sabato, aprile 11, 2026

LA NOSTRA MENTE E LA “RISERVATEZZA”. PER MOLTI MANTENERE UN SEGRETO, SPESSO NON È PROPRIO FACILE! LA PSICOLOGIA SPIEGA I MOTIVI.


Oristano 11 aprile 2026

Cari amici,

Chissà quante volte un amico, prima di rivelarci “un segreto” ci ha fatto giurare sulla nostra riservatezza, chiedendoci fortemente di non dirlo a nessuno! Di certo abbiamo aderito, ma promettere di tacere in realtà non è così semplice come può apparire! Si, dal primo momento la nostra mente inizia a rimuginare l’informazione ricevuta, tornandoci sopra in continuazione. È la psicologia a farci scoprire che mantenere un segreto non è solo una questione di discrezione. La vera sfida risiede principalmente nel nostro mondo interiore. Vediamo meglio perché.

Nella nostra mente “Mantenere un segreto” è un'esperienza psicologicamente faticosa, che crea un notevole "carico cognitivo" ed emotivo. La ricerca psicologica, in particolare gli studi del dottor Michael Slepian, spiegano che la difficoltà non sta tanto nel nascondere il segreto attivamente, quanto nel fatto che la nostra mente tende a ritornarvi sopra frequentemente. Una volta che la nostra mente è in possesso di un segreto, essa continua a rimuginarlo Questo continuo "vagabondaggio mentale" (o rimuginio) provoca stress, ansia e stanchezza, molto più della necessità di nascondere attivamente l'informazione nelle conversazioni quotidiane.

Questo "peso psicologico” influisce sulla nostra capacità di concentrazione sugli altri problemi, creando una sensazione di stanchezza emotiva. Tenere un segreto limita la nostra capacità di agire naturalmente, portando ad una sensazione di inautenticità. Ci si sente meno "se stessi" con gli altri, il che può generare sentimenti di isolamento, solitudine e vergogna. La realtà è che gli esseri umani sono “individui sociali”, e questo li porta a cercare la condivisione. Il segreto contrasta con il nostro bisogno fondamentale di connetterci e ricevere supporto, creando un conflitto interiore. In sintesi, la psicologia spiega che i segreti ci fanno stare male non tanto perché li nascondiamo, ma perché il nostro pensiero li rimugina in continuazione, facendoci pensare troppo.

Amici, La ricerca dello psicologo Michael Slepian, professore alla Columbia Business School, dimostra che la nostra mente pensa ai nostri segreti molto più spesso di quanto effettivamente cerchiamo di tenerli nascosti. Il lavoro di ricerca svolto dallo psicologo Michael Slepian e dai suoi colleghi suggerisce inoltre che la frequenza con cui si pensa a un segreto può influenzare il benessere generale. I partecipanti alla ricerca hanno dichiarato di pensarci spesso, e come conseguenza tendevano a percepire il proprio benessere come un po' più fragile. Questo non significa che un segreto renda necessariamente infelici, ma crea, comunque, un impatto maggiore, con il conseguente aumento del peso mentale associato ai pensieri ripetitivi.

Tornando poi, al problema dell’essere “individui sociali”, avvezzi alla “condivisione”, un altro fattore entra in gioco: l'autenticità. Quando teniamo per noi informazioni importanti, può crearsi una leggera discrepanza tra ciò che sappiamo e ciò che condividiamo con gli altri. Se diamo valore alla sincerità nelle nostre relazioni, questo silenzio a volte può creare un disagio interiore. Anche la natura del segreto gioca un ruolo importante. Molti segreti riguardano questioni delicate: errori personali, difficoltà finanziarie, tensioni relazionali o situazioni di cui si prova poco orgoglio. Questo contenuto può alimentare sensi di colpa o ansia, che a loro volta rafforzano la ruminazione.

In realtà anche i segreti più felici possono essere difficili da mantenere. Una sorpresa, un progetto entusiasmante o un grande annuncio all'orizzonte spesso creano un'intensa eccitazione. Il desiderio di condividere la propria gioia può quindi entrare in conflitto con la promessa di discrezione. Questo paradosso spiega perché potremmo provare allo stesso tempo orgoglio nell'essere a conoscenza del segreto... ma anche un po' di pressione interiore.

Cari amici, la chiave per gestire al meglio un segreto non risiede necessariamente nella nostra forza di volontà, ma nel modo in cui dovremmo gestire i nostri pensieri. Riconoscere che un segreto attraversa la mente è normale: l'obiettivo principale è evitare di rimanere bloccati nella rimuginazione. In definitiva, la psicologia ci ricorda qualcosa di essenziale: mantenere un segreto non significa solo tacere: significa anche imparare a lasciare che le informazioni risiedano nella nostra mente... senza lasciarci travolgere!

