mercoledì, gennaio 21, 2026

IL SOLLETICO: PERCHÈ RIESCE A SCATENARE QUELLA REAZIONE INVOLONTARIA CHE CI FA SUBITO RIDERE, ANCHE SE NON SEMPRE IN MODO PIACEVOLE?


Oristano 21 gennaio 2026

Cari amici,

La reazione che nel nostro corpo si scatena quando qualcuno ci fa il SOLLETICO è da sempre studiata con attenzione dalla scienza; la sua origine, infatti, sotto certi aspetti, rimane controversa. La nostra reazione al solletico è associata al riso, anche se, a volte, il nostro ridere, da ‘piacevole’, può risultare anche ‘fastidioso’. Si, questa reazione, nata dal contatto provocato da un’altra persona, è alquanto soggettiva, diversa da persona a persona. Secondo gli specialisti di Humanitas il solletico che scatena la risata avrebbe origini antiche, e sarebbe nato come sistema di protezione; insomma, un modo curioso di proteggersi e difendersi, attraverso il gioco sociale fin dall’infanzia, insegnando così al bambino a proteggere aree del corpo particolarmente vitali e ‘indifese’.

Amici, in particolare negli ultimi anni, le ricerche effettuate in campo neurologico e sul funzionamento del cervello umano, hanno permesso alla scienza e alla medicina di fare dei passi avanti sulla comprensione di questa involontaria reazione dell’organismo; le risonanze magnetiche utilizzate hanno consentito di definire meglio il solletico, grazie alle immagini del cervello fotografate con colori diversi nelle zone attivate in particolari situazioni. Secondo gli studi di esperti e scienziati dell’Università di Tübingen, il solletico attiverebbe la parte del cervello che anticipa il dolore, e, per questo motivo, quando si viene solleticati lo si può accidentalmente colpire con movimenti dettati da un riflesso incondizionato in risposta al dolore.

Un’altra teoria, invece, ha cercato di spiegare il solletico come uno dei primi mezzi attraverso cui i bambini imparano a relazionarsi in primis con il proprio genitore. Le parti del corpo più sensibili al solletico sono, come accennato, quelle della pancia, delle ascelle, dei fianchi e della pianta dei piedi; la provocazione, come risposta automatica, fa nascere la risata. Le risate, come ben sappiamo, possono essere di diverso tipo: quella scatenata dal solletico, per esempio, è diversa da quella nata dal divertimento; la prima stimola anche l’ipotalamo che controlla gli “istinti” e le reazioni istintive come anche la fame, la stanchezza e il comportamento sessuale, mentre la risata da divertimento, invece, coinvolge aree diverse del cervello.

Nella risata da solletico un ruolo importante è svolto dall’ipotalamo. L’ipotalamo è l’area cerebrale coinvolta nella regolazione emotiva e nelle risposte di allerta. Studi dimostrano che questa regione si attiva significativamente durante il solletico, spiegando perché il corpo reagisce come se affrontasse una lieve ma continua minaccia. Una minaccia, come accennato prima, ben lontana da quella legata al semplice divertimento. Secondo la BBC, alcuni studiosi ritengono che la reazione derivata dal solletico sia nata come una sorta di allenamento sociale e fisico, utile a preparare l’organismo a reagire a attacchi improvvisi senza danni effettivi.

Amici, avete mai pensato al fatto che non possiamo farci il solletico da soli? È, infatti, quasi impossibile crearselo, in quanto il cervello anticipa lo stimolo quando il movimento è autoinflitto e lo “disattiva” prima che venga percepito. Secondo DW, (Deutsche Welle), la rete radiotelevisiva pubblica tedesca, “l’inibizione dovuta al tocco autoindotto impedisce la sensazione di solletico”. Il solletico funziona proprio perché rompe la prevedibilità. Quando non si sa esattamente dove e quando arriverà lo stimolo, il cervello si mette in uno stato di allerta; questa imprevedibilità è fondamentale per scatenare la risata automatica.

