mercoledì, gennaio 14, 2026

L'UOMO DI OGGI E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. APPARE COME UN RITORNO ALL'EPISTEMIA DEL PASSATO, ANALOGO AL CONFRONTO TRA SOCRATE E I SOFISTI.


Oristano 14 gennaio 2026

Cari amici,

Il sapere e la conoscenza, sono alla base della vita dell’uomo. In passato, per i filosofi dell’antica Grecia, la vera conoscenza, quella scientifica, era chiamata “Episteme (ἐπιστήμη)”, e indicava la conoscenza certa, quella provata. Rappresentava il sapere vero, dimostrabile, perno fondamentale della filosofia classica. Oggi, invece, ci stiamo ammalando di EPISTEMIA, nel senso che la conoscenza è solo un'illusione, una sorta di specchio della realtà. Questo succede perché già da tempo l’intelligenza umana non applica più quelle azioni di discernimento prima in uso, delegando tutto ai modelli di Intelligenza Artificiale.

Una delega, in realtà, alquanto pericolosa, perché il problema insorge quando riceviamo la risposta. Quanto la prendiamo per buona? Il problema sta proprio qui! È qui che si colloca il bivio tra episteme ed epistemia, tra conoscenza e illusione. L’uomo di oggi è, infatti, fortemente dipendente dal LIM (è il Machine Learning, un ramo dell'IA), che si occupa del processo di apprendimento e quindi del “processo di pensiero” dell'Intelligenza Artificiale. Il Machine Learning rappresenta la capacità, la competenza della macchina ad ottenere conoscenza dai set di dati disponibili e a categorizzarne il contenuto.

Nel mondo odierno, dominato dalla tecnologia, i “Machine Learning” sono stati progettati per estrapolare dai dati verifiche sostanziali, generando, poi, le risposte più adeguate, più attese; risposte che vengono elaborate in modo che possano risultare plausibili dal punto di vista linguistico. Il loro scopo, in fondo, è questo: “Restituire un output che suoni bene”, a prescindere che sia vero o falso! La conseguenza è che, se quel risultato non viene verificato da chi ha effettuato le richieste all'Intelligenza Artificiale, spesso e volentieri succede un vero e proprio patatrac.

Si, amici, il sistema di analisi oggi in atto per verificare l’operato dell’A.I. è qualcosa che ricorda molto da vicino l’antico confronto tra Socrate e i sofisti nell'Atene del quinto secolo. Di questi sofisti uno degli esponenti di spicco era Gorgia, il quale sosteneva che nulla esiste, e che, se anche esistesse, non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Ebbene, oggi l'A.I. fa un po' il contrario, perché può comunicare tutto, pur senza conoscerlo! Alla fine, però, l'esito risulta lo stesso: “Un esercizio di persuasione che si fonda sulla capacità di costruire un discorso plausibile, seppure non vero”.

Un recente studio italiano, pubblicato su PNAS e condotto da un team di ricerca guidato da Walter Quattrociocchi, docente dell'università La Sapienza di Roma e al timone del Center of data science and complexity for society, ha verificato, per la prima volta in modo sistematico, come analizzano i dati sei modelli linguistici di ultima generazione, tra cui ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google o Llama di Meta, per rilevarne l’affidabilità. Come si legge nella nota che annunciava la pubblicazione del progetto, "il lavoro confronta le loro valutazioni con quelle prodotte da esseri umani ed esperti del settore (NewsGuard, Mbfc), utilizzando un protocollo identico per tutti: stessi criteri, stessi contenuti, stessa procedura. Il focus non è sull’accuratezza del risultato finale, ma su come il giudizio viene costruito”.

Le conclusioni dello studio condotto dal team di Quattrociocchi non hanno solo identificato il problema, ma hanno anche indicato la soluzione, che è: saperne di più dell'AI a cui ci affidiamo. Per chiarire: delegare la navigazione solo se si conosce la rotta, la destinazione, gli scogli che affiorano; oppure, se si hanno a disposizione gli strumenti per comprendere se, quando circondati dalla nebbia, si sta viaggiando nella giusta direzione. L'impiego dell'AI richiede di alzare il nostro livello di conoscenza, di ampliarlo e di mantenerlo aggiornato. Da un lato, rispetto alla capacità di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, di saperne distinguere i risultati, i meccanismi di funzionamento e quindi i punti di forza e quelli di debolezza, dall'altro, rispetto alle materie su cui viene richiesto all'AI di sostituirci a noi.

