sabato, febbraio 06, 2021

GLI ADOLESCENTI DI OGGI: FRAGILI E DROGATI DI VIRTUALE. IL 41 PER CENTO USA COMPUTER, TABLET E SMARTPHONE PER OLTRE 3/4 ORE AL GIORNO. LA LORO DIFFICILE CONVIVENZA TRA IDENTITÀ REALE E VIRTUALE.


Oristano 6 febbraio 2021

Cari amici,

Sociologi, psicologi e psichiatri, sono costantemente all’opera per cercare di capire e spiegare perché continua senza sosta la fuga dei nostri giovani e giovanissimi ragazzi dalla concreta realtà da vivere insieme, isolandosi dagli altri e rifugiandosi nel porto, da loro ritenuto sicuro, della realtà virtuale. Gli adolescenti, in particolare quelli dagli 11 ai 15 anni (età nella quale nel loro corpo e nella loro mente si sviluppano i grandi cambiamenti), vivono sempre di più una fase di grande vulnerabilità psicologica. Tra nuove emozioni e tempeste ormonali, l’adolescente vive momenti davvero particolari: passando in un baleno dalla gioia alla tristezza più nera, dalla risata al pianto!

Gli studiosi ammettono che soprattutto in quella particolare età della vita le tempeste emozionali sono difficili da gestire: manca la capacità di ponderare, e allora scatta l’aggressività, la chiusura in sé stessi, ed ecco, a seguire, il rifugiarsi in sé stessi, il rinchiudersi in camera, dando corpo all’idea di rifugiarsi in un “mondo virtuale”, isolandosi da quello reale, a partire dalla famiglia. I genitori devono essere consapevoli delle difficolta di questo periodo per i loro ragazzi, anni di trasformazione, che evidenziano anche una certa ribellione interiore nei confronti dei loro genitori; è un momento particolare, in cui le emozioni vanno in tutte le direzioni. Ed ecco che, in questi particolari momenti di instabilità, l'adolescente sceglie di isolarsi, e lo fa utilizzando i dispositivi digitali, la Rete, ritenendo che possano aiutarlo a gestire meglio le sue pulsanti emozioni, anche se spesso sappiamo che non è così.

Nei suoi studi, in particolare su “Identità virtuali e reali in adolescenza”, il dottor Matteo Lancini, Psicologo e psicoterapeuta, Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e dell’AGIPPsA (Associazione Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza), ha sostenuto che il problema deriva dal confronto che l’adolescente fa tra le trasformazioni del proprio corpo reale, rispetto alle sue attese ideali, riscontrando una inadeguatezza che può essere alla base del suo profondo senso di delusione. Inadeguatezza che lo sconvolge, che lo fa sentire inadeguato, anziché disinvolto, simpatico e vincente, o quanto meno presentabile al mondo. Ed ecco allora che scatta il bisogno di celarsi dietro lo schermo di un computer; cercando di appare vincente, si crea un alter-ego che funziona, dando vita alla propria identità virtuale. La rete, infatti, consente l’accesso ad una dimensione “senza corpo”, priva dello sguardo potenzialmente giudicante degli altri, che potrebbero essere abbagliati o, viceversa, disgustati dalla proprie fattezze fisiche.

Questa “trasformazione” riesce a dare all’adolescente piacere e appagamento, e spesso l’amicizia virtuale che costruisce con gli altri adolescenti ‘navigatori’, risulta autentica e durevole, spesso anche più di quella ‘formale’ che si instaura tra compagni di classe che si frequentano forzatamente. Una volta diventati protagonisti nel “mondo virtuale”, gli adolescenti sono portati a mettere “in vetrina” tutto ciò che può metterli in buona luce: anche le cose più intime, nella speranza di ricevere moltissimi “like”. Secondo recenti ricerche a livello europeo, oltre l'80% dei ragazzi di 12-17 anni è dotato di uno smartphone; e i giovani di 13-19 anni, è accertato, trascorrono in media molte ore su Internet.

