martedì, giugno 16, 2026

IL LAVORO MANAGERIALE E LA “SINDROME DELL'IMPOSTORE”. QUANDO UN AVANZAMENTO DI CARRIERA O L'INCARICO DI UNA MAGGIORE RESPONSABILITÀ CREANO QUESTA SINDROME PREOCCUPANTE.


Oristano 16 giugno 2026

Cari amici,

Nelle aziende, in particolare quelle maggiori, dove è presente un numeroso e qualificato personale, il ruolo dei diversi Manager è alquanto impegnativo e stressante, in quanto costantemente sotto la pressione di un mercato che non fa sconti a nessuno. I MANAGER di queste aziende sono particolarmente sensibili relativamente al ruolo svolto, e spesso si ritengono anche abbastanza vulnerabili, considerato il loro difficile ruolo. Vulnerabilità che, spesso, li porta a subire la così detta “SINDROME DELL'IMPOSTORE”, ovvero a pensare di ritenersi inadeguati nel difficile ruolo da loro svolto, nel sensi di ritenendosi, sotto certi aspetti, non adatti a ricoprirlo.

Questa sindrome capita più spesso nei momenti di transizione verso un incarico superiore, oppure in momenti di forte pressione. I momenti critici in cui questa sensazione di inadeguatezza si manifesta più spesso sono: Dopo una promozione: Il passaggio ad un nuovo ruolo di vertice genera ansia e il timore di non essere all'altezza delle aspettative aziendali. Di fronte a nuove responsabilità: Gestire progetti innovativi o ricoprire ruoli ibridi, dove manca uno storico precedente a cui fare riferimento. Durante le valutazioni: Quando i manager si confrontano con colleghi di pari livello o si trovano a guidare collaboratori altamente qualificati, temendo di essere "scoperti" come incompetenti.

Si, amici, non sono pochi i manager che, in determinati momenti della loro vita professionale, hanno la sensazione di sentirsi inadeguati rispetto al proprio ruolo, mettendo in dubbio le proprie competenze o non riuscendo a riconoscere il valore dei risultati raggiunti. La “Sindrome dell’impostore” è proprio questa sensazione di inadeguatezza, che molti professionisti sperimentano nel corso della propria carriera e che spesso non riflette una reale mancanza di capacità, ma una percezione distorta del proprio valore.

A mettere in luce questo serio problema è stata una rilevazione effettuata da HAYS, leader globale nella selezione e nelle soluzioni HR, realizzata in collaborazione con SERENIS, piattaforma digitale per il benessere mentale e centro medico autorizzato; secondo l'indagine 7 italiani su 10 dichiarano di averla provata almeno una volta e oltre il 30% afferma di sperimentarla spesso. Questa sensazione di inadeguatezza risulta accentuata negli ambienti lavorativi caratterizzati da elevati livelli di perfezionismo e dalla necessità di dover sempre dimostrare il proprio valore.

Tra le situazioni che possono far emergere con maggiore forza questa sensazione, al primo posto c’è il “Cambio di ruolo”, ovvero l’avanzamento in un ruolo superiore, problema indicato da quasi 4 italiani su 10: è un passaggio cruciale, carico di ansia e nervosismo, che può portare a mettere in discussione le proprie capacità e il proprio valore professionale. Anche il confronto con i colleghi di pari ruolo può alimentare dubbi e insicurezze, come segnalano circa 3 italiani su 10. Segue il processo di selezione per una nuova posizione, indicato dal 18% dei rispondenti, mentre solo l’11% afferma di non conoscere il fenomeno.

Secondo Alessio Campi, people & culture director di Hays Italia, “La sindrome dell’impostore non dipende necessariamente da una reale mancanza di competenze, ma spesso da una percezione distorta del proprio valore professionale. Proprio per questo le aziende hanno un ruolo fondamentale nel riconoscerne i segnali e nel creare contesti in cui le persone possano sentirsi ascoltate e supportate. Un dialogo continuo tra manager e risorse, insieme a feedback costanti e costruttivi, può aiutare a intercettare questi momenti di difficoltà e a ricondurli alla loro reale dimensione, evitando che insicurezza e autocritica diventino un limite alla crescita professionale”.

