martedì, novembre 09, 2010

LO ZAFFERANO DI SARDEGNA: L’ANTICO “ORO” DEGLI DEI.

Oristano 9 Novembre 2010


Quand’ero ragazzo non c’era famiglia che non avesse in cortile almeno un vaso con dei bulbi di zafferano. La fioritura di questi è autunnale, quasi novembrina. Quando sbocciavano i piccoli e delicati fiorellini riempivano di colore il grigio cortile: il fiore, con i suoi petali rosa violacei, gli stammi gialli ed i suoi preziosi stimmi rosso corallo era una delizia non solo per gli occhi ma una bella risorsa per gli insetti che in gran numero lo corteggiavano. Le parti più preziose di questo fiore sono proprio quei tre filamenti rossi, gli stimmi, di un colore cosi profondo e brillante, capaci, poi, di trasformarsi in cucina in quel “giallo oro”, odoroso e profumato, pregno di quelle stupende e meravigliose sensazioni olfattive e gustative.
Il mese che stiamo attraversando, Novembre, per lo Zafferano è proprio il mese più importante. I suoi giorni sono proprio quelli della raccolta e conservazione del preziosissimo “Oro Rosso”. La raccolta dei fiori è già in pieno svolgimento. I primi quindici-venti giorni di Novembre sono quelli che decideranno la sorte della “ stagione” di una miriade di piccole imprese tra San Gavino, Turri e Villanovafranca, il triangolo dei Comuni che possono fregiarsi, per questo prodotto, della DOP, la denominazione di origine protetta, recentemente concessa.
Le previsioni per questa antica e pregiata “spezia” sono, in questa annata, abbastanza buone. Sole e pioggia si sono alternati. Il freddo della notte non si è trasformato in gelate, nemico numero uno de “su zaffanau”, ma fino all'ultimo non si può mai sapere. Ecco perché i riti propiziatori nelle case dello zafferano si rinnovano immutabili da decenni. I primi fiori raccolti tappezzano l'ingresso delle abitazioni: è un segno beneaugurante, un rito propiziatorio che non deve mai mancare! Per chi di primo mattino cammina nelle stradine del centro storico è una pennellata di viola che da colore, rallegra e predispone positivamente alla giornata.
Ma siamo sicuri di conoscere bene questa preziosa spezia, introdotta in Sardegna da lungo tempo?
Ecco, cari amici, riporto per Voi alcune notizie curiose ed interessanti.
Lo zafferano è originario probabilmente dell'Asia Minore. La spezia, da subito molto apprezzata, si diffuse rapidamente in tutta Europa. Il più antico documento che attesta la produzione di zafferano è un papiro egizio del XV secolo A.C..La parola zafferano, deriva dalla parola latina safranum, che a sua volta deriva dall'arabo zafarān (da aṣfar (أَصْفَر‎), che significa "giallo".
Nelle lingue europee la pianta è indicata con termini di chiara derivazione araba: Safran (in francese), Saffron (in inglese), Safran (in tedesco), Azasfran (in spagnolo), Safra (in catalano); è con quest'ultimo nome che lo troviamo negli atti notarili rinvenuti in Sardegna dal 1550 in poi.
Vernacoli Sardi:
o Campidanese (Tsanfarànù)
o Gallurese (Zanfarànu)
o Sassarese (Tanforànu)
o Logudorese (Tafferànu - Tanfarànu)
o Meilogu (Tonfarànu)
o Sardegna Centrale (Tafferànu - Thaffarànu - Thamfarànu - Toffarànu).

La sua coltivazione si interruppe, fin quasi a scomparire, a seguito delle invasioni ed occupazioni barbariche, ma fu reintrodotta in Spagna dagli Arabi conquistatori (dal 961 d.C.), e poi si riespanse nuovamente in tutta Europa.
Nel Medioevo lo zafferano ebbe un uso prevalentemente medicamentoso, per acquisire la definitiva qualifica di “spezia” nel Rinascimento.
La coltivazione e la lavorazione dello zafferano in Sardegna ha antiche origini e sembra che risalga già all’epoca dei Fenici che, probabilmente, lo introdussero nell’Isola. Sotto il dominio punico e nel periodo romano e bizantino, la produzione si consolidò e lo zafferano cominciò ad essere adoperato anche come tintura e per usi terapeutici e ornamentali.
Tuttavia il primo documento ufficiale che attesti il commercio di zafferano in Sardegna risale al 1317 quando il Regolamento del porto di Cagliari (Breve Portus), tra le varie disposizioni, prevedette una norma per disciplinare l’esportazione degli stimmi dall’isola.
Nell’800 la produzione e la vendita della droga crebbe ulteriormente ed essa venne impiegata in molteplici usi, per le sue qualità aromatiche e medicinali, per tingere sete e cotoni, in cucina nelle preparazioni tipiche di pane, primi, secondi e dolci o, nei mercati, come merce di scambio.
Vediamo ora, insieme, la scheda botanica di questa particolare pianta.
Lo zafferano vero (Crocus sativus) è una pianta della famiglia delle Iridaceae. Il “Crocus sativus” oggi coltivato è una pianta sterile triploide, frutto di una intensiva selezione artificiale di una specie originaria dell'isola di Creta, il “Crocus cartwrightianus”. Una selezione messa in atto dai coltivatori che cercavano di migliorare la produzione degli stimmi. La sua struttura genetica lo rende incapace di generare semi fertili, per questo motivo la sua riproduzione è possibile solo per clonazione del bulbo madre e la sua diffusione è strettamente legata all'assistenza umana.
La pianta adulta è costituita da un bulbo-tubero di un diametro di circa 5 cm. Il bulbo contiene circa 20 gemme indifferenziate dalle quali si originano tutti gli organi della pianta, in genere però sono solo 3 le gemme principali che daranno origine ai fiori e alle foglie, mentre le altre, più piccole, produrranno solo bulbi secondari.
Il fiore dello zafferano è un perigonio formato da 6 petali di colore violetto intenso. La parte maschile è costituita da 3 antere gialle su cui è appoggiato il polline. La parte femminile è formata dall'ovario, stilo e stimmi. Dall'ovario, collocato alla base del bulbo, si origina un lungo stilo di colore giallo che dopo aver percorso tutto il getto raggiunge la base del fiore, qui si divide in 3 lunghi stimmi di colore rosso intenso.
In Italia le colture più estese si trovano in Sardegna, nelle Marche ed in Abruzzo; altre zone di coltivazione degne di nota si trovano in Umbria ed in Toscana. Dallo stimma trifido si ricava la spezia denominata "zafferano", utilizzata in cucina ed in alcuni preparati medicinali.
La produzione intensiva per uso alimentare di questa spezia iniziò a San Gavino attorno al XIII secolo, ad opera probabilmente dei Pisani. Il commercio si sviluppò notevolmente dal XVII secolo, attraverso "is tzafaranaias", donne che giravano i paesi soprattutto del sud Sardegna, ma anche del centro (dove si usava come colorante di alcune parti del costume tradizionale
Il centro di maggiore produzione di zafferano in Sardegna è San Gavino Monreale con 20 Ha coltivati e una produzione media di circa 200 Kg., in continua competizione con altri comune della Marmilla, come Turri e Villanovafranca, con una superficie coltivata di circa 8 Ha.
Le caratteristiche morfologiche e pedo-climatiche di alcune zone della Sardegna, come quelle menzionate, unite a tradizionali tecniche di coltivazione e lavorazione tramandate di padre in figlio, consentono di ottenere un prodotto con peculiarità organolettiche e gustative uniche ed inconfondibili. Questo ha consentito, per iniziativa soprattutto dei coltivatori della Marmilla ( in particolare quelli di Turri), di chiedere ed ottenere il riconoscimento D.O.P., disciplinato da un severo protocollo di produzione.
Il Consorzio di tutela dello Zafferano di Sardegna DOP è nato il 1 ottobre 2007 senza scopi di lucro e comprende tra i suoi soci tutti produttori, trasformatori e confezionatori del prodotto. Il Consorzio si propone di tutelare, valorizzare, e promuovere il consumo dello Zafferano di Sardegna DOP.
Lo Zafferano di Sardegna DOP, ai fini dell’immissione in commercio, deve essere classificato nella categoria “zafferano in stimmi o fili” e presentare le seguenti caratteristiche organolettiche:
• colore rosso brillante dato dal contenuto di crocina;
• aroma molto intenso derivante dal contenuto di safranale
• gusto deciso scaturente dal contenuto di picrocrocina.
Da un’attenta analisi qualitativa dello zafferano prodotto in Sardegna è stato, infatti, riscontrato che il contenuto medio di crocina (l’elemento al quale è collegato il potere colorante dello zafferano), picrocrocina (l’elemento al quale sono riconducibili gli effetti euptetici ed il correttivo di sapore) e safranale (l’elemento al quale sono associate le proprietà aromatizzanti) è notevolmente superiore alla norma. Queste peculiari caratteristiche esprimono il forte legame del prodotto con il territorio di origine, particolarmente indicato sia per le sue potenzialità umane che per le favorevoli condizioni climatiche.
La Sardegna è oggi la capitale d'Italia nella coltivazione e produzione dello zafferano. Un recente lavoro di censimento delle aziende produttrici di zafferano ha confermato l'esistenza di una superficie coltivata di circa 35 Ha.
L’intera produzione italiana e di 450 kilogrammi e la Sardegna contribuisce per la maggiore parte con 350 kilogrammi.
Come nasce il prodotto? Ecco i dettagli.
La preparazione della droga avviene attraverso il disseccamento veloce degli stimmi che, insapori allo stato fresco, presentano un aroma caratteristico e tingono di giallo la saliva.
In particolare la preparazione avviene attraverso le seguenti fasi :
o Raccolta dei fiori.
I fiori sono staccati nelle prime ore del giorno, con un taglio praticato con l'unghia del pollice sull'indice, vengono poi posti in sporte o ceste e portati all'abitazione dove avviene subito (entro la stessa giornata) la seconda fase (mondatura). La raccolta dei fiori dura intorno ai 15 giorni in un arco di tempo compreso fra la fine di Ottobre e la prima decade di novembre. Negli impianti meno estesi, dove la superficie impiantata non supera i 1000 mq, la raccolta viene effettuata da tutta la famiglia, con l'aiuto di una o due persone durante i giorni di massima fioritura (su groffu).
o Separazione degli stimmi o mondatura.
Si separano gli stimmi dalle restanti parti del fiore, ossia dal perigonio e dagli stami. La tecnica tradizionale più utilizzata per eseguire questa operazione consiste nell'aprire il fiore con entrambe le mani e nel recidere lo stilo poco più in alto dell'attaccatura dei tre stigmi facendo attenzione a non dividerli.. Gli stimmi sono poco manipolati per evitare contaminazioni che deprezzano il prodotto.
o Essiccazione.
Gli stimmi vengono sistemati distanziati su un piatto, su una tavoletta o su altri ripiani di materiale più disparato e sottoposti all'essiccamento. Questi supporti avvicinati o sovrapposti a sorgenti di calore blando (sole, camino o altra fonte di calore non turbolenta) in modo che il disseccamento avvenga costantemente e progressivamente in poco tempo fino a quando gli stimmi si spezzano facilmente con frattura netta.