A domani.

Mario

 

venerdì, aprile 10, 2026

IL PREZZO NASCOSTO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL NOSTRO CERVELLO, CON L'ECCESSIVO UTILIZZO DELL'A.I., DIMINUISCE LE SUE CAPACITÀ DI RICERCA, RALLENTANDO L'ATTIVAZIONE DELLE RETI NEURONALI.


Oristano 10 aprile 2026

Cari amici,

Che l’Intelligenza Artificiale, da tanti di noi, venga vista come una novella “LAMPADA DI ALADINO”, è, purtroppo, un cruda realtà. La formazione scolastica attuale vede la gran parte degli studenti utilizzare l'intelligenza artificiale (IA) nello studio, e questo sta sollevando importanti interrogativi sul futuro delle capacità cognitive umane, con l'evidente, crescente rischio di "atrofia cognitiva" o "debito cognitivo"; il pericolo aumenta se l'uso dell’I.A. non è limitato, ovvero equilibrato. Studi recenti indicano che, quando l'I.A. viene utilizzata come “sostituto del pensiero” piuttosto che come “supporto”, il cervello tende a ridurre il proprio impegno cognitivo.

Amici, questa crescente “Delega cognitiva” data all’intelligenza artificiale solleva, però, una domanda cruciale: continuando di questo passo, qual sarà, davvero, il prezzo nascosto da pagare per un totale utilizzo dell'IA? Su questo serio problema ci sono già diversi studi che intendono accertare "a quale prezzo" pagheremo questa forte delega in bianco data all'IA. Già nel 2024 il Massachusetts Institute of Technology (MIT) pubblicò uno studio in merito. I ricercatori osservarono l’attività cerebrale di 54 studenti universitari, provenienti dal MIT e da atenei limitrofi, mentre scrivevano brevi saggi. Alcuni utilizzavano ChatGPT come supporto, altri no.

Attraverso l’elettroencefalogramma (EEG), una tecnica che misura l’attività elettrica del cervello tramite elettrodi applicati sul cuoio capelluto, gli studiosi rilevarono un dato significativo: chi si affidava all’IA mostrava una minore attivazione delle reti neuronali associate all’elaborazione cognitiva profonda. Non solo: questi studenti faticavano di più a citare o ricordare parti del proprio elaborato rispetto a chi aveva scritto senza assistenza artificiale. Secondo gli autori, il risultato evidenzia “l’urgenza di indagare un possibile indebolimento delle capacità di apprendimento” quando l’IA viene usata in modo sostitutivo e non complementare.

Risultati simili sono emersi da una ricerca congiunta della Carnegie Mellon University e di Microsoft, pubblicata nello stesso periodo. In questo caso, il campione comprendeva 319 lavoratori del settore impiegatizio che utilizzavano strumenti di IA generativa almeno una volta a settimana. Analizzando oltre 900 attività affidate all’IA – dalla ricerca di insight nei dati alla verifica del rispetto di regole e criteri – i ricercatori hanno osservato una correlazione chiara: quando le persone erano convinte che l’IA “sapesse fare”, tendevano a controllare meno, riflettere meno e intervenire meno. Lo studio è arrivato alla conclusione che, anche se da un lato l’IA può aumentare l’efficienza, dall’altro rischia di favorire una dipendenza a lungo termine, riducendo la capacità umana di risolvere problemi in modo autonomo.

Il tema, in ambito scolastico, risulta particolarmente delicato. Un’indagine pubblicata nell’ottobre 2024 dalla Oxford University Press ha coinvolto studenti delle scuole britanniche: sei su dieci hanno dichiarato che l’uso dell’IA ha avuto un impatto negativo.  Secondo la dottoressa Alexandra Tomescu, specialista di IA generativa presso l’O.U.P. e coautrice dello studio, il 90% degli studenti afferma che l’IA li ha aiutati a sviluppare almeno una competenza, come la capacità di risolvere problemi, la creatività o la revisione dei contenuti. Allo stesso tempo, circa un quarto degli intervistati riconosce che l’IA rende “troppo facile” svolgere i compiti. “È una situazione complessa e sfaccettata”, ha spiegato la Tomescu alla Bbc. “Molti studenti non chiedono di usare meno l’IA, ma di essere guidati meglio su come usarla”.

