venerdì, luglio 10, 2026

IL GRANDE CORAGGIO DI VIVIANA SIRIGU, SARDA VERACE DI ORROLI. HA LASCIATO IL POSTO FISSO PER SALVARE L’ANTICO PANE DEL SUO PAESE.


Oristano 10 luglio 2026

Cari amici,

Per prendere decisioni forti, come quella presa da VIVIANA SIRIGU, bisogna avere un forte DNA assolutamente sardo, ovvero essere una sarda verace, dalla testa ai piedi! La sua storia, che oggi voglio raccontare a Voi, fedeli lettori, merita davvero di essere resa nota, perché dimostra un amore non comune per la nostra amata terra. Viviana è di ORROLI, un piccolo paese con meno di 2mila abitanti, che si trova nel sud della Sardegna, nella subregione storica del Sarcidano. Primogenita di cinque fratelli, fin da piccola aiutava la mamma a preparare il pane, alquanto necessario in una famiglia numerosa come la sua. «Da piccola non ci vedevo nulla di poetico nello stare tutto quel tempo a impastare con mia madre – racconta -; in casa eravamo in tanti e mi sembrava un sacrificio, ma lo facevo perché ci volevamo bene, di un bene indefinito». Come ogni figlia femmina, in passato l’arte della panificazione si apprendeva in casa, e così fu per lei. Poi, crescendo, l’arte appresa da sua madre rimase nel limbo dentro di lei,  senza sapere che un giorno quegli insegnamenti li avrebbe riscoperti e ripresi.

Viviana, personaggio vivace e intelligente, crescendo studia e si diploma, e al termine degli studi, conseguiti con profitto, riesce anche a realizzare il traguardo del posto fisso come contabile in Regione, con sede di lavoro ad Isili. Ma l’amore per il suo paese, per le sue tradizioni che, giorno dopo giorno si stavano perdendo, la tengono in ansia. I ricordi del passato, in particolare quelli legati alla panificazione, quando Lei bambina aiutava sua madre Melinda a preparare il pane, la tormentano, constatando che ormai quel pane meraviglioso non esiste più! Lei  quel “Pane Bio”  fatto con il grano Senatore Capelli”, come si faceva una volta, vorrebbe riportarlo in tavola, ricreandolo magari con la riapertura di un bel forno!

Detto fatto: senza pensarci due volte decide di abbandonare il posto fisso e mettersi in gioco. Si licenzia, abbandonando il posto sicuro, e torna ad Orroli. La sua idea è quella di aprire un forno, per riprendere a panificare alla vecchia maniera. Il forno decide di chiamarlo “KENTOS”, contrazione di chent’annos, “cent’anni”, per rendere omaggio a Orroli, che rientra tra le cosiddette zone della longevità, per via dell’alta presenza di centenari.  La Sardegna, come molti di Voi sanno, è l’unica regione italiana a vantare questo primato, presente nello specifico tra l’Ogliastra e la Barbagia. Come ha avuto modo di raccontare lei stessa, sorridendo, «Ho scelto questo nome per il nonnino Giovanni Frau, il più anziano d’Europa».

La longevità, secondo Viviana, è dovuta per molti versi all’alimentazione e, di conseguenza, la “lunga vita dei centenari”  è resa possibile grazie ad un combinato disposto di vita comunitaria, attività fisica, clima e alimentazione. Ed ecco, grazie a Viviana, la rinascita dell’antico pane nel nuovo forno di “Kentos". Il pane realizzato da Kentos è fatto con gli stessi ingredienti del passato, è identico a quello consumato dai «nonnini» quando lei era bambina: Grano duro “Senatore Cappelli”, acqua di fonte e quel prodigioso segreto che le donne della sua famiglia si sono tramandate per trecento anni: “su Framentu”, il lievito madre.

La grande, coraggiosa idea di Viviana, è stata, da subito, quella di voler costruire una filiera bio nel suo paese, Orroli. «Puoi immaginare cosa voleva dire parlare di bio qui: nessuno ci credeva», spiega Viviana. Oggi invece Kentos, attorno al quale ruotano sessanta famiglie, ha ricevuto i Tre Pani del Gambero Rosso nella guida “I Migliori Panifici d’Italia 2027”. Un riconoscimento che arriva quasi vent’anni dopo l’apertura del laboratorio, l’ingresso nella grande distribuzione e tre anni dopo l’inaugurazione del punto vendita di Cagliari. Un vero successo!