Cari amici, credo che la conclusione dell’indagine abbia dato un risultato scontato. L’Intelligenza Artificiale è in grado di analizzare un immenso archivio di dati, ma l’elaborazione possibile richiede un’intelligenza che le macchine non hanno e, forse, non avranno mai! Lo spirito critico dell’uomo, che costantemente investe sulla formazione, sulla nuova conoscenza, continua sempre ad allenare la mente, portandola a non cadere nei tranelli di una conoscenza superficiale. L’Intelligenza Artificiale è certamente un ottimo strumento di supporto all’uomo, ma non sarà mai in grado di sostituirlo! Utilizziamola, perchè è di grande aiuto, ma restiamo sempre inchiodati alle nostre insostituibili responsabilità.

A domani.

Mario

 

martedì, gennaio 13, 2026

SEI ANCHE TU UN “PEOPLE PLEASER”? OGGI SONO IN TANTI QUELLI CHE, PER COMPIACERE GLI ALTRI, TRASCURANO SE STESSI…


Oristano 13 gennaio 2026

Cari amici,

La vita moderna, in particolare quella del Millennio che stiamo vivendo, è sempre più condizionata dalle relazioni virtuali, in particolare effettuate nel Social, trasformando i necessari contatti umani da genuini e sinceri, in finti e compiacenti. La nostra vita, in questo modo, risulta fatta più di apparenza che di sostanza. È un modo per mostrarci luminosi, per sembrare migliori, insomma. molto diversi da quello che siamo in realtà, perdendo in questo modo la nostra autenticità.

Questo anomalo comportamento risulta sempre più presente, sia nella vita reale che in quella virtuale, tanto che negli ultimi tempi è entrato nel linguaggio corrente il termine “PEOPLE PLEASING”, a significare il costante aumento del cercare di “Compiacere gli altri”. Ma dietro questa espressione apparentemente innocua si nasconde spesso una dinamica complessa, che riguarda il modo in cui noi costruiamo le relazioni, gestiamo i conflitti e percepiamo il nostro valore personale. Essere un people pleaser non significa semplicemente essere gentili o troppo disponibili nei confronti degli altri, ma, soprattutto, il fatto di mettere i bisogni degli altri davanti ai propri!

È questo un comportamento sotto certi aspetti irrazionale, che però, sempre con maggiore frequenza, viene adottato quotidianamente da molti, sia sui social che nei diversi contesti relazionali. Lo scopo? Operare per soddisfare il benessere psicologico degli altri, anche a costo di trascurare se stessi, seppure provando un silenzioso, certo disagio interiore. A ben pensare, amici, è un comportamento come minimo troppo altruista e problematico, che comporta, come conseguenza, dei notevoli, forti disagi sul benessere emotivo del soggetto.

Per comprendere meglio queste conseguenze, ecco il parere del dottor Francesco Paladini, psicologo e consigliere dell'Ordine degli Psicologi. Secondo il dotto Paladini il vero significato del PEOPLE PLEASING non è quello di essere semplicemente molto gentili con gli altri, ma, piuttosto un intrigante modo per cercare di stare “in relazione con gli altri” usando nei loro confronti il massimo compiacimento; insomma, trattasi di una strategia per sentirsi accettati e al sicuro. Chi mette in atto questo comportamento tende ad evitare il possibile conflitto, ha grande difficoltà a dire di no, sentendosi iper-responsabile emotivamente verso gli altri.

In realtà, “Non è una scelta consapevole – sostiene il dottor Francesco Paladini - ma un meccanismo automatico di ricerca di accettazione, che spesso la persona non riconosce nemmeno come tale. Questa grande disponibilità, la tendenza a mettere i bisogni altrui prima dei propri, a differenza della gentilezza autentica, lascia nella persona asservita spesso uno strascico di stanchezza, frustrazione e anche risentimento, perché nasce dalla paura di perdere la relazione, non da una scelta fatta liberamente”. A lungo andare, però, questo comportamento ha un alto costo emotivo e fisico.

