mercoledì, maggio 27, 2026

NEL PROSSIMO FUTURO, SEMPRE PIÙ ALTO IL COSTO SOCIALE ED ECONOMICO DELLE FAMIGLIE. AUMENTANO I NUCLEI FAMILIARI SINGLE, TRA PRECARIETÀ E RELAZIONI DIGITALI.


Oristano 27 maggio 2026

Cari amici,

Il Terzo Millennio in futuro verrà certamente ricordato per il forte avanzare della tecnologia, che riuscì a modificare, in modo stravolgente e senza ritorno, la centenaria composizione delle famiglie, in precedenza attestate per molti anni con importante numero di figli. Poi però, lentamente ma inesorabilmente, tutto è cambiato. In questa prima metà del secolo, per esempio, cresce senza sosta “LA SINGLE ECONOMY”, costituita da oltre 6,3 milioni di persone che vivono sole in Italia, superando il numero di coppie con figli. Questo fenomeno strutturale, che tocca il 33% delle famiglie italiane, sta modificando fortemente il precedente modi di vivere, trasformando le normali relazioni sociali in solitudine e modificando in modo netto i consumi.

Come ben rileva il Sole 24 ORE, la domanda alimentare si sposta verso prodotti monodose, utilizzo dei servizi ad alto valore aggiunto, soluzioni immobiliari ridotte e offerte turistiche personalizzate. È l’avanzare della SINGLE ECONOMY, che in Italia ha mosso nel 2024 circa 235 miliardi di euro, influenzando profondamente il mercato. Oltre il costante aumento della solitudine, con una caduta verticale delle relazioni fisiche, sostituite da quelle virtuali, vivere da soli comporta costi ben più alti, con una spesa media per la vita che può essere superiore del 64% rispetto alla media.

A fotografare con precisione questa SINGLE ECONOMY ci ha pensato un’interessante analisi, svolta all’interno dello studio “Solitudine” del Think Tank Sandwich Club, fondato dall’onorevole Giulio Centemero, che ha evidenziato come negli ultimi decenni, la composizione delle famiglie è cambiata in modo significativo. In Europa, nel 2024, il 33% dei nuclei familiari è composto da una sola persona, mentre in Italia, secondo i dati ISTAT, la quota ha raggiunto il 36,2%, in crescita rispetto ai primi anni Duemila. Le proiezioni indicano che entro il 2030 una persona su tre vivrà da sola, mentre entro il 2050 questa potrebbe diventare la forma abitativa prevalente nelle grandi città.

Questa silenziosa ma profonda trasformazione sta ridefinendo le basi economiche e sociali delle Comunità, facendo diventare normale la solitudine, che è in gran parte da attribuire in primis alla precarietà lavorativa, seguita dall’aumento dei costi abitativi, dall’allungamento dell’aspettativa di vita e dalla digitalizzazione delle relazioni sociali, problematiche che, insieme, hanno fortemente contribuito all’isolamento degli individui. In Europa, EUROSTAT ha rilevato che i nuclei unipersonali senza figli sono cresciuti del 16,9% tra 2015 e 2024, mentre in Italia le famiglie unipersonali passeranno in maniera certa dal 36,8% del 2024 ad almeno il 41,1% entro il 2050.

Amici lettori, la cruda realtà è che “LA SOLITUDINE CONTEMPORANEA”, come ben osservano i diversi studi in corso, non coincide necessariamente con l’isolamento fisico. È che in realtà c'è anche dell'altro: per mille ragioni siamo diventati sempre più aridi, sempre meno socievoli, e, seppure circondati, sia nel mondo del lavoro che nella vita sociale, da persone, ci muoviamo come se non li conoscessimo affatto! David Riesman definisce questo nostro errato comportamento “La folla solitaria”, in quanto sempre immersi nei nostri pensieri, miscelati tra la gente nelle grandi città, ma senza essere disposti al dialogo e senza scambi relazionali.

David Riesman nel suo celebre saggio del 1950 “The Lonely Crowd” (pubblicato in Italia come La folla solitaria), coglie perfettamente il paradosso della società moderna e post-industriale. Egli descrive il passaggio da un uomo "autodiretto" (guidato da valori interiorizzati) a un uomo "eterodiretto". Questo nuovo individuo sociale orienta le proprie azioni, gusti e opinioni in base alle aspettative degli altri e ai messaggi dei mass media, piuttosto che ai propri principi. Un cambio epocale che fa riflettere non poco!