Amici, Viviana nel suo laboratorio porta avanti diverse preparazioni di pane: come su MODDIZZOSU, chiamato così per via dell’arbusto di lentischio (Moddizzi) usato per profumare il forno a legna in cui viene cotto; nel suo forno Kentos Viviana prepara e vende anche su PISTOCCU, dalla consistenza secca e croccante, su  COCÓI A PITZUS, unico pane decorato in Sardegna e su CIVRAXEDDU, di piccole dimensioni. Questo tipo di pane mantiene la sua fragranza per giorni, e, a Orroli lo chiamano anche “pane dei centenari”.

Viviana Sirigu con i figli Simona e Davide   

Cari amici, plaudo con grande gioia all’iniziativa portata avanti da Viviana, vera sarda che ha uno smisurato amore per la Sardegna e le sue specialità. L’iniziativa di Kentos, da lei portata avanti, è oggi un grande progetto etico, attorno al quale gravitano trentacinque agricoltori, due mugnai e diciannove dipendenti. Tutto il grano usato, il Salvatore Capelli, è coltivato in Sardegna, è macinato a pietra e trasformato secondo i principi dell’agricoltura biologica certificata. «Kentos puntava a creare valore in un territorio fragile», ripete Viviana. Nelle sue parole Orroli – e la sua comunità – sono sempre in primo piano; non è un caso, infatti, che anche il laboratorio si trovi all’interno di una casa campidanese, abitazione del sud della Sardegna, nota per le ampie corti in terra cruda. Grazie Viviana, della tua forza e del tuo coraggio di vera sarda che ama fortemente la sua terra!

A domani.

Mario

giovedì, luglio 09, 2026

L'UOMO E LA NECESSARIA RELAZIONE SOCIALE. NON AVERE AMICI VERI IN SENILITÀ, È UN SEGNO DI FREDDEZZA, DI INCAPACITÀ RELAZIONALE, O DI STANCHEZZA MENTALE?


Oristano 9 luglio 2026

Cari amici,

Nella concezione Cristiana, che prosegue quella biblica, è scritto a chiare lettere che "Dio non creò l'uomo lasciandolo solo" (Genesi 2,18). Ciò, da sempre, sottolinea come la natura umana sia intrinsecamente relazionale, orientata alla comunione con gli altri. Questo concetto tocca temi universali e filosofici molto ampi. Sintetizzando possiamo passare dall’aspetto spirituale e biblico a quello filosofico, (la natura sociale dell'essere umano secondo Aristotele), fino all’aspetto psicologico (il bisogno di appartenenza e le relazioni interpersonali).

Nel corso della sua vita l’uomo, escludendo il periodo iniziale, in particolare quello giovanile, dove le amicizie sono semplici da fare e molto presenti, col passare degli anni, prima arriva alla selezione delle amicizie, in particolare quelle presenti nel mondo del lavoro e nella relazioni sociali, per arrivare poi, "nell’età senile", quando inizia a vivere la parte finale della sua esistenza, a diminuirle, a centellinarle, arrivando anche ad eliminarle totalmente, anche se queste lo avevano accompagnato durante la crescita e la vita lavorativa.

Si, in questa “fascia di età senile over 60", possiamo trovare delle persone che arrivano ai sessant’anni senza avere nemmeno un amico davvero intimo, cosa che fa pensare che questa persona  sia un soggetto freddo, distante o incapace di costruire relazioni profonde. Nella maggior parte dei casi, però, questa lettura risulta sbagliata. Analizzando il problema più da vicino, spesso emerge il profilo di qualcuno che per tre o quattro decenni ha sostenuto emotivamente gli altri: la persona che ricordava i compleanni, che rispondeva alle chiamate notturne, che ascoltava i problemi di lavoro e i timori legati ai genitori che invecchiavano. Poi, intorno ai cinquant’anni, quelle risorse interiori, necessarie per continuare a sostenere tutto questo, hanno iniziato lentamente a esaurirsi.

Purtroppo, amici, c’è un certo modo di pensare che avere amicizie profonde nella fase finale della vita rappresenti un segno di equilibrio sociale, di saggezza relazionale, e che, invece, restare senza amici veri in anzianità sia assolutamente sbagliato. Il problema da mettere seriamente sul tappeto è invece la reciprocità: se questo scambio reciproco, a causa di diverse problematiche, si interrompe, l’amicizia cade. All’interno delle amicizie, questa reciprocità spesso è sbilanciata. Nella maggior parte dei rapporti di lunga durata esiste quasi sempre una persona che "tiene insieme il legame", e quando questa crolla, diventa evidente che l’amicizia cade.

