lunedì, aprile 13, 2026

LONGEVITÀ E ISTRUZIONE: CHI STUDIA, CHI HA PIÙ CULTURA È DESTINATO A VIVERE PIÙ A LUNGO. PER GLI STUDIOSI ESISTE UNA CHIARA RELAZIONE TRA IL LIVELLO DI ISTRUZIONE E L'ASPETTATIVA DI VITA.


Oristano 13 aprile 2026

Cari amici,

Una recente ricerca, che ha analizzato, tra l’altro, anche i dati dell'Osservatorio sulla Salute e studi della Bocconi, ha evidenziato che c’è una interessante, maggiore “Aspettativa di vita”, per quelli che hanno un titolo di studio superiore o una laurea. Si, chi ha maggiore cultura può vivere considerevolmente più a lungo, rispetto a chi si ferma alla licenza elementare o media. Gli studi indicano una differenza che può arrivare a circa 5,5 - 7,6 anni in più per i laureati rispetto a chi ha la sola licenza media. Questo, possibile allungo di vita, non è legato direttamente alla cultura, ma agisce tramite diversi fattori intermedi. Vediamoli.

Il valore della cultura. Entrando nei dettagli, si rileva che questi 5/7 anni di speranza di vita in più, in particolare per i maschi (per le femmine sono circa tre anni), confermano il valore della laurea rispetto alla licenza elementare o all’assenza di titolo di studio. Amici, è dal 1974, quindi da circa 40 anni,  che in tutto l’Occidente la vita si è costantemente allungata, grazie soprattutto alla diminuzione della mortalità nella fascia di età “Over 65”. Fra il 1974 e il 2014, in Italia la vita media è cresciuta di 10,7 anni per gli uomini e di 9,3 anni per le donne. Da qui il grande incremento della popolazione anziana, con le sue esigenze e la necessità di mettere mano alle regole del sistema pensionistico.

Ci si chiede: Ma in che modo la cultura contribuisce ad allungare la vita? I fattori interessati sono molteplici. Innanzitutto nel Lavoro: Chi ha un titolo di studio più elevato solitamente svolge lavori meno usuranti fisicamente e meno pericolosi; Lo Stile di vita: I laureati tendono ad adottare stili di vita più sani (meno fumo, migliore alimentazione, maggiore attività fisica); Accesso alle cure: Un livello di istruzione maggiore è correlato, spesso, con una maggiore consapevolezza della salute e un migliore accesso alle cure. Infine Povertà: Il basso livello di istruzione è spesso legato a condizioni socio-economiche più fragili, che di per sé accorciano la vita. E ci sono anche altri fattori che contribuiscono, che aiutano ad allungare la vita.

Amici, le persone con una buona preparazione culturale sono anche socialmente attive, ovvero disponibili alla “Partecipazione Culturale e Socializzazione”; frequentare musei, teatri, cinema, concerti o leggere libri regolarmente, consente di tenere la mente ben allenata, tutti vantaggi associati ad una vita più lunga; La maggiore cultura consente anche la Riduzione del declino cognitivo: Attività intellettuali come la lettura, l'apprendimento di nuove abilità o il gioco (carte, giochi da tavolo) aiutano a preservare le funzioni cognitive, riducendo il rischio di demenza e declino cognitivo; una maggiore cultura porta anche ad una maggiore Salute psicofisica: la cultura agisce come fattore preventivo, riducendo lo stress, migliorando il benessere psicologico e, di conseguenza, rafforzando le difese immunitarie.

La cultura, cari lettori, è il bene più prezioso che abbiamo e non è in vendita. L’arte, l’intelligenza, la cultura, come l’amore, non possono essere in vendita, perché, se lo dovessero diventare, se dovessero venire giudicate soltanto in base alla loro convertibilità in denaro, la cultura da fine diventerebbe un mezzo! Essa contribuisce a maturare in noi la resilienza, ci aiuta a mantenere un cervello attivo e favorisce uno stile di vita più sano e connesso, aumentando, conseguentemente, la durata della vita.

Ovviamente non c’è una spiegazione scientifica di questo fenomeno, anche perché l’ISTAT non ha ancora pubblicato i dati dettagliati per le cause di morte. «La maggiore discriminazione degli uomini rispetto alle donne potrebbe, invece, indicare che le differenze siano dovute, almeno in parte, alle diversità occupazionali – come spiega su Neodemos.info Gianpiero Della Zuanna, ordinario di Demografia presso il Dipartimento di scienze statistiche dell’Università degli Studi di Padova ed ex consulente del Ministero per le Politiche per la famiglia.

