lunedì, febbraio 02, 2026

QUANDO ARRIVA L'INVERNO, CI ASSALE LA TRISTEZZA. QUALI LE MOTIVAZIONI DELL’WINTER BLUES, CHE ACCOMPAGNA TANTE PERSONE?


Oristano 2 febbraio 2026

Cari amici,

Con il termine “WINTER BLUES”  si intende quella curiosa, temporanea, sensazione di malinconia, accompagnata da tristezza, calo di energia e motivazione, che colpisce molte persone nei mesi autunnali e invernali, legata alla minore esposizione alla luce solare e alle giornate più corte. Pur non trattandosi di una vera e propria forma di depressione, quella che comunemente viene definita Winter blues, colpisce annualmente tutta una serie di persone, accompagnandole nei mesi più bui dell’anno.

Gennaio e febbraio, per esempio, sono il mesi più interessati, considerato che, dopo lo spegnersi delle luci di Natale e superato il periodo dell’Epifania, il periodo caldo e luminoso sembra così lontano come le agognate ferie! C’è da vivere, nelle fredde e poco luminose giornate invernali, gli impegni quotidiani di routine, vissuti spesso in un contesto fatto di freddo e grigiore, con giornate umide e corte. Insomma, gennaio e febbraio sono sicuramente i mesi più duri da affrontare, a livello di energie e di umore.

Una delle principali cause è di certo la riduzione delle ore di luce naturale, che rappresenta uno dei fattori più studiati in relazione all’umore invernale. La luce regola il ritmo circadiano, l’orologio biologico che sincronizza sonno, veglia, appetito e produzione ormonale. In inverno, l’esposizione alla luce diminuisce proprio nelle fasce orarie più importanti per il cervello, come il mattino. La minor esposizione alla luce può influire sulla produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno, e sulla disponibilità di serotonina, coinvolta nei meccanismi dell’umore. Il risultato non è automaticamente una condizione patologica, ma una maggiore predisposizione a sentirsi affaticati, rallentati e meno reattivi.

Un altro fattore, che gioca un ruolo anch’esso importante è la percezione psicologica delle giornate. In inverno accade spesso di dover uscire di casa, per andare a scuola e al lavoro, quando è ancora buio e rientrare che è già sera. Il risultato? Una sensazione di compressione del tempo, come se le giornate fossero tutte uguali e prive di spazi personali. La routine lavorativa e scolastica, dopo la pausa delle festività, torna a occupare gran parte della giornata proprio mentre le possibilità di svago all’aperto si riducono. Lo squilibrio tra doveri e gratificazioni contribuisce a dare una sensazione di frustrazione e di pesantezza mentale.

La tristezza in questi mesi assale in modo forte, soprattutto pensando alle lunghe serate piene di luce del periodo primaverile,  giornate che fanno vivere in modo gioioso in particolare i momenti di libertà. Nelle grigie e buoi giornate invernali le luminose giornate appaiono lontanissime, e le ferie estive addirittura una chimera, tanto che l’orizzonte temporale sembra improvvisamente diventato più rigido. Il contrasto tra buio e luce accentua la sensazione di vuoto e di fatica, soprattutto in chi vive già periodi di stress o carichi di responsabilità elevati.

È importante distinguere il WINTER BLUES dal disturbo affettivo stagionale (DAS). Il primo è una risposta comune e transitoria alle condizioni ambientali e sociali dell’inverno. Invece, il disturbo affettivo stagionale, (DAS), o SAD (Seasonal Affective Disorder), è stato riconosciuto in quanto condizione clinica legata al ciclo stagionale, caratterizzata da sintomi più intensi e persistenti, che interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana.

Amici, come possiamo combattere la tristezza delle giornate corte e buie dell’inverno? Pur non essendo facile dobbiamo provarci. Non è necessario porsi grandi obiettivi, ma mettere in atto piccole azioni concrete. Per esempio? Ricavarsi, durante la giornata, “Momenti di relax”, in cui fermarsi, respirare e fantasticare; oppure dieci minuti di esercizi a corpo libero; anche regalarsi una passeggiata lenta all’aria aperta, senza meta né fretta, oppure iniziare un nuovo hobby o dedicarsi a un interesse che avevamo messo da parte magari per mancanza di tempo risulta utile: nella cultura giapponese tutto questo è ikigai, ovvero ciò che dà senso alle nostre giornate e ci fa sentire vivi.

