lunedì, marzo 23, 2026

USO E ABUSO DELLA TECNOLOGIA. UN MALE DEI NOSTRI GIORNI? LA “NOMOFOBIA”, PRESENTE IN PARTICOLARE NEI GIOVANI.


Oristano 23 marzo 2026

Cari amici,

Che la tecnologia, che ogni giorno che passa continua fare passi da gigante, stia cambiando radicalmente la nostra vita è una realtà incontestabile! Basti pensare ai cellulari, che, oramai, ci accompagnano praticamente giorno e notte, nella convinzione che siano sempre indispensabili 24 ore su 24 per essere sempre in contatto col mondo! Ebbene, su questo fronte ci è caduto addosso un nuovo, curioso male, che ha già colpito e che sta continuando a colpire proprio quelli che utilizzano costantemente il cellulare, in particolare i giovani: è la “NOMOFOBIA”. Vediamo nei dettagli di che male si tratta.

Il termine "nomofobia" deriva dall'inglese "no mobile phone phobia" (fobia del telefono senza fili) e si riferisce alla paura irrazionale di essere separati dal nostro cellulare. Questa fobia moderna colpisce ormai quasi il 70,8% della popolazione mondiale, secondo una meta-analisi pubblicata da MDPI, che la colloca ben al di sopra di altre paure note come l'aracnofobia. In pratica, la nomofobia riflette una forma di dipendenza dagli strumenti digitali che oramai scandiscono la nostra vita quotidiana, dalle comunicazioni personali all'accesso alle informazioni e all'intrattenimento.

La NOMOFOBIA è, in sostanza, la patologica dipendenza dal cellulare. Si tratta, cari lettori, di una condizione psicologica fortemente ansiosa, caratterizzata dalla paura intensa di rimanere separati dagli altri, se non si ha un costante accesso al proprio telefono cellulare. È questa una dipendenza ossessiva, non limitata al solo telefonino, in quanto può non solo riguardare l’IPhone ma anche le altre tecnologie digitali, come il pc o il tablet. La nomofobia è strettamente collegata all’utilizzo dei social network. Ciò deriva dal fatto che la maggior parte delle persone che utilizzano i social lo fanno in versione mobile, ovvero dal proprio smartphone.

Amici, ecco i principali sintomi che evidenziano la dipendenza di tanti di noi, sia dal venerato IPhone che dai social network. Una forte dipendenza emotiva dai LIKE, dai “mi piace”. Commenti o condivisioni sui social media fanno sì che ci sentiamo validati verso la società. Il sentirsi molto ansiosi o irritabili. Ansia o nervosismo vengono manifestati quando ci sono problemi di ricezione del telefonino e non si può accedere ai social media. Trascurare, ignorare gli impegni personali o professionali. Persone affette da dipendenza da social ignorano ed evitano gli impegni nella vita reale, proprio a causa dell’uso compulsivo dei social media.

Il soggetto affetto da Nomofobia passa molto tempo sui social media, sottraendo così tempo prezioso alle altre attività importanti. Col passare del tempo il soggetto trova difficoltà a controllare l’uso dei social media, e anche se si sforza di ridurne l’uso, difficilmente ci riesce, pur comprendendo che spreca tempo prezioso per le normali attività, ignorando e accantonando gli impegni personali o professionali. Amici, la triste realtà è che la persona affetta da Nomofobia mette a rischio il normale andamento della vita quotidiana e il suo benessere complessivo.

A molti capita anche di andare altre un certo limite, e allora è consigliabile cercare l’aiuto di psicoterapeuti e psicologi, che potrebbero fornire aiuto attraverso la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), in modo da poter gestire l'ansia e la dipendenza. Tuttavia, come sottolineato anche da State of Mind (stato d’animo, condizione mentale), non esistono ancora trial clinici randomizzati che ne attestino l'efficacia specifica per la nomofobia. Nei casi più gravi, psichiatri o neuropsichiatri (per minori) valutano l'approccio terapeutico migliore, che può includere la terapia di esposizione graduale.

