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mercoledì, gennaio 16, 2013

L’AMICIZIA E IL VALORE DEL DONO NELLA CULTURA DEL POPOLO SARDO.


Oristano, 15 Gennaio 2013
Cari amici,
nella mia precedente riflessione su questo blog ho affrontato il tema delle relazioni sociali e del valore del “DONO” ad esse associate. La millenaria cultura del Popolo Sardo, maturata nel tempo e ben evidenziata in quel compendio di norme che prende il nome di “Codice Barbaricino”, attribuisce un alto valore allo scambio di “doni” tra i componenti la Comunità di appartenenza, oltre che nelle relazioni esterne. Il dono, quindi, anche nella civiltà sarda, elemento vitale di un sistema capace di costruire, ricostruire o rinsaldare quella vasta rete di amicizie, necessarie alla pacifica convivenza nella Comunità. Costante scambio di doni che, a prescindere dal valore venale, incorporano un forte valore aggiunto: «un’offerta di relazione amichevole», capace di rinsaldare la relazione sociale sottostante. Offerta, quella del dono, che innesca un meccanismo complesso, dove, all’iniziale e libera  prestazione del donante, segue la risposta: il ricambio del dono ricevuto. Atto del donare quindi che da libero e volontario si trasforma in atto “moralmente costrittivo”, nel senso che il dono spontaneamente concesso obbliga il donatario a ricambiare attraverso un contro dono, dando luogo ad un continuo andirivieni di doni offerti e di doni  ricambiati. Dare, Ricevere e Ricambiare, le tre fasi in cui si articola e si moltiplica l’atto dell'offerta omaggiante, costituiva, nelle società arcaiche, il modo più semplice per la stabilizzazione delle relazioni sociali, considerate prevalenti e ‘privilegiate’, rispetto alle pur importanti esigenze di natura economica. Il dono quindi elemento vitale di “libera e pacifica” convivenza nella Comunità.

Personalmente ho avuto modo, riprendendo gli studi all’università “in età matura”, dopo aver terminato la mia vita lavorativa, di migliorare in modo significativo la mia precedente modesta conoscenza della cultura del Popolo Sardo. E’ stato un interessante percorso scolastico “senile”, effettuato presso l’Università degli Studi di Sassari, facoltà di Scienze Politiche, durato ben otto anni, e che mi ha consentito di aggiungere non pochi preziosi tasselli al puzzle della mia conoscenza. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione ed una successiva “specialistica” in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo, ho voluto completare il percorso con una terza laurea “magistrale” in “Politiche pubbliche e Governance”, effettuando una tesi di ricerca proprio sull’importanza del Codice Barbaricino, ancora oggi strumento ”vivo”, capace di agevolare la nostra ricerca di miglioramento della giustizia, attraverso la rivalutazione dello strumento della “mediazione”, che la nostra cultura millenaria utilizzava ed ancora utilizza per la pacificazione sociale ed il ripristino delle relazioni amichevoli interrotte.

 L’idea di affrontare un argomento cosi complesso con una tesi universitaria di ricerca derivò da due profonde ragioni. La prima fu che durante la mia vita lavorativa  ebbi occasione di conoscere, soggiornando per tre anni a Fonni, la realtà e la diversità della cultura barbaricina, rispetto a quella del resto dell’Isola. La seconda scaturì dal pressante invito rivoltomi dalla mia docente di Psicologia Giuridica, la prof. Patrizia Patrizi, che, sapendomi appassionato della cultura sarda, in particolare di quella giuridica, mi propose di cimentarmi in un’analisi del Codice Barbaricino e delle sue possibili implicanze con l’odierno orientamento della giustizia, indirizzata verso la rivalutazione della mediazione, come mezzo per dirimere le controversie. L’analisi da me fatta è riuscita certamente a dimostrare che le relazioni sociali  tra gli individui di una Comunità crescono notevolmente attraverso il meccanismo del costante e ripetuto scambio reciproco di doni, sia materiali che immateriali, migliorando l’armonia e la pace sociale. La pacifica convivenza all’interno della Comunità era ed è agevolata dai “Prob’homines”, i saggi uomini di valore della Comunità che, proprio come “Uomini Probi”, cercano, con la mediazione e la proposta di riparazione, di “ricucire” le controversie tra i suoi appartenenti. Nella cultura barbaricina non esiste “visita di cortesia” che non sia accompagnata da un dono, anche simbolico, anche di scarso valore, ma che, qualunque esso sia, incorpora «quell’offerta di relazione amichevole», che prescinde dal valore intrinseco del dono.
E’ una cultura, quella barbaricina, che potremo definire antica e moderna insieme, perché a differenza di quella ritenuta più evoluta, avanzata e globalizzata, ha mantenuto forti le antiche radici. L’ho potuto constatare, toccare con mano, proprio durante i miei tre anni di soggiorno a Fonni. A questo proposito vorrei raccontarvi un fatto, curioso ed allo stesso tempo inquietante, che mi capitò in quel periodo. Opportunamente reso anonimo, per evitare precisi riferimenti alle persone, ecco il ricordo di quel fatto che, credo, possa dare una dimostrazione inequivocabile del “grande valore” ancora oggi attribuito al “dono”, materiale o immateriale che sia, nella cultura millenaria della Sardegna. Eccolo.


