sabato, agosto 08, 2026

LE ORIGINI E IL SIGNIFICATO DI ALCUNE CURIOSE ESPRESSIONI, COME AD ESEMPIO “FARE LE COSE ALLA CARLONA”.


Oristano 8 agosto 2026

 Cari amici,

Al giorno d’oggi l'espressione "FARE LE COSE ALLA CARLONA" è un modo di dire talmente diffuso che viene usato in tantissimi contesti per evidenziare lo svolgimento di un lavoro fatto in modo approssimativo e grossolano, oltre che frettoloso. Si, il suo uso va dal Nord al Sud, anche se è alquanto più diffuso nel Nord Italia. Eppure alle persone curiose come me, viene spontaneo chiedersi come possa essere nata questa espressione, e, detto fatto, ho iniziato una ricerca che è riuscita a risalire alle origini di questo curioso modo di dire. Vediamolo insieme.

Dietro questa curiosa espressione, apparentemente semplice, si nasconde una storia millenaria, che intreccia e fa riferimento alla figura del grande Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero nell'VIII secolo. Stando ai si dice, il grande imperatore pare fosse un uomo goffo e un po' rozzo, tanto che entrò con forza per queste caratteristiche nella letteratura satirica del Cinquecento e anche in molte chiacchiere e curiosità popolari.

Ovviamente non è facile arrivare a pensare che il fondatore del Sacro Romano Impero, quindi un leader brillante e potente, sia passato alla storia a simboleggiare la sciatteria e l'approssimazione! La colpa di questa transizione semantica, se di colpa si può parlare, è da imputare alla letteratura. Nei tardi poemi epico-cavallereschi e nelle canzoni di gesta, la figura storica dell'imperatore venne caricaturizzata e subì una trasformazione popolare: Re Carlone divenne impropriamente un personaggio bonario, semplice, frugale e a tratti persino ingenuo e goffo, che si affidava ciecamente ai suoi paladini per prendere decisioni.

A creare tale immagine letteraria di questo sovrano contribuì sicuramente un fatto riportato da un curioso aneddoto tramandato dalla tradizione. Carlo Magno un giorno invitò a corte la nobiltà francese per una battuta di caccia. Mentre gli illustri ospiti si presentarono sfarzosamente abbigliati con abiti creati da grandi sarti, l'imperatore li accolse vestito con abiti semplici, addirittura grossolani, ovvero simili a quelli di un contadino. Da quell'episodio, il detto "VESTIRE ALLA CARLONA" iniziò a indicare un modo di fare e di abbigliarsi privo di cura ed eleganza.

Amici, in poco tempo l'espressione semplicistica passò dalle chiacchiere di popolo agli scritti, iniziando a circolare anche a livello letterario, per indicare qualcosa fatta in maniera sbadata e trascurata, proprio con riferimento alla proverbiale e leggendaria noncuranza di Re Carlone. Da quel momento la curiosa espressione passò da semplice modo di dire a una vera e propria voce del registro linguistico (avvenne a circa metà del Cinquecento), grazie a Pietro Nelli, un autore senese. Nascosto dietro lo pseudonimo di Andrea da Bergamo, Nelli pubblicò nel 1546 un'opera intitolata proprio “Le Satire alla carlona”. A metà del Cinquecento prese piede la poesia satirico-burlesca, un genere che si opponeva alla perfezione rigida, artificiosa e ripetitiva della poesia petrarchesca (il cosiddetto "petrarchismo") che dominava le corti dell'epoca. In tale contesto letterario, scrivere "alla carlona" divenne una precisa scelta stilistica di coloro che adottarono uno "stile basso", umile, semplice e vicino al parlato. Pietro Nelli nei suoi testi si autodefiniva un "uomo grosso" (un uomo semplice) e descriveva i propri versi come "versacci sgangherati". Naturalmente, questa rozzezza era una raffinatissima finzione letteraria, dove fingere di scrivere "alla carlona" era un modo per proporre una poesia apparentemente spontanea e vitale, libera dalla prigionia della grammatica formale.

