giovedì, luglio 30, 2026

CON L'AUMENTO DELLE TEMPERATURE CRESCE NEL MONDO LA NECESSITÀ DI AVERE PIÙ ACQUA POTABILE. L'INTERESSANTE PROGETTO CAU-10-H. PER ESTRARRE ACQUA DALL'ARIA.


Oristano 30 luglio 2026

Cari amici,

Che il clima stia pericolosamente cambiando lo possiamo constatare tutti i giorni, visti i crescenti, pericolosi aumenti della temperatura che, in primis, portano le Comunità ad avere un maggior bisogno di acqua potabile. Questo pericoloso aumento termico, come possiamo constare in questi giorni, a cui si aggiunge la siccità crescente, stanno accelerando la ricerca di nuove fonti idriche, usando tecnologie anche innovative, che vanno dalla desalinizzazione all’osmosi inversa, dal recupero delle acque reflue agli innovativi sistemi che consentono di estrarre acqua dall’umidità dall'aria.

Su quest’ultimo campo la ricerca scientifica è orientata verso soluzioni non convenzionali, nell’intento di aumentare l'approvvigionamento idrico. Lo studio dell'Istituto di Chimica Inorganica dell'Università di Kiel, in Germania, va proprio in questa direzione, focalizzando l’attenzione sullo sviluppo e la scalabilità di “materiali porosi avanzati”, in grado di catturare l'umidità atmosferica, trasformandola in acqua. I primi risultati, pubblicati in due distinti lavori sulle riviste scientifiche Journal of Materials Chemistry A e Industrial & Engineering Chemistry Research, descrivono il superamento di uno dei principali colli di bottiglia della tecnologia: il passaggio dalla sintesi di laboratorio alla produzione su scala industriale.

Il team operativo, guidato dal Prof. Norbert Stock dell'Istituto di Chimica Inorganica dell'Università di Kiel (CAU) è riuscito ad ottimizzare un materiale rivoluzionario chiamato CAU-10-H. Si tratta di una struttura metallo-organica (MOF) altamente porosa che agisce come una spugna molecolare: assorbe l'umidità dall'aria, e ogni struttura rilascia fino a 1,8 litri di acqua potabile al giorno. Il materiale CAU-10-H, appartiene alla classe dei Metal-Organic Frameworks, noti anche con l'acronimo MOF. Si tratta di strutture metallo-organiche caratterizzate da una fitta rete di cavità microscopiche interconnesse che agiscono come vere e proprie spugne su scala molecolare. La chimica fondamentale alla base dei MOF è valsa a Omar Yaghi il Premio Nobel per la Chimica nel 2025.

A differenza dei comuni materiali igroscopici, che richiedono alti tassi di umidità relativa per poter funzionare, il CAU-10-H è straordinariamente efficiente anche in condizioni di estrema secchezza. Il processo di assorbimento delle molecole d'acqua a temperatura ambiente si attiva infatti non appena l'umidità relativa dell'aria raggiunge o supera la soglia minima del 18%, una percentuale che la maggior parte dei sistemi tradizionali riterrebbe troppo bassa per poter essere sfruttata.

Altrettanto efficiente è il processo inverso di “desorbimento”, ossia il rilascio dell'acqua precedentemente catturata. Per liberare l'umidità intrappolata è sufficiente riscaldare il materiale a una temperatura di circa 70 °C. Si tratta di una soglia termica talmente bassa da poter essere facilmente raggiunta sfruttando il semplice calore solare o il calore di scarto dei processi industriali, eliminando la necessità di ricorrere a costosi riscaldatori elettrici alimentati dalla rete di distribuzione. Su base giornaliera, questa efficiente sistema riesce a produrre giornalmente fino a 1,8 litri di acqua potabile per ogni chilogrammo di materiale composito impiegato.

Oltre alla generazione di acqua potabile, il CAU-10-H ha dimostrato di avere enormi potenzialità nel settore della climatizzazione ecologica attraverso i sistemi di raffrescamento ad adsorbimento. In questo tipo di applicazioni, il nuovo composto ha registrato prestazioni fino a tre volte superiori rispetto al gel di silice, che rappresenta lo standard industriale storicamente utilizzato per questo scopo. La vera rivoluzione risiede nella possibilità di alimentare questi impianti di condizionamento utilizzando esclusivamente il calore residuo, come prima accennato.