Cari amici, la Single Economy, quanto alla solitudine, ha trasformato le relazioni sociali da reali in virtuali. Oggi nel nostro Paese il 32% degli italiani fra i 18 e i 34 anni dichiara di sentire spesso un senso di isolamento, un livello che scende al 21% tra chi ha più di 55 anni. Non è l’assenza di contatti, ma la loro fragilità: interazioni rapide, legami intermittenti, rapporti che si consumano senza consolidarsi, in un contesto sociale in cui tutti sono disponibili e raggiungibili, ma nessuno si sente davvero raggiunto. È proprio in questo problematico contesto che la Single Economy continua svilupparsi! Che ne sarà del futuro sociale delle Nuove Generazioni?

A domani.

Mario

martedì, maggio 26, 2026

DALLO SCHERMO DEL COMPUTER AL QUADERNO: LA SVEZIA REINTRODUCE I LIBRI E LO SCRIVERE A MANO. UN MODO PER CONTRASTARE L'ANALFABETISMO DI RITORNO.


Oristano 26 maggio 2026

Cari amici,

La SVEZIA, dopo essere stata per anni una pioniera nel campo della digitalizzazione nelle scuole, ha deciso di fermarsi, di dire stop. Di recente, ha preso una drastica decisione: tornare a puntare su libri di carta stampata, di riprendere con la scrittura a mano e l’utilizzo di materiali stampati. Questa scelta, certamente controcorrente, sta accendendo un dibattito globale. In realtà appare come una vera e propria “inversione di marcia”, un cambio di rotta nel proprio sistema scolastico, con una drastica riduzione dell'uso dei dispositivi digitali a favore dei metodi tradizionali, come la scrittura a mano e i libri di testo cartacei.

Indubbiamente una decisione forte, che si concretizza nel 2026, e mira a contrastare il crescente “ANALFABETISMO DI RITORNO”, oltre al calo delle capacità di concentrazione e comprensione dei testi on line, osservato negli studenti dopo anni di digitalizzazione precoce. Questa “marcia indietro”, messa in atto da di uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati del mondo, ha scatenato un dibattito globale, che ha coinvolto non solo la Svezia ma anche altri stati nordici come Danimarca e Finlandia, che stanno riconsiderando le loro politiche digitali.

La Svezia, dunque, è il primo Paese che decide di fare marcia indietro, nei confronti del dilagare della digitalizzazione, reintroducendo libri cartacei e quaderni e penne nelle aule scolastiche. Con lo slogan “från skärm till pärm” (che in svedese significa “dallo schermo al raccoglitore” (uno slogan che in svedese è ben più accattivante che in italiano), il Governo di Stoccolma sta smantellando il primato degli schermi per riportare in auge carta, penne e volumi cartacei al centro della didattica. Dopo aver imposto l’uso dei dispositivi digitali persino negli asili nel 2019, la nuova coalizione di destra ha invertito bruscamente la rotta, stanziando oltre 200 milioni di dollari per riacquistare libri di testo e imponendo un divieto totale sui dispositivi.

Amici, che la decisione presa dalla Svezia abbia creato un forte dibattito è di certo una logica conseguenza: un vero e proprio paradosso geografico, stante il fatto che la Svezia è una delle nazioni più digitalizzate al mondo! Ora, invece, questa nazione, pioniera della digitalizzazione, sta scommettendo sul ritorno all’analogico per salvare i propri studenti da un pericoloso declino “accademico” che si sta  facendo ogni anno più preoccupante, con prospettive di peggioramento in tempi brevi.

La scelta fatta, amici, non è una questione di nostalgia, ma una risposta ai preoccupanti dati ricavati dei test PISA (Il test PISA (Programme for International Student Assessment) è un'indagine internazionale dell'OCSE che valuta ogni tre anni le competenze di lettura, matematica e scienze dei quindicenni. Svolto al computer, mira a misurare la capacità di applicare le conoscenze scolastiche a contesti reali, fornendo ai Paesi dati per migliorare i propri sistemi educativi.), che hanno visto crollare le competenze svedesi in lettura e matematica. Come scrive la BBC, supportato da neuroscienziati del Karolinska Institute di Solna, il Governo sostiene che gli schermi agiscano come un costante elemento di disturbo, frammentando l’attenzione e ostacolando la capacità del cervello di elaborare informazioni complesse.