Cari amici, il problema è davvero serio e prima di dare ampia delega all’uso dell’I.A., bisognerebbe riflettere con grande attenzione: ne va del futuro delle nostre capacità cognitive! Anche il professor Wayne Holmes è convinto che non basti limitarsi ad un uso “consapevole”; il dottor Wayne Holmes, docente all’University College London e studioso dei rapporti tra I.A. ed educazione, invita alla prudenza. Secondo lui, mancano ancora prove indipendenti su larga scala che dimostrino l’efficacia e la sicurezza dell’IA nei processi educativi. La prudenza, a pensarci bene, non è mai troppa!

A domani.

Mario

 

giovedì, aprile 09, 2026

IL LINGUAGGIO DEL CORPO. LE GAMBE: L'ABITUDINE E IL MODO DI MUOVERLE O ACCAVALLARLE, QUALI SEGNALI, QUALI MESSAGGI VOGLIONO INVIARCI?


Oristano 9 aprile 2026

Cari amici,

La specie umana non comunica solo con le parole ma con tutto il corpo. Si, la comunicazione non è solo verbale, ma c’è un modo quasi infinito di comunicare agli altri quello che sentiamo. Il linguaggio del corpo risulta molto importante ed è necessario conoscerlo! Nel post di oggi voglio parlare con Voi, amici lettori, del movimento delle gambe, ovvero cercare di capire cosa vogliamo comunicare, con quali intenzioni le muoviamo, spesso in modo anche più convincente dell’espressione di viso e braccia.

Le gambe, amici, sono simbolicamente associate al movimento, all'azione e alla capacità di andare avanti nella vita. Muoverle, soprattutto ritmicamente e con insistenza, può riflettere un conflitto interiore più profondo di quanto sembri. Nei momenti in cui vogliamo cambiare la situazione, iniziare un progetto o prendere una decisione, ma dei timori ci trattengono, la nostra mente oscilla, riflette; ed è allora che le gambe iniziano a fare quei movimenti necessari a scaricare la tensione, l’irrequietezza, le nostre paure.

Per esempio, “far oscillare la gamba”, appare un gesto apparentemente innocuo, che molti di noi compiono senza nemmeno rendersene conto, se fatto in modo ripetitivo; in realtà non è così innocente come potrebbe sembrare. Il nostro corpo, spesso, trasmette messaggi sottili attraverso di esso, rivelando il nostro stato emotivo. Questo movimento, infatti, evidenzia la nostra “impazienza o tensione nascosta”, in quanto il dondolare le gambe è spesso il modo in cui il corpo gestisce un'eccessiva tensione interna. Questo dondolio, in realtà è una “valvola di sfogo”, una micro-fuga silenziosa quando stress, noia o frustrazione diventano eccessivi. È un modo particolare in cui il corpo cerca di liberare l'energia repressa.

È la psicologia a spiegarci che questo fenomeno è ritenuto un meccanismo di autoregolazione, ovvero che Il sistema nervoso, sovraccarico, utilizza questo gesto ripetitivo per dissipare parte della pressione accumulata, in quanto non sempre la persona riesce a esprimere l'agitazione con le parole, quindi il corpo utilizza altri sistemi. Succede, per esempio, quando aspettiamo una risposta importante, quando ci troviamo in un ambiente scomodo, e allora la nostra gamba diventa l'ambasciatrice delle nostre emozioni. È una strategia intelligente, a volte persino inconscia, per rimanere funzionale nonostante la tensione.

La nostra posizione a “Gambe aperte”, con i piedi puntati verso l'interlocutore, indica, invece, una certa apertura e interesse verso l’altro, mentre se teniamo le gambe incrociate, i piedi rivolti verso l'uscita o movimenti nervosi, è un segnale di chiusura, di insicurezza, oppure il nostro desiderio di andarcene. I movimenti delle gambe, in realtà, non sono semplicemente un segno di stress o esitazione, ma un prezioso segnale del nostro corpo per attirare l’attenzione. È un invito a riconcentrarci, a riconoscere i nostri limiti e a prenderti cura di noi.

Se teniamo le “Gambe incrociate” (seduti o in piedi), queste indicano chiusura, protezione, insicurezza o disaccordo. Le “Gambe/piedi” che dondolano o si muovono nervosamente: Segno di stress, ansia, agitazione o impazienza. Piedi "bloccati" (sotto la sedia): Indicano un atteggiamento difensivo o riservato. Anche Tenere le “Caviglie incrociate” è un segno associato a un atteggiamento difensivo. Dondolare o fare il "pendolo" (in piedi): Indica insicurezza o tentativo di scaricare l'ansia. Se, invece, teniamo le Ginocchia a contatto con un’altra persona, ciò sta ad indicare intimità e affinità.

