giovedì, gennaio 01, 2026

L'ATTUALITÀ DEL PENSIERO DI ERACLITO: «NON SI PUÒ DISCENDERE DUE VOLTE NEL MEDESIMO FIUME». È LA METAFORA ANCHE DELLA NOSTRA VITA DI OGGI, CONDIZIONATA DAL CAMBIAMENTO.


Oristano 1° gennaio 2026

Cari amici,

Oggi è iniziato il nuovo anno: BENVENUTO, dunque, al 2026,  che ha ricevuto il testimone dal 2025, un anno che di preoccupazioni ce ne ha dato tante! I cambiamenti, però, li dobbiamo mettere in conto perchè ci saranno, in quanto "Tutto cambia", nulla resta immutabile; la vita è in lenta e continua evoluzione, per cui l'adattamento e l'accettazione del nuovo sono essenziali per la crescita. Il cambiamento deve essere visto come un processo naturale, per cui va accettato, vincendo  le paure e trovando nuove prospettive e percorsi di vita. Vi invito, pertanto a leggere questa mia riflessione che torna al passato, in particolare a ERACLITO,  il grande pensatore greco.

Il filosofo greco (presocratico) ERACLITO nasce ad Efeso, in Asia Minore, fra VI e V secolo a.C. da una famiglia aristocratica, ma, secondo diverse fonti storiche, tra cui il biografo e storico greco Diogene Laerzio, rinunciò alla propria posizione politica per dedicarsi interamente alla contemplazione filosofica. Il fulcro del suo pensiero filosofico è che l’essenza del mondo sta nel cambiamento, per cui tutti siamo invitati ad accettare il mondo che costantemente cambia, nel senso che il cambiamento è inevitabile e che opporvisi genera solo sofferenza.

Uno degli aforismi a lui attribuiti più citati, è questo: «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume», che riassume la sua visione dell’universo come flusso costante, una realtà in cui nulla resta immutato e tutto è in continua trasformazione. La corrente del fiume cambia incessantemente, e così fa anche la vita. Per Eraclito Il fiume è simbolo del movimento. L’acqua non è mai la stessa, e non lo siamo neanche noi. Nella metafora del fiume, ogni volta che ci si immerge nella corrente, il fiume è cambiato, e anche noi siamo cambiati.

Amici, la sua visione del mondo di migliaia di anni fa appare anche oggi di grande attualità: la sua idea vale oggi come ieri, poiché relazioni, pensieri, emozioni e circostanze, erano e sono anche oggi in costante evoluzione. Come ha avuto modo di spiega il filosofo Finn Janning nella sua analisi del romanzo The Nihilist (Il nichilista), in parte ispirato a Eraclito, abbracciare il cambiamento non significa arrendersi, ma compiere un atto di lucidità. Accettare che la vita sia transitoria può risultare liberatorio e persino terapeutico.

Eraclito nella metafora del fiume e del suo paragone con la vita, evidenzia proprio che la vita è come un fiume: scorre e ci trascina, per questo bisogna imparare a lasciare andare, a sciogliere il legame con il passato; il tempo passa e  nulla resta immobile, e aggrapparsi a ciò che è stato è un errore: ci impedisce di avanzare. Invece, lasciare andare, significa riconoscere che il cambiamento esiste e che col passare del tempo non siamo più quelli di prima. Il filosofo greco ci insegna, ci spinge a coltivare la resilienza.

Amici, quando accettiamo che il cambiamento fa parte della vita, sviluppiamo una grande forza interiore: adattarsi non è debolezza, ma intelligenza emotiva. Essere capaci di mutare – come l’acqua – ci consente di affrontare le sfide con maggiore efficacia. Se tutto cambia, allora vale la pena godere del presente, assaporando l’istante prima che svanisca. La sua, in realtà, è una filosofia pratica: invece di aggrapparci a certezze rigide, Eraclito ci propone un atteggiamento di continuo interrogarci e di apertura a nuovi modi di comprendere l’esistenza.