Con il passare dei secoli, l'espressione si staccò progressivamente dalla figura storica e letteraria di Carlo Magno, perdendo il suo antico legame con l'imperatore per assumere un significato più generale. Al giorno d’oggi, "FARE LE COSE ALLA CARLONA" indica universalmente un'azione compiuta in fretta, senza metodo, in maniera superficiale e disordinata. Ovviamente questa non è l’unica espressione popolare usata per indicare le cose fatte in fretta e male; giusto qualche esempio: si può dire "alla bell'e meglio" quando facciamo qualcosa con i mezzi a disposizione, ma con poca accuratezza, oppure ancora "alla buona" con connotazione talvolta positiva. In termini più ricercati si può usare "alla rinfusa" per sottolineare il caos, o anche "a casaccio", per evidenziare l’assenza di criterio logico.

Cari amici, come ho accennato in premessa, ogni “modo di dire” nasce da un curioso fatto reale, che, poi, magari, si spersonalizza. Nel frenetico panorama moderno, che è ossessionato dall'efficienza impeccabile, fare le cose "alla carlona" ha allargato notevolmente il suo significato originale, che, comunque, serve a ricordare che la natura umana è fatta di esseri imperfetti, persino se si è grandi imperatori d’Europa come Carlo Magno!

A domani.

Mario

venerdì, agosto 07, 2026

VIENE DALLA SVEZIA LA FILOSOFIA DI UNA VITA SOBRIA: SENZA ECCESSI MA DI QUALITÀ. È LA FILOSOFIA “LAGOM”: ESSERE MENO RICCHI MA PIÙ FELICI.


Oristano 7 agosto 2026

Cari amici,

I Paesi del Nord Europa, notoriamente a clima freddo, sono, da sempre, titolari una filosofia alquanto diversa dai “caldi Paesi” del Mediterraneo. Una filosofia molto più vicina al minimo indispensabile, dove non è quasi mai presente il superfluo, concentrandosi, invece, sull’essenziale. È il “LAGOM” (pronunciato là-gom) l'arte svedese del "giusto mezzo", che, in particolare nel lavoro, non significa fare meno, ma concentrarsi sull'essenziale, eliminando gli eccessi e lo stress inutile, per ottenere una vita più equilibrata, sostenibile e felice, celebrando in questo modo l'armonia e la moderazione in ogni aspetto del quotidiano.

Il proverbio svedese “LAGOM ÄR BÄST” (la giusta quantità è la migliore) racchiude l'essenza di questa filosofia: trovare la misura perfetta che non è né troppo, né troppo poco. Indubbiamente un modo di vivere che si basa su una vita sobria e all'insegna del benessere in cui ogni eccesso è bandito. Giusto ma senza rinunciare a nulla: Meno ricchi, ma più felici. Curiosando sulla vita svedese, basta fare un giro sui principali social network, da Facebook a Instagram, per avere una cartina al tornasole del fenomeno che, secondo la rivista «Vogue», sarà uno dei trend del futuro. Nella vita di chi sposa lo stile «Lagom», non deve mancare nulla. Ma ogni eccesso è bandito. Una scelta chiara: quella di non rinunciare a nulla di ciò che determina uno stato di benessere, ma di evitare qualsiasi eccesso che porta a scivolare nel consumismo spinto.

Amici, vivere secondo la filosofia “Lagom” significa fare tutto ciò che rientra nelle proprie possibilità, ma senza eccessi. Si può avere una bella casa, viaggiare spesso, investire negli hobby, organizzare feste con gli amici; ok, ma purché tutto sia fatto con misura. La parola d’ordine è equilibrio, e per riassumerla è sufficiente descrivere una scelta attuata dai cittadini svedesi che per primi si sono votati al nuovo stile di vita. Per meglio capire, proviamo a fermarci su alcuni esempi. A questo punto, Sorge spontanea una domanda: la Svezia è un Paese perfetto?

