venerdì, novembre 06, 2026

LE MERAVIGLIE DEL NOSTRO CERVELLO: IN REALTÀ È “DOPPIO”, COME SOSTIENE LA GRANDE RITA LEVI MONTALCINI.


Oristano 6 novembre 2026

Cari amici,

Chi è stata per la scienza RITA LEVI MONTALCINI lo sappiamo bene, essendo l’unica italiana ad essere stata insignita del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1986, per la scoperta del Nerve Growth Factor (NGF), oltre ad essere stata la prima donna ammessa all’Accademia Pontificia delle scienze. Neurobiologa di fama, possiamo affermare che è stata una delle più grandi scienziate italiane del XX secolo.

La Levi Montalcini nacque a Torino il 22 aprile 1909 da una famiglia ebrea sefardita. Secondo il padre la carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di moglie e madre: nonostante ciò, si iscrisse alla facoltà di medicina all’Università di Torino, dove si laureò con il massimo dei voti nel 1936. Si specializzò in neurologia e psichiatria ma con l’emanazione delle leggi razziali nel 1938 dovette emigrare in Belgio, dove continuò i suoi studi ospite dell’Istituto di Neurologia dell’Università di Bruxelles. Nel 1940 tornò a Torino. In questa sua città natale operò a lungo al Dipartimento di Neuroscience dell’Università di Torino, (oggi a Lei intitolato), dove la grande scienziata parlava spesso di un concetto particolare e affascinante: Dentro di noi convivono due cervelli!

Cosa certamente non facile da spiegare LA TEORIA DEI DUE CERVELLI, ma – secondo la Montalcini – uno dei cervelli – il primo -  è considerato “antico, impulsivo e istintivo”, mentre l’altro, più moderno e razionale, risulta capace di autocontrollo. Tra i “due cervelli” nasce un duello continuo tra impulso e ragione, istinto e pensiero consapevole. Ecco come definisce i due cervelli la Rita Levi Montalcini.

“Quello che in molti ignorano è che queste due componenti del cervello sono alquanto diversi. Quello arcaico, limbico, è localizzato nell’ippocampo, e praticamente non si è evoluto da tre milioni di anni fa a oggi, e non differisce molto tra l’homo sapiens e i mammiferi inferiori. È un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell’ambiente e degli aggressori”.

“L’altro cervello, quello cognitivo, è molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150.000 anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie – la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero quando non è così.

Poi la Montalcini prosegue (lo ha scritto su "Repubblica" il 19 febbraio 2009): “Il cervello arcaico ha salvato l’australopiteco, ma porterà l’homo sapiens all’estinzione. La scienza ha messo in mano all’uomo potenti armi di distruzione. La fine è già alla portata. Non sono una futurologa.  Posso solo vedere quello che capita oggi. Il passato lo conosco. Il futuro… posso solo dire: speriamo! Bisognerebbe spiegarla ai giovani, l'esistenza dei due cervelli. I giovani di oggi si illudono di essere pensanti. Il linguaggio e la comunicazione danno loro l’illusione di stare ragionando. Ma il cervello arcaico, maligno, è anche molto astuto e maschera la propria azione dietro il linguaggio, mimando quella del cervello cognitivo. Bisognerebbe spiegarglielo."

Cari amici, debbo dirvi che quanto studiato dalla Montalcini mi ha intrigato non poco, e mi preoccupano anche le sue conclusioni che considero alquanto veritiere…. Credetemi, relativamente al futuro mi ha fatto venire una certa paura…..

A domani.

Mario

giovedì, novembre 05, 2026

IN GIAPPONE C'È UN UFFICIO POSTALE UNICO AL MONDO: RICEVE POSTA CHE NON SI PUÒ CONSEGNARE...


Oristano 5 novembre 2026

Cari amici,

Che la civiltà orientale abbia delle particolarità uniche al mondo credo che sia proprio vero! Oggi voglio parlare con Voi, amici lettori, di una struttura pubblica particolare, un “UFFICIO POSTALE” giapponese dove arrivano in continuazione lettere, cartoline e corrispondenza “IMPOSSIBILE DA CONSEGNARE”! Per quanto possa sembrare particolare è una struttura vera, esistente e anche abbastanza utilizzata! Vediamo un po’ perché.

