lunedì, maggio 11, 2026

LA SCIENZA DI FRONTE ALL'OMEOPATIA. SOLO ILLUSIONE, OVVERO SEMPLICE PLACEBO, OPPURE È QUALCOSA DI PIÙ?


Oristano 11 maggio 2026

Cari amici,

Sull’OMEOPATIA si parla e si discute da tempo. La scienza continua a rifiutare questo rimedio, considerandolo un semplice “Placebo”, mentre per alcuni è un vero strumento di cura. Fin dagli anni Novanta ben quattro meta-analisi, e cioè degli studi che raccolgono e analizzano i risultati di diversi studi clinici, tutti riguardanti un preciso argomento, sono arrivati alla stessa conclusione: l’omeopatia non garantisce un effetto superiore a quello del placebo. Nel 2005, THE LANCET (The Lancet è una rivista scientifica inglese di ambito medico che viene pubblicata settimanalmente) dichiarò definitivamente la fine dell’omeopatia, con un editoriale intitolato “The End of Homeopathy”. Ciò nonostante, l’Omeopatia continua ad essere praticata, seppure gli studi scientifici continuino ad affermare che non è assolutamente uno strumento di cura.

Amici lettori, seppure oggi ci siano dei medici che possono anche esercitare il ruolo di omeopati, prescrivendo i relativi preparati che fino a oggi non hanno mai dimostrato alcuna efficacia, l’omeopatia continua ad accendere polemiche e dibattiti. Di recente il virologo Roberto Burioni ha sollevato la questione, spingendo il dottor Bruno Galeazzi, Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni e Medici Omeopati (FIAMO), a rispondere in una intervista su “La Stampa”. Galeazzi ha affermato che le evidenze scientifiche sulla validità dell’omeopatia esisterebbero già: «285 studi clinici randomizzati e controllati, quindi in doppio cieco, che coprono 152 diverse condizioni cliniche. […]. Tutti nel loro insieme ci danno un’evidenza molto chiara del fatto che il preparato omeopatico contiene informazioni specifiche che hanno attività su modelli viventi molto semplici di laboratorio e che mostrano una validità anche in ambito clinico, sia in medicina umana che veterinaria».

Il fatto è che non esiste una revisione sistematica o una meta-analisi basata su oltre 280 studi corrispondente. Tuttavia, facendo una ricerca per parole chiave è possibile risalire a un articolo pubblicato sul sito Web del Homeopathy Research Institute (HRI). Secondo l’Istituto, alla fine del 2023 sarebbero stati pubblicati 286 studi randomizzati e controllati sui trattamenti omeopatici, relativi a 152 condizioni mediche, su riviste peer-reviewed. Di questi però solo 166 erano anche in doppio cieco e con placebo, relativi a 100 diverse condizioni mediche. Secondo l’analisi dell’HRI, il 42% di questi studi (70 in tutto) ha mostrato risultati positivi, il 3% risultati negativi e il 55% risultati non conclusivi.

L’ex medico Rossana Garavaglia, specializzata in psichiatria e master in patologia genetico molecolare, aveva criticato il resoconto dell’HRI il mese scorso, constatando che persino le revisioni sistematiche e meta-analisi citate a supporto dell’omeopatia, come quelle di Robert Mathie (spesso associate all’HRI), concludono che la qualità degli studi risulterebbe bassa o non chiara e che sarebbero necessari studi più rigorosi e meglio disegnati per ottenere stime affidabili degli effetti. Il professor Enrico Bucci, esperto nella revisione degli studi scientifici, ha analizzato gli unici 70 paper con esito «positivo» secondo l’HRI, dei 166 con doppio cieco e placebo, che a loro volta vanno sottratti dal totale che Galeazzi cita. Ma il dato più significativo, come sottolinea Bucci, è che questi 70 studi positivi riguardano 60 condizioni cliniche differenti (molte meno delle 152 menzionate dal Presidente di FIAMO), e nella quasi totalità dei casi, i risultati sono isolati e mai replicati. Nella pratica della medicina basata sulle prove, un effetto osservato una sola volta e senza conferma indipendente non possiede valore probante. L’efficacia clinica richiede la replicazione coerente dei risultati da parte di gruppi di ricerca diversi e in contesti molteplici. Cosa che non accade per l’omeopatia.

Omeopatia, dunque, per affiancare e integrare le terapie convenzionali? Riguardo all’uso clinico, Bruno Galeazzi suggerisce che l’omeopatia possa «affiancare» o «integrare» le terapie convenzionali. Bucci critica questa posizione, definendola l’affiancamento di un placebo alla terapia reale. Non si tratterebbe infatti di un atto neutro, in quanto occupa spazio mentale, rinforza credenze infondate e comporta il rischio che il paziente, in futuro, possa rifiutare terapie efficaci. Sul caso del bimbo morto di otite a seguito di una terapia esclusivamente a base di rimedi omeopatici, che sarebbe probabilmente sopravvissuto se il medico gli avesse prescritto subito l’antibiotico, Galeazzi chiarisce nell’intervista a “La Stampa” che «se un paziente arriva con sintomi importanti, la terapia antibiotica è necessaria […], semmai!

Cari amici, credo che le conclusioni a cui sono arrivati gli studiosi siano davvero chiare: non vi sono condizioni di salute per le quali esista una prova affidabile che l’omeopatia sia efficace.  In sintesi, le analisi critiche condotte dalla dottoressa Garavaglia e dal professor Enrico Bucci sui dati e le affermazioni a supporto dell’omeopatia portano a conclusioni coerenti coi report di importanti autorità sanitarie internazionali: non esistono prove affidabili derivanti da ricerche sull’uomo che dimostrino che l’omeopatia sia efficace nel trattare alcuna condizione di salute. Inutile illudersi, amici, curare le malattie è una cosa davvero troppo seria!

A domani.

Mario

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