giovedì, aprile 03, 2014

LA LUNGA STORIA DELLA FOTOGRAFIA: COME L’UOMO E’ RIUSCITO A CATTURARE E CONSERVARE L’IMMAGINE DEL MONDO CHE LO CIRCONDAVA. PRIMA PARTE, COME NASCE E SI SVILUPPA UN’IDEA RIVOLUZIONARIA.



Oristano 3 Aprile 2014
Cari amici,
per raccontare la storia della fotografia, forse, non basterebbe un’enciclopedia! Eppure l’idea di riportare, almeno per sommi capi, la lunga storia della “cattura delle immagini" mi balenava in testa da un po’, ma la complessità e la difficoltà di sintetizzare una materia così complicata, frenava tutta la mia voglia di raccontare. Tuttavia, cercando di essere chiaro, anche se necessariamente sintetico, oggi ho cercato di farlo, prevedendo di trattare l’argomento in diverse puntate (penso 3 o 4), ovviamente intervallate da altri argomenti, per evitare noia in chi legge. Oggi, nella prima parte, cominciamo proprio dall’inizio, dalla nascita dell'idea.
Fu il filosofo greco Aristotele (Stagira 384 a.C. – Calcide, 322 a.C.) a rendersi conto, osservando la luce che passava attraverso un piccolo foro, che questa proiettava un'immagine circolare. Curiose osservazioni di giochi di luce, che al momento non svilupparono le possibili applicazioni. Successivamente lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham, intorno al 1039, partendo dalle stesse osservazioni di Aristotele, iniziò a cercare applicazioni al fenomeno, definendo la scatola nella quale tutte le immagini si riproducevano con il termine "camera obscura". E’ ancora presto, però, per arrivare alle prime possibili applicazioni pratiche. Nel 1515 Leonardo da Vinci, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, descrisse una camera oscura che chiamò "Oculus Artificialis" (occhio artificiale). Questo rudimentale apparecchio fu usato per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544, e fu commentato ed illustrato dallo scienziato olandese Rainer Geinma Frisius. Ci si avvicinava alla prima soluzione pratica. Gerolamo Cardano, nel 1550, fu il primo ad utilizzare una lente convessa per aumentare la luminosità dell'immagine, mentre il veneziano Daniele Barbaro, nel 1568, utilizzò una sorta di diaframma di diametro inferiore a quello della lente per ridurre le aberrazioni.
Catturare in modo permanente l’immagine luminosa proiettata, però, richiedeva il reperimento di materiali fotosensibili, che, anche se conosciuti fin dal Medioevo, non furono mai studiati a fondo. Solo nel 1727 lo scienziato tedesco Johann Heinrich Schulze, durante alcuni esperimenti con carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e argento, si rese conto che il composto risultante, fondamentalmente nitrato d'argento, reagiva alla luce. Per controllare la reazione riempì con il composto una bottiglia di vetro che, dopo l'esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. La miscela scoperta da Schulze venne chiamata “scotophorus”, portatrice di tenebre. In effetti la reazione ottenuta era la stessa che successivamente sarebbe stata adottata per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero, diffuse fino alla prima metà del Novecento e basate sugli alogenuri argentici. Gli studi di Schulze, una volta pubblicati, crearono grande fermento e curiosità nell'ambiente della ricerca scientifica.