Quelle che arrivano sono lettere e cartoline che non hanno bisogno di mittente e, in realtà, neanche di un ben definito destinatario, in quanto basta indirizzarla a questo particolarissimo Ufficio Postale: “C/o The Missing Post Office 1317-2 Awashima  -  Takuma-cho Mitoyo-shi   -  Kagawa  -  ken 769-1108   -  Japan.”. Questo particolare ufficio postale è ubicato sull’isola che ha il nome di “Awashima”, una piccola isola del Mare interno di Seto, che fa parte della prefettura di Kagawa.

Un tempo su quest’isola funzionava un vero Ufficio Postale, e quest’ufficio, costruito in legno, rimase inutilizzato a partire dal 1991. Nel 2013, durante la Triennale di Setouchi, l’artista Saya Kubota lo trasformò in una particolare installazione: un ufficio postale per le lettere senza destinatario, il “Missing Post Office” (in giapponese Hyoryu Yubinkyoku, “ufficio postale alla deriva“). Questa particolare trasformazione doveva durare il tempo del festival, e, finita la manifestazione, l’installazione artistica era destinata alla demolizione. A salvarlo fu il suo proprietario, Katsuhisa Nakata, ex direttore delle poste di Awashima, che si accordò con l’artista per far continuare il progetto.

Nakata ha oggi novant’anni. Ha passato una vita a maneggiare le lettere di sconosciuti e oggi, in pensione, ha scelto di prendersi cura di quelle che non potevano andare da nessuna parte. Indossa la divisa da postino, accoglie i visitatori e fa da custode a un archivio di emozioni che non appartengono a lui, ma di cui si occupa come se fosse il suo lavoro. Il suo compito è ricevere e riconoscere quelle emozioni.

Lettere e cartoline, infatti, sono tutte particolari. Contengono Rimpianti, ringraziamenti, auguri, rancori; Scuse arrivate troppo tardi, dichiarazioni mai fatte, saluti a chi non c’è più. Le lettere sono indirizzate a famigliari, amici, animali domestici, a sé stessi com’erano o come saranno. Ne arrivano da tutto il mondo, in media dieci o venti al giorno e ne sono state raccolte in totale più di sessantamila. Leggerle è possibile: basta andare di persona  (ed è questo che rende il posto così particolare): ad Awashima le parole di sconosciuti sono lì, a portata di mano, in scatole di latta appese al soffitto con corde di pianoforte. Tra tutte le lettere, può capitare di leggere frasi che sembrano essere state scritte proprio per noi. Ecco perché la gente ci va!

Il Missing Post Office si trova a quattro minuti a piedi dal porto di Awashima. Sull’isola ci vivono poche centinaia di persone, quasi tutte anziane. Ci si arriva con un piccolo traghetto. Questo particolare ufficio postale apre al pubblico di sabato, a settimane alterne. Bisogna solo controllare bene il calendario aggiornato, per non rischiare di trovare la porta chiusa. L’isola, per questa particolarità, risulta abbastanza visitata, e, chi visita l'isola, molto spesso, piange leggendo la lettera di una persona che non conoscerà mai.

Cari amici, in realtà l’uomo fin da piccolo ha voluto scrivere a personaggi fantastici, da Babbo Natale alla Befana, e da grande prova a scrivere a qualcuno che non può rispondere. A volte è un genitore, a volte un amore mancato, a volte a se stessi come si era magari molti anni prima, a volte anche al cane di casa che ci guardava come fossimo unici. Missing Post Office, amici lettori, non è un luogo triste: è un salotto dove ci si scopre simili. E se vi state chiedendo se una struttura di questo tipo “serve davvero?”, la risposta è nell’effetto collaterale più felice: chi legge una lettera scritta da altri non spia, si riconosce. È il paradosso gentile di Awashima: un archivio anonimo che restituisce identità.

A domani.