La vera novità del lavoro coordinato da Norbert Stock, e condotto insieme al primo autore Lasse Wegner e al responsabile della scala pilota Kalle Mertin, non risiede solo nelle proprietà chimiche del materiale, ma nella sua effettiva fattibilità commerciale. Spesso i materiali sintetizzati in laboratorio faticano a trovare uno sbocco reale perché troppo complessi o costosi da produrre in grandi quantità. Il team tedesco è riuscito a produrre un primo lotto di circa 30 chilogrammi di CAU-10-H, una quantità circa 60 volte superiore a qualsiasi precedente lotto sintetizzato in laboratorio.

Cari amici, credo che l’innovativo progetto prima evidenziato sia valido e realizzabile "a costi accettabili": la produzione di questo materiale può assestarsi su costi decisamente competitivi, compresi tra i 12 e i 14 dollari al chilogrammo, rendendo l'applicazione su larga scala finalmente accessibile alla produzione in serie. L’intelligenza dell’uomo, amici lettori, troverà sempre soluzioni valide per le esigenze di oggi e di domani, per un futuro nel quale le nuove generazioni possano vivere senza troppi patemi d’animo!

A domani.

Mario

mercoledì, luglio 29, 2026

L'UOMO E LA RELAZIONE CON I SUOI SIMILI. PERCHÈ C'È CHI PREFERISCE ISOLARSI IN CASA ANZICHÈ DIALOGARE CON GLI ALTRI?


Oristano 29 luglio 2026

Cari amici,

Anche i filosofi del passato hanno sempre affermato che “L'uomo è un animale sociale”. Lo hanno affermato anche il grande Aristotele e tanti altri studiosi. Fin da bambino l'essere umano si rapporta e si realizza attraverso le costanti relazioni con gli altri, un aspetto quest’ultimo che sta alla base di ogni tipo di "azione pedagogica" orientata in primo luogo alla persona. Si, l’uomo è biologicamente e psicologicamente predisposto alla vita di gruppo. Questa natura, già definita dallo storico concetto aristotelico di “ZOON POLITIKON”, indica che l'identità e la sopravvivenza della specie umana dipende dall'interazione.

La socialità è la linfa che modella il cervello, che genera il benessere emotivo attraverso la cooperazione e la reciprocità. La teoria secondo cui l'uomo è un "animale sociale" data da secoli, e si articola in diverse dimensioni che creano la vita sociale: Evoluzione: Vivere in Comunità ha garantito protezione dai predatori, consente la condivisione delle risorse derivanti dalla caccia cooperativa, migliorando le probabilità di sopravvivenza della specie. Neurologia e Psicologia: Il cervello umano si sviluppa attraverso lo specchio delle relazioni. L'isolamento prolungato genera stress e attivazione di aree cerebrali associate al dolore fisico. Linguaggio e Cultura: La capacità di comunicare è nata per facilitare la vita in società. Tutto il patrimonio culturale, artistico e scientifico è il risultato della collaborazione tra individui nel corso delle generazioni. Dimensione Politica: Dal bisogno di regolare la convivenza nascono le strutture sociali e le forme di governo.

Amici, ciò nonostante, spesso, l’uomo sceglie di isolarsi in casa, evitando il dialogo ed il confronto con gli altri. Questo bisogno nasce spesso dal desiderio di proteggersi, derivato da ansia sociale, stress e aspettative esterne. In questo caso la propria casa funge da "rifugio sicuro" dove ricaricarsi senza l'obbligo di recitare ruoli o temere il giudizio altrui. Questa dinamica psicologica, nei casi più estremi, può evolvere in vere e proprie forme di ritiro sociale. Ma vediamo meglio le motivazioni psicologiche principali che spingono l'uomo all’isolamento.

Oltre all’Ansia sociale e alla paura del giudizio degli altri prima accennati, l’uomo è spinto ad isolarsi dal timore di non essere all'altezza o di subire critiche, che possono rendere le interazioni interpersonali logoranti e fonte di profonda angoscia. Altro elemento importante è  il Sovraccarico emotivo (Burnout): L'iperconnessione e le pressioni della vita moderna spingono le persone a percepire il mondo esterno come ostile e caotico, rendendo la solitudine domestica una via di fuga. Contribuiscono anche la Bassa autostima (la convinzione di essere inadeguati nei confronti dei propri pari), che porta ad evitare il confronto per non sentirsi difettosi o imperfetti.

