Oristano 16 aprile 2026
Cari amici,
Per lungo tempo le
persone, in relazione al loro rapporto sociale, sono state classificate in due
grandi categorie: quella degli “INTROVERSI” e quella opposta degli “ESTROVERSI”.
Nella prima categoria rientrano quelli
che ricaricano le energie nella solitudine, mentre quelli della seconda nuotano
felicemente nell'interazione sociale. Ebbene, in tempi recenti, precisamente
nel 2025, gli studi portati avanti dallo psichiatra Rami Kaminski, hanno dato
vita ad una terza categoria intermedia, chiamata degli “OTROVERSI”.
Questa terza categoria degli
“Otroversi”, creata da Rami Kaminski, direttore dell’Institute for Integrative
Psychiatry di New York e fondatore dell’Otherness Institute, un organismo nato
proprio per promuovere studi sulle caratteristiche di chi si trova proprio «in
mezzo» fra introversi ed estroversi, comprende quelli che amano la solitudine e
le relazioni profonde, ma non faticano a socializzare o a parlare in pubblico
con disinvoltura, distinguendosi dagli introversi per una maggiore assertività
e dagli estroversi per l'assenza del bisogno di stare con i gruppi.
Lo psichiatra Rami Kaminski,
senza timore afferma di essere lui stesso, per primo, parte della nuova
categoria! Sull’argomento ha scritto un interessante libro «Né introversi né
estroversi – Come vivere felici e non omologati» (Corbaccio), dove descrive
queste persone che non si ritrovano nei due schemi principali, quindi si
collocano “fuori dagli schemi”, persone che – a volte - vengono considerate
problematiche, perché non riesce ad inserirle in una casella precostituita.
Ecco uno degli esempi riportati dallo psichiatra Kaminski.
Il caso di A., un figlio
adolescente di una paziente di Kaminski che lo ha fatto riflettere sulla
necessità di «riconoscere» chi non è un solitario ma neppure vuole stare in
mezzo a tanta gente. A era un ragazzino senza problemi di ansia o depressione,
sempre invitato a tutte le feste, che però declinava ogni occasione per stare
con gli altri. La madre, preoccupata, lo fece parlare con Kaminski e A. spiegò
di sentirsi strano, non connesso con gli altri pur sapendo che lo apprezzavano;
quando si trovava in mezzo a gruppi ampi provava noia e solitudine, stava molto
meglio con uno o due amici, oppure da solo. «Non mi piace parlare di tutto
questo con gli altri perché mi vedrebbero come un alieno», disse A. a Kaminski,
che invece riconobbe le emozioni del ragazzo: erano le sue, e pure quelle di
tanti leader e persone di successo che aveva incontrato nel corso della
carriera.
Fu proprio cercando un
nome per questa tendenza particolare che Kaminski coniò il termine “Otroversi”:
persone che guardano in direzione diversa dagli altri, che non hanno problemi
sociali ma non si sentono di appartenere davvero e fino in fondo a una
comunità. «Molti Otroversi credono che la loro mancanza di interesse per il
gruppo sia segno di introversione, ma non è così», dice convinto Kaminski. «Un
introverso è tranquillo e riservato, non prenderebbe mai la parola per primo,
non passerebbe volentieri una serata a parlare con un amico; l’Otroverso è
socievole, non teme di esporre il proprio punto di vista, trae energie e
soddisfazione dalle conversazioni profonde con un amico. Ama la solitudine ma
non per ricaricarsi, bensì per evitare il senso di disconnessione che prova in
mezzo a tante persone».
Essere Otroversi è un
problema che può nascere soprattutto con bambini e adolescenti: in una cultura
come quella attuale che premia chi è membro di un gruppo e si allinea ai
comportamenti della maggioranza, un giovanissimo Otroverso preoccupa i genitori
e gli insegnanti. «Un bimbo che non gioca assieme agli altri fa scattare
l’allarme di “mal-adattamento sociale”, alcuni finiscono anche dal terapista», come
specifica lo psichiatra. «Possono essere considerati strani e sbagliati perché
si “perdono” qualcosa non stando in gruppo, invece gli Otroversi si sentono più
liberi e felici in disparte». Anzi, proprio perché vedono le persone come
individui e non come membri senza volto di una tribù, ad esempio, non cadono
vittima delle generalizzazioni e non riescono a essere ostili nei confronti di
gruppi sociali dipinti come diversi.
Cari amici, essere
Otroversi non è una malattia, considerato anche che Kaminski li considera addirittura
degli ottimi Leader! «Gli Otroversi non
sentono l’obbligo di pensarla come tutti, perciò sono indipendenti e hanno
approcci innovativi perché guardano alle cose da angolazioni diverse; poiché
definiscono il proprio successo non in relazione agli altri ma in base a ciò
che raggiungono, sono anche più soddisfatti». Che dire, amici lettori, in un
mondo dove si cerca in tutti i modi di omologarsi, di essere in tanti simili al
“Gruppo”, gli Otroversi sono felici di pensarla diversamente!
A domani.
Mario

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