Chi ha sostenuto per decenni il peso emotivo delle amicizie non si sveglia improvvisamente dopo i cinquant'anni decidendo di chiudere con tutti. Più spesso accade qualcosa di molto più sottile: le telefonate con l'amico ricevono risposta con costante, maggiore ritardo, l’idea di una lunga cena dedicata agli aggiornamenti reciproci genera una lieve stanchezza preventiva; oppure, quando un amico inizia con il solito “Non immagini cosa mi è successo”, invece dell’interesse compare una silenziosa tensione interiore.

Questa, amici, non è freddezza: accade spesso che la persona che teneva viva la relazione perda gradualmente la capacità di continuare a farlo, e l’amicizia finisca semplicemente per mancanza di manutenzione. Ecco uno dei principali motivi per cui la persona che per anni ha sostenuto emotivamente gli altri e che ha superato i sessant’anni, cancella amicizie del passato, acquisendo la capacità di vivere stando bene anche da sola. Questo isolamento, spesso, viene percepito dagli altri in negativo, venendo classificato come “persona difficile”, chiusa o troppo introversa. In realtà questa lettura confonde una forma raffinata di valutazione con una mancanza relazionale. Dopo anni trascorsi ad assorbire emozioni e problemi altrui, queste persone sviluppano spesso una straordinaria capacità di riconoscere quali interazioni le prosciugheranno e quali no. Non è la volontà di evitare qualcuno, ma la necessità di conservare energie, finora consumate per altri senza essere realmente reintegrate.

L’autosufficienza emotiva degli anziani viene frequentemente interpretata come isolamento, quando in realtà può invece rappresentare la capacità di stare bene anche da soli. Molte di queste persone, in realtà, non sono completamente prive di relazioni profonde. Spesso mantengono uno o due legami significativi: un fratello, una sorella, un partner storico, oppure un singolo amico che si è dimostrato davvero capace di ascoltare a sua volta. Ciò che è scomparso, più precisamente, è l’ampia rete sociale che un tempo tenevano in vita attraverso un loro sforzo continuo.

Cari amici, le ricerche sulla felicità e sulle amicizie nella vecchiaia mostrano che ciò che mantiene vivi i legami nel tempo sono i piccoli gesti reciproci, amicizie che durano in quanto ci si relaziona con l’altro senza secondi fini. Le relazioni rimaste prive di questa reciprocità, alla fine cadono, scompaiono, nella parte finale della vita: nella senilità. Nell’età della riflessione, mancando determinati presupposti, si può arrivare a star bene anche da soli.

A domani.

Mario

mercoledì, luglio 08, 2026

LA VANA ILLUSIONE DELL'UOMO: AVERE LA PERENNE FELICITÀ! PER IL GRANDE FREUD, INVECE, LA FELICITÀ NON DURA PER SEMPRE.


Oristano 8 luglio 2026

Cari amici,

Inutile negarlo: l’uomo vive la sua vita costantemente assillato da un imperativo: “Essere sempre felice e vivere con gioia”. Una ricerca vana, quella umana, una chimera irraggiungibile, come ha dimostrato uno dei più grandi filosofi e psicoanalisti: SIGMOND FREUD, profondo conoscitore dell’animo umano e universalmente riconosciuto come il padre fondatore della psicoanalisi. Per Freud la vera felicità non è per sempre, ma un traguardo sfuggente, difficile da raggiungere, ma, soprattutto, aleatorio, che non dura per sempre.

L'essere umano è alla ricerca costante della FELICITÀ, guidato dal "principio di piacere", ma che si scontra inevitabilmente con il "principio di realtà" e con le regole che governano la società, regole che impongono continue rinunce. Freud attraverso i suoi studi, in particolare nel suo famoso libro “IL DISAGIO DELLA CIVILTÀ”, analizza questa costante ricerca umana del piacere che porta alla felicità. Nel Capitolo II del libro, ci svela chiaramente che la convinzione umana "che la felicità debba essere un traguardo da raggiungere e mantenere", è la fonte delle principali cause di un suo malessere, che lo porta inevitabilmente ad una profonda frustrazione.

Per il grande filosofo la ricerca per gli esseri umani della felicità “è un’estasi che brucia nel contrasto e muore nella durata”. Un’affermazione, la sua, contenuta nel celebre saggio prima citato, che può essere considerata una bussola che permette all'uomo di orientarsi nel cammino della vita, per evitare che il voler essere a tutti i costi felice, diventi invece motivo solo di dolore. In senso stretto, per l’uomo la felicità trae origine dall’improvviso soddisfacimento di bisogni lungamente accumulati, e, per sua natura, è possibile solo come fenomeno episodico. Ogni continuità in una situazione vagheggiata dal principio di piacere procura solo una sensazione di moderato benessere.