Cari amici, molto si è scritto sui pericoli dell’online per gli adolescenti, suggerendo e dando consigli sia ai genitori che agli adulti che si occupano di loro, sottolineando quello che i ragazzi si possono trovare ad affrontare online: cyberbullismo sui social network e sui programmi di messaggistica, visualizzazione di contenuti dannosi, la possibilità che la consultazione, fatta soprattutto con lo smartphone, si trasformi in dipendenza. Ed ecco che arrivano, sempre più pressanti, gli inviti ai genitori a vigilare sull'uso delle tecnologie digitali dei loro ragazzi. Un altro dei seri pericoli a cui i ragazzi vanno incontro, riguarda il contatto online con estranei. Il 12% degli adolescenti ha preso un appuntamento con uno sconosciuto che ha incontrato online. Infine, anche il tipo di siti visitati viene messo in discussione da quando si sa che l'8% dei ragazzi ha già visitato siti di tipo pro-anoressia o pro-bulimia, il 6% siti che veicolano messaggi di odio, il 3% siti con contenuti pericolosi a riguardo di droga, autolesionismo o suicidio.

Il compito dei genitori, degli insegnanti e degli educatori non è né semplice né facile. I teenager, i nostri figli adolescenti, vivono questa pericolosa realtà virtuale in quanto sono alla disperata ricerca della loro identità; l’ingresso nell'adolescenza ha sempre comportato un forte desiderio di distanziarsi dai propri genitori e affermare la propria indipendenza. La connessione digitale corrisponde a questo loro bisogno di autonomia. Il controllo genitoriale è pressoché impossibile, l'accesso alla rete è gratuito, illimitato e anonimo. Ed ecco allora gli adolescenti entrare a far parte di un gruppo, dove comunicare e confrontarsi continuamente tra di loro sulle diverse problematiche, anche le più banali diventa regola; è in questo loro mondo cercano di essere unici e identici allo stesso tempo, e, per farlo, i Social Network soddisfano pienamente questo loro bisogno vitale.


Il problema, cari amici, è davvero molto serio, e il compito dei genitori (il consiglio è quello di essere, nei limiti del possibile, AUTOREVOLI e non AUTORITARI) davvero immenso!

A domani.

Mario

venerdì, febbraio 05, 2021

GIOCO E GIOCATTOLI. LA STRAORDINARIA STORIA LUDICA DELL’UOMO, CHE AMA GIOCARE NON SOLO DA BAMBINO MA ANCHE DA GRANDE.

Giochi antichi e...moderni!

Oristano 5 febbraio 2021

Cari amici,

Il gioco è la grande palestra di apprendimento dell’età infantile, formativa ed estremamente utile, che predispone nel modo migliore i bambini agli impegni futuri, quelli da affrontare ‘da grande’. Il gioco, però, non è un’attività strettamente infantile, bensì una reale necessità umana, valida a tutte le età, per cui anche l’adulto sente il bisogno costante di impegnarsi in particolari “giochi”, congeniali alla propria personalità e che gli permettono di soddisfare certe sue esigenze interiori, sia di competitività che di evasione, in quanto risultano necessarie al mantenimento del suo equilibrio psichico e fisico.

Nella sua opera “Homo ludens” (1938) il saggista olandese Johan Huizinga sostiene che quattro sono le caratteristiche più importanti del gioco.

1) La libertà del soggetto che si mette a giocare. Il gioco è un atto libero, che si compie solo perché procura gioia.

2) Il gioco non rappresenta la vita vera. Il bambino sa che quando gioca lo fa per scherzo, è una finta, ma lo compie ugualmente con grande serietà.

3) Il gioco è limitato nel tempo e nello spazio.

4) Il gioco porta in un’altra dimensione, che è nella parte più intima dell’uomo.

Il bisogno di cimentarsi nel gioco è presente, dunque, nell’uomo fin dall’antichità, e i bambini anche dei tempi passati trascorrevano le ore praticando numerose attività ludiche, in particolare all’aperto, e con l’utilizzo di materiali facilmente reperibili nell’ambiente (sassi, pezzi di legno, avanzi di stoffa, etc.). Ciò è dimostrato anche dal fatto che praticamente in ogni parte del mondo i primi, elementari giochi siano stati praticamente identici. Le scoperte archeologiche hanno evidenziato che i primi giocattoli veri e propri riproducevano armi ed aratri (a simboleggiare le due principali attività delle popolazioni antiche, l’agricoltura e la guerra), oppure oggetti di uso quotidiano, realizzati in miniatura e in forma più rudimentale.

Altro fatto importante è che fin dall’antichità venivano preparati giochi ‘diversi’ per i due sessi: alcuni destinati ai bambini e altri alle bambine, e servivano a prepararli mentalmente ai compiti futuri; le bambine si esercitavano con gli utensili da cucina in miniatura, con arredi e corredi, oppure con le bambole, mentre i maschi si dilettavano con carrettini, aratri e soldatini in stagno (universalmente conosciuti da romani, etruschi, greci ed egizi). Poi, col passare dei secoli anche nel gioco le variazioni furono tante, a volte epocali.