Cari amici, comprendere perfettamente il nostro corpo significa essere consapevoli dei segnali che invia, per cui aprire la nostra mente ai segnali inviatici significa aprire le porte a una migliore comprensione della globalità e capacità del nostro corpo. In definitiva, imparare ad ascoltare questi messaggi sottili inviatici, è un passo verso il raggiungimento di una maggiore armonia interiore. Cari lettori, se da oggi in poi, quando le nostre gambe inizieranno a muoversi da sole, saremo capaci di ascoltarle con un pizzico di curiosità in più, capiremo meglio ciò che vogliono comunicarci!

A domani.

Mario

 

mercoledì, aprile 08, 2026

SARDEGNA E TURISMO: FORESTE APERTE IN PRIMAVERA. IL PARCO DI TEPILORA, IN APRILE, APRE A ESCURSIONI, LABORATORI ESPERIENZIALI, TRADIZIONI, SPORT, INTRATTENIMENTO.


Oristano 8 aprile 2026

Cari amici,

La SARDEGNA, nonostante l'espoliazione violenta delle foreste subita nei secoli scorsi, ha ancora un ricco patrimonio boschivo. Uno dei meravigliosi luoghi ameni, ricco di boschi, è il Parco Naturale Regionale di Tepilora, ideale per essere frequentato nei giorni riscaldati dal primo tepore primaverile. Ricco di oltre 8.000 ettari di boschi incontaminati, sentieri e corsi d'acqua, il parco si estende tra Bitti, Lodè, Posada e Torpè. La primavera, periodo che predispone al meraviglioso risveglio della natura, è un momento ideale che consente al visitatore una fruizione davvero eccezionale!

Ebbene, proprio in quest’ottica i responsabili del parco hanno creato l’evento "Foreste Aperte", finanziato dalla Regione Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna, con l’organizzazione della Cooperativa Istelai in collaborazione con i quattro Centri di educazione ambientale e alla sostenibilità (CEAS), Agenzia Forestas, associazioni culturali, sportive, del sociale e altrettanti operatori privati del territorio, con le compagnie barracellari e le diverse strutture comunali. Arrivato alla quinta edizione, l'evento “Foreste aperte” nel Parco di Tepilora ha in programma quest'anno quattro appuntamenti, che faranno tappa nei territori dei comuni dell’area protetta a iniziare da sabato 11 aprile con Lodè; il giorno dopo, domenica 12, sarà la volta di Bitti e poi Torpè il 19 e Posada il 25.

La rassegna 2026 mette sul piatto offerte importanti, pensate per i visitatori, sia locali che in arrivo da tutta la Sardegna, con i collaudati punti di forza delle escursioni guidate, uso dei kayak sul Rio Posada e laboratori nei boschi di Crastazza e Sos Littos. Insomma Foreste Aperte nel programma 2026 è ricco di straordinarie immersioni nella natura, e dei ricchi laboratori esperienziali. Arricchiscono il programma la storia e l’archeologia, le tradizioni e lo sport, l’artigianato e l’agroalimentare, l’intrattenimento e numerosi momenti musicali.

Amici, indubbiamente è un programma straordinario, ricco di iniziative capaci di soddisfare gli interessi di famiglie, ragazzi, adulti e amanti di una socialità vissuta all’aria aperta, tra luoghi incantati e ricchi di biodiversità mediterranee che si potranno scoprire, spaziando dai boschi degli altopiani dell’alta Barbagia fino alle zone umide del litorale tirrenico della Baronia, navigando idealmente verso valle lungo il corso del Rio Posada. Il Parco si potrà visitare a piedi o in bicicletta, in quad o a cavallo, in kayak o in trenino. Chi partecipa, ovviamente, è invitato a indossare un abbigliamento idoneo e a informarsi sulle caratteristiche tecniche delle escursioni.

Il nuovo Presidente del Parco Naturale Regionale di Tepilora è Martino Sanna, sindaco di Torpè. Ecco una sua recente dichiarazione. “Foreste Aperte si conferma uno degli appuntamenti di maggior rilievo per i territori e le comunità della nostra area protetta. Un punto di riferimento per tutta la Sardegna, e non solo, che ama immergersi nella natura e fare lunghe passeggiate”. Queste le parole del Presidente del Parco, Martino Sanna, che ha aggiunto: “Come da tradizione, ormai collaudata negli anni, puntiamo nel valorizzare le bellezze ambientali e la straordinaria biodiversità, la cultura e la storia, passando per l’agroalimentare e l’artigianato. Un’offerta caratterizzata da quel turismo lento ed esperienziale, dove il valore dello stare assieme diventa il collante più genuino delle nostre quattro giornate. Ogni edizione ci serve per migliorare qualcosa, anche grazie ai suggerimenti e alle idee che raccogliamo dialogando con le comitive e le famiglie, con i tanti visitatori che ci raggiungono per conoscere e assaporare nuove cose”.