Cari amici, con grande sincerità debbo dirvi che indubbiamente questa ricerca mi ha impressionato non poco! Sono sempre stato convinto che la cultura è quello straordinario strumento che consente all’uomo di vivere nella “CONOSCENZA”, di decidere senza condizionamenti, ovvero di non prendere, sempre e comunque, quanto propinato dagli altri, a prescindere dal gradimento, quindi di vivere decidendo sempre del proprio destino! Avere una buona cultura significa non entrare a far parte di un “Gregge eterodiretto”, governato - senza se e senza ma - da persone che vogliono decidere per noi! La cultura è vita!

A domani.

Mario

domenica, aprile 12, 2026

LA MANIOCA, (MANIHOT ESCULENTA): UN ARBUSTO CON CUI SI FA UN PANE STRAORDINARIO...ANZI ETERNO! IN INDONESIA I CONTADINI USANO I SUOI RAMI COME RECINZIONE E FONTE ALIMENTARE.


Oristano 12 aprile 2026

Cari amici,

La MANIOCA (Manihot esculenta) è un arbusto della famiglia delle Euphorbiaceae, molto diffuso nei paesi dell’America spagnola e degli Stati Uniti. La manioca è ampiamente coltivata a cicli annuali nelle regioni tropicali e subtropicali del pianeta per la sua radice tuberosa commestibile, dove costituisce una delle principali fonti di carboidrati. La radice della manioca è lunga e affusolata, con una polpa soda e omogenea, racchiusa in una scorza legnosa di colore marrone. La manioca è classificata in due macrocategorie, dolce e amara. In particolar modo quest’ultima, come altre radici e tuberi, contiene tossine (cianuro) che le impongono di essere adeguatamente preparata prima del consumo per liberarne i soli effetti benefici.

Di origini antichissime, quest'arbusto è considerato il progenitore della manioca alimentare, in precedenza concentrato nell’Amazzonia centro occidentale; la sua coltivazione è iniziata oltre 10.000 anni fa, proprio negli attuali Paesi limitrofi: Brasile, Bolivia Paraguay, Colombia e Perù. A dimostrazione dell’enorme importanza nutrizionale di questa radice a tubero, si trovano affascinanti resti di ceramiche, tessuti e monumenti funebri delle civiltà Nazca, Moche e Paracas. Venne coltivata anche nell’attuale Colombia dalle civiltà dei Muisca e Tegua, dove questa civiltà era famosa per le abilità di ricavare medicinali dalle piante. La coltivazione della manioca si estese velocemente in tutta l’America latina, entrando a pieno titolo anche nella cultura Maya, mentre nei Paesi caraibici fu coniato per lei il termine Yuca.

Amici, considerato anche un basso fabbisogno idrico, ad oggi la manioca è coltivata in tutta la fascia tropicale del pianeta e rappresenta una delle principali fonti di carboidrati per oltre un miliardo di persone nel mondo. Sin dall’antichità è molto sfruttata per la produzione di una sostanza farinosa dalla quale si ricava una moltitudine di prodotti sostituti del pane, oltre che la tapioca. La manioca è una fonte qualitativa di energia ed ha un generale effetto ricostituente. Grazie alla presenza di amminoacidi come la lisina, leucina, valina e arginina svolge un’importante azione protettiva e di riparazione dei tessuti del corpo. Inoltre, grazie alla buona presenza di saponine e di fibre alimentari, questa radice ha un effetto significativo sull’abbassamento dei livelli di colesterolo agendo direttamente sulle lipoproteine a bassa densità (LDL o colesterolo “cattivo”) e sui livelli dei trigliceridi nel sangue.

Ebbene, considerata la sua grande importanza alimentare, in diverse parti del mondo, e in particolare in Indonesia, i contadini utilizzano le piante di manioca in modo alquanto intelligente e produttivo. Nel costruire le recinzioni necessarie per proteggere i terreni, anziché usare i soliti pali, usano proprio i rami di manioca. Preparati i numerosi rami necessari, viene costruita una rete fitta che crea una barriera bella solida. I rami così conficcati in realtà sono delle talee che, a contatto con il terreno presto germogliano, facendo nascere una bella rete di nuove piante!