Cari amici, tutte le stagioni vanno vissute con interesse e passione, perché ognuna ha momenti positivi e, ovviamente, anche negativi. Nei mesi invernali possiamo fare bene tante cose che nei mesi caldi è più difficile, basta solo il nostro impegno e la nostra fantasia, per godere appieno di tutte le stagioni. La vita è bella sempre!

A domani.

Mario

domenica, febbraio 01, 2026

QUANDO L'ALTRUISMO DIVENTA TERAPEUTICO. AIUTARE GLI ALTRI RALLENTA ANCHE IL DECLINO COGNITIVO.


Oristano 1° febbraio 2026

Cari amici,

Voglio iniziare i post di febbraio parlando di "ALTRUISMO", perchè viviamo, oramai, in una società che ha come regola base di vita l’EGOISMO. Eppure, sappiamo bene che essere egoisti è un modo di vivere errato, dannoso anche per la propria salute fisica e mentale, in quanto porta all'isolamento sociale, e ad avere relazioni superficiali e inappaganti. Il suo contrario, invece l’ALTRUISMO, è generalmente positivo, perché consente felici relazioni sociali, appaganti e gratificanti. Sì, amici, aiutare gli altri, svolgendo attività altruistiche e di volontariato, risulta alquanto appagante, arrivando a creare quel benessere mentale capace anche di rallentare il declino cognitivo, specialmente nelle persone over 50, migliorando anche l'umore e promuovendo una sensazione di confortante benessere psicologico.

Il nostro cervello ricava benefici notevole dalla disponibilità del soggetto ad occuparsi degli altri, grazie alla stimolazione sociale e al senso di scopo. Questo tipo di disponibilità meglio definita "altruismo terapeutico", si affianca ad altre strategie preventive per scongiurare il declino cognitivo, come l’esercizio fisico, la dieta sana e la stimolazione cognitiva. In sintesi, avere piacere ad interessarsi agli altri e al loro bene, innesca processi positivi nel cervello, legati alla ricompensa e al senso di autoefficacia.

Aiutare gli altri, insomma, non è soltanto un banale  gesto di altruismo, ma ha, invece, sicuri effetti positivi sulla salute del proprio cervello e sul suo funzionamento. Ciò è emerso chiaramente da un nuovo vasto studio condotto dall'Università del Texas di Austin e dell'Università del Massachusetts di Boston su oltre 30.000 persone over 50, che ha evidenziato come l’aiutare gli altri, sia individualmente che facendo attività di volontariato, sul lungo periodo contribuisce a ridurre il tasso del declino cognitivo di circa il 15-20%.

L’altruismo praticato con costanza, che parte dall’avere regolari e costanti interazioni sociali, è dimostrato che risulta fondamentale per prevenire il declino cognitivo che sfocia nel rischio di  una possibile demenza, dimostrando chiaramente che aiutare gli altri ha ricadute positive sul nostro benessere, in particolare nella fase dell'invecchiamento. Nello studio prima citato i ricercatori hanno osservato l'andamento del declino cognitivo dei partecipanti lungo due decenni, e lo hanno confrontato con le loro abitudini legate all'aiutare gli altri. Hanno preso in considerazione sia forme di aiuto strutturato, come attività di volontariato, sia azioni individuali, come ad esempio l'aiutare vicini, amici o familiari in modo costante e regolare.

In questo modo i ricercatori hanno potuto constatare che il declino cognitivo, che è normalmente associato all'invecchiamento, sembrava rallentare man mano che i partecipanti svolgevano azioni per aiutare gli altri in modo costante e regolare. I benefici più significativi sul rallentamento del declino cognitivo sono stati osservati nei partecipanti che erano abituati a dedicare tra le due e le quattro ore alla settimana ad aiutate gli altri. In questi partecipanti la riduzione del declino cognitivo è stata anche del 15%-20%. Al contrario, chi con l'avanzare dell'età aveva smesso completamente di dedicare tempo ad aiutare gli altri (in qualsiasi forma), mostrava un peggioramento della funzione cognitiva.