Nel Medioevo, seppure i cambiamenti non furono eccessivi, le variazioni rispetto al passato servirono a influenzare il destino e la posizione sociale dei bambini: al futuro prete l’altare in miniatura o piccoli oggetti liturgici, al militare i soldatini di piombo o terracotta oppure piccoli cannoni e spade di legno; alle bambine, in quanto dovevano prepararsi alla vita coniugale, venivano regalati fusi per filare, stoviglie e arnesi per cucinare, ma soprattutto bambole per sognare il ruolo di mamma. Per chi si preparava alla via del convento, anche la bambola risultava vestita in modo adeguato.

Nella seconda metà del XVIII secolo la fabbricazione dei giocattoli ebbe grande impulso. Attraverso fiere e mercatini i venditori ambulanti, oltre ai tradizionali giocattoli, cominciarono a far circolare giochi di carte, tombole, gioco dell’oca, abbecedari, immagini a stampa con figure infantili e tanti giocattoli di latta. Cominciarono anche a comparire gli ingegnosi giocattoli animati; nel 1701 in Inghilterra fu venduto un bambolotto che poteva girare gli occhi ed emettere vagiti.

Tra l’800 e il ‘900, grazie all’educatrice e pedagogista Maria Montessori, l’attività ludica si affermò come “componente fondamentale” dello sviluppo del bambino. Il giocattolo diventò così sempre più importante, facendo sviluppare fabbriche per la produzione di giocattoli in serie, divisi a seconda dei ceti, per età e sesso. Particolare successo riscossero i giocattoli “animati meccanicamente”, come i trenini, le automobili e le navi; vennero anche creati clowns e animali dotati di movimenti automatici molto semplici. L’Italia iniziò la sua produzione di giocattoli in serie in legno intorno al 1885, mentre la prima industria di giocattoli e di bambole data al 1872.

Locke
Cari amici, per il bambino è ormai dimostrato che il gioco non è un semplice passatempo ma un vero e proprio esercizio formativo. Già nel 1500 Michel Eyquem de Montaigne (1533-92) sosteneva
che "i giochi dei fanciulli non sono giochi e bisogna giudicarli come le loro azioni più serie". (Saggi, lib. 1°, cap.22). Nel 1600 il filosofo e pedagogo inglese John Locke (1632 - 1704) riteneva fondamentale per il bambino apprendere attraverso il gioco: la sua concezione pedagogica risulta straordinariamente attuale. "Tutti i giochi e tutti gli svaghi dei bambini debbono essere diretti a formare abitudini buone ed utili, altrimenti saranno la causa di quelle cattive. Ogni cosa che i bambini fanno in quella tenera età lascia loro qualche impressione, e da essa ricevono una tendenza al bene o la male; ed ogni cosa che abbia un'influenza di questo genere non dovrebbe essere trascurata" (Pensieri sull'educazione, La nuova Italia, Firenze, 1992, pp. 177 - 178).

Il gioco, amici miei, è una cosa davvero seria, specie nel periodo della formazione.  Lo è, come detto prima, anche da adulti; ma il gioco fatto ‘da grandi’ resta valido e fruttuoso solo se rimane ancorato al relax, alla gioia del distacco dalle pesanti attività correnti e al ristoro della mente! Quando (purtroppo succede) il gioco diventa “DIPENDENZA, SCHIAVITÙ E VIZIO”, allora costituisce un grande pericolo, per cui è necessario intervenire con grande prontezza e capacità. Su questo argomento, che riguarda quel male terribile sempre più diffuso che si chiama "Ludopatia", tornerò presto con una nuova, specifica riflessione.

Grazie dell’attenzione.

A domani.

Mario

 

 

giovedì, febbraio 04, 2021

L’INCERTEZZA SUL FUTURO DELLE NUOVE GENERAZIONI. LA SCARSA FIDUCIA DEI GIOVANI, TRA TECNOLOGIA E MANCANZA DI LAVORO.


Oristano 4 febbraio 2021

Cari amici,

Mentre la mia generazione, quella composta dai giovani e giovanissimi nati al termine di una guerra fratricida che aveva creato enormi danni, sia di natura sociale che economica, cercava disperatamente, ma con grande speranza, di provare a ricostruire un’Italia a pezzi, quella dei giovani di oggi risulta alquanto diversa, che a quanto risulta non pare animata dagli stessi sentimenti e dalla stessa fiducia nel futuro che avevamo noi. Eppure confrontando la situazione di oggi con quella di ieri, le differenze appaiono molto diverse, sotto certi aspetti addirittura abissali.

