martedì, maggio 05, 2026

LE BUGIE. QUALI LE MOTIVAZIONI CHE SPINGONO IL NOSTRO CERVELLO A MENTIRE? LA PSICOLOGIA SPIEGA IL PERCHÉ.


Oristano 5 maggio 2026

Cari amici,

Dire le bugie, "MENTIRE", credo che capiti un po’ a tutti. Magari sono piccole bugie, di norma dette a fin di bene. Come è giusto che sia, gli psicologi hanno cercato di analizzare, di comprendere, le motivazioni che ci spingono a farlo.  La prima risultante è che il nostro cervello arriva a dire le bugie dopo aver attivato una strategia psicologica e sociale complessa, messa in atto per aiutarci a gestire le nostre insicurezze, le paure del giudizio degli altri sul nostro operato, così come per cercare di proteggere la nostra autostima. Vediamo meglio questo curioso problema.

Secondo diversi psicologi, nella vita quotidiana di ciascuno di noi dire delle "piccole bugie" è praticamente la norma; sono trascurabili bugie sociali, dette, a volte, addirittura senza neanche pensarci troppo. Dire “STO BENE” anche quando si è a pezzi, fingere interesse per un discorso noioso, inventare una scusa per non uscire: sono tutti esempi di come la menzogna entri nella nostra routine quotidiana. Gli esperti spiegano che il cervello non è programmato solo per dire la verità, ma per gestire i rapporti sociali nel modo più vantaggioso possibile.

Gli studi e le analisi fatte dagli studiosi hanno messo in luce che, quando noi mentiamo, nel cervello si attivano aree legate al controllo cognitivo, alla memoria di lavoro e alle emozioni, perché la nostra memoria deve essere in grado di tenere insieme "la storia inventata", ricordare cosa abbiamo detto e controllare la nostra reazione emotiva. Alcuni studi di neuroimaging indicano che mentire richiede, almeno all’inizio, più sforzo del dire la verità, proprio perché il cervello deve “costruire” una realtà alternativa. Allo stesso tempo, gli psicologi sottolineano che, se una persona mente spesso, questo sforzo può ridursi, perché il cervello si abitua a farlo.

Amici, capire perché diciamo le bugie non serve solo a giudicarci negativi, ma a riconoscere che, quando lo facciamo, quando mentiamo, le bugie servono a proteggerci davvero, in quanto usate per non complicarci la vita. Gli psicologi, insomma, hanno espresso il giudizio che mentire, anziché dire la verità, non è un nostro reale difetto, ma è un particolare comportamento che nasce dalla paura, dalla vergogna, dal desiderio di approvazione degli altri, e il nostro cervello cerca di assolvere al meglio questo compito gestendo il problema.

Ogni volta che mentiamo, il nostro cervello deve fare un lavoro in più rispetto a quando diciamo la verità. Gli psicologi e i neuroscienziati descrivono la menzogna come un processo che coinvolge diverse funzioni mentali contemporaneamente. Per prima cosa il cervello deve inibire la risposta automatica, cioè la verità. Il cervello, infatti, tende a richiamare spontaneamente ciò che è realmente successo; per mentire, invece, devi bloccare questa risposta e sostituirla con una versione alternativa. Questa capacità di “frenare” la risposta naturale è collegata alle funzioni esecutive, che dipendono in gran parte da aree della corteccia prefrontale.

Più la bugia è complessa, più la memoria di lavoro viene messa sotto pressione. È uno dei motivi per cui molte persone si incastrano nelle proprie menzogne: mantenere coerente una storia falsa è cognitivamente impegnativo. Nel cervello poi si attiva la parte emotiva. Mentire può attivare stress e senso di colpa, soprattutto se stiamo violando una regola importante. Questo spiega perché, in certe situazioni, il battito cardiaco accelera, la voce cambia leggermente e, inoltre, ci sentiamo a disagio.

Cari amici, mentire non è certo facile, richiede attenzione, impegno e superlavoro per il nostro cervello. La motivazione principale, insomma, è, come accennato prima, che diciamo le bugie per salvaguardare la nostra autostima, per la paura del giudizio degli altri e per tenere salva la nostra identità. Si, molti psicologi sottolineano che dietro le menzogne quotidiane c’è spesso un tema di grande importanza: proteggere l’immagine di noi stessi. Mentire serve a difendere la nostra autostima, per evitare di sentirci inadeguati o inferiori agli altri.