Vediamo qualche dettaglio. A colazione, per esempio, ecco la scelta del latte da bere: né intero né totalmente privo di grassi. Parzialmente scremato può andare bene, in quanto capace di soddisfare le esigenze del palato con quelle della salute. In chiave Lagom si può fare tutto: guidare un’auto sportiva, mangiare il pesce, bere un buon vino, organizzare una vacanza, ma l’importante è mettere la moderazione davanti a tutto! Ecco, per esempio, perché non è un caso che due colossi commerciali come IKEA e H&M nascano proprio in Scandinavia, la patria della moderazione come stile di vita.

Osservando il mondo del lavoro, possiamo notare che gli svedesi preferiscono smettere di lavorare alle 17: dopo c’è tempo soltanto per famiglia, amici e i propri interessi. Per il «Financial Times», imprenditori e direttori di aziende potrebbero trarre lezioni importanti dal modello svedese: la collettività batte l’individualismo, il gruppo vale più del singolo ed è il datore di lavoro a incoraggiare colleghi e dipendenti a lavorare meno ore ma in modo più efficace e produttivo.

La filosofia svedese non è molto lontana dall’antica filosofia classica: «La virtù sta nel mezzo», scriveva Aristotele. Un principio, quello greco della mesòtes, che trova un'eco sorprendentemente attuale nel Lagom, la filosofia di vita svedese il cui significato viene spesso riassunto con l'espressione “né troppo, né troppo poco”. Più che un insieme di regole, è un modo di affrontare la quotidianità che invita a cercare la giusta misura, evitando gli eccessi e concentrandosi su ciò che è davvero essenziale.

Non stupisce, quindi, che molti psicologi ne condividano i principi. Lara Ferreiro, ad esempio, suggerisce di applicare il Lagom sia nella sfera personale sia in quella professionale, perché, dice, «significa dare priorità all'essenziale, prevedere momenti di riposo ed evitare il sovraccarico, che, in ambito lavorativo, può facilmente tradursi in burnout. Non è produttività estrema, ma sostenibilità mentale».

Secondo l'esperta di benessere Ellen af Petersens, ex insegnante di yoga e fondatrice del beauty brand svedese Colekt, questa mentalità affonda le proprie radici nella storia e nella cultura della Scandinavia. «Abbiamo inverni lunghi e un clima spesso rigido e, in passato, dovevamo affrontare condizioni di vita non sempre facili», ha affermato. «Per questo tendiamo a non ostentare e a non voler attirare troppo l'attenzione. LAGOM, in sintesi, significa non esagerare, non vantarsi. Anche commercialmente, i due marchi IKEA e VOLVO rappresentano così bene i valori della Svezia: sono prodotti pratici, funzionali e pensati per tutti, più che simboli di status».

Cari amici, come accennato in premessa, la filosofia svedese è molto diversa da quella nostra, mediterranea. Credo, però, che incarni al meglio l’antica filosofia dei nostri padri, come Aristotele, che millenni fa sosteneva che «La virtù sta nel mezzo». Meditiamo su questa sempre valida filosofia!

A domani.

Mario

giovedì, agosto 06, 2026

L’UOMO E LE DIFFERENZE CULTURALI TRA ORIENTE E OCCIDENTE. NELL'AZIONE QUOTIDIANA DI “FARSI IL BAGNO”, PER ESEMPIO, IN OCCIDENTE SI ENTRA IN VASCA PER LAVARSI, IN GIAPPONE, INVECE, SOLO PER RILASSARSI.