Il grande Eraclito utilizzò anche il fuoco come simbolo di trasformazione, e come immagine del cambiamento. A differenza di altri presocratici che indicarono come principio di tutte le cose l’acqua (Talete), l’aria (Anassimene) o l’apeiron (Anassimandro), Eraclito scelse il fuoco. Per il sapiente di Efeso, questo elemento è il principio della trasformazione continua: tutto nasce dal fuoco e ad esso ritorna. È un elemento che trasforma, rinnova, consuma e crea. Questa metafora può essere applicata alla nostra vita di oggi, alle nostre emozioni, alle decisioni e alle fasi della vita: ciò che oggi brucia, domani può illuminare. Il cambiamento, dunque, lungi dall’essere una minaccia, può diventare un’opportunità per reinventarsi.

Cari amici, credo che il pensiero di questo grande filosofo del passato, sia oggi di estrema attualità. Eraclito, infatti, è ricordato come il «filosofo del divenire», perché proprio sul dinamismo del divenire concentrò la sua ricerca. Riteneva che la realtà fosse in continuo movimento: nulla resta immobile ma tutto si muove, cambia, trasmuta senza eccezione (panta rhei, tutto scorre). Ecco la sua straordinaria modernità.

A domani.

Mario

mercoledì, dicembre 31, 2025

OGGI È L'ULTIMO GIORNO DELL'ANNO 2025: IN BARBAGIA, A ORGOSOLO, È ANCORA IN USO L'ANTICO RITO DE “SA CANDELARIA”.


ORISTANO 31 DICEMBRE 2025

Cari amici,

La BARBAGIA  ha tradizioni antichissime, che si perdono nella notte dei tempi. Il 31 dicembre a ORGOSOLO, viene ancora onorato un antico rito, quello de “SA CANDELARIA”, una specie di questua festante, che vede tanti bambini felici che, muniti di sacchettas (le capienti federe bianche che si gettano sulle spalle a mo’ di bisaccia), bussano di casa in casa per chiedere Sa Candelaria. Già delle prime ore del mattino e fino a mezzogiorno le strade del paese dei murales si riempiono di gioiose voci di bambini felici.

Il rito prevede di suonare in ogni casa: Toc toc: “A nolla dazes sa Candelaria?” (Ce la date la Candelaria?) ripetono euforici i bimbi con tono cantilenante sugli usci delle porte aperte. Dall’altra parte, ad attendere quelle pacifiche incursioni mattutine, ci sono le padrone di casa impazienti di riempiere i loro sacchi bianchi con ogni ben di Dio. Caramelle, dolcetti, frutta, qualche soldino e soprattutto su cocone, un quarto di quel buonissimo pane morbidissimo e conosciuto come "sa tundina". Ma quali sono gli ingredienti de Sa Candelaria, insomma come si svolge questo curioso, antico rito?

I giorni precedenti la fine dell’anno, le donne di Orgosolo si riuniscono in gruppo, in particolare nel vicinato. È necessario preparare in casa il tipico pane a base di semola di grano duro, lievito e strutto che, per via della forma rotonda, prende il nome di "sa tundina", appunto. La sua lavorazione è lenta e laboriosa; l’impasto viene manipolato con pazienza per ottenere dei dischi di pane che, prima di varcare la bocca del forno a legna preriscaldato, sono messi a riposo tra teli di lino e canapa. Sopra sa tundina sono tracciate delle croci, una al centro e una su ciascuna delle quattro parti in cui dovrà essere suddivisa dopo la cottura.

È un pane davvero meraviglioso, uno dei pani più buoni che io abbia mai mangiato, se non il più buono! Quindi, vi do un consiglio spassionato: se mai doveste passare da Orgosolo trovate il modo per procurarvi sa tundina e magari farvi anche una piccola scorta per i giorni a seguire! Amici, vivere questa antica tradizione è come tornare indietro nel tempo, rivivere quegli aggreganti momenti della vita contadina, dove la fratellanza era il collante di quel piacevole stare insieme, che lentamente è andato perduto.