Cari amici, indubbiamente il ruolo dei manager di alto livello non è semplice è richiede doti non comuni per essere affrontato nel modo migliore in tutte le situazioni. Anche la Sindrome dell’impostore che spesso colpisce, può essere tamponata con consapevolezza e e riflessione.  Innanzitutto è necessario operare ancorando l'autostima ai fatti concreti e normalizzando il dubbio. Le strategie chiave includono: di fronte ai dubbi, analizzare i risultati oggettivi, i feedback e i traguardi raggiunti per confutare la sensazione di inadeguatezza; infine, liberarsi dall'idea della perfezione e considerare ogni errore o limite come parte naturale del percorso di leadership.

A domani.

Mario

lunedì, giugno 15, 2026

L'EDUCAZIONE GENITORIALE DELLE NUOVE GENERAZIONI. SPESSO CERTI COMPORTAMENTI IN FAMIGLIA AGEVOLANO LA CRESCITA DI UN FIGLIO-BULLO.


Oristano 15 giugno 2026

Cari amici,

Che il BULLISMO sia un fenomeno in crescita, con un costante aumento della violenza, è, purtroppo, una triste realtà. Ci si interroga su come il fenomeno sia nato e continui a crescere, attribuendo colpe a destra e a manca, che vanno dalla società alla scuola e alla famiglia. La realtà è che nel bullismo non esiste un'unica "colpa" individuale, poiché si tratta di un fenomeno sociale e relazionale complesso. Le responsabilità sono da condividere da parte di tutti gli attori del contesto odierno, nel quale crescono le nuove generazioni. A vario titolo, sono colpevoli di agevolare questo triste fenomeno, la famiglia, la scuola, il contesto sociale, i social media e la società in generale.

La FAMIGLIA, amici, è il primo contesto dove nasce e cresce il bullismo, in quanto l'educazione genitoriale svolge un ruolo cruciale: stili educativi basati su iper-controllo, assenza di regole (permissivismo) o, al contrario, un'aggressività latente in famiglia, sono tutti comportamenti che, giorno dopo giorno, favoriscono lo sviluppo di comportamenti prevaricanti nei figli. La principale educazione dei figli, quella fondamentale, infatti, inizia e si concretizza in casa. Sono le dinamiche domestiche che, quando inappropriate, possono inavvertitamente agevolare la crescita di un bullo. Ecco alcuni esempi.

Quando si vive in "Assenza di limiti chiari": La mancanza di regole certe, e delle relative conseguenze coerenti, impedisce al bambino di sviluppare il senso del limite e il rispetto per l'autorità. Al contrario, uno "Stile educativo autoritario", ovvero quando i genitori utilizzano punizioni fisiche, umiliazioni o un controllo rigido sul minore, essi gli insegnano, tramite l'esempio, che il potere si esercita attraverso la prevaricazione e la forza. Anche certi "Comportamenti incoerenti", come giustificare sempre i comportamenti scorretti del figlio, sminuendo le sue colpe (es. "sono solo ragazzate"), ostacolano l'empatia e impediscono al minore di assumersi la responsabilità di quanto messo in atto.

E non è tutto, amici lettori. Anche genitori che Mancano di intelligenza emotiva, ovvero risultano emotivamente distanti dal figlio, non aiutano il bambino a identificare, esprimere e gestire le proprie emozioni (come la frustrazione o la rabbia), spingendo in questo modo il minore a sfogare questi disagi sui coetanei. Che dire, poi, di una famiglia dove è presente in modo costante il Conflitto? L’Esposizione dei figli ai conflitti dei genitori, ovvero costretti a crescere in un ambiente familiare caratterizzato da violenza verbale, fisica o da forte ostilità tra i genitori, instilla in loro il convincimento che l'aggressività sia l’arma per risolvere i conflitti.

Per i minori, restare immersi, giorno dopo giorno, in una famiglia rigida e litigiosa, pesa più di quanto piaccia ammettere. Un bambino osserva tutto: il tono con cui gli adulti litigano, il modo in cui uno zittisce l’altro, le battute fatte davanti agli ospiti, le scuse mai arrivate, il sarcasmo spacciato per carattere, le urla poi archiviate con un “passato tutto”. Assorbe anche quello che nessuno chiama violenza perché sembra ordinario: parlare dall’alto in basso, prendere in giro una fragilità, trasformare l’errore in umiliazione, punire senza spiegare, ignorare un pianto perché si ha fretta.

