martedì, ottobre 06, 2026

I METODI ADOTTATI DAL CERVELLO PER RISPARMIARE ENERGIA. UNO DI QUESTI È L'UTILIZZO DELLE NOSTRE “ABITUDINI”.


Oristano 6 ottobre 2026

Cari amici,

Il cervello umano, pur rappresentando solo il 2% del nostro peso corporeo, consuma circa il 20% dell'energia totale del corpo e per questo motivo utilizza diverse strategie per non sovraccaricarsi. La più importante risorsa a cui ricorre è l’utilizzo delle “ABITUDINI”, trasformando così sequenze complesse di azioni in “automatismi” che non richiedono un costante controllo consapevole. Oltre all’utilizzo delle abitudini, comunque, il cervello applica altri metodi per cercare di ridurre il forte consumo energetico.

Col passare degli anni, quando lentamente ma inesorabilmente l’età passa dalla maturità alla vecchiaia, le “ROUTINE”, OVVERO LE ABITUDINI, quel meccanismo biologico con cui il cervello si orienta, risparmia energie e protegge la propria efficienza, diventano ancora più importanti, per cui, soprattutto nelle persone anziane e fragili, stravolgere le consolidate abitudini sedimentate nel corso degli anni, può avere profonde conseguenze negative. Vediamo meglio perché.

Il cervello opera in questo modo non certo per pigrizia, in quanto – come accennato prima – a contare maggiormente è il risparmio energetico. La nostra mente è una vera e propria “macchina predittiva”: ogni giorno elabora una mole immensa di informazioni e, per risparmiare energia, trasforma i gesti ricorrenti in automatismi. Allacciamo la cintura senza pensarci, chiudiamo la porta d'istinto, recuperiamo un oggetto sapendo già dove trovarlo. Le abitudini non sono pigrizia: sono un potente meccanismo di efficienza che libera risorse cognitive da investire in compiti più impegnativi.

Come accennato prima, col passare degli anni, tutti invecchiano, e anche il possibile “cambio di abitudini”, come l'ambiente, gli orari, i punti di riferimento, i volti, costringe la nostra mente a dover ricostruire da zero il precedente programma impostato. In un soggetto giovane, di solito, basta qualche giorno di assestamento, ma in un soggetto anziano i problemi risultano ingigantiti. Per un anziano, soprattutto se fragile o con un iniziale decadimento cognitivo, lo sforzo può diventare gravoso. Non è raro che un trasloco, un ricovero ospedaliero o l'ingresso in una struttura residenziale si accompagnino a disorientamento e perdita di autonomia.

Quando ci capita di sentire un familiare dire: "Non spostate il nonno dalla sua casa, ne morirebbe.", in quella frase, colma di affetto, c’è una sacrosanta verità. Man mano che il tempo passa, amiamo ripetere gli stessi gesti. Posare la tazza sempre nello stesso posto, osservare il mondo che si muove sempre dalla stessa finestra, fare sempre lo stesso tragitto per muoversi in casa tra le stanze, la cucina e il salotto, brevi tragitti sempre uguali per anni. Anche il giornale letto sempre nello stesso tavolo, sedersi nella stessa panchina o entrare nello stesso bar ordinando “il solito”. Tutti dettagli che la mente ripete in automatico.

Amici l’adozione da parte del cervello delle ABITUDINI, risulta davvero salutare e risparmioso. Invece di analizzare ogni singolo dettaglio proveniente dall'ambiente, il cervello si basa sulle esperienze passate. Elabora solo le differenze o gli errori di previsione (ciò che è inatteso), ignorando la routine visiva o sensoriale prevedibile. Anche durante il sonno e nel corso della vita, il cervello elimina le connessioni sinaptiche (le sinapsi) che non vengono usate frequentemente. È in questo modo che avviene il “Risparmio”: si riduce il numero di neuroni e percorsi da attivare, rendendo i circuiti rimasti più efficienti e veloci. In questo modo gli altri neuroni rimangono in uno stato di riposo energetico, riducendo drasticamente il consumo di glucosio e ossigeno.