Si, oltre che una solida barriera per proteggere i campi e le coltivazioni in essi contenute, la recinzione “VIVA” produce nuovo cibo ovvero nuovi tuberi edibili! Insomma la recinzione riesce, allo stesso tempo, a fornire protezione e anche essere una fonte di reddito e cibo. Un gran bel vantaggio, dunque, una soluzione alquanto sostenibile, che, sfruttando la versatilità della pianta protegge e produce tuberi edibili. Questa tecnica è un esempio di agricoltura funzionale ed efficiente, che integra la protezione delle colture con la produzione alimentare.

Cari amici, se è proprio vero che in natura c’è tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per raggiungere al meglio i traguardi, è l’intelligenza dell’uomo che amplifica e moltiplica ciò che la natura ha creato e mette a disposizione! È, dunque sempre valido il detto “AIUTATI CHE DIO TI AIUTA”!

A domani.

Mario

sabato, aprile 11, 2026

LA NOSTRA MENTE E LA “RISERVATEZZA”. PER MOLTI MANTENERE UN SEGRETO, SPESSO NON È PROPRIO FACILE! LA PSICOLOGIA SPIEGA I MOTIVI.


Oristano 11 aprile 2026

Cari amici,

Chissà quante volte un amico, prima di rivelarci “un segreto” ci ha fatto giurare sulla nostra riservatezza, chiedendoci fortemente di non dirlo a nessuno! Di certo abbiamo aderito, ma promettere di tacere in realtà non è così semplice come può apparire! Si, dal primo momento la nostra mente inizia a rimuginare l’informazione ricevuta, tornandoci sopra in continuazione. È la psicologia a farci scoprire che mantenere un segreto non è solo una questione di discrezione. La vera sfida risiede principalmente nel nostro mondo interiore. Vediamo meglio perché.

Nella nostra mente “Mantenere un segreto” è un'esperienza psicologicamente faticosa, che crea un notevole "carico cognitivo" ed emotivo. La ricerca psicologica, in particolare gli studi del dottor Michael Slepian, spiegano che la difficoltà non sta tanto nel nascondere il segreto attivamente, quanto nel fatto che la nostra mente tende a ritornarvi sopra frequentemente. Una volta che la nostra mente è in possesso di un segreto, essa continua a rimuginarlo Questo continuo "vagabondaggio mentale" (o rimuginio) provoca stress, ansia e stanchezza, molto più della necessità di nascondere attivamente l'informazione nelle conversazioni quotidiane.

Questo "peso psicologico” influisce sulla nostra capacità di concentrazione sugli altri problemi, creando una sensazione di stanchezza emotiva. Tenere un segreto limita la nostra capacità di agire naturalmente, portando ad una sensazione di inautenticità. Ci si sente meno "se stessi" con gli altri, il che può generare sentimenti di isolamento, solitudine e vergogna. La realtà è che gli esseri umani sono “individui sociali”, e questo li porta a cercare la condivisione. Il segreto contrasta con il nostro bisogno fondamentale di connetterci e ricevere supporto, creando un conflitto interiore. In sintesi, la psicologia spiega che i segreti ci fanno stare male non tanto perché li nascondiamo, ma perché il nostro pensiero li rimugina in continuazione, facendoci pensare troppo.

Amici, La ricerca dello psicologo Michael Slepian, professore alla Columbia Business School, dimostra che la nostra mente pensa ai nostri segreti molto più spesso di quanto effettivamente cerchiamo di tenerli nascosti. Il lavoro di ricerca svolto dallo psicologo Michael Slepian e dai suoi colleghi suggerisce inoltre che la frequenza con cui si pensa a un segreto può influenzare il benessere generale. I partecipanti alla ricerca hanno dichiarato di pensarci spesso, e come conseguenza tendevano a percepire il proprio benessere come un po' più fragile. Questo non significa che un segreto renda necessariamente infelici, ma crea, comunque, un impatto maggiore, con il conseguente aumento del peso mentale associato ai pensieri ripetitivi.