Molti genitori non si rendono conto che queste abitudini possono trasformare i loro figli in bulli, convinti, magari, che i colpevoli siano altri e non la famiglia. Per contrastare queste errate dinamiche familiari, gli esperti raccomandano ai genitori di adottare uno stile autorevole (basato sul calore affettivo ma al contempo su regole eque) e mai autoritario, di promuovere il dialogo aperto e di insegnare attivamente il rispetto per l'altro.

Cari amici, come accennato prima, lo sviluppo del bullismo non è da attribuire solo ai genitori che gestiscono maldestramente l’educazione genitoriale. Certo, è fuori dubbio che anche la scuola ha le sue colpe, come, sono allo stesso tempo colpevoli il contesto sociale  e i social media; proprio i social media sono quelli che hanno amplificato il fenomeno, creando il cyberbullismo. La facilità dell'anonimato, la ricerca di "like" e la cultura dell'odio (hate speech) hanno normalizzato la denigrazione. Sarà possibile trovare una soluzione per una crescita delle Nuove Generazioni, senza BULLISMO? Io credi di sì, ma indubbiamente ci sarà molto da lavorare, in tutti i campi!

A domani.

Mario

domenica, giugno 14, 2026

LE STRAORDINARIE CAPACITÀ DELLA NOSTRA MENTE: È IN GRADO DI CREARE ANCHE I COLORI!


Oristano 14 giugno 2026

Cari amici,

Che il colore nella nostra vita abbia una grande importanza è a tutti noto, tant’è che chi non riesce a distinguere i vari colori e destinato ad essere considerato, sotto certi aspetti, handicappato. Ebbene, ciò nonostante, gli scienziati oggi affermano con grande convinzione che i colori non esistono, nel senso che non sono una realtà vera ma sono solo un’opera creativa della nostra mente! La verità è che noi tutti siamo abituati a pensare che il colore sia reale, ovvero una proprietà intrinseca degli oggetti che vediamo, ma non è così!

Il colore, amici, in realtà è una percezione che si crea nel nostro cervello nel momento in cui i fotorecettori della nostra retina (cioè le cellule sensibili alla luce) vengono stimolati dalla luce proveniente da un oggetto. Ciò significa che è a quel punto che la percezione del colore si forma a livello del nostro cervello, il quale, rielaborando le informazioni provenienti dai fotorecettori del nostro occhio, crea il colore da noi percepito.

È LA LUCE, quindi, è il fattore principale che consente al nostro cervello di elaborare il colore. Senza luce, infatti, non ci sono i colori. Come accennato prima, la presenza di una sorgente luminosa è un elemento imprescindibile per creare nella nostra mente la sensazione del colore. Senza la luce, quindi, non siamo in grado di percepire i colori, tant’è che in condizioni di bassa luminosità tutto ci sembra grigio! Per meglio chiarire, ecco un esempio, capace di confermare questo straordinario meccanismo messo in atto dal nostro cervello. Se prendiamo un foglio bianco e lo illuminiamo con una luce verde, il foglio verrà percepito da noi come verde; tornerà ad apparire bianco, invece, quando lo illumineremo con una luce bianca. Ciò sta a dimostrare come il colore non sia una proprietà intrinseca dei corpi che osserviamo ma che, al contrario, la percezione dei colori dipende dal tipo di luce che utilizziamo per poterli vedere.

Si, amici, è la tipologia di luce che lo colpisce, che ne fa evidenziare la nostra percezione “a colori” di quell’oggetto. Successivamente, i componenti cromatici dell’oggetto interagiscono con la luce che li investe, assorbendo selettivamente alcune lunghezze d’onda e riflettendone o trasmettendone altre. La parte di luce riflessa (o trasmessa) è ciò che alla fine il nostro occhio percepisce, e quindi il risultato del colore che vediamo.

Come sfruttare al meglio i colori che il nostro occhio percepisce, lo possiamo osservare dal punto di vista “commerciale”. In questo campo le possibilità sono diverse, tutte utilizzate con grande astuzia, per poter vendere al meglio le proprie merci, collocate in bella vista in vetrina. Facciamo un esempio. C’è chi utilizza una grande furbizia per vendere al meglio la merce esposta in vetrina. Facciamo l’esempio del macellaio, che per vendere la sua carne deve mostrarla, nei vari tagli al meglio, in particolare come colore.