Cari amici, la tecnologia, ogni giorno sempre più perfezionata, ha rivoluzionato la nostra vita quotidiana. Oggi, gli smartphone, unitamente ai Social racchiudono l'essenziale della nostra vita quotidiana: contatti, attività sociali, informazioni, tempo libero e lavoro. La loro utilità è indubbia, ma non dimentichiamo che importante è il loro giusto uso, non certo l’abuso! È l’abuso, ovvero l’uso esagerato, quello che crea la Nomofobia. Utilizziamo, dunque, le nuove tecnologie con giudizio, e quando ci accorgiamo di esagerare, cerchiamo, con semplici gesti, di staccarci delicatamente dai nostri Smartphone e dai Social: ciò ci aiuterà a ritrovare una forma di libertà e a riequilibrare il nostro rapporto con la tecnologia. L'esagerazione non paga mai!

A domani.

Mario

 

domenica, marzo 22, 2026

LO STRAORDINARIO, PARTICOLARE PIATTO, RETAGGIO DELLA CIVILTÀ AGRO-PASTORALE DELLA SARDEGNA: “SA TRATTALIA”.


Oristano 22 marzo 2026

Cari amici,

Che la Sardegna annoveri, anche in campo culinario, piatti meravigliosi, straordinariamente saporiti e capaci di esaudire i desideri dei palati più raffinati, è una realtà indiscussa! Si, amici, oggi, tra questi straordinari piatti, voglio parlarvi della “TRATTALIA”, un piatto tradizionale sardo della cucina agro-pastorale, consistente in frattaglie (cuore, fegato, polmone, milza) di agnello o capretto da latte, infilzate nello spiedo, avvolte nella rete (sa nappa) e negli intestini, poi arrostite lentamente alla brace. Chi ha avuto il piacere di mangiare questo piatto, non ha avuto parole per descrivere il suo meraviglioso gusto, intenso e saporito!

Sa "TRATTALIA" è, come accennato, un piatto tipico della tradizione agro-pastorale della Sardegna; inizialmente preparato in Ogliastra, questo piatto si è successivamente diffuso in tutta l'isola. Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha inserito la TRATTALIA nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Regione Sardegna (PAT). Amici, Innanzitutto bisogna – per fare chiarezza - che La Trattalia e "La Cordula" non sono la stessa cosa. La Cordula, seppure somigliante, è confezionata con le interiora di altri animali: capra e pecora, ma si può fare anche con l’agnellone; nella preparazione si usano la pancia e lo stomaco, invece che gli altri organi. Ma, dopo aver chiarito, ora parliamo della Trattalia.

Come accennato in precedenza, la prima versione di questo piatto, quella originaria, prevedeva l'utilizzo degli organi interni dell'agnello da latte, ma successivamente si arrivò all’utilizzo anche degli organi del capretto da latte. La Trattalia, insomma, è un piatto che affonda le sue origini nella tradizione agro-pastorale della Sardegna, quando nulla poteva andare perduto, e questo piatto inizialmente era una preparazione che apparteneva alla cucina povera, in cui ogni ingrediente era prezioso e non poteva essere scartato. Ora, amici, vediamo come si procede per la preparazione di questo delizioso piatto.

Per la sua realizzazione occorrono gli organi interni dell’animale: i polmoni, il fegato, il cuore, a seguire gli intestini (dell'agnello o del capretto) e del lardo. Poi si inizia ad operare per la loro preparazione. La lavorazione inizia tagliando a pezzi gli organi dell'animale, eccetto, però, gli intestini; questi ultimi, infatti, vanno lasciati interi e, prima dell’utilizzo, vanno lavati accuratamente in acqua e aceto. Per prima cosa i pezzi prima tagliati andranno infilati nello spiedo alternandoli; al termine, si sistema lo spiedo sulla brace e si procede ad una prima cottura di quanto presente nello spiedo, che inizia a girare sopra la brace; a metà cottura lo spiedo viene ritirato dal fuoco per essere completato.