A domani cari amici lettori.

Mario

lunedì, maggio 04, 2026

LA STORIA DEL “GRANONE LODIGIANO”, L'ANTENATO DEI FORMAGGI GRANA ITALIANI. NATO NEL MEDIOEVO, DOPO UN LUNGO ABBANDONO, È ARRIVATA LA RISCOPERTA.


Oristano 4 maggio 2026

Cari amici,

In Italia il formaggio “GRANA” è indubbiamente uno dei formaggi più noti e utilizzati. Il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, formaggi a pasta dura, granulosa e a lunga stagionatura, sono i due giganti DOP, noti in tutto il mondo. Ebbene, il capostipite di questo eccellente formaggio fu inventato nel Medioevo ed ebbe origini Monastiche: la tradizione, infatti, ne attribuisce la nascita ai monaci cistercensi dell'Abbazia di Chiaravalle Milanese (intorno al 1135). Questi frati bonificarono le terre paludose del lodigiano, trasformandole in grandi pascoli, dove esercitarono l’allevamento di bovini.

Nella Comunità le grandi quantità di latte disponibile, spesso in eccedenza, avevano necessità di essere conservate e furono trasformate in formaggio. Proprio da questa conservazione nacque il “GRANONE LODIGIANO”, che è considerato il capostipite storico di tutti i formaggi grana italiani. Un formaggio nato dall'ingegno dei monaci cistercensi, che si diffuse ben oltre il territorio di produzione, diventando una delle eccellenze casearie più antiche della Lombardia.

Questo eccellente formaggio a lunga stagionatura uscì presto dalle mura del Monastero, superando i confini delle campagne originarie espandendosi anche in Emilia-Romagna. Nel Seicento Bartolomeo Stefani scrisse in “L’arte del ben cucinare” di «formaggi così squisiti che il lodigiano non si può nominar che non si lodi». Un affresco seicentesco dell’esponente del Manierismo cremonese, Antonio Campi, nella chiesa di San Sigismondo a Cremona lo prova in maniera tangibile, ritraendo una tavola imbandita, dove una fetta di Granone Lodigiano dalla crosta scura spicca accanto a delle pere succose.

Quel rapido successo attirò anche l’attenzione di Napoleone Bonaparte, che nel corso della prima campagna d’Italia, nel 1796 inviò un suo scienziato, Gaspard Monge, a indagare i segreti del formaggio proprio in virtù della sua longevità per risolvere i problemi di conservazione dei rifornimenti per il suo esercito. Partito da Parigi e arrivato a Parma, Monge scrisse una lettera all’imperatore dicendo, «A Parma scopro che questo formaggio si produce invece a Lodi». In quelle campagne lo scienziato francese scoprì i segreti della produzione e annotò ogni passaggio di quell’antica ricetta, creando un importante vademecum.

La maggiore espansione del formaggio avviene però nell’Ottocento. Ogni grande cascina della zona custodiva il proprio “cason”, il luogo dove si trasformava il latte delle proprie vacche e dove si produceva il Granone. Nell’epoca dei Grand Tour, l’ubiqua guida di viaggio Baedeker, la Michelin dell’epoca, conferma che il “formaggio rinomato” nasceva non a Parma ma in territorio lodigiano; perfino Giacomo Leopardi, in versi scherzosi del 1812 che raccontavano le ricchezze della tavola imbandita italiana, esalta il “lodigiano cacio” degno compagno di “pugliesi maccheroni”. Nelle sue memorie, scritte in lingua francese, tra il 1789 e il 1798, e pubblicate postume attorno al 1825 in una versione censurata, persino il celebre seduttore veneziano Giacomo Casanova attesta la qualità e la provenienza del Granone Lodigiano.