Mario

mercoledì, novembre 04, 2026

LA ZUPPA FRANTOIANA. L'ANTICO PIATTO POVERO DELLA TRADIZIONE TOSCANA È IDEALE PER RESTARE IN FORMA D’INVERNO! ECCO I SUOI NUMEROSI BENEFICI.


Oristano 4 novembre 2026

Cari amici,

La “ZUPPA FRANTOIANA” è un piatto tradizionale della cucina toscana (in particolare della zona di Lucca e della Garfagnana); la ricetta, considerata “povera” della civiltà contadina, nasce per valorizzare le verdure dell'orto e, soprattutto, l'olio extravergine di oliva nuovo appena spremuto. Fu chiamata proprio così in quanto i contadini la preparavano al momento della frangitura delle olive. È una zuppa ricca di verdure e di legumi, con un  gusto molto gradevole e con un soave profumo, tanto da essere considerata perfetta da portare a tavola quando i primi freddi iniziavano a farsi sentire.

Nata, dunque, come ricetta rustica, questa zuppa è fatta quasi esclusivamente con le verdure dell'orto, ma, ciò nonostante, è un piatto che può andare tranquillamente davanti a un Re, tant'è ricca e saporita e gustosa. Questo piatto con verdure (non mancano certo i fagioli, il cavolo nero e le bietole) è una coccola per gli occhi e il palato. Un piatto antico ma che non passa mai di moda. Una zuppa di verdure così buona e semplice da essere considerata perfetta per l'inverno e le giornate più fredde.

Amici, dal punto di vista nutrizionale, questa Zuppa frantoiana è un felice mix di ingredienti tutti utili al nostro organismo. Un piatto ricco di fibre (legumi, cavoli, bietole, pane integrale se usato), con un buon apporto di proteine vegetali (fagioli), con grassi prevalentemente insaturi, grazie all’olio extravergine d’oliva, con una gamma varia di vitamine, minerali e antiossidanti tipici degli ortaggi. Si tratta quindi di una preparazione che si inserisce perfettamente nel modello di dieta mediterranea, soprattutto se accompagnata da uno stile di vita attivo e da un’alimentazione quotidiana equilibrata. Vediamo meglio, ora i valori nutrizionali, i benefici e il ruolo degli ingredienti chiave. Legumi: proteine vegetali e salute metabolica. I fagioli borlotti rappresentano il cuore proteico della zuppa frantoiana. Forniscono: Proteine vegetali di buona qualità, utili per chi riduce o limita il consumo di carne, Fibre solubili e insolubili, che contribuiscono a modulare l’assorbimento di zuccheri e grassi, Minerali come ferro, potassio, magnesio, Una quota di carboidrati complessi a lento assorbimento.

Verdure a foglia e ortaggi: fibre, vitamine e antiossidanti; Cavolo nero, cavolo verza, bietole, zucca, carote, sedano e cipolla apportano un vero assortimento di micronutrienti: I cavoli sono ricchi di vitamina C, vitamina K, acido folico e composti solforati tipici delle crucifere, associati a una maggiore protezione cellulare, Le bietole forniscono folati, magnesio e potassio, utili anche per la salute cardiovascolare, La zucca è una fonte di carotenoidi (precursori della vitamina A) e di fibre, con un apporto calorico contenuto, Cipolla, sedano e carota (classico “soffritto”) aggiungono ulteriori fitocomposti antiossidanti e aromi naturali che riducono il bisogno di sale in eccesso

Infine, l’Olio extravergine d’oliva: grassi buoni e polifenoli. L’ingrediente che rende caratteristica la zuppa frantoiana è l’olio extravergine di oliva, in particolare quello “nuovo” ottenuto dalla molitura delle olive appena raccolte. Dal punto di vista nutrizionale: È una fonte importante di acidi grassi monoinsaturi, in particolare acido oleico, associato a un migliore profilo lipidico. Contiene polifenoli e vitamina E, con azione antiossidante.