I giovani di oggi vivono in famiglie che in gran parte mancano di problemi economici, e forse per questo vorrebbero “tutto e subito”, senza attese, senza impegno e senza sofferenza, mentre noi, nati negli anni 40 e 50 del secolo scorso, abbiamo fatto parte di quella generazione cresciuta senza giocattoli, senza abiti firmati, senza play station e telefonini, senza vacanze e spesso anche senza avere un primo e un secondo a pranzo e a cena. Il mondo è cambiato tanto in appena mezzo secolo, e non sempre in meglio. Quali dunque le maggiori differenze tra i giovani di ieri e quelli di oggi? Indubbiamente le maggiori diversità si riscontrano in due grandi campi: quello della fiducia e quello della speranza.

I numerosi studi sul problema hanno evidenziato che quello che colpisce particolarmente i giovani di oggi è un diffuso senso di insicurezza sul futuro. Sono numerosi i casi registrati, anche con vivo allarme, di ragazze e ragazzi veramente angosciati circa il loro prossimo futuro, fatto di disoccupazione, crisi finanziaria globale, precarietà lavorativa “eterna”, profonde incertezze finanziarie, etc.; questo li porta a vivere un presente fatto di provvisorietà, privo di aspettative migliorative, circa il loro futuro. Si, perché in realtà tra il futuro e il presente vi è un rapporto simbiotico: se l’immagine che sogniamo per il futuro appare pregna di negatività, lo scoraggiamento che ne deriva si ripercuote e influenza anche il presente.

Le diverse indagini portate avanti hanno evidenziato che le ragazze e i ragazzi intervistati, in gran parte immaginano che “il mondo che verrà” sarà carico di sfumature negative, e questo li spinge a vivere in negativo anche il presente, caricandosi così di tensioni ed emozioni negative, come rabbia, ansia, invidia, paura e tristezza interiore. La prima ripercussione di tali stati emozionali negativi è la loro mancanza di stimoli, l’incapacità d’azione e una sorta di indifferenza al poco piacevole scorrere della loro vita. Traumi interiori, questi, che li trasformano in soggetti abulici, poco attivi nell’assunzione di responsabilità in quanto delusi dalla Società e dal mondo degli “adulti”. Sta a noi “adulti”, dunque, cercare di ascoltare e comprendere questo disagio, senza restare sordi a tali loro grida di allarme; noi dobbiamo fare di tutto per cercare di insegnare loro ad avere fiducia nel futuro.

Cari amici, Maura Manca (oristanese, psicologa Clinica e Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica, Clinica e dello Sviluppo, Esperta in Psicodiagnostica Clinica e forense, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza), in relazione a questo problema dei giovani ha avuto modo di affermare che “Bisogna incoraggiare, rinforzare le speranze nel futuro di questi giovani; bisogna intervenire fin da quando sono piccoli, fin dall’adolescenza, quando iniziano a sognare e a mettere le basi per il proprio futuro professionale. Le principali agenzie educative, non devono mai smettere di alimentare i loro sogni e le loro ambizioni, di spiegargli che anche se è difficile, c’è sempre un valido motivo per cui combattere che si chiama VITA, perché c’è sempre una via d’uscita, anche se non si trova con facilità”.

Il problema principale, sostiene Maura Manca, è la mancanza di lavoro, e, quel poco che è presente, è quasi sempre di grande precarietà. Il lavoro per i giovani è qualcosa di fondamentale da punto di vista psicologico, perché permette l’autoaffermazione, l’autonomia economica, la realizzazione dei propri sogni e la soddisfazione dei propri bisogni. Consente poi di sperimentare la propria autoefficacia e di rinforzare la propria autostima. Essendo il lavoro è il primo ad essere intaccato dalla crisi che ci attanaglia, ecco che i giovani entrano in crisi di identità, subiscono un crollo personale con l’aumento delle paure di non farcela. Ciò che distrugge i giovani dal punto di vista psicologico è l’impotenza, il non riuscire ad esprimersi, a realizzarsi, a dare vita alle proprie aspettative e a quelle degli altri.

Cari amici, sta a noi adulti, dunque, sostenerli fino in fondo, ricordando loro che siamo con loro, che soffriamo con loro, che anche noi, figli di un’altra epoca abbiamo sofferto ma poi abbiamo vinto le sfide. Ricordiamo loro che c'è sempre una via d'uscita, anche quando non è facile trovarla! E, soprattutto, non abbandoniamoli mai, ma lottiamo sempre stando al loro fianco.