Il libro “IL DISAGIO DELLA CIVILTÀ”, non è solo un testo di psicologia, ma una delle opere più influenti del Novecento, descritta dallo storico Peter Gay come uno dei testi più studiati della moderna psicologia, capace di ridefinire radicalmente il rapporto tra l’individuo e la massa. Il cuore del saggio risiede in una tensione drammatica e ineludibile: lo scontro tra l’ardente desiderio di individualità e le confliggenti aspettative della società. Freud nel libro spiega con brutale chiarezza che la libertà non è affatto un beneficio della cultura; al contrario, essa era massima prima di ogni forma di civiltà e ha subito restrizioni costanti con l’evolversi della vita comune. “La libertà,” scrive ancora Freud, “non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura”.

La teoria freudiana, amici, ci pone davanti a uno specchio scomodo: poiché l’essere umano tende per natura a seguire il principio di piacere (egoistico e immediato), la regolare vita sociale equilibrata, invece, risulta possibile solo attraverso la repressione degli egoistici istinti individuali. Allora la vita sociale diventa per l’umano egoista una macchina di frustrazione permanente. È in questo scenario di “disagio sociale” che Freud, nel secondo capitolo del libro prima richiamato, focalizza la sua attenzione sulla domanda più intima: se la civiltà ci castra, come possiamo, allora, trovare la felicità?

Amici, la ricerca del benessere perenne, quindi della felicità, in una società ricca di regole, risulta essere solo utopia, nel senso che non potrà mai essere una felicità duratura, ma solo un flash temporaneo, un lampo che dura ben poco. Solo, dunque, un fenomeno episodico, come spiega Freud, in quanto noi umani siamo biologicamente incapaci di godere per periodi prolungati. Ogni continuità in una situazione vagheggiata dal principio di piacere, procura solo una sensazione di moderato benessere.

Cari amici, cercare di rendere la felicità duratura è, come afferma Freud, “un errore tecnico”. Una volta che la situazione vagheggiata diventa continua, essa procura solo una sensazione di “moderato benessere”. Il risultato è quella frustrazione tipica dell’uomo contemporaneo: cerchiamo nel “sempre” una gioia che può esistere solo nel “momento”. In questo scenario, l’uomo finisce per accontentarsi di un obiettivo molto più modesto e rassegnato: “Essere felice per il solo fatto di essere scampato all’infelicità”!

A domani.

Mario

martedì, luglio 07, 2026

FINALMENTE HA PRESO IL VIA LA PISTA CICLABILE DA CABRAS A SAN GIOVANNI DI SINIS. BATTI OGGI, BATTI DOMANI, IL TANTO SOGNATO PERCORSO CICLABILE HA PRESO IL VIA.


Oristano 7 luglio 2026

Cari amici,

"GUTTA CAVAT LAPIDEM" (letteralmente "la goccia scava la pietra") è una celebre locuzione latina tratta dalle Epistulae ex Ponto del grande scrittore e poeta Publio Ovidio Nasone (43 a.C. - 17 d.C.), uno dei massimi esponenti della poesia latina. La locuzione prima citata evidenzia in modo chiaro la caparbietà dell’uomo, che, con la costanza, la tenacia e la ripetizione, arriva a raggiungere quei difficili obiettivi apparentemente impossibili, ovvero a superare gli ostacoli inizialmente apparsi insormontabili.

Ho voluto aprire il post di oggi con questa citazione di Ovidio, per “l’arrivo in porto”, dopo mille traversie, del progetto di realizzazione della “PISTA CICLABILE” ideata per collegare Cabras con San Giovanni di Sinis, una via sicura per consentire ai tanti ciclisti estivi, particolarmente numerosi d’estate, di raggiungere in sicurezza le coste del Sinis. La pista, inoltre, agevolerà lo scorrimento di un traffico più fluido alle numerose macchine che si recano nelle nostre spiagge. Il lungo ritardo, che ha fatto slittare l’avvio dei cantieri è derivato dai tanti espropri necessari alla sua realizzazione, a Cabras sono state interessate dalle procedure circa 750 ditte catastali.