Cari amici, il solletico è presente, in forma più o meno marcata, in tutti gli esseri umani. Tutto ha inizio quando vengono sfiorati i recettori tattili cutanei, in particolare  costole, ascelle e collo, che hanno più terminazioni nervose, intensificando così la reazione. Questi segnali viaggiano rapidamente attraverso il midollo spinale fino al cervello. Altro elemento importante è che non "chiunque" riesce a provocarci il solletico con la stessa efficacia! La BBC, per esempio, ha evidenziato che fiducia e vicinanza personale sono determinanti: il cervello valuta "chi viola" lo spazio personale; in contesti sociali sicuri emerge la risata, in altri invece possono comparire ansia o disagio. Amici, speriamo che il solletico ci venga sempre dalle persone a noi molto vicine, in modo che il contatto scateni sempre una bella, piacevole risata!

A domani.

Mario

 

martedì, gennaio 20, 2026

LA LIBERA CONFESSIONE DI UN TUAREG AD UN GIORNALISTA SPAGNOLO…


Oristano 20 gennaio 2026

Cari amici,

Oggi il mio post ha un taglio diverso: riporta un’interessante intervista: quella di un giornalista spagnolo ad uno scrittore TUAREG che, senza remore, ha raccontato la sua vita. Per meglio comprendere, ricordo a voi lettori che I TUAREG, sono un popolo nomade di origine berbera che vive nel Sahara; i suoi esponenti, noti come "uomini blu", sopravvivono da millenni grazie a un duro adattamento climatico, basato su allevamento di dromedari, commercio carovaniero, uso di tende smontabili e un forte codice di ospitalità. La loro cultura è incentrata sul matriarcato, la scrittura Tifinagh, il rito del tè e la capacità di resistenza nel deserto.

Ecco l’affascinante intervista, realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, a Moussa Ag Assarid, scrittore tuareg, che offre uno sguardo profondo sulla sua vita e la sua cultura, quella di un popolo che è rimasto legato alle antiche tradizioni, impregnate di quel fascino millenario che sopravvive, nonostante le difficoltà; un popolo che non ha mai mollato, non ha mai voluto cambiare. Ecco l’intera, libera, intervista, come reperita su Internet.

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Moussa Ag Assarid: “Non conosco la mia età: sono nato nel deserto del Sahara, senza documenti! Sono nato in un accampamento di nomadi tuareg tra Timbuctù e Gao, al nord del Mali. Sono stato pastore di cammelli, capre, pecore e mucche di mio padre. Ora studio Economia all’Università di Montpellier [Francia]. Non sono sposato. Difendo i pastori tuareg. Sono musulmano, senza fanatismo.”

Giornalista: Che bel turbante!

Moussa: “È una leggera stoffa di cotone: permette di coprire il viso nel deserto quando si alza la sabbia e nello stesso tempo di continuare a vedere e a respirare.”

Giornalista: È di un azzurro bellissimo…

Moussa: “Per questo a noi tuareg ci chiamano gli uomini blu: la stoffa stinge e la nostra pelle si tinge di azzurro…”

Giornalista: Come ottenete questo color indaco così intenso?

Moussa: “Con una pianta chiamata indaco, mescolata con altri pigmenti naturali. L’azzurro per i tuareg è il colore del mondo.”

Giornalista: Perché?

Moussa: “È il colore dominante: quello del cielo, che è il tetto della nostra casa.”

Giornalista: Chi sono i tuareg?

Moussa: “Tuareg significa ‘abbandonati’, perché siamo un antico popolo nomade del deserto, solitario e orgoglioso: ‘Signori del deserto’ ci chiamano. La nostra etnia è la amazigh (berbera) e il nostro alfabeto è il tifinagh.”

Giornalista: Quanti siete?

Moussa: “Tre milioni e la maggioranza è ancora nomade. Però la popolazione diminuisce… ‘È necessario che un popolo sparisca perché ci accorgiamo che esisteva’, denunciava una volta un saggio: io lotto per preservare questo popolo.”

Giornalista: A cosa vi dedicate?

Moussa: “Portiamo al pascolo cammelli, capre, pecore, mucche e asini in un regno di infinito e di silenzio...”

Giornalista: Davvero è così silenzioso il deserto?