Come preparare e conservare la zuppa frantoiana. Partiamo dalla cottura dei fagioli.: i fagioli secchi vanno ammollati e cotti con aromi (aglio, salvia, alloro) senza esagerare con il sale. In alternativa si possono usare fagioli già lessati, risciacquati per ridurre il sodio in eccesso. Soffritto controllato: carota, sedano e cipolla possono essere rosolati con una quantità moderata di olio, eventualmente allungando con un po’ di acqua o brodo vegetale per limitare la formazione di composti indesiderati da frittura..

Aggiunta delle verdure a foglia: cavolo nero, verza e bietole vengono tagliati sottili per favorire una cottura uniforme e una migliore digeribilità. Parte cremosa: una frazione dei fagioli può essere frullata con il loro liquido di cottura per ottenere una consistenza più densa, riducendo il bisogno di aggiungere patate in grandi quantità. Cottura lenta: la zuppa sobbolle a fuoco basso per permettere alle verdure di ammorbidirsi e ai sapori di fondersi.

La zuppa frantoiana si presta bene ad essere: Preparata in quantità maggiori e consumata in 2–3 giorni, conservandola in frigorifero in contenitori chiusi. Congelata in porzioni singole, da scongelare e scaldare all’occorrenza, mantenendo così un’opzione sana sempre pronta. Nei giorni successivi tende a diventare più densa: in questi casi è possibile: Aggiungere un po’ di acqua calda o brodo vegetale per riportarla alla consistenza desiderata; Utilizzarla come base per altre preparazioni, ad esempio arricchita con un cereale integrale (farro, orzo) per creare un piatto ancora più completo.

Cari amici, questa zuppa, preparata con attenzione e con i giusti ingredienti può diventare uno dei piatti cardine dell’inverno per chi desidera unire gusto, comfort food e attenzione alla salute, sfruttando al meglio le risorse dell’orto e le proprietà dell’olio extravergine di oliva. Personalmente sono curioso di provarla, avendomi assicurato (amici toscani) che “Sazia a lungo, aiuta l'intestino e tiene anche a bada la glicemia”! Io la consiglio anche a Voi.

A domani.

Mario

 

martedì, novembre 03, 2026

SI PUÒ FUGGIRE DA TUTTO E DA TUTTI, MA NON SI PUÒ FUGGIRE DA SE STESSI. LA MASSIMA È DEL GRANDE SENECA: “I MALI CHE FUGGI SONO IN TE”!


Oristano 3 Novembre 2026

Cari amici,

Qualcuno di Voi mi accuserà di parlare troppo di SENECA su questo Blog, ma, credetemi, certe sue affermazioni certi suoi studi sono validissimi anche oggi, come lo erano ai suoi tempi, praticamente oltre 2 mila anni fa! E io in realtà l’ho sempre ammirato! Lucio Anneo Seneca (in latino Lucius Annaeus Seneca nacque a Corduba nel 4 a.C. e morì a Roma nell’aprile del 65. Fu indubbiamente un grande filosofo, drammaturgo e anche un capace  politico romano.

Seneca studiò l’uomo in tutte le sue sfumature, compresa quella del desiderio di  trovare la pace andando lontano, cambiando ambiente e città, chiudendo una relazione, lasciandosi alle spalle il passato per ricominciare da zero. L’essere umano spesso si illude che la felicità sia altrove, lontano da ciò che lo fa soffrire. Eppure, anche quando troviamo il coraggio di andare via, ci accorgiamo che certe paure e inquietudini continuano a seguirci, ovunque andiamo. Per una ragione molto semplice: perché non tutto quello da cui vorremmo fuggire si trova fuori di noi!

Seneca già duemila anni fa aveva capito che i mali che ci assillano non sono all’esterno, ma in gran parte sono dentro di noi! Il filosofo in una sua frase breve ma potentissima mette l’uomo davanti a una verità difficile da accettare: «I mali che cerchi di fuggire sono in te». Un pensiero che invita a guardarsi dentro e a riconoscere ciò che spesso preferiamo ignorare. Perché cambiare luogo, abitudini o persone, può aiutarci a ricominciare, ma non sempre basta a ritrovare la serenità. A volte, il viaggio più importante è proprio quello che continuiamo a rimandare: imparare a fare pace con noi stessi.