A domani.

Mario

 

mercoledì, febbraio 03, 2021

LA PENNICHELLA. IL RIPOSINO POMERIDIANO FA DAVVERO BENE ALLA SALUTE? CERTAMENTE SI, DICONO GLI ESPERTI, AL CORPO E ALLA MENTE!


Oristano 3 febbraio 2021

Cari amici,

Ormai le ricerche effettuate lo dimostrano: concedersi un regolare pisolino pomeridiano fa bene alla salute del corpo e della mente in particolare, migliorando le proprie capacità cognitive. Quanto al corpo, questo break, questo piccolo stop all’attività, riduce lo stress e fa bene al cuore, mentre stimola la nostra creatività. Insomma la dormitina dopo pranzo risulta essere un vero toccasana sia per il corpo che per la mente! Contrariamente al vecchio detto popolare che sostiene che “chi dorme non piglia pesci”, schiacciare un sonnellino dopo pranzo (di solito tra i 20 e i 40 minuti), risulta ampiamente positivo, in quanto permette di ricaricare le nostre batterie, aiutando in questo modo il cervello a ricevere nuovi stimoli.

Un recente studio britannico (condotto da un team di ricerca in diverse città della Cina), pubblicato sulla rivista General Psychiatry, ha preso in esame circa 2.214 persone over 60 di sesso sia maschile che femminile, residenti in disparate città della Cina. I modelli di sonno presi in esame erano diversi. Per 1.534 persone coinvolte nella ricerca prevedevano dei pisolini pomeridiani; questi ultimi avevano una durata variabile dai cinque minuti alle due ore circa. Le restanti 680 persone, invece, non avevano questa sana abitudine. Successivamente, i partecipanti alla ricerca sono stati sottoposti ad un test di screening di demenza senile. Dai risultati raccolti è emerso che chi si concedeva un pisolino pomeridiano godeva di una mente più agile e la sera riusciva a stare sveglio a lungo. Di conseguenza, le capacità cognitive dei soggetti, come la memoria e l'attenzione, sono risultate più performanti.

I risultati di questo studio confermano che concedersi un sonnellino dopo pranzo risulta di fondamentale importanza per il nostro benessere psico-fisico. Questo ‘riposino’ è in grado di apportare tanti benefici ed è consigliato soprattutto a chi studia o svolge un lavoro intellettuale. Infatti, un buon riposo è in grado di potenziare le proprie prestazioni mentali del 34%, oltre a mantenere alta la soglia di attenzione. Benefici importanti sono anche quelli inerenti alla salute del corpo: a trarne beneficio è in particolare il cuore, perché vengono ridotti i problemi cardiovascolari e il deposito di trigliceridi nel sangue, responsabili del colesterolo cattivo; il riposo pomeridiano inoltre contribuisce a ridurre lo stress, favorendo la diminuzione del cortisolo, noto come ormone dello stress.

Dallo studio britannico è inoltre emerso anche un altro particolare importante: le persone abituate a fare la pennichella di pomeriggio, si mantenevano più giovani, non solo dal punto di vista mentale ma anche estetico; il motivo è presto detto: un sonno ristoratore è in grado di migliorare lo stato della pelle che risulta più elastica e luminosa. Nelle conclusioni dello studio, i ricercatori hanno affermato che non sono stati in grado di dimostrare come la pennichella possa prevenire la demenza e il declino cognitivo nelle persone anziane ma, di certo, è un toccasana per l'umore, contribuendo a donare un senso di appagamento e benessere che si protrae per il resto della giornata.

NAP ROOM

Quanto detto è dimostrato anche dal fatto che alcune aziende americane hanno introdotto con favore la pennichella dopo pranzo dei propri dipendenti, attrezzando della particolari “Nap room”, cioè delle stanze per la pennichella; l’introduzione sembra funzionare, in quanto ne beneficia il cervello e ovviamente il rendimento sul lavoro. Lo conferma anche il dottor Vincenzo Tullo, specialista neurologo e responsabile dell’ambulatorio sulle cefalee di Humanitas. Ecco la sua opinione: “È vero, la pennichella fa bene. Gli studi scientifici degli ultimi anni confermano che il riposino pomeridiano migliora il rendimento del nostro cervello ad ogni età, e non solo agli anziani, perché potenzia la memoria, la creatività, i riflessi, migliora l’umore e riduce lo stress”.