Amici, questo studio credo faccia riflettere non poco. Direi che stimolare, man mano che l’età avanza, le persone ad aiutare gli altri, può essere alquanto terapeutico “come misura preventiva”, per riuscire a limitare il forte aumento dei casi di demenza previsti nei prossimi anni, complice anche il progressivo invecchiamento della popolazione mondiale. "Ciò suggerisce l'importanza di mantenere gli anziani impegnati in qualche forma di aiuto il più a lungo possibile, con supporti e sistemazioni adeguate", ha spiegato il professor Sae Hwang Han, a capo dello studio.

Cari amici, il problema è davvero molto serio. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) infatti la demenza, che nella maggior parte dei casi è causata dalla malattia di Alzheimer, oggi colpisce circa 55 milioni di persone in tutto il mondo, ma si stima che entro il 2050 questo numero potrebbe quasi triplicare, raggiungendo la soglia di 139 milioni di persone. Operiamo allora per far sì che l’ALTRUISMO si diffonda sempre più, perché i primi a goderne sono quelli che lo praticano! SENECA, molti secoli fa, ammoniva: “Chi aiuta gli altri, aiuta se stesso”!

A domani.

Mario

sabato, gennaio 31, 2026

UNA SERIA RIFLESSIONE SUL FUTURO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. PER FRANCESCO BRANDA, “LA PROSSIMA GRANDE SFIDA SARÀ CAMBIARE IDENTITÀ ALL’A.I…”


Oristano 31 gennaio 2026

Cari amici,

Voglio chiudere i post di Gennaio di questo nuovo anno 2026, dedicando la mia quotidiana riflessione all'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Oggi si parla tanto, e spesso impropriamente, di INTELLIGENZA ARTIFICIALE, capace secondo alcuni non solo di raggiungere le capacità dell’intelligenza umana ma anche di superarla. Chi vede in questi termini, l’A.I. non fa altro che darne una valutazione fuorviante. Chi ne parla come se fosse dotata di coscienza, comprensione o intuizione, commette un errore concettuale che può avere serie conseguenze concrete. Come puntualizza il professor Francesco Branda, “L'A.I. non è intelligente nel senso umano, perché non prova empatia, non comprende le sfumature, non ha esperienza”.

Il professor Francesco Branda, calabrese del 1994, attualmente ricopre la posizione di Professore a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, dove è docente di diversi corsi di statistica medica. La sua attività di ricerca si focalizza sull’integrazione tra statistica medica, epidemiologia digitale e sistemi di epidemic intelligence, con particolare attenzione alla sorveglianza genomica ed epidemiologica delle malattie infettive emergenti.

Per il suo importante contributo alla promozione della scienza aperta all’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario, è stato inserito da Fortune Italia nella lista dei “40 Under 40” del 2024 e ha ricevuto il Premio Magna Grecia Awards 2024, in riconoscimento della qualità della sua ricerca e del suo impegno nella diffusione della conoscenza scientifica. Per il professore, focalizzando l’attenzione sull’Intelligenza Artificiale, “Serve un salto culturale. Non è sufficiente introdurre etichette o segnalazioni (“contenuto generato da AI”), né basarsi su regole giuridiche o tecniche. È necessario costruire una nuova ecologia del giudizio, fondata sulla capacità critica, sul discernimento, sulla responsabilità personale e collettiva”.

Il professor Branda, fresco socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), è convinto che “la prossima grande sfida sarà cambiare identità all’A.I., a partire dal nome, attribuendole il peso e il significato che merita, cioè un sistema statistico avanzato che funziona solo grazie alla progettazione umana, in quanto non un’entità autonoma”. “Non facciamoci ingannare: l’AI non è intelligente in senso umano”, sostiene con convinzione.

Il professor Branda non vuole certo sminuire lo straordinario apporto dato dall’A.I. alla conoscenza umana. “Le sue capacità di elaborare enormi quantità di dati, generare previsioni e suggerire soluzioni in pochi secondi, compiti che in passato richiedevano mesi o anni di lavoro umano, pongono interrogativi cruciali: fino a che punto possiamo delegare decisioni complesse a sistemi intelligenti? Quali equilibri etici e sociali dobbiamo stabilire? E soprattutto, come garantire che questa tecnologia amplifichi l’umanità e non la sostituisca?”, ecco i dubbi e le domande che il professore si pone e pone agli altri!