Per il Governo, supportato dai migliori specialisti del settore, leggere su carta e scrivere a mano non sono esercizi obsoleti, ma condizioni necessarie per acquisire conoscenze che la digitalizzazione sembra aver polverizzato, portando quasi un quarto dei 15enni svedesi a non raggiungere i livelli minimi di comprensione del testo. Le reazioni, in particolare quelle degli ambienti economici, non si sono fatte attendere. le aziende tecnologiche, preoccupate che un distacco eccessivo dal digitale possa minare la competitività economica hanno avuto reazioni alquanto negative. Anche gli educatori hanno mostrato perplessità, in quanto – secondo loro - limitare l’accesso alla tecnologia potrebbe lasciare gli studenti impreparati nei confronti di un mercato del lavoro sempre più digitale.

Cari amici, personalmente credo che, come in molte altre problematiche, la giusta misura sta nel mezzo. La svolta impressa dalla Svezia non rappresenta una totale bocciatura della tecnologia, ma la chiara volontà di ripristinare un giusto equilibrio, limitando gli schermi alle sole funzioni essenziali, e ridando importanza e vitalità alle basi cognitive tradizionali.

A domani.

Mario

lunedì, maggio 25, 2026

I SEMAFORI DEL FUTURO? AVRANNO 4 LUCI. ALLE ATTUALI 3, SI AGGIUNGE LA LUCE BIANCA, CHE REGOLERÀ IL TRAFFICO DEI VEICOLI A GUIDA AUTONOMA.


Oristano 25 maggio 2026

Cari amici,

Una nuova luce, di colore bianco, si aggiungerà presto ai tre colori tradizionali del semaforo (rosso, giallo e verde) con una funzione, però, alquanto particolare, molto diversa dalle 3 precedenti. Questa nuova luce, però, non è pensata per essere interpretata direttamente dagli automobilisti, ma ha la funzione di “comunicare” direttamente con i sistemi delle auto a guida autonoma. Il semaforo del futuro, quindi, diventa così “parte di un’infrastruttura digitale più ampia”, capace, con l’utilizzo dell’A.I., di dialogare con i veicoli attraverso i cosiddetti ITS (Intelligent Transport Systems).

In pratica, amici lettori, quando in questi nuovi semafori a 4 luci si accende la luce bianca, il controllo del traffico dei veicoli a guida autonoma viene gestito in modo automatizzato. I veicoli autonomi ricevono istruzioni precise su quando muoversi, fermarsi o attraversare un incrocio, riducendo al minimo gli errori e migliorando la fluidità della circolazione. Questo sistema permetterà di coordinare meglio i flussi, soprattutto in contesti urbani complessi come, ad esempio, quelli di Roma.

Si, amici, è proprio Roma la prima città che si prepara a introdurre questa assoluta novità, destinata anche a far discutere non poco:  la quarta luce semaforica di colore bianco. Non si tratta, come accennato prima, di un semplice aggiornamento estetico, ma di una tecnologia legata allo sviluppo della guida autonoma e dei sistemi di traffico intelligenti. La sperimentazione, già in corso a Roma, punta a migliorare la gestione della caotica viabilità urbana, rendendo più efficienti gli incroci e riducendo i tempi di attesa. Anche se il sistema è pensato principalmente per i veicoli autonomi, gli effetti, in realtà, potrebbero coinvolgere tutti gli automobilisti.

Roma è la prima delle nostre città che punta alla diffusione dei semafori intelligenti. L’introduzione della luce bianca rientra in un progetto più ampio di digitalizzazione della mobilità urbana. L’obiettivo è rendere il traffico più efficiente e sicuro, sfruttando le potenzialità della tecnologia. Secondo gli studi alla base della sperimentazione, l’utilizzo di questa quarta luce potrebbe ridurre i tempi di attesa fino al 94%, con effetti positivi anche sui consumi e sulle pericolose emissioni. Il principio è semplice: se i veicoli comunicano tra loro e con l’infrastruttura, si possono evitare frenate inutili, partenze ritardate e situazioni di congestione. Per una città come Roma, dove il traffico è spesso un problema quotidiano, anche piccoli miglioramenti possono avere un impatto significativo.