Oristano l6 agosto 2026

Cari amici,

Quanta differenza tra la cultura occidentale e quella orientale! Nella cultura occidentale, per esempio, entrare in vasca per "FARSI IL BAGNO" ha un chiaro e preciso significato: lavarsi, ovvero ripulirsi dal sudore di una giornata magari intensa. Al contrario, nella cultura giapponese, questa pratica ha un significato molto diverso che nulla ha a che vedere con il lavare lo sporco dal corpo. Nel Paese del Sol Levante, in vasca si entra perfettamente puliti, in quanto ci si lava prima, fuori, seduti su uno sgabello basso, posto accanto al bagno. Ci si insapona, ci si strofina, e poi ci si risciacqua, eliminando sudore e sporco.

In Giappone, invece, si entra in vasca solo quando il corpo è già perfettamente pulito: si scavalca il bordo e ci si lascia scivolare lentamente dentro l'acqua calda. La vasca si chiama OFURO. Ed è a quell'acqua che riempie la vasca che i giapponesi affidano il proprio corpo la sera, ma non per essere lavati, perché, ormai, non c’è nessuno sporco da togliere, da mandare via; l’immergersi nell’acqua ha un significato ben diverso: è, per la persona, un vero e proprio rito di purificazione spirituale e di profondo relax.

Tra la cultura occidentale e quella orientale nell’utilizzo del bagno c’è una distinzione netta: in una si cerca di “ripulire il corpo”, nell’altra l’immersione serve a ripulire e rilassare la mente, a ricaricarsi dopo una lunga giornata. Per questo si entra in vasca già puliti, ci si siede nell'acqua calda fino al collo, le ginocchia piegate, e si resta rilassati; non per diventare più puliti: per diventare più leggeri nella mente. È il momento in cui la giornata, finalmente, può scendere giù dalle spalle e restare lì, nell'acqua, invece di essere portata a letto.

Questo particolare rito orientale è vecchio di secoli. È un rito serale, non riservato alle classi agiate ma praticato da tanti, che si ripete tutte le sere. È quasi il momento dello stacco dalle fatiche del giorno, per entrare nel riposo ricaricante della notte. Il rito è appagante: quando si esce rilassati dalla vasca e poi ci si asciuga, la persona appare rilassata: il corpo è caldo, la testa è più lenta, e in questo modo  il sonno arriva più facilmente. Molta stanchezza è rimasta nell’acqua della vasca.

Amici, ecco cos'è davvero L’OFURO! Non una semplice vasca per la pulizia, ma una specie di lavaggio dalla stanchezza e dalle preoccupazioni. L’ofuro è un luogo fisico, caldo, liquido, fatto apposta per “lavare” il peso di una giornata pesante, dove il caos e lo stress di fuori si frantumano e scompaiono nell’acqua tiepida. L’Ofuro è un “polmone virtuale”, dove la regola non è "sii più efficiente", ma "adesso basta". Non è un altro strumento che aggiunge compiti, è esattamente il contrario: è il luogo del relax, dove il carico di lavoro smette di pesare.

Quanto è diverso l’Occidente! Rientrati a casa, il peso della giornata continua,  seguendoci fin dentro al letto; la giornata continua, con il telefono ancora acceso in mano, rileggendo i messaggi importanti, come se la giornata non avesse mai fine! Da noi non c’è una vasca dove abbandonare i pensieri. Possiamo anche posare il telefono in un'altra stanza, spegnere una luce, segnare in qualche modo che il giorno, adesso, è finito, mi la mente non si rilassa, e si entra nel letto cercando un sonno che spesso non arriva.

Cari amici, la vita che l’uomo conduce nel Terzo Millennio è sempre più ricca di stress e super impegni che logorano l’esistenza. A differenza di quella Occidentale, la millenaria cultura del Sol Levante aiuta l’uomo a scaricare, dopo una lunga giornata di lavoro, le tensioni e lo stress accumulati. La vasca d’acqua fumante nella quale ci si immerge, ha, dunque, la funzione di distendere la mente e il corpo, predisponendolo, una volta rilassato, ad un riposo che recupera forza ed energia. Al risveglio,  i pensieri sono pronti a vivere una nuova giornata. Cari affezionati lettori, per la cultura giapponese ogni gesto dedicato alla cura del proprio corpo si tramuta in benessere ed energia positiva, ecco perché quello che a molti può sembrare un semplice bagno, in realtà, è molto, molto di più!