In Sardegna gli operatori dopo la separazione degli stimmi e prima dell'essiccazione manipolano la droga con le dita umettate con l'olio extravergine di oliva (feidatura). La finalità della manipolazione della droga con l'olio è quella di migliorare l'aspetto e la conservabilità. Le quantità d'olio impiegate sono di circa un cucchiaino per 100 grammi di prodotto fresco. L'essiccazione deve avvenire a temperature comprese fra i 35-45° C e determina una perdita di peso di circa 1/5.
o Conservazione.
La droga va conservata compressa in contenitori di varia qualità, in ogni caso assolutamente ermetici, affinché all'interno residui la minima quantità di aria possibile. Gli stimmi essiccati sono sensibilissimi all'umidità e anche alla luce, perciò i contenitori oltre che ermetici devono essere opachi (vetro o latta).
Lo zafferano viene utilizzato prevalentemente ma non esclusivamente in cucina: questa spezia nata di colore rosso brillante unita al cibo si trasforma, conferendo a molte pietanze una intensa colorazione gialla, insieme ad un aroma intenso e a un gusto deciso. Le ricette dove viene usato lo zafferano sono tante; oltre al famoso “risotto alla milanese” si ricordano i sughi, le minestre, il brodo, la “fregua” (una specie ci cuscus preparato in Sardegna) e diversi dolci. Con lo zafferano si preparano anche particolari e delicati liquori.
Lo Zafferano possiede anche buone capacità curative. Ha particolari caratteristiche antiossidanti, grazie all’elevato contenuto di carotenoidi, crocetina, crocina e picrocrocina; i carotenoidi sono capaci di legare ed eliminare i radicali liberi e quindi favoriscono l’innalzamento delle difese immunitarie dell’organismo.
Si pensi che un piatto preparato con lo zafferano è capace di far eliminare il 20% di scorie di radicali al giorno, molto più di quanto facciano la vitamina C o la vitamina E. Inoltre l’elevato contenuto di principi attivi favorisce il buon funzionamento dell’apparato digerente perché aumenta la secrezione della bile e dei succhi gastrici.

Che dirvi di più, cari amici, di questo straordinario prodotto della natura, antico oro degli Dei, che qui in Sardegna ha trovato il suo luogo ideale per concedere anche agli uomini il piacere di accedere alle meraviglie riservate ai “divini”? Niente di più, se non darvi la mia forte convinzione che siamo, davvero, quell’ultimo lembo della mitica Atlantite, dove certamente l’Olimpo era di casa!
Grazie, cari amici, della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario

domenica, novembre 07, 2010

IL PRUNO SELVATICO ( PRUGNOLO O PRUNISCHEDDA): LE INCREDIBILI PROPRIETA’ SALUTARI DI UNA PIANTA … SPINOSA E DIMENTICATA!
















IL PRUNO SELVATICO ( PRUGNOLO O PRUNISCHEDDA): LE INCREDIBILI PROPRIETA’ SALUTARI DI UNA PIANTA … SPINOSA E DIMENTICATA!
Oristano 7 Novembre 2010
Cari amici,
oggi sono stato in campagna, nella mia campagna di Norbello. Cercavo funghi e mentre mi recavo nella zona collinare di S.Ignazio sono rimasto incantato da un bellissimo esemplare di Pruno selvatico ( da noi più noto come Prunischedda ) e l’ho fatto fotografare, con il telefonino, da mio figlio Santino. Tornato a casa, dopo aver fatto anche un bel bottino di funghi ( antunna di quella buona ) ho rivisto le foto del Pruno e mi è venuta voglia di scrivere qualcosa di più di quanto avevo già fatto su questo blog l’anno scorso. E’ una pianta davvero straordinaria, dalle mille virtù, oltre ad avere delle proprietà medicamentose incredibili, anche se pochi lo sanno.
Rivediamo insieme le qualità di questa bella pianta.
Il pruno selvatico, o prugnolo, in passato era molto più diffuso di oggi nelle nostre campagne.
Certo la sua è la triste sorte degli arbusti spontanei cacciati via dall’agricoltura intensiva che privilegia la quantità alla qualità. Oggi, dopo il lento ed inesorabile abbandono delle campagne, lo ritroviamo di nuovo nelle stradine campestri, nei limitari dei chiusi, svettante da una fitta selva di rovi o infestanti, allietandoci la vista in primavera con la sua bellissima fioritura, o in autunno con il colore bluastro delle sue piccole drupe che permangono sulla pianta per molto tempo.