Cari amici, Non pensiamo che “LE ABITUDINI” rendano la nostra vita monotona, perché in realtà rendono la nostra vita sostenibile. Viviamo in un'epoca che esalta il cambiamento continuo, la velocità, l'imprevisto; eppure il cervello continua ad avere bisogno di qualcosa di antico: LA STABILITÀ. Per questo, quando vediamo un anziano smarrirsi dopo aver lasciato la propria casa, non assistiamo alla semplice nostalgia di un luogo: perchè è la sua mente che ha perso, tutta insieme, la sua mappa del mondo! LA STABILITA', LA RIPETIZIONE, RIMODELLANO IL NOSTRO CERVELLO.

A domani, fedeli lettori.

Mario

lunedì, ottobre 05, 2026

UN MALE SEMPRE PIÙ DIFFUSO: L'AGEISMO, OVVERO LA DISCRIMINAZIONE PER ETÀ. COME SI MANIFESTA E COME SI COMBATTE.


Oristano 5 ottobre 2026

Cari amici,

A coniare per primo il termine “AGEISMO” fu il medico e psichiatra statunitense Robert Neil Butler, vincitore, nel 1976, di un premio Pulitzer. La parola fa riferimento ai comportamenti discriminatori messi in atto nei confronti di persone che appartengono ad una fascia d’età diversa dalla propria. Si, l’Ageismo è praticato non solo nei confronti dei singoli ma anche sui “Gruppi di persone” con un’età diversa da quella di chi li giudica, utilizzando proprio la differenza anagrafica. I dati del Global Report on Ageism (ONU, 2021) parlano chiaro: in Europa una persona su tre, sia giovane che anziana, viene considerata vittima di questo tipo di discriminazione, sempre più diffusa.

Sebbene in origine l’ageismo era rivolto quasi esclusivamente alla fascia anziana, oggi a fronte di uno scenario lavorativo sempre più multigenerazionale; i pregiudizi anagrafici infatti colpiscono anche la fascia più giovane, seppure con sfumature e motivazioni di volta in volta differenti. Il termine YOUNGISM, ad esempio, indica l’atteggiamento ageista verso i giovani adulti, ovvero coloro che si ritrovano all’inizio della loro carriera lavorativa, e il cui grado di maturità e capacità non viene identificato per il valore ma per l’età.

A tutt’oggi sono diversi gli studi su questo fenomeno, in particolare quelli effettuati da “Women of Influence” con “Exploring the Impact of Ageism on Women in the Workplace”, dal quale si rileva che l’ageismo non colpisce in egual misura donne e uomini, intersecandosi con fenomeni culturali radicati come gli stereotipi di genere. A parità di età, infatti, le donne risultano più svantaggiate e l’ageismo diventa quindi “agesimo di genere”. In realtà quasi l’80% delle donne che hanno partecipato allo studio hanno dichiarato di aver subito, nel corso della propria carriera lavorativa, discriminazioni legate all’età.

Amici lettori, l’Ageismo non riguarda solo l’età in sé, ma sembra valere in particolar modo per le donne nel lavoro, le quali, all’inizio mancano di credibilità, venendo addirittura, percepite come potenzialmente vicine ad una maternità, mentre in età matura, ovvero dopo i 65 anni, vengono considerate già vecchie. Basti pensare a Madonna e ai suoi 67 anni, dove ad un uomo della stessa età nessuno porrebbe il tema relativo all’opportunità nel mostrarsi. L’ageismo, poi, è davvero forte nel mondo del lavoro: avere un capo di 30 anni è socialmente accettato, ma averne uno di 70 non è proprio lo stesso!

L’Ageismo non colpisce solo la capacità fisica, in particolare quella senile, sempre più spesso si parla anche di “Ageismo digitale”, intendendo l’insieme dei comportamenti e dei pregiudizi nei confronti degli over 65, e non solo, circa la loro capacità di approcciarsi e utilizzare le tecnologie, navigare su Internet, ma anche sulla capacità di usare i social media e tutte le attività legate alla sfera del digitale. Eppure nella tecnologica società di oggi, saper ben utilizzare talenti di ogni età risulta cruciale per il successo delle imprese. In Italia, a fronte di un invecchiamento sempre più rapido, una percentuale in crescita di anziani vede allungarsi propria la vita lavorativa. Un fattore quest’ultimo che deve prendere in seria considerazione l’eliminazione dell’Ageismo, una discriminazione da contrastare assolutamente.