A domani.

Mario

 

mercoledì, agosto 05, 2026

PREGI E DIFETTI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. CREDO CHE POSSA DARE UN AIUTO STRAORDINARIO, MA NON POTRÀ MAI SOSTITUIRE L'UOMO.


Oristano 5 agosto 2026

Cari amici,

Chi mi legge quotidianamente conosce perfettamente la mia opinione sull’Intelligenza Artificiale: “Ha una straordinaria capacità di calcolo e di memorizzazione, ma non potrà mai replicare e quindi arrivare a sostituire il cervello umano, dotato di "unicità" che una macchina non potrà mai possedere, ovvero avere un’anima”. L’A.I., però, rappresenta uno straordinario strumento di supporto, in quanto dotato di capacità computistiche incredibili.

Ebbene, amici, ho fatto questa premessa per parlare oggi con Voi di un avvenimento straordinario: Grazie alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, oggi possiamo finalmente leggere circa 32.000 manoscritti medievali, finora di difficilissima lettura. I manoscritti, scritti in francese senza regole fisse, sono diventati accessibili proprio grazie all'intelligenza artificiale. Con il progetto CoMMA (Corpus of Multilingual Medieval Archives), i ricercatori guidati dall'istituto francese Inria, stanno riuscendo a trascrivere migliaia di testi antichi, aprendo nuove strade allo studio del Medioevo. Un'immersione straordinaria, nel cuore di un grande patrimonio scritto che finora la tecnologia non era riuscita ad analizzare.

Amici, negli ultimi decenni la digitalizzazione degli archivi medievali ha fatto passi da gigante. Oggi sono disponibili online migliaia di testi scannerizzati. Ma c’era un problema: la trascrizione restava uno scoglio quasi insormontabile. Certo, i testi erano digitali, ma per i computer risultavano illeggibili e, nella maggior parte dei casi, inaccessibili anche per i ricercatori che normalmente avrebbero bisogno di anni solo per affrontare un singolo manoscritto.

I ricercatori dell’INRIA hanno finalmente superato questa barriera. Hanno utilizzato un’I.A. in grado di ‘leggere’ gli antichi testi a una velocità che, fino a poco fa, pareva impensabile. Questo risultato, raggiunto qualche mese fa, ha davvero impressionato il mondo degli storici. Thibault Clérice, ricercatore specializzato nelle digital Humanities presso il team ALMAnaCH del centro Inria di Parigi, guida il progetto CoMMA. Il risultato? Un corpus unico al mondo con oltre 3 miliardi di parole, tratte soprattutto da manoscritti in latino (dal IX al XVI secolo) e documenti in antico francese (dal XII al XVI secolo). Solo per l’antico francese, la mole di testi disponibili ora è quaranta volte superiore rispetto a prima del progetto. Ora questo patrimonio è finalmente accessibile a tutti!

Amici, l’.A.I. sta aiutando a fare straordinarie scoperte anche da noi in Italia.  È proprio grazie all’Intelligenza Artificiale che i ricercatori di casa nostra sono riusciti a decifrare i papiri carbonizzati di Ercolano, riuscendo a leggerne il contenuto! Grazie alla "Vesuvius Challenge", si è riusciti a svelare il contenuto dei rotoli carbonizzati dall'eruzione del 79 d.C. senza aprirli fisicamente. È il trionfo del machine learning e dei sincrotroni europei, che restituisce alla storia voci silenziose di duemila anni fa: "Stiamo iniziando a comprenderle".