Col passare del tempo, grazie al crescente gradimento che questo tipo di formaggio riceveva, la sua produzione aumentò, e grazie all’abilità dei commercianti di Parma, il nome di questo formaggio da Lodigiano divenne “PARMIGIANO”, prendendo il posto di quell’originale formaggio nato a Lodi, e conquistando velocemente i mercati d’Italia e il resto d’Europa. La spietata concorrenza del Parmigiano iniziò a far calare la produzione del “Lodigiano”, fino a farla scomparire. la produzione andò via via riducendosi, fino quasi a scomparire. Col passare del tempo i grandi CASON chiudevano uno dopo l’altro e la notorietà del formaggio nero rimase un segreto custodito da pochissimi casari.

Amici, nella prima metà del secolo scorso (1947) La famiglia POZZALI, composta da tre giovani fratelli da poco laureati, decidono di trasformarsi in imprenditori del settore caseario. All’interno dell’azienda agricola paterna strutturano il loro primo caseificio per trasformare il latte di loro produzione e di alcune cascine dei dintorni. Il successo è immediato. Nel 1958 il secondogenito, l’architetto Giovanni Pozzali, inaugura il nuovo caseificio a pochi chilometri da Lodi, a Casaletto Ceredano in provincia di Cremona.

L’azienda crebbe velocemente e iniziò a diversificare la produzione fino ad arrivare al lancio della specialità casearia che riportò in auge il “GRANONE LODIGIANO. Oggi è la nuova generazione (è la terza) dei Pozzali a guidare la produzione, che nel frattempo ha cambiato nome all’azienda chiamandola “Bella Lodi”. Grazie a loro quell’antico formaggio oggi è un Prodotto Alimentare Tradizionale che segue un rigido disciplinare e risponde a standard attuali: latte da vacche unicamente nutrite con foraggi di origine vegetale, naturalmente senza lattosio, a ciclo produttivo certificato con energie rinnovabili, e un packaging 100% compostabile. Sono loro gli unici produttori del GRANONE LODIGIANO PAT, rispettando rigorosamente il disciplinare di produzione.

Cari amici, quella del GRANONE LODIGIANO è proprio una gran bella storia! Dopo l’oblio momentaneo, oggi il Granone Lodigiano è tornato dove merita: tra le grandi eccellenze casearie italiane.

A domani.

Mario

domenica, maggio 03, 2026

“METATHESIOFOBIA”: QUANDO LA PAURA DEL CAMBIAMENTO SI SCONTRA CON IL NOSTRO BISOGNO DI CAMBIARE. PREDOMINA LA PAURA DI SBAGLIARE, E IL PANICO DI RESTARE DA SOLI.


Oristano 3 maggio 2026

Cari amici,

Il desiderio di CAMBIAMENTO, ovvero di trovare soluzioni migliori all'esistente, ha dei freni potenti: il panico di lasciare il certo per l’incerto, che ha sempre condizionato le persone, paventando pericolose, possibili conseguenze, tra cui, in primis, la solitudine derivante. È, questa, una condizione psicologica molto diffusa, alquanto bloccante, definita in termine medico “METATHESIOFOBIA” (paura del cambiamento), che, unita all'atelofobia (paura di sbagliare o di non essere perfetti), blocca le nostre decisioni. Quando non siamo soddisfatti, e sentiamo il desiderio di evolvere, questo si scontra con il terrore di fallire e la paura di restare soli (anuptafobia),

La nostra mente è un computer complesso, che spesso si scontra con la logica, in quanto tende a preferire l'infelicità conosciuta rispetto all'incertezza del cambiamento; il nostro super computer preferisce la prevedibilità, anche se dolorosa, rispetto all'angosciante ignoto. Un ignoto dove giganteggia la trappola della "Solitudine", ovvero il panico di restare soli. Una paura motivata, spesso, da una bassa autostima o dalla credenza di non essere abbastanza forti da farcela da soli. È proprio quest’ansia che ci porta a tollerare situazioni insoddisfacenti (relazioni o lavori) pur di non affrontare il vuoto.

Amici, credo proprio che questa paura colpisca più di quanto appare. Molti di noi, spesso, soprattutto nel silenzio della notte, quando siamo soli con noi stessi e il sonno tarda ad arrivare, ci domandiamo, dopo un primo rifiuto a cambiare, «E se avessi deciso in modo diverso?». Dubbi, quesiti che di norma restano senza risposta e ansiano le nostre giornate togliendoci la necessaria serenità. Gli studi psicologici sull’argomento sono numerosi, e oggi voglio riportare la riflessione di Maria Beatrice Alonzi, scrittrice ed esperta di etica della comunicazione, contenuta nel suo libro, “Hai ancora paura. Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando” edito da (Sperling & Kupfer).

