Oristano 31 ottobre 2026
Cari amici,
Chiudo i post di ottobre parlando con Voi di FELICITA', quella tanto desiderata e, spesso, mai raggiunta. Sulla felicità ha scritto cose importanti Jane Austen (1775–1817), una celebre scrittrice britannica, considerata una delle figure più
importanti e influenti della narrativa di lingua inglese. I suoi romanzi sono
"romanzi di costume" ambientati nella borghesia di campagna
dell'Inghilterra georgiana e della Reggenza. Con uno stile raffinato ed ironico
analizza le convenzioni sociali, le relazioni familiari, la condizione
economica delle donne e l'importanza del matrimonio per ottenere stabilità. Tra
le sue opere principali: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio
e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813, Mansfield Park (1814). Emma
(1815).

In “Ragione e Sentimento”,
troviamo una riflessione che sembra parlare di felicità direttamente a ciascuno di noi: «Aspiro,
come chiunque altro, a essere felice; e come chiunque altro voglio esserlo a
modo mio». Parole semplici, ma capaci di mettere in discussione tante
delle nostre certezze. Perché la felicità non dovrebbe essere una gara per
soddisfare le aspettative degli altri, ma la libertà di scegliere ciò che ci fa
stare bene, anche quando significa prendere una direzione diversa da quella che
tutti si aspettano.
Entrando nel dettaglio,
proviamo a chiederci: Quante volte rinunciamo a qualcosa che desideriamo
davvero soltanto per paura di deludere gli altri? Scegliamo strade che non ci
appartengono, inseguiamo traguardi che non sentiamo nostri e finiamo per
confondere la felicità con l'approvazione di chi ci circonda. Eppure, arriva un
momento in cui bisogna chiedersi se la vita che stiamo costruendo sia davvero
quella che vogliamo.

Amici, per la AUSTEN, “La
felicità non ha una formula uguale per tutti”. Questa frase, contenuta
in Ragione e sentimento, viene pronunciata da Edward Ferrars, un giovane che
non desidera la fama e il prestigio immaginati per lui dalla famiglia. Edward
sogna qualcosa di molto più semplice: una vita che gli somigli. Non vuole
distinguersi ad ogni costo, né inseguire un successo incapace di renderlo
felice. È una scelta che, nella società inglese raccontata da Austen, richiede
una certa dose di coraggio. Ed è proprio questo il
cuore della riflessione. Essere felici non significa necessariamente avere
tutto, ma riconoscere ciò che conta davvero per noi. Per qualcuno la felicità
può essere una carriera brillante, per altri una vita tranquilla, un amore sincero,
la libertà di viaggiare o il tempo da dedicare alle proprie passioni. Nessuna
di queste aspirazioni vale più delle altre. Il problema nasce quando cominciamo
a desiderare qualcosa soltanto perché ci hanno insegnato che dovremmo
desiderarla.

Uno degli aspetti più
affascinanti di Ragione e sentimento è il modo in cui Jane Austen
racconta lo scontro tra ciò che proviamo e ciò che il mondo si aspetta da noi.
Attraverso le vicende delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood, la scrittrice
esplora due modi diversi di affrontare la vita: il controllo delle emozioni e
l'abbandono ai sentimenti. Due atteggiamenti apparentemente opposti, che
finiscono però per rivelarsi meno inconciliabili di quanto sembrino.

Amici, anche oggi viviamo
qualcosa di simile. C'è chi sceglie un'università per non deludere i genitori,
chi rimane in una relazione perché teme la solitudine, chi rincorre un lavoro
prestigioso senza chiedersi se lo desideri davvero. A volte siamo così impegnati
a costruire una vita che gli altri possano ammirare, da dimenticarci di
costruirne una nella quale stare bene. Austen ci invita a guardare oltre le
apparenze, ricordandoci che una scelta può sembrare perfetta agli occhi del
mondo e rivelarsi completamente sbagliata per chi deve viverla.

Allora bisogna avere il
coraggio di essere felici “come propria scelta”, senza le interferenze degli
altri; cercare la propria felicità, significa imparare ad ascoltarsi, senza la
paura di sbagliare o di perdere l'approvazione delle persone a cui vogliamo
bene. Non viviamo cercando di imitare gli altri, in particolare quelli che ci
appaiono più avanti di noi, perché in questo modo finiamo per misurare la
nostra felicità con il metro di qualcun altro. Ma "non essere dove sono gli
altri" non significa essere rimasti indietro. Ognuno ha i propri tempi, le
proprie priorità e, soprattutto, una diversa idea di ciò che rende una vita
degna di essere vissuta, quindi di essere felice!
Cari amici, parole
straordinarie quelle di Jane Austen, che dovrebbero far riflettere tutti noi!
A domani.
Mario