                                                           Museo Wedgwood
Nei primi anni dell'Ottocento l'inglese Thomas Wedgwood, ceramista inglese di quel tempo, sperimentò l'utilizzo del nitrato d'argento, prima rivestendone l'interno di recipienti ceramici, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio esposti poi alla luce dopo avervi deposto sopra degli oggetti. Osservandone la reazione all’esposizione si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva, mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti. Queste immagini, però, non si stabilizzavano e perdevano rapidamente contrasto se mantenute alla luce naturale, mentre riposte all'oscuro potevano essere viste alla luce di una lampada (a olio) o di una candela. Wedgwood, a causa della salute cagionevole, però, non poté proseguire negli studi che nel 1802 furono proseguiti dall'amico Sir Humphry Davy. Questi li descrisse sul "Journal of the Royal Institution of Great Britain", annotando però che non era stato compreso il meccanismo per interrompere il processo di sensibilizzazione. La corrispondenza che scambiò con James Watt, tuttavia, fa ritenere che in quegli anni avvenne la prima impressione di un'immagine chimica su carta.
Joseph Nicéphore Niépce, nato in Francia nel 1765, brillante inventore, già autore di un prototipo di motore a combustione interna, cominciò a interessarsi, intorno al 1816, ai fenomeni della luce e della camera oscura, progetto che già nel 1797, durante un soggiorno a Cagliari lo aveva impegnato almeno in una fase teorica. Trovando interesse nelle allora recenti scoperte della litografia, cerco di approfondire gli studi, alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta, mantenendo il risultato nel tempo. Il 5 maggio 1816, Joseph Niépce scrisse al fratello Claude del suo ultimo esperimento, un foglio bagnato di cloruro d'argento ed esposto all'interno di una piccola camera oscura. L'immagine risultante appariva, però,  invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. Questo negativo non soddisfece Niépce, che proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente il positivo.
Scoprì che il bitume di Giudea era sensibile alla luce e lo utilizzò nel 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di Reims, Georges I d'Amboise. Il bitume di Giudea è un tipo di asfalto normalmente solubile all'olio di lavanda, che una volta esposto alla luce indurisce. Niépce cosparse una lastra di peltro con questa sostanza e vi sovrappose l'incisione del cardinale. Dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare dell'incisione, sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell'acquaforte e la lastra finale poté essere utilizzata per la stampa.

Nel 1827, durante il viaggio verso Londra per trovare il fratello Claude, Niépce si fermò a Parigi e incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest'ultimo era già stato informato del lavoro di Niépce dall'ottico Charles Chevalier, fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era un pittore parigino di discreto successo, conosciuto principalmente per aver realizzato il diorama, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, per le cui proiezioni Daguerre utilizzava la camera oscura per assicurarsi una prospettiva corretta. A Parigi Niépce concluse nel dicembre 1829 con Daguerre, un contratto valido dieci anni per continuare, insieme le ricerche. Dopo quattro anni, nel 1833, Niépce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento. Il figlio Isidore prese il posto nell'associazione con Daguerre, ma non fu in grado di fornire alcun contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto e impose il suo nome all'invenzione (nota come  dagherrotipo), anche se mantenne il contributo di Joseph Niépce. Isidore firmò la modifica pur ritenendola ingiusta. Il nuovo procedimento era molto diverso rispetto a quello originario preparato da Joseph Niépce, quindi si può ritenere in parte corretta la rivendicazione da parte di Daguerre.
Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d'argento. Seguì l'esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d'argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L'immagine non risultava visibile fino all'esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l'immagine. In cerca di fondi, Daguerre fu contattato da François Arago, che propose l'acquisto del procedimento da parte dello Stato. Il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce fu resa nota con toni entusiastici sul quotidiano Gazette de France e il 19 gennaio nel Literary Gazette.
Il procedimento venne reso pubblico il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell'Accademia delle Scienze e dell'Accademia delle Belle arti, venne presentato nei particolari tecnici all'assemblea e alla folla radunatesi all'esterno. Arago descrisse la storia e la tecnica legata al dagherrotipo, inoltre presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli dell'immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non erano minacciati dalla fotografia, anzi potevano utilizzare il nuovo mezzo per lo studio e l'analisi delle vedute. La relazione terminò con il seguente appunto di Delaroche: « Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti. ».
Cari amici, in questa prima parte, abbiamo visto il lento evolvere dell’idea straordinaria di utilizzare la luce per catturare e fissare le immagini: dai primi tentativi alle prime realizzazioni. Lo straordinario potere della luce era capace non solo di proiettare un’immagine ma anche di fissarla e riprodurla stabilmente!
A preso, amici, con la seconda puntata!
Mario

mercoledì, aprile 02, 2014

L’UNIVERSO AL FEMMINILE: PERCHE’ GLI UOMINI HANNO SEMPRE CERCATO DI EMARGINARE LE DONNE? LA CULTURA MASCHILISTA DERIVA DALLA PAURA DELLA LORO GRANDEZZA.