Dopo la prima parte della cottura, i pezzi di carne semicotti vengono avvolti con la nappa, una sorta di rete naturale presente nella pancia dell’animale, e poi, lentamente, verranno avvolti a spirale dagli intestini, completando così la certosina realizzazione de Sa Trattalia, che, infilata nello spiedo viene ad assumere un bella forma cilindrica. Durante la preparazione, i pezzetti di lardo vengono infilati a tratti, per evitare le possibili forti bruciature delle interiora durante la cottura. A questo punto lo spiedo viene riposizionato sul fuoco per completare la cottura, che dura finché la carne non avrà raggiunto una colorazione bella dorata.

Amici, la cottura tradizionale de Sa Trattalia è sempre stata fatta allo spiedo, girandolo sapientemente con lentezza, a fuoco vivo, per una durata di circa un paio d'ore, finché Sa Trattalia non risulta bella croccante all'esterno. Al termine, tolta dal fuoco, Sa Trattalia viene servita sui piatti dei commensali a pezzi, caldissima, accompagnata da pane carasau e, ovviamente da un ottimo vino corposo come un Cannonau. In presenza di ospiti, prima di mangiare Sa Trattalia, c’è il classico antipasto sardo: salsicce e formaggio pecorino fresco e stagionato.

Cari Amici, il sapore offerto da questo piatto è straordinario: molto intenso e corposo, merito del gusto particolare degli organi interni dell'agnello o del capretto. Sa Trattalia, nella tradizione, veniva, e ancora oggi viene consumata, durante la cena della Vigilia di Natale, o comunque nel periodo natalizio. Tuttavia, con il turismo, che da tempo sceglie la Sardegna, in particolare per il suo mare, è possibile gustare Sa Trattalia tutto l’anno!

A domani amici lettori.

Mario

 

sabato, marzo 21, 2026

LA COSCIENZA, IL PIÙ GRANDE MISTERO DEL COMPORTAMENTO DELLA SPECIE UMANA. LE DIVERSE TEORIE DEI GRANDI SCIENZIATI DELLE NEOROSCIENZE.


Oristano 21 marzo 2026

Cari amici,

Capire, arrivare a comprendere nella sua interezza “COS’È LA COSCIENZA” è un dilemma che l’uomo non è ancora riuscito a risolvere. Si, la Coscienza resta ancora oggi il più grande mistero dell’uomo, che le neuroscienze non sono ancora riuscite a risolvere. Il "problema della nostra coscienza" è qualcosa di così difficile da definire che continua rimanere nel limbo. I pareri dei grandi scienziati sono alquanto diversi: c’è chi descrive la coscienza considerandola come l’esperienza soggettiva di sé stessi e del mondo, ovvero un flusso ininterrotto di percezioni, emozioni e pensieri, vissute dalle persone consapevoli di ciò che accade dentro di loro e di ciò che accade nel mondo, mentre tanti altri soggetti si ipotizzano che la coscienza nasca da ben altro.

Il termine coscienza, amici, è alquanto antico: deriva dal latino conscientia, che a sua volta proviene da conscire, composto da cum (con) e scire (sapere) ed è un fenomeno così familiare da sembrare scontato, ma al tempo stesso così complesso da risultare uno dei più grandi enigmi delle neuroscienze e della filosofia della mente. Diversi scienziati e filosofi hanno provato a darne una definizione, ma il dibattito è ancora aperto e animato, ed è arrivato a coinvolgere le aree di ricerca più disparate, dalla medicina alla fisica. L'integrazione tra queste discipline e l'innovazione tecnologica sono all'opera per capire come l’attività di miliardi di neuroni può produrre la straordinaria ricchezza del vissuto interiore.


Gli studi proseguono alacremente, in quanto comprendere i meccanismi che formano la coscienza potrebbe portare benefici rilevanti non solo a livello teorico, ma anche in ambito clinico (per esempio, monitorare stati di coma o disturbi della coscienza) e tecnologico (nello sviluppo di interfacce uomo-macchina sempre più intuitive). Oggi uno dei metodi di studio sulla coscienza è quello di scomporre la coscienza in alcune componenti chiave: la prima componente è la consapevolezza dell’ambiente e di sé stessi, ovvero la capacità di percepire e interpretare gli stimoli esterni (come suoni, luci o odori) e di monitorare il proprio stato interno (pensieri, sensazioni corporee, emozioni).