“La pennichella più efficace, – ha continuato il dottor Vincenzo Tullo - quella che fa bene al cervello, ha però caratteristiche specifiche e cioè non deve superare i 20 – 30 minuti, per non alterare il normale ciclo sonno-veglia e farci rimanere svegli di notte, e deve avvenire tra le 13.00 e le 15.00 per migliorare l’attività dell’emisfero destro del cervello e potenziare la creatività. In questo modo, la pennichella diventa un giusto e salutare momento di riposo e recupero delle performance mentali tanto che al risveglio potremmo trovare nuove idee vincenti per il lavoro ma anche per la vita quotidiana. Infatti, il riposino pomeridiano, purché con queste caratteristiche di durata e orario, permette di abbassare la concentrazione nel sangue dell’ormone dello stress, cioè il cortisolo, responsabile anche di ipertensione e sovrappeso, apportando così beneficio non solo al cervello e al cuore, ma anche al metabolismo andando così a regolare il senso di fame e sazietà. Infine, non sorprende che il risultato di pochi minuti di pennichella dopo pranzo abbia dimostrato di avere un così grande impatto sulle performance mentali sul lavoro, che nelle aziende che hanno adottato le “Nap room” sia richiesta la prenotazione della stanza per la pennichella con largo anticipo.”

Che dire, amici, con queste caratteristiche…, sarebbe davvero un peccato non usufruirne…! Viva la pennichella!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 02, 2021

LA SCUOLA E LA NECESSARIA FORMAZIONE DEI GIOVANI. GENITORI E INSEGNANTI “INSIEME” PER EDUCARE E PREPARARE ALLA VITA LE NUOVE GENERAZIONI.


Oristano 2 febbraio 2021

Cari amici,

Se è pur vero che la scuola è il luogo ufficialmente deputato non solo alla formazione culturale ma anche a quella educativa, è anche vero che questo compito sarebbe irrealizzabile senza la necessaria collaborazione delle famiglie dei ragazzi che frequentano i vari corsi scolastici. Un forte connubio tra genitori e scuola è assolutamente indispensabile per la completa e valida formazione dei ragazzi. In assenza di questa ‘alleanza’, l’impegno dei docenti risulta spesso vanificato e gli esempi di certo non mancano. Si, amici, va sempre più emergendo una realtà concreta: senza la reale cooperazione delle famiglie, considerate dalla scuola (che aggiunge la parte formativa) il primo partner educativo, non si raggiunge l’obiettivo di costruire una nuova generazione correttamente formata.

Purtroppo molto spesso questo relazione, questo connubio tra famiglia e scuola, non solo manca ma diventa addirittura contrastante. Di esempi se ne potrebbero fare tanti, come quello, che voglio portare oggi alla Vostra attenzione, esempio che ha, come argomento principale, quell’oggetto di cui ormai non si può più fare a meno a tutte le età: il telefonino. Come è noto, i diversi regolamenti scolastici della gran parte degli Istituti, prevedono che durante le lezioni l’uso del telefonino risulti vietato; questo carismatico aggeggio, durante le ore di lezione va messo da parte, lontano dalla tentazione degli alunni. Una regola importante, divenuta necessaria per evitare distrazioni e poter meglio seguire, con reale attenzione, la lezione del docente di turno. Spesso però, le violazioni risultano all’ordine del giorno, facendo scattare, per gli studenti inadempienti, l’applicazione dei provvedimenti previsti.

Violazione che, proprio di recente, è avvenuta anche in una scuola di Carmagnola, in provincia di Torino, dove una studentessa che frequenta le scuole medie presso l'Istituto Comprensivo di Corso Sacchirone, è stata sorpresa dalla professoressa di arte ad armeggiare con lo smartphone durante la lezione. Come previsto dal regolamento interno di questa scuola, il telefonino è stato sequestrato e posto al sicuro, in attesa di restituirlo non all’alunno ma ai genitori, che avrebbero dovuto firmare, all'atto del ritiro, un'apposita dichiarazione. I genitori degli alunni, come indicato nel regolamento, devono presentarsi "di persona" nella scuola, per riavere il telefonino ed avere così, di prima mano, precisa cognizione della violazione commessa.

Nel caso della scuola di Carmagnola, invece, il padre della studentessa, infuriato per l'accaduto, anziché comportarsi da padre collaborativo rimproverando la figlia, decide invece di denunciare la scuola. Una decisione che certo nessuno si aspettava da questo genitore (un uomo di 59 forse più autoritario che autorevole) che, seppure edotto circa la violazione commessa dalla figlia, anziché redarguirla per il mancato rispetto normativo della scuola, denuncia l'istituto per appropriazione indebita!