Amici, la tradizione de Sa Candelaria ha origini alquanto antiche. Max Leopold Wagner nel suo interessante studio “La vita rustica (1996, pp. 169-171), pubblicato per la prima volta nel 1921, al paragrafo intitolato pani cerimoniali e decorati, riferisce dell’usanza in voga in alcuni centri dell’isola, di mandare i bambini a chiedere Su Kandelaryu (o Kandelarzu o Scandelau) proprio in occasione del Capodanno. Su Kandelarzu, osserva lo studioso, aveva le fattezze di un pane dalle rifiniture particolari che veniva donato insieme a una manciata di fichi secchi e a un pugno di mandorle ai bambini che intonavano una canzone che iniziava proprio con “Dademi su Candelarzu”.

Il Wagner riporta, come già il Ferraro nei suoi Canti popolari in dialetto Logudorese (1891, p. 11), così come il Calvia-Secchi, il fatto che riconosceva nel termine kandelaryu una forte assonanza con l’antico donum calendarium, la strena calendaria citata da S. Gerolamo. È ancora il Wagner a specificare in una nota (La vita rustica, 1996, p. 170, nota 201) che “spesso le parole romanze derivate da calendae designano una focaccia di Natale o un dono natalizio” e, come “anche in Grecia e nelle zone del Levante abitate dai Greci, nella settimana tra Natale e Capodanno, i ragazzi vadano di casa in casa al suono della musica … Queste processioni si chiamano nell’Oriente kavlanda e ricordano la festa delle calende celebrata a Bisanzio il primo gennaio con una grande mascherata.

Cari amici, anche Grazia Deledda, come risulta dai suoi contributi scritti tra il 1893 e il 1895 per la Rivista delle tradizioni popolari italiane e riuniti nella raccolta intitolata Tradizioni popolari di Nuoro edita da Ilisso nel 2010,  riferendosi al contesto della sua Nuoro parla de Su Candelariu descrivendolo come un piccolo pane “bianco, frastagliato, lucido, in forma di uccello e di altri animali” che veniva donato ai bambini al momento della questua di fine anno. Personalmente credo che tramandare le nostre tradizioni sia un dovere da non dimenticare MAI! Buon NUOVO ANNO 2026 a tutti!

A domani.

Mario

 

martedì, dicembre 30, 2025

IN UN MONDO CHE VIVE ANGOSCIATO DALLA FRETTA, FARE LA FILA CI INNERVOSISCE E INDISPONE.


Oristano 30 dicembre 2025

Cari amici,

La vita di oggi è tutto fuorché calma, rilassante. Viviamo con la fretta nel sangue, e questo è diventato la norma, non l’eccezione! Ogni giorno, sia nell’attività lavorativa che nelle ore che teoricamente chiamiamo “Tempo libero”, ci muovono velocemente, a ritmo sostenuto, passando da una cosa all’altra come se ci mancasse il tempo! Anziché rilassarci e goderci quel poco tempo libero che abbiamo, inseguiamo il tempo che sembra non darci tregua. In realtà viviamo una vita impossibile, e questo ci ha trasformato in persone egoiste, scortesi, impazienti, nervose e soprattutto stressate.

Nel ritmo sostenuto della giornata, ci sembra che ci sia sempre qualcosa da fare,  per cui non c'è tempo per fermarci a rilassarci, a pensare a noi. Per esempio, quando siamo in fila al supermercato e all'improvviso qualcosa rallenta l'intera fila fino a fermarla, la reazione istintiva è quella di incazzarci, di sbraitare. Eppure, nella gran parte delle volte non c’è tutta questa fretta: il nostro comportamento è il frutto dei ritmi che ormai viviamo senza neanche rendercene conto, mentre nell’attesa potremmo pensare un po’ a rilassarci.