La seconda componente è l’identità personale: il senso di sé come entità distinta, con una propria storia, un insieme di ricordi e un bagaglio di emozioni che differenziano l’individuo dal resto del mondo. Quest’ultimo elemento – ossia la percezione di un “io” che vive l’esperienza – risulta particolarmente arduo da spiegare. Il cervello non si limita a elaborare informazioni, ma genera un senso di “prima persona” che rende l’esperienza cosciente intrinsecamente soggettiva, e la inserisce in una continuità temporale che crea il senso di unità di ciò che viviamo. Per indagare l'intrinseca soggettività dell'esperienza cosciente, la filosofia ha forgiato il termine "qualia", per cercare di dare un nome all'insieme di sensazioni, sentimenti e percezioni che caratterizzano il "cosa si prova" in una specifica esperienza, piuttosto che studiarla solo sotto il profilo dei circuiti neurali.

Amici, nel tentativo di avvicinarsi a una spiegazione scientifica della coscienza, gli scienziati hanno formulato diverse teorie. Sono Tre (3) quelle più discusse: la Teoria dell’Informazione Integrata, la teoria dell’Orchestrazione Quantistica e la Teoria dello Spazio di Lavoro Globale. Quest’ultima, formulata da Bernard Baars e sviluppata da altri scienziati come Stanislas Dehaene, che vede la coscienza come un “palcoscenico” in cui diverse componenti del cervello condividono informazioni. I contenuti che raggiungono lo “spazio di lavoro globale” diventano coscienti perché vengono diffusi e distribuiti tra più sistemi specializzati (attenzione, memoria, linguaggio, ecc.). L'accesso allo spazio di lavoro globale avverrebbe attraverso una competizione: i contenuti più "forti" o "urgenti", vinceranno la sfida neuronale e si propagheranno fino a raggiungere le "autostrade del cervello", che li farebbero emergere come coscienti.

Cari amici, per ora il grande mistero della COSCIENZA resta ancora nel limbo, come prima indicato. Indagare la coscienza sperimentalmente continua a presentare ostacoli unici. In primo luogo, si tratta di un fenomeno intrinsecamente soggettivo, difficilmente riducibile a semplici misure comportamentali o a letture di attività cerebrale. Inoltre, i processi neurali alla base di questa esperienza unitaria coinvolgono probabilmente un gran numero di aree e circuiti, che si influenzano a vicenda. Amici lettori, per me, che credo fermamente in Dio, la "Coscienza" rimarrà sempre un mistero, perché solo Dio, che la coscienza ci ha donato per vivere pacificamente su questo mondo, sa esattamente cos’è e a cosa serve!

A domani.

Mario

venerdì, marzo 20, 2026

TEFF, IL CEREALE PIÙ PICCOLO AL MONDO. POCO NOTO DA NOI, MA CANDIDATO A DIVENTARE IL CIBO DEL FUTURO.


Oristano 20 marzo 2026

Cari amici,

Il “TEFF”, il cui nome scientifico è eragrostis teff, è considerato il più piccolo cereale al mondo. Basti pensare che in una mano possiamo avere un piccolo mucchio di circa 100mila semi, che potrebbero essere sufficienti a seminare un intero campo! Tuttavia, questo piccolissimo seme ha, comunque, un grande potere. È un cereale privo di glutine, molto usato in Africa anche dalle tribù seminomadi, è  originario dell’Etiopia e dell’Eritrea; può essere mangiato in chicchi, cotto oppure trasformato in farina con cui si preparano cibi tradizionali come L’INJERA, un pane piatto, spugnoso e fermentato, fondamentale nella cucina di Etiopia, Eritrea e Somalia.