Moussa: “Se stai solo in quel silenzio, senti il battito del tuo cuore. Non c’è luogo migliore per trovare se stessi.”

Giornalista: Quale ricordo della sua infanzia nel deserto ricorda con maggiore nitidezza?

Moussa: “Mi sveglio con il sole. Lì ci sono le capre di mio padre. Loro ci danno latte e carne e noi le portiamo dove c’è acqua, erba… Così faceva il mio bisnonno, mio nonno e mio padre… E io. Non c’era nient’altro al mondo se non questo e io ero molto felice.”

Giornalista: Sì? Non sembra molto stimolante…

Moussa: “Invece lo è molto. Quando hai sette anni già ti lasciano allontanare dall’accampamento, insegnandoti le cose importanti: a fiutare l’aria, ascoltare, aguzzare la vista, orientarti con il sole e le stelle… E a lasciarti condurre dal cammello, se ti perdi: ti porterà dove c’è acqua.”

Giornalista: Sapere questo è prezioso, senza dubbio…

Moussa: “Lì tutto è semplice e profondo. Ci sono pochissime cose e ognuna ha un enorme valore!”

Giornalista: Quindi questo mondo e quello sono molto diversi, no?

Moussa: “Lì ogni piccola cosa dà gioia. Ogni sfiorarsi è prezioso. Sentiamo una gioia profonda per il semplice fatto di toccarci, di stare insieme! Lì nessuno sogna di diventare, perché ciascuno già è!”

Giornalista: Che cosa l’ha scioccato di più durante il suo primo viaggio in Europa?

Moussa: [...] Nell’hotel Ibis [a Parigi], ho visto il primo rubinetto della mia vita: ho visto scorrere l’acqua… e mi è venuta voglia di piangere.”

Giornalista: Che abbondanza, che spreco, no? [...]

Moussa: “Sì. All’inizio degli anni ’90, c’è stata una grande siccità [in Azawad], sono morti gli animali, ci siamo ammalati… Io avrò avuto dodici anni e mia madre è morta… Lei era tutto per me! Mi raccontava le storie e mi ha insegnato a sua volta a raccontarle. Mi ha insegnato ad essere me stesso."

Giornalista: Che cosa è successo alla sua famiglia?

Moussa: “Ho convinto mio padre a lasciarmi andare a scuola. Quasi ogni giorno percorrevo a piedi quindici chilometri. Fino a che il maestro non mi ha lasciato un letto per dormire e una signora mi dava da mangiare quando passavo davanti casa sua. Allora ho capito: mia madre mi stava aiutando…”

Giornalista: Da cosa è nata questa passione per la scuola?

Moussa: “Da quando un paio di anni prima era passata per l’accampamento la Parigi-Dakar e a una giornalista cadde un libro dallo zaino. Lo raccolsi e glielo restituii. Me lo regalò e mi parlò di quel libro: Il piccolo principe. E io ho promesso a me stesso che un giorno sarei stato capace di leggerlo.”

Giornalista: E c’è riuscito.

Moussa: “Sì. E fu così che ebbi una borsa di studio per studiare in Francia.”

Giornalista: Un tuareg all’università…!

Moussa: “Ah, quello che mi manca di più qui è il latte della cammella… e il fuoco. E camminare scalzo sulla sabbia calda. E le stelle: lì le guardiamo ogni notte e ogni stella è diversa dall’altra, come ogni capra è diversa dall’altra… qui di notte guardate la televisione.”

Giornalista: Sì. Cos’è che le sembra la cosa peggiore di qui?

Moussa: “Avete tutto, però non vi basta. Vi lamentate. In Francia, passano la vita lamentandosi! Vi legate per tutta una vita a una banca e c’è un’ansia di possedere, una frenesia, una fretta…

Nel deserto non ci sono ingorghi, perché nessuno vuole superare nessuno!”

Giornalista: Mi racconti un momento di intensa felicità nel suo lontano deserto.

Moussa: “Capita ogni giorno, due ore prima del tramonto: diminuisce il caldo e il freddo non è ancora arrivato e uomini e animali tornano lentamente all’accampamento e i loro profili si stagliano su un cielo rosa, azzurro, rosso, giallo, verde…”

Giornalista: Affascinante, e poi?