Come ha voluto annunciare con orgoglio il Sindaco di Cabras Andrea Abis, la  pista ciclabile nel SINIS ha preso il via nei giorni scorsi. Il progetto della pista, è stato finanziato con i fondi del  PNRR assegnati alla Regione Sardegna. Questo progetto era da tempo un sogno che appariva irraggiungibile, un progetto richiesto da molti anni con determinazione dall’Amministrazione comunale di Cabras, modificato diverse volte in Conferenza dei servizi, fino ad assumere il tracciato attuale, che si svilupperà a lato della strada provinciale. Sarà una vera pista ciclabile e non una ciclovia rurale.

Amici, l’opera, sicuramente un grande orgoglio per l’Amministrazione della città lagunare, è un’opera straordinaria, che rappresenta un pezzetto di quella visione di futuro del sindaco Andrea Abis che oggi comincia con fiducia a realizzarsi. I lavori sono iniziati ora, in estate, e, anche se qualcuno potrà pure dire che non si tratta del momento migliore (sotto certi aspetti anche con ragione), è il caso, invece, di dire che il momento, in realtà, è quello giusto, perché è il giusto momento necessario, per terminare l'opera nel minor tempo possibile!

Amici, I lavori per la nuova pista ciclabile che collega Cabras a San Giovanni di Sinis sono già entrati nel vivo. Il tracciato parte da via Tharros, a Cabras, e si sviluppa parallelamente alla SP6 per oltre 6 km, offrendo un collegamento sicuro fino a ridosso dell'area archeologica di Tharros. È, indubbiamente,  un progetto strategico per la mobilità sostenibile nel Sinis, attraversando scenari naturalistici di pregio come la zona umida e le aree costiere. L'opera rientra nel più ampio piano della Ciclovia della Sardegna (BI16), che punta a valorizzare il cicloturismo nella costa occidentale.

Come accennato prima il Sindaco Abis, è stato il primo a gioire ed a comunicare la realizzazione del progetto che ha già preso il via. “Quello che vedete”, scrive Abis, “non è un cantiere qualunque: è l’inizio della pista ciclabile nel Sinis che porterà da Cabras a San Giovanni. Il progetto PNNR di Regione Sardegna e Arst è un progetto richiesto con determinazione dall’Amministrazione comunale da anni, modificato diverse volte in conferenza di servizi fino ad assumere il tracciato attuale, a lato della provinciale. Una vera pista ciclabile e non una ciclovia rurale”. “È un’opera straordinaria”, ha aggiunto ancora il Sindaco di Cabras, e “ rappresenta un pezzetto di quella visione di futuro che oggi comincia con fiducia a realizzarsi”.

Cari amici, chi in questa afosa estate chi va in auto a San Giovanni (anche per ammirare la sua meravigliosa antichissima chiesa), vede già i mezzi all’opera: quello che si vede non è un cantiere qualunque: è l’inizio della pista ciclabile nel Sinis che porterà da Cabras a San Giovanni, e credo che tutti lo osservino con grande gioia! Come accennato prima, la ciclovia Cabras-San Giovanni di Sinis rientra tra quelle previste dalla ciclovia della Sardegna, rete regionale lunga 1.147 chilometri che renderà più agevoli gli spostamenti in bicicletta tra città, paesi e i luoghi simbolo dell’isola. I percorsi che interessano il territorio oristanese sono quattro. Partendo da sud c’è il tracciato Barumini-Terralba, poi Terralba-Oristano, quindi Oristano-Cabras-Tharros e Tharros-Bosa. C’è da ben sperare! Visitare il SINIS, in tempi si spera brevi, sarà molto più agevole e sicuro!

A domani.

Mario

 

lunedì, luglio 06, 2026

IL GOVERNO REGIONALE DI FRONTE ALLA CRISI DEL LAVORO NELL’ISOLA. VARATO UN INTERVENTO FINANZIARIO IMPORTANTE PER RICOLLOCARE I LAVORATORI LICENZIATI.


Oristano 6 luglio 2026

Cari amici,

La Giunta della Regione Sardegna ha di recente varato una deliberazione che - si spera - possa essere un passo importante nelle politiche attive del lavoro e nella tutela dei lavoratori coinvolti in crisi aziendali e occupazionali. Il provvedimento, emanato su proposta dell’Assessore al lavoro Desirèe Manca, introduce una norma innovativa, finalizzata a sostenere il reinserimento lavorativo delle persone che hanno perso il lavoro a seguito di crisi aziendali, licenziamenti collettivi o individuali.