L’A.I. – puntualizza il professore – “Non è intelligente nel senso umano, non prova empatia, non comprende le sfumature, non ha esperienza”. È un’interfaccia statistica sofisticatissima, capace di analizzare dati, riconoscere pattern, generare previsioni e suggerire decisioni. "MA RESTA UNO STRUMENTO", certo, potentissimo, ma pur sempre un mezzo”. Riconoscere questo “significa riaffermare la centralità dell’uomo. Il Test di Turing, spesso evocato come misura dell’intelligenza artificiale, non deve essere letto come un traguardo che rende la macchina “umana”, bensì come un promemoria della nostra responsabilità”, ribadisce la seria riflessione dello scienziato.

Amici, come conferma il grande ricercatore, “la tecnologia avanza più rapidamente della nostra capacità di comprenderne le implicazioni sociali, etiche e politiche. L’A.I. non è solo, dunque, il protagonista delle rivoluzioni presenti, è l’architetto di scenari futuri. La sua capacità di anticipare focolai epidemici, prevedere la diffusione di varianti virali e supportare decisioni strategiche nella gestione delle emergenze sanitarie la rende uno strumento essenziale per affrontare le sfide poste dalla mobilità globale, dai cambiamenti climatici e dalle malattie emergenti.

Ma attenzione, ribadisce con forza il professore: “Il timone deve restare in mano all’uomo. Senza una guida etica, senza un progetto umano che dia senso e finalità, la macchina rischia di diventare un automa potente ma cieco, capace di produrre risultati ma incapace di giudicare il loro valore”. Insomma, nel 2026 la sfida non è più solo tecnologica, ma “sociale, culturale ed educativa. Cambiare identità all’A.I., comprenderne la reale natura, riaffermare la centralità dell’uomo e guidare le persone ad un uso sapiente e consapevole della tecnologia sarà la sfida del futuro. "Solo così – conclude – la promessa del futuro potrà trasformarsi in un progresso sostenibile, equo e umano”.

Amici, credo che non ci sia altro da aggiungere…

A domani.

Mario

 

venerdì, gennaio 30, 2026

IL PREOCCUPANTE FENOMENO DELLA “PAURA”. QUESTO MECCANISMO, PROTETTIVO, CHE SPESSO SALVA LA VITA, CI METTE IN ALLERTA PER REAGIRE IN SITUAZIONI DI PERICOLO.


Oristano 30 gennaio 2026

Cari amici,

La PAURA è un meccanismo emozionale, elaborato dal nostro cervello, che risulta assolutamente necessario per la nostra sopravvivenza. In sintesi è una reazione protettiva, una risposta ad una possibile minaccia (reale o percepita), tale da metterci in allerta e prepararci a fronteggiarla, con l'attacco, la fuga o l'immobilità per proteggerci e salvarci. È una specie di campanello d’allarme, che serve a riconoscere i pericoli e agire di conseguenza, per imparare a fronteggiare i rischi, insegnandoci a distinguere ciò che può danneggiarci, permettendoci così di valutare le possibili situazioni avverse per la nostra sopravvivenza.

Come ha avuto modo di spiegare la dott.ssa Marzia Targhettini, psicologa psicoterapeuta, tesoriera dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, la PAURA è un meccanismo prezioso, persino salvavita in determinati contesti, perché permette al nostro organismo di reagire a situazioni potenzialmente pericolose. Quando però la paura smette di essere una risposta funzionale e diventa un timore costante verso le proprie stesse reazioni emotive e fisiologiche, può trasformarsi in un circolo vizioso capace di condizionare la vita quotidiana.