Per gli automobilisti tradizionali, la presenza della luce bianca non stravolge le regole di base. Rosso, giallo e verde restano i riferimenti principali. Quando si accende la luce bianca, però, il comportamento richiesto cambia leggermente. In presenza di veicoli autonomi, basterà seguire il flusso del traffico, affidandosi di fatto alla gestione automatizzata degli incroci. Se invece i veicoli a guida autonoma sono pochi o assenti, il sistema torna al funzionamento classico. Questo approccio permette una convivenza graduale tra auto tradizionali e veicoli intelligenti, evitando cambiamenti troppo bruschi nelle abitudini di guida.

Se è pur vero che i cambiamenti inizialmente impensieriscono non poco, in realtà l’adozione della 4^ luce bianca rappresenta un passo avanti verso una mobilità sempre più connessa; certo, è una tecnologia in fase di sperimentazione, e molto dipenderà dalla diffusione reale delle auto a guida autonoma, che oggi sono ancora poco presenti sulle strade europee. Senza un numero sufficiente di veicoli compatibili, i benefici del sistema rischiano di essere limitati. È positivo, comunque, che sia stata prevista l’adozione di infrastrutture intelligenti, e Roma sembra voler anticipare questa transizione, testando soluzioni che potrebbero diventare standard nei prossimi anni.

Cari amici, le novità, come accennato prima, inizialmente non vengono viste favorevolmente, in particolare da chi da molti anni guida per abitudine, ma la novità è soprattutto un segnale di cambiamento per cercare di adeguare e migliorare i grandi problemi del traffico in città oggi davvero super intasate. La realtà, amici, è che il traffico del futuro, ci piaccia o no, sarà sempre meno gestito dall’uomo e sempre più affidato agli algoritmi!

A domani.

Mario

domenica, maggio 24, 2026

CI PIACCIA O NO LA NOSTRA VITA SEGUE LE REGOLE DELLA ”PLATFORM SOCIETY”! IL RISULTATO? LA NOSTRA SOGLIA DI ATTENZIONE DIVENTA SEMPRE PIÙ SCARSA.


Oristano 24 maggio 2026

Cari amici,

Nel Terzo Millennio che stiamo percorrendo la nostra vita  è giocoforza vissuta all’interno di determinate regole: quelle della “PLATFORM SOCIETY” (società delle piattaforme), un particolare ordine sociale in cui le piattaforme digitali (come Google, Facebook, Amazon, Uber) costituiscono l'infrastruttura fondamentale che organizza un po’ tutto: dalle interazioni familiari a quelle sociali, da quelle economiche a quelle politiche. In realtà questi non sono semplici strumenti, ma forti architetture, che strutturano le relazioni e mercificano i dati, trasformando profondamente le regole della precedente società.

Tutto iniziò praticamente circa venti anni fa, nel 2004, quando nel mese di febbraio in una stanza del dormitorio di Harvard lo studente Mark Zuckerberg lanciava in internet la piattaforma “The Facebook”.  Era rivolta agli studenti del college, ed era nata come una “piattaforma di condivisione” e di conoscenza per gli studenti; presto, però, fu ampliata e, in pochi mesi, diventò un fenomeno prima nazionale e poi internazionale. Facebook, in tempi brevi, riuscendo a cambiare completamente la nostra socialità.

Passo dopo passo, nell’avvicendarsi delle generazioni, da chi ci è cresciuto insieme a chi, come i tardi millennials, ci ha passato sopra l’adolescenza, le piattaforme di condivisione hanno cambiato il modo di vivere le relazioni, il modo di approcciarsi l’un l’altro, modificando completamente gli stili di vita delle generazioni precedenti. Praticare le regole della “Platform Society” hanno comportato un cambio epocale; Dalle piazze reali si è passati alle piazze virtuali, dove si impara a conoscere qualcuno attraverso uno schermo: un modo nuovo per dare la giusta distanza, per avere il tempo di ponderare le risposte, modellare la propria personalità sulla base di idee e concetti appresi sui social, smussare gli angoli di un carattere un po’ diverso dalla realtà.

Si, amici, viviamo immersi nella Platform society che lentamente ma inesorabilmente modifica la forma delle nostre menti, frammenta l'attenzione e ci nega la possibilità di abitare, di vivere un tempo sereno, disteso. Una delle conseguenze importanti è che la nostra “SOGLIA DI ATTENZIONE MEDIAè calata notevolmente negli ultimi anni, e probabilmente sono poche le persone che possono dire di non aver mai fatto dei tentativi per tenere lontano lo smartphone durante il lavoro o lo studio, ma senza grandi risultati. Eppure non si tratta solo di una questione di tempo sprecato in varie forme di intrattenimento digitale, ma della difficoltà di rimanere a lungo nella stessa attività.