Tornando poi, al problema dell’essere “individui sociali”, avvezzi alla “condivisione”, un altro fattore entra in gioco: l'autenticità. Quando teniamo per noi informazioni importanti, può crearsi una leggera discrepanza tra ciò che sappiamo e ciò che condividiamo con gli altri. Se diamo valore alla sincerità nelle nostre relazioni, questo silenzio a volte può creare un disagio interiore. Anche la natura del segreto gioca un ruolo importante. Molti segreti riguardano questioni delicate: errori personali, difficoltà finanziarie, tensioni relazionali o situazioni di cui si prova poco orgoglio. Questo contenuto può alimentare sensi di colpa o ansia, che a loro volta rafforzano la ruminazione.

In realtà anche i segreti più felici possono essere difficili da mantenere. Una sorpresa, un progetto entusiasmante o un grande annuncio all'orizzonte spesso creano un'intensa eccitazione. Il desiderio di condividere la propria gioia può quindi entrare in conflitto con la promessa di discrezione. Questo paradosso spiega perché potremmo provare allo stesso tempo orgoglio nell'essere a conoscenza del segreto... ma anche un po' di pressione interiore.

Cari amici, la chiave per gestire al meglio un segreto non risiede necessariamente nella nostra forza di volontà, ma nel modo in cui dovremmo gestire i nostri pensieri. Riconoscere che un segreto attraversa la mente è normale: l'obiettivo principale è evitare di rimanere bloccati nella rimuginazione. In definitiva, la psicologia ci ricorda qualcosa di essenziale: mantenere un segreto non significa solo tacere: significa anche imparare a lasciare che le informazioni risiedano nella nostra mente... senza lasciarci travolgere!

A domani.

Mario

 

venerdì, aprile 10, 2026

IL PREZZO NASCOSTO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL NOSTRO CERVELLO, CON L'ECCESSIVO UTILIZZO DELL'A.I., DIMINUISCE LE SUE CAPACITÀ DI RICERCA, RALLENTANDO L'ATTIVAZIONE DELLE RETI NEURONALI.


Oristano 10 aprile 2026

Cari amici,

Che l’Intelligenza Artificiale, da tanti di noi, venga vista come una novella “LAMPADA DI ALADINO”, è, purtroppo, un cruda realtà. La formazione scolastica attuale vede la gran parte degli studenti utilizzare l'intelligenza artificiale (IA) nello studio, e questo sta sollevando importanti interrogativi sul futuro delle capacità cognitive umane, con l'evidente, crescente rischio di "atrofia cognitiva" o "debito cognitivo"; il pericolo aumenta se l'uso dell’I.A. non è limitato, ovvero equilibrato. Studi recenti indicano che, quando l'I.A. viene utilizzata come “sostituto del pensiero” piuttosto che come “supporto”, il cervello tende a ridurre il proprio impegno cognitivo.

Amici, questa crescente “Delega cognitiva” data all’intelligenza artificiale solleva, però, una domanda cruciale: continuando di questo passo, qual sarà, davvero, il prezzo nascosto da pagare per un totale utilizzo dell'IA? Su questo serio problema ci sono già diversi studi che intendono accertare "a quale prezzo" pagheremo questa forte delega in bianco data all'IA. Già nel 2024 il Massachusetts Institute of Technology (MIT) pubblicò uno studio in merito. I ricercatori osservarono l’attività cerebrale di 54 studenti universitari, provenienti dal MIT e da atenei limitrofi, mentre scrivevano brevi saggi. Alcuni utilizzavano ChatGPT come supporto, altri no.

Attraverso l’elettroencefalogramma (EEG), una tecnica che misura l’attività elettrica del cervello tramite elettrodi applicati sul cuoio capelluto, gli studiosi rilevarono un dato significativo: chi si affidava all’IA mostrava una minore attivazione delle reti neuronali associate all’elaborazione cognitiva profonda. Non solo: questi studenti faticavano di più a citare o ricordare parti del proprio elaborato rispetto a chi aveva scritto senza assistenza artificiale. Secondo gli autori, il risultato evidenzia “l’urgenza di indagare un possibile indebolimento delle capacità di apprendimento” quando l’IA viene usata in modo sostitutivo e non complementare.