Maria Beatrice Alonzi è un’esperta dell’argomento, avendo conseguito, oltre la laurea in Scienze Umanistiche, un master in Tecniche e Metodi di Analisi Comportamentale e Analisi Scientifica del Comportamento non-verbale. È anche speaker di TEDx, relatrice per l'Università Sapienza di Roma e autrice di tre bestseller, con oltre 250.000 copie all'attivo. Nel suo libro prima citato, analizza a fondo quel meccanismo invisibile che spesso ci tiene bloccati: la paura di sbagliare, di non essere abbastanza forti, della paura di restare soli, elencando e spiegando i meccanismi che ci tengono fermi, tra errori che si ripetono e pensieri che si sedimentano, per arrivare a un punto cruciale: non siamo colpevoli del nostro passato, ma responsabili del nostro futuro.

In questo libro la Alonzi parte da un'idea: spesso pensiamo di aver scelto liberamente, ma in realtà è stata la paura a guidarci. «C'è una domanda che in tanti ci facciamo: “Cosa farei se non avessi paura?”. Se la risposta è diversa da quello che stiamo per fare, stiamo scegliendo per paura. La maggior parte delle nostre scelte non è consapevole, è condizionata dalla paura, lo afferma la scienza. Le nostre sono risposte condizionate, e le nostre decisioni sono prese prima che la mente razionale abbia il tempo di intervenire.

Amici, la realtà è che quella che chiamiamo “libera scelta”, ma è spesso una razionalizzazione a posteriori: «una storia che costruiamo per dare senso a qualcosa che il nostro sistema aveva già deciso, perché la maggior parte delle scelte sono prese in reazione». In sintesi, “le origini delle nostre decisioni prese per paura risalgono alla nostra infanzia:  quando chi doveva insegnarci a stare con le emozioni difficili non era presente, o era imprevedibile, o era lui stesso pauroso, da allora la nostra mente impara a stare in allerta costante, e qualunque stimolo che assomigli anche lontanamente a qualcosa di pericoloso come un silenzio, una critica, o una risposta fredda attiva la stessa risposta che si attivava quando il pericolo risulta reale. Il corpo, oggi, non distingue tra allora e adesso”.  Tutto questo troviamo in questo interessante libro.

Cari amici, scrive la Alonzi: “Come si può smettere di restare intrappolati nel rimpianto di una decisione condizionata dalla paura? Risulta fondamentale provare a dimostrare all’inconscio che ci sono altre strade da percorrere”. La scelta mancata continua a rimanere nella nostra mente in uno stato di sospensione permanente, e quello che non viene elaborato ritorna. Proprio per questo il dialogo con il nostro inconscio deve essere forte, portandolo a ragionare senza troppi condizionamenti. La decisione giusta è: “Ora che so, cosa scelgo?”. Allora, seppure ci appaia difficile, scegliamo senza condizionamenti, «Non restiamo ancorati al nostro lontano passato, perché il passato non si riscrive, ma il presente, sì».

A domani, cari lettori.

Mario

 

sabato, maggio 02, 2026

IL SEDANO E LE SUE ECCELLENTI PROPRIETÀ NUTRIZIONALI. QUESTO ORTAGGIO È PROPRIO UN SUPERFOOD: CON PROPRIETÀ DETOX E OTTIMO ALIMENTO IDRATANTE.


Oristano 2 maggio 2026

Cari amici,

Il “SEDANO” (Apium graveolens), è una specie erbacea biennale appartenente alla famiglia delle Apiacee; il sedano è originario della zona mediterranea, ed è conosciuto come pianta medicinale fin dai tempi di Omero. Le varietà più utilizzate in cucina sono il "sedano da costa" (Apium graveolens var. dulce) di cui si utilizzano i piccioli fogliari lunghi e carnosi, e il "sedano rapa" (Apium graveolens var. rapaceum) di cui si consuma la radice. Le sue eccellenti qualità alimentari fanno sì che il sedano possa essere considerato molto più di un semplice ingrediente per il soffritto o il pinzimonio! Questa pianta croccante, dal sapore fresco e leggermente amarognolo, è, infatti, considerata un superfood naturale grazie al suo profilo nutrizionale unico, al bassissimo apporto calorico e alle numerose sostanze bioattive che contiene.