Come combattere l’Ageismo? Una ricerca, realizzata da Valore D in collaborazione con il centro di ricerca Behave Lab dell’Università degli Studi di Milano  (“Oltre le generazioni: esperienze, relazioni e lavoro”), ha analizzato non solo la quantità e la qualità delle differenze generazionali presenti nelle organizzazioni italiane, ma anche i possibili punti di contatto tra di esse. Perché è di questo che si tratta: cercare di andare oltre, di favorire scambi tra generazioni che siano costruttivi, in grado di superare gli stereotipi anagrafici e capaci di valorizzare i talenti di ognuno. È importante, inoltre, che anche la sfera politica emani leggi e direttive mirate a combattere l’Ageismo e le forme di discriminazione per età. Proprio per questo la Fondazione Longevitas di Roma, insieme ad altre 21 organizzazioni firmatarie, ha presentato al Parlamento Europeo il “Manifesto Europeo contro L’Ageismo”, un documento di 9 punti in cui sono sintetizzate le misure necessarie da prendere.

Cari amici, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, dove le opportunità di lavoro e di crescita personale sono molteplici, dobbiamo smettere di considerare gli anziani solo un numero, nel senso che arrivati ad una certa età essi non contino più nulla. Gli anziani sono in possesso di memoria storica e risorse vissute, e ciò vuol dire che possono ancora dare molto, sia nel mondo lavorativo che in quello sociale. Non dimentichiamo mai che il presente è figlio del passato e che il futuro ha bisogno di radici antiche!

A domani.

Mario

domenica, ottobre 04, 2026

“L'INVIDIA”, IL NEGATIVO SENTIMENTO UMANO CHE COLPISCE TANTI DI NOI. CON SAGGEZZA, PERÒ, L’INVIDIA PUÒ ESSERE TRASFORMATA IN “MOTIVAZIONE”.


Oristano 4 ottobre 2026

Cari amici,

L'invidia è quel sentimento umano negativo, derivato dal desiderio di avere qualcosa che altri possiedono e che al soggetto, invece, manca. Questo desiderio, alimentato da una forte emozione interiore complessa, di norma è vissuto in modo alquanto negativo, anche se, opportunamente elaborato e riconosciuto, non solo può essere represso, ma può, addirittura, diventare un potente indicatore dei nostri desideri inespressi e trasformarsi in una sana spinta al miglioramento personale. Ebbene, come possiamo trasformare l'invidia in motivazione? Partendo dal fatto che l'invidia, spesso, rivela ciò che desideriamo profondamente ma che non abbiamo ancora raggiunto.

Con intelligenza possiamo davvero trasformare l'invidia nel nostro migliore alleato. È luogo comune definire l’invidia come un "sentimento cattivo", un nostro negativo difetto d'animo da reprimere a tutti i costi. La psicologia, tuttavia, ci offre una prospettiva completamente diversa: l’invidia non è un semplice sentimento negativo di colpevolezza, ma un segnale emotivo elaborato dal nostro cervello che ci parla di noi, dei nostri desideri e dei nostri bisogni inascoltati. Siamo noi che dobbiamo imparare a decifrare questo sentimento, facendo sì che, invece di soffocarlo, possiamo iniziare ad usarlo a nostro favore. L’invia, amici lettori, scatta dentro di noi quando vediamo un altro arrivare a traguardi che noi abbiamo solo sognato; ebbene, anziché concentrarci sul successo di chi stiamo invidiando, proviamo a spostare lo sguardo su di noi. L’invidia che proviamo non riguarda tanto la persona che invidiamo, ma è come se guardassimo attraverso uno specchio: vediamo riflesso ciò che noi desideriamo o che sentiamo di non poter raggiungere. Ecco il vero motivo che ci porta ad invidiare l’altro!