Nel preparare il suo banco di vendita, il macellaio espone in bella vista i vari tagli di carne ai clienti. Poi, con grande intelligenza, impiega, per illuminare la sua vetrina, quelle lampade appositamente studiate per esaltare al meglio le componenti rosse della carne, in quanto, al contrario, certe lampade potrebbero far risaltare le componenti più brunastre, di norma poco gradite, rendendo la sua merce esposta meno appetibile per il compratore. Sono sottigliezze, quelle usate, che connotano la persona come un ottimo venditore!

Cari amici, Dopo la lettura di questo articolo, molti di noi, credo, arrivano a scoprire cose mai pensate o immaginate per una vita intera, in quanto convinti che ogni cosa avesse un proprio colore! Oggi, la scienza, ci ha fatto scoprire uno dei tanti segreti della nostra mente, che in realtà ha proprietà così straordinarie, tali da farci restare senza parole! Ora, però, se guardando un oggetto qualcuno ci dice: “Di che colore è?”, sono certo che facciamo un sorriso e rispondiamo: DIPENDE…!

A domani.

Mario

 

sabato, giugno 13, 2026

L'UOMO E L'INTEGRAZIONE CON LA NATURA. QUANDO IL CONSUMO COSTANTE DI UN VEGETALE RIESCE A CAMBIARE IL DNA UMANO. L’ESEMPIO DELLE PATATE NELLE ANDE.


Oristano 13 giugno 2026

Cari amici,

Che esista una stretta relazione tra l’uomo e la sua alimentazione, in particolare quella vegetale, è stato evidenziato senza ombra di dubbio dagli studiosi, che hanno dimostrato che il consumo costante di un ortaggio può addirittura arrivare a modificare il DNA umano. Certo, per il verificarsi della variazione sono necessari tempi lunghi, ad esempio dei millenni, applicando il meccanismo dell'evoluzione e della selezione naturale. Uno degli esempi più affascinanti di questa variazione è rappresentato dagli abitanti delle Ande, che, con il costante consumo delle patate, ne hanno consentito la domesticazione, adattando l’organismo a modificare e "riscrivere" il loro patrimonio genetico per favorire la loro sopravvivenza in climi estremi.

Si, amici, circa 6.000 – 10,000 anni fa, le popolazioni indigene che vivevano sugli altopiani delle Ande (nell'odierno Perù) iniziarono a coltivare e consumare la patata in grandissime quantità. Questo vegetale, diventò così la base della loro alimentazione, e il tubero giorno dopo giorno impose, in questo modo, nel loro organismo una forte pressione selettiva biologica. La patata, è giusto sapere, che è un alimento estremamente ricco di amido. Questo significa che, per poterlo digerire e ricavarne l'energia necessaria, in un clima poco adatto a sopravvivere come quello delle Ande, date le rigide temperature e all'altitudine, il corpo umano ha bisogno di utilizzare un enzima presente nella saliva: l'amilasi, prodotto dal gene AMY1.

Il gene AMY1, che, come accennato prima, consente la digestione dell'amido, negli abitanti delle Ande ha subito un adattamento genetico: Nel corso di circa 400 generazioni, gli individui andini che possedevano un numero maggiore di copie del gene AMY1 riuscivano a scomporre meglio i carboidrati; questo aumento ha migliorato la loro possibilità di sopravvivenza: chi digeriva l'amido in modo più efficiente aveva un tasso di sopravvivenza e riproduzione superiore! Insomma, chi aveva il gene adeguato sopravviveva, mentre gli individui che restavano con meno copie del gene AMI1 sono stati "eliminati" dalla selezione naturale.

Amici, e oggi qual è la situazione degli indigeni delle Ande? Gli individui della popolazione “Quechua-parlanti” possiedono in media 10 copie del gene AMY1 nel loro DNA, circa 2-4 copie in più rispetto a qualsiasi altra popolazione studiata nel mondo! Questa incredibile variazione, insomma, ha trasformato in modo permanente il genoma di un intero popolo, attraverso quello che gli antropologi definiscono un perfetto caso di "cultura che plasma la biologia".