La dott.ssa Targhettini, da esperta del problema, ha approfondito anche il tema (spesso poco discusso) che riguarda “LA PAURA DELLA PAURA STESSA”, un meccanismo emozionale che trova origine anch’esso nel nostro cervello, per ipotizzarne le possibili soluzioni. Alla domanda “Che cosa si deve intendere per paura della paura, e quando questo meccanismo si verifica, la dottoressa Targhettini così risponde: “La paura viene spesso interpretata come un’emozione negativa, ma è una risorsa fondamentale. È ciò che ci permette di reagire prontamente a uno stimolo pericoloso, mettendoci nelle condizioni di salvarci. La paura della paura, invece, non riguarda un pericolo esterno, bensì le sensazioni e le reazioni fisiologiche ed emotive che la paura produce. Poiché tali sensazioni non sono piacevoli, possono diventare esse stesse fonte di timore”.

Alla domanda: “Quando questo pericoloso meccanismo si verifica”, ecco la sua risposta: “Il circolo vizioso si innesca quando le reazioni emotive diventano così intense da risultare travolgenti, come accade negli attacchi di panico. La persona percepisce la propria risposta fisica come una minaccia e sviluppa avversione verso quelle sensazioni. Anche la cultura e la società di cui facciamo parte ha sicuramente un ruolo: viviamo in un contesto che esalta il controllo e considera ancora oggi il manifestarsi delle emozioni come una debolezza. In questo senso, il fatto di non riuscire a controllare la propria paura alimenta ulteriormente la paura stessa”.

Amici, considerato che la Paura della Paura porta inevitabilmente ansia, ciò può portare ad evitare la socialità, con pesanti limitazioni della vita quotidiana. Può succedere che, dopo il verificarsi di uno di questi spiacevoli episodi, diverse persone, nel timore che possano ripetersi, iniziano a evitare contesti simili o scenari che potrebbero innescare quelle brutte sensazioni vissute. Tuttavia, diminuire, rallentare il rapporto sociale, può solo offrire un sollievo momentaneo, ma, nel tempo, restringe sempre più lo spazio di relazione. Se si smette di fare la spesa perché si teme un nuovo attacco, anche solo il pensiero di entrare in un supermercato può diventare insostenibile. E più si evita, più la paura cresce.

Cari amici, quando la paura interferisce con la quotidianità è fondamentale rivolgersi a un professionista, che conosce bene gli strumenti mirati che permettono alle persone di tornare ad essere autonome e libere di scegliere. Un passaggio importante è lavorare seriamente accettando tutti i suggerimenti. Lentamente, le situazioni diventano affrontabili, utilizzando, però, il giusto impegno. È un percorso graduale che permette di riallenarsi, pronti ad affrontare ciò che ci faceva paura. La paura è innata, mentre il coraggio è appreso. Ecco un pensiero di Martin Luther King: “Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.

A domani.

Mario

giovedì, gennaio 29, 2026

L'EDUCAZIONE GENITORIALE NEL TERZO MILLENNIO. CHI È CRESCIUTO NEL SECOLO SCORSO, HA RICEVUTO UN’EDUCAZIONE MOLTO DIVERSA E BEN PIÙ VALIDA DI QUELLA DI OGGI…


Oristano 29 gennaio 2026

Cari amici,

Chi, come me, è nato nella prima metà del secolo scorso ha ricevuto dai genitori un’educazione alquanto diversa da quella oggi somministrata alle nuove generazioni. Indubbiamente era un'educazione definita oggi "VECCHIO STILE", ma che ha contribuito a formare adulti stabili, empatici e forti, in grado di affrontare nella giusta maniera le sfide poste dalla vita. Si, la formazione delle Nuove Generazioni passa inderogabilmente dagli insegnamenti e dalle regole trasmesse dai genitori, regole che restano, poi, un vero, radicato e sicuro bagaglio per tutta la vita.

In un mondo che, come ben sappiamo, cambia in continuazione, l’educazione genitoriale risulta basilare per lo sviluppo personale dei minori; sono regole comportamentali ben definite, quelle impartire sia dai genitori (e, spesso, anche dai nonni), e valgono tanto oro quanto pesano. Questi famosi insegnamenti del passato, spesso ripetuti con fermezza ma sempre con amore, non erano semplicemente delle regole rigide, ma norme necessarie, rispettose della vita sociale, che i giovani avrebbero dovuto conoscere per applicarle in futuro.