Amici, dal punto di vista psicologico, l'invidia nasce da tre elementi principali: Il confronto sociale: tendiamo a confrontarci con persone che percepiamo come simili a noi (amici, colleghi, coetanei). Più l'altro ci è vicino, più il suo successo rischia di mettere in discussione il nostro valore. Il senso di privazione: crediamo erroneamente che il successo o la felicità altrui tolgano spazio alle nostre possibilità. Bisogni non realizzati: invidiamo ciò che tocca un nostro tasto dolente o un sogno accantonato nel cassetto e non realizzato.

Ecco qualche esempio. Quando proviamo invidia per la promozione di un collega, in realtà non stiamo necessariamente desiderando il suo male: stiamo solamente prendendo atto di quanto noi saremo stati felici di essere al suo posto, vedendo riconosciuto il nostro impegno. La morale fondamentale sull'invidia è che essa ferisce prima di tutto chi la prova, consumando l'animo umano senza togliere nulla a chi ha successo.

Gli effetti dell'invidia non sono da sottovalutare. Chi è invidioso si rode il fegato e vive male, sprecando il proprio tempo a guardare la vita degli altri anziché costruire la propria. Altro elemento importante è che, osservando con invidia gli altri, non apprezziamo e non godiamo di quello che possediamo, in quanto desiderosi di “avere” quello posseduto dal vicino! Amici, l'invidia è alquanto insidiosa, perchè rischia di rovinare le nostre giornate o le nostre relazioni, penalizzando fortemente noi stessi.

Come accennato in premessa, l’invidia può anche diventare, opportunamente elaborata e riconosciuta, uno stimolo alla nostra crescita personale. Usiamo allora l’invidia come una “Bussola emotiva”. Invece di chiederci "Perché va avanti proprio lui?", domandiamoci: "Quale mio desiderio irrealizzato sta portando a galla questa situazione d’invidia? ". Amici, l'invidia consuma tantissima energia mentale. Invece di spenderla a monitorare i traguardi degli altri, incanaliamola nei nostri progetti: impostiamo un piccolo obiettivo concreto ogni giorno per avvicinarci a ciò che desideriamo davvero.

Cari amici, cambiamo direzione e obiettivo: quando vediamo qualcuno che ottiene ciò che noi abbiamo desiderato, non è la fine del mondo, ma, al contrario, è la prova tangibile che quel traguardo è umano ed è raggiungibile. Cambiamo, allora, “Gli occhiali” con cui guardiamo il mondo, e, anche se non è facile, trasformiamo L’INVIDIA in un carburante straordinario per portare avanti la nostra crescita personale!

A domani.

Mario

sabato, ottobre 03, 2026

UNA SERIA RIFLESSIONE SUL VALORE DELL’AMICIZIA. PARTENDO DA QUELLA VERA, SANA, FATTA DI RECIPROCITÀ, FIDUCIA, RISPETTO DEI CONFINI E AUTONOMIA.


Oristano 3 ottobre 2026

Cari amici,

Al giorno d’oggi, purtroppo Il termine “AMICIZIA”  è come un grande elastico, così estensibile da essere in grado di poter essere utilizzato per comprendere anche quei rapporti di conoscenza e di formali relazioni che nulla hanno a che vedere con la vera Amicizia. L’amicizia, quella vera, è un legame forte: scelto e mai imposto. È molto differente, per esempio, dei rapporti familiari, ovvero quelli della famiglia in cui si nasce, o della coppia, dove entrano in gioco anche attrazione e progettualità; l’amico, invece, è qualcuno che viene attentamente selezionato e confermato nel tempo. Nell’amicizia non si cerca il possesso, perché in realtà si nutre della libertà dell'altro. L’amico vero offre un rifugio sicuro, dove sentirsi se stessi senza paura di essere giudicati, arricchendo la vita di entrambi attraverso una condivisione autentica e silenziosa.

I forti “Pilastri” dell'AMICIZIA AUTENTICA sono: La Reciprocità: Il dare e il ricevere trovano un equilibrio naturale e spontaneo. La Fiducia: è fondata sulla certezza di esserci l'uno per l'altro, in particolare nel momento del bisogno. Il Rispetto dei confini: L’accettazione dei limiti altrui, senza mai pretendere di invadere gli spazi personali. L’Autonomia: Promuove la crescita personale e l'indipendenza di entrambe le persone coinvolte. Il Valore del Silenzio e della Presenza: Saper stare insieme anche senza parlare, evidenzia la profondità del legame.