Amici lettori, il caso degli abitanti delle Ande e dell’alimentazione con la patata non è certo l’unico caso al mondo di mutazione genetica! In Groenlandia, per esempio, secoli d'isolamento hanno modellato anche qui i geni della popolazione. Un isolamento, quest'ultimo, che ha favorito la diffusione della variante del gene CPT1A, che regola il metabolismo degli acidi grassi. La variante di questo gene ha permesso agli antenati degli Inuit di sopravvivere seppure alimentandosi con diete ricche di mammiferi marini (come foche e balene), ricchissime di grassi e povere di altre risorse.

Esistono, amici lettori, anche altri fenomeni. Nel resto d’Europa, per esempio, può essere osservato un fenomeno biologicamente simile: è quello della tolleranza al lattosio, presente nel latte destinato all’alimentazione iniziale delle specie. Con l’intensificarsi dell’allevamento di animali produttori di latte, iniziò l’alimentazione umana con il latte anche in età adulta. Inizialmente anche in questo caso avvenne la selezione: chi era favorito e chi no: chi riusciva a digerire il LATTOSIO (PRESENTE NEL LATTE), da adulto, riuscì ad adattare l’organismo e quindi sopravviveva, per gli altri arrivò, invece, la selezione naturale, allo stesso modo che la coltivazione della patata riuscì a trasformare gli abitanti delle Ande in "campioni mondiali" della digestione degli amidi.

Cari amici, la ricerca scientifica ha dimostrato in modo chiaro e lampante la stretta correlazione esistente tra cibo e metabolismo. Una ricerca, quella che ho riportato oggi, davvero interessante, che mette in evidenza come sia stato il nostro metabolismo, nel corso dei millenni, ad adattarsi a diete specifiche e non viceversa. Sono avvenute delle incredibili variazioni genetiche, che gli antropologi definiscono un perfetto caso di "cultura che plasma la biologia".

A domani.

Mario

 

venerdì, giugno 12, 2026

IL NOSTRO COMPORTAMENTO E CHI LO OSSERVA. PER IL FILOSOFO GRECO ANTISTENE, SONO I NOSTRI NEMICI I PRIMI A SCOPRIRE I NOSTRI DIFETTI.


Oristano 12 giugno 2026

Cari amici,

Al filosofo greco ANTISTENE DI ATENE, discepolo di Socrate e figura chiave del tardo socratismo, fondatore della scuola di Cinosarge, viene attribuita una citazione piuttosto scomoda: «Osserva i tuoi nemici, perché sono i primi a scoprire le tue mancanze». Tradotto in chiave moderna la citazione si può così tradurre: «Osserva i tuoi nemici, perché sono i primi a scoprire i tuoi difetti». È indubbiamente una dichiarazione forte, un suggerimento che potrebbe essere recepito in un “manuale di sopravvivenza sociale”, ma è certamente una concreta realtà, chiara ed evidente, praticata nella filosofia antica, ma valida ancora oggi: un chiaro suggerimento di attenzione e autoconsapevolezza, nel senso che: «Bisogna badare sempre ai nemici, perché sono loro i primi a notare i nostri errori».

La cruda realtà, infatti, è che, a differenza degli amici o degli adulatori (che Antistene considerava pericolosi quanto i predatori), il nemico non ha alcun interesse a compiacerci o a edulcorare la realtà. Avere la consapevolezza che i nostri nemici ci osservano con attenzione, e prendere atto della loro critica, è un doveroso esercizio di grande umiltà e di autoconsapevolezza. Le critiche, seppur ostili, mettono in luce i nostri difetti e le possibili mancanze, quelle che noi stessi tendiamo a ignorare o giustificare. Perciò, i difetti scoperti dai nostri nemici diventano così “strumenti preziosi” per modificare e revisionare il nostro carattere e migliorare la nostra crescita interiore.

Il filosofo Antistene nacque ad Atene. Figlio di padre ateniese e madre tracia, era un soggetto di origine mista, cosa che lo collocava in una posizione sociale scomoda, lontana dall’essere un ideale cittadino “puro ateniese”. Inizialmente, nella sua giovinezza, fu un filosofo sofista, poi divenne un fervente seguace di Socrate, dal quale assimilò la priorità dell’etica sulla teoria. Dopo la morte di Socrate (nel 399 a.C.), Antistene insegnò ad Atene nel ginnasio di Cinosarge (Kynosarges), uno spazio periferico della città associato a coloro che non erano cittadini a pieno titolo come lui.