Partiamo dal suo profilo nutrizionale. Un gambo di sedano crudo fornisce circa 16 calorie, rendendolo uno degli alimenti più leggeri in assoluto. È composto per oltre il 95% di acqua, il che lo trasforma in un eccellente alimento idratante. Contiene quantità significative di vitamina K, vitamina A, vitamina C e folati. Tra i minerali spiccano potassio, manganese e calcio. Il sedano è inoltre ricco di fibre solubili e insolubili che supportano la regolarità intestinale. Queste caratteristiche fanno del sedano un alleato ideale per chi desidera perdere peso senza sacrificare volume e sazietà. Uno degli aspetti che rende il sedano un alimento eccezionale è costituito dai suoi antiossidanti. Contiene luteolina, apigenina, acido caffeico e acido ferulico, composti in grado di contrastare lo stress ossidativo. La luteolina in particolare ha dimostrato proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive. Questi fitochimici rendono il sedano un vero e proprio vegetale anti-età e un supporto naturale contro infiammazioni croniche di basso grado.

Che dire, poi, sugli effetti benefici per la nostra salute cardiovascolare? Il sedano contribuisce al benessere del cuore grazie all’alto contenuto di potassio, minerale essenziale per il controllo della pressione arteriosa. Diversi studi indicano che i composti ftalidi presenti nel sedano possono rilassare i muscoli lisci delle arterie, favorendo una migliore circolazione sanguigna. Consumare regolarmente questo ortaggio croccante può quindi rappresentare una strategia naturale per mantenere valori pressori ottimali e ridurre il rischio cardiovascolare. Come accennato prima il sedano ha importanti proprietà detox e depurative. Grazie alla combinazione di acqua, fibre e antiossidanti, il sedano è considerato un eccellente alimento detox. Aiuta il fegato e i reni nell’eliminazione delle tossine e favorisce la diuresi leggera senza stressare l’organismo. Molti esperti di nutrizione lo consigliano all’interno di succhi verdi o centrifugati proprio per le sue capacità depurative. Il sedano diventa così un pilastro delle diete disintossicanti e dei protocolli di benessere intestinale.

Il sedano risulta utilissimo anche per la digestione e il microbiota. Le fibre del sedano, in particolare la pectina e la cellulosa, nutrono il microbiota intestinale e migliorano il transito. Questo vegetale detox riduce gonfiore e sensazione di pesantezza, rendendolo prezioso per chi soffre di disturbi digestivi lievi. Includere il sedano crudo o cotto nella routine alimentare quotidiana può contribuire a una digestione più efficiente e a un intestino più sano. Importantissimo il ruolo del sedano anche nel controllo del peso. Con sole 16 calorie per 100 grammi e un alto potere saziante, il sedano è uno degli alimenti più amati da nutrizionisti e dietologi per la gestione del peso. La sua croccantezza stimola la masticazione, aumentando il senso di sazietà, mentre il basso indice glicemico evita picchi insulinici. Chi vuole dimagrire o mantenere la linea trova nel sedano un alleato fedele e versatile: bastoncini da pinzimonio, base per smoothie o ingrediente principale di insalate.

I benefici del sedano si estendono anche nel confronti della nostra pelle e dell’aspetto estetico. Il contenuto di vitamina C e di antiossidanti rende il sedano un alimento di bellezza naturale. Questi nutrienti supportano la produzione di collagene e proteggono la pelle dai danni dei radicali liberi. L’idratazione fornita dall’elevato contenuto d’acqua contribuisce a mantenere la pelle luminosa e turgida. Molte persone notano miglioramenti nella texture cutanea dopo aver aumentato il consumo regolare di questo ortaggio croccante.