Si, amici, dire sempre di sì (anche quando con tutte le proprie forze si vorrebbe dire di no) consuma le risorse mentali ed emotive, come una batteria che si scarica. Spesso, dopo essere stati accondiscendenti, anziché esprimere un’opinione diversa, ci si sente svuotati, delusi, e anche interiormente arrabbiati, dopo aver detto quel “SI” interiormente non condiviso; sì prova non solo ansia ma anche un senso di colpa, pensando di non aver pensato a se stessi. A differenza di chi è genuinamente gentile, il people pleaser spesso si pente dopo aver acconsentito, si sente svuotato e può arrivare a momenti di forte affaticamento, isolamento o burnout.

Cari amici, il “People pleaser” a lungo andare perde l’autostima, essendo succube e dipendente dal riscontro esterno, e questo innesca in lui una spirale logorante, fatta di esaurimento emotivo, senso di vuoto e perdita di identità. A quel punto risulta necessario cercare di iniziare a uscire dall’essere un PEOPLE PLEASING, smettendo di compiacere sempre, comprendendo che, comunque, ciò non significa diventare egoisti. Porre dei limiti all’essere sempre accondiscendenti, rende più autentici e veri. Bisogna arrivare a comprendere che “non compiacere sempre non significa smettere di essere meno gentili”, perché il dialogo con gli altri può essere costruttivo anche con lo scambio di opinioni diverse, evitando di accettare sempre per buone quelle degli altri!

A domani.

Mario

lunedì, gennaio 12, 2026

LA TECNOLOGICA AGRICOLTURA DEL FUTURO. VIVREMO UNA RIVOLUZIONE EPOCALE, CHE CAMBIERÀ DRASTICAMENTE IL MONDO DEL LAVORO AGRICOLO.


Oristano 12 gennaio 2026

Cari amici,

In questo millennio iper-tecnologico, anche l'agricoltura si sta avviando verso una profonda trasformazione; verrà cancellata, per prima cosa, l'immagine tradizionale del contadino, che sgobba da mattina a sera con i mezzi agricoli tradizionali. Sarà una rivoluzione che evidenzierà una robotica lavorazione della terra, effettuata e regolata da una tecnologia di alta precisione; tutto si muoverà con l’utilizzo di robot, che sostituiranno in gran parte l’agricoltore tradizionale dei tempi passati. È questo uno scenario in rapida evoluzione, già presente nel sud-est asiatico, dove l'azienda malese AGROZ ha deciso di unire le forze con il colosso cinese della robotica UBTECH, per lanciare un nuovo tipo di forza lavoro nelle fattorie agricole verticali.

È davvero in corso una vera e propria rivoluzione tecnologica, nel senso che non si sta parlando di semplici apparecchiature meccaniche, seppure complesse, ma di veri e propri robot umanoidi industriali, pronti ad operare autonomamente tra le coltivazioni. Il colosso cinese HUBITECH, per esempio, ha sviluppato un robot umanoide, chiamato Walker S, vero protagonista di questa rivoluzione, che diventerà il primo del suo genere a essere integrato nelle strutture di "vertical farming" di AGROZ. L'idea alla base di questa collaborazione è quella di fondere la mobilità fisica di un automa bipede con l'intelligenza digitale.

Questo umanoide di nome Walker S non si limiterà a muoversi negli spazi, ma fungerà da piattaforma hardware direttamente collegata ad AGROZ OS, il sistema operativo proprietario, che gestisce la fattoria. Questo significa che il robot non opererà come un'entità isolata, ma come un'estensione fisica del cervello digitale che controlla l'intero ecosistema agricolo. Amici, quella in atto non è una semplice meccanizzazione, come diverse volte è già avvenuto in passato, e che riuscì a liberare l’uomo dal lavoro troppo faticoso, ma una trasformazione epocale. L’innovazione portata dalla tecnologia attuale è in grado di trasformare in toto l’attuale produzione agricola nel mondo!