La fila, amici, è di certo una delle situazioni quotidiane più universalmente irritanti. Che si tratti del supermercato, di un ambulatorio o di un ufficio pubblico, l’attesa “ci mette alla prova”, perché attiva nel nostro cervello una serie di meccanismi cognitivi legati al controllo, al tempo percepito e alla frustrazione. Come accennavo prima, viviamo in un’epoca in cui “il ritmo veloce” è diventato sinonimo di “efficienza”, per cui ogni rallentamento rischia di essere interpretato come un ostacolo che impedisce lo scorrere in velocità.  La conseguenza? Irritazione, frustrazione, ulteriore stress.

Sta a noi, amici lettori, non farci sopraffare dai ritmi della vita presente in questo Millennio. I più recenti studi e le diverse ricerche effettuate mostrano che le temute attese in fila, se ben vissute, sono  da considerare non solo una virtù sociale, ma anche un vero e proprio allenamento per il nostro cervello, che durante la pausa, col nostro aiuto, può migliorare la regolazione emotiva, contribuendo a regalarci la calma, oltre a ridurre i nostri livelli di stress.

Uno studio del 2016, svolto dall’University College London e guidato da Archy de Berker e colleghi, poi pubblicato su Nature Communications, ha rilevato che l’incertezza attiva nel cervello i circuiti dell’ansia più della certezza di un esito negativo. Quando il cervello non può prevedere ciò che accadrà, l’amigdala e le aree coinvolte nella risposta di allerta mostrano un’intensa attivazione: un fenomeno che permette di comprendere perché l’attesa imprevedibile – come una fila senza fine – generi maggiore stress.

Si, amici, l’attesa ci innervosisce e questo riduce la percezione di controllo, elemento fondamentale per il benessere psicologico. Più ci sentiamo impotenti, più aumenta la frustrazione. Ecco perché spesso, nella fila, abbiamo la sensazione che il tempo sia bloccato. La capacità di tollerare la frustrazione è uno dei pilastri della regolazione emotiva. La psicologia dello sviluppo mostra da decenni che chi impara a rimandare la gratificazione gestisce meglio lo stress, prende decisioni più ponderate e reagisce in modo equilibrato agli imprevisti.

Secondo la Harvard Medical School, brevi momenti di pausa (come quelli vissuti durante una fila in attesa del proprio turno) possono diventare occasioni utili per calmare il sistema nervoso. Se riusciamo con la giusta consapevolezza a vivere con calma l’attesa, riusciamo a ridurre sia la frequenza cardiaca sia l’attivazione dello stress. Il principio è semplice: spostare l’attenzione dal tempo che manca a un’attività neutra, come il respiro o un dettaglio dell’ambiente; questo ci permette di uscire dall’ansia da “perdita di tempo”. In molti protocolli di gestione dell’ansia si usano proprio esercizi brevi di pausa consapevole, molto simili a ciò che potremmo sperimentare, se lo desideriamo, quando siamo in coda in una fila.

Cari amici, tutti, chi più chi meno, facciamo file ogni giorno. Se vogliamo possiamo utilizzare i tempi di attesa in un piccolo spazio di addestramento quotidiano: una specie di palestra invisibile dove il cervello esercita la capacità di rallentare e scegliere come reagire. Saper attendere significa riuscire a sviluppare una resilienza emotiva che si traduce in una serie di conseguenze benefiche, per esempio maggiore capacità di concentrazione e una gestione migliore della frustrazione nei rapporti sociali. Perchè non proviamo?

A domani.

Mario

lunedì, dicembre 29, 2025

PER INVECCHIARE BENE BISOGNA CAMBIARE DIVERSE ABITUDINI. ECCO QUELLE CHE RENDONO LA VECCHIAIA FELICE… O INFELICE.


Oristano 29 dicembre 2025

Cari amici, Per vivere bene la vecchiaia, una delle fasi finali della vita, è fondamentale avere dei comportamenti consoni, che includono le strategie per il benessere fisico (alimentazione sana, esercizio fisico regolare e sonno adeguato), e quelle per il benessere mentale (apprendimento continuo, hobby, volontariato), oltre ad una costante relazione sociale ed emotiva (mantenere relazioni, gestire lo stress, accettare i cambiamenti e chiedere aiuto quando necessario).