DESCRIZIONE BOTANICA.
Il Prugnolo (Prunus spinosa L.) è un arbusto spinoso a lento accrescimento, dal fogliame caduco, alto mediamente da mezzo metro a due metri, che può raggiungere i 4-5 metri a seconda del portamento e dell'ambiente. Il fogliame assume in autunno un'intensa tonalità giallo-brunastra. I fiori si sviluppano molto prima della fogliazione, e compaiono a migliaia, per poco tempo, da marzo a maggio. Sono ermafroditi, di circa 1-2 cm., isolati o riuniti a tre su corti rametti. Emanano odore di miele e producono abbondante nettare. I frutti sono drupe sferiche di 10-15 mm. di diametro o al massimo grandi come una nocciola, brevemente peduncolate e coperte da una patina bluastra che diventa blu-nerastra a maturità. Il frutto ha un sapore aspro, molto acidulo e allappante che diventa poco più dolce dopo il primo gelo. Fruttifica da settembre a ottobre con drupe lungamente persistenti sui rami, mangiate volentieri da uccelli, lepri e volpi. Il legno è duro, con alburno rossastro e duramen rosso-bruno.
L’origine della pianta è incerto, anche se l’ipotesi più accreditata è che sia originaria dell'Asia settentrionale e del Nord Europa.
Il Prugnolo ama la luce e non sopporta a lungo l'ombra, cresce sulle pendici soleggiate, dalla pianura all’alta collina arrivando anche sino alla quota di 1500 metri.
In terreni aridi e pietrosi il Prugnolo cresce sparso a piccoli cespugli. In condizioni ottimali può formare in breve tempo agglomerati molto fitti che superano l'altezza di un uomo, espandendosi con i suoi germogli radicali. Per tale motivo consente di creare siepi impenetrabili.
E’ un arbusto abbastanza longevo: vive in media 60-70 anni.
Il Prugnolo è particolarmente “ribelle” alla coltura e non si lascia addomesticare facilmente: non accetta di essere trapiantato, nonostante i ripetuti tentativi. A questa pianta, inoltre, viene attribuito un “simbolismo” abbastanza interessante.
Il Prugnolo è simbolo di indipendenza. Nelle antiche credenze popolari era considerato albero magico: l'impenetrabile intreccio dei suoi rami poteva ospitare il bene e il male. Si credeva che piantandolo davanti alle case, queste fossero protette dal fuoco e dai fulmini, mentre gli abitanti lo erano delle malattie. Portato addosso il pruno selvatico allontana il male e le calamità ed elimina i demoni e le negatività. I bastoni da passeggio costruiti dai suoi rami erano un tempo apprezzati dai contadini e detti "bastoni di spino"; dovevano proteggere il viandante dalle forze oscure del male che si potevano nascondere nelle intricate siepi lungo i sentieri. A volte il suo legno era usato per preparare bacchette per la divinazione e bacchette capaci di esaudire i desideri. Queste particolari bacchette, confezionate da esperti ed in particolari periodi, venivano usate in quasi tutti i riti magici.
La pianta, però, è nota da millenni per le sue straordinarie ed eccezionali capacità medicamentose. Le parti maggiormente utilizzate dell’arbusto sono i fiori ed i frutti (prugnole), anche se in alcune zone vengono utilizzate anche le gemme, la corteccia e le foglie. Ecco, in dettaglio, le “particolari” ed incredibili qualità di questa pianta.
I FIORI. Questi contengono amigdalina (un glucoside cianogenetico), derivati della cumarina e flavonoglucosidi, che esercitano un'azione lassativa, diuretica e depurativa. L'effetto lassativo dei fiori è leggero ma efficace ed è seguito da un'azione antispasmodica (rilassante) della muscolatura che ricopre l'intestino crasso; sono molto indicati nella stitichezza funzionale, che si manifesta nei casi di colon irritabile. I fiori di Prugnolo sono dotati di proprietà depurative, diuretiche, lassative (particolarmente adatti ai bambini) , stomatiche, toniche, calmanti e vermifughe; furono anche usati nelle pleuriti come sudoriferi e contro l'idropisia. Per il contenuto in acido cianidrico i fiori freschi devono essere usati con cautela, attenendosi scrupolosamente alle dosi consigliate. In estremo oriente, i suoi candidi fiori, sono considerati il simbolo della primavera e della purezza.