Moussa: “È un momento magico… Entriamo tutti nella tenda e bolliamo il tè. Seduti, in silenzio, ascoltiamo il rumore del tè che bolle… La calma ci invade tutti: I battiti del cuore si adeguano al ritmo del tè che bolle…”

Giornalista: Che pace…

Moussa: “Qui avete l’orologio, lì abbiamo il tempo”.

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Cari amici lettori, non voglio aggiungere nulla, nel senso che invito Voi che mi leggete a rileggere anche più volte l’intervista realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, al Tuareg Moussa Ag Assarid., e, di conseguenza, riflettere sulla nostra vita, ben lontana da quella raccontata da Moussa. Credo che osservare con occhi nuovi la nostra vita ci faccia davvero bene…

A domani.

 

Mario

 

lunedì, gennaio 19, 2026

LA RISCOPERTA DELL'AGLIO FERMENTATO NEL MIELE, L'ANTICA RICETTA DELLA CIVILTÀ CONTADINA, NATA PER SUPERARE I MALANNI DELL’INVERNO.


Oristano 19 gennaio 2026

Cari amici,

Che L'AGLIO sia noto fin dai tempi più antichi come rimedio naturale antibatterico e antivirale, utilizzato per potenziare il sistema immunitario, è un dato di fatto assodato. Ebbene, nei secoli scorsi, imperante la “Civiltà contadina”, quando le farmacie erano un lusso che pochi potevano permettersi e nelle zone di campagna erano totalmente assenti, le donne di casa utilizzavano l’aglio come medicinale, dato il suo potente potere antibatterico e antivirale. Per meglio utilizzare queste proprietà, avevano scoperto una particolare ricetta che metteva insieme l’aglio ed il miele. Vediamo come.

L'aglio veniva fermentato nel MIELE GREZZO, e questa combinazione costituiva un potente rimedio naturale, potenziando il sistema immunitario, riducendo le infiammazioni e sostenendo la salute digestiva. Questo insieme riusciva a combinare le proprietà dell'allicina con quelle del miele grezzo, risultando così un potente alleato contro i malanni invernali, oltre ad essere anche meno irritante per lo stomaco. Ma proviamo a vedere, insieme, i principali benefici di questo connubio.

Come Supporto Immunitario l’aglio fermentato nel miele aiutava a prevenire e contrastare raffreddori e influenza, mentre, relativamente alle proprietà antimicrobiche, l'azione combinata di aglio e miele creava un potente antisettico naturale. Anche la Salute Intestinale e la Digestione ne beneficiavano: perchè favoriva la crescita di batteri benefici. Inoltre, produceva anche un effetto antiossidante: in quanto capace di proteggere le cellule dallo stress ossidativo e riducendo l'infiammazione. Ne beneficiava anche l’Irritazione gastrica, in quanto la fermentazione rendeva l'aglio più digeribile e riduceva l'alito pesante del 63%. Il suo utilizzo migliorava anche la Salute cardiovascolare: aiutava, infatti, a regolarizzare la pressione e a controllare il colesterolo.

Ebbene, amici, la ricetta dell’aglio al miele, quell’antico rimedio furbo della nonna, ora è stato riscoperto ed ha trovato un interessante gradimento pure oggi ai giorni nostri! Si, amici, appare una ricetta assolutamente da provare, in quanto la preparazione risulta abbastanza semplice, capace di dare un tocco di sapore inaspettato ai cibi. Ecco perché anche oggi, come in passato, la ricetta dell'aglio al miele è sempre un  valido alleato per il nostro sistema immunitario! Vediamo come possiamo prepararla semplicemente a casa.

Ecco come si prepara l'aglio al miele. Basta prendere gli spicchi d'aglio e metterli nel miele, naturalmente con tutte le precauzioni necessarie affinché non si sviluppino spore di botulino, specie in fase di sterilizzazione dei vasetti e in fase di chiusura (per questo le migliori istruzioni da seguire restano quelle dell'apposito documento del Ministero della Salute). In questo modo si avvia la fermentazione: gli spicchi di aglio disperdono il loro succo nel miele, che ne prende i sapori e gli aromi. Servono circa due settimane perché il processo si completi e, se ben preparato e conservato, un vasetto può durare fino a 12 mesi.