La
ricercatrice Gloria Mark, che studia l’attenzione all’Università della California, misura da vent’anni quanto riusciamo a restare su uno schermo prima di guardare altrove. Nel 2004 erano due minuti e mezzo, mentre oggi sono 47 secondi! Non serve che qualcuno ci interrompa, ma siamo noi da soli che mentre stiamo leggendo la pagina di un libro ci fermiamo per guardare qualcos’altro, come se avessimo ricevuto una notifica e non potessimo perdercela.

La ricercatrice olandese José van Dijck definisce, con «Platform society», la condizione in cui le piattaforme digitali sono diventate il luogo in cui viviamo, lavoriamo, ci incontriamo, ci innamoriamo, leggiamo, compriamo, ci informiamo e passiamo il tempo libero. Sono diventate la forma stessa della nostra vita e vivono di attenzione. Di conseguenza, dopo anni di questa esposizione continua, qualcosa in noi si è adattato, e la forma dell’ambiente in cui passiamo molto tempo delle nostre giornate modifica la forma delle nostre teste.

Quando, la sera, ci accorgiamo di non avere più niente da dare a chi abbiamo davanti, o non ricordiamo cosa abbiamo fatto in quelle ore passate a scorrere qualcosa che non era nemmeno davvero interessante, il rischio è quello di colpevolizzarsi aggiungendo dolore su dolore. Ma il fatto è che viviamo in un posto che è costruito perché quelle ore si dissolvano. Il detox individuale, in questo senso, somiglia un po’ al tentativo di migliorare la qualità dell’aria in una stanza di una città molto inquinata aprendo di tanto in tanto la finestra. Aiuta, ma il problema resta fuori.

Cari amici, è indubbio che i social siano ormai parte della nostra vita sociale, politica e culturale: ci informano sull’attualità, dettano le mode, mobilitano piazze e interrogazioni parlamentari. Non c’è nulla della nostra vita – di quella dei più giovani, soprattutto – che non venga passata al vetriolo attraverso lo schermo dei social. Allora, ben prima di domandarci come poter aumentare la nostra soglia di attenzione, chiediamoci cosa vogliamo che resti di noi, alla fine di una giornata passata dentro un’architettura splendente e scaltra, che lavora alacremente per annientarci, per farci dimenticare dove e chi siamo stati.

A domani.

Mario

sabato, maggio 23, 2026

SICUREZZA NELL'USO DELLE CARTE DI CREDITO: A BREVE DAREMO ADDIO AL PIN A 4 CIFRE. PER MAGGIORE SICUREZZA, D'ORA IN POI, UTILIZZEREMO IL SISTEMA BIOMETRICO.


Oristano 23 maggio 2026

Cari amici,

Il costante aumento dell’uso delle carte di credito al posto del contanti crea, come ben sappiamo, anche diversi problemi di sicurezza. Il prelievo dai Bancomat o dai Pos con le carte di credito, di norma avviene digitando il PIN a 4 cifre, un sistema standard nato negli anni '60, ma che è considerato sempre più a rischio nel pericoloso contesto attuale di sicurezza informatica. Sebbene la struttura base sia ancora ampiamente utilizzata, le sole 10.000 combinazioni possibili (da 0000 a 9999) rendono questa forma di autenticazione vulnerabile agli attacchi fraudolenti, spingendo verso soluzioni più sicure.

Purtroppo, viene constatato sempre più spesso che il PIN, pur semplice nel suo uso corrente, si è rivelato negli anni una pericolosa falla nella sicurezza delle carte di credito, in quanto è molto facile da sottrarre. Se un malvivente riesce a rubare o a clonare la nostra carta, e ad ottenere il Pin, il gioco per lui è fatto! Da qui la necessità di trovare un metodo più sicuro, meno vulnerabile, per un uso più sicuro della carta, e raggiungere una maggiore tranquillità all’utilizzo del nostro denaro per via elettronica. Gli studi su nuovi strumenti più sicuri da utilizzare sono in atto.