I FRUTTI. Le prugnole o susine selvatiche contengono tannino (responsabile del tipico sapore aspro), flavonoidi, acido malico, saccarosio, pectina, gomma e vitamina C; al contrario dei fiori, sono astringenti e perciò utili in caso di diarrea semplice e di decomposizione intestinale; i frutti sono anche eupeptici (stimolano i processi digestivi), aperitivi e tonificanti dell'organismo in generale.
Il consumo dei frutti provoca un aumento dell'appetito e una sensazione rinfrescante e rivitalizzante; si possono mangiare freschi, cotti o sotto forma di sciroppo.
Il liquido di cottura delle prugnole si può utilizzare per effettuare tamponi nasali efficaci per fermare l'epistassi (emorragia nasale); si può usare anche per fare sciacqui e gargarismi in caso di gengivite (infiammazione delle gengive) e di faringite.
I frutti hanno proprietà astringenti e antidiarroiche, utilizzati anch' essi in gargarismi per la cura del mal di gola. Gli stessi, macerati, servono per la produzione di un noto liquore: la prunella. Il succo delle bacche contuse, fatto condensare a calore leggero e costante finché non diventava duro e nero come il succo di liquirizia, veniva chiamato Acacia nostra o Acacia germanica (per distinguerlo dal succo dell'Acacia Catechu) ed era utilizzato nei flussi di sangue, nelle diarree e nei vomiti alla dose di 60 centigrammi fino a 4 grammi.
La mandorla del nocciolo di Prunus spinosa contiene Amigdalina, glucoside cianogenetico dalle proprietà tossiche, contenuto anche nelle mandorle amare del Prunus amygdalus.
LE FOGLIE. Le foglie del Pruno Selvatico contengono diversi principi attivi: Flavonoidi, cumarine, nitriglicosidi, benzaldeide, prunasoside, amigdalina (meno dei fiori). L’epoca di raccolta consigliata è quella che va da Maggio a Settembre. Le foglie hanno proprietà: antidiabetiche, antiasmatiche, astringenti, depurative e dissetanti. Opportunamente seccate possono essere usate, per uso interno, in infuso e risultano utili come dissetante, come depurativo del sangue e dell’organismo. Si può usare anche come decotto, mettendo a bollire 1 cucchiaio da dessert di foglie, fiori o corteccia per 2 minuti in 1 tazza d'acqua; lasciare in infusione per 10 minuti e berne 2 tazze tra i pasti.
Nell’uso esterno l’infuso può adoperarsi per fare gargarismi astringenti per lievi flogosi delle mucose orofaringee, nel mal di gola e per irrigazioni vaginali in caso di leucorrea.
LE GEMME. Il derivato meristematico di Prugnolo ricavato dalle gemme, è di recente introduzione in fitoterapia e si ottiene mediante macerazione in appropriata soluzione idrogliceroalcolica delle gemme fresche raccolte all'inizio della primavera prima della loro schiusura.
LA CORTECCIA. Il rivestimento corticale contiene: Florizina, Olio essenziale e Tannini. I periodi consigliati per la raccolta sono la primavera e l’autunno. Le istruzioni d’uso sono quelle di asportare la corteccia dai giovani rami e farla seccare bene. Il prodotto va stagionato per 4-5 giorni e conservato al riparo della luce e dall'umidità. E’ preferibile custodire il prodotto in sacchetti.
Le proprietà della amara corteccia sono diverse: antiasmatica, antidiabetica, astringente delle vie digerenti, costipante, diuretica e febbrifuga. Può essere usata in decotto (al 2-,3-4%), e bevuto nella quantità di due o tre bicchieri al giorno. E’ utile in casi di catarri intestinali, nelle diarree e dissenterie ed in caso di attacchi febbrili.
Il prugnolo ha utilizzi anche come base per liquori. I frutti del prugno spinoso sono utilizzati in alcuni paesi per produrre bevande alcoliche (in Inghilterra lo sloe gin, in Navarra, Spagna, il patxaràn, in Francia la prunelle, in Giappone l' umeshu ed in Italia la prunella il "prospino" e il bargnolino). Con alcool, zucchero, vino bianco e bacche di prugnolo mature, si può preparare un buon liquore digestivo; con la distillazione dei frutti, invece, si ottiene dell’ottima acquavite.
La corteccia della pianta era utilizzata in passato per colorare di rosso la lana.
Il legno, come quello di molti alberi da frutto, è un apprezzato combustibile.
USO IN CUCINA. I frutti molto aspri, contengono vitamina C, possono essere raccolti dopo le prime gelate, quando raggiungono la maturazione, per farne liquori, bibite, marmellate. Per la gioia della conoscenza ecco, ora alcune “Ricette”, di antica elaborazione ma sempre…buonissime!
Marmellata di zucche e prugnoli.
Preparare 700 g circa di marmellata di zucche nel modo tradizionale. A parte preparare 300 g di marmellata di prugnoli (Prunus spinosa) debitamente passata nel passaverdure. Unire le marmellate ancora calde e far cuocere per qualche minuto mescolando accuratamente.
Liquore di prugnoli.
Lavare e lasciare asciugare 500 g di drupe di prugnolo su uno straccio assorbente, poi introdurle in un vaso a chiusura ermetica con 400 g di zucchero, alcuni chicchi di caffè e mezzo litro di alcol a 90°. Lasciare riposare per un mese, agitando di tanto in tanto. Aggiungere poi mezzo litro di vino bianco secco e agitare. Dopo alcuni giorni filtrare il tutto.
Liquore di prugnolo.
Lavare e lasciare asciugare per un giorno le drupe di prugnolo su un foglio di carta assorbente, poi metterle in un vaso e cospargerle con due cucchiai di zucchero. Dopo due giorni di macerazione versare alcol e chiodi di garofano e lasciare ancora in macerazione per 15 giorni in un luogo caldo. Poi portare il vaso in cantina e lasciarlo lì per un mese e mezzo, dopo di che filtrare e aggiungere l'acqua distillata. Consumare il liquore dopo sei mesi di stagionatura.
Grappa di prugnoli.
Mettere i prugnoli nella grappa per tre mesi, spremendo delicatamente i prugnoli e agitando di tanto in tanto; filtrare poi il liquido, unire un po’ di zucchero ed imbottigliare. Lasciare a riposo per alcuni mesi.
Potremo continuare ancora per molto per evidenziare e decantare le strabilianti proprietà di questo stupendo arbusto, capace di darci, per la gioia della vista, tanti bellissimi e profumati fiori e per la gioia del nostro corpo tante nobili e preziose sostanze, utili in mille occasioni.
La Sardegna è orgogliosa di dare ospitalità a piante cosi interessanti, cosi utili e cosi preziose!
Speriamo che niente e nessuno possa, mai, distruggere questo nostro angolo di paradiso!
Ciao a tutti!
Mario

lunedì, ottobre 25, 2010

MISERIA E … DIGNITA’.


Oristano 25 Ottobre 2010
Cari amici,
oggi voglio farvi partecipi di uno dei "ricordi indelebili" della mia fanciullezza.
E' quello di Tzia Mariedda, una figura per me cosi importante che è rimasta impressa per sempre nella mia mente. Ecco, per Vostra conoscenza, il ricordo e la storia di una persona straordinaria.

Grazie. Mario

MISERIA E DIGNITA' ( La venditrice di mirto ).

Chissà perché quella che mi è rimasta più impressa nella mente è la sacchetta di tela che portava sempre con sè legata in vita e che si apriva e chiudeva facendo scorrere un cordino! Era di tela grossa e la ricordo rigonfia, piena di grosse bacche di mirto profumato, che Lei offriva a noi ragazzi con un sorriso, riempiendo una piccola tazza di ferrosmalto che teneva in mezzo al mirto.

Fosse vissuta al giorno d’oggi tzia Mariedda avrebbe avuto meno problemi a sbarcare il lunario. Negli anni ’50, invece, quelli della lenta “ricostruzione”, che doveva spazzare via le macerie della guerra, soprattutto per le vedove senza reddito la vita non era facile.

In quegli anni io ero poco più di un bambino, ma ricordo bene fatti e figure, considerato che ho una buona memoria fotografica. Lei era una donna di piccola statura, sempre vestita di nero, con una serie di gonne indossate una sopra l’altra, ognuna delle quali copriva le parti usurate, mancanti, della gonna sottostante. Uno scialle scuro, che aveva conosciuto tempi migliori, le avvolgeva le spalle, o veniva, in caso di brutto tempo, indossato sopra il fazzoletto nero che le copriva perennemente la testa.
Ricordo bene la sua figura esile, un po’ curva, sempre scalza, estate e inverno, con le piante dei piedi ricoperte, ormai, da una suola naturale che sostituiva egregiamente, ed a costo zero, le scarpe che non si era mai potuta comprare.
Tzia Mariedda non era di Bauladu, credo che fosse originaria di uno dei paesi vicini e che avesse perso il marito in guerra. In quegli anni le pensioni stentavano a decollare, perché soddisfare le esigenze delle famiglie dei tanti caduti in guerra non era facile con le magre risorse dello Stato che una guerra assurda e persa aveva messo in ginocchio. I sopravvissuti alla guerra, però, dovevano campare e le famiglie dei caduti, soprattutto, dovevano ingegnarsi tutti i giorni per mettere insieme il pranzo con la cena.
Chiedere aiuto non è mai stato facile per nessuno: chiedere l’elemosina, mendicare, è addirittura per molti un comportamento impossibile da praticare.
Tzia Mariedda, pur vivendo in grande povertà, non avrebbe mai potuto farlo: non aveva mai abdicato alla sua dignità e mai avrebbe mendicato, chiesto l’elemosina. Nella sua concezione economica del dare e dell’avere Lei poteva concepire il “baratto”, non il dono senza scambio. Lei avrebbe sempre ricambiato, avrebbe svolto qualsiasi mansione, qualsiasi lavoro, anche durissimo, anche in cambio di poco o nulla, ma chiedere la carità no, questo Lei non l’avrebbe mai fatto.

Si alzava all’alba, tutti i giorni, estate ed inverno, e si recava in campagna; qui cercava, a seconda delle stagioni, quei prodotti spontanei che potevano essere venduti, commercializzati: funghi prataioli, cardi, carciofini selvatici, cicoria, bietole, frutti selvatici come mirto, pere selvatiche e quant’altro.

Messa insieme la quantità ritenuta bastante per la giornata si incamminava verso uno dei paesi vicini, sempre a piedi, e iniziava le”visite di vendita” dei prodotti campestri raccolti che portava con sè in una sacca fatta di tela grezza e che offriva alle famiglie di sua conoscenza.
Le persone che andava a visitare le conosceva bene. Si affacciava alla porta chiamando per nome la padrona di casa e, ricevuto l’invito ad entrare, avanzava verso la cucina sempre con un sorriso dolce e triste allo stesso tempo. Era sempre ben accolta. Nonostante i tempi fossero duri per tutti e le difficoltà non mancassero, era difficile che le famiglie rifiutassero quello che Lei offriva.