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che l’origine del teff sia molto antica: parrebbe che alcuni suoi semi siano stati ritrovati  persino nella piramide di Ramsete, a significare che era noto anche nell’antica civiltà egizia. In Africa questo cereale è anche oggi usato moltissimo, soprattutto nel Nord del continente, anche perché è un vero concentrato di proteine, che contribuiscono a dare un grande senso di sazietà. In Occidente, invece, il Teff non è ancora molto diffuso, anche se il suo utilizzo va costantemente in crescendo, utilizzato in particolare per confezionare pasta e biscotti.

Il Teff è un’ottima fonte di fibre e amminoacidi essenziali, oltre ad avere e fornire un vero concentrato di proteine: ne contiene tra i 12 e i 14 grammi per 100 grammi di alimento. Può essere consumato sia in chicchi (cotti o crudi) sia trasformato in farina senza glutine, con cui si ottengono diverse pietanze tradizionali. Da noi il Teff si trova in vendita online o nei negozi fisici specializzati in prodotti naturali e biologici. A livello di gusto il Teff è molto delicato, dolciastro, con un retrogusto che ricorda il sapore delle noci.

Il Teff è un alimento davvero prezioso per l’alimentazione, grazie ai nutrimenti che contiene e che lo rendono particolarmente benefico per il corpo umano. È un cereale con un buon apporto di calcio, potassio e carboidrati complessi, ma soprattutto ha un indice glicemico molto basso che lo rende adatto per essere consumato dai diabetici, da chi segue un’alimentazione dietetica e da chi pratica molto sport. Infatti ha un alto apporto nutrizionale, motivo per cui è considerato un buon integratore alimentare. Facilmente digeribile, il teff tra le sue molte peculiarità controlla lo stimolo della fame, aiuta la regolarità intestinale, regola i livelli di zucchero nel sangue e svolge un’azione antiossidante su tessuti e organi.

Amici, vediamo insieme come possiamo utilizzare in cucina questo straordinario cereale. Il teff è un alimento davvero versatile, che in cucina può essere utilizzato in molti modi. In primis possiamo consumarlo al naturale, al posto dei classici semi, come noci, pinoli o arachidi. I semi di teff hanno un sapore delicato e dolce, ma più il seme è scuro (ci sono diverse varietà) più il gusto si intensifica. In alternativa possiamo anche cuocere i semi di teff, mettendoli in acqua calda, con un rapporto 2:1 (ovvero 2 parti di acqua, 1 di cereale). Una volta pronto, da cotto si sposa molto bene con i legumi, in particolare fagioli e ceci, e con il tofu, ma si presta anche a diventare un ottimo ingrediente nelle zuppe, oppure a essere un accompagnamento per piatti di verdura o di carne.

Cari amici, gli esperti sono concordi nell’affermare che il Teff, per le sue particolari caratteristiche può candidarsi a diventare il “Cibo del futuro”, ovvero ad avere un grande peso nell’alimentazione dell’uomo con l’avanzare del Millennio. Nel Continente europeo negli ultimi anni il consumo di Teff continua ad avanzare, sempre più presente nei supermercati della Grande Distribuzione, dove spesso è presentato come un “superfood”. Gli esperti ritengono che le generazioni future lo conosceranno molto meglio!

A domani.

Mario

giovedì, marzo 19, 2026

PERCHÈ LE PERSONE PIÙ INTELLIGENTI SI LAMENTANO MENO DELLE ALTRE? ECCO LE COSE IMPORTANTI DI CUI LE PERSONE VERAMENTE INTELLIGENTI NON SI LAMENTANO MAI.