L'uomo, affermando di non potersi presentare a scuola, chiede perentoriamente la restituzione immediata dello smartphone alla figlia, ma la Preside dell'Istituto, la docente Carla Leolini, rifiuta l’imposizione del padre della studentessa. «C'è un regolamento che è stato stabilito per una finalità educativa e che parla chiaro; prima della pandemia chiedevamo a tutti gli studenti di lasciare il telefono in una scatola all'entrata in classe; ora non possiamo accumularli tutti insieme e li facciamo mettere sul davanzale. Se un alunno lo usa invece di seguire la lezione, l'insegnante deve intervenire».

Come ha riportato il quotidiano La Repubblica, alla fine il genitore della studentessa si è presentato a scuola per farsi riconsegnare lo smartphone. Il confronto costruttivo auspicato dall'Istituto però non c'è stato: l'uomo ha insultato diversi membri del personale scolastico, prima di recarsi in una caserma dei carabinieri e sporgere denuncia contro la dirigente scolastica. Sicuramente un comportamento anomalo da condannare, che testimonia come quel necessario rapporto di collaborazione educativa tra famiglia e scuola risulti essere sempre più sfilacciato, contribuendo a creare giovani non solo sempre meno acculturati ma soprattutto meno educati.

Cari amici, quando viene meno la corresponsabilità tra Scuola e Genitori, circa l’educazione delle nuove generazioni (collaborazione che è tra i principi fondamentali espressi nella nostra Costituzione), si creano situazione pericolose, che portano i giovani ad assumere sempre più comportamenti anomali, come bullismo, diseducazione e mancato acculturamento. Le diverse esperienze fatte finora, le numerose ricerche esperite, hanno dimostrato che “solo una buona relazione tra casa e scuola”, induce gli alunni a: Ottenere migliori risultati di apprendimento, Promuovere maggiore autoregolamentazione e benessere generale, Ridurre l’assenteismo, Mantenere un rapporto più soddisfacente con insegnanti e compagni, Avere un atteggiamento più positivo verso la Scuola e coltivare maggiori ambizioni nei confronti della propria educazione.

Mi piace concludere la riflessione di oggi, riportando il pensiero del grande Gianni Rodari (1920- 1980), scrittore, pedagogista, giornalista e poeta, specializzato in letteratura per l’infanzia. Trattando l’argomento di cui parlo oggi ebbe a dire: “Per educare un bambino serve la collaborazione di un’intera Comunità educante, con un ruolo di primo piano affidato a Scuola e famiglia”.  Parole sagge, che spesso, però, restano solo sulla carta…

A domani, amici lettori.

Mario
Collaborazione scuola e famiglia



 

lunedì, febbraio 01, 2021

SARDEGNA SCARAMANTICA: PROTEGGERSI DAGLI INFLUSSI NEGATIVI È SEMPRE STATO UN BISOGNO FORTE PER I SARDI, NATO NELLA NOTTE DEI TEMPI. LA STORIA DE “SU COCCU”.


Oristano 1 febbraio 2021

Cari amici,

Come primo post di questo mese di febbraio, ho deciso di parlarvi della magica e scaramantica cultura millenaria dei sardi. Ho già avuto occasione di trattare l'argomento su questo blog nel 2011, quasi 10 anni fa. Il mio post, pubblicato il 28 novembre di quell’anno parlava dei vari riti magici messi in atto dai sardi per “scaramanzia”, in particolare per evitare i colpi del “malocchio, che, a causa dell’invidia, colpisce senza pietà. Chi è curioso può andare a leggere quanto scrissi, cliccando sul seguente link: http://amicomario.blogspot.com/2011/11/la-nostra-magica-e-scaramantica-cultura.html. In quel post scrivevo che in Sardegna “Il culto della pietra affonda le sue radici nella notte dei tempi e certamente tutta la cultura a noi nota, a partire da quella nuragica, ne è permeata”.

Oggi, però, non voglio ripetermi elencando i vari rituali usati per debellare gli influssi negativi portati da quelle persone invidiose del bene altrui, ma focalizzare l’attenzione su uno in particolare di questi oggetti, capace più di altri di proteggere la persona che lo indossa liberandolo dal malocchio o da altre “fatture” in suo danno. Questo particolare oggetto è “SU COCCU”. Vediamo esattamente in cosa consiste. Su Coccu è una pietra nera, liscia e dura, solitamente Onice nera o Ossidiana; è di forma sferica, tale da ricordare proprio quella di un occhio umano, e, secondo la tradizione, simboleggia l’occhio “buono” che si contrappone a quello “cattivo”, riuscendo a neutralizzare gli influssi negativi emanati dalle persone “velenose”.