Stante questi pericoli, c’è la certezza che già nei prossimi anni ci saranno importanti cambiamenti per l’utilizzo sicuro delle carte di credito e debito, che prevedono, per esempio, l’utilizzo di sensori d'impronta digitale, volti a favorire il riconoscimento biometrico. Ciò significa che presto potremo dire addio al vecchio codice PIN. Fino ad oggi tutti noi siamo abituati a tenere a mente il codice a 4 cifre da inserire quando stiamo effettuando un prelevamento o un pagamento. Quando inseriamo la nostra carta nel Bancomat, o la avviciniamo al Pos, il passaggio successivo è proprio quello di digitare il Pin, premere il tasto verde e poi attendere il via libera alla transazione. Ma vediamo cosa presto cambierà.

Amici, già adesso molti smartphone si avvalgono di metodi come il riconoscimento dell'impronta digitale, o il riconoscimento facciale, per attivarsi, e questo sistema garantisce una protezione davvero eccellente. Ecco, proprio da qui è nata l’idea di adottare il medesimo sistema anche per le carte di credito o di debito. La nuova procedura che andrebbe ad utilizzare il sistema biometrico prevede la realizzazione di nuove “Carte”, con un sistema che potrebbe anche essere snellito. A tal proposito, dunque, si sta già pensando di realizzare delle carte che consentono il riconoscimento biometrico mediante impronta digitale.

Le carte del futuro, in sostanza, saranno dotate di un sensore biometrico in grado di leggere e riconoscere l'impronta digitale del titolare, e in questo modo potranno autorizzare il pagamento. Una volta avvicinata la carta al POS, basterà dunque posare il pollice sul sensore e la transazione sarà avviata con successo. Il sistema è già in corso, e sono diverse le iniziative in atto in questo periodo, tanto che si parla dell’avvio generalizzato previsto verso la fine del 2026, nel quale cominceremo a vedere le prime proposte. In Italia abbiamo Banca Sella, che ha già una carta biometrica con sensore, e Intesa Sanpaolo, che sta collaborando con Mastercard e ha cominciato i primi test.

Con il costante aumento dell’utilizzo delle carte di credito e di debito, effettuare le transazioni con l’utilizzo del sistema biometrico (Impronta, Volto, Iride), sarà certamente molto più sicuro dell’utilizzo del Pin a 4 cifre. La “Maggiore Sicurezza” è data dal fatto che il sistema biometrico è impossibile da indovinare o rubare tramite phishing (a differenza dei PIN che possono essere osservati o sottratti; le caratteristiche biometriche, infatti, sono uniche per ogni individuo e difficili da replicare. Altro importante vantaggio è che non essendo necessario ricordare i codici, l'autenticazione è immediata.

Cari amici,  il nuovo sistema sarà certamente in grado di garantire “Comodità e Velocità”: nessuno sforzo di memoria per ricordare codici, e una maggiore resistenza agli attacchi  di phishing, non essendo basati su caratteri, per cui non sono vulnerabili ai keylogger (software che registrano i tasti digitati). Ben vengano le nuove misure di protezione dei nostri acquisti e pagamenti!

A domani.

Mario

venerdì, maggio 22, 2026

ADOLESCENTI E DIPENDENZA SEMPRE PIÙ MARCATA DALLE NUOVE TECNOLOGIE. IL PERICOLO DEL CRESCENTE UTILIZZO DEI CHATBOT E I RISCHI CONNESSI.


Oristano 22 maggio 2026

Cari amici,

L’avanzare delle nuove tecnologie non conosce soste, anzi naviga in modo sempre più accelerato. Ad esserne particolarmente attratti sono i giovani in formazione, ovvero gli adolescenti, il cui utilizzo sta raggiungendo livelli critici. Gli studi più recenti evidenziano come circa il 77,5% dei giovani studenti italiani si dichiara dipendente dai dispositivi digitali. In questo panorama, prima con i social, per arrivare ora ai “CHATBOT”, basati sull’Intelligenza Artificiale (come ChatGPT), i giovani si trovano di fronte ad una nuova frontiera di rischio, con il 35% dei ragazzi tra 12 e 18 anni che li utilizza abitualmente, e, spesso, come sostituti del supporto psicologico.

Amici, è da tempo ormai che i giovani si buttano a capofitto sulla tecnologia, ma ora, dopo l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, il rischio di dipendenza tecnologica, soprattutto per gli adolescenti (ma non solo), è diventato alquanto serio e concreto. La dipendenza, nata e poi cresciuta con i social network, ha portato allo sviluppo di fenomeni come il cyberbullismo per arrivare addirittura allo challenge, che mette a rischio anche la vita. Ora questo pericolo appare ancora più marcato, in quanto l’avvento dei CHATBOT ha aumentato notevolmente i rischi legati alle dipendenze tecnologiche.