Oristano 19 marzo 2026

Cari amici,

Oggi 19 marzo è SAN GIUSEPPE, patrono di tutti i papà del mondo, per cui AUGURI  a tutti, me compreso! Il post di oggi, amici lettori, riflette su come tutti noi affrontiamo la vita, spesso lamentandoci di come essa procede. Ebbene, pensate che le persone dotate di un’elevata intelligenza emotiva si lamentano dei problemi quotidiani meno delle altre, grazie al loro alto quoziente intellettivo, che consente una gestione diversa delle frustrazioni. Si, chi è dotato di una grande intelligenza emotiva, sa affrontare la vita e le difficili sfide quotidiane, in modo pacato, razionale. Secondo gli esperti di psicologia, una delle caratteristiche distintive delle persone intelligenti è il loro atteggiamento: invece di lamentarsi, scelgono di affrontare le difficoltà con calma, comprensione e compassione.

Chi, con intelligenza, padroneggia l’architettura dei propri pensieri non evita le difficoltà, ma riesce a gestirle con un certo, sano distacco; per esempio, non potendo controllare le code, i ritardi, le lentezze burocratiche, per tutti viste come ostacoli insuperabili, non considera questi problemi come ostacoli insormontabili, ma cerca di trasformarli in opportunità. Un ingorgo, per esempio, diventa il momento perfetto per ascoltare un podcast o pianificare la giornata. Questa non è rassegnazione, ma un modo strategico di gestire il proprio benessere mentale.

Questa capacità che determinate persone hanno “di gestire le emozioni negative” è il cuore della psicologia moderna! Uno studio pubblicato nel 2015 sull’European Journal of Work and Organizational Psychology ha dimostrato che discutere di un evento negativo subito dopo che è accaduto costringe il cervello a riviverlo, rafforzando l’impatto emotivo e ancorandolo più saldamente nella memoria. In pratica, lamentarsi è come rivivere il problema una seconda volta, e proprio volontariamente!

Trasformare i problemi in opportunità risulta essere una positiva applicazione della scienza dell’anima alla vita quotidiana, e non è riferita solo alle grandi problematiche, estendendosi anche alle piccole incombenze. Le faccende domestiche o le commissioni non sono un’ingiustizia, ma è il prezzo da pagare per una vita che funziona. Sono le persone intelligenti quelle che investono energia nel creare un ambiente ordinato che favorisce la concentrazione, piuttosto che sprecarla in lamentele automatiche e improduttive.

Amici, precisando meglio quanto dicevo prima, ecco i 7 “terreni minati”, specifiche aree della vita particolarmente difficili, che creano in tante persone grandi lamentele, ma che le persone intelligenti hanno imparato a identificare e a navigare con una mentalità completamente diversa, focalizzata non sul problema, ma sulla propria reazione ad esso. La vera intelligenza non sta nell’avere una vita senza problemi, ma nel saper scegliere quali battaglie combattere e quali semplicemente lasciar andare.

1. Il passato e i suoi errori irreversibili. Ruminare sugli errori passati è un’abitudine che il cervello adotta per darsi una falsa sensazione di controllo. Lo psicologo clinico Nick Wignall spiega che rivivere mentalmente un errore non cambia il passato, ma ci intrappola in un ciclo di negatività. Le persone che usano la psicologia come una mappa della mente lo sanno bene: analizzano il passato per estrarre lezioni, non per punirsi. Lo trasformano in un trampolino di lancio per il futuro.

2. Le azioni e le abitudini degli altri. Una delle più grandi fonti di frustrazione è il comportamento altrui. Tuttavia, criticare gli altri, come sottolinea Wignall, è spesso un meccanismo di difesa primitivo. L’intelligenza emotiva, quella bussola interiore che ci guida nelle relazioni, implica empatia e la comprensione che ogni individuo ha il proprio funzionamento. Tentare di controllare gli altri è una battaglia persa in partenza; è molto più produttivo gestire la propria reazione.

3. Le attese e i piccoli ritardi quotidiani. Che si tratti della fila al supermercato o di un documento che non arriva, l’attesa mette a dura prova i nervi. Eppure, una ricerca pubblicata sulla rivista Economics Letters ha stabilito un legame sorprendente tra pazienza e un quoziente intellettivo elevato. Invece di cedere all’irritazione, le persone che padroneggiano il proprio software emotivo usano questi momenti come pause forzate, spazi di respiro in giornate frenetiche. È una questione di prospettiva, un pilastro del benessere mentale.