Cari amici, considero “Foreste Aperte”, un’iniziativa validissima, capace di far conoscere la Sardegna ai tanti sardi che poco la conoscono, limitandosi a visitare le nostre belle coste. Molti di noi, invece, dovrebbero conoscere la Sardegna dell’interno, che custodisce bellezze e tradizioni straordinarie. Per chi vuole partecipare, tutte le informazioni e gli aggiornamenti sulle prossime giornate prima indicate, si possono trovare consultando il sito www.parcoditepilora.it e i canali Facebook e Instagram del Parco. Per informazioni più dettagliate e per prenotare alcune attività, su cui è richiesta l’iscrizione obbligatoria, si possono chiamare i numeri: 3468900338 (Lodè); 3332371759 (Bitti); 3395852515 (Torpè); 3773059522 (Posada).

Nell’invitarvi a partecipare, Vi saluto con il mio classico “A domani”.

Mario

 

martedì, aprile 07, 2026

SIAMO SICURI CHE È NEL POSSEDERE TANTI SOLDI IL SEGRETO DELLA FELICITÀ? PER ESSERE FELICI I SOLDI NON BASTANO! VEDIAMO PERCHÉ.


Oristano 7 aprile 2026

Cari amici,

Il detto che “SONO I SOLDI A FARE LA FELICITÀ”, ovvero l'esistenza dello stretto legame tra denaro e felicità, è in effetti una realtà alquanto antica, ma col passare del tempo, il proverbio ha perso la sua efficacia. Considerato lo stile di vita a cui l’uomo è arrivato in questo Millennio tecnologico, studi recenti suggeriscono che, seppure i soldi consentano di vivere la vita in modo più facile, il denaro, per quanto abbondante, non garantisce la felicità assoluta dalle persone che lo possiedono. Se da un lato è vero che chi ha un reddito alquanto alto è un soggetto che gode di un maggiore benessere, è anche vero che il denaro da solo non garantisce la felicità.

Si, amici, è la scienza a confermare che l’antico proverbio è diventato obsoleto: il denaro può rendere felici… ma solo fino a un certo punto! La psicologa Gabriella Tupini, nota per il suo approccio diretto, concreto e talvolta critico su temi come l'amore, le relazioni e le dinamiche familiari, nell’affrontare  il tema di soldi e del conseguente benessere e relativo successo, con una semplice domanda sposta subito la prospettiva: «Vivremmo davvero così se fossimo consapevoli di dover morire?». Il punto è semplice e allo stesso tempo potente: riempiamo le giornate di lavoro, obiettivi e competizione, come se avessimo tempo illimitato, ma il tempo non è infinito!

Secondo la Tupini, prendere sul serio la nostra fragilità cambierebbe molte scelte quotidiane e ridimensionerebbe la “corsa” al risultato. Tornerebbero centrali quelle esperienze che contribuiscono a creare la felicità reale: una passeggiata senza fretta, una conversazione profonda, la vicinanza emotiva, un pasto condiviso, il tempo trascorso con le persone che amiamo. La sua riflessione è anche una critica allo stile di vita contemporaneo: spesso viviamo fuori misura, ignorando i ritmi umani e i bisogni fondamentali di equilibrio. Inseguire solo produttività e performance può dare l’illusione del successo, ma rischia di erodere ciò che davvero sostiene il nostro benessere: "Relazioni, qualità del tempo e presenza".

L’accumulo della ricchezza, secondo la Tupini, è come una “bella sirena che chiama Ulisse”. Seduce, attrae, illude. E soprattutto fa venire sempre più sete: non basta mai! In questo vortice si entra senza quasi accorgersene, passando da un obiettivo all’altro, da un confronto all’altro. Si trascorrono gli anni migliori coltivando la rivalità con l’altro, aumentando la competizione, ingaggiando una sfida a chi guadagna di più! Tutto questo, sottolinea la psicologa, finisce per ledere i valori più umani. Da qui la domanda provocatoria: “Perchè costruire poteri, domini, fare palazzi futuristici, perché si deve fare a gara ‘a chi ce l’ha più alto’?”. Per arrivare dove?