Tornando all’osservazione dei puri ateniesi, questi lo soprannominarono “cane semplice” di Atene, per il suo ideale di vivere una vita austera (“vita canina”), priva di pudore verso ciò che era superfluo, ma libera dal giudizio altrui; essi, infatti, lo consideravano un cittadino di seconda classe, cosa che lo segnò per tutta la vita. Da ciò Egli derivò la sua filosofia, che lo portò a trasformare la critica altrui in uno strumento per affinare la propria virtù. In questa linea, Antistene fu un uomo forte, che vendette i propri beni e tenne solo una tunica logora, convinto che, attraverso i suoi strappi, potesse vedere meglio la vanità umana. L’immagine esterna fu quasi cinematografica: quella del saggio che rinuncia alla comodità per non rinunciare a sé stesso.

La sua idea di guardarsi dal nemico perché  è il nemico che scopre i nostri difetti, è supportata da almeno due motivi essenziali: il primo è che è lui, il nemico, quello che ci osserva senza indulgenze e ci critica duramente, il secondo perché lui non ha bisogno di fare bella figura con noi! Perciò, la sua frase «Osserva i tuoi nemici, perché sono i primi a scoprire le tue mancanze», è un forte invito ad un comportamento molto socratico: la necessaria revisione del proprio carattere. Antistene sosteneva che la virtù non fosse mai considerata chiacchiera, ma pratica; la virtù si dimostra nei fatti, non nei discorsi né nelle parole vuote! “Se i tuoi difetti ti sono invisibili, forse lo sguardo ostile può illuminarli”.

In realtà, amici, Antistene non era un ingenuo. La sua proposta di osservare con attenzione i nostri nemici non implica credere a tutto ciò che dice l’avversario, ma usarlo come uno specchio: quali critiche si ripetono, anche se provengono da persone diverse? Cosa ti irrita tanto da indicare, forse, una verità su di te? Quale parte di quella critica è un attacco… e quale parte è informazione? Forse per questo, e per la sua formazione retorica iniziale con il filosofo sofista Gorgia, prima di abbracciare l’etica socratica, divenne un pensatore ossessionato dall’essenziale: la virtù come unica ricchezza, il dominio dei desideri e l’indipendenza dal giudizio pubblico.

Cari amici, noi, uomini e donne del Terzo Millennio, vivendo immersi e sommersi dai dai social network, possiamo ancora recepire in positivo la filosofia di Antistene. La critica di oggi, quanto a crudeltà, credo che no abbia niente da invidiare a quella del passato, per cui la citazione di Antistene sembra addirittura scritta per noi! Oggi la critica è, a volte crudele e ingiusta, quanto è più del passato, per cui osservare con attenzione il nostro nemico diventa ancora più necessario!

A domani.

Mario

giovedì, giugno 11, 2026

LA FRUTTA E IL SUO ALTO VALORE ALIMENTARE: CONSUMIAMOLA REGOLARMENTE, IN PARTICOLARE SE FRESCA, MA ANCHE ESSICATA, OLTRE A QUELLA SECCA.


Oristano 11 giugno 2026

Cari amici,

La FRUTTA, come ben sappiamo, fa molto bene al nostro organismo. Possiamo addirittura affermare che la frutta è un pilastro fondamentale di una dieta sana e corretta. Oltre che fresca, la frutta la possiamo consumare anche essiccata, così come usare quella secca. Certo, tra fresca ed essiccata ci sono delle notevoli differenze, mentre la così detta frutta a guscio, costituita dai semi commestibili di diverse piante, è anch'essa molto importante perché ricca di grassi insaturi e percentuali diverse di zuccheri. Tuttavia, tra la frutta fresca e quella essiccata, nonostante le comuni convinzioni, ci sono grandi differenze nel suo utilizzo. Vediamo insieme queste differenze.

Sebbene la frutta fresca e quella essiccata condividano gran parte delle proprietà nutrizionali, il loro apporto calorico e di zuccheri varia notevolmente, a causa proprio della disidratazione; è questo un procedimento che priva il frutto da una grossa percentuale di acqua, tanto che, alla fine, risulta molto più ricca di zuccheri. Alla domanda se sia più sana la frutta fresca, quella secca o quella disidratata, possiamo rispondere in modo corretto riportando il pensiero della Dr.ssa Valeria Galfano, dietologa e nutrizionista, personal trainer e atleta di bodybuilding.