Risultati simili sono emersi da una ricerca congiunta della Carnegie Mellon University e di Microsoft, pubblicata nello stesso periodo. In questo caso, il campione comprendeva 319 lavoratori del settore impiegatizio che utilizzavano strumenti di IA generativa almeno una volta a settimana. Analizzando oltre 900 attività affidate all’IA – dalla ricerca di insight nei dati alla verifica del rispetto di regole e criteri – i ricercatori hanno osservato una correlazione chiara: quando le persone erano convinte che l’IA “sapesse fare”, tendevano a controllare meno, riflettere meno e intervenire meno. Lo studio è arrivato alla conclusione che, anche se da un lato l’IA può aumentare l’efficienza, dall’altro rischia di favorire una dipendenza a lungo termine, riducendo la capacità umana di risolvere problemi in modo autonomo.

Il tema, in ambito scolastico, risulta particolarmente delicato. Un’indagine pubblicata nell’ottobre 2024 dalla Oxford University Press ha coinvolto studenti delle scuole britanniche: sei su dieci hanno dichiarato che l’uso dell’IA ha avuto un impatto negativo.  Secondo la dottoressa Alexandra Tomescu, specialista di IA generativa presso l’O.U.P. e coautrice dello studio, il 90% degli studenti afferma che l’IA li ha aiutati a sviluppare almeno una competenza, come la capacità di risolvere problemi, la creatività o la revisione dei contenuti. Allo stesso tempo, circa un quarto degli intervistati riconosce che l’IA rende “troppo facile” svolgere i compiti. “È una situazione complessa e sfaccettata”, ha spiegato la Tomescu alla Bbc. “Molti studenti non chiedono di usare meno l’IA, ma di essere guidati meglio su come usarla”.

Cari amici, il problema è davvero serio e prima di dare ampia delega all’uso dell’I.A., bisognerebbe riflettere con grande attenzione: ne va del futuro delle nostre capacità cognitive! Anche il professor Wayne Holmes è convinto che non basti limitarsi ad un uso “consapevole”; il dottor Wayne Holmes, docente all’University College London e studioso dei rapporti tra I.A. ed educazione, invita alla prudenza. Secondo lui, mancano ancora prove indipendenti su larga scala che dimostrino l’efficacia e la sicurezza dell’IA nei processi educativi. La prudenza, a pensarci bene, non è mai troppa!

A domani.

Mario

 

giovedì, aprile 09, 2026

IL LINGUAGGIO DEL CORPO. LE GAMBE: L'ABITUDINE E IL MODO DI MUOVERLE O ACCAVALLARLE, QUALI SEGNALI, QUALI MESSAGGI VOGLIONO INVIARCI?


Oristano 9 aprile 2026

Cari amici,

La specie umana non comunica solo con le parole ma con tutto il corpo. Si, la comunicazione non è solo verbale, ma c’è un modo quasi infinito di comunicare agli altri quello che sentiamo. Il linguaggio del corpo risulta molto importante ed è necessario conoscerlo! Nel post di oggi voglio parlare con Voi, amici lettori, del movimento delle gambe, ovvero cercare di capire cosa vogliamo comunicare, con quali intenzioni le muoviamo, spesso in modo anche più convincente dell’espressione di viso e braccia.

Le gambe, amici, sono simbolicamente associate al movimento, all'azione e alla capacità di andare avanti nella vita. Muoverle, soprattutto ritmicamente e con insistenza, può riflettere un conflitto interiore più profondo di quanto sembri. Nei momenti in cui vogliamo cambiare la situazione, iniziare un progetto o prendere una decisione, ma dei timori ci trattengono, la nostra mente oscilla, riflette; ed è allora che le gambe iniziano a fare quei movimenti necessari a scaricare la tensione, l’irrequietezza, le nostre paure.

Per esempio, “far oscillare la gamba”, appare un gesto apparentemente innocuo, che molti di noi compiono senza nemmeno rendersene conto, se fatto in modo ripetitivo; in realtà non è così innocente come potrebbe sembrare. Il nostro corpo, spesso, trasmette messaggi sottili attraverso di esso, rivelando il nostro stato emotivo. Questo movimento, infatti, evidenzia la nostra “impazienza o tensione nascosta”, in quanto il dondolare le gambe è spesso il modo in cui il corpo gestisce un'eccessiva tensione interna. Questo dondolio, in realtà è una “valvola di sfogo”, una micro-fuga silenziosa quando stress, noia o frustrazione diventano eccessivi. È un modo particolare in cui il corpo cerca di liberare l'energia repressa.