L'interessante intervento della Giunta Sarda, finanziato complessivamente con 8 milioni di euro, prevede l'erogazione di un incentivo alle imprese che assumono a tempo indeterminato lavoratori colpiti da crisi aziendali; si tratta di un vero e proprio incentivo occupazionale una tantum, destinato alle imprese operanti nei settori economici ricompresi nella classificazione ATECO 2025, con esclusione delle attività non ammissibili ai sensi della normativa europea in materia di aiuti "de minimis". “

Come ha avuto modo di spiegare L’ASSESSORE DESIRÈ MANCA, “Dietro ogni crisi aziendale ci sono persone, famiglie, storie professionali costruite in anni di sacrifici e improvvisamente travolte dall’incertezza. Quando un lavoratore perde il proprio impiego spesso vede messa in discussione la propria serenità, la capacità di programmare il futuro, la dignità conquistata attraverso il lavoro; per questo abbiamo voluto fortemente questa misura. Non come un semplice incentivo economico, ma come uno strumento concreto di giustizia sociale e di vicinanza a chi sta attraversando uno dei momenti più difficili della propria vita. Vogliamo dare una nuova opportunità a lavoratrici e lavoratori che rischiano di essere espulsi dal mercato del lavoro”.

“Questa misura rappresenta un cambio di paradigma nelle politiche regionali del lavoro – evidenzia l’esponente della Giunta– perché interviene non soltanto nella gestione delle crisi, ma soprattutto nella costruzione di nuove opportunità occupazionali. Vogliamo trasformare situazioni di difficoltà in percorsi di ripartenza, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e sostenendo la creazione di occupazione stabile”. I fondi sono gestiti tramite l'Assessorato del Lavoro e prevedono l'erogazione di un contributo alle aziende sotto forma di incentivo per favorire la stabilità occupazionale. I lavoratori coinvolti nelle procedure devono rientrare nelle categorie previste dalla legge 223/1991 (Licenziamenti collettivi).

Potranno accedere all'intervento, come accennato prima, i lavoratori coinvolti in procedure di licenziamento collettivo ai sensi della Legge 223/1991 e i disoccupati da non oltre 24 mesi il cui rapporto di lavoro sia cessato a seguito di licenziamento collettivo o individuale. Un ruolo centrale sarà svolto dall'Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro (ASPAL), che provvederà alla verifica dei requisiti e dalle parti sociali che saranno coinvolte negli accordi di volta in volta stipulati con la Regione.

"Questa misura rappresenta un cambio di paradigma nelle politiche regionali del lavoro – evidenzia l'Assessora Manca– perché interviene non soltanto nella gestione delle crisi, ma soprattutto nella costruzione di nuove opportunità occupazionali. Vogliamo trasformare situazioni di difficoltà in percorsi di ripartenza, favorendo l'incontro tra domanda e offerta di lavoro e sostenendo la creazione di occupazione stabile". Con questo provvedimento la Regione Sardegna compie un primo passo importante nelle politiche attive del lavoro e nella tutela dei lavoratori coinvolti in crisi aziendali e occupazionali.

Cari amici, Il tasso di disoccupazione in Sardegna si attesta stabilmente intorno all'8,3%, con circa 53.200 persone in cerca di occupazione. Sebbene la percentuale sia in calo e si avvicini ai minimi storici, il mercato del lavoro sardo presenta ancora forti criticità, come un alto tasso di disoccupazione giovanile e una forte incidenza di contratti precari. La soluzione per un serio e importante aumento del lavoro stabile (a tempo indeterminato) non è certo a portata di mano, ma, comunque, il provvedimento prima richiamato può rappresentare un certo sollievo, in attesa di una seria ripresa economica e di situazioni occupazionali durature!

A domani, fedeli lettori.

Mario

domenica, luglio 05, 2026

GLI ANZIANI E IL FUTURO DEL SERVIZIO PUBBLICO CHE LI RIGUARDA. ESCLUSI DAL SISTEMA DIGITALE, VENGONO TAGLIATI FUORI DAI BISOGNI A CUI HANNO DIRITTO.


Oristano 5 luglio 2026

Cari amici,

Con il travolgente avanzare dell’informatica, supportata dall’Intelligenza Artificiale, il futuro degli anziani è sempre più in pericolo. Nati e vissuti in un’era in cui la gran parte del lavoro era “manuale”, solo pochi hanno superato il Gap tecnologico, riuscendo ad adattarsi al digitale, seppure con grande fatica. Oggi accedere ad un servizio pubblico, come prenotare una visita medica, pagare una bolletta, consultare un atto amministrativo, richiede quasi sempre l’utilizzo di uno strumento digitale: uno Spid, una Cie, un’app, un portale. Per milioni di cittadini anziani, tutto questo è diventato semplicemente irraggiungibile, ovvero una chimera.