Preferire di restare a casa, invece di uscire per incontrare gli altri e dialogare, è un comportamento sempre più comune nella società moderna. La psicologia cerca di aiutarci a comprendere se si tratta di una sana necessità di ricarica o di un potenziale problema di isolamento. Nel mondo iperconnesso e frenetico di oggi, scegliere di stare a casa non è sempre sinonimo di pigrizia o asocialità. Molti individui trovano nel proprio spazio domestico, come accennato prima, un rifugio rigenerante, dove coltivare interessi personali senza le pressioni esterne.

Comprendere questi meccanismi permette di vivere questa scelta in modo positivo, evitando che diventi limitante. La preferenza di restare a casa può derivare da tratti di personalità come l’introversione, ma anche da fattori ambientali o emotivi. Stare a casa allora diventa una strategia adattiva, quando bilanciata con interazioni significative, magari virtuali o selezionate. Molti riportano maggiore produttività e serenità quando preferiscono restare a casa. Attività come leggere, meditare o dedicarsi a hobby riducono i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.

Cari amici, Preferire di restare a casa, invece di uscire, rivela molto sulla nostra psiche: un bisogno di equilibrio, di ricarica e di autenticità. La psicologia insegna che non è né giusto né sbagliato in assoluto, ma questo bisogno va ascoltato con consapevolezza. Quando è bilanciato, arricchisce la vita, quando è eccessivo, richiede un serio intervento psicologico. Abbracciare questa preferenza, quando fatta con intelligenza emotiva, porta a vivere un'esistenza più serena e consapevole.

A domani, fedeli lettori.

Mario

martedì, luglio 28, 2026

IL CRESCENTE PERICOLO DELLE BABY GANG NEI GRANDI CENTRI URBANI. LE RIPETUTE AGGRESSIONI SONO IL SINTOMO DI UN PROFONDO DISAGIO SOCIALE. LA RIFLESSIONE DI FEDERICO QUARANTA.


Oristano 28 luglio 2026

Cari amici,

Il problema della devianza minorile non è solo preoccupante, ma sta diventando addirittura DRAMMATICO! Nei grandi centri urbani, oramai da tempo, sono operative delle “BABY GANG”, composte da minorenni provenienti da famiglie disagiate, che, col favore delle tenebre aggrediscono anche per rubare pochi spiccioli o oggetti anche di poco valore.  Il fenomeno, tra l’altro in crescita, è diventato una vera e propria “emergenza sociale” di preoccupante complessità. Le numerose analisi sociologiche messe in campo dimostrano che non si tratta della sola “criminalità ordinaria”, ma del risultato di un profondo disagio urbano, marginalità economica e ricerca di affermazione attraverso l'emulazione e i social media.

Per capire meglio questa violenza giovanile, dobbiamo partire dalle teorie economiche ortodosse sul ruolo delle città; la sempre più alta concentrare di tante persone in grossi centri urbani dovrebbe stimolare la proliferazione di nuove idee e tecnologie, capaci di migliorare la produttività e la crescita economica di quello stesso territorio. In realtà però ciò non avviene. L’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città – il cosiddetto spillover – risulta alquanto diseguale, nel senso che privilegia pochi lasciando indietro nuclei di persone sempre più numerosi.

Si, amici, la città contemporanea appare come il risultato dello sviluppo capitalistico fondato sul presupposto dell’illimitatezza delle risorse (per pochi) e sulla "illusoria" prospettiva di crescita infinita, che si oppone all’idea di centro urbano quale motore di aggregazione sociale. Oltre il centro, in periferia sono presenti centinaia di famiglie che vivono  in contesti di forte deprivazione economica, dove i figli giovani percepiscono un'assenza di futuro e opportunità. Il profondo disagio di questi giovanissimi viene scaricato attraverso l’uso della violenza, che viene spesso filmata e condivisa in rete per ottenere ammirazione, status e potere all'interno del proprio gruppo di pari.