QUELLA MISTERIOSA E INASPETTATA OFFERTA.
Arrivato dal Campidano senza essere mai stato in Barbagia, ormai ero a Fonni da oltre un anno. Il mio lavoro di manager bancario veniva apprezzato dalla popolazione ed io, come persona, ero ritenuto serio ed affidabile. I dati statistici dell’andamento della nuova dipendenza bancaria (che avevo aperto nel Febbraio del 1979) erano positivi e godevo della stima della  Direzione di appartenenza che aveva sede a Nuoro. Nonostante i timori iniziali avevo superato le prime difficoltà e il mio inserimento nel tessuto sociale barbaricino era da considerarsi cosa fatta. Per evitare legami e mantenere la mia indipendenza mi stabilii in albergo: non volevo legarmi, stando a pensione, a nessun gruppo familiare (in Barbagia le famiglie allargate sono ancora una realtà e, spesso, tra gruppi familiari rivali non corre troppo buon sangue); meglio stare equidistante da tutti in modo da essere considerato un “super partes”,  mi avrebbe agevolato non poco il lavoro. Soggiornando in albergo ero avvantaggiato, potevo ricevere tutti anche quando l’ufficio era chiuso.  La sera, dopo cena, non pochi erano gli incontro informali che, dietro una semplice richiesta di informazioni, sorseggiando una bevanda calda al bar, mettevano le basi per un successivo contatto in banca per definire una nuova operazione bancaria.
La storia che sto per raccontarvi successe circa un anno dopo il mio arrivo. Premetto che Fonni è un centro agro pastorale importante e che i litigi per problemi di pascolo e di bestiame non sono mai mancati. Litigi che non poche volte si sono tramutati anche in feroci scontri che causavano anche degli omicidi. Nel periodo che accennavo  rientrò a Fonni, dopo parecchi anni di detenzione, un fonnese che aveva scontato una pena per omicidio. In questi casi il reinserimento nella società agro-pastorale barbaricina avviene senza troppi traumi; normalmente l’uomo di nuovo libero riprende la precedente attività di allevatore. L’uomo in parola, ancora abbastanza giovane, si preparava a riprendere la sua precedente attività e, possedendo anche dei terreni, necessitava di capitale per ricostituirsi il gregge. Per farla breve necessitava di un prestito bancario per l‘acquisto del bestiame, prestito che avrebbe restituito con il suo lavoro in cinque anni. Le provvidenze creditizie per queste necessità esistevano ed erano previste  anche a tasso agevolato. Le banche, come è noto, concedono i prestiti seguendo due parametri importanti: le garanzie reali e quelle personali, legate alla serietà e moralità del richiedente. L’uomo, che ben conosceva queste regole, era titubante a rivolgersi alla Banca, ipotizzando (con ragione) che qualche difficoltà gli sarebbe derivata dal suo passato. Per saggiare la possibilità di ottenere l’agevolazione mandò in avanscoperta un amico che mi contattò riservatamente. In un lungo colloquio mi espose tutta la situazione, evidenziandomi anche diversi risvolti del passato, dove cercava di dimostrare che questa persona, pur colpevole, non era persona inaffidabile ma coinvolta nei fatti suo malgrado. Risposi a questa persona che avrei fatto tutto il mio possibile per soddisfare le sue necessità.
Con la maggiore riservatezza possibile contattai persone affidabili, da sempre clienti della mia banca, che mi confermarono che, stante anche la discreta proprietà terriera, il rischio era accoglibile. Pochi giorni dopo confermai all’emissario che la persona poteva venire in banca e inoltrare la domanda di prestito. Aspettai qualche giorno e, finalmente, l’uomo venne a trovarmi in ufficio. Lo ricevetti in direzione, riservatamente. Era un po’ imbarazzato, titubante, e cercai di metterlo a suo agio con cortesia, incoraggiandolo a espormi le sue necessità. All’inizio non fu facile ma, lentamente, l’uomo trovò sicurezza e riuscì ad espormi in che modo intendeva realizzare il suo progetto per cui necessitava del prestito. Sul suo passato fu abbastanza parco di informazioni. Mi disse solo che certamente io sapevo già molto di lui e che nella vita, purtroppo, a tutti può succedere di sbagliare. Raccolsi la domanda, gli diedi l’elenco dei documenti che doveva presentare e lo accomiatai.