Amici, è proprio una ricetta molto facile, che nell'ultimo periodo è tornata di gran moda, e non solo per questioni “culinarie", in quanto è un modo furbo per rinforzare il sistema immunitario messo a dura prova specie nei mesi invernali. Come tutti i cibi fermentati, contiene probiotici e cioè organismi in grado di riequilibrare il microbiota intestinale rinforzando la barriera che tiene i patogeni sotto controllo. Il processo di fermentazione, infatti, amplifica i benefici dei due alimenti, già di per sé considerati antibatterici naturali. L'aglio, in particolare, stimola la produzione di allicina che, oltre ad abbassare la pressione sanguigna, funge da antivirale oltre che da antibatterico. Il miele, oltre ad aiutare a rinforzare il sistema immunitario, svolge azione fluidificante in caso di tosse e raffreddore.

Cari amici, l’aglio fermentato nel miele lo possiamo utilizzare in cucina in vari modi; lo possiamo usare sulle verdure lesse o crude, sulle bruschette con il formaggio a pasta molle, oppure solo sul formaggio, e anche come salsa di accompagnamento delle carni alla brace. E non è tutto. Possiamo sbizzarrirci in mille modi, secondo i nostri gusti! Possiamo addirittura proporre l'aglio a chi non lo ama particolarmente per quel suo sapore acre, dato che il miele lo addolcisce, ma anche una versione alternativa (e senza troppi effetti collaterali per l'alito e la digestione) per chi invece l'aglio lo ama moltissimo. Insomma, aglio e miele sono due prodotti buoni che fanno bene!

A domani.

Mario

domenica, gennaio 18, 2026

ECCO I "MARANZA", GIOVANI ITALIANI DI SECONDA GENERAZIONE, DI ORIGINE NORDAFRICANA, TURBOLENTI E AGGRESSIVI CHE VIVONO PER STRADA.


Oristano 18 gennaio 2026

Cari amici,

I “MARANZA”, secondo l'opinione pubblica corrente, sono giovani dai 9 ai 17 anni, che vivono per strada, destreggiandosi tra furti e piccole rapine; cresciuti in periferia, sono in gran parte di origine nordafricana, diventati "italiani della seconda generazione", esponenti acquisiti, dunque, della nuova società multiculturale italiana. Sono soggetti aggressivi e turbolenti, che mettono in piedi delle aggressive baby gang che stanno diventando sempre più pericolose.

In un’Italia sempre più multiculturale, per molti di loro la strada non è solo un luogo fisico di transito, ma uno spazio da governare, dove esprimere la loro socialità e quel senso di appartenenza, a volte l’unico modo col quale sentirsi presenti e importanti. In molti casi questo bisogno di riconoscimento può sfociare in comportamenti problematici. Il pericoloso fenomeno divide l'opinione pubblica: c’è chi li liquida come teppisti e chi, invece, vi legge il segnale di un disagio giovanile più profondo, fatto di fragilità, precarietà e richiesta di attenzione.

Ma vediamo come è nato il termine "MARANZA", col quale vengono definiti. Questo termine "Maranza" nasce a Milano negli anni Ottanta; si tratta di un tipico linguaggio regionale giovanile, usato ne periferie meneghine. Già Jovanotti nel suo brano Il capo della banda del 1988 diceva: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente; di matti di Maranza e di malati di mente […]”. La parola aveva, dunque, già preso piede e indicava una categoria ben precisa di persone: i ragazzi di strada tamarri, con un look appariscente e un atteggiamento da duri.

L’etimologia di questo neologismo è incerta: per alcuni deriva dal sostantivo "marocchino" unito all'aggettivo "zanza", cioè "furbo" in dialetto milanese); per altri "Maranza" deriva dal termine che nel sud indica la melanzana, usata però in senso dispregiativo. Il sostantivo è sopravvissuto nel lessico giovanile degli anni Novanta e Duemila, ma se prima era legato al mondo della musica dance e ai locali notturni, oggi il “maranzino” ha assunto ulteriori sfumature dense di un nuovo significato, valido ed esteso a livello nazionale, grazie alla forte diffusione dei social e alla moda.