Amici, lo stare insieme in "vera amicizia" non soffoca nessuno, perchè lascia spazio alla vita privata e ai progetti di ciascuno. In questa amicizia non esistono obblighi pesanti, ma si gusta il piacere sincero di condividere il cammino portato avanti. A differenza dei legami tossici, l’amicizia autentica non è contaminata dalla gelosia e dal controllo ossessivo; inoltre, non chiederà mai all’altro di annullarsi per compiacere se stessi. Infine, l’amico vero accetta i cambiamenti e le distanze temporanee che dovessero sorgere, mantenendo l’amicizia senza rompere l'affetto di fondo.

Come ho accennato prima, il termine amicizia è molto largo, in teoria. Infatti, non tutte le persone che di norma frequentiamo possiamo considerarli nostri amici. Spesso la frequentazione riguarda soggetti con i quali abbiamo rapporti basati solo sulla condivisione di attività (colleghi con cui si parla solo di lavoro, compagni di palestra, compagni di corso); poi avvengono i contatti, prevalentemente virtuali, che non sempre evolvono in un legame profondo; infine, ci sono anche diverse altre relazioni che chiamiamo impropriamente “di amicizia”, ma in cui, però, mancano fiducia o parità.

Fedeli lettori, l’amicizia vera è una cosa tremendamente seria. In un’ottica psicologica, le amicizie vere risultano alquanto limitate, perché non conta il numero delle persone che abbiamo nella propria rubrica, ma la qualità ed il senso di sicurezza che si prova vicino al vero amico. Anche un solo amico autentico può avere un impatto significativo sul benessere emotivo! Le eccellenti relazioni amicali non sono solo “belle da avere”: sono un vero e proprio fattore di protezione per la salute mentale e fisica.

È ampiamente dimostrato che una buona rete di amici può: ridurre lo stress: condividere pensieri difficili o paure con qualcuno di cui ci fidiamo abbassa la tensione e rende più gestibili le emozioni; gli amici ci aiutano a sostenere l’autostima: sentirsi apprezzati, cercati e considerati, aumenta la percezione del proprio valore; l’amico vero ci aiuta a favorire la nostra regolazione emotiva: un amico che ci ascolta con attenzione, è un valido aiuto a riorganizzare le idee, a dare un nome alle emozioni e a ridimensionare i pensieri a volte catastrofici; inoltre l’amico vero alimenta il senso di appartenenza: percepire di avere un posto nella vita di qualcuno contrasta il vissuto di inutilità e isolamento.

Cari amici, avere un’amicizia autentica è un vero dono nella vita, anche se le amicizie hanno bisogno di essere coltivate e di essere mantenute; certo, ci vuole tempo, continuità e piccole, positive azioni ripetute. Al contrario, invece, le amicizie false ci feriscono, creando intorno a noi solitudine, ansia sociale e stress. Allora, sappiamole distinguere da subito, eviteremo pericolose delusioni!

A domani.

Mario

venerdì, ottobre 02, 2026

LA STORIA DELLA MISURAZIONE DEL TEMPO. ANCORA OGGI LA MISURAZIONE ATTUALE È A BASE 60, E RISALE ALLA CIVILTÀ SUMERA DI OLTRE 4MILA ANNI FA.


Oristano 2 ottobre 2026

Cari amici,

L’uomo, fin dagli albori della sua esistenza, ha cercato di organizzare la misurazione del tempo, e le ricerche più recenti hanno messo in evidenza che i più avanzati in questo campo sarebbero stati i babilonesi. Già grazie a loro la divisione dell'anno fu di dodici mesi, così come le dodici fasi lunari, e quindi risultava logico dividere anche il giorno e la notte in dodici fasi di luce e dodici di buio, cioè le ventiquattro ore come noi oggi le conosciamo. A questo i babilonesi aggiunsero la divisione del tempo in ore di sessanta minuti e i minuti in sessanta secondi, perché sessanta era il numero più grande a cui i babilonesi avevano dato un nome (sistema sessagesimale).