È la psicologia a spiegarci che questo fenomeno è ritenuto un meccanismo di autoregolazione, ovvero che Il sistema nervoso, sovraccarico, utilizza questo gesto ripetitivo per dissipare parte della pressione accumulata, in quanto non sempre la persona riesce a esprimere l'agitazione con le parole, quindi il corpo utilizza altri sistemi. Succede, per esempio, quando aspettiamo una risposta importante, quando ci troviamo in un ambiente scomodo, e allora la nostra gamba diventa l'ambasciatrice delle nostre emozioni. È una strategia intelligente, a volte persino inconscia, per rimanere funzionale nonostante la tensione.

La nostra posizione a “Gambe aperte”, con i piedi puntati verso l'interlocutore, indica, invece, una certa apertura e interesse verso l’altro, mentre se teniamo le gambe incrociate, i piedi rivolti verso l'uscita o movimenti nervosi, è un segnale di chiusura, di insicurezza, oppure il nostro desiderio di andarcene. I movimenti delle gambe, in realtà, non sono semplicemente un segno di stress o esitazione, ma un prezioso segnale del nostro corpo per attirare l’attenzione. È un invito a riconcentrarci, a riconoscere i nostri limiti e a prenderti cura di noi.

Se teniamo le “Gambe incrociate” (seduti o in piedi), queste indicano chiusura, protezione, insicurezza o disaccordo. Le “Gambe/piedi” che dondolano o si muovono nervosamente: Segno di stress, ansia, agitazione o impazienza. Piedi "bloccati" (sotto la sedia): Indicano un atteggiamento difensivo o riservato. Anche Tenere le “Caviglie incrociate” è un segno associato a un atteggiamento difensivo. Dondolare o fare il "pendolo" (in piedi): Indica insicurezza o tentativo di scaricare l'ansia. Se, invece, teniamo le Ginocchia a contatto con un’altra persona, ciò sta ad indicare intimità e affinità.

Cari amici, comprendere perfettamente il nostro corpo significa essere consapevoli dei segnali che invia, per cui aprire la nostra mente ai segnali inviatici significa aprire le porte a una migliore comprensione della globalità e capacità del nostro corpo. In definitiva, imparare ad ascoltare questi messaggi sottili inviatici, è un passo verso il raggiungimento di una maggiore armonia interiore. Cari lettori, se da oggi in poi, quando le nostre gambe inizieranno a muoversi da sole, saremo capaci di ascoltarle con un pizzico di curiosità in più, capiremo meglio ciò che vogliono comunicarci!

A domani.

Mario

 

mercoledì, aprile 08, 2026

SARDEGNA E TURISMO: FORESTE APERTE IN PRIMAVERA. IL PARCO DI TEPILORA, IN APRILE, APRE A ESCURSIONI, LABORATORI ESPERIENZIALI, TRADIZIONI, SPORT, INTRATTENIMENTO.


Oristano 8 aprile 2026

Cari amici,

La SARDEGNA, nonostante l'espoliazione violenta delle foreste subita nei secoli scorsi, ha ancora un ricco patrimonio boschivo. Uno dei meravigliosi luoghi ameni, ricco di boschi, è il Parco Naturale Regionale di Tepilora, ideale per essere frequentato nei giorni riscaldati dal primo tepore primaverile. Ricco di oltre 8.000 ettari di boschi incontaminati, sentieri e corsi d'acqua, il parco si estende tra Bitti, Lodè, Posada e Torpè. La primavera, periodo che predispone al meraviglioso risveglio della natura, è un momento ideale che consente al visitatore una fruizione davvero eccezionale!

Ebbene, proprio in quest’ottica i responsabili del parco hanno creato l’evento "Foreste Aperte", finanziato dalla Regione Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna, con l’organizzazione della Cooperativa Istelai in collaborazione con i quattro Centri di educazione ambientale e alla sostenibilità (CEAS), Agenzia Forestas, associazioni culturali, sportive, del sociale e altrettanti operatori privati del territorio, con le compagnie barracellari e le diverse strutture comunali. Arrivato alla quinta edizione, l'evento “Foreste aperte” nel Parco di Tepilora ha in programma quest'anno quattro appuntamenti, che faranno tappa nei territori dei comuni dell’area protetta a iniziare da sabato 11 aprile con Lodè; il giorno dopo, domenica 12, sarà la volta di Bitti e poi Torpè il 19 e Posada il 25.