Il dilemma posto dalla Tupini è semplice e allo stesso tempo alquanto ignorato: perché l’uomo, oltre a ciò che serve per mangiare, bere, dormire, curarsi, continua imperterrito a cercare di avere di più, ovvero procurandosi anche il superfluo? Tutto quel “di più” è qualcosa che rischia di allontanare l’uomo dalla propria vita naturale, perdendo quei bisogni fondamentali come il proprio benessere, il tempo libero, la socialità e molto altro. Chi trascorre una vita per cercare di essere sempre più ricco, convinto che ciò lo faccia stare bene, in realtà è un vero illuso.

Chi racconta che “essere ricchi fa stare automaticamente bene”, non dice tutta la verità. Il benessere dipende da come affrontiamo ogni giorno la giornata, da come dedichiamo tempo a noi e a chi ci vuole bene. Il vero benessere, amici, dipende da come affrontiamo le problematiche, da come troviamo soluzione alle “ferite” che ci colpiscono. Anche sulle nostre manie di grandiosità dovremmo riflettere: esse non segno di forza, ma di fragilità. Spesso sono comportamenti che stanno ad indicare problematiche che riguardano il passato, col quale non abbiamo chiuso bene i conti, oppure sono manie che cercano nel potere le carezze, l’affetto e il conforto che non abbiamo ricevuto.

Cari amici,  per il grande Aristotele, autore dell’Etica nicomachea, la ricchezza non è il fine ultimo della vita dell’uomo, ma un semplice mezzo necessario per raggiungere la felicità (eudaimonia) e praticare la virtù. Egli distingue tra l'uso naturale dei beni (limitato) e l'accumulo illimitato (crematistica), condannando quest'ultimo perché distoglie l'uomo dalla vera felicità, intesa come attività dell'anima e contemplazione. Per il grande filosofo l’uomo è un animale sociale, dedito alle relazioni e al gruppo; è nato per esplorare il mondo e se stesso, per cui ne consegue che “La felicità dipende da noi stessi” e dalle scelte che facciamo ogni giorno! Ecco la vera ricchezza: il tempo, la salute, la consapevolezza e l’ amore!

A domani, amici lettori.

Mario

lunedì, aprile 06, 2026

LA GRANDE PIAZZA VIRTUALE DEI SOCIAL. OLTRE CHI SCRIVE, COMMENTA METTE I LIKE, CI SONO ANCHE I LURKER, OSSERVATORI SILENZIOSI, MA PRESENTI IN GRAN NUMERO.


Oristano aprile 2026

Cari amici,

Oggi è il "Lunedì dell'Angelo", giornata più nota come PASQUETTA! Tante le persone "fuori porta" per una seppur breve scampagnata, con amici e parenti. Eppure questo "stare insieme" fisicamente è, ormai una vera rarità, sostituito dai SOCIAL! Che i SOCIAL siano ormai LUOGO DI RITROVO e di incontro, seppure virtuale, è un'amara realtà. Sono sempre più frequentati da un grande numero di persone, che cresce ogni giorno che passa. Spesso si rimane impressionati dall'ondata di commenti e dai like che contornano ogni pezzo postato, anche se i frequentatori sono ben più numerosi. Si, sui Social un gran numero di utenti partecipa senza interagire, non partecipando in alcun modo. In realtà questa è una scelta ragionata, frutto praticamente di una strategia. Il "non esporsi" significa evitare conflitti, fraintendimenti o giudizi, in un ambiente percepito sempre più come un grande spazio performativo, dove ogni contenuto diventa una rappresentazione di sé.

Questi personaggi, che decidono di osservare in silenzio, sono definiti “LURKER” (dall'inglese to lurk, "appostarsi" o "nascondersi"), non pubblicano ne commentano, decidendo di sottrarsi a quella logica comune di “esposizione continua”. Il loro silenzio, la loro invisibilità, è comunque “Presenza”, ovvero un curioso partecipare senza lasciare tracce. È un mondo numeroso e popolato, se pensiamo che rappresentano una vastissima percentuale degli utenti dei social network, spesso stimata attorno al 90% in alcune piattaforme.

Per molti anni questo popolo silenzioso è stato liquidato con un termine alquanto riduttivo: “LURKER”, ovvero osservatori passivi, ma la psicologia contemporanea sta progressivamente ribaltando questa interpretazione. La maggioranza silenziosa dei social in realtà non è passiva: è selettiva! È questa, in sintesi, la lettura, che oggi va per la maggiore, su chi scorre contenuti senza mai pubblicare o commentare. Dietro questa apparente invisibilità si nasconde, secondo gli esperti, un profilo psicologico preciso e tutt’altro che banale.