Si, amici lettori, i Sumeri scelsero la base sessanta (sistema sessagesimale) oltre 4.000 anni fa in Mesopotamia. Il motivo principale fu la straordinaria divisibilità del 60, che facilitava enormemente i calcoli astronomici, le divisioni in parti uguali e la gestione commerciale senza l'uso di numeri decimali periodici. Il numero 60, infatti, è divisibile per un numero altissimo di interi: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20 e 30; niente, dunque, resti complessi: poter dividere facilmente un intero per 3 o per 4 senza ottenere virgole o cifre periodiche (come invece accade nel sistema decimale) era perfetto per le suddivisioni di beni, tasse e terreni.

Questo semplificato metodi di calcolo consentiva l’utilizzo del sistema manuale: secondo una teoria anatomica, si può contare fino a 60 usando la mano destra: il pollice tocca le 3 falangi delle altre 4 dita (12 parti). Le 5 dita della mano sinistra servono invece a contare quante volte si è arrivati a 12 (5 × 12 = 60). Amici, ancora adesso noi, uomini e donne del Terzo Millennio, usiamo l'eredità dei Sumeri nella vita di tutti i giorni: il tempo calcolato con 60 minuti in un'ora e 60 secondi in un minuto. Anche la geometri segue il sistema sessagesimale: 360 gradi in un cerchio (6 × 60).

La storia, però, ha cercato anche altri sistemi di misura. Nel 1793, fu fatto un tentativo per utilizzare il sistema decimale anche per le ore e i minuti. Il Consiglio della Repubblica francese decise che il giorno andava diviso in due fasi di dieci ore ciascuna, ogni ore divisa in cento minuti di cento secondi. L'anno cominciò nell'anniversario della fondazione della Repubblica, l'equinozio autunnale, ed era composto da dodici mesi di trenta giorni, più cinque giorni (sei negli anni bisestili) “complementari” che non facevano parte di nessun mese in particolare. La riforma abolì anche la settimana in favore della decade, tre decadi componevano un mese. Furono anche prodotti orologi con la divisione decimale, ma dopo tredici anni, il 31 dicembre 1805, Napoleone abolì la riforma facendo tornare tutto alla normalità.

L'ora decimale, ossia l'uso di decimi, centesimi, millesimi di giorno, venne riproposta alla fine 1998 dalla Swatch che la ribattezzò "Beat" per misurare il tempo su Internet. Anche questo esperimento, però, non ha funzionato. Insomma, l’idea dei Sumeri, nata oltre 4mila anni fa, era qualcosa di ineguagliabile, e ciò è confermato anche dai grandi matematici dell’era moderna. Questo capacità matematica, indubbiamente di altissimo livello, fa presumere che i Sumeri potessero essere arrivati alla scoperta del teorema di Pitagora, ovvero circa 1.300 anni prima di Pitagora stesso.

Cari amici, fra tutti i materiali che sono stati usati per scrivere dalle civiltà del passato (carta, pergamena, papiro) l'unico che ha resistito all'usura del tempo è l'argilla, in particolare le tavolette d'argilla sulle quali gli scribi incidevano i documenti, ora uniche tracce della loro millenaria cultura! Ecco perché la matematica dei Sumeri ci è arrivata integra. A New York, presso l'Institute for the Study of the Ancient World della New York University, di recente sono state esposte tredici tavolette dell'antica Mesopotamia, risalenti al 1900-1700 a.C., nelle quali sono riportati gli studi di Matematica degli scribi basati su testi della civiltà Sumera. Indubbiamente una civiltà davvero avanzata!

A domani fedeli lettori.

Mario

giovedì, ottobre 01, 2026

VIVIAMO IN UN MILLENNIO IPERTECNOLOGICO, MA PRIVO D’AMORE. PER UMBERTO GALIMBERTI, SENZA AMORE PERDAIAMO UNA PARTE DI NOI.


Oristano 1° ottobre 2026

 Cari amici,

La MODERNITÀ sempre più avanzata, dominata dalla razionalità tecnica e dall'efficienza, ha influito alquanto negativamente sull’uomo e i suoi sentimenti. La razionalità e l’efficienza hanno soffocato un sentimento chiave dell’essere umano: L’AMORE! Questa la ragione più importante: perché l'amore, è per sua natura irrazionale, imprevedibile e ingovernabile, quindi inconciliabile con l’efficienza razionale. È la vittoria della dittatura della ragione e dell'efficienza: La società moderna si basa sull'utilità e sul calcolo, mentre l'amore, al contrario, risulta apparentemente improduttivo!