I "Maranza" di oggi, riuniti come detto in baby gang, adottano uno stile di abbigliamento particolare: tute in acetato, occhiali vistosi, maglie del Manchester o del Milan, ai piedi Air Jordan e in testa cappellini, al collo catenine d’oro e ovviamente l’immancabile “borsello”, la borsa a tracolla, preferibilmente con il marchio in bella vista, non importa se reale o tarocco. È un’estetica che mescola moda sportiva, cultura urban e un certo orgoglio per le proprie origini popolari. L’attenzione verso il proprio look non è una novità, in quanto una subcultura per differenziarsi definisce se stessa anche attraverso dei precisi codici estetici e di abbigliamento.

Il loro modo particolare di vestirsi ci fa tornare con la mente nelle mode del passato, quando venivano esibiti look fantasiosi nello stile degli hippie,  dei punk, degli emo e dei goth. Anche oggi al loro particolare modo di vestire si accompagna la predilezione per alcuni generi musicali: la playlist è composta da trap, rap e  drill, un sottogenere trap nato a Chicago nel 2010. Indubbiamente quello dei Maranza è un fenomeno sociale che si basa, quindi, su un senso di appartenenza al gruppo, costruito sul conformismo alle norme e ai codici che lo regolano.

Vivere all’interno di un gruppo significa entrare nell’ottica del differenziarsi, del costruire un modo di “essere diversi”, ovvero distinguersi dalla massa, anche a discapito della propria espressione individuale. Dal punto di vista comportamentale, infatti, il Maranza si muove spesso in gruppo, parla con un tono diretto e a volte aggressivo, utilizzando un lessico colorito e volgare (seppure non sia la norma), ostentando sicurezza con velata arroganza. Con l’avvento dei social, i Maranza si sono fatti conoscere passando dalle periferie fisiche alle piazze digitali. Su TikTok il “Maranza-core” è diventato un genere di video virali, ricchi di coreografie in tuta, auto di lusso, frasi in slang e un’ironia che gioca tra provocazione e auto-parodia, che indica una consapevolezza del fenomeno sociale al quale sanno di appartenere e degli stereotipi in cui si riconoscono.

Cari amici, se il loro modo di differenziarsi, di distinguersi, può essere un modo affascinante per esprimere appartenenza e identità in modo autentico, dall’altro, tale loro forte necessità di visibilità ha generato in coloro che non sono addentro al fenomeno reazioni alquanto avverse: i Maranza sono stati accusati (spesso a ragione...) di promuovere comportamenti antisociali. E spesso, purtroppo, questa è la verità.

A domani.

Mario

sabato, gennaio 17, 2026

VUOI AVERE IL CERVELLO SEMPRE EFFICIENTE? LO DEVI ALLENARE COME UN MUSCOLO! IN QUESTO MODO PUÒ CAMBIARE, REIMPARARE, RIORGANIZZARSI.


Oristano 17 GENNAIO 2026

Cari amici,

Il nostro cervello è un computer straordinario! Le sue capacità non sono statiche, in quanto attraverso l'esercizio fisico regolare, questo allenamento, che possiamo paragonare a quello dei nostri muscoli,  si mantiene giovane, plastico e attivo ad ogni età, preservando le funzioni cognitive e la memoria. È proprio attraverso la NEUROPLASTICITÀ, che esso può affrontare sfide mentali, nuove esperienze (imparare lingue/strumenti) e proprio a seguito dell'esercizio fisico regolare, stimolare la formazione di nuove connessioni sinaptiche.

