sua formazione manageriale che è dentro di Lei, che, ormai, ha modificato il suo DNA.
In poco tempo, come se la cosa la riguardasse come Manager, fa una impietosa radiografia della Sardegna. Come in un grande libro mastro mette da una parte i valori, i grandi valori che possediamo, e dall’altra le nostre negatività, tutto quello che impedisce un saggio utilizzo delle nostre risorse. Karen si rende conto che potremo vivere da ricchi ed, invece, continuiamo a fare vita grama, con redditi di sopravvivenza. Lei se potesse...capovolgerebbe la situazione! Il nostro potenziale turistico è immenso perché non farlo decollare?
Di recente l’ha intervistata Paolo Paolini de L’Unione Sarda. Al giornalista ha detto che i sardi non si sanno pubblicizzare, che non riescono ad avere quella mentalità commerciale che consente di vendere al meglio le proprie risorse.
La Sardegna, dice Karen al giornalista è un’isola meravigliosa, dove terra, mare trasparente, acqua e aria limpide, sole per molti mesi all’anno, fanno un patrimonio di grande valore. I sardi, però , hanno molti difetti continua Karen. Quali?, chiede il giornalista.
“I difetti dei sardi? Non lavorano assieme. È difficile trovare qualcuno che parli inglese e questo è un grande limite per il turismo. Come puoi trasmettere certe emozioni a chi viene in vacanza se non le sai comunicare nella sua lingua? Spiegare a uno straniero che gli asparagi selvatici sono buonissimi, soprattutto con la pizza, è impossibile se non lo sai dire con proprietà di linguaggio. Un altro esempio? Nessuno vende ghiaccio. Eppure se vai al mare ne hai bisogno, ma quando l'ho cercato nei negozi mi hanno guardato come se fossi pazza». Il giornalista allora Le domanda: Un suggerimento? Karen cosi risponde
«Attirare i turisti americani e canadesi da ottobre a dicembre: per loro luglio e agosto sono mesi bollenti. Li devi accompagnare a raccogliere funghi, a vedere le bellezze che non troverebbero da altre parti. I sardi rinunciano in partenza, convinti - sbagliando - che queste rarità non interessino nessuno».
Karen, da buona manager, non è pentita della sua scelta. Sa che ci vorrà del tempo ma il futuro potrà, davvero, dare alla Sardegna il ruolo che merita nel comparto turistico mondiale.
La Sardegna c’è, con un patrimonio di cui, forse, ancora non siamo consci e di cui non sappiamo il vero grandissimo valore. Sono i Sardi che, purtroppo, per mille ragioni, non ci sono, perché non conoscono ancora il vero valore della loro terra.
Persone come Katia, forse, possono aiutarci a cambiare.

Grazie dell'aqttenzione!

Mario