Amici, Seneca aveva già allora compreso qualcosa che ancora oggi noi facciamo fatica ad ammettere: cambiare luogo non significa necessariamente cambiare stato d'animo. Possiamo trasferirci dall'altra parte del mondo, incontrare persone nuove, modificare completamente le nostre abitudini. Ma se dentro di noi continuano a vivere le stesse paure, queste finiranno per riaffiorare anche nella vita che abbiamo appena costruito. È come portare con sé una valigia invisibile, piena di tutto ciò che non abbiamo mai avuto il coraggio di affrontare.

Quante volte pensiamo che saremo felici soltanto quando avremo ottenuto qualcosa? Quando avremo trovato la persona giusta, raggiunto un traguardo importante o lasciato alle spalle un periodo difficile? Il rischio è quello di rimandare continuamente la nostra serenità, convincendoci che dipenda sempre da una condizione esterna. Eppure, se non impariamo a fare pace con noi stessi, anche il posto più bello del mondo può diventare una nuova prigione.

Fuggire, in fondo, è spesso più facile che fermarsi. È più semplice attribuire tutta la nostra infelicità a una situazione, a una persona o a un errore del passato, piuttosto che interrogarci su ciò che accade dentro di noi. Guardarsi davvero “DENTRO” richiede coraggio, perché significa riconoscere anche le proprie fragilità, le contraddizioni e quelle ferite che abbiamo cercato a lungo di ignorare. Bisogna trovare il coraggio di guardarsi davvero dentro, invece di continuare a scappare!

Cari amici, il messaggio di Seneca non è un invito a battersi il petto e colpevolizzarsi. Non significa che ogni sofferenza sia una nostra responsabilità o che dobbiamo sopportare situazioni che ci fanno davvero male. Indubbiamente allontanarsi da un ambiente tossico, interrompere una relazione dolorosa o cambiare strada, spesso è proprio necessario. Il punto dolente, però, è un altro: non possiamo guarire, non possiamo ritrovare la felicità, se non ci guardiamo dentro di noi, senza falsi nascondimenti. A volte il primo passo verso una vita diversa, più serena e felice, non è cercare di andare lontano, ma fermarsi a riflettere, dandosi il giusto tempo per capire “da cosa stiamo cercando di scappare”! 

A domani amici lettori.

Mario

lunedì, novembre 02, 2026

DEPRESSIONE E OROLOGIO BIOLOGICO. RECENTI STUDI HANNO TROVATO STRETTI LEGAMI CON IL NOSTRO OROLOGIO BIOLOGICO.


Oristano 2 novembre 2026

Cari amici,

La nostra vita, o meglio dire la nostra giornata, è regolata da un perfetto orologio biologico — tecnicamente chiamato ritmo circadiano — che è un meccanismo interno che regola il nostro ciclo vitale delle 24 ore, comprendendo in particolare l'alternanza tra luce e buio. Il regista-regolatore è il Nucleo Soprachiasmatico. Si trova nell'ipotalamo del cervello e funge da "orologio madre", sincronizzando il corpo tramite i segnali luminosi captati dagli occhi.

L’Ormone chiave è la melatonina (l'"ormone del sonno") che aumenta con il buio per favorire il riposo. Il cortisolo (l'"ormone dello stress e dell'energia") ha un picco al risveglio per attivare l'organismo. La realtà è che siamo un po’ tutti diversi: non siamo tutti uguali: esistono i "mattinieri" (allodole) e i "nottambuli" (gufi) a causa di una predisposizione genetica. Ebbene, a prescindere dai diversi cronotipi, quando per le ragioni più diverse ( dal cambio di fuso orario, agli annuali cambi dell’ora, o per il lavoro particolare che si svolge) questo “Ritmo Circadiano” viene interrotto, il nostro organismo va in tilt, arrivando anche ad avere alcune forme di depressione.