L'obiettivo dell’anziano intelligente è, quindi, quello di affrontare la fase della senilità con attenzione e con dignità, vedendo l’avanzare dell’età non come un declino, ma come una ancora valida opportunità di crescita e saggezza. Insomma, per vivere una vita più serena e appagante in questa fase della vita risulta importante imboccare un sentiero nuovo, liberandosi di alcune consolidate abitudini acquisite nel tempo, in quanto limitano il possibile benessere dell’età senile.

Amici, trascorrere, dopo una vita di lavoro anche intensa, una serena e felice vecchiaia, vuol dire avere una mente aperta, una mentalità che accoglie le sfide, smette di guardare indietro, e preparandosi ad un cambio di passo del proprio cammino. Ogni giorno è possibile viverlo convinti di cimentarsi alla ricerca di un nuovo traguardo. Ogni sfida è un’opportunità concreta. Così aumentano motivazione e senso di efficacia, le relazioni diventano un vero supporto, la salute un alleato stabile. Non serve perfezione: serve iniziare, ora, con scelte coerenti e, soprattutto, sostenibili.

Nessuno deve dimenticare che l’invecchiamento è un processo del tutto naturale, caratterizzato dalla progressiva alterazione degli organi e delle loro funzioni. I tempi e i modi con cui l’invecchiamento si manifesta dipendono in gran parte dalle nostre abitudini comportamentali (come per esempio svolgere attività fisica, seguire un’alimentazione equilibrata, non fumare e molto altro), da fattori ambientali (per esempio l’inquinamento, l’esposizione ai raggi UV senza protezione, l’esposizione a sostanze irritanti), oltre che da fattori genetici. Ecco le ABITUDINI (da evitare o da evitare) per giocare al meglio questa partita.

Quanto alle ABITUDINI DA EVITARE (cattive abitudini) ecco le 8 più importanti. 1- Riposo notturno insufficiente. Un buon sonno notturno (almeno 6-7 ore per notte) non solo preserva le facoltà mentali e l’energia fisica, ma contribuisce anche ad apparire più giovani. 2- Eccesso di zuccheri. Consumare troppi amidi e zuccheri è dannoso: innalzano il picco glicemico, promuovendo fenomeni infiammatori. 3- Dieta povera di frutta, verdura e proteine. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica American Journal of Clinical Nutrition ha reso noto che il consumo quotidiano di cibi antiossidanti contenenti vitamina A, vitamina C e vitamina E, insieme al consumo di folati, riduce il processo di invecchiamento cellulare.

4- Consumo eccessivo di alcolici. L’abuso di alcol e il processo di invecchiamento in cattiva salute sono correlati. Nel corso della riunione dell’Alcohol Policy Network For Europe (Apn), i rappresentanti della Commissione europea e dell’Oms hanno chiarito che l’alcol è tra i principali fattori di rischio a livello mondiale e seconda causa di mortalità prematura, di patologie di lunga durata e disabilità in Europa. 5- Fumo. Il fumo fa invecchiare: rende più spenta la pelle del viso e fa accelerare il processo di senescenza di tutto l’organismo. Lo dice l’accorciamento dei telomeri, cioè le estremità dei cromosomi che indicano la capacità della cellula di rigenerarsi e ripararsi e, perciò, della velocità o meno dell’invecchiamento.

6- Sedentarietà. Numerosi studi scientifici, tra cui uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Epidemiology, hanno rilevato che la sedentarietà contribuisce ad accelerare l'invecchiamento dell'organismo. 7- Non utilizzare protezioni solari. L’esposizione frequente ai raggi UV aumenta la presenza di radicali liberi che, come abbiamo detto poco fa, determinano l’invecchiamento precoce della pelle e il possibile sviluppo di tumori. 8- Stress e ansia. Stress e ansia possono accelerare il processo di invecchiamento. Il premio Nobel 2009 per la medicina Elizabeth Blackburn e i suoi colleghi e colleghe sono riusciti a dimostrare che lo stress accelera il processo di invecchiamento cellulare dell'organismo, predisponendolo a patologie cardiovascolari e a un abbassamento delle funzioni immunitarie.