Lei non dava un prezzo alla sua merce: la metteva sul tavolo da cucina e con un sorriso diceva: “ ti ho portato questo, è fresco e genuino, prendilo”. Lo diceva in sardo e non indicava mai il prezzo, aggiungendo, sempre con un sorriso, “ giaimi su chi keris” ( dammi in cambio quello che vuoi ).
Più che una proposta di vendita altro non era che uno scambio, un “baratto”: in cambio, spesso, riceveva una pezzo di pane, un pezzo di formaggio, un po’ d’olio o un pugno di cereali. La padrona di casa dove si presentava sapeva perfettamente che il prodotto offerto mascherava una richiesta di aiuto che, per dignità, non veniva espresso direttamente; tutti sapevano che Lei non sarebbe mai entrata in una casa a chiedere semplicemente l’elemosina, voleva orgogliosamente dare, in cambio, il frutto, pur modesto, della sua fatica, del suo impegno, del suo lavoro.

Nel periodo della maturazione del mirto ( le campagne allora abbondavano del dolce frutto oggi meglio utilizzato per produrre il classico digestivo ) ne portava sempre con sè una sacchetta. A noi ragazzi le dolci e profumate bacche piacevano molto e le mangiavamo con gusto: servivano, tra una corsa e l’altra, tra un gioco e l’altro, a riempire i vuoti dello stomaco che, data l’età giovanile, avrebbe ingurgitato ben altri prodotti ed in quantità certo più rilevanti! Lei a noi ragazzi lo offriva sempre spontaneamente, dopo aver riempito, con la mano stanca, la tazza che immergeva nella sacchetta appesa in vita. Ci guardava sempre con il sorriso, dolce e triste insieme, mentre noi divoravamo velocemente, rispondendo al suo con il nostro sorriso gioioso e grato, quello di chi vive senza troppi pensieri, senza quelle pesanti responsabilità che, invece, gli adulti avevano. I problemi, le responsabilità, sarebbero arrivati, più tardi, anche per noi.
Quale dignità, quale portamento, quale lezione di vita, hai dato ieri e potresti dare oggi! Che grande differenza tra le povertà di ieri, portate con dignità e solidarietà, e le povertà di oggi, vissute, invece, con rabbia ed arroganza.

Com’è differente lo sguardo di chi “chiede” oggi, al semaforo o di fronte alla Chiesa, pieno di odio e rancore verso il mondo intero, da quello Tuo, “ Tzia Mariedda”, che mai avrebbe negato un sorriso! A nessuno.
Mi domando: miseria affrontata con dignità quella di ieri e miseria vissuta senza dignità quella di oggi ? Il dubbio è forte.

Sarà, forse, l’effetto della “ Globalizzazione” che mercifica anche i sentimenti, sacrifica, annientandola, anche la dignità? Chissà! Speriamo che i giovani trovino la forza di reagire.
Grazie tzia Mariedda della tua bontà e del tuo sorriso che mai dimenticherò. Quando riapro quel file mi rivedo e mi ritrovo ragazzo gioioso e pieno di vita e Ti rivedo, sempre in movimento, con il paniere e la sacchetta colma di mirto, con stampato in viso quel dolce e malinconico sorriso che è rimasto per sempre dentro di me: devo essere sincero, qualche volta, una lacrima mi scende furtiva e bagna velocemente il mio viso di eterno ragazzo.

Pensateci anche Voi, cari amici e lettori.

Mario

giovedì, ottobre 21, 2010

QUEL MESSAGGIO COSMICO NELLA STELE DI “MADAU” A FONNI.



ORISTANO 21 OTTOBRE 2010
Cari amici,
ecco un'altra scoperta affascinante sull'antico popolo della Sardegna, gli Shardana.
Il recente ritrovamento della " Stele di Madau" in territorio di Fonni mette in discussione non poche false credenze, una delle quali quella dei Sardi che avevano timore del mare.

Tutt'altro!
Ecco quanto di recente è venuto alla luce.

Buona lettura!


Un cosmic call oltre lo spazio. Un messaggio “stellare” dal Neolitico, inciso in una pietra preistorica affidata al tempo più che al cosmo.
Sul mistero delle antiche civiltà sarde potrebbero spalancarsi nuove prospettive dalla lettura di una stele neolitica scoperta nella mitica valle di Gremanu a Fonni.
La civiltà nuragica, si sviluppò in Sardegna tra il Bronzo e il Ferro.

Diversi studiosi accreditano l’ipotesi che i nuragici siano da riconoscersi negli Shardana, il principale fra i “Popoli del mare” menzionati nei documenti egiziani tra il XVI e il XIII a.C. Degli Shardana si sa che erano molto capaci, forti e combattenti, che percorsero in lungo e in largo il Mediterraneo su navi commerciali e da guerra. Avrebbero, forse, un’origine anatolica perché quegli uomini che usano uno scudo tondo e un elmo provvisto di corna sono rappresentati nei bronzetti e il loro nome ha la stessa radice “srdn” da cui deriva l’ethnos dei Sardi e che si trova incisa sulla “stele di Nora” dell’VIII a.C. (sotto, foto della stele).

Nell’Età del Bronzo il quadro delle primitive culture sarde si trasforma completamente rispetto al passato. Su tutta l'isola sorgono migliaia di nuraghi, costruiti con possenti blocchi di pietra.
Queste ciclopiche torri rotonde caratterizzano il paesaggio della Sardegna, soprattutto quella centrale, creano una immagine di fortezza e potenza. Queste ciclopiche costruzioni , edificate a secco con enormi massi posti a forma di cono e dislocate in altura, nei punti strategici che consentivano la trasmissione dei messaggi da uno all’altro, svolsero funzioni non solo di difesa ma certamente anche di osservazione e studio degli astri. L'archeologia da tempo continua nella ricerca e nello studio per verificare le varie ipotesi formulate. Nel 1800 e nei primi anni del 1900 erano piuttosto accese le discussioni sul significato e sulla funzione dei nuraghi. Dopo gli scavi archeologici di Taramelli, le indagini del Lilliu e le numerose ricerche topografiche non ci sono più dubbi sul loro ruolo di edifici fortificati. Per la loro eccezionale monumentalità si differenziano non solo dalle abitazioni del villaggio ma anche dai templi e dagli edifici sepolcrali. Ancora oggi, dopo 3500 anni, i loro ruderi sono grandiosi e suggestivi: sono le più possenti, e tecnicamente le più perfette, costruzioni megalitiche d'Europa e di tutta l'area del Mediterraneo occidentale.
Ma dove ci porta la recente e misteriosa scoperta della “ Stele di Gremanu”, con incisioni che, senza ombra di dubbio ci portano allo studio degli astri? E’ una conferma che il popolo nuragico era un popolo di grandi navigatori? Alcuni studiosi ne sono convinti, a partire da Roberto Barbieri.

Ecco perché.
Alla base di queste serie considerazioni che legano astronomia, nuraghi, tombe dei giganti e navigazione, c’è l’intuizione di un naturalista di Alghero, Roberto Barbieri, responsabile della spedizione e del team di archeologi (guidati da Giampiero Pianu dell’università di Sassari) che da circa un anno lavorano al progetto della nave nuragica:

una grande imbarcazione, ricostruita dai modelli rappresentati nei bronzetti, solcherà il Mediterraneo partendo dalla Sardegna sino alla Grecia e alla Turchia.
«In questa lunga ricerca di indizi archeologici, utili a documentare l’attività navale e l’alto grado di conoscenze di tecnica di navigazione della civiltà nuragica, mi sono spinto sino all’entroterra sardo», racconta Barbieri.
Precisamente a Fonni, a pochi chilometri da Corr’e Boi, luogo emblema che rimanda col toponimo e con il suo skyline al culto ancestrale del dio toro. Proprio qui è stata rinvenuta una stele particolare, con incisioni di grande effetto, mai viste prima, che attestano, senza ombra di dubbio essere una delle più antiche mappe del cielo.