Amici, il sedano ci aiuta notevolmente anche nello svolgimento dell’attività fisica. Atleti e appassionati di fitness apprezzano il sedano per il suo effetto alcalinizzante e per il ricco apporto di elettroliti naturali, soprattutto potassio e sodio in equilibrio. Dopo un allenamento intenso, un succo di sedano può favorire il recupero muscolare e reintegrare i liquidi persi con il sudore. Per questo motivo è diventato un alimento molto popolare tra chi pratica sport e segue uno stile di vita attivo. Per massimizzare i benefici del sedano è preferibile consumarlo crudo, perché alcuni composti sono termolabili e si conservano meglio.

Amici lettori, come per tanti altri vegetali, anche per il sedano osserviamo alcune precauzioni. Sebbene il sedano sia generalmente sicuro, chi è allergico alle Apiaceae dovrebbe prestare attenzione. Inoltre, in caso di terapia con anticoagulanti, l’alto contenuto di vitamina K richiede un consumo costante per evitare oscillazioni dell’INR. In gravidanza e allattamento il sedano è ben tollerato nelle quantità alimentari normali. Come per ogni alimento eccezionale, la moderazione e l’inserimento all’interno di una dieta varia restano la chiave.

Cari amici, in conclusione possiamo dire che il sedano è proprio un alimento eccezionale, considerato un superfood naturale. Come indicato prima, il suo consumo offre idratazione, antiossidanti, fibre e minerali con pochissime calorie, supportando salute cardiovascolare, digestiva e cutanea in modo completo. Vi sembra poco? Io credo di no! Allora consumiamolo senza timore!

A domani.

Mario

venerdì, maggio 01, 2026

NELLA VITA CAOTICA DI OGGI, CARICA DI STRESS E DI CONTRATTEMPI, ECCO COME SOPRAVVIVERE: MIGLIORANDO LA NOSTRA FLESSIBILITÀ PSICOLOGICA.


Oristano 1° maggio 2026

Cari amici,

Voglio iniziare i post del mese di maggio parlando di lavoro e di stress. Il 1° maggio è dedicato al lavoro, motivo principale della nostra vita, anche se oggi qualsiasi lavoro è fonte di stress e di pesante logorio dell'organismo, perchè viene svolto con ritmi esagerati, spesso assurdi. Che la vita che conduciamo in questo Terzo Millennio sia svolta all’insegna del tutto e subito, è, purtroppo, una realtà inequivocabile. Si lavora, si corre, sempre più carichi di Stress, con la giornata inframmezzata di  contrattempi difficili da assorbire, che rappresentano una delle principali minacce alla nostra salute. La nostra flessibilità psicologica, infatti, fa fatica a trovare le giuste soluzioni quando ci troviamo in condizioni difficili. Quando queste situazioni esplodono, mettendoci in seria difficoltò, tendiamo a reagire con una certa rigidità cognitiva, che mette a rischio la nostra flessibilità psicologica.

La giusta flessibilità psicologica, amici, non è altro che la nostra capacità di adattare pensieri, emozioni e comportamenti, verso le difficili situazioni mutevoli che ci troviamo di fronte, in modo equilibrato e costruttivo. Insomma, invece di andare in tilt, quando ci troviamo di fronte ad un contrattempo inatteso che ci stressa, se siamo persone psicologicamente flessibili, riusciamo a dominare la situazione, facendo un passo indietro, elaborando le nostre emozioni e rispondendo al problema in maniera costruttiva.

Certo, amici, che non è facile rimanere calmi quando all’improvviso ci troviamo “sotto pressione”, come spiega la dottoressa Lina Begdache, professoressa della Binghamton University (USA), in un suo recente studio. “Il tipo di persona che, ad esempio, perde un volo e, invece di farsi prendere dal panico, si adatta con calma alla situazione. Questa persona può comunque sentirsi stressata, ma è più capace di gestire lo stress grazie alla flessibilità psicologica”. “Si dice spesso che queste persone siano resilienti, ma possiedono anche quella che viene definita flessibilità psicologica. Sono persone in grado di modificare il proprio modo di pensare di fronte a una situazione difficile, utilizzando le risorse del cervello per gestire lo stress”, aggiunge l’esperta.