Oristano 2 Aprile 2014
Cari amici,
da millenni il mondo è impregnato di maschilismo! Nonostante le difficili conquiste ottenute dalle donne e avvenute con lentezza esasperante, l’uomo continua a cercare di relegare la donna in un ruolo a lui subalterno. La recente sconfitta, in sede di prima approvazione della nuova legge elettorale, sulla parità di genere, ne è un esempio eclatante. Non scrivo questa riflessione per riportare l’elenco delle battaglie che nei secoli le donne hanno portato avanti per riconoscere i loro sacrosanti diritti, ma semplicemente per parlare di un argomento che tanto mi affascina: la Filosofia. Anche in questo campo le donne sono state protagoniste, addirittura in tempi antichissimi. Le donne non hanno mai avuto paura di cimentarsi in tutti i campi dello scibile, privilegiando proprio le scienze del pensiero.
Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – 12 febbraio 1804), il grande filosofo considerato uno dei più importanti esponenti dell’illuminismo tedesco, anticipatore e protagonista della filosofia idealistica, aveva delle donne un concetto ben diverso dai numerosi maschilisti del suo tempo; ecco una delle sue frasi celebri, pronunciate nel loro confronti: “…Tutto ciò che è stato scritto dagli uomini sulle donne deve essere ritenuto sospetto, dal momento che essi sono ad un tempo giudici e parti in causa…”. Le donne, pur nel sofferto ruolo di sudditanza che nelle società del passato le vedeva poco partecipi della vita sociale, hanno sempre cercato di superare questo Gap che le vedeva escluse dallo studio, dalla conoscenza, dalla paritaria partecipazione alla vita di relazione.
Mai arrese al ruolo di suddite dell’uomo, già secoli prima di Cristo, secondo quanto riporta Giamblico (251-325 d.C.), nella sua “Vita pitagorica”, le donne fecero la loro prima apparizione, come seguaci e praticanti di filosofia, nella scuola di Pitagora (VI sec. A.C.) dove pare che ben 17 discepole lo seguissero! La passione filosofica delle donne non era casuale. Intorno al 440 a.C. si distinse, tra le altre, Aspasia di Mileto, che fu l’amante di Pericle, e la sua casa fu il centro della vita letteraria e filosofica dell’Atene del V secolo. 
Tra le altre donne amanti della filosofia si distinse Diotima, sacerdotessa di Mantinea, divenuta famosa anche perché ricordata in un dialogo platonico, il Simposio (201–212), in cui Socrate dice di aver appreso da Lei la teoria dell’amore.
Diogene Laerzio, invece, ci parla di Ipparchia, che aderì alle teorie dei Cinici. Di Lei viene esaltata la grande cultura filosofica e l’eleganza del ragionamento, paragonandola addirittura a Platone. La figura più luminosa, fra queste donne amanti di filosofa, tramandataci dall’antichità greca, è quella di Ipazia, donna di tendenze neoplatoniche, morta verso il 415 d.C. Ipazia era figlia del matematico e astronomo Teone di Alessandria e si interessò Lei stessa di scienze. Recatasi ad Atene ebbe una notevole influenza negli ambienti filosofici, unificando il pensiero matematico col neoplatonismo. Pur di religione pagana, era sostenitrice della “separazione e autonomia” fra filosofia e religione, riuscendo ad acquisire prestigio anche negli ambienti politici e stringendo amicizia con il prefetto romano Oreste. Questa sua fama e importanza, però, le attirò il rancore degli ambienti cristiani, tanto da portarla alla morte: un giorno Ipazia fu aggredita per strada e uccisa da un gruppo di fanatici.  Anche nel mondo romano le donne cercarono di emergere: un esempio eclatante fu quello di Plotina, consorte dell’imperatore Traiano (53-117 d.C.), che fu seguace della scuola epicurea e ne favorì il rilancio a Roma.
Nei secoli successivi, in un mondo rimasto profondamente maschilista, la lotta delle donne per emergere continua senza fermarsi. Nel Medioevo, periodo notoriamente buio sotto tanti aspetti e di marca squisitamente “inquisitoria”, le “donne colte”, istruite, erano viste come preda della blandizie del diavolo e quindi da mandare al rogo. Tuttavia, anche allora, emersero alcune figure notevolissime come Trotula de Ruggiero, Ildegarda di Bingen e Rebecca Guarna.  