Amici, quanto alla “BUONE ABITUDINI” da seguire, ecco le 8 positive! 1. Attività fisica regolare: dedicare regolarmente del tempo all’esercizio fisico; 2. Evitare le sostanze d’abuso: l’uso continuo o saltuario di sostanze d’abuso, come gli oppioidi, può danneggiare la salute e la longevità. 3. Smettere di fumare: chi smette di fumare prima dei 40 anni, o massimo a 60 anni, può godere di notevoli benefici per la salute e la durata della vita. 4. Gestire lo stress: imparare a gestire lo stress è fondamentale. Organizzazioni come l’OMS forniscono guide su come far fronte allo stress in modo sano.

5. Dieta a base vegetale: una dieta che includa abbondanti alimenti vegetali come frutta, verdura, cereali integrali, legumi e frutta secca a guscio è associata a una maggiore longevità. 6. Limitare il consumo di alcol: limitare il consumo di alcolici, seguendo le raccomandazioni, è cruciale per una vita più lunga. 7. Sonno di qualità: dormire bene è essenziale. Gli adulti dovrebbero mirare a dormire 7-9 ore per notte e adottare buone abitudini per migliorare la qualità del sonno. 8. Coltivare la socialità: mantenere relazioni sociali e interessi può aiutare a mantenere un cervello sano e promuovere una vita più lunga e soddisfacente.

Cari amici, credo che non ci sia nient’altro da aggiungere…

A domani.

Mario

domenica, dicembre 28, 2025

IL SIGNIFICATO DEI NOSTRI SOGNI: IL RUOLO DELL'INCONSCIO, SPIEGATO DALLA PSICOLOGIA.


Oristano 28 dicembre 2025

Cari amici,

Che andiamo a letto più o meno stanchi poco importa: di norma il nostro cervello utilizza il sonno non solo per ritemprarci dalla fatica di un giorno, ma per rielaborare informazioni, consolidare la memoria ed elaborare le nostre emozioni. Lo fa attraverso i SOGNI. Sebbene la loro funzione esatta rimanga un mistero, ci sono diverse teorie in proposito: i sogni aiutano a riorganizzare le esperienze della giornata, a rafforzare i ricordi importanti e scartare quelli irrilevanti, agendo come una sorta di "terapia notturna", necessaria per rielaborare eventi emotivamente forti.

Si, amici, la nostra mente ogni notte intraprende viaggi misteriosi e spesso inspiegabili. I sogni ci accompagnano nella tranquillità del sonno, elaborando il nostro vissuto, ricostruendo quanto da noi svolto, ma in modo particolarissimo, a volte quasi assurdo, spesso straordinariamente diverso dalla realtà vissuta. Sono scenari ed immagini con emozioni anche forti, e ricordi che sfidano la logica del giorno. Ma cosa si nasconde davvero dietro queste visioni notturne? La psicologia studia da tempo questa elaborazione fatta dal nostro cervello, cercando di arrivare a comprendere per bene le motivazioni che creano i sogni.

Una delle esperte dell’argomento è la psicologa, psicoterapeuta Cinzia Sacchelli, Consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, che, relativamente al mondo dei sogni, ha avuto modo di spiegare le diverse funzioni emotive svolte, i simboli universali utilizzati e i riflessi della nostra vita interiore. I sogni, ha precisato, oltre ad effettuare la rielaborazione delle esperienze quotidiane, riportano alla mente la presenza di persone amate o perdute, facendoci scoprire come il sogno sia molto più di un semplice episodio notturno: è uno specchio del nostro inconscio e una chiave per comprendere meglio noi stessi.