Si, amici, il robot Walker S e i tanti che verranno dopo di lui, saranno chiamati a svolgere le mansioni più delicate, quelle prima gestite dalla mente umana. Non è solo una liberazione dell’uomo dalla fatica, come la semina, ma il monitoraggio costante della salute delle piante, la raccolta e l'ottimizzazione delle colture. L'utilizzo dell'AI in questo moderno contesto permetterà di analizzare dati in tempo reale e garantire una qualità del raccolto costante per tutto l'anno, un fattore cruciale per la sicurezza alimentare. Gerard Lim, CEO di Agroz, ha sottolineato come l'obiettivo fissato è quello di rendere la nuova agricoltura sostenibile una realtà concreta, combinando la robotica avanzata con l'intelligenza dei dati, per costruire fattorie intelligenti e auto-ottimizzanti.

Gli agricoltori del futuro saranno molto diversi da quelli attuali, anche quelli più dotati tecnologicamente. Con le innovazioni in atto la carenza di manodopera nel mondo agricolo non sarà più un problema, in quanto il lavoro umano sarà limitato a quello di alta qualificazione, mentre tutto il resto lo faranno i robot e l’Intelligenza Artificiale che li dirige. La tecnologia è oggi già in grado di  risolvere le sfide della carenza di manodopera e quella della necessità di produrre cibo in spazi ridotti. Un chiaro esempio lo possiamo osservare nel Regno Unito, dove si stanno testando robot dotati di rilevatori di raggi gamma per mappare la salute del suolo, oppure rivolgendo lo sguardo alla Cina, dove vedremo che si sono introdotte macchine laser autonome per la coltivazione del cotone.

Amici, per quanto riguarda il progetto portato avanti da AGROZ, questo si distingue per l'uso di robot umanoidi, che assicurano una versatilità unica negli ambienti ibridi e nelle serre smart. Il manager Leon Li di UBTECH ha espresso grande entusiasmo per questa applicazione delle loro tecnologie, vedendo in esse un contributo fondamentale allo sviluppo sostenibile dell'agricoltura non solo in Asia, ma potenzialmente in tutto il mondo, grazie anche al supporto del governo malese che sta favorendo un ecosistema ideale per queste soluzioni deep-tech.

Cari amici, quella in corso in Agricoltura non è una semplice, per quanto particolare meccanizzazione, ma una trasformazione radicale, oserei dire epocale, capace non solo di liberare l’uomo dalla grande fatica della coltivazione della terra, ma soprattutto di garantire un grande futuro all’alimentazione umana nel mondo! Ne vedremo delle belle!

A domani.

Mario

 

domenica, gennaio 11, 2026

L'APATIA: UN MALE CHE COLPISCE SEMPRE DI PIÙ. È UN LASCIARSI ANDARE, PERDENDO LA VOGLIA DI VIVERE. I RIMEDI POSSIBILI.


Oristano 11 gennaio 2026

Cari amici,

Per tanti, anche se non per tutti, la vita non è mai stata facile, per cui, giorno dopo giorno, è necessario operare con impegno, dedizione, caparbietà e accettazione. Non sempre, però, questo risulta possibile, e allora diverse persone alquanto fragili entrano in profonda sofferenza, perdendo praticamente “LA VOGLIA DI VIVERE”. Le cause possono essere molteplici, come ansia, depressione, burnout, stress cronico o gravi traumi, che all’inizio creano APATIA e mancanza di interesse, fino ad arrivare a lasciarsi andare, ad arrendersi.

In questo millennio iper tecnologico sono sempre più numerose le persone che vivono questo malessere silenzioso, che porta ad una profonda di perdita della gioia di vivere. Questo stato patologico è spesso celato dietro un’apparenza di normalità, anche se per la persona che ne soffre risulta un male insidioso e di una certa gravità, incidendo sul suo benessere mentale e fisico. La psicologia moderna segue con attenzione questo dramma, impegnata ad identificare le abitudini silenziose che accompagnano questo stato d’animo, nell’intento di meglio comprendere e cercare di intervenire nella maniera migliore.

L’attenzione degli psicologi è focalizzata in particolare sui meccanismi comportamentali, emozionali e sociali, capaci di spegnere lentamente quel “luccichio” interiore che dà senso alla nostra quotidianità. Bisogna agire caso per caso, cercando le migliori strategie pratiche e professionali per affrontare il serio problema. Gli interventi sono diretti a convincere la persona a prendersi cura del corpo, stabilire delle piccole routine, riscoprire le passioni precedenti, oltre a frazionare gli obiettivi. In questo modo l’aiuto psicologico professionale aiuta a calmare l’ansia e la depressione, che sono sempre presenti.