Di recente un gruppo di ricercatori dell’Università di Sydney ha messo in luce diverse forme depressive legate all’orologio biologico. Ci sono persone, infatti, per cui la depressione ha un orario. Nei periodi peggiori vanno a letto a notte fonda e dormono molte più ore del solito, ma al risveglio sono sfinite, come se la notte fosse passata invano. Nei giorni liberi l’orologio scivola ancora più avanti e con il cambio di stagione cambia anche l’umore. A prima vista sembrano disturbi del sonno che si aggiungono alla malinconia, ma gli studiosi propongono di guardarli in altro modo: indicano proprio una forma di depressione legata all’orologio biologico, che compare prima e risponde peggio ai farmaci.

Lo studio, pubblicato sul British Journal of Psychiatry, ha analizzato questionari e DNA di 11.380 adulti con una diagnosi di depressione, in gran parte con episodi gravi e ripetuti. I ricercatori hanno cercato sei tratti legati al ritmo circadiano, il ciclo che regola sonno e veglia: fra questi, orari molto diversi tra giorni di lavoro e giorni liberi, un umore che segue le stagioni, la tendenza spiccata a fare tardi la sera e il sonno che si allunga nei periodi depressivi. Chi ne presentava almeno tre finiva nel gruppo “circadiano”.

La scoperta è che si tratta di quasi una persona su quattro. In loro la depressione è arrivata prima, intorno ai 19 anni invece che ai 23, cioè negli anni dell’università o del primo lavoro, e si è fatta sentire con più forza: più della metà aveva attraversato almeno dieci episodi, contro poco più di un terzo degli altri. Il DNA va nella stessa direzione. Queste persone mostrano un po’ più spesso varianti genetiche associate a depressione e insonnia, ma il legame più forte è con le varianti che fanno di qualcuno un nottambulo (come il protagonista de Il giovane Holden, che afflitto dal mal di vivere vaga per tre notti in una New York cupa e ostile). Un indizio che dietro quei sintomi possa esserci qualcosa di più di un problema di sonno.

Il capitolo che preoccupa di più è quello delle cure. Ai partecipanti è stato chiesto quanto avessero funzionato i dieci antidepressivi più prescritti. Il gruppo circadiano ha riferito meno sollievo dagli SSRI e dagli SNRI, (le due famiglie di farmaci che agiscono sulla serotonina e su altri messaggeri chimici del cervello), e più effetti collaterali come sonnolenza e nausea. Secondo gli autori un farmaco che corregge la chimica del cervello può fare poco se a sballare è l’orologio che scandisce la giornata.

E quando questo quadro passa inosservato nei giovani si accumulano cure iniziali che falliscono ed effetti collaterali, anche perché ai ragazzi vengono proposti quasi sempre per primi proprio gli SSRI. I ricercatori ritengono che per questi pazienti potrebbero essere più indicati i trattamenti mirati al ritmo circadiano, come la terapia con la luce e la melatonina. Ma si pensa anche ad abitudini quotidiane, come abbassare le luci di sera e orari più regolari per dormire e svegliarsi.

Oggi la depressione viene classificata dai medici soprattutto in base alla gravità e a quante volte ritorna, poco in base a ciò che la alimenta, e molti pazienti passano mesi a cambiare farmaco per tentativi. Riconoscere una variante legata all’orologio biologico potrebbe indirizzarne una parte verso altre strade fin dall’inizio. Perché la verità, ammette Emiliana Tonini, ricercatrice del Brain and Mind Centre e prima autrice del lavoro è che “la depressione è tutt'altro che una malattia uniforme”.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, novembre 01, 2026

IIN UN MONDO SEMPRE PIÙ CAOTICO E TECNOLOGICO, ANSIA E STRESS SONO FORTEMENTE PRESENTI. ECCO COME COMBATTERLI.


Oristano 1° novembre 2026

Cari amici,

Inizio i post di novembre con una riflessione sulla caotica e sempre più stressante vita di questo Terzo Millennio.  I frenetici ritmi di vita che caratterizzano questo Millennio ipertecnologico, sono una fonte fonte di ansia e di stress che condiziona terribilmente la vita di tutti. Ansia e stress, che in realtà, non sono inevitabili per natura, nella società moderna, purtroppo, sono diventati presenze quasi costanti a causa dei ritmi frenetici del lavoro, della connessione digitale continua e della pressione alla performance, che ha contagiato un po’ tutti. Ormai certi ritmi fanno parte, che ci piaccia o meno, della nostra vita e ci dobbiamo convivere.