Questo serio rischio di forte dipendenza è evidenziato dal successo, soprattutto tra gli utenti più vulnerabili (gli adolescenti) dei chatbot di compagnia, forniti da piattaforme come Character.AI, Replika o Kindroid; piattaforme già in passato finite al centro del mirino per i rischi in termini di sicurezza a cui potrebbero aver esposto gli utenti più giovani. Questi pericolosi chatbot che, grazie all'IA, sembrano avere una personalità umana, sono un serio problema, in quanto capaci di permettere una comunicazione praticamente realistica in tutto e per tutto.

Gli studi più recenti sul fenomeno hanno messo in luce che negli Stati Uniti più della metà degli adolescenti li utilizza regolarmente. Un gruppo di ricercatori della Drexel University di Philadelphia ha cercato di capire l'impatto psicologico creato sui giovani da questi chatbot, a partire direttamente dal punto di vista dei ragazzi. Dal loro lavoro è emersa una situazione allarmante, che va oltre il profilo delle dipendenze tecnologiche così come eravamo abituate a percepire prima dell'avvento dell'AI.

In questo lavoro i ricercatori del laboratorio ETHOS (Ricercatori/Clinici in Radioterapia Oncologica -Ethos AI), specializzati nello studio degli effetti sociali delle interazioni tra le persone e i sistemi informatici, della Drexel University hanno voluto esaminare il rapporto degli adolescenti con gli assistenti virtuali direttamente dal loro punto di vista. Per questo hanno utilizzato come base della loro analisi oltre 300 post su Reddit di utenti tra i 13 e i 17 anni che avevano come tema il loro rapporto problematico con i chatbot forniti da Character.AI.

Dalla loro analisi è emerso che circa un quarto degli utenti si era rivolto agli assistenti virtuali per lo più per avere un supporto emotivo, ad esempio per affrontare la solitudine o l'isolamento, mentre meno del 5% lo aveva fatto per scopi pratici, di intrattenimento o studio. Fin qui, niente di troppo allarmante, anche perché nella maggior parte dei casi – almeno stando alle parole degli utenti stessi – queste conversazioni erano iniziate in modo positivo e si erano rivelate perfino apparentemente utili. Tuttavia, l’utilizzo, nonostante le intenzioni iniziali, si sono evolute in rapporti costanti, evidenziando i tratti tipici delle dipendenze.

Tra questi tratti tipici delle dipendenze i ricercatori hanno individuato la presenza di schemi come il conflitto, l'astinenza e la ricaduta. Molti di questi ragazzi raccontavano infatti un dissidio interiore tra il bisogno/desiderio di parlare con il chatbot e il senso di colpa derivato dalla consapevolezza dell'uso eccessivo. O ancora, il loro rapporto con i chatbot, complice la loro forte antropomorfizzazione, mostrava anche un'importante componente di attaccamento emotivo ai bot. Non solo, in queste interazioni i ricercatori hanno ravvisto anche vere e proprie forme di astinenza nel momento in cui gli utenti raccontavano di aver provato a ridurre l'uso dei chatbot. Proprio come succede a chi ha una dipendenza comportamentale e prova a liberarsene.

Cari amici, stante quanto rilevato, i ricercatori hanno dichiarato che potremmo essere di fronte a un'evoluzione delle dipendenze tecnologiche rispetto a quelle precedenti all'arrivo dell'IA. E parte della responsabilità di questo rischio potrebbe risiedere proprio nelle caratteristiche di funzionamento dei chatbot. Ecco cosa hanno dichiarato: "La personalizzazione, la multi-modalità e la memoria rendono i compagni virtuali basati sull'IA diversi dalle tecnologie precedenti e fanno sì che sia più difficile distinguere una dipendenza da relazioni che sembrano autentiche". A fronte di queste osservazioni, i ricercatori della Drexel University si uniscono agli esperti che chiedono nella progettazione dei chatbot maggiori tutele per gli utenti, soprattutto per i più giovani e più in generale per chi è più esposto al rischio di dipendenze comportamentali o di isolamento sociale.

Credo, di fronte a questo pericolo, che non ci sia nient’altro da aggiungere…

A domani.

Mario