Individuare la persona colpita da questo male non è difficile: osservandola, si notano sia l’abbandono delle precedenti relazioni, con conseguente, progressivo isolamento sociale, che la riduzione dell’interesse verso le attività prima svolte e ritenute gratificanti, fino ad arrivare ad un crescente distacco emotivo anche dalle persone care. Questi segnali, chiamati anche “Abitudini silenziose”, sono spesso poco evidenti, perché si manifestano senza clamore e sono spesso difficili da riconoscere dall’esterno.

Amici, la prima reazione negativa che compare all’instaurarsi di questo male è “L’APATIA”. La parola apatia viene dal greco “a-pàtheia”, che vuol dire “assenza di passione”. Con il termine apatia, infatti, ci si riferisce ad una sensazione profonda di vuoto emotivo che fa vivere la vita in uno stato di totale indifferenza, come se ci fosse un grande muro tra noi e il resto del mondo. Questo stato emotivo comprende astenia, stanchezza cronica, esagerata passività e pigrizia, malessere generale, mancanza di voglia di svolgere quelle attività che prima rendevano felici, scarso appetito, perdita di iniziativa e di interesse, noia estrema e alienante senso di vuoto.

Una delle domande che ci poniamo è “Perché succede che si perde la passione per la vita? La risposta non è facile. Spesso l’apatia costituisce un segnale interiore che la propria vita quotidiana non è più adatta, non è più soddisfacente, e si ha bisogno di un cambio drastico. A volte la causa risiede in meccanismi di pessimismo e mancanza di entusiasmo appresi durante l’infanzia nell’ambiente familiare. Altre volte l’apatia può essere una reazione a un’aspettativa delusa, come se fosse un metodo più facile per canalizzare la rabbia e il disappunto.

Cari amici, l’apatia può anche essere conseguenza di disturbi patologici di natura psichica, come la schizofrenia, il disturbo bipolare o la distimia, o di natura neurologica come il morbo di Parkinson, la malattia di Alzheimer. Può anche dipendere dall’abuso di sostanze stupefacenti o farmaci. Come affrontare gli effetti dell’apatia? I primi passi per uscire dall’apatia sono riprendere consapevolezza, accettazione e forza di volontà. Inizialmente la famiglia può essere un aiuto prezioso, ma senza effettivi risultati è necessario rivolgersi ad un buon psicologo, se si vuole cercare di “Riaccendere la voglia di vivere”, e tornare così ad amare la vita.

A domani.

Mario

 

sabato, gennaio 10, 2026

IL POTERE CURATIVO DELL’UVA ESSICATA. DOVREMMO MANGIARLA REGOLARMENTE, È UN AIUTO CONTRO LA STANCHEZZA, LA STITICHEZZA, E AIUTA A MANTENERE LE OSSA SANE, LA PELLE LISCIA E MOLTO ALTRO.


Oristano 10 gennaio 2026

Cari amici,

La vite è un vegetale la cui coltivazione si perde nella notte dei tempi. L'uomo coltiva la vite da migliaia di anni, tant’è che le prime testimonianze di coltivazione e dell'utilizzo del il suo prodotto, l’UVA, risalgono al Neolitico, circa 8.000-11.000 anni fa. Si pensa che già in quel lontano periodo iniziò anche il processo sia di vinificazione che di essicazione, in quanto l'esposizione al sole consentiva di conservare molto più a lungo gli acini di questo frutto. L’uva essiccata, nota come “UVA PASSA” non solo poteva essere conservata a lungo, ma costituiva non solo un aiuto alimentare, ma addirittura anche curativo.

Secondo un recente studio, condotto da ricercatori statunitensi, l’uva passa apporta numerosi benefici alla nostra salute. L’uva passa, in particolare per la presenza nella buccia del flavonoide antiossidante resveratrolo, rappresenta un dolce toccasana per la nostra salute. I ricercatori della Eastern Illinois University, coordinati dalla dottoressa Ashley R. Waters (lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Food Science) hanno messo in luce che questo alimento dolce risulta essere anche un potente alleato contro il diabete e le malattie cardiache, poiché manterrebbe stabile il livello di glucosio nel sangue oltre ad avere un’azione sul controllo del peso corporeo.