È, purtroppo, lasciatemelo dire, una tristissima realtà! «L’anziano  che non ha sa usare lo Spid o non sa utilizzare la Cie, o banalmente non ha un PC né uno smartphone né un IPAD, in pratica è tagliato fuori da ogni servizio», come ha avuto modo di denunciare l’ex magistrato Antonio Centore, ex procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Nocera Inferiore. «È come morto» - ha aggiunto -. Parole dure, volutamente molto dure le sue, per scuotere le coscienze di chi progetta sistemi informatici pensando esclusivamente agli utenti più giovani e tecnologicamente attrezzati.

C’è una frase, che considero tagliente come un bisturi, espressa dal Procuratore Antonio Centone e pubblicata sul suo profilo social, che merita di essere riletta più di una volta: «Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è moderna: è una società che ha deciso di liberarsi dei propri padri». Amici, costringere una persona anziana, come un over 70, a usare strumenti informatici complessi rischia di provocare isolamento ed esclusione, anziché inclusione. Le interfacce digitali moderne non sono progettate per chi non ha familiarità con la logica dei computer, creando barriere insormontabili e grande frustrazione.  

È giusto precisare che Centore non è contro la tecnologia. È contro l’uso ideologico della tecnologia come metro per misurare la dignità dei cittadini. «Nel 2026 tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma chi ha costruito questo Paese sporcandosi le mani, oggi si ritrova analfabeta in casa propria», osserva l’ex procuratore. Il punto è preciso: se per espletare una pratica burocratica serve l’aiuto di un figlio o di un nipote — ammesso che ci sia — allora il sistema non ha semplificato nulla. Ha solo spostato il problema sulle spalle delle famiglie o, peggio, lo ha lasciato irrisolto per chi non ne ha. Questa non è innovazione. È esclusione»!

Amici, in una Società che si rispetti l’evoluzione, seppure necessaria, non deve mai diventare egoismo! «Quando lasciamo indietro chi ci ha preceduto, non stiamo evolvendo: stiamo solo diventando più comodi e più egoisti». Con questa considerazione Centore chiude il suo ragionamento. E lascia una domanda aperta, morale prima ancora che politica: una società civile può considerarsi avanzata se i suoi strumenti di accesso ai diritti escludono sistematicamente chi ha contribuito a costruirla?

Il tema, cari lettori, più che tecnico, è diventato fortemente “culturale”. Chi porta avanti l’innovazione, ovvero lavora per creare servizi pubblici moderni e innovativi, nel progettarli deve pensare non solo a chi, nativo digitale, è in grado di usufruirne in modo veloce e totale, ma anche a chi,  “NON È NATIVO DIGITALE”, a chi ha più di 70 anni, ed ha vissuto la gran parte della sua vita senza aver mai toccato un touchscreen, a chi vive solo e non può contare sull’aiuto di figli e nipoti, ovvero a chi non ha una rete familiare su cui appoggiarsi.

Cari amici, in Italia oggi vivono circa 14 milioni di cittadini con più di 65 anni. Molti di loro, secondo le stime più recenti, non hanno mai usato Internet. Essi sono invisibili ai portali, sono esclusi dai sistemi digitali. Sono, per usare le parole dell’ex procuratore, «come morti» agli occhi di uno Stato che ha smesso di cercarli. Forse è tempo che qualcuno torni a bussare alla loro porta! Credo che anche l’informatica, usata in maniera intelligente nei confronti di chi l’Italia di oggi l’ha costruita, possa, con i giusti accorgimenti, soddisfare le loro esigenze, oggi totalmente ignorate.

A domani.

Mario

sabato, luglio 04, 2026

L'ACCESO DIBATTITO SULL’USO DEI MONOPATTINI IN CITTÀ. DOPO L’ENTUSIASMO INIZIALE, IL MONOPATTINO SI È RIVELATO PIÙ UN PROBLEMA CHE UNA RISORSA. I PRO E I MOLTI CONTRO.



Oristano 4 luglio 2026

Cari amici,

I dati più recenti relativi alla micromobilità elettrica stanno dimostrando che l’inserimento massiccio dei MONOPATTINI nella circolazione delle grandi città, a fronte dei reclamizzati, reali benefici ambientali e urbani, si sta, invece, rivelando più un danno che un guadagno. Si, i monopattini sebbene siano nati nell’intento di poter velocizzare la circolazione e ridurre lo smog, in realtà il loro reale impatto è apparso contradditorio, e spesso oggetto di dibattiti anche alquanto animati. Ecco i diversi pareri sul loro inserimento nella viabilità urbana, in particolare nelle caotiche città.