La rassegna 2026 mette sul piatto offerte importanti, pensate per i visitatori, sia locali che in arrivo da tutta la Sardegna, con i collaudati punti di forza delle escursioni guidate, uso dei kayak sul Rio Posada e laboratori nei boschi di Crastazza e Sos Littos. Insomma Foreste Aperte nel programma 2026 è ricco di straordinarie immersioni nella natura, e dei ricchi laboratori esperienziali. Arricchiscono il programma la storia e l’archeologia, le tradizioni e lo sport, l’artigianato e l’agroalimentare, l’intrattenimento e numerosi momenti musicali.

Amici, indubbiamente è un programma straordinario, ricco di iniziative capaci di soddisfare gli interessi di famiglie, ragazzi, adulti e amanti di una socialità vissuta all’aria aperta, tra luoghi incantati e ricchi di biodiversità mediterranee che si potranno scoprire, spaziando dai boschi degli altopiani dell’alta Barbagia fino alle zone umide del litorale tirrenico della Baronia, navigando idealmente verso valle lungo il corso del Rio Posada. Il Parco si potrà visitare a piedi o in bicicletta, in quad o a cavallo, in kayak o in trenino. Chi partecipa, ovviamente, è invitato a indossare un abbigliamento idoneo e a informarsi sulle caratteristiche tecniche delle escursioni.

Il nuovo Presidente del Parco Naturale Regionale di Tepilora è Martino Sanna, sindaco di Torpè. Ecco una sua recente dichiarazione. “Foreste Aperte si conferma uno degli appuntamenti di maggior rilievo per i territori e le comunità della nostra area protetta. Un punto di riferimento per tutta la Sardegna, e non solo, che ama immergersi nella natura e fare lunghe passeggiate”. Queste le parole del Presidente del Parco, Martino Sanna, che ha aggiunto: “Come da tradizione, ormai collaudata negli anni, puntiamo nel valorizzare le bellezze ambientali e la straordinaria biodiversità, la cultura e la storia, passando per l’agroalimentare e l’artigianato. Un’offerta caratterizzata da quel turismo lento ed esperienziale, dove il valore dello stare assieme diventa il collante più genuino delle nostre quattro giornate. Ogni edizione ci serve per migliorare qualcosa, anche grazie ai suggerimenti e alle idee che raccogliamo dialogando con le comitive e le famiglie, con i tanti visitatori che ci raggiungono per conoscere e assaporare nuove cose”.

Cari amici, considero “Foreste Aperte”, un’iniziativa validissima, capace di far conoscere la Sardegna ai tanti sardi che poco la conoscono, limitandosi a visitare le nostre belle coste. Molti di noi, invece, dovrebbero conoscere la Sardegna dell’interno, che custodisce bellezze e tradizioni straordinarie. Per chi vuole partecipare, tutte le informazioni e gli aggiornamenti sulle prossime giornate prima indicate, si possono trovare consultando il sito www.parcoditepilora.it e i canali Facebook e Instagram del Parco. Per informazioni più dettagliate e per prenotare alcune attività, su cui è richiesta l’iscrizione obbligatoria, si possono chiamare i numeri: 3468900338 (Lodè); 3332371759 (Bitti); 3395852515 (Torpè); 3773059522 (Posada).

Nell’invitarvi a partecipare, Vi saluto con il mio classico “A domani”.

Mario

 

martedì, aprile 07, 2026

SIAMO SICURI CHE È NEL POSSEDERE TANTI SOLDI IL SEGRETO DELLA FELICITÀ? PER ESSERE FELICI I SOLDI NON BASTANO! VEDIAMO PERCHÉ.


Oristano 7 aprile 2026

Cari amici,

Il detto che “SONO I SOLDI A FARE LA FELICITÀ”, ovvero l'esistenza dello stretto legame tra denaro e felicità, è in effetti una realtà alquanto antica, ma col passare del tempo, il proverbio ha perso la sua efficacia. Considerato lo stile di vita a cui l’uomo è arrivato in questo Millennio tecnologico, studi recenti suggeriscono che, seppure i soldi consentano di vivere la vita in modo più facile, il denaro, per quanto abbondante, non garantisce la felicità assoluta dalle persone che lo possiedono. Se da un lato è vero che chi ha un reddito alquanto alto è un soggetto che gode di un maggiore benessere, è anche vero che il denaro da solo non garantisce la felicità.

