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lunedì, maggio 27, 2013

LA LUNGA E TORMENTATA STORIA DEL CREDITO IN SARDEGNA. PRIMA PARTE.


Oristano 27 Maggio 2013
Cari amici,
credo Vi farà piacere ripercorrere con me la lunga e tormentata storia del “credito” in Sardegna. Sono partito dalle origini, dal 1.600, circa, quando gli spagnoli introdussero anche nell’Isola i Monti Frumentari. Ecco la prima parte della storia.
La Sardegna ha sempre pagato a caro prezzo il suo splendido isolamento. La causa principale è la sua posizione al centro del Mediterraneo, lontana dalla terraferma e dai  più importanti centri commerciali e culturali. Nel Seicento, durante la dominazione spagnola, la scarsa popolazione viveva miseramente di agricoltura e pastorizia. L’agricoltura, con produzione prevalentemente granaria, praticata negli spazi pianeggianti del Campidano e della Marmilla, veniva condotta con metodi arcaici; la pastorizia, limitata al pascolo brado di ovini e caprini, praticata nelle zone interne. La Spagna fin dalla prima metà del Seicento cercò di introdurre i primi miglioramenti produttivi. Nel 1612 l’inviato della Corona, tale Martin Carrillo,  visitatore (una sorta di ispettore) del Re di Spagna Filippo III, nella sua relazione al sovrano mise in luce una realtà fatta di fame e arretratezza.  I contadini sardi, costantemente taglieggiati dalla rapace burocrazia regia, diretta dal viceré, non erano mai stati incoraggiati a migliorare la qualità e la quantità dei raccolti cerealicoli. Per tentare un certo  miglioramento, nel 1624, il Parlamento riunito a Cagliari votò per la nomina in ogni villaggio del “Padre Censore”, un esperto agricolo locale, capace di indirizzare e coordinare l’attività agricola. A lui doveva far capo un grande magazzino dove far convergere le riserve comunitarie del grano, necessario per far fronte non solo ai bisogni della comunità, ma anche per anticipare le sementi ai coltivatori in difficoltà. Era il primo segno, il primo passo, per la costituzione anche in Sardegna dei Monti frumentari, già sperimentati in altre parti del regno.
Il vessatorio sistema feudale allora imperante era però nella sua fase discendente e non tardò ad estinguersi,  spazzato via, quasi dappertutto, dalla Rivoluzione francese. In Sardegna, invece, resistette più a lungo. L’isola,  poco abitata ed economicamente isolata, nel 1720 passò ai Savoia come Regno di Sardegna.  Il 9 agosto del 1720 gli Stamenti sardi (quello militare, l’ecclesiastico e il reale) del Parlamento, prestando giuramento di fedeltà al nuovo viceré, il barone di Saint Remy , gli consegnarono una Sardegna popolata da appena 300 mila abitanti. Cagliari, capitale del regno, contava appena 16 mila anime e Sassari, capitale del capo di sopra, 13 mila. L’isola, oltre che spopolata era culturalmente arretrata e con un’economia di sopravvivenza. La società sarda, prevalentemente agro-pastorale, continuava a restare  oppressa dai soprusi dei feudatari e taglieggiata dai tributi e dalle decime del clero.

In totale abbandono l’Isola era priva anche delle più elementari infrastrutture, a partire dal sistema viario, con strade  pessime ed insicure, che potevano garantire ben pochi commerci.  Le coste, circondate in parte da stagni malsani infestati dalle zanzare (Anopheles Labranchiae),  erano poco abitate a causa dei frequenti cicli di febbri malariche che colpivano la popolazione, e dalle ricorrenti carestie. Le poche ricchezze dei proprietari della terra (feudatari e clero) derivavano soprattutto dall’allevamento del bestiame, praticato all’interno dell’Isola.
Una prima riforma radicale della gestione della terra venne attuata dai Savoia solo nel 1820. Con l’Editto delle Chiudende, emanato il 6 ottobre 1820 venne avviato un processo di privatizzazione della terra che, nonostante le buone intenzioni, finì per favorire i ceti più abbienti e, soprattutto, più spregiudicati. L’accaparramento consentì di ampliare ulteriormente le già vaste proprietà in mano ai latifondisti e conseguentemente di aumentare le rendite derivanti dagli aumentati canoni di affitto. Sedici anni dopo, nel 1936, solo dopo lunghe trattative e non poche difficoltà si giunse alla stesura della legge per l’abolizione del feudalesimo. L’operazione, stante le pressioni dei possessori della terra,  fu conclusa ad alto prezzo e con il sistema del riscatto. Questa soluzione, che comportò costi pesantissimi per il Governo Centrale, fu, però, volturata  a cascata,  sui Comuni, depauperando ulteriormente le già magre risorse. Altri provvedimenti, adottati nello stesso periodo, riguardarono l’agricoltura, l’allentamento delle barriere commerciali, la riforma delle leggi civili e penali e la costruzione delle prime importanti infrastrutture. Saranno le strade le prime ad essere migliorate, a partire dalla Cagliari-Sassari, che porta ancora  il nome di Carlo Felice. Seguirono, poi, l’istituzione del primo riparto catastale, la redazione di complete rilevazioni geografiche e l’effettuazione del primo censimento. Tutti questi atti, che modificarono profondamente i rapporti sociali ed economici della società sarda, costituirono un primo segnale di cambiamento: fu un  ufficializzare, anche in Sardegna, il passaggio al post-feudalesimo.
Nel prossimo numero, partendo dalle fonti storiche più note, esamineremo le strade che il Sistema creditizio sardo ha percorso fino ai nostri giorni.

Grazie dell’attenzione!
Mario


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