La svolta epocale data dalla Vesuvius Challenge, una competizione scientifica internazionale lanciata nel 2023, ha unito intelligenza artificiale, tecniche avanzate di imaging a raggi X e ricerca accademica. Un mix rivoluzionario che ha permesso un traguardo ritenuto impensabile fino a pochi decenni fa: srotolare e leggere virtualmente i rotoli carbonizzati conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, senza mai aprirli o toccarli fisicamente, preservandone così la fragilissima integrità.

Uno dei risultati più strabilianti riguarda il papiro catalogato come “PHerc. 1667“. Sebbene misuri appena 8 centimetri di altezza e 2 di diametro, i ricercatori sono riusciti a svolgerlo digitalmente, rivelando quasi 1,5 metri di testo continuo suddiviso in circa 20 colonne di scrittura. Il contenuto ha sorpreso gli studiosi: si tratta di un trattato filosofico incentrato sull’etica, le arti e il comportamento umano. Un testo che riflette il pensiero stoico e che potrebbe appartenere a Crisippo — già presente nella collezione ercolanese — o a un autore del tutto nuovo. “Oggi stiamo ascoltando voci che sono rimaste in silenzio per duemila anni”, ha dichiarato con emozione Brent Seales, cofondatore della Vesuvius Challenge e titolare della cattedra di Scienze del Patrimonio all’Università del Kentucky. “Per la prima volta le stiamo riportando alla luce e le stiamo leggendo, ma, cosa ancora più importante, stiamo iniziando a comprenderle”.

Cari amici, l’Intelligenza Artificiale è sicuramente straordinaria e rivoluzionaria, ma è, e sarà sempre, uno strumento nelle mani dell’uomo, che – ovviamente – va saputo governare; indubbiamente, però, ma non sarà mai capace di sostituirsi all'uomo!

A domani.

Mario

 

 

martedì, agosto 04, 2026

I GIOVANI E LA CRESCENTE DIPENDENZA DAI SOCIAL. PER PAOLO CREPET, LO SVEZZAMENTO INIZIA DALLA SCUOLA ELEMENTARE.


Oristano 4 agosto 2026

Cari amici,

Secondo il famoso psichiatra PAOLO CREPET, “La pericolosa dipendenza, derivante dall’utilizzo dei Social, va combattuta fin da giovanissimi, ovvero ad iniziare già dalla scuola elementare; solo questo anticipato intervento è il vero antidoto alla dipendenza dai social”. Saggia riflessione, in quanto già dalla scuola elementare si deve iniziare a contrastare la pericolosa dipendenza dai social, stimolando la complessità cognitiva dei giovanissimi e superando i "compiti facili".

L’importante consiglio dato da Paolo Crepet prevede uno "svezzamento" digitale precoce, che prevede limitazioni alle chat di classe e la riduzione del registro elettronico per favorire l'autonomia. Solo in questo modo possono crescere bambini più forti e adolescenti più liberi, afferma l’illustre psichiatra. Ovviamente, togliere qualcosa di gradito significa anche “sostituire” un prodotto con un altro considerato accettabile. Vediamo in che modo.

“Se tolgo i social a un ragazzo, devo dargli in cambio qualcos’altro. altrimenti è come togliere l’eroina a un tossicodipendente senza sostituire altro alla sua giornata”. Con questa metafora forte, Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ha scelto di aprire il cuore del suo intervento ai microfoni di Orizzonte Scuola, spostando l’attenzione dal “cosa vietare” al “cosa costruire”, invece,  dentro le aule della prima formazione dei giovanissimi. Il vero problema, secondo Crepet, non è la presenza o l’assenza degli smartphone in classe. Il nodo è antropologico, non tecnologico. La scuola italiana, per come è oggi, rischia di formare studenti che sanno usare benissimo gli strumenti digitali ma che hanno perso la capacità di pensare con la propria testa, di sbagliare, di fare fatica, di relazionarsi senza filtri.