Gli studi più recenti sull’argomento affermano che i Lurker non sono persone disinteressate né marginali, anzi, al contrario, esse hanno compiuto una scelta precisa: rinunciare alla dimensione performativa dei social, mantenendo però accesso pieno alle informazioni. A sottolinearlo è anche la psicologa Susan Krauss Whitbourne, docente emerita di psicologia all’Università del Massachusetts Amherst, che da anni studia i comportamenti online e i processi di identità digitale. Il suo contributo aiuta a leggere il fenomeno in modo più sofisticato: non si tratta di passività, ma di una forma diversa di partecipazione.

La psicologa Whitbourne, unitamente ad altri ricercatori, richiama un concetto noto in psicologia sociale e dell’apprendimento: la «partecipazione periferica legittima». In pratica, si può essere parte di una Comunità anche senza intervenire attivamente. Osservare, leggere e analizzare sono modalità di coinvolgimento a tutti gli effetti, spesso preliminari – o alternative – all’esposizione diretta. Questo approccio trova riscontro in diversi studi pubblicati su riviste scientifiche, tra cui ricerche apparse su Computers in Human Behavior e Technological Forecasting and Social Change, che evidenziano come il comportamento silenzioso online sia frequentemente legato a strategie di gestione dell’identità e della reputazione. Non intervenire significa ridurre il rischio di fraintendimenti, conflitti o giudizi negativi.

A questo, amici, si aggiunge quell'aspetto alquanto più sottile prima accennato. Negli ultimi anni, infatti, sempre più studiosi descrivono le piattaforme social come spazi ad alta intensità performativa, in cui ogni contenuto è implicitamente una messa in scena di sé. In questo contesto, chi sceglie di non pubblicare non si sta sottraendo alla relazione, ma piuttosto rifiuta di trasformarla in spettacolo! Non va infine trascurata la dimensione più propriamente individuale. Diversi studi suggeriscono che gli utenti che non pubblicano tendono ad avere livelli più alti di introversione o cautela sociale, ma anche una maggiore propensione all’osservazione e all’elaborazione interna delle informazioni. In altre parole, privilegiano la comprensione rispetto all’espressione.

Cari amici, personalmente condivido in toto i pensieri prima espressi. Stare sui social con una presenza discreta, non significa essere presenti a livello marginale. Se è pur vero che i Lurker non contribuiscono al rumore visibile della rete, ne fanno comunque parte in modo sostanziale. La conclusione, sempre più condivisa in ambito psicologico, è chiara: la distinzione tra utenti attivi e passivi è ormai superata. Chi partecipa silenziosamente ha una sua logica, una sua intenzionalità e, soprattutto, una sua coerenza psicologica. In un ambiente che premia la visibilità, scegliere di restare in secondo piano non è assenza, ma, piuttosto, un diverso modo di esserci!

A domani, amici lettori.

Mario

 

 

domenica, aprile 05, 2026

GLI STATI E LA GESTIONE FINANZIARIA. COSA SUCCEDE QUANDO UNA NAZIONE NON RIESCE A FAR FRONTE AI DEBITI CONTRATTI, OVVERO VA IN DEFAULT?


Oristano 5 aprile 2026

Cari amici,

Oggi è domenica di "PASQUA"! Rinnovo gli auguri a tutti gli amici, reali e virtuali! Questa domenica dovrebbe essere un giorno di serenità, ma la situazione internazionale credo che non agevoli tutti noi ad avere la necessaria serenità: i venti di guerra portano problematiche serie anche di natura economica, e molte nazioni vivono problematiche anche di sopravvivenza. Si, amici, potrà sembrare anche strano, ma la realtà è che anche GLI STATI, le Nazioni, possono andare in sofferenza economica, ovvero in bancarotta, nel senso di non essere in grado di rimborsare i propri cittadini, o gli altri Stati i prestiti contratti con l’emissione di Obbligazioni o Titoli di Stato. E già successo in passato il così detto “DEFAULT” di uno Stato (o insolvenza sovrana), che altro non è che l'incapacità di un Paese di rimborsare il proprio debito pubblico (interessi o capitale). Certo, è qualcosa di molto diverso dal fallimento di una società, ma è, comunque, un evento che comporta serissimi rischi al Paese, con conseguenze pesanti, che includono crisi economiche, isolamento finanziario e svalutazione.