Tra il Cinquecento e il Seicento si distinsero Cristina di Lorena (1565-1636) e Elisabetta di Boemia (1618-1680): Cristina, in particolare, fu famosa per essere stata la destinataria delle lettere di Galilei, denominate in seguito Lettere copernicane: in esse Galilei voleva mostrare a Cristina come le sue idee non fossero in contrasto con la Bibbia. Molto più rilevante, dal punto di vista filosofico, fu lo scambio epistolare fra la bellissima principessa del Palatinato, Elisabetta, e il filosofo francese Cartesio. I due si scrissero dal 1643 al 1649: il carteggio a noi pervenuto comprende 26 lettere della principessa e 33 del filosofo. In genere il contenuto degli scritti di Elisabetta viene sottostimato, a vantaggio delle idee del filosofo, mentre in realtà Elisabetta pone delle questioni che mettono in difficoltà il celebre pensatore.
Nella cultura protestante inglese del Seicento una figura di spicco fu quella di Mary Astell (1666-1731). Dalla sua formazione (grazie ad uno zio che le fece da precettore e le permise di studiare e leggere di tutto) trasse il profondo convincimento della legittimità e della necessità di una evoluzione spirituale e culturale delle donne e decise di adoperarsi per spezzare il circolo vizioso di ignoranza e inferiorità culturale che imprigionava gran parte delle donne del suo tempo. Intorno alla Astell, a Chelsea nei pressi di Londra, si venne formando un Club di donne, per lo più nubili o vedove, mosso da principi di devozione e di carità oltre che da interessi di studio e di discussione.
Di grande rilievo è l’opera filosofica e letteraria dell’italiana Lucrezia Marinelli (Venezia 1571-1616), figlia di un medico e filosofo di orientamento aristotelico. In una sua opera importante, “La nobiltà e l’eccellenza delle donne co’ difetti et mancamenti degli uomini” (1601), Essa  fa un’analisi approfondita dei testi antichi (Platone, Aristotele, Plutarco ecc.), concludendo sulla sostanziale eguaglianza fisica e metafisica fra uomo e donna postulata dai grandi filosofi. Il suo pensiero si sofferma anche sul mito delle Amazzoni, dove porta ulteriori elementi a sostegno della tesi della parità uomo-donna. Il fine del suo discorso non è mai moraleggiante bensì è quello di argomentare rigorosamente la tesi della parità e dell’eccellenza delle donne anche in campo intellettuale.
Il Novecento vede altre donne filosofe primeggiare: in Germania Edith Stein (1891-1942), nata da una famiglia di commercianti ebrei, studiò filosofia a Gottinga con Husserl (il fondatore della corrente filosofica chiamata "fenomenologia", che anticiperà alcuni temi dell’esistenzialismo) e ne divenne assistente; in Francia Simone Weil (1909-1943), nata a Parigi da una famiglia ebrea non praticante, che studiò filosofia e per alcuni anni insegnò al liceo; sempre in Franca Simone De Beauvoir (1908-1986), nata a Parigi da una giovane e agiata coppia borghese, che dopo aver vissuto una fanciullezza serena si iscrisse alla Sorbona per studiare filosofia, dove nel 1929 conobbe Sartre, con cui condivise tutto il resto della vita; ancora in Germania Hannah Arendt (1906-1975), nata ad Hannover da una famiglia ebrea, che studiò filosofia con i più importanti filosofi tedeschi del tempo (Husserl, Heidegger, Jaspers). Potrei continuare a lungo, ma credo che bastino questi esempi.
Cari amici, oggi ho voluto parlare di “Donne filosofe”, uno dei tanti campi in cui le donne si sono cimentate e dove hanno dimostrato di essere capaci di recitare un ruolo almeno paritario a quello degli uomini. In tanti altri campi la donna ha saputo essere “grande”: senza remore, dubbi, o possibilità di sottomissione. La mia convinzione, da sempre, è che la donna, a prescindere dal riconoscimento negato, ha le stesse capacità dell’uomo e deve avere lo stesso riconoscimento, in tutti i campi; la parità, l’uguaglianza, tra uomo e donna, trionferanno: Dio uomini e donne, li ha fatti e li ha voluti sempre uguali!
Grazie dell’attenzione.
Mario