Il problema è, davvero, molto serio. La scuola, amici lettori, deve essere una vera palestra di formazione, non un semplice luogo dove si trasmettono nozioni da ripetere! Per Crepet la scuola deve essere un “laboratorio di formazione mentale”, dove si impara un po' tutto: dal fare domande, a sbagliare, dal discutere, a stare in silenzio, ad ascoltare il rumore del vento, senza le orecchie tappate dalla musica. Dove si impara a dire no al grillo parlante  (è questa la metafora che Crepet usa per l’intelligenza artificiale che suggerisce risposte facili), perché il vero apprendimento passa attraverso lo sforzo, la fatica, l’errore.

Crepet lancia un allarme preciso: i ragazzi passano in media dieci ore al giorno sui social. Non dieci ore a studiare Leopardi, ma dieci ore di “Gino, Gisella, la pizza, il gelato” – attività che lui non giudica, ma che diventano un problema quando riempiono interamente la giornata di un adolescente, senza lasciare spazio ad altro. “Non occorrono competenze biochimiche per capire che dieci ore al giorno tutti i giorni sono una dipendenza. La Commissione Europea l’ha già detto: i social sono una dipendenza a tutti gli effetti”.

Nell’intervista ai microfoni di Orizzonte Scuola Paolo Crepet si chiede con convinzione: “Quale, dunque la possibile soluzione allo stato attuale”? La sua risposta è chiara e semplice: “Non basta dire NO, non basta togliere il cellulare! Bisogna restituire senso al tempo che viene liberato”. E questo, per Crepet, è il compito più autentico che la scuola deve svolgere! Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista è quando Crepet sposta il focus dall’adolescenza alla scuola primaria e secondaria di primo grado. Perché, sostiene, è lì che si gioca la partita.

Ecco il suo ragionamento. “Se io aiuto un bambino o una bambina ad avere proprie opinioni, proprie modalità espressive, proprie capacità di dialogo, a creare un proprio mondo, allora questa persona, quando traghetterà verso l’adolescenza, sarà certamente più forte.” Ragionare con la propria mente, certo, ci consente anche di sbagliare; ma, se non si affronta il rischio, se non si fa fatica, si perde qualcosa di essenziale: il senso della propria esistenza, la capacità di stare al mondo, di costruire relazioni, di essere protagonisti e non comprimari di un futuro deciso dagli algoritmi.

Cari amici, per Crepet oggi la scuola ha un ruolo decisivo: costruire giovani che riescano a pensare con la propria testa, liberi anche di fare errori, ma che serviranno, comunque, per costruire la loro vita. Perché, il problema vero, oggi, non è quello di evitare ai ragazzi la conoscenza e il saper usare la tecnologia, ma quello di evitare che smettano di pensare con la propria testa!

A domani.

Mario

lunedì, agosto 03, 2026

LE IMPORTANTI VARIAZIONI NELLE “RELAZIONI SOCIALI” IN ETÀ ADULTA. L’ANALISI PSICOLOGICA DELL’ANDAMENTO DELLE AMICIZIE IN SENILITÀ.


Oristano 3 agosto 2026

Cari amici,

Se è pur vero che l’uomo è un soggetto alquanto “sociale”, nato per vivere non da solo ma con gli altri membri della Comunità, è altrettanto vero che le relazioni sociali con l’evolversi dell’età subiscono una profonda evoluzione nel corso della vita, passando dalla forte espansione giovanile al consolidamento nell'età adulta, ma arrivando alla progressiva e consapevole "contrazione" nella senilità. L'andamento delle amicizie nell'invecchiamento è regolato da particolari meccanismi di protezione emotiva, per il mantenimento del benessere psicofisico.

La psicologia da tempo studia con attenzione questo fenomeno, analizzando i vari passaggi con l’aumentare dell’età. Superato il caotico periodo giovanile, nell’Età Adulta avviene l’operazione di consolidamento e di selezione. Nella prima età adulta, la rete sociale è orientata ancora all'espansione e all'integrazione (lavoro, accoppiamento, genitorialità), ma con l'avanzare della maturità, si assiste ad un fenomeno di “potatura relazionale”, involontaria ma funzionale. È il periodo della “Competizione di ruoli”: Tempo ed energia vengono assorbiti da carriera e famiglia, e le amicizie non basate su una frequentazione quotidiana o su contesti condivisi tendono a diradarsi.