Il problema DEFAULT, amici lettori, non è nato con l’era moderna, in quanto diversi Paesi hanno una lunga storia di elusione dei debiti contratti! Nel XVI secolo, Filippo II di Spagna fu inadempiente quattro volte, mentre Grecia e Argentina ne hanno fatto un'abitudine negli ultimi due secoli. Ancora oggi, nazioni come lo Sri Lanka affrontano il collasso economico, con un'inflazione alle stelle e beni di prima necessità fuori dalla portata dei cittadini. L’amara realtà è che buona parte dei Paesi nel mondo ha avuto modo di entrare nel circuito dell’insolvenza almeno una volta. Ma vediamo insieme cosa succede realmente quando un Paese arriva a non poter più pagare i propri debiti.

La Grecia andò in default, nel periodo dal 2009-2010, a causa di una combinazione di debito pubblico insostenibile, bilanci accomodati, spesa pubblica eccessiva, evasione fiscale dilagante e bassa competitività economica. La Grecia è riuscita ad uscire dalla crisi dopo oltre un decennio, con l’adozione di drastiche misure di austerità, riforme strutturali e grazie, in particolare, a tre salvataggi internazionali. Per evitare il "Grexit" (l'uscita dall'euro) e il fallimento totale, la Grecia ha accettato tre successivi programmi di salvataggio (bailout) tra il 2010 e il 2018, finanziati da FMI, BCE e Commissione Europea (la cosiddetta "Troika").

L’Argentina, invece, andò in default diverse volte. Nel 2011, dopo essere stata inadempiente su un prestito da 81 miliardi di dollari, accettò di rimborsarne circa un terzo. Tra il 2005 e il 2010, scambiò il 93% del suo debito con titoli in bonis, per poi accordarsi con i fondi avvoltoio (un tipo di fondo di investimento che acquista debito da aziende o Paesi in gravi difficoltà finanziarie), e nel 2016 per il 75% di quanto restava. Con grande coraggio l'Argentina riuscì ad uscire dai ciclici di default ristrutturando il debito estero, spesso tagliando drasticamente la spesa pubblica (austerity) e negoziando con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Attualmente, il governo Milei punta al pareggio di bilancio, tagliando sussidi e investimenti, liberalizzando l'economia, cercando di abbattere l'inflazione, e cercando di ristabilire la fiducia degli investitori.

Amici, Il rischio di un “default finanziario” per l'Italia è considerato basso nel breve termine, nonostante l'elevato debito pubblico che supera i 3.000 miliardi di euro (oltre il 135% del PIL). Sebbene la fragilità strutturale rimanga, l'Italia beneficia della protezione dell'Eurozona, di una solida ricchezza privata (circa 10.000 miliardi) e di un alto rating creditizio, rendendo il default un'ipotesi remota ma non impossibile, spesso temuta più dai media che dai mercati. L'Italia non è sola nell’affrontare il rischio, in quanto gode del sostegno del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e le politiche della BCE forniscono una rete di sicurezza, riducendo le probabilità di un default classico.

In sintesi, amici, una volta entrato in DEFAULT, uno Stato deve cercare di tamponare il debito. Si inizia con drastici tagli alla spesa pubblica, con la riduzione degli stipendi pubblici, delle pensioni e degli esborsi per la sanità. A seguire scatta l’aumento delle tasse: aumento dell'IVA e introduzione di nuove tasse patrimoniali e sui redditi. Si interviene anche con la riforma del mercato del lavoro: flessibilizzazione delle assunzioni e licenziamenti, riduzione del salario minimo per aumentare la competitività. A seguire anche le privatizzazioni: vendita di asset statali (porti, aeroporti, infrastrutture) per ridurre il debito, e con una drastica riforma anche della Pubblica Amministrazione: tagli ai dipendenti pubblici e riorganizzazione degli Enti locali. Infine si cerca di “Ristrutturare il Debito (PSI - Private Sector Involvement). Nel 2012, i creditori privati (banche e fondi) hanno accettato una riduzione ("haircut") di oltre il 50% del valore nominale dei titoli di stato greci che detenevano, cancellando oltre 100 miliardi di euro di debito.

Cari amici, riuscire ad uscire onorevolmente da un Default non è facile. Il default, infatti, esclude un Paese dai mercati del credito o lo costringe ad accettare tassi di interesse elevati. Con rating creditizi deteriorati, che scoraggiano gli investimenti esteri, solo il Governo può tentare una difficile ripresa. Ma la storia, cari lettori, dimostra che raramente si tratta di un percorso agevole!

A domani, amici lettori.

Mario