A sostenere con forza questo ragionamento è il grande filosofo, psicologo e saggista Umberto Galimberti. Per Galimberti, viviamo in una società sempre più orientata alla produttività, dove l’uomo rischia di perdere centralità; da ciò ne deriva “un collasso dei sentimenti, delle relazioni autentiche, dell’umanità, perché le categorie prevalenti della tecnica e dell’economia globalizzata sono quelle della ragione strumentale: ‘raggiungere il massimo obiettivo con il minimo utilizzo di mezzi’. Al di fuori di questo non c’è pensiero: tutto il resto appare come sovrabbondanza, come eccesso, come spreco. Ma la dimensione umana non è solo razionalità, è anche sentimento che finisce invece per essere trascurato come valore”.

Amici, come sostiene Galimberti, “La vita non è solo razionalità: è anche sentimento, ed è proprio questo che oggi rischia di scomparire.” Ognuno di noi dovrebbe impegnarsi per rendere la propria vita degna di essere vissuta, facendo rifiorire le proprie passioni ed ambizioni, sperimentando le proprie attitudini personali, esaudendo i propri sogni, così da vivere pienamente ed intensamente senza mai voltarsi indietro ma volgendo lo sguardo in avanti dove tutto è ancora possibile. Ecco, per raggiungere questo obiettivo, per continuare a vivere da uomini e non da automi, c’è un solo antidoto: L’AMORE!

L'aveva detto bene il grande Sigmund Freud, uno dei pensatori più influenti: “La vita funziona se qualcuno ci ama”. Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. Noi viviamo finché c'è qualcuno che ci ama. L’amore non è uno strumento oneroso, nasce e vive totalmente gratuito, mentre oggi mancano le condizioni dell’amore perché siamo dominati dall’interesse come valore! la gratuità viene derisa e vista con sufficienza, come qualcosa di patetico”, queste le significative parole utilizzate da Umberto Galimberti per continuare la sua ragguardevole disamina.

L’amore appartiene alla sfera del sacro, del folle e dell'improduttivo. Quando cerchiamo di inserire l'amore nei ritmi efficienti della vita quotidiana, lo svuotiamo della sua forza eversiva. Nell’individuo prevale il narcisismo e l’individualismo; oggi l'individuo è spinto a mettere al centro se stesso, la propria autorealizzazione e la propria carriera. L'amore vero richiede invece un "esproprio" di sé: significa fare spazio all'altro, accettare la vulnerabilità e la possibilità di soffrire. Spesso, oggi, cerchiamo nell'altro solo una conferma del nostro valore (narcisismo), anziché un incontro reale.

Per l’uomo, secondo Galimberti, la condizione fondamentale ed imprescindibile per continuare a vivere è proprio l’amore: si tratta di un sentimento profondo, capace di arricchire la nostra vita, rendendola degna di essere vissuta. D’altronde “l’amore è un’opera d’arte, è scoprire il segreto dell’altro, essendone curioso, nella sua continua cangianza”. Perdere l’amore significa perdere se stessi!

Cari amici, ho apprezzato molto il pensiero di Umberto Galimberti, perché lo condivido in toto. Spesso, se ci pensiamo, basta un piccolo gesto d’amore per permettere a chi ci sta accanto di rifiorire: si pensi, ad esempio, agli anziani che alle volte avrebbero solo bisogno di un caldo abbraccio o di una dolce carezza per continuare a vivere serenamente, perché l’amore riempie il cuore di gioia e può salvarci veramente; anche i bambini hanno bisogno di sentirsi amati, protetti, desiderati dai propri genitori, perché ciò che conta è l’affetto ricevuto ed ogni attenzione è una forma di amore. L’amore, anche oggi, in piena tecnologia, deve continuare a vivere!

A domani.