L’uva passa, insomma, è una ricca fonte di sostanze nutritive e benefiche, quali: le fibre, che migliorano la digestione e aiutano a regolare il funzionamento dell’intestino, il calcio e il boro, che favoriscono la salute delle ossa, motivo per cui l’uva passa è particolarmente consigliata agli anziani e alle donne in menopausa, il ferro, che previene l’anemia e favorisce la produzione di globuli rossi, il potassio, che aiuta a regolare la pressione sanguigna e sostiene il cuore, gli antiossidanti, che proteggono l’organismo dai radicali liberi e ritardano i processi di invecchiamento.

Ebbene, amici, come possiamo consumare regolarmente l’uvetta? In tanti modi. Essendo un ingrediente culinario versatile, l’uvetta può essere utilizzata in molti piatti: a colazione, per esempio, si abbina perfettamente a porridge, muesli e yogurt, come dessert, è l’aggiunta ideale a torte, muffin, barrette e gelati; sui piatti salati, invece, l’uvetta può essere aggiunta alla carne (ad esempio ai piatti marocchini con agnello), al riso, al curry e alle insalate; anche abbinata al pane e ai panini, l’uvetta è un gradito ingrediente nei prodotti da forno, ad esempio nella challah o nei panini dolci; anche come snack, l’uvetta può essere consumata da sola o insieme alle noci.

L’uvetta, amici, è anche una grande alleata degli sportivi e di chi pratica anche saltuariamente sport. Lo è perché costituisce un’ottima riserva energetica, che va dunque a favorire l’attività motoria, grazie ai carboidrati che danno al fisico sotto stress una maggiore energia, al potassio che migliora le prestazioni, oltre a regolare l’ipertensione arteriosa, mentre il glucosio risulta utile per evitare i crampi. Per queste ragioni, al posto degli snack poco salutari, sarebbe meglio prediligere uno spuntino a base di pane e uvetta.

Cari amici, purtroppo l’uvetta è un prodotto consumato poco, in quanto tanti di noi ignorano tutte queste sue caratteristiche. La dovremmo consumare di più, proprio per il suo valore. Non proprio tutti, ovviamente. Per esempio, c’è chi dovrebbe evitarla o consumarla in modo limitato: le persone affette da diabete, per esempio, in quanto hanno un indice glicemico relativamente alto, per cui dovrebbero consumarla con parsimonia, e così anche le persone che seguono una dieta a basso contenuto di istamina. Per il resto, amici, consumiamola l’Uva passa, perché ci fa davvero bene!

A domani.

Mario

venerdì, gennaio 09, 2026

IL DIFFICILE PASSAGGIO DEL TESTIMONE ALLE NUOVE GENERAZIONI. PER I GIOVANI DI OGGI “L'ASCENSORE SOCIALE” È FERMO, BLOCCATO!.


Oristano 9 gennaio 2026

Cari amici,

Credo che un po’ tutti conosciamo il proverbio popolare "IL MONDO È FATTO A SCALE, C'È CHI SCENDE E C'È CHI SALE".  In realtà questo antico detto sta proprio ad indicare che nel mondo l’uguaglianza è solo teorica, in quanto le disuguaglianze sociali sono una realtà nota e consolidata da millenni. Esiste, ed è onnipresente, una “Gerarchia sociale” basata su “Sistemi di disuguaglianza strutturata” (stratificazione sociale), consolidata storicamente e culturalmente, che divide la popolazione in gruppi, in strati superiori (privilegiati, ricchi, potenti) e inferiori (meno privilegiati).

I principali criteri adottati da questa gerarchia sono: la ricchezza, il potere, lo status, l’istruzione (classi sociali: alta, media, operaia), o status ereditari (caste, ceti), influenzati da fattori economici (Marx), economici/culturali/politici (Weber) e dal "rango" psicologico-sociale; con il risultato che la società moderna è divisa in classi distinte. Stante queste diversità, in particolare nelle classi svantaggiate, alberga nelle famiglie un forte desiderio di riuscire a far passare i propri figli alla classe superiore, ovvero utilizzare quello che di norma è definito un “ASCENSORE SOCIALE”.