Anno dopo anno, stiamo imparando (direi meglio siamo costretti ad imparare) a gestire queste pericolose situazioni, anche se in determinati momenti particolari non riusciamo a trovare soluzioni di convivenza ed entriamo in burnout. Si, amici, quando ansia a stress raggiungono livelli di particolare intensità, quando usciamo “cotti” dall’ufficio e non riusciamo nemmeno a trovare conforto nel riposo notturno, ci alziamo più stanchi di quando siamo andato a letto! In questi casi non  bisogna sottovalutare la situazione, visto che le conseguenze sulla nostra salute possono essere più gravi di quello che si possa pensare.

Si, amici, nel lungo periodo lo stress cronico aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, può amplificare l’infiammazione sistemica e contribuire anche allo sviluppo o all’aggravamento di depressione, artrite reumatoide e dolore cronico. L’aumento di questi casi ha sollecitato molti psichiatri a intervenire, cercando di applicare strategie per interrompere quella spirale di ansia-stress, insegnando al nostro cervello a rispondere allo stress in modo più costruttivo. Vediamo insieme i rimedi che vengono messi in atto.

Il primo suggerimento è che quando “siamo in sovraccarico” il nostro cervello è costantemente in modalità sorveglianza, sempre alla ricerca di possibili minacce. "Più manteniamo attivo il cervello emotivo, più ansia proviamo", ha spiegato a Prevention.com Luana Marques, professoressa associata di psichiatria alla Harvard Medical School, secondo la quale "il cervello ha bisogno di tempo per spegnersi e ricaricarsi durante la giornata".

Per quanto non sia facile da mettere in atto, in particolare nel pieno di una giornata lavorativa intensa, alzarsi dalla sedia e muoversi un po' darebbe un po’ di respiro al nostro cervello. Non c'è bisogno di fare chilometri, ma anche soltanto una breve camminata o qualche salto sono in grado di attivare la produzione di neurotrasmettitori con effetti antinfiammatori e antidepressivi. "Quando siamo stanchi ed emotivamente a pezzi, non vogliamo fare nulla. Ma una volta che ti muovi, ti senti meglio", ha proseguito l'esperta.

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma un'altra fonte importante di stress è il flusso continuo di notizie e notifiche a cui siamo sottoposti, tra mail, social network e altre app che usiamo quotidianamente: imporsi un mini digital detox, anche soltanto per qualche ora, può aiutarci a ridurre il livello di attivazione ansiosa. Un altro consiglio pratico è evitare il “multitasking”, ovvero occuparsi in contemporanea di diversi problemi; il multitasking contribuisce in modo importante all'ansia e allo stress, mentre concentrarsi su un singolo compito alla volta ha un effetto calmante sul nostro cervello, perché mantiene l’attenzione nel presente invece di disperderla tra passato e futuro.

Quando siamo sotto stress, anche le attività che di solito ci piacciono smettono di sembrare attraenti. Proprio per questo gli psichiatri suggeriscono di pianificare attivamente dei momenti di piacere, invece di aspettare di avere voglia di farli. Questo "aiuta a mettere un’etichetta nel cervello per dirgli che stai rilassandoti", ha spiegato Rashi Aggarwal del Northwell Health di New York: segnare in agenda una cena fuori, una serata in famiglia con giochi da tavolo o una telefonata con un amico invece di un messaggio, riesce a produrre gioia vera e dà al cervello un segnale preliminare di qualcosa di buono che sta per arrivare.

Cari amici, combattere lo stress e l’ansia non  è né semplice ne facile. Tuttavia, i consigli degli esperti prima riportati sono un primo passo per far si che in un mondo convulso, come quello che stiamo vivendo, possiamo trovare le giuste soluzioni per affrontare la vita con maggiore serenità.

A domani.

Mario