Mario

martedì, settembre 15, 2026

COMBATTERE L'ANSIA DELLA VITA MODERNA CON L'ANTICA FILOSOFIA. GLI INSEGNAMENTI DI LUCREZIO PER RITROVARE LA SERENITÀ.


Oristano 15 settembre 2026

Cari amici,

In questo millennio sempre più ipertecnologico la vita dell’uomo è sempre più in balia dell’ANSIA e dello STRESS. Un male, l’ansia, ben nota fin dai tempi più remoti, e uno degli importanti studiosi del passato, TITO LUCREZIO CARO (circa 94-50 a.C.), filosofo e poeta romano, noto per il suo capolavoro “De rerum natura”, ha affrontato con grande competenza il problema. Egli usò anche la poesia per liberare l'uomo dalla paura (all’epoca quella degli dèi e della morte, spiegando come tutto debba essere vissuto e affrontato.

Il pensiero di Lucrezio sull'ansia, magistralmente esposto nella sua opera immortale prima richiamata, offre anche oggi una validissima filosofia contro l’ansia e lo stress, capace di trasformare radicalmente il modo in cui viviamo la nostra quotidianità e le nostre prestazioni. Analizzando il “De rerum natura” e soffermandoci sui temi psicologici più profondi, scopriremo che è nello studio attento della natura l'antidoto perfetto contro la paura del fallimento e l'affanno della competizione, proponendo una vera e propria terapia dell'anima, capace di attraversare indenne i secoli per arrivare luminosa fino alle generazioni successive.

Per Lucrezio l’ansia che affligge l’uomo deriva in particolare dall'ignoranza e dalla superstizione, elementi che affondano le radici nella mente umana. Egli, analizzando con grande lucidità l'animo umano, paragona gli uomini in preda all'angoscia ai bambini che tremano nel buio: "Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis in tenebris metuunt" (traduzione: come i bambini hanno paura di tutto nelle tenebre cieche). Allo stesso modo noi, in preda all’ansia, temiamo, seppure alla luce del sole, cose che non sono certo più spaventose di quelle immaginate dai bimbi.

Amici, l'oscurità dell’uomo ansioso, di cui parla Lucrezio, non è uno stato fisico, ma mentale. È la cecità intellettuale, quella vissuta dall’uomo. È, questo meccanismo psicologico, alla base di quel senso di inadeguatezza, di taedium vitae (noia e disgusto della vita) e di tormento continuo che logora l'essere umano, portandolo a desiderare sempre nuovi futili piaceri o a fuggire disperatamente da ipotetiche minacce divine del tutto inesistenti.

La vita di oggi, seppure alquanto diversa da quella del passato, continua a soffrire degli stessi mali. La competizione sfrenata e l'ansia da prestazione prendono il sopravvento, togliendo all’uomo la necessaria serenità. Allora, utilizzare l'antica filosofia del passato contro l’ansia e lo stress significa adottare esattamente la stessa prospettiva razionale suggerita da Lucrezio per disinnescare la pressione quotidiana. Adottare quegli antichi rimedi diventa un passaggio fondamentale per tutelare la propria condizione e promuovere proattivamente il benessere psicologico.

Cari amici, Il Pensiero di Lucrezio, il grande filosofo romano che aveva elaborato una dottrina centrata sulla ricerca della felicità tramite il piacere (inteso come assenza di dolore) e la serenità d’animo, acuto pensiero ben espresso nella sua famosa opera, il capolavoro “De rerum natura”, cercava di portare l’uomo ad una più ampia conoscenza della natura, capace di portarlo alla liberazione dalle paure irrazionali.

Il “De Rerum Natura”, è un poema suddiviso in sei libri, scritti in versi esametri, che presentano in maniera sistematica la “visione epicurea” del mondo. La scelta di esprimere una complessa filosofia attraverso la poesia riflette il desiderio di Lucrezio di rendere accessibile e accattivante un suo forte messaggio filosofico. Il suo messaggio principale è quello di liberare l’umanità dalle catene della superstizione e della paura attraverso la comprensione razionale della natura. La scienza e la filosofia diventano, in questo senso, non solo strumenti di conoscenza, ma mezzi per vivere una vita migliore. Filosofia valida oggi quanto ieri!

A domani.

Mario