Milano è una città che vive ogni giorno questo pericoloso problema. Di recente anche il noto conduttore Federico Quaranta è stato aggredito in strada da una banda di ragazzini, mentre rientrava di sera a casa. “Mi sono difeso, ho reagito – ha detto – ma ho rischiato grosso”. Poi ha così commentato: “Stanotte ho capito una cosa. Non mi hanno aggredito per un orologio. Quel vecchio Omega di mio padre era soltanto il pretesto. Lo hanno fatto tre ragazzi, giovanissimi. Per uno zaino. Una valigia”.

Attraverso la sua pagina Instagram Quaranta ha voluto fare una seria riflessione sul tema sicurezza a Milano e sulla trasformazione della città tra crescente insicurezza, disuguaglianze e degrado urbano. “Tornando a casa ho continuato a farmi una domanda: che città stiamo costruendo?". Perché Milano, ormai, assomiglia sempre più a una moderna Commedia di Dante. Solo che abbiamo invertito l’Inferno. Al centro ci sono i recinti dorati. Le vetrine blindate. Le case che costano quanto una vita. I quartieri dove il lusso non è più un privilegio ma un sistema di difesa. Poi, cerchio dopo cerchio, la metropoli cambia pelle. I marciapiedi si consumano. Le serrande si abbassano. I servizi scompaiono. Le scuole arrancano. Le occasioni diminuiscono. E la distanza fra chi ha tutto e chi pensa di non avere più niente diventa un abisso. L’antropologia ci insegna che ogni Comunità ha bisogno di sentirsi parte di un destino comune. La sociologia ci ricorda che, quando quel destino si spezza, nasce la frammentazione.

Focalizzando la sua attenzione sulle Baby Gang, Quaranta ha sostenuto con forza che dietro queste pericolose aggressioni c’è un serissimo problema sociale di ribellione, che vede come nemici i ceti più alti, che – di consegue3nza – crea quella carica di violenza che porta "dal quartiere alla banda, poi al branco", fino a trasformare in "nemico" una persona qualunque che torna a casa. Secondo il conduttore, tra molti giovani "il marchio sostituisce l'identità, la violenza diventa linguaggio e il furto diventa riscatto". Per Quaranta, il problema non è solo la criminalità, bensì "il fallimento di un'idea di convivenza"; in una società che presenta differenze abissali di benessere, i ceti meno abbienti arrivano alla convinzione che per affermarsi sia necessario togliere qualcosa agli altri.

Cari amici, in questo Millennio viviamo in una società malata, troppo egoista e poco disposta a sostenere chi ha bisogno. La violenza giovanile è il frutto avvelenato di questo nostro egoismo. Credo che "TUTTI" dovremmo riflettere!

A domani.

Mario

lunedì, luglio 27, 2026

L’UOMO E IL PERICOLOSO AVANZARE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. SOLO LA RISCOPERTA DELLA FILOSOFIA, LO SALVERÀ, DANDO UN SIGNIFICATO PROFONDO ALLA SUA VITA.


Oristano 27 luglio 2026

Cari amici,

Il costante avanzare, praticamente incontrollabile, dell’Intelligenza Artificiale sta portando l’uomo ad un pericoloso annichilimento, che sta minando la sua capacità cognitiva con una pericolosa, potenziale regressione emotiva e relazionale. Oramai sono le macchine quelle che stanno sostituendo le nostre capacità di giudizio, per cui già dipendiamo dagli algoritmi, rischiando di atrofizzare il nostro spirito critico, buttando alle ortiche anche la nostra creatività. Sostituire la nostra capacità cognitiva con l’A.I. costituisce un pericolo reale, concreto e dalle conseguenze inimmaginabili.  

L'A.I., in realtà, sappiamo che eccelle nell'elaborazione e nell'efficienza, ma manca di determinanti requisiti: empatia, coscienza ed esperienza fisica. Proprio per questo quando deleghiamo decisioni etiche e relazionali a strumenti che non comprendono il significato umano dell'esistenza, stiamo sbagliando alla grande, impoverendo fortemente la nostra capacità cognitiva. Numerosi studiosi e filosofi, come Paolo Ercolani, evidenziano come l'era degli algoritmi e delle tecnologie digitali coincida con una regressione delle abilità logiche e critiche dell'uomo, che viene "macchinizzato" a vantaggio dell'efficienza.