In questo senso, i dati emersi dallo studio condotto dalla professoressa Begdache, pubblicato sul Journal of American College Health, suggeriscono che abitudini sane come un buon riposo, l’esercizio regolare e una buona colazione riescono a migliorare la flessibilità psicologica, che a sua volta rafforza la resilienza mentale e aiuta ad affrontare lo stress. Insomma, quando dovessimo trovarci ad affrontare un imprevisto che ci crea un blocco mentale, incapaci nell'affrontare una situazione stressante, una colazione sana, un po’ di esercizio fisico e una buona notte di sonno potrebbero essere esattamente ciò di cui si ha bisogno per migliorare la nostra flessibilità psicologica.

Amici lettori, cervello e corpo sano (ben alimentato e riposato) sono strettamente legati. L'importanza di una buona colazione e di un buon sonno, per la lucidità del nostro cervello, è determinante: fare una colazione sana cinque o più volte a settimana è infatti associato a una maggiore resilienza attraverso i processi di flessibilità psicologica. Al contrario, chi dorme meno di sei ore tende ad avere minore resilienza e minore flessibilità psicologica, mentre anche una piccola quantità di esercizio fisico - persino solo 20 minuti - è associata a livelli più alti di entrambe.

Al contrario, una bassa flessibilità psicologica - ovvero una nostra forte rigidità, sia nel pensiero che nel comportamento - è legata all'esistenza di cattive abitudini, come il consumo di fast food e la mancanza di sonno. La flessibilità psicologica, invece, consente a una persona di “fare un passo indietro” e utilizzare le risorse del cervello per comprendere ed elaborare meglio le proprie emozioni. Flessibilità che può essere aumentata seguendo alcuni miglioramenti nella dieta e nello stile di vita.

Cari amici, ecco in sintesi le conclusioni della professoressa Begdache. “Quando siamo sotto stress, abbiamo la sensazione di fonderci con esso. Viviamo lo stress in prima persona. La flessibilità psicologica, invece, è come fare un passo indietro. Identificare le proprie emozioni a volte aiuta a trovare una soluzione. Dieta e stile di vita non ci rendono resilienti da soli: ci aiutano a sviluppare la flessibilità psicologica, che a sua volta ci rende persone resilienti”. Credo che abbia proprio ragione!

A domani.

Mario  

 

giovedì, aprile 30, 2026

I MILLE VOLTI DELLA RICCHEZZA: CHI NASCE RICCO E CHI FATICA PER ARRIVARE AD ESSERE RICCO. COME DISTINGUERE UN RICCO DALL'ALTRO.


Oristano 30 aprile 2026

 Cari amici,

Chiudo i post di aprile riflettendo su un argomento che ogni giorno che passa fa più tristezza: la vera ricchezza è sempre di più in poche mani, mentre aumenta lo stuolo dei poveri! Il mondo diventa sempre più iniquo! Si, è proprio vero, c'è chi fortunatamente nasce ricco, nel senso che i genitori erano già ricchi, e chi, poi, riesce a diventarlo. Chi, con capacità ed ingegno, riesce a diventare ricco, una volta arrivato alla ricchezza, ha comportamenti alquanto diversi: c'è chi la “OSTENTA”, chi la “NASCONDE”, e c’è anche chi se ne VERGOGNA. Insomma, essere ricchi, ovvero avere molto di più di quello che sarebbe necessario per vivere, ha diversi modi comportamentali, nel senso che applica diversi sistemi per convivere con i soldi. La ricchezza, amici, è davvero vissuta in tanti modi diversi, tant’è che chi osserva da fuori, impara presto a distinguere un ricco dall’altro.

Si, amici, La ricchezza è un fenomeno complesso che va ben oltre la disponibilità economica, influenzando profondamente la psicologia e il comportamento sociale. Come prima evidenziato, l'atteggiamento verso il denaro si divide principalmente in tre categorie: chi lo ostenta, chi lo nasconde e chi se ne vergogna. Sono davvero tanti i modi in cui i ricchi vivono la loro fortunata vita, con curiose posture, codici comportamentali e innumerevoli manie dettate della ricchezza; c’è chi vive l’abbondanza con fastidio, e chi, invece, gode della sua forza, che consente di togliersi ogni desiderio.