Ecco alcuni frammenti del suo pensiero. "Contrariamente alla frutta fresca, è buona norma consumare la frutta essiccata e la frutta secca a guscio solo in piccole porzioni, per via dell’elevato apporto calorico". "La frutta fresca, grazie all’elevato apporto di fibra, regolarizza il transito intestinale e conferisce un elevato senso di sazietà̀, limitando il consumo eccessivo di cibo. Le fibre in essa contenute contribuiscono a ridurre i livelli plasmatici di colesterolo, regolano positivamente il metabolismo glucidico e abbassano il rischio di ipertensione".

Inoltre, amici, elemento molto importante nella scelta della frutta fresca da consumare riguarda la stagionalità̀, poiché́ questa garantisce un giusto apporto di vitamine e nutrienti necessari in un determinato periodo dell’anno. I prodotti di stagione, infatti, sono portati a completa maturazione naturalmente, perciò̀ sono più̀ ricchi di vitamine, sali minerali e fitonutrienti. Quanto alla frutta essiccata, invece, che possiamo trovare al supermercato in tante qualità e dimensioni (dall'uva sultanina alle prugne fino alle albicocche secche), questa è presente in tutti i mesi dell’anno.

Alla possibile domanda: “Possiamo considerare la frutta essiccata sana e con le stesse proprietà di quella essiccata? Ecco cosa si può rispondere. Di certo (e non è certo un mistero) che sia sana, ma sotto certi aspetti con delle importanti differenze. Ecco una risposta data da uno scienziato alimentare: il Prof. Sander Biesbroek, docente associato all'Università di Wageningen. L’essicazione della frutta – come spiega il professore - è iniziata principalmente per farla durare più a lungo. Eliminando la sua umidità, per i batteri e le muffe ci sono meno possibilità che la frutta si deteriori rapidamente. Di conseguenza, è possibile conservare la frutta essiccata per settimane o addirittura mesi, anziché per pochissimi giorni.

"L'essiccazione della frutta richiede una certa temperatura di essiccazione – continua a spiegare il professor Biesbroek - nel senso che la frutta non viene semplicemente messa in un capannone. È necessaria una certa temperatura per essiccarla rapidamente e nel modo giusto. Le alte temperature necessarie per essiccare la frutta sono direttamente il maggiore svantaggio di questa lavorazione. La vitamina C, in particolare, è molto sensibile a queste temperature; ciò significa che nella frutta essiccata questa vitamina si perde quasi completamente, ma altri minerali e fibre, invece, vengono conservati".

Amici lettori, come accennato prima, la frutta essiccata qualche svantaggio lo presenta. Mangiare l'uva sultanina o altra frutta essiccata significa assumere rapidamente una grande quantità di zuccheri, per cui è necessario limitarsi! La frutta contiene già di per sé una discreta quantità di zuccheri, ma anche molta acqua. E quando la si essicca, quasi tutta la parte liquida evapora, ma lo zucchero rimane! Insomma, la frutta essiccata è certamente sana, ma è da consumare con moderazione.

Cari amici, non demonizziamo la frutta essiccata, perché è un alimento prezioso, alquanto utile al nostro organismo, ma va comunque consumata in modeste quantità. I minerali e le fibre presenti nella frutta essiccata la rendono comunque uno spuntino sano e benefico, che ci consente di utilizzarla in certi periodi dell’anno quando quella fresca non è presente. Il consiglio che posso dare a Voi lettori è quello di limitarsi a consumarne una manciata al giorno, integrando con la frutta fresca presente sul mercato in quel periodo.

A domani, fedeli amici lettori!

Mario

mercoledì, giugno 10, 2026

IL CORAGGIOSO INVITO DI CREPET AI GIOVANI: SIATE CACCIATORI DEI VOSTRI ORIZZONTI. NESSUNO LO PUÒ FARE PER VOI. CERCATE PROPRIO LA LUNA!