Amici lettori, in un futuro ormai dominato dall'algoritmo, la salvezza dell'uomo del Terzo Millennio risiede in gran parte nella riscoperta della  “FILOSOFIA”, perché essa rappresenta l'unico baluardo di pensiero critico, etica e di autoconsapevolezza. Se è pur vero che  l'Intelligenza Artificiale svolge compiti ad enorme velocità, ed è in grado di ottimizzare e calcolare in tempi brevissimi, manca però di “coscienza”! Al contrario, la pratica filosofica coltiva costantemente il dubbio, il senso del limite e la ricerca di un significato profondo, tutti elementi inaccessibili alle macchine.

L'Intelligenza Artificiale, anche se è in grado di elaborare in tempi brevissimi i dati, lo fa in modo asettico, senz’anima, non comprendendo il valore delle cose. La filosofia, invece, ci spinge a interrogarci sul perché dei nostri comportamenti e sul valore dell'esistenza. Che dire, poi, dell’Etica e della Responsabilità personale? Di fronte a dilemmi morali complessi, le macchine non sono in grado di gestirli, mancando delle necessarie capacità che invece solo l'uomo possiede, ed è, quindi, in grado di guidare le scelte attraverso l'etica e l'empatia.

Cari lettori, c'è da chiedersi: ma il pensiero dell’uomo del Terzo Millennio come riesce a far convivere il proprio libero pensiero nell'epoca dell’invasione delle intelligenze artificiali? Negli ultimi anni abbiamo iniziato a delegare alle intelligenze artificiali attività che fino a poco tempo prima consideravamo esclusivamente umane: scrivere e-mail, sintetizzare documenti, produrre testi, trovare idee, organizzare informazioni. La questione non è se questi strumenti siano utili, certamente lo sono. La domanda è un'altra: che cosa accade alla nostra capacità di ragionare quando una parte crescente del lavoro mentale viene automatizzata? Indubbiamente è l'intelligenza umana a risentirne in modo pericoloso!

Ecco perché la filosofia continuerà ad essere per l’uomo una materia alquanto valida in futuro: un antidoto verso una cancellazione – in tutto o in parte – delle proprie capacità. Da oltre due secoli la Francia considera la filosofia una disciplina fondamentale per la formazione dei cittadini. Non perché produca risposte definitive, ma perché insegna a convivere con la complessità. In un contesto in cui siamo continuamente esposti a opinioni, contenuti generati automaticamente e flussi infiniti di informazioni, la capacità di distinguere un argomento solido da uno superficiale potrebbe diventare una delle competenze più preziose.

Cari amici, come ben sa chi mi legge con costanza, considero l’A.I. uno strumento di grande utilità per l’uomo, ma certamente come aiuto e supporto alle nostre capacità umane, ma non certo per essere un sostituto di noi stessi! Affidare in toto la nostra vita all’Intelligenza Artificiale, significa quasi accettare un “suicidio assistito”, perché delegare ad uno strumento senz’anima la nostra vita significa decidere di “morire dentro”, cancellando il proprio pensiero, la propria empatia e la propria coscienza! Facciamo dell’A.I. un valido strumento di supporto al nostro operare, ma MAI un nostro sostituto!

A domani.

Mario

domenica, luglio 26, 2026

LA NOSTRA MENTE E I SOGNI. SI È SCOPERTO CHE NON SI SOGNA SOLO MENTRE SI DORME PROFONDAMENTE, MA ANCHE DA SVEGLI.


Oristano 26 luglio 2026

Cari amici,

Una ricerca scientifica, recentemente pubblicata su “Cell Reports” dal Paris Brain Institute, ha dimostrato che il cervello può entrare in autentici "stati di sogno" anche durante la veglia. Si, amici, la capacità di sognare non è confinata esclusivamente alla fase di incoscienza presente nel nostro “sonno profondo”, ma è un'attività dinamica che il nostro sistema nervoso può attivare per elaborare pensieri e stimoli, indipendentemente dal livello di coscienza, ovvero possiamo sognare anche da svegli!

Questo fenomeno, mai diagnosticato prima, presenta delle caratteristiche uniche: I ricercatori hanno identificato una specifica "firma" dell'attività cerebrale (elettroencefalografica) in cui la mente genera immagini e percezioni oniriche anche mentre siamo pienamente svegli. I ricercatori hanno scoperto che durante questi "sogni da svegli", il cervello mostrava un'attività nella zona corticale posteriore simile a quella registrata durante la fase REM del sonno. In particolare, questi “Stati di transizione” si verificano più facilmente nei momenti di dormiveglia (addormentamento o risveglio) o quando la mente vaga libera e si perde in pensieri astratti.