martedì, aprile 01, 2014

I BARBARICINI E LA LORO GIUSTIZIA: IL RIFIUTO DEL CODICE ITALIANO E IL COSTANTE RIFERIMENTO AL “CODICE BARBARICINO”, IL VERO CODICE DI GIUSTIZA DEI SARDI.



Oristano 1 Aprile 2014
Cari amici,
voglio iniziare questo primo pezzo del mese di Aprile con  una riflessione legata alla mia ultima fatica universitaria: la tesi per il conseguimento della laurea magistrale in Politiche Pubbliche e Governance.

L’impegnativo lavoro di ricerca, concordato con la docente di Psicologia Giuridica, la Prof. Patrizia Patrizi (grande esperta di diritto minorile e consulente di diversi tribunali per i reati legati ai minori), relatrice della mia tesi, si basava sulla "MEDIAZIONE", utilizzando anche, attraverso l'analisi, il “Codice della vendetta Barbaricina”, quel compendio di norme orali, per secoli utilizzate come codice di regolazione comunitaria delle controversie, frutto della minuziosa ricerca di Antonio Pigliaru. Lo studioso (di origine barbaricina), uomo rigoroso e tenace, dopo aver raccolto e messo insieme quel complesso di norme, trasmesse oralmente tempo per tempo, le mise per iscritto, facendone un vero e proprio “Ordinamento Giuridico”.
Non voglio certamente qui riepilogare questo mio lavoro, ho solo, in premessa, parlato di questo secondo codice comportamentale, ancora oggi valido in Barbagia, proprio per far capire che in questa terra antica ed aspra, che occupa la parte interna e montuosa della nostra Isola, la giustizia non è semplicemente amministrata dal Codice dello Stato, ma fa costante riferimento a quell’altro codice, quello Barbaricino, preesistente e tuttora valido, spesso in perenne contrasto con la normativa ufficiale. La giustizia, per i sardi di questa antica Comunità dell’interno, non è rappresentata dagli uomini in divisa, i carabinieri e i giudici togati, ma dai saggi della Comunità, i “Prob’homies”, che ben ne conoscono i problemi ed i relativi mali, stabilendo anche gli interventi per sedare i conflitti. La giustizia ufficiale è tenuta alla larga, e i loro rappresentanti, in particolare i carabinieri, spesso sbeffeggiati e derisi. Su di loro sono fiorite una infinità di storielle e di battute, spesso taglienti, ed il riferimento ironico “ai carabinieri” condisce costantemente il linguaggio della vita quotidiana.
La particolare concezione della giustizia e del ruolo prevaricante delle forze dell'ordine, quasi sempre rappresentate da uomini forestieri, “istranzos”, non appartenenti quindi alla Comunità, ha fatto si che essi venissero visti come corpi estranei, persone che disturbavano la quiete comunitaria. Su questo aspetto ho trovato interessante (ed ha migliorato la mia conoscenza) uno studio reperito su Internet, fatto da Valeria Gentile (La giustizia per i barbaricini), scrittrice, grande conoscitrice del mondo barbaricino. Il Suo ultimo libro porta il titolo “La Sardegna dei banditi” – Giulio Perrone editore – Roma.
In Barbagia, ancora oggi, può capitarti di sentire espressioni come: "si deus cheret e sos carabineris lu permittin, (se Dio vuole e i carabinieri lo permettono), a significare che, i carabinieri potevano interferire tra le tue azioni e la libertà di eseguirle; oppure potresti sentire “No b'at presse, no nos sun currende sos carabineris in fatu” (non c'è fretta, non abbiamo i carabinieri appresso),  altra espressione ricorrente per significare che i carabinieri causano interruzione al ritmo lento e pacifico del vivere quotidiano, senza angosce.
Il lento scorrere della vita campestre, fatta di consuetudine anche nel vestirsi, in quanto l’abbigliamento è considerato una necessità mai una moda, ha fatto si che, spesso, le persone  indossassero a lungo gli stessi indumenti, spesso lisi e consunti. Questo ha fatto nascere battute, sempre legate ai carabinieri, tipo: ”Ite bi cheren sos carabineris pro ti che los bocare?” (Ti ci vogliono i carabinieri per farteli togliere? Ugualmente in caso di assembramenti di piazza (magari sotto i fumi di qualche bicchiere di troppo), in presenza di un certo tipo di disordine, l’espressione tipica usata è: “Eh ite bat colau sa zustissia? (E’ per caso arrivata in questo luogo, per caso, la giustizia?), intendendo con il termine “giustizia” sempre i loro rappresentanti, cioè i carabinieri. Altra battuta, sempre sprezzante, riferita alle paure causate dalle “visite” fatte nelle case dai carabinieri, è questa: “Arrazza 'e assustru, pariat toccu de zustissia! (Che razza di spavento, sembrava il bussare dei carabinieri!), per dare significato ad una scampanellata o un forte tocco dato alla porta.