4. I propri difetti e la ricerca della perfezione. La psicologa Judith Tutin evidenzia come l’intelligenza emotiva si manifesti nell’abbandonare l’illusione della perfezione. “L’insuccesso ci rende umani”, afferma. Accettare i propri difetti e le proprie cadute non è un segno di debolezza, ma di profonda consapevolezza di sé. Parlare dei propri fallimenti, inoltre, rafforza l’empatia e permette di ricevere il supporto necessario. La psicologia ci insegna che la vulnerabilità è una forza.

5. Le critiche non costruttive. Carol Dweck, professoressa di psicologia, ha introdotto il concetto di “mentalità di crescita”. Le persone con questa mentalità credono che le loro abilità possano essere sviluppate. Di conseguenza, accolgono le critiche costruttive come doni preziosi, opportunità per migliorare. Sanno filtrare il feedback utile dal rumore di fondo, senza lasciare che una critica negativa mini la loro autostima. Questo è il risultato di processi cognitivi superiori.

6. L’incertezza del futuro. Preoccuparsi per ciò che potrebbe accadere è come pagare interessi su un debito che potresti non avere mai. Le persone dotate di una profonda comprensione della psicologia umana accettano la natura intrinsecamente incerta della vita. Come dice Wignall, “è meglio affrontare questa realtà con lucidità che negarla”. Canalizzano la loro energia mentale nella pianificazione e nell’azione nel presente, l’unico momento su cui hanno un reale controllo.

7. L’opinione altrui. Cercare costantemente l’approvazione esterna è una ricetta per l’ansia, come evidenziato dalla psicologa Pria Alpern. Le persone veramente intelligenti riconoscono di non poter piacere a tutti. Capiscono che le opinioni degli altri spesso dicono più su chi le esprime che su di loro. Questa forma di autocontrollo emotivo li libera da un enorme peso, permettendo loro di agire in modo più autentico e sicuro.

Cari amici, come coltivare, dunque, una mentalità orientata anziché a lamentarsi alla ricerca della soluzione? Adottando l’approccio positivo, che è la chiave per trasformare l’energia della lamentela in una domanda costruttiva: “Cosa posso fare a riguardo?”. Questo semplice cambio di prospettiva sposta il focus dal problema alla soluzione, dal senso di impotenza al potere d’azione. La decodifica delle emozioni diventa uno strumento per agire, non un motivo per lamentarsi!

A domani amici lettori!

Mario

mercoledì, marzo 18, 2026

LA CRISI DEL COMMERCIO AD ORISTANO: IN TREDICI ANNI UN TERZO DEI NEGOZI HA CHIUSO. QUALE LE CAUSE DI QUESTO DISASTRO?


Oristano 18 marzo 2026

Cari amici,

Tra il 2012 e il 2025 Oristano ha perso quasi il 29% delle sue imprese commerciali, diventando la città sarda con il calo più pesante. Questo disastro emerge dal rapporto “Città e demografia d’impresa”, compilato dall’Ufficio Studi della Confcommercio, recentemente pubblicato. In 13 anni il capoluogo oristanese ha visto scomparire quasi tre attività su dieci, tra negozi in sede fissa e commercio ambulante, in un contesto di popolazione residente, già in calo del 4,2%., quello di Oristano è il risultato peggiore di tutte le città sarde considerate nel report: Carbonia (-27,1%), Sassari (-23,9%), Tempio Pausania (-23,2%), Nuoro (-22,3%), Lanusei (-17,5%), Iglesias (-15,3%) e Cagliari (-14,4%).

Indubbiamente sono dati che non solo sorprendono ma annichiliscono tutti! Camminando per la città, passando davanti ad una vetrina spenta, o ad una serranda abbassata, viene da pensare al passato, quando le luci riempivano il locale e le persone entravano ed uscivano! Non è nostalgia, è un segnale di decadenza, di abbandono. Ci si domanda: Ma cosa sta succedendo? Perché succede? Difficile rispondere con certezza, in quanto le cause sono molteplici e di alcune di queste molti di noi sono – almeno in parte – responsabili.