Questa scoperta dimostra che la nostra capacità di sognare non è confinata esclusivamente alla fase della totale incoscienza durante il sonno profondo, ma è un'attività dinamica che il nostro sistema nervoso può attivare per elaborare pensieri e stimoli, indipendentemente dal livello di coscienza. Lo studio prima riportato ha analizzato decine di persone nel momento del "limbo", scoprendo che i pensieri possono diventare onirici ben prima dell'addormentamento. Finora, la scienza e la nostra esperienza quotidiana ci hanno abituato a pensare alla mente come a un interruttore che può essere solo acceso o spento, vigile o dormiente.

Per tanto tempo siamo rimasti convinti che i sogni erano un fenomeno esclusivo della notte, mentre siamo immersi nel sonno profondo, mentre il fantasticare a occhi aperti era considerato un processo diurno del tutto separato. Questo studio, invece, propone una terza via che unifica questi due mondi, evidenziando come le nostre esperienze spontanee non sono divise da un confine netto, ma appartengono a un unico spettro fluido.

Gli studiosi che hanno portato avanti questo esperimento, per capire se i sogni apparivano soltanto quando dormiamo, ha analizzato decine di volontari, chiedendo loro di rilassarsi su una poltrona in una stanza buia e silenziosa. Per poter catturare i pensieri nel momento esatto dell'addormentamento, hanno usato un ingegnoso trucco che, leggenda vuole, pare sia stato ideato originariamente da Thomas Edison: tenere in mano una bottiglia che cade al primo segno di rilassamento muscolare, quindi nel momento critico prima del sonno. Il rumore della bottiglia caduta svegliava i partecipanti a cui, subito dopo, veniva chiesto di descrivere la loro esperienza mentale valutandone la stranezza, la fluidità e il grado di spontaneità.

Elaborando le descrizioni fatte dai volontari con i dati cerebrali, muscolari, cardiaci e oculari, gli studiosi hanno raggruppato le esperienze in quattro stati mentali. 1. Stato fugace, fatto di pensieri che emergono spontaneamente ma frammentati, fatti di brevi ricordi personali; 2. Allerta, in cui la mente è fluida ma ancorata sia all'ambiente esterno (attenta ai rumori della stanza), sia alle sensazioni corporee, ben conscia di essere sveglia: 3, Stato bizzarro, ricco di immagini surreali e oniriche, come vedere piccoli alieni o immaginare formiche che si arrampicano sul corpo con dei cruciverba sullo sfondo. È lo stato che più si avvicina ai sogni, ed in effetti ha molte caratteristiche inequivocabili: scenari surreali, fantasia estrema e combinazioni illogiche di elementi. 4. Stato volontario, in cui la mente si concentra in modo logico per pianificare le azioni future.

Cari amici, Questa recente scoperta credo sia davvero sbalorditiva, mandando in soffitta le precedenti convinzioni sui nostri sogni. Il cervello umano è ancora una grande miniera tutta da scoprire, e non sarà certo l’Intelligenza artificiale a contrastarla e superarla! Ne vedremo ancora delle belle!

A domani,.

Mario

sabato, luglio 25, 2026

SIAMO SICURI CHE L'A.I. RENDERÀ L'UOMO PIÙ LIBERO, REGALANDOGLI MAGGIOR TEMPO DA DEDICARE A SE STESSO? L’ESEMPIO DELL’INVENZIONE DELLA LAVATRICE NEL SECOLO SCORSO.


Oristano 25 luglio 2026

Cari amici,

La “Rivoluzione Industriale, come ben sappiamo, prese il via ai primi del Novecento, con il “FORDISMO”, l'innovativo modello di produzione di massa basato sulla catena di montaggio, sviluppato da Henry Ford a partire dal 1913 nei suoi stabilimenti di Detroit. Poi, intorno agli anni Sessanta, nelle case della Civiltà Contadina l’arrivo della lavatrice, dell’aspirapolvere e di diversi altri elettrodomestici, illuse un po' tutti, nella convinzione di voler liberare la donna dalla schiavitù del lavoro domestico. Ma fu una previsione terribilmente sbagliata!