Per la Psicologa e psicoterapeuta prima menzionata, i sogni sono il prodotto di una attività mentale che avviene durante il sonno, in una condizione in cui la persona non esercita operazioni cognitive coscienti e volontarie. I sogni riflettono l’attività inconscia del nostro cervello, che liberamente assembla i contenuti del mondo interno del soggetto: sensazioni, immagini, emozioni, pensieri, paure, desideri, ricordi. Essi svolgono molteplici funzioni: regolano l’emotività durante il sonno, spesso a tutela del riposo, aiutano ad integrare esperienze vissute, specie quelle emotivamente più intense, favoriscono la memoria, l’integrazione di informazioni, l’apprendimento e infine, possono facilitare intuizioni o soluzioni originali a problemi che si stanno vivendo in quel momento.

Il nostro inconscio non conosce il tempo, né i limiti della logica, del senso e della verosimiglianza. I sogni più realistici di solito sono quelli che trattano eventi recenti o situazioni di vita più vicine alla realtà o ricordi autobiografici: hanno una funzione di rielaborazione ed integrazione delle esperienze ed informazioni, di apprendimento e di problem solving. La possibilità di ricordare il sogno dipende dal momento del risveglio, dalla vividezza ed intensità emotiva del sogno, dalla sua rilevanza nella vita della persona.

La storia personale di ciascuno di noi, le nostre esperienze recenti sul contenuto dei sogni, incidono notevolmente sul contenuto dei sogni. Il sogno è il luogo in cui si rimettono in scena, in forma anche spesso bizzarra, le cose che abbiamo vissuto e ci portiamo dentro. È più facile che compaiano nei sogni le situazioni più vive, quelle accadute nelle ultime ore o quelle che dobbiamo affrontare nei prossimi giorni e che ci stanno magari preoccupando. Ma i sogni attingono ai modelli, ai simboli e ai personaggi conosciuti ed interiorizzati nel corso della vita, anche per dar forma a situazioni che emozionalmente la persona sta vivendo nel presente.

Nel sogno la persona reale si trasforma in un personaggio simbolico, un personaggio che può svolgere un ruolo all’interno del copione onirico. Questo avviene in virtù della relazione che si vive con quella persona, per i temi irrisolti nel rapporto, per la sua rilevanza affettiva o perché quella persona può rappresentare qualcosa di significativo: per esempio può impersonare la protezione, o il timore di essere giudicati. Nel sogno ci portiamo dentro le persone che abbiamo incontrato, tanto quanto è stata significativa la nostra storia con loro. E l’inconscio, come prima accennato, ignora il tempo.

Cari amici, la nostra mente è un super-computer che nulla perde, ma rielabora – a modo suo – la nostra vita. Se ci capita di sognare una persona molto cara che abbiamo perso, significa che il legame è stato profondo. Il legame affettivo con quella persona sopravvive alla perdita: cambia forma, ma continua ad essere presente; sognarla, in alcuni casi può aiutare nella graduale accettazione della perdita e nella consapevolezza della permanenza di una relazione interna che continuerà ad accompagnare nel corso della vita. Il sogno, amici, fa parte della nostra vita, è un diario, certo molto particolare, ma che dobbiamo imparare a leggere…

A domani.

Mario

 

sabato, dicembre 27, 2025

LE GENERAZIONI DI IERI E QUELLE DI OGGI. QUELLE CRESCIUTE NEGLI ANNI 60-70 HANNO UNA INDISCUSSA, SUPERIORE, FORZA MENTALE.


Oristano 27 dicembre 2025

Cari amici,

Che di generazione in generazione ci sia sempre stata una certa evoluzione è un dato indiscusso! Ogni nuova generazione, rispetto a quella precedente, si modifica, si evolve, sia culturalmente che tecnologicamente, cambiando i precedenti modelli tradizionali. Un’evoluzione che spesso può, però, non significare un miglioramento lineare: le nuove generazioni, infatti, si trovano ad affrontare sfide diverse, con risorse mentali inadeguate, che comportano delle conseguenze, come ansia e depressione, che li rendono meno capaci di affrontare le nuove sfide che si trovano davanti.