Si, amici, il dibattito sui monopattini elettrici nelle città è accesissimo, e molti cittadini sono seriamente preoccupati per i numerosi problemi che la loro introduzione ha creato, tanto che molte Amministrazioni comunali di città importanti stanno correndo ai ripari per cercare di limitare i disagi. Alcune città europee (come Parigi) li hanno vietati del tutto tramite referendum. In Italia, invece, le nuove riforme del Codice della Strada hanno introdotto regole molto più rigide per la loro circolazione, tra cui l'obbligo di targa, assicurazione e casco per tutti, oltre a severi divieti di sosta fuori dalle aree dedicate.

Nato come uno straordinario “Uovo di colombo”, capace di snellire il traffico delle città e addirittura diminuire in modo importante lo smog, il monopattino si è rivelato, invece, un po’ tutto il contrario! Il primo motivo che smonta la funzione salvifica del monopattino riguarda il suo uso. In città gli utenti lo affittano per l’ultimo miglio: in Italia il noleggio medio ha una durata di 12 minuti e una percorrenza di 2,3 chilometri (ma nelle grandi città si scende a 1,4 chilometri medi). Ciò significa che il monopattino non sostituisce l’automobile, come ci vorrebbe fare credere la martellante campagna di marketing delle società che si spartiscono la torta dei noleggi. Purtroppo, il vero simbolo della mobilità sostenibile resta solo ed esclusivamente la camminata!

Il monopattino, dunque, non riduce il traffico, ma semmai crea qualche ulteriore problema di circolazione. Uno studio realizzato a Tel Aviv, dove il sindaco Ron Huldai ha puntato molto sui monopattini, ha dimostrato proprio questo: chi lo usa, avrebbe scelto la bici, un autobus, oppure andare a piedi. Non l’auto. Quanto all’inquinamento, il monopattino è una bomba ecologica. Una ricerca dell’Università della Carolina del Nord ha dimostrato che un monopattino produce, nel suo ciclo vitale, 202 grammi di C02. Molti più di una bici elettrica (40 grammi), di una bici tradizionale (8 grammi) e di un motorino elettrico (119 grammi). E molto più persino di un autobus alimentato diesel con un numero elevato di passeggeri (82 grammi). Un altro studio in materia, questa volta realizzato a Parigi, ha calcolato che in un solo anno i monopattini condivisi hanno aggiunto 13 mila tonnellate di gas serra all’impronta ecologica della capitale francese. Altro che ridurre, il monopattino aumenta e genera inquinamento!

Il monopattino, inoltre, di fatto è un mezzo pericoloso.  Lo dicono le statistiche. Il bilancio delle vittime si aggrava di anno in anno, in proporzione all’aumento della diffusione di questo mezzo: nel 2021, secondo i dati dell’Istat, gli incidenti sono passati da 564 a 2.101 e i feriti da 518 a 1.980. Quadruplicati. I morti sono stati dieci, uno dei quali era un pedone (127 sono stati i pedoni investiti). Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nel 2023 gli incidenti con monopattini sono stati 3.365, con 3.195 feriti e 21 vittime. Per il 2024 le stime prevedono oltre 4 mila incidenti, e nel 2025 il trend è dato ancora in peggioramento.

Che dire, poi, del suo sconsiderato uso? Nonostante leggi nazionali e regolamenti comunali contraddittori ed a macchia di leopardo, i monopattini scorrazzano dappertutto a velocità spesso fuori controllo. In strada, sui marciapiedi, lungo le piste ciclabili. E ovunque possono fare danni, anche perché sono mezzi molto silenziosi. Purtroppo chi li usa (giovani in particolare) sono refrattari alle regole, e i controllori non sono capaci di farle rispettare. L’ultimo dramma milanese, con un diciottenne (passeggero sul monopattino) che ha perso la vita in un drammatico scontro con un’auto, conferma purtroppo che a pagare le conseguenze peggiori sono i giovanissimi. E’ fatale, fin da bambini si gioca con il monopattino, è il primo “veicolo” con cui ci cimentiamo, ci saltiamo sopra e spingiamo felici con tutte le nostre forze, il monopattino arriva prima ancora della biciclettina. E’ troppo facile continuare a credere che sia un giocattolo, invece è un vero mezzo di trasporto: per di più leggero, instabile, pericoloso. E molto facile da reperire.

Cari amici, credo che sul MONOPATTINO e sulla sua utilità ci sia ancora molto da dire e ... da riflettere!

A domani.

Mario