Il ritrovamento è avvenuto nel sito archeologico forse tra i più interessanti dell’Isola: il complesso di Gremanu o Madau.
Questo complesso nuragico, esteso per oltre sette ettari, si articola, a monte, in una serie di fonti e pozzi per la captazione e la raccolta delle acque e, a valle, in una serie di templi con abitato. Vicino sorge anche una necropoli, sempre nuragica, con 4 tombe di giganti.
A Gremanu ci troviamo di fronte all’unico esempio finora noto di “acquedotto” nuragico, un complesso di fonti collegate tra loro da un elaborato progetto idraulico, funzionale alla raccolta delle sorgenti della montagna, le cui acque venivano utilizzate per i riti religiosi e per il fabbisogno ordinario delle genti del villaggio che stava in basso. Da una prima fonte le acque passavano attraverso una canaletta ad un secondo pozzo circolare; da questo secondo pozzetto mediante un’altra canaletta l’acqua veniva convogliata verso il pendio e raccolte nel sottostante complesso templare e abitativo. Sul lato destro del parametro murario ad emiciclo che delimita lo spazio di rispetto delle fonti le indagini hanno riportato in luce una vasca di forma rettangolare, costruita con conci in basalto “a T” metodicamente lavorati dai nuragici con scalpelli per rifinire e lisciare le superfici in vista. L’interno della vasca è pavimentato da lastre di trachite e di tufo legate da incastri perfetti. Nelle vicinanze è stata trovata una testina d’ariete in trachite. L’uso di queste fonti appare esclusivamente religioso. Soprattutto, la vasca rituale (per le abluzioni purificatorie, molto simile a quella del nuraghe “Nurdole” di Orune) e le numerose basi per offerte rinvenute nel villaggio sottostante sono delle chiare testimonianze di sacralità del luogo.
E proprio a Madau, tra le tombe megalitiche a forma di toro e di nave, che già avevano affascinato Giovanni Lilliu negli anni ’80, ecco la scoperta sensazionale, qualcosa di insolito, che arrivava a noi dal mondo prenuragico: nella tomba numero 1, spunta una stele istoriata, forse, l’anello di congiunzione tra gli antichi sardi e il mare. Nell’ampio studio effettuato sul sito e sul ritrovamento (“Il complesso nuragico di Gremanu”, di Maria Ausilia Fadda e Fernando Posi, Delfino Editore), la stele viene raffigurata in un interessante grafico che riporta ben in evidenza il lavoro di incisione. La studiosa parla «di stele istoriata con motivi magico-simbolici».
Ma agli occhi di un navigatore abituato a leggere il cielo, non può sfuggire che «quelle coppelle incise nella pietra», sostiene Roberto Barbieri, presidente dell’associazione La Nave Nuragica, «sono una formidabile e puntuale rappresentazione delle Pleiadi». Chi ha scritto quella pietra, migliaia di anni fa, leggeva il cielo. E lo faceva molto bene. «Certamente aveva una spiccata familiarità nella lettura degli astri, come dimostra la fedele rappresentazione delle sette stelle principali che formano le Pleiadi».
Ipotesi questa suggestiva quanto sconvolgente. Ma non impossibile. «La perfetta corrispondenza della rappresentazione stellare, se confermata, prova come l’autore avesse precise conoscenze di astronomia e soprattutto una straordinaria abilità tecnica», continua Barbieri.
Anche Eugenio Muroni, ricercatore della Soprintendenza e astrofilo sassarese afferma: «Si tratta certamente di una mappa del cielo […] I due gruppi di coppelle, rappresentano con notevole realismo i due sistemi stellari “ammassi aperti” delle Pleiadi e delle Iadi, con in basso a sinistra la V del Toro e il suo occhio, la stella Aldebaran».
La misteriosa stele ha creato tanti nuovi segugi: dalla costa sino al cuore dell’Isola, tutti a caccia di ulteriori prove e indizi. Indizi collegati con la navigazione nuragica, come gli allineamenti di nuraghi-faro, ad iniziare da Cala del Vino o la straordinaria ancoretta pendaglio in bronzo, datata addirittura XIV secolo a. C, di Posada, esposta nel Museo “Sanna” di Sassari.
Muroni, autore di uno interessante studio sull’altare di Monte D’Accoddi, si spinge oltre e ipotizza: «Nella stele di Madau sono presenti le raffigurazioni di quelle che potrebbero essere le “montagne del cielo”, ovvero i luoghi alti terrazzati con punto apicale stellare». Insomma quella pietra sarebbe una sorta di certificato di nascita della misteriosa Ziqqurat turritana. «Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione nella ricerca archeologica in Sardegna», azzarda Muroni riferendosi alla lettura astrale della stele di Madau.
Si può ragionevolmente ipotizzare dunque che la stele di Madau, riletta da chi frequenta il mare, è solo la prima testimonianza di quanto gli antichi abitanti dell’Isola sapessero utilizzare i mille sguardi della volta celeste non solo per finalità pratiche e religiose ma anche per la loro sete di conoscenza del mondo a partire dalla navigazione!
La Sardegna è veramente straordinaria!
Mario Virdis



























Zona del ritrovamento.

mercoledì, ottobre 13, 2010

«TRE COSE CI SONO RIMASTE DEL PARADISO: LE STELLE, I FIORI E I BAMBINI». (Dante Alighieri)


Oristano 13 Ottobre 2010

Cari amici,

l'argomento di oggi è di quelli che fanno riflettere, fanno pensare. Forse per questa ragione ho voluto iniziare questi miei pensieri con un aforisma attribuito al nostro sommo poeta: Dante Alighieri. Eccole.



«...Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini».



A me queste parole sono sembrate terribilmente vere. Sicuramente Dante, mentre portava a termine il suo capolavoro, la "Divina Commedia", quel suo meraviglioso viaggio interiore, mistico, teso a scoprire e quantificare la miseria e la ricchezza del genere umano, si era reso conto della reale pochezza dell'uomo. Un pellegrinaggio nell’anima il suo, dove la luce abbagliante della speranza spesso cercava di mettere a nudo i lati oscuri, nascosti nella storia di ogni uomo.
Le stelle i fiori ed i bambini: certamente tre delle cose più straordinarie che il genere umano possa annoverare su questa terra! In esse, in questo triangolo perfetto, è scritto il ciclo della vita: la volta celeste, piena di stelle, che rispecchia il moto dell’universo, i fiori che rappresentano il costante rinnovarsi delle risorse che consentono la vita ed i bambini, quello straordinario perpetuarsi dell’uomo che da millenni abita, non sempre degnamente, questo mondo.
Come utilizza, infatti, l’uomo questi straordinari “pezzi” di paradiso? Quali, soprattutto, le attenzioni dedicate ai bambini, questa nostra incredibile risorsa che ci consente di perpetuarci nel tempo? Non certo quella che dovremo! Spesso, anzi, cogliamo tutte le occasioni possibili per profanarla, per sporcarla, rinnegando la nostra stessa vita, la nostra speranza.
Mi chiedo: quali sarebbero stati, oggi, i gironi destinati ai profanatori di questi ultimi spicchi di Paradiso, se Dante rifacesse un “nuovo viaggio” ? In particolare quale sarebbe stato il girone riservato a chi poco o niente si cura del benessere dei tanti, dei milioni di bambini, che ogni giorno muoiono ne mondo nella nostra totale indifferenza? Certamente ne avrebbe ideato uno nuovo e più terribile di quelli precedentemente concepiti.
Cari amici, nel mondo, purtroppo, nonostante le promesse muoiono ancora troppi bambini che hanno solo il torto di essere stati messi al mondo! Promesse spese, prese e non mantenute.
Il forte impegno assunto dalla gran parte degli Stati nel 2000, e che stabiliva gli “ Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, è ancora in gran parte sulla carta. I previsti miglioramenti globali nei confronti di donne, bambini e poveri, stentano a decollare. Gli obiettivi ipotizzati, anche se alcuni successi sono stati ottenuti, sono ancora lontani dall’essere raggiunti.
Il traguardo purtroppo è ancora lontano: ogni giorno muoiono mille donne per gravidanza o parto. Eppure i firmatari si impegnarono a "garantire che la globalizzazione diventasse una forza positiva per tutti i popoli della Terra", in particolar modo per i paesi in via di sviluppo.
Non era una promessa delle nazioni ricche verso quelle povere, ma un patto, una partnership, nella quale ciascuna delle parti si impegnava a rispettare le promesse fatte alla propria popolazione e agli altri partner.
L’accordo previsto negli “ Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, fissava traguardi precisi da raggiungere entro il 2015. Ecco gli otto punti qualificanti:

- dimezzare fame e povertà;
- offrire un’istruzione di base universale;
- ridurre la mortalità infantile;
- migliorare la salute materna;
- combattere le malattie epidemiche come AIDS e malaria;
- promuovere parità dei sessi e l’autonomia delle donne;
- garantire la sostenibilità ambientale;
- sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo.









La Conferenza Mondiale, tenutasi dal 20 al 22 settembre 2010 a New York prima dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha cercato di verificare la situazione reale: constatare a che punto era il percorso per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, in precedenza concordati.
I dati accertati, però, non sono stati confortanti. Eccone alcuni.
Sulla mortalità infantile i dati resi noti dall’UNICEF evidenziano che ogni giorno continuano a morire circa 22.000 bambini per cause che in larga parte potrebbero essere evitate. Il 70% di questi decessi avviene nel primo anno di vita. Inoltre un quarto della popolazione infantile del pianeta è afflitta dai sintomi della malnutrizione (crescita insufficiente e altre patologie).
La tre giorni di New York, a cui hanno partecipato oltre 140 tra capi di Stato e di governo, è stata “l'ultima occasione importante - secondo Save the Children - per soddisfare la promessa di salvare dalla morte 15 milioni di bambini entro il 2015”.
Tutte le Nazioni del mondo dovrebbero contribuire, anche se in diversa misura, a far sì che i traguardi ipotizzati possano essere – se pur con sacrificio – raggiunti.
Anche le varie Organizzazioni No-profit e Non governative possono contribuire concretamente al raggiungimenti di questi obiettivi.
Ne cito una per tutte, in quanto credo di conoscerla abbastanza bene: il Rotary International.Da anni il Rotary si batte per eliminare dalla faccia della terra la Poliomielite. Oggi, dopo anni di duro lavoro, si può affermare che dal mondo la Polio è praticamente scomparsa, che il traguardo è stato raggiunto! Una delle più terribili malattie che hanno afflitto per secoli il genere umano, sarà solo un triste ricordo.
Altri traguardi, però, attendono il Rotary, questa straordinaria Associazione a cui da tempo appartengo. I prossimi obiettivi che la nostra Associazione intende raggiungere nei prossimi anni sono proprio in perfetta sintonia con quelli di cui parlavamo prima: quelli sottoscritti nel 2.000 dagli Stati, ovvero con gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”.
Il Rotary sta già operando in quattro campi principali:

- Sanità
- Fame
- Istruzione
- Acqua


Se in tanti dovessimo concretamente operare positivamente, concentrare i nostri sforzi, entro il 2015 potremo davvero avere risultati sorprendenti.
Dovremmo partire, per aggredire veramente il problema, proprio dall’elemento principale che è alla base della vita: l’acqua.
Proprio su quest’ultimo campo il Rotary sarà particolarmente attivo. La gran parte della salute del mondo è legata alla qualità dell’acqua. L’acqua è un diritto irrinunciabile, è vita, e con essa, con la disponibilità di acqua sana e pulita, il mondo potrà, davvero, avviare a soluzione anche i tanti altri problemi ad essa legati.
Ecco, per comprendere meglio la sua importanza, voglio riepilogare con Voi le più importanti iniziative che sono state prese nel mondo negli ultimi cinquant’anni, per garantire a tutti Popoli questo inalienabile diritto: avere libera e tutelata la più importante fonte di vita, quale è l’acqua.

Cronologia degli impegni internazionali sull'acqua.
1968: il Consiglio d'Europa a Strasburgo elabora una Carta dell'Acqua, che afferma il valore di questa risorsa e dà indicazioni sulla sua tutela in 11 principi semplici e sintetici, tra cui, essenziali: · Non c'è vita senz'acqua.
. L'acqua è patrimonio comune il cui valore deve essere riconosciuto da tutti: ciascuno ha il dovere di economizzarla e utilizzarla con cura.
· L'acqua non ha frontiere, è una risorsa comune che necessita di cooperazione internazionale.
1977: a Mar del Plata si tiene la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Acqua, allo scopo di fornire un resoconto globale sullo stato delle risorse idriche e le loro modalità di sfruttamento. Viene pubblicato un documento contenente un piano di azioni (Mar del Plata Action Plan).

1980: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama il periodo dal 1981 al 1990 Decennio Internazionale dell’Acqua Potabile e dei Servizi Igienici, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere alla fine del decennio l’accesso universale ad acqua pulita e a servizi igienici nei Paesi in via di sviluppo. Viene definito “accesso” la disponibilità di almeno 20 litri di acqua pulita al giorno per persona ad una distanza minore di un miglio (1,6km) nel caso dell’acqua, e lo smaltimento sano di rifiuti solidi e escrementi nel caso dei servizi igienici.

1990: a Nuova Delhi si svolge la Consultazione Globale su Acqua Pulita e Servizi Sanitari. Nel congresso si enfatizza il concetto che acqua pulita e mezzi sicuri di scarico dei rifiuti devono essere centrali nella gestione integrata delle risorse idriche.


1992: a Dublino si tiene la Conferenza Internazionale su Acqua e Ambiente. Temi della conferenza sono il valore economico dell’acqua, il ruolo delle donne, la povertà, i disastri naturali, l’importanza della formazione. Vengono pubblicati i Principi sull’Acqua e sullo Sviluppo Sostenibile, in cui si enunciano concetti cardine sulla gestione delle risorse idriche.
1992: a Rio De Janeiro si svolge la Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (United Nations Conference on Environment and Development, Unced). Il Summit della Terra, come fu chiamato, si conclude con la pubblicazione della Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo e di Agenda 21, un piano di azione globale sullo sviluppo, centrato sull’uomo, da intraprendere a livello globale, nazionale e locale e adottato all’epoca da 178 governi. Come ulteriore risultato del Summit della Terra viene istituita la Giornata Mondiale dell’Acqua. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designa con risoluzione speciale il 22 Marzo di ogni anno Giornata Mondiale dell’Acqua.1992: nasce la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile, per assicurare un seguito ai piani di azione di Agenda 21. Si stabilisce per il 1997 una revisione dei progressi del quinquennio successivo al Summit della Terra.

1994: con il fine di assegnare la giusta priorità ai programmi di accesso alle strutture sanitarie di base per i poveri, si tiene a Noordwijk la Conferenza Ministeriale su Approvvigionamento Idrico e Servizi Sanitari.

1995: si tiene a Copenaghen il Summit Mondiale per lo Sviluppo Sociale, in cui si dà enfasi allo stato di più di un miliardo di persone che versano in condizione di assoluta povertà, vivendo nell’ impossibilità di soddisfare i più elementari bisogni umani, compresi quelli dell’accesso all’acqua potabile e a strutture sanitarie.