Si, amici, con il passare del tempo, in particolare con l’avanzare dell’età, la nostra cerchia sociale tende a restringersi. Meno persone intorno a noi sembrano equivalere ad un maggiore isolamento, che viene spesso associato ad una condizione di disagio. Eppure, osservando la realtà con attenzione, emerge un quadro più complesso e, per molti aspetti, diverso. Ci sono persone che, con il passare degli anni, non percepiscono di perdere relazioni, ma piuttosto di consolidarle. Come se la vita fosse un editor severo, che elimina il superfluo per lasciare spazio a ciò che conta davvero. In realtà non si tratta di una riduzione, ma di una selezione. Ma vediamo ora nello specifico cosa dice esattamente la psicologia dell'amicizia in età adulta.

Il percorso sociale delle amicizie e lungo e variegato. Si passa dalle amicizie basate sulla semplice prossimità (come nell'adolescenza) a legami fondati sulla condivisione di valori profondi e stima reciproca. Arrivati alla Senilità, l'Analisi Psicologica della Rete Sociale, ovvero l'andamento delle amicizie nella terza e quarta età, mette in evidenza la Teoria della Selettività Socio-emozionale (SST) di Laura Carstensen. Con il ridursi della prospettiva temporale percepita, cambiano le motivazioni che spingono a interagire con gli altri. Vediamo insieme le vere motivazioni.

In primis la Priorità emotiva: Si prediligono rapporti intimi e gratificanti che offrono un supporto affettivo immediato, riducendo al contempo le interazioni superficiali o conflittuali. Poi la Rete di supporto e reciprocità: Amicizie di lunga data, spesso definite "compagni di vita", diventano fondamentali per contrastare la solitudine e favorire la resilienza. Infine il Senso di identità: Mantenere legami significativi aiuta l'anziano a preservare il proprio senso di coerenza e di appartenenza, offrendo spazi in cui condividere la propria storia di vita e i ricordi.

Indubbiamente, nella selezione, non mancano i rischi. Il primo è il  Rischio dell'Isolamento. Mentre la selettività è un indice di maturità e benessere, il rischio, in età avanzata, è quello dell'isolamento involontario, spesso causato da lutti o problemi di salute. La psicologia contemporanea suggerisce, per ovviare a ciò, di mantenere il contatto attraverso un'apertura a nuove dinamiche sociali (come i centri di aggregazione o le attività di volontariato), fondamentali per proteggere il declino cognitivo ed emotivo.

Una ricerca pubblicata sulla rivista Psychology and Aging, guidata da Wändi Bruine de Bruin, ha analizzato le reti sociali - non quelle virtuali, ma quelle reali - e il benessere psicologico nelle diverse fasi della vita. Dalla ricerca è emerso un elemento fondamentale: ciò che influenza davvero il benessere dell’anziano non è il numero di persone che frequenta in amicizia, ma il significato che hanno, per lui, queste  relazioni. Quando i ricercatori hanno preso in considerazione il grado di soddisfazione percepito nei rapporti interpersonali, il numero di amici stretti ha perso gran parte della sua importanza statistica. Ciò che faceva la differenza era la qualità dell'esperienza relazionale.

Cari amici, seppure la cultura contemporanea continui a premiare l'accumulo di relazioni: agende piene, reti sempre più estese, presenza costante, le evidenze scientifiche suggeriscono una direzione molto diversa. Il benessere derivante dalle relazioni sociali in senilità non è dato dal numero dei contatti (ovvero degli amici), ma dalla qualità e validità dei rapporti che abbiamo scelto di coltivare.

A domani.

Mario