L'ascensore sociale, amici, è una metafora che sta ad indicare quella mobilità sociale indirizzata verso l’alto, nel senso di creare le condizioni per riuscire a migliorare la propria condizione socio-economica e, di conseguenza, cambiare posizione all'interno della gerarchia sociale di appartenenza (es. passare da un ceto più basso a uno più alto). È questo un processo che mira a creare le opportunità di crescita, istruzione e carriera, nel senso di cercare di salire caparbiamente la scala sociale, migliorando in questo modo il proprio futuro.

Ebbene, perché questo passaggio possa avvenire deve essere presente una variabile invisibile che decide il destino delle persone e delle nazioni ben più del Pil: LA VITALITÀ. Questo termine indica la capacità di un “Sistema-Paese” di proiettarsi nel futuro, di rischiare, di investire energia nervosa prima ancora che finanziaria. Non è esoterismo! L’economista John Maynard Keynes chiamava questa Vitalità “Animal Spirits”, ovvero mettere in atto tutti quegli impulsi psicologici che spingono ad intraprendere; oggi il Nobel Robert Shiller, con la sua “Narrative Economics”, dimostra che le economie crescono o crollano in base alle storie che la gente si racconta sul proprio domani.

Ebbene, amici, da noi in Italia questa Vitalità appare alquanto bassa, cosa che ci distingue non poco dai partner europei. Questa “stanchezza tecnica” è figlia di trent’anni di erosione che nessuno ha saputo invertire. Il problema non è solo biologico (fare pochi figli), è psicosociale. L’algoritmo vede l’Italia come un paradosso vivente. Siamo un organismo ricchissimo: seconda manifattura d’Europa, top 5 export mondiale, posizione geografica invidiabile e risparmio privato formidabile. I soldi ci sono, le competenze anche. Abbiamo il motore di una Ferrari, ma la mappa dice che la guidiamo col freno a mano tirato. Abbiamo barattato il rischio con la sicurezza. Il risultato è un ascensore sociale guasto, e i nostri giovani che scappano non solo per lo stipendio basso, ma per cercare un’aria diversa.

Si, amici, quando è "L’ascensore sociale è bloccato" i primi a fuggire sono i giovani, che cercano altrove ciò che non trovano in Italia. Tuttavia l’Italia non è finita, è solo bloccata! Per risalire la classifica per riprendere vigore, anzi meglio dire la “VITALITÀ”, serve una “Missione-Paese”. Serve un cambio di narrazione radicale. È già successo altrove, in Arabia Saudita per esempio, che dopo un lungo immobilismo e tanta gerontocrazia è stato lanciato il progetto “Vision 2030”, diventato alquanto dinamico e coinvolgente da attrarre capitali importanti.

Cari amici, in Italia uno dei possibili progetti economicamente rivitalizzanti riguarda l’”Economia del Mare”. Non solo turismo, dunque, ma Blue Economy strategica! Siamo la piattaforma logistica ed energetica del Mediterraneo, il ponte naturale tra l’Europa “stanca” e l’Africa “vitale”. Rimettere al centro il mare significa investire in infrastrutture, porti, dorsali energetiche, gestione dati, diplomazia. Significa trasformare il Sud da problema a motore e offrire ai giovani una sfida alla loro altezza. Siamo ricchi di passato. Ma la vitalità è l’arte di costruire il futuro. Come insegna il premio Nobel Robert Shiller, le narrazioni economiche diventano profezie che si auto-avverano. Se iniziamo a raccontarci come il ponte d’Europa e l’hub del Mediterraneo, l’algoritmo cambierà colore molto in fretta.

A domani.

Mario

giovedì, gennaio 08, 2026

LO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO NEL LAVORO. MAI DIMENTICARE CHE IL RISPETTO DELLA PERSONA È ALLA BASE DELL’ESISTENZA UMANA.