Una delle studiose che ha cercato più di altre di approfondire per anni questo nostra straordinaria mente è la dottoressa VANESSA BENJUMEA, che ha ascoltato numerosi pazienti e lettori che le hanno raccontato in particolare di sentirsi prigionieri della propria mente. Persone che non riescono a fermare un pensiero negativo, che rivivono conversazioni passate o anticipano scenari che non si verificano. "Perché continuo a rimuginare sulle stesse cose se so che non mi fanno bene?", si chiedevano in molti. Dalla sua doppia prospettiva, quella medica e quella compassionevole, Benjumea ha insistito sul fatto che non si tratti di mancanza di forza di volontà, ma di qualcosa di molto più profondo: il modo in cui funziona il cervello. E una cosa è stata rilevata abbastanza chiara: è necessario allenare il nostro cervello come i nostri muscoli.

Il suo lavoro come neurologa, unito alla sua formazione in mindfulness, le ha consentito di comprendere che la mente è, letteralmente, modellabile. "La neuroplasticità è la base su cui si fondano tutte le strategie che ci aiutano a hackerare la nostra mente e modificare i modelli di pensiero", ha spiegato. La neuroplasticità prima accennata, altro non è che la capacità del nostro cervello di creare nuove connessioni neuronali lungo tutto l’arco della vita. Vale a dire, la nostra mente non è "fissa": può cambiare, reimparare, riorganizzarsi.

"E così come esiste anche una neuroplasticità negativa – spiega meglio la dottoressa VANESSA BENJUMEA -  perché quanto più ruminiamo un pensiero o quanto più ci lamentiamo, tanto più rafforziamo quelle reti neuronali del malessere, esiste anche una neuroplasticità positiva, che ci permette di creare nuovi neuroni e connessioni neuronali nei circuiti di regolazione emotiva, di attenzione consapevole e del flusso di pensiero normale".

La Benjumea paragona questo processo all’allenamento dei muscoli. Quanto più si ripete un movimento, tanto più forte diventa. E lo stesso accade con i pensieri. Ogni volta che una persona si lamenta, giudica o ripete un pensiero intrusivo, rafforza le connessioni neuronali che lo sostengono. Ma avviene anche il contrario: è possibile indebolire quei circuiti e rafforzarne altri più salutari. La studiosa paragona questo processo, come detto prima, all’allenamento dei muscoli. Se è vero che ogni volta che ci lamentiamo, giudichiamo o ripetiamo un pensiero intrusivo, rafforziamo le nostre connessioni neuronali, può succedere anche il contrario: è possibile indebolire quei circuiti e rafforzarne altri più salutari.

Questo approfondito studio effettuato su basi scientifiche è stato riportato in un suo interessante libro: 'MENTE CALMA', un libro che è anche un "kit di pronto soccorso" per quando i loop mentali diventano insopportabili. La sua proposta combina il rigore della neurologia con strumenti di attenzione piena e autocompassione. Non promette di eliminare i pensieri negativi, perché questo sarebbe impossibile, bensì di cambiare la relazione che manteniamo con essi.

Cari amici, questa grande studiosa sostiene che pensare meglio non significa pensare meno, ma farlo in modo più consapevole. L’obiettivo è che la mente lavori a nostro favore e non contro di noi. Quelle pause necessarie per eliminare le negatività, aggiunge, non nascono dall’oggi al domani. Richiedono una pratica costante: fermarsi prima di rispondere a un messaggio impulsivo, respirare quando compare l’ansia o semplicemente riconoscere che siamo intrappolati in una catena di pensieri negativi. Ecco, cari lettori, come è flessibile la nostra mente, e... di cosa è capace!

A domani.

Mario

 

venerdì, gennaio 16, 2026

LA COLLABORAZIONE TRA GENERAZIONI: IL DIFFICILE RUOLO DEI NONNI. DI NORMA MOLTO UTILI AI FIGLI, SONO SPESSO FONTE DI CRITICITÀ SULLA SALUTE DEI NIPOTINI.


Oristano 16 gennaio 2026

Cari amici,

Un recente studio, pubblicato su una rivista scientifica di economia sanitaria in Germania, ha esaminato l’impatto della collaborazione e della cura che i nonni apportano in famiglia, relativamente alla crescita dei figli dei loro figli, ovvero dei nipotini. La ricerca ha analizzato i dati di oltre 11 mila bambini e quasi 9 mila genitori in diverse zone della Germania. I dati sono stati raccolti attraverso un’indagine longitudinale, rappresentativa sulle dinamiche familiari. L’aiuto dei nonni nella gestione dei figli piccoli – ha confermato la ricerca – è indubbiamente un sostegno importante per molte famiglie.