La ricchezza, amici, non è qualcosa nata nei nostri tempi, ma è di antica origine, perdendosi nella notte dei tempi. Nell’antichità Faraoni, Re e imperatori, con il vasto seguito di potenti al loro servizio, accumulavano grandi ricchezze, mentre il popolo che amministravano produceva per loro in schiavitù. Col passare dei secoli, una parvenza di equità riuscì a mitigare la distribuzione della ricchezza, ma per quanto si osanni la DEMOCRAZIA, oggi come ieri c’è chi è enormemente ricco e chi fatica a sfamare la famiglia. Come ben scisse Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo", per mantenere lo Status Quo, "Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente",

Quanto alle varie facce della ricchezza, come prima accennato, ne abbiamo davvero di semplici ma anche di molto curiose, che vanno da chi è nato ricco a chi, invece, lo è diventato nei modi più particolari. Vediamo, dunque, con grande ironia, i diversi comportamenti adottati dagli attuali “RICCHI”, sia quelli di nascita che quelli arrivati alla ricchezza per le favorevoli, successive occasioni. Dal ricco di nascita al “PARVENU”, i comportamenti adottati sono davvero interessanti e curiosi!

Partiamo da “CHI NASCE RICCO”. Per questi privilegiati il denaro non è nulla di strano. Loro lo vivono in modo sobrio, per loro i soldi abbondanti sono pane quotidiano. Si potrebbe dire che nemmeno vivano con gioia la loro bella vita, perché semplicemente nati ricchi. Essi vivono la ricchezza con naturalezza, in modo gentile, sobrio, tant’è che, spesso, sono delle piacevoli persone. Sono anche attenti, comprano con molto tatto, e seppure vivono in ville o case esageratamente belle, la loro non è una ricchezza esibita.

Arriviamo al “PARVUNU”. Il termine parvenu dal francese parvenir "pervenire, arrivare") indica una persona di umili origini che ha ottenuto rapidamente un elevato status economico o sociale, senza tuttavia acquisire lo stile, la cultura o i modi adeguati al nuovo ceto. È spesso usato con disprezzo come "arricchito" o "arrampicatore sociale. Per questi il denaro, considerato che se lo sono dovuto sudare, appare come una manna da esibire, tant’è che viene vissuto in un’atmosfera frizzante. La gente arricchita ci tiene all’epopea personale del far soldi, e quindi addio leggerezza. Il parvenu-plutocrate ha bisogno di esibire, di raccontare la propria formidabile ascesa.

Il denaro accumulato in realtà non lo fa rilassare! Semplicemente perché ogni acquisto, ogni successo, in lui conserva qualcosa della rivincita. C’è una specie di fervore molto volgare, il denaro (che prima doveva solo assolvere la funzione di: comprare) smette di essere elastico ed è caricato di un significato ulteriore: deve anche certificare una persona che ha avuto successo. Per questo il Parvenu-Plutocrate tende sempre, più o meno consapevolmente, a sovra-interpretare il proprio benessere leggendolo come merito. Per questa sua insicurezza si circonda di cose sbagliate: mogli vistose, macchinone, orologi di grande marca, costosi abiti su misura fatti troppo accuratamente.

Amici, c’è anche, come accennato prima, chi del molto denaro accumulato se ne vergona. Si, questi sono i “QUIET LUXURY” o Sobri-per-calcolo. Da un lato ci tengono a sembrare di quel mondo, ricchi, eleganti, ma esibendo austerità.  A volte viene loro tanta voglia di postare dalla barca, dall’hotel di lusso, per ostentare le loro piccole vittorie di classe, ma si trattengono, perché sarebbe una macchia di unto nel loro curriculum. Il problema, però, è che non hanno stile, perché non capiscono il momento in cui si può esagerare, che è il corredo di chi ricco lo è di nascita; inutile comprare Loro Piana chiari, non tingersi i capelli, non farsi troppa piega liscia dal parrucchiere, arredare casa con l’incredibile divano design; inutile indossare vesti che non si possiedono! Basterebbe la sincerità: dire pubblicamente e senza nascondimenti: “Io i soldi li ho fatti, e allora??”

Cari amici,  non so Voi, ma a me questo mondo appare proprio strano, e anche mi infastidisce… la mia mente pensa che una maggiore equità, non guasterebbe!!

A domani.

Mario