Oristano 8 gennaio 2026

Cari amici,

Che l’uomo sia un “animale sociale” è noto fin dagli albori della sua esistenza. I Cristiani lo sanno bene, in quanto lo trovano scritto già nella Bibbia, dove, il Signore, parlando della creazione, dice: “Non è bene che l’uomo stia solo”. Anche Aristotele, nel IV secolo a.C., affermava la tendenza dell’essere umano alla socialità: “Siamo per natura portati a stare in contatto con l’altro, che addirittura è parte essenziale del definirsi della nostra identità”.

In effetti, che l’essere umano è un animale sociale, lo affermano pienamente le ricerche nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia, che confermano anche che il nostro comportamento e la nostra identità sono strettamente costruiti sul rapporto con l’altro. La ricerca è addirittura arrivata alla conclusione che lo sviluppo cerebrale che ci ha trasformati da primati a uomini non sia solo la conseguenza del miglioramento dei processi di ragionamento, ma più specificatamente che esso sia avvenuto seguendo il filo logico del gioco sociale: ovvero con il costante confronto con i nostri simili.

Ebbene, amici, la realtà è che uno degli aspetti più importanti della socialità è quello di interagire con gli altri; sono le interazioni tra i componenti del gruppo che si fondano su una serie di aspettative circa il comportamento dei membri, nel senso che il rispetto dell’uno verso l’altro non debbono mai mancare, in quanto sono alla base dell’esistenza umana. Il bisogno di rispetto è una necessità reciproca, e la sua mancanza, in qualunque forma essa sia rappresentata, non dovrebbe mai essere presente sia nelle relazioni personali che professionali.

È proprio nel mondo del lavoro che la mancanza di rispetto è purtroppo sempre più presente, arrivando a livelli di vero sfruttamento di grande spessore. Sull’argomento Raffaele Alberto Ventura, saggista italiano che scrive sul quotidiano Domani e sulla rivista francese Esprit, nel suo nuovo saggio "LA CONQUISTA DELL’INFELICITÀ", pubblicato da Einaudi, analizza con dovizia di particolari com’è cambiato il rapporto dell’uomo col lavoro. L’analisi riguarda sia i lavoratori della classe media del settore terziario, che i liberi professionisti sotto un certo reddito, oltre ai soggetti creativi, che scelgono il lavoro inseguendo un senso di libera realizzazione personale, al di là del guadagno economico.

Quanto ai "soggetti creativi", questi sono delle persone particolari, nel senso che operano accettando di essere pagati molto meno che in passato, scambiando più o meno serenamente la promessa di riconoscimento, visibilità e gratificazione, a cui tanto ambiscono, seppure con un certo grado di sfruttamento. Amici, con la pandemia del 2020, che ha accelerato la diffusione del “lavoro da remoto”, quindi effettuato in gran parte operando da casa, si è riusciti a trasformare in ufficio anche la camera da letto! Ciò ha creato una confusione temporale anomala: non più orari di lavoro e altri di riposo e relax, ma un continuum di 7 giorni su 7 a giornata intera.

Si, è proprio un passo indietro nel tempo quello che si è fatto! È come se il lavoro, che le lotte operaie del secolo scorso erano riuscite a circoscrivere entro determinati spazi e tempi, con regole sempre più stringenti, fosse infine riuscito a svincolarsi per riconquistare il dominio perduto sulle nostre esistenze. Purtroppo, cercando il meglio, nel mondo del lavoro siamo riusciti ad arrivare proprio alla “Conquista dell’infelicità”, come ha ben descritto e affermato Raffaele Alberto Ventura.

Cari amici, complice anche la tecnologia, l’uomo anziché lavorare per vivere ha raggiunto il pericoloso culmine di “Vivere per lavorare”, senza orari e senza controllo, arrivando allo sfruttamento senza misura. L’intrusione del lavoro nel contesto domestico ha rivoluzionato le regole, incidendo notevolmente, con il sovraccarico di mansioni, sulla salute fisica e mentale dei lavoratori, con effetti deleteri come esaurimento nervoso, ansia e burnout. È questa la più classica scena da film horror: la vittima cerca di fuggire dal sovraccarico di lavoro rifugiandosi a casa, convinta finalmente di essere al sicuro, ma invano: il male è già dentro casa, nel computer e nel cellulare di ultima generazione.

A domani.

Mario