Si, amici, la verità è scomoda: non c’è un singolo colpevole, ma un complicato incastro di fattori che sta schiacciando il retail tradizionale. E, nella crisi, non c’è solo il negozio che chiude ma gran parte di ciò che gli sta intorno: i lavoratori, i servizi, i quartieri, che perdono luce e sicurezza. Questa crisi del commercio al dettaglio, a livello globale, è anche un tema di economia reale: quando un negozio chiude, non sparisce soltanto una cassa, spesso si interrompe una micro-filiera di artigiani, fornitori, logistica locale. È un risiko che travolte tutto ciò che gli sta intorno.

Le cause, come accennato prima, sono molteplici. Vediamole un po’ in dettaglio. La prima causa è quella che, sotto certi aspetti, decide tutto: la stagnazione dei consumi. Le famiglie acquistano con prudenza, tagliano il superfluo, riducono lo scontrino medio. I motivi? L’incertezza economica e timori sul lavoro, l’inflazione che erode il potere d’acquisto, la dolorosa scelta di rimandare gli acquisti “importanti”. A seguire ci sono i “Costi fissi”, quelli che arrivano anche se fuori piove e dentro non entra nessuno. Energia e affitti hanno registrato aumenti spesso oltre +20%, e in molte zone il canone può arrivare a pesare fino al 25% del fatturato. Se aggiungiamo la pressione fiscale e i costi operativi, la marginalità si assottiglia fino a diventare un filo: negli ultimi cinque anni la marginalità dei negozi è scesa intorno al 12%.

Che dire, poi, dell’E-commerce”? Cresciuto a dismisura durante la pandemia, è successivamente aumentato di circa il 60%, e, soprattutto, ha cambiato la psicologia d’acquisto: confronto immediato, ricerca del prezzo più basso, consegna rapida. Il negozio fisico ne esce sempre più travolto! In parallelo anche la grande distribuzione continua ad erodere quote, lasciando i negozi di prossimità a mendicare clienti; i piccoli negozi sono strutture troppo piccole per negoziare e troppo esposte per assorbire gli shock. C’è anche un altro elemento, spesso sottovalutato: la pressione delle importazioni a basso costo, in particolare dalla Cina, che nel primo semestre 2025 hanno toccato circa 5,3 miliardi di euro in alcune categorie.

Con queste potenti “sirene del basso costo”, il consumatore, incantato dal prezzo basso, dimentica la struttura dei costi del negozio tradizionale, che paga affitto, personale, utenze, tasse, e quant’altro. Oramai la crisi, amici, si è talmente diffusa che non è facile da superare, senza una forte, decisa scelta politica (e culturale). La chiusura dei negozi non è un destino scritto e inappellabile. È l’esito di regole, costi e domanda che si incastrano male. E qui entrano con forza le proposte che la politica può mettere sul tappeto: detrazioni fiscali 15-19% per acquisti nei negozi di prossimità, IVA ridotta al 10-15% per due anni, e una cedolare secca sugli immobili commerciali per alleggerire gli affitti. La soluzione, credetemi, se la volontà politica la vuole trovare, esiste!

Cari amici, sono cresciuto tra la prima e la seconda metà del secolo scorso, quando esistevano solo i piccoli negozi di prossimità. Allora la vita nei quartieri e nei “Vicinati” era gioiosa e fraterna, cosa oggi proprio inesistente! Se oggi volessimo davvero raggiungere l’obiettivo di riportare ossigeno ai consumi e tenere vivi i quartieri, le misure prima ipotizzate e messe sul tappeto dallo Stato potrebbero essere di grande aiuto e, forse, anche risolutive; misure capaci di rendere di nuovo sostenibile l’equazione “apro, vendo, guadagno”. Perché un negozio non è solo un punto vendita, è un presidio sociale, una piccola rete di fiducia, una forma di urbanistica quotidiana che tiene insieme persone e strade.

A domani.

Mario