Nel 1983 la storica americana Ruth Schwartz Cowan confermò in modo evidente che, in realtà, l’industrializzazione che aveva riempito le case di nuove macchine per diminuire il lavoro aveva prodotto, invece, l’effetto opposto! Incredibilmente le ore settimanali dedicate al lavoro di casa, invece che diminuire, erano aumentate! Si, amici, c’è una stretta relazione tra i fatti di ieri e quelli di oggi! La storia di ieri della lavatrice torna oggi prepotentemente alla ribalta, mentre discutiamo di Intelligenza artificiale che, come in tanti annunciano, «ci libererà dal lavoro», riducendo addirittura la settimana lavorativa a quattro giorni!

Nel suo celebre saggio del 1983 “MORE WORK FOR MOTHER” la storica Ruth Schwartz Cowan ha spiegato in modo chiaro che l'invenzione della lavatrice non solo aveva ridotto il carico di lavoro domestico, ma lo aveva paradossalmente aumentato! Questo fenomeno, noto come il paradosso degli elettrodomestici, può essere riassunto in tre punti chiave: 1- Scomparsa dell'aiuto: Prima dell'era industriale, il bucato era un'attività pesante ma condivisa con altri membri della famiglia o con la servitù. Con l'arrivo dell'elettrodomestico, il lavoro diventò appannaggio esclusivo della casalinga.

Ma l’arrivo delle macchine innescò anche la voglia di altre, nuove esigenze. Come gli Standard più alti: Poiché fare il bucato era diventato fisicamente più facile, la società iniziò a pretendere che i vestiti venissero cambiati e lavati molto più spesso; infine l’Aumento del tempo: Il tempo risparmiato con l’uso delle macchine fu riempito da altre incombenze, facendo diventare, in questo modo, ben più lungo il monte ore settimanale dedicato alle pulizie domestiche, che, non solo rimaneva invariato, ma addirittura veniva anche aumentato! Amici, la tesi portata avanti dalla Cowan è considerata un testo fondamentale per comprendere la storia della tecnologia domestica e di genere. Allo stesso modo, oggi, I computer e l’Intelligenza Artificiale (A.I.) non ridurranno, come viene strombazzato, il carico di lavoro, ma lo reindirizzeranno verso nuove mansioni. Il parallelismo tra l'era degli elettrodomestici e l'era digitale, a mio avviso, è concreto e reale. Inoltriamoci nei dettagli.

1- L'innalzamento degli standard: Come per la lavatrice, lo stesso avviene con l'A.I.: velocizzare la scrittura, l'analisi dei dati o la grafica. che, però, non si tradurrà in più tempo libero, ma nell'aspettativa di produrre documenti più lunghi, report più dettagliati e presentazioni più complesse. 2- Il trasferimento della fatica (Self-Service): Come le tecnologie del '900 hanno trasformato le donne in "lavoratrici non retribuite", addette alla manutenzione di macchinari complessi, la Digitalizzazione e l'A.I. faranno lo stesso con i consumatori e i lavoratori, che ora passeranno il tempo a compilare dati online, fare il check-in da soli o formattare e correggere i testi generati dalle macchine. 3- Più compiti, meno tempo: Come per le faccende domestiche, che con la lavatrice non diminuirono, perché il lavoro si era espanso per riempire tutto lo spazio disponibile, allo stesso modo, l'automazione sul lavoro porterà spesso ad un aumento delle responsabilità e ad un costante bisogno di aggiornamento delle proprie competenze.

Cari amici, credo che il futuro ci riserverà davvero grandi sorprese! Che l’evoluzione vada avanti è qualcosa che nessuno potrà mai fermare, ma le innovazioni non porteranno mai l’uomo all’inattività, in quanto potrà solo cambiare metodo e ruolo. L’Intelligenza Artificiale non riuscirà a “LIBERARE IL NOSTRO TEMPO”, servirà solo a farci cambiare mansioni, nel senso di poterci dedicare a fare altro!

A domani.

Mario

venerdì, luglio 24, 2026

LA REFRIGERAZIONE DI CIBI E BEVANDE MIGLIAIA DI ANNI FA. L'ESEMPIO DEI PERSIANI, CHE UTILIZZAVANO IL GHIACCIO ANCHE CON 40 GRADI DI TEMPERATURA NEL DESERTO.