Confortato, oltre che dal patrimonio anche dalle informazioni positive, decisi di istruire favorevolmente la richiesta ed in tempi brevi la deliberai, riuscendo a mettergli velocemente il denaro a disposizione. Il giorno dell’erogazione si trattenne poco, firmò tutto il necessario, e ringraziandomi con una forte stretta di mano, guardandomi negli occhi, mi disse: Grazie, senza aggiungere altro. Restai molto colpito sia dalla stretta di mano, particolarmente forte, che dallo sguardo deciso, diretto sui miei occhi, che sembrava volermi dire qualcos’altro. Fu solo un attimo, però, e presto, assorbito dal lavoro, dimenticai il particolare. Era passato forse più di un mese quando una mattina venne a trovarmi in ufficio. Salutandolo lo pregai di accomodarsi in direzione ma declinò; mi disse che voleva offrimi un caffè e accettai. Uscimmo e passeggiando verso il bar mi disse che aveva già acquistato il bestiame e che con grande passione aveva ripreso a “vivere” la vita di campagna che aveva fatto in precedenza. Parlava lentamente, come lentamente camminava. Chissà perché mi dava l’impressione che volesse dirmi qualcos’altro e che cercasse di trovare le parole giuste per dirmelo. Prendemmo il caffè e poi tornammo in strada avviandoci nuovamente verso la banca senza parlare. Ad un certo punto si fermò (in quel momento per strada non c’era nessuno), mi mise la mano sul braccio e guardandomi dritto negli occhi mi disse, con forza e determinazione, che Lui era debitore nei miei confronti. Aggiunse che io avevo creduto in Lui dandogli fiducia, “nonostante tutto”, e che “certi favori non si dimenticano”. Non ricordo esattamente tutte le parole che mi disse ma alla fine stringendomi fortemente il braccio mi disse: “potrà passare anche molto tempo ma io sono e resto suo debitore e sarò sempre pronto a pagare il mio debito nei suoi confronti”. Cercai di schermirmi dicendogli che io avevo fatto solo il mio dovere, che nulla mi doveva, ma sembrava quasi ignorare quello che dicevo io. Di fronte all’ufficio mi salutò stringendomi la mano e dicendomi “grazie, mi cerchi quando vuole se ha bisogno, io per lei ci sono”.

Pur un po’ adombrato, rientrato in ufficio ripresi il mio lavoro e presto dimenticai le sue pesanti parole, forse perché, “da non barbaricino” non ne avevo appieno compreso il loro reale contenuto. Il tempo passava e io, ormai stanco della lontananza da casa, speravo in un avvicinamento che non tardò ad arrivare. A fine estate del 1982 rientrai ad Oristano lasciando definitivamente la sede barbaricina, tornando in quel “campidano” che avevo lasciato malvolentieri tre anni prima. Capitò, qualche mese dopo il mio rientro, che partecipando ad una festicciola in campagna mi ritrovassi con degli amici tra i quali anche diversi allevatori barbaricini. Sapevano del mio lungo soggiorno a Fonni e, chiacchierando,  mi chiesero come mi fossi trovato e cosi via. Normalmente a fine pasto, la maggiore allegria scatenata da un bicchiere di vino in più agevola la chiacchiera; io confermai di essermi trovato abbastanza bene e, parlando del più e del meno, mi venne in mente il curioso fatto di prima. Tralasciando ovviamente i riferimenti alle persone raccontai il fatto dei particolari ringraziamenti ricevuti per il “prestito” concesso, confermando tutta la mia meraviglia per un comportamento cosi particolare. Mentre raccontavo della mia meraviglia per un comportamento così inusuale, uno di questi amici barbaricini  sorrideva sornione e mi guardava come si guarda uno a cui è stata raccontata una barzelletta che non ha capito! Al termine della mia esposizione mi guardò sorridendo e mi disse: “tu, davvero, non hai capito nulla di quello che Lui voleva dirti! Tu, non hai inteso il significato della sua dichiarazione di debito nei tuoi confronti  e della sua disponibilità ad estinguere quel debito, sempre, a Tua semplice richiesta”. Lo guardai curiosamente, ancora senza capire il significato delle sue parole. Lui capì che io “non avevo capito” e, presomi da parte, mi disse che la cultura barbaricina ha un rituale ed un codice che io non potevo conoscere. L’offerta fattami da questa persona era una vera e propria dichiarazione di “debito” nei miei confronti, che Lui intendeva pagare, quando io ne avessi avuto bisogno. Debito, cercò di farmi capire, che non è quantificabile facilmente. Mi precisò anche cha una dichiarazione di debito come quella a me fatta in modo cosi deciso, sottintendeva che nulla io gli avessi chiesto di fare lui avrebbe rifiutato, fosse anche un omicidio. Lo guardai senza parlare, come se i miei occhi lo interrogassero, chiedendogli se quello che diceva era vero. Capii che lo era! In un attimo un brivido freddo mi attraversò la schiena accapponandomi la pelle; mi rividi di fronte a Lui, in strada, mentre guardandomi negli occhi mi offriva la sua disponibilità senza limiti. Da campidanese, da “Bacheo” (come loro in senso dispregiativo appellano quelli della pianura) allora non avevo capito. Forse, è stato meglio cosi.
Cari amici, la cultura millenaria del Popolo Sardo può sembrare anche “barbara”, ma non lo è affatto! Nel bene e nel male l’amicizia è un valore raro ed apprezzato, capace di donare e di donarsi senza limiti. L’amicizia ed il “dono” sono e saranno sempre strettamente legati.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario



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