Si, amici, erano delle vere e proprie “pietre miliari” che servivano a costruire il futuro equilibrio dei figli diventati adulti. Chi è cresciuto con questi valori (e io sono uno di questi), posso garantirvi che ha ricevuto molto più di un'istruzione: ha ricevuto uno straordinario codice comportamentale, vero e proprio manuale di sopravvivenza, da applicare, giorno dopo giorno, nello svolgersi della propria vita, sia emotiva che sociale, percorrendo nel modo migliore il proprio sentiero di vita.

Queste regole, sempre applicate prima di oggi, erano un vero e proprio decalogo, che, fin dalla più tenera età, erano la base della formazione delle nuove generazioni. Un DECALOGO che possiamo andare a rileggere e che, sarebbe alquanto utile oggi come ieri. Ecco le 10 “REGOLE-BASE” utilizzate: Chiedere scusa quando si sbaglia, Rispettare gli anziani, Conoscere il valore del denaro, Avere fiducia in se stessi, Capire gli sbagli fatti e saper rimediare, Pensare prima di parlare, Condividere ciò che si ha, Agire rispettando sempre gli altri, Imparare a fare le cose senza dipendere dagli altri, Saper ascoltare gli altri. Vediamolo in dettaglio questo importante Decalogo.

1-Chiedere scusa quando si sbaglia. Imparare a comprendere gli sbagli fatti e chiedere sincere scuse, era la dimostrazione di aver maturato il dovuto rispetto verso gli altri. 2-Rispettare gli anziani. Rispettare le persone mature era un segno di doveroso rispetto verso chi ci ha dato la vita e degli altri che ci accompagnano nella nostra. 3-Conoscere il valore del denaro. Far capire che nella vita l’economia è importante, era un problema da affrontare subito: imparare a gestire anche la propria paghetta, senza sprechi. 4-Avere fiducia in se stessi.  Essere sempre consci delle proprie capacità, serviva a dare sicurezza e aiutava ad affrontare le sfide che la vita riserva.

5-Capire gli sbagli fatti e saper rimediare. Accettare di aver sbagliato (come dopo aver avuto un brutto voto a scuola) significava accettare il fallimento ma anche sapersi rialzare, ponendo rimedio all’errore commesso. 6-Pensare prima di parlare. Imparare fin da subito che le parole, dette in un momento d’impeto, di rabbia, possono fare davvero male, e che poi era impossibile rimediare; per cui era giusto imparare a pensare le cose da dire, prima di pronunciarle. 7-Condividere ciò che si ha. Imparare a godere con gli altri ciò che si ha, ovvero applicare la condivisione, significa spogliarsi dell’egoismo passando all’altruismo.

8- Agire rispettando sempre gli altri. Qualsiasi comportamento deve essere sempre improntato al rispetto per l’altro. "Ciò che facciamo quando nessuno ci guarda dice molto su di noi". Questa semplice riflessione deve sempre guidarci come una vera bussola interiore. Rispettare gli altri significa saper sempre distinguere il bene dal male, non per paura della punizione, ma per il rispetto dei valori. 9- Imparare a fare le cose senza dipendere dagli altri. Arrivare a possedere una buona autonomia significa sapersi gestire sempre, anche nelle emergenze, evitando di dipendere troppo dagli altri. 10- Saper ascoltare gli altri.  Saper ascoltare è un’abilità davvero preziosa. Ascoltare gli altri significa dare rispetto e importanza, far sentire gli altri allo stesso nostro livello. È la base della sana relazione sociale.

Cari amici, crescere in una famiglia che applica questo modello di educazione significa aver ricevuto molto di più di una buona istruzione. Significa aver ricevuto radici sane e forti, essere stati formati come persone rette, gentili, forti e con i piedi per terra. Una formazione che ci accompagnerà per tutta la vita! Io lo so bene perché ho ricevuto questa educazione!

A domani.

Mario

mercoledì, gennaio 28, 2026

ECCO DEI GIOVANI CHE CI RICORDANO CHE IL CIBO NON SI SPRECA. SONO EMANUELE E FRANCESCA, CHE RECUPERANO LA FRUTTA “BRUTTA MA BUONA” PER FARNE OTTIME MARMELLATE.