1996: Roma ospita Il Summit Alimentare Mondiale (World Food Summit). Si discute di ambiente e delle minacce alla sicurezza del cibo, dell’acqua e delle risorse naturali, e i rischi di uno sfruttamento ambientale non sostenibile. La Dichiarazione di Roma sulla Sicurezza Alimentare costituisce il documento di sintesi del summit.

1997: è l’anno del Primo Forum Mondiale sull’Acqua (1st World Water Forum), tenutosi a Marrakech. Vengono affrontati i temi di acqua e fognature, gestione delle risorse idriche condivise, della conservazione dell’ecosistema e dell’uso efficiente dell’acqua. Il rapporto finale è contenuto nella Dichiarazione di Marrakech.
2000: tre anni dopo Marrakech, viene organizzato il Secondo Forum Mondiale sull’Acqua, concentrato sul rapporto tra acqua e natura, acqua e popoli, acqua e sovranità. Il rapporto finale sostiene come missione la distribuzione democratica della risorsa acqua (Making Water Everybody’s Business).

2000: a settembre, gli stati membri delle Nazioni Unite adottano all’unanimità la Dichiarazione del Millennio. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosce gli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (Millennium Development Goals, Mdg) come parte essenziale della roadmap per l’implementazione della Dichiarazione del Millennio e come punto chiave per il progresso sociale ed economico in tutti i paesi. Gli Mdg riconoscono al problema dell’acqua un ruolo di rilievo essenziale per il raggiungimento del più generale obiettivo dello sviluppo umano. Nel quadro degli Mdg, l’Obiettivo 10 prevede di dimezzare entro il 2015 la proporzione di persone prive di accesso sostenibile ad acqua potabile pulita e a servizi sanitari di base.

2001: a Bonn si svolge la Conferenza Internazionale sull’Acqua. Temi principali: sviluppo sostenibile, governance, risorse finanziarie, condivisione delle conoscenza e delle buone pratiche.

2002: in settembre, a Johannesburg, Sudafrica, si tiene il Summit Mondiale sulloSviluppo Sostenibile, in cui si riafferma la necessità di una piena realizzazione dei programmi di Agenda 21 e dei principi della Conferenza di Rio. Nel Piano di Implementazione del Summit si adottano ulteriori obiettivi specifici per l’approvvigionamento idrico e i servizi igienici:· entro il 2015: dimezzare la proporzione di persone senza accesso a strutture e servizi igienici· entro il 2015: dimezzare la proporzione di persone senza accesso sostenibile a una quantità adeguata di acqua pulita. Entro il 2005: fornire acqua, servizi sanitari e igiene a tutti.

2003: Anno Internazionale dell’Acqua. A Tokyo viene lanciata la prima edizione del Rapporto Mondiale sullo Sviluppo Idrico, “Acqua per le Persone, Acqua per la Vita”. Il rapporto è parte di un progetto di valutazione in itinere che si occupa di misurare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile formulati a Rio nel 1992, e di quelli definiti dalla Dichiarazione del Millennio del 2000. 2003: Kyoto ospita il Terzo Forum Mondiale sull’Acqua, i cui risultati sono pubblicati nella Dichiarazione Ministeriale. Temi principali, le nuove politiche, la gestione integrata delle risorse, la capacity building, l’efficienza nell’utilizzo dell’acqua. Negli stessi giorni in cui si tiene il Terzo Forum sull’Acqua, a Firenze viene organizzato dal Comitato internazionale per il Contratto Mondiale dell'Acqua un Forum Alternativo a quello di Kyoto. Per contrastare le tendenze che spingono per l'inserimento dell'acqua tra i servizi sottoposti al Gats (Accordo Generale sul commercio dei servizi), consegnando di fatto la regolamentazione delle politicheidriche al Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio), viene proposta la creazione di una Rete di parlamentari europei che porti avanti le posizioni del Manifesto dell'acqua: riforma della politica agricola comune europea, tutela del bene comune acqua, organizzazione di un sistema di fiscalità europea a finalità redistributiva, gestito da un Servizio Pubblico Europeo che finanzi l'allocazione di risorse idriche per garantirne l'accesso a tutti.

2004: a gennaio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite raccomanda l’istituzione di un nuovo Decennio Internazionale dedicato alle Azioni sull’ “Acqua per la Vita”: il decennio 2005-2015, con inizio nella Giornata Mondiale dell’Acqua, il 22 Marzo 2005. Gli obiettivi sanciti dalla Dichiarazione del Millennio, dal piano di Johannesburg e da Agenda 21 rimarranno il riferimento istituzionale cardine per le azioni nel settore. Il tutto inquadrato nel Decennio Internazionale per l’Educazione e lo Sviluppo Sostenibile, programmato per lo stesso periodo.
2005: 22 marzo, Giornata Mondiale dell'acqua. Sempre a marzo si tiene il 2° Forum Alternativo Mondiale a Ginevra (Fame 2005) che ribadisce la propria posizione contro la mercificazione dell'acqua. “L'accesso all'acqua in quantità (40 litri al giorno) e in qualità sufficienti alla vita deve essere riconosciuto come diritto costituzionale umano e sociale, universale, indivisibile e imprescrittibile”.

2006: 24-29 gennaio, Forum Sociale Alternativo Mondiale sull'acqua a Caracas. Per la prima volta si raggiunge un accordo comune, condiviso da tutti i movimenti, contro la privatizzazione compendiato in tre i punti chiave:
· esclusione dell'acqua dalle leggi del mercato imposte dal Wto.
· istituzione di un osservatorio per monitorare le attività delle multinazionali sull'acqua.· fondi di solidarietà per il finanziamento di progetti. Negli stessi giorni, a Bamako, in Mali, si firma l'Appello per l'acqua, in preparazione del World Social Forum.
2006: 10-12 marzo 1° Forum dei movimenti italiani per l'acqua pubblica a Roma: varie associazioni e Ong italiane discutono tra loro, raccolgono firme e guadagnano consensi anche tra alcuni movimenti politici.2006: dal 16 al 22 marzo, IV Forum Mondiale sull'Acqua a Città del Messico. Mentre il Consiglio mondiale e i politici si riuniscono, i movimenti anti-privatisti organizzano un Forum Parallelo Alternativo, in cui si riprende lo spirito di Caracas e si tenta di creare dal mosaico di movimenti nazionali un'unica Associazione Mondiale. Il Forum si chiude con un nulla di fatto: nessun impegno preso, nessuna soluzione concreta che segni un'inversione di tendenza.

2007: dal 18 al 20 marzo, al Parlamento Europeo di Bruxelles, l'Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l'Acqua (Amece), dichiara che l'acqua è vita, e come la vita è sacra. A novembre, il Cipsi lancia con altre Ong italiane la Campagna Libera l'Acqua.

2008: a gennaio, il Gruppo di Lisbona lancia il Manifesto per l'acqua, annunciato sin dal 2003 dal Comitato per il Contratto Mondiale sull’Acqua.

Siamo nel 2010 e, purtroppo, l’acqua potabile è per tanti popoli nel mondo solo un sogno, un miraggio. Per questi l’inferno dantesco è ancora vivo e vegeto su questa terra, e, nonostante alcuni sprazzi di buona volontà, esso è destinato a durare ancora a lungo. Chissà per quanto tempo ancora!
Siamo tutti chiamati a partecipare perché tutti noi siamo parte integrante di questo mondo e nessuno si può escludere a priori, chiamarsi fuori. Non distruggiamo quel poco che ci resta del Paradiso: le Stelle i fiori ed i bambini, il nostro futuro. Facciamo in modo che la Terra possa sempre godere dello splendore delle stelle, del profumo dei fiori e del sorriso dei bambini. Sono questi l'unico nostro futuro!

Mario