La pietra nera trasformata in “su Coccu” di norma viene incastonata tra due coppette in argento (anche in oro), realizzate in lamina o filigrana, spesso sorrette da catenelle, sempre d’argento o d'oro. A seconda delle diverse zone della Sardegna “Su Coccu” è chiamato anche “Sa Sabegia”, “Su Pinnadellu”, “Su Pinnazzellu”, ma, a prescindere dal nome, la sua funzione resta sempre la stessa: scacciare il malocchio (in sardo “su croppu de ogu”) e contrastare l'azione nefasta de “is mazzinas”, le fatture, operate dai “bruxus o bruxas", i fattucchieri o le fattucchiere.

Il “malocchio” cari amici, è una delle tradizioni popolari più radicate in tutto il mondo. Si tratta di una superstizione secondo cui alcune persone, tramite il semplice uso dello sguardo, sarebbero in grado di lanciare maledizioni o portare sfortuna ad altre da loro odiate o invidiate. Per difendersi da queste “aggressioni”, nel tempo furono inventati tantissimi i talismani portafortuna, amuleti protettivi (scapollarius), di foggia diversa a seconda delle diverse zone, ma tutte create per coprire la persona dalle maledizioni lanciate. In Sardegna, oltre su Coccu è usato molto anche l’occhio di Santa Lucia.

Indossare semplicemente l’amuleto, però, non è sufficiente. Per esprimere tutta la sua forza l’amuleto deve assolutamente essere caricato con delle preghiere particolari in lingua sarda (is Brebus), che potenziano la funzione dell'amuleto nella protezione contro il male. 

Su Coccu montato sulla spilla d’argento, lavorata finemente a mano, veniva e viene ancora oggi regalato ai bambini appena nati (dalla nonna o dalla madrina) per proteggerli dall’invidia e dal malocchio. Si appuntava all’altezza del cuore e aveva il compito di catturare l’occhio invidioso altrui che avrebbe potuto causare al bambino del male. Si mette sulla culla, sul passeggino o sugli abiti e assorbe le energie negative. Leggenda e tradizione vogliono che la pietra assorba gli influssi negativi, trattenendoli al suo interno, e che, nell’eventualità in cui questi risultino troppo forti, questa può anche spezzarsi o staccarsi dall’amuleto, lasciando però illesa la persona che la indossa.

Con il passare del tempo, a seguito anche del cambio delle mode, su Coccu ha subito delle modifiche nella trasformazione in gioiello; mentre nell’antichità era molto gettonata la spilla, dato che le donne portavano il velo in testa (si usava appuntarlo in esso oppure nel corpetto), ai giorni nostri (visto che gli abiti Sardi ormai si indossano solo in alcune rare occasioni), possiamo ammirare su Coccu montato su bracciali, orecchini e ciondoli, restando, comunque, sempre molto efficaci contro il malocchio.

Un’altra considerazione da fare è che prima su Coccu veniva rigorosamente regalato, mentre oggi si usa anche acquistarlo per sé stessi. Di norma questo "antidoto al male" si regala anche alla sposa, per proteggere lei e il suo rapporto d'amore, ma anche a dei cari amici per evitare che vengano colpiti dal malocchio. Chi è single potrà optare per su Coccu in corallo, dato che questa pietra è famosa non solo per i suoi poteri anti negatività ma anche per richiamare l’amore; in passato era buona usanza regalarlo anche alle famiglie amiche che rischiavano di estinguersi per mancanza di discendenti diretti.

Cari amici, poco importa se nei tempi moderni che stiamo vivendo crediamo meno di ieri alla funzione protettiva de "Su Coccu", che però resta uno dei gioielli più antichi e affascinanti della cultura sarda; un oggetto che al suo interno cela una storia che si tramanda da secoli di generazione in generazione. Continuiamo dunque a regalare Su Coccu, a partire dai bambini appena nati: sarà un gesto affettivo importante e magari pure di protezione, destinato alle persone che ci vogliono bene ed alle quali noi vogliamo bene! Donare un oggetto scaramantico è sempre stata per noi sardi una cosa molto carina, che attesta il nostro amore e la nostra amicizia, a prescindere dal suo significato recondito. Augurare benessere e protezione, non dimentichiamolo mai, è sempre un gesto molto gradito e apprezzato!

A domani, amici.

Mario