Si, amici, è la scienza a confermare che l’antico proverbio è diventato obsoleto: il denaro può rendere felici… ma solo fino a un certo punto! La psicologa Gabriella Tupini, nota per il suo approccio diretto, concreto e talvolta critico su temi come l'amore, le relazioni e le dinamiche familiari, nell’affrontare  il tema di soldi e del conseguente benessere e relativo successo, con una semplice domanda sposta subito la prospettiva: «Vivremmo davvero così se fossimo consapevoli di dover morire?». Il punto è semplice e allo stesso tempo potente: riempiamo le giornate di lavoro, obiettivi e competizione, come se avessimo tempo illimitato, ma il tempo non è infinito!

Secondo la Tupini, prendere sul serio la nostra fragilità cambierebbe molte scelte quotidiane e ridimensionerebbe la “corsa” al risultato. Tornerebbero centrali quelle esperienze che contribuiscono a creare la felicità reale: una passeggiata senza fretta, una conversazione profonda, la vicinanza emotiva, un pasto condiviso, il tempo trascorso con le persone che amiamo. La sua riflessione è anche una critica allo stile di vita contemporaneo: spesso viviamo fuori misura, ignorando i ritmi umani e i bisogni fondamentali di equilibrio. Inseguire solo produttività e performance può dare l’illusione del successo, ma rischia di erodere ciò che davvero sostiene il nostro benessere: "Relazioni, qualità del tempo e presenza".

L’accumulo della ricchezza, secondo la Tupini, è come una “bella sirena che chiama Ulisse”. Seduce, attrae, illude. E soprattutto fa venire sempre più sete: non basta mai! In questo vortice si entra senza quasi accorgersene, passando da un obiettivo all’altro, da un confronto all’altro. Si trascorrono gli anni migliori coltivando la rivalità con l’altro, aumentando la competizione, ingaggiando una sfida a chi guadagna di più! Tutto questo, sottolinea la psicologa, finisce per ledere i valori più umani. Da qui la domanda provocatoria: “Perchè costruire poteri, domini, fare palazzi futuristici, perché si deve fare a gara ‘a chi ce l’ha più alto’?”. Per arrivare dove?

Il dilemma posto dalla Tupini è semplice e allo stesso tempo alquanto ignorato: perché l’uomo, oltre a ciò che serve per mangiare, bere, dormire, curarsi, continua imperterrito a cercare di avere di più, ovvero procurandosi anche il superfluo? Tutto quel “di più” è qualcosa che rischia di allontanare l’uomo dalla propria vita naturale, perdendo quei bisogni fondamentali come il proprio benessere, il tempo libero, la socialità e molto altro. Chi trascorre una vita per cercare di essere sempre più ricco, convinto che ciò lo faccia stare bene, in realtà è un vero illuso.

Chi racconta che “essere ricchi fa stare automaticamente bene”, non dice tutta la verità. Il benessere dipende da come affrontiamo ogni giorno la giornata, da come dedichiamo tempo a noi e a chi ci vuole bene. Il vero benessere, amici, dipende da come affrontiamo le problematiche, da come troviamo soluzione alle “ferite” che ci colpiscono. Anche sulle nostre manie di grandiosità dovremmo riflettere: esse non segno di forza, ma di fragilità. Spesso sono comportamenti che stanno ad indicare problematiche che riguardano il passato, col quale non abbiamo chiuso bene i conti, oppure sono manie che cercano nel potere le carezze, l’affetto e il conforto che non abbiamo ricevuto.

Cari amici,  per il grande Aristotele, autore dell’Etica nicomachea, la ricchezza non è il fine ultimo della vita dell’uomo, ma un semplice mezzo necessario per raggiungere la felicità (eudaimonia) e praticare la virtù. Egli distingue tra l'uso naturale dei beni (limitato) e l'accumulo illimitato (crematistica), condannando quest'ultimo perché distoglie l'uomo dalla vera felicità, intesa come attività dell'anima e contemplazione. Per il grande filosofo l’uomo è un animale sociale, dedito alle relazioni e al gruppo; è nato per esplorare il mondo e se stesso, per cui ne consegue che “La felicità dipende da noi stessi” e dalle scelte che facciamo ogni giorno! Ecco la vera ricchezza: il tempo, la salute, la consapevolezza e l’ amore!

A domani, amici lettori.

Mario