Oristano 24 luglio 2026

Cari amici,

Quando scoppia il caldo feroce, come quello di questi giorni, basta che il nostro frigorifero inizi a fare le bizze e ci vediamo perduti! Combattere la calura senza un frigorifero ci appare assurdo, ma in passato, prima dell’arrivo dell’elettricità e degli elettrodomestici moderni, diversi popoli intelligenti trovavano, comunque, il modo per rinfrescare cibi e bevande. Un grande esempio ci viene dall’antico popolo Persiano, che utilizzava  una intelligente tecnologia capace di sfidare il caldo più estremo già migliaia di anni fa.

Questo popolo, per conservare cibi e bevande, sfruttava l'isolamento termico e il freddo naturale. Vediamo come. Il metodo persiano, noto come “Yakhchal”, che significa letteralmente “pozzo di ghiaccio”, era una struttura a cupola, in grado di produrre e conservare il ghiaccio per tutto l'anno, persino nel deserto, dove le temperature superavano i 40 gradi. Questi straordinari, antichi "frigoriferi", funzionanti anche in pieno deserto, sfruttavano un'ingegneria ingegnosa e sostenibile, capace di produrre e conservare enormi quantità di ghiaccio anche in zone caldissime e desertiche.

Il funzionamento era allo stesso tempo semplice e straordinario. Durante l’inverno, l’acqua proveniente dai fiumi o dalla neve sciolta veniva convogliata all'interno di una particolare struttura da loro costruita. Questa, era a prova di isolamento termico: le pareti, spesse oltre due metri alla base, erano costruite con un malta speciale, il sārūj (argilla, sabbia, albume d'uovo, pelo di capra e cenere), che impediva al calore del sole di penetrare. Durante le gelide notti invernali, l'acqua veniva incanalata in canali o vasche esposte al cielo, dove gelava rapidamente. I blocchi di ghiaccio ricavati venivano conservati nei sotterranei: riposto in profonde camere, coibentati con paglia e fieno per mantenerli intatti fino all'estate. In alcune strutture venivano realizzate “Torri del vento” (Bâdgirs): punti di ventilazione capaci di catturare le brezze e spingere l'aria fresca e l'umidità nelle cisterne.

Il vero segreto della conservazione del ghiaccio era nell’ingegneria: queste costruzioni, progettate e studiate nei minimi dettagli, permettevano di trattenere il freddo persino durante le estati più torride. Così, mentre fuori il sole rendeva l’aria quasi irrespirabile, questi intelligenti persiani si potevano raffreddare le bevande, conservare gli alimenti e persino utilizzare il ghiaccio per scopi medici!  A ben pensare, fa certamente impressione sapere che oltre duemila anni prima dei frigoriferi smart, qualcuno fosse già riuscito ad “hackerare” la natura usando soltanto terra, acqua e l’escursione termica del deserto!

Amici, gli “Yakhchal”, che da fuori appaiono come delle semplici costruzioni di fango e mattoni, quasi delle gigantesche cupole nel mezzo del terribile deserto, dietro quell’aspetto semplice, essenziale, nascondevano un sistema ingegnoso, capace di produrre e conservare enormi quantità di ghiaccio anche in zone desertiche! Oggi possiamo dirlo con certezza, erano una di quelle invenzioni antiche che fanno sembrare il passato molto più avanti di quanto, spesso, noi oggi lo immaginiamo.

Cari amici lettori, indubbiamente l’uomo ha sempre brillato per acume e intelligenza, che derivava dalla costanze osservazione dei fenomeni naturali. Degli Yakhchal, pensate,  parla anche la Bibbia. Si, sono citati anche nel grande Testo Sacro della Cristianità, quindi la loro presenza è documentata da millenni. Utilizzati tutto l’anno, ma soprattutto nei mesi estivi, erano delle grandi strutture di uso comune. Costruiti attorno ad una profonda buca che conduceva ad un ampio sotterraneo; la struttura superiore, come prima indicato era a forma di grande cono, con un foro centrale all’apice. Utilizzate soprattutto per conservare le derrate, funzionavano egregiamente anche con temperature torride! L’uomo antico, forse, utilizzava la natura meglio dell’uomo di oggi!

A domani.

Mario