Curiosa è invece una frase gergale, usata in particolare a Nuoro, per dare corpo, con meraviglia,  ad una notizia poco usuale di cui non si era a conoscenza: “E chie nd'ischiat chi su maressallu haiat binza?” (E chi sapeva che il maresciallo avesse una vigna?), in questo caso la battuta ha bisogno di un chiarimento. Poiché in genere i carabinieri erano “istranzos” o discendenti di famiglie niente affatto possidenti, il fatto che un carabiniere possedesse una vigna era proprio un’eccezione.
La scarsa considerazione nei confronti degli uomini dell’Arma era cosa cosi diffusa che non era rara la feroce battuta, ancorché scherzosa, che li definiva stupidi: “Ses tontu che sa merd'e sos carabineris”, (Sei tonto come la cacca dei carabinieri). A questi, però, era riconosciuta “forza di legge”, tant’è che per sancire un'unione o un patto si diceva: “Né Deus né sos carabineris”, cioè né Dio né le forze dell'ordine potranno mai sciogliere questo nostro contratto verbale. Altre battute correnti erano “Paret unu caddu 'e rennu” (sembra un cavallo del regno), cioè sempre dei carabinieri, battuta che poteva essere pronunciata in presenza di un essere grasso e particolarmente in salute.
Nel secolo scorso, quando la libertà delle giovani barbaricine era molto diversa da quella di oggi, il "coprifuoco" scattava all'imbrunire. A Nuoro, se le ragazze andavano la sera in chiesa, al minimo ritardo delle figlie, le madri si incamminavano sino a "Sa Grassia noba", la chiesa de Le Grazie, per andare loro incontro. Ogniqualvolta le trovavano accompagnate da qualche ragazzo che, rosso in viso, pronunciava timide frasi, tipo “Bì zia Badò las fimus accumpanzande” (ecco, signora Salvatorica, le stavamo giusto accompagnando) la risposta era sempre la stessa: “Facheti accumpanzare dae sos carabineris”, fatti accompagnare dai carabinieri!
L’utilizzo ironico e tranciante dei carabinieri come termine di paragone, non mancava neanche nell’utilizzo delle imprecazioni (ovvero sos frastimos o sos irroccos) , le maledizioni che fungevano da veri e propri fulmini verbali. Sa zustissia t'incantete! Iscia ti brujete! Mancu ti tenzan sos carabinerisi! Che la giustizia ti incanti! Che la giustizia ti bruci! Che ti portino via i carabinieri! Anche nel Logudoro e in Trexenta si usa dire molto spesso: 'iscia ti pessighit, 'iscia ti currat, 'iscia ti cogliat: che la giustizia ti perseguiti, ti rincorra, ti colga.
La chiara dimostrazione dell’estraneità dei carabinieri all’interno della Comunità Barbaricina la si ricava, in particolare, dai versi del grande poeta Peppinu Mereu che nella poesia "A Nanni Sulis" così recita: “[...] Deo no isco, sos carabineris in logu nostru prit'est chi bi sune[...]”,  (Io non mi spiego come mai qui da noi ci siano i carabinieri), come per dubitare fortemente della loro utilità all'interno della società barbaricina.
Cari amici, la Società Barbaricina, ancora oggi impregnata di quelle radici culturali che affondano nel lontano passato, ancora fedele in parte a quel codice comunitario qual era (ed è ancora) il riconosciuto codice di giustizia dei sardi (il codice barbaricino) vede ancora i rappresentanti della giustizia, in particolare i carabinieri, come “istranzos”, stranieri in casa propria. Per chiudere in bellezza, una barzelletta barbaricina. A Orune un carabiniere bussa violentemente alla porta di una casa, all’imbrunire. “Chi è?”, chiedono dall’interno. La secca risposta è: “Sa forza” (La forza, ovvero la forza pubblica, i carabinieri). La risposta, ugualmente secca e tagliente, non si fa attendere: “E tando ispinghe! (E allora, spingi!).
Un sincero grazie a Valeria Gentile per la Sua profonda conoscenza del mondo barbaricino, ed a Voi tutti che pazientemente seguite questo Blog!
Mario