I ricercatori, per valutare in modo preciso gli effetti della “Cura dei nonni”, hanno adottato un metodo innovativo: come chiave di lettura è stata adottata “la distanza geografica tra genitori e nonni”, in modo da poter distinguere tra le famiglie che possono contare su un supporto costante, è quelle che, invece, non ne hanno la possibilità. I risultati hanno evidenziato dei benefici evidenti per i genitori. Le madri che ricevono un aiuto costante dai nonni dichiarano livelli più alti di soddisfazione personale.

Per queste madri è stato rilevato un aumento dell’11% nella percezione e dell’utilizzo del tempo libero, e del 9% nella valutazione della gestione e della cura dei figli. Anche i padri hanno registrato effetti positivi: in particolare un incremento del 19% nella soddisfazione legata all’organizzazione dell’assistenza ai bambini. Secondo Elena Ziege, ricercatrice dell’Istituto federale per la ricerca demografica di Wiesbaden e autrice principale dello studio, questi dati confermano che la presenza attiva dei nonni rappresenta un elemento centrale negli equilibri familiari e produce vantaggi concreti per i genitori di bambini in età prescolare.

Non tutti gli effetti dell’aiuto dei nonni, però, producono positività. Ad esempio, gli effetti sulla salute dei bambini, hanno evidenziato anche alcune lacune e diverse criticità. Si, sul fronte della salute infantile, i bambini accuditi con maggiore frequenza dai nonni mostravano, in media, indicatori di salute leggermente peggiori rispetto ai coetanei inseriti in contesti educativi strutturati. Questo effetto risultava più marcato nei maschi e nei bambini che frequentavano la scuola primaria.

In dettaglio,  l’indagine ha messo in luce un aumento dell’8% dei problemi di salute tra i minori sotto gli 11 anni seguiti regolarmente dai nonni. Secondo gli autori, la spiegazione potrebbe risiedere nelle differenze tra le attività svolte: i programmi scolastici pomeridiani prevedono spesso sport, movimento all’aperto, supporto allo studio e attività creative, mentre la cura dei nonni tende a concentrarsi maggiormente su attività domestiche e meno dinamiche. Non a caso, la ricerca ha rilevato che i bambini assistiti dai nonni risultavano anche meno propensi a frequentare asili o scuole a tempo pieno, riducendo così l’esposizione a contesti educativi più strutturati.

Amici, come accennato prima, i ricercatori che hanno effettuato lo studio, per garantire risultati solidi,  hanno applicato un approccio con variabile strumentale, pensato per superare i limiti legati alla scelta non casuale del tipo di cura. La distanza fisica tra famiglie e nonni ha permesso di isolare l’effetto causale dell’assistenza familiare su benessere e salute. Circa il 69% delle famiglie analizzate vive a meno di mezz’ora da almeno un nonno, e questo dato ha reso possibile un confronto statisticamente robusto. Sono state inoltre condotte diverse verifiche di controllo per escludere comportamenti strategici, confermando che né genitori né nonni tendono a trasferirsi in prossimità della nascita dei figli per facilitare la cura. Gli autori sottolineano che si tratta della prima evidenza causale sugli effetti complessivi della cura dei nonni sulla salute dei bambini, offrendo spunti utili per il dibattito sulle politiche familiari, soprattutto nei Paesi dotati di sistemi di asili pubblici già ben sviluppati.

Cari amici, credo che la collaborazione tra generazioni sia non solo utile ma indispensabile.  I nonni che si occupano dei nipoti rappresentano generalmente un bene prezioso, offrendo anche supporto emotivo, pratico e di stabilità ai bambini. Essi trasmettono valori e tradizioni, fungendo da rifugio sicuro. Certo, c’è anche il rischio è un'eccessiva ingerenza educativa, ma con opportuni interventi da parte dei genitori, la collaborazione genitori-nonni è un sicuro arricchimento per la crescita del bambino.

A domani.

Mario