Oristano 10 giugno 2026
Cari amici, 

Chi è Paolo Crepet lo sappiamo in tanti, in particolare per la passione che ha nei confronti del mondo giovanile. Nato a Torino ne 1951, psichiatra di fama e sociologo, oltre che saggista e opinionista, è famoso per le sue analisi critiche sulla società contemporanea, con particolare riferimento all'educazione giovanile. È autore di numerosi bestseller e forte sostenitore di un approccio pedagogico che responsabilizzi le giovani generazioni. 
In un suo recente discorso sulla vita, sul coraggio e sulla libertà personale dei giovani, che vivono questo millennio in preda a mille ansie, dubbi e con comportamenti fortemente dipendenti dagli adulti, si è così espresso: “Non fate l’errore di arrivare alla mia età aspettandovi tutto dagli altri. Prendete il vostro coraggio, la vostra bellezza e cercate di essere cacciatori dei vostri orizzonti. Nessuno lo può fare per voi. Perché questa si chiama vita. Cercate proprio la luna! E anche se non ci riuscite, in ogni caso sarete seduti tra le stelle. È un modo molto bello per dire vale la pena provarci a vivere davvero’".

Questa sua forte citazione non è da prendere come una ironica maniera di ricordare la loro indipendenza, ma, al contrario, chiede a chi la legge di guardare con sincerità dentro la propria vita e alle scelte da portare avanti. Crepet, in pratica, invita i giovani a non restare fermi, a non aspettare sempre l’arrivo di una spinta esterna, ma a cercare dentro di sé il coraggio di agire, di muoversi con determinazione verso quegli obiettivi che si sognano, che si desiderano veramente e che possono essere conquistati.

Il forte invito rivolto ai giovani “Siate cacciatori dei vostri orizzonti”, altro non è che una incitazione ad agire, a rimboccarsi le maniche e cercare di realizzare le proprie aspirazioni. È una metafora che parla di ricerca, desiderio, movimento. Paolo Crepet suggerisce, cerca di far capire alla gioventù di oggi, che la vita non dovrebbe essere attesa passivamente, ma tampinata, inseguita con fame, curiosità e coraggio! Sono tanti i giovani che trascorrono anni aspettando passivamente che qualcosa cambi!

Il suo, in realtà, è un ammonimento: non restare fermi ad aspettare l’occasione giusta, oppure che arrivi qualcuno a salvarli; l’attesa può essere vana, se si aspetta la conferma dagli altri o il momento perfetto per iniziare. Il rischio, infatti, secondo Crepet, è arrivare a un certo punto della vita con il rimpianto di non aver mai davvero provato a inseguire ciò che si desiderava. Essere “cacciatori dei propri orizzonti” significa proprio questo: smettere di aspettare che qualcosa accada e iniziare a muoversi verso ciò che fa sentire vivi.

Amici, uno dei passaggi più belli del discorso di Crepet è quello dove dice: “Cercate proprio la luna. E anche se non ci riuscite, in ogni caso sarete seduti tra le stelle”! In queste parole c’è un’idea molto lontana dalla cultura della perfezione a cui siamo abituati oggi. Viviamo in un’epoca in cui sembra necessario riuscire sempre, mostrarsi forti, avere risultati immediati. Crepet invece restituisce valore al tentativo, persino al fallimento. Provare qualcosa di grande e non raggiungerlo non significa aver perso tempo. Significa essersi mossi, aver vissuto, aver avuto il coraggio di uscire dalla paura e dall’immobilità. Il vero fallimento, forse, è quello di non avere mai tentato.

L’ultima frase del discorso di Crepet racchiude il senso più profondo del suo pensiero: “Vale la pena provarci a vivere davvero.” Non sopravvivere. Non limitarsi ad andare avanti per abitudine. Ma vivere davvero, anche rischiando di sbagliare, di cadere, di sentirsi fuori posto. È un invito ad avere desideri autentici, a non ridimensionarsi per paura del giudizio e a non accontentarsi di una vita costruita solo sulle aspettative degli altri. Poi conclude dicendo: “non tutti riusciranno ad arrivare ‘alla luna’, ma chi almeno avrà avuto il coraggio di cercarla, forse scoprirà qualcosa di molto più importante lungo il cammino”.

Cari amici, il forte messaggio del grande Crepet oggi risulta essere un grande stimolo ai giovani, intrappolati in una società dove essi si sentono bloccati, tra aspettative sociali, paura del futuro e bisogno continuo di approvazione. Il suo è un discorso autentico, che invita i giovani ad avere quel coraggio che manca: “il coraggio di vivere senza aspettare continuamente il permesso di qualcuno”!

A domani, fedeli amici lettori!

Mario