Oristano 28 gennaio 2026

Cari amici,

Di Emanuele e Francesca ho già avuto modo di parlare su questo blog. L’ho fatto il 12 di ottobre del 2021, quando, questi due ragazzi, al rientro dal Mozambico dove entrambi avevano svolto un anno di servizio civile, crearono ad Oristano, forti dell’esperienza vissuta, “NOSTOS”, una star-up alimentare eco-solidale. Chi di Voi ha piacere può andare a leggere quanto scrissi andando a cliccare sul seguente link: https://amicomario.blogspot.com/2021/10/la-bella-storia-di-emanuele-e-francesca.html.

Ebbene, oggi “NOSTOS”, che in greco antico significa il "ritorno a casa", ad evidenziare un concetto legato alla resilienza e al viaggio, è una felice realtà che offre prodotti locali, come marmellate, composte e mieli, promuovendo il legame con la terra. Il negozio dei due ragazzi è a chilometro zero, che si identifica “come una bottega che propone prodotti naturali locali”, celebrando un forte legame con la terra e le cose semplici. L’attività, ben avviata e gestita da questi due straordinari giovani, già nel 2024 cercò di trovare nuovi spazi di vendita, andando anche alla conquista del Giappone con le meravigliose marmellate preparate da Francesca Bina ed Emanuele Pinna!

L’impegno dei due giovani nella preparazione di prodotti genuini della terra sarda è cresciuto di giorno in giorno: anche una troupe della seconda tv di Stato andò nel loro laboratorio di “prodotti a chilometri zero” per conoscere e diffondere la loro attività; un’attività che consentiva, e che consente oggi più di ieri, di evitare gli immensi sprechi alimentari che contraddistinguono questa nostra era, fatta di sperperi in ogni dove! Per confezionare le loro straordinarie marmellate a chilometro zero, i due ragazzi recuperano dai produttori la “frutta brutta ma buona”, quella poco elegante, poco appariscente, ma ugualmente buona per essere trasformata in ottime marmellate!

Si, amici, dai fertili campi della Sardegna l’eccellenza agroalimentare sarda è andata anche alla conquista il Sol Levante! Nel loro laboratorio e rivendita "NOSTOS", in via Beato Angelico, i due giovani propongono un’ampia gamma di confetture, marmellate, mieli e creme di verdure. I loro prodotti sono stati presentati anche a Torino, nel Salone del Gusto Terra Madre, un evento organizzato da Slow Food dove erano presenti oltre 600 aziende espositrici provenienti da tutto il mondo. Il meraviglioso lavoro fatto dai due ragazzi è stato seguito anche da NHK Educational, che ha voluto fare delle riprese sull'attività svolta da Nostos.

La piccola azienda NOSTOS, giorno dopo giorno, sta portando a casa diversi riconoscimenti importanti. Questa, seppure modesta ma capace azienda familiare, che con Slow Food condivide impegno e prospettive per il rispetto della natura e la produzione sostenibile, opera con la convinzione che il cibo deve essere sempre genuino, evitando gli sprechi! «Grazie al cibo possiamo riscoprirci parte della natura», è il motto applicato! È  promuovendo il cibo sano, pulito e giusto, evitando gli sprechi che continuamente vengono effettuati, che possiamo dare un futuro vivibile alla nostra terra e alle nuove generazioni.

Cari amici lettori, NOSTOS, frutto dell’impegno di questi due straordinari ragazzi, è nato con lo scopo principale di diffondere i valori determinanti per l’alimentazione umana: produzione che deve evitare gli sprechi, avere il massimo rispetto del lavoro agricolo e il consumo a chilometro zero, stabilendo il contatto diretto con i produttori di frutta e verdure del territorio. Insomma, quanto da loro svolto dovrebbe costituire un forte stimolo per altri giovani a cercare di impegnarsi per salvaguardare la produzione della nostra terra, evitando gli immensi sprechi che nel settore alimentare continuano.

Amici che mi leggete, trovare ragazzi seri, preparati, volenterosi, disposti ad impegnarsi in prima persona per migliorare la produzione agricola sarda che è eccellente sotto tanti aspetti, è davvero una scoperta straordinaria! Un grande plauso e un immenso augurio, ad Emanuele e Francesca, che stanno portando avanti un progetto davvero straordinario!

A domani.

Mario