La Psicologia, che studia da tempo questo fenomeno, ha accertato che chi è cresciuto negli anni ’60 e ’70, secondo i dati ufficiali, ha sviluppato diverse forze mentali oggi sempre più rare, praticamente assenti nelle generazioni successive. L’evidenza psicologica è netta: chi ha respirato l’aria degli anni ’60 e ’70 custodisce risorse mentali che l’era touch fatica a replicare. Oggi quelle abilità tornerebbero utili come coltelli affilati in cucina! Capirle in fretta significa capire perché certi boomer restano ancora un passo avanti.

L’interessante ricerca portata avanti quest’anno dal tedesco Max-Planck Institut (I Max Planck Institut sono oltre 80 centri di ricerca di eccellenza focalizzati sulla ricerca di base in scienze naturali, biologiche e umanistiche, diffusi in tutto il mondo, che hanno addirittura contribuito a produrre numerosi premi Nobel dal 1948), ha confermato che la combinazione di stimoli poveri e problemi concreti ha generato nei BOOMER prima accennati, quella resilienza pragmatica, creatività analogica e pazienza da vinile, davvero incredibile. Dentro i laboratori di neuro-imaging il lobo frontale di quella generazione ha mostrato connessioni più fitte nella gestione dell’imprevisto.  

Chi è cresciuto negli anni del dopoguerra affrontava un mondo da ricostruire, più lento, meno protetto, con poche reti di sicurezza istituzionali. Mancava l’assistenza h24, ma abbondavano le occasioni di imparare a cavarsela da soli: una vera palestra per la resilienza. Il risultato si vede oggi quando i settantenni gestiscono un imprevisto con una calma quasi disarmante. Niente smartphone (mancava anche il telefono fisso…), musica ascoltata su radio e dischi in vinile, incontri solo di persona e lettere che arrivavano giorni dopo. Questa lentezza obbligava a tollerare noia e incertezza, due ingredienti che potenziavano la regolazione emotiva. Gli studi longitudinali di Oxford 2012-2024 mostrano minore reattività ansiogena nei boomers proprio grazie a tale esercizio quotidiano!

Si cresceva, allora, educati subito alle responsabilità. A sei/sette anni molti dovevano già preparare il proprio materiale scolastico o correre al negozio per il pane. Queste micro-missioni scolpivano un poderoso locus di controllo interno, cioè la sensazione che il destino dipendeva in parte dalle proprie azioni. Chi possedeva questa convinzione sopportava lo stress con più efficacia, lo conferma la meta-analisi Lancet 2023. I ricercatori di Toronto hanno seguito 4 600 soggetti dal 1995 a oggi: dopo i 60 anni cala del 18 % l’intensità dei picchi d’ansia rispetto alla fascia 30-40. Non è magia della vecchiaia ma somma di esperienza di vita, reti sociali stratificate e routine corporee più attive. La camminata da tre chilometri al giorno, normale negli anni Settanta, capace oggi di ridurre il rischio di depressione del 22 %, secondo WHO Europe.

Amici, perché oggi la generazione dei Boomers (a cui io orgogliosamente appartengo) appare come invincibile? Perché siamo stati abituati alla responsabilità fin da bambini, perché abbiamo imparato ad aspettare, a non avere fretta, a cercare da soli la soluzione; perché abbiamo affrontato, con il nostro cervello e le nostre capacità, tutte le prove che la vita ci ha dato, senza ricorrere agli altri. Abbiamo imparato a vivere di poco, anche di solo pane (che spesso mancava…) e a costruire i giocattoli quando (quasi sempre...) non li avevamo!

Cari amici, cosa possiamo sperare per le nuove generazioni? Gli psicologi parlano di plasticità: nessuna generazione è condannata a fragilità eterna o a forza perpetua. Programmi scolastici che reintroducono la manualità, vie ciclabili urbane, detox digitale settimanale, sono già stati sperimentati a Berlino e Milano con ottimi risultati. Se tali pratiche diventeranno un’abitudine, i ventenni di oggi potrebbero stupire per un ritrovato equilibrio emotivo nel 2080! Sarà così? Forse, ma chissà!

A domani.

Mario