lunedì, novembre 02, 2026

DEPRESSIONE E OROLOGIO BIOLOGICO. RECENTI STUDI HANNO TROVATO STRETTI LEGAMI CON IL NOSTRO OROLOGIO BIOLOGICO.


Oristano 2 novembre 2026

Cari amici,

La nostra vita, o meglio dire la nostra giornata, è regolata da un perfetto orologio biologico — tecnicamente chiamato ritmo circadiano — che è un meccanismo interno che regola il nostro ciclo vitale delle 24 ore, comprendendo in particolare l'alternanza tra luce e buio. Il regista-regolatore è il Nucleo Soprachiasmatico. Si trova nell'ipotalamo del cervello e funge da "orologio madre", sincronizzando il corpo tramite i segnali luminosi captati dagli occhi.

L’Ormone chiave è la melatonina (l'"ormone del sonno") che aumenta con il buio per favorire il riposo. Il cortisolo (l'"ormone dello stress e dell'energia") ha un picco al risveglio per attivare l'organismo. La realtà è che siamo un po’ tutti diversi: non siamo tutti uguali: esistono i "mattinieri" (allodole) e i "nottambuli" (gufi) a causa di una predisposizione genetica. Ebbene, a prescindere dai diversi cronotipi, quando per le ragioni più diverse ( dal cambio di fuso orario, agli annuali cambi dell’ora, o per il lavoro particolare che si svolge) questo “Ritmo Circadiano” viene interrotto, il nostro organismo va in tilt, arrivando anche ad avere alcune forme di depressione.

Di recente un gruppo di ricercatori dell’Università di Sydney ha messo in luce diverse forme depressive legate all’orologio biologico. Ci sono persone, infatti, per cui la depressione ha un orario. Nei periodi peggiori vanno a letto a notte fonda e dormono molte più ore del solito, ma al risveglio sono sfinite, come se la notte fosse passata invano. Nei giorni liberi l’orologio scivola ancora più avanti e con il cambio di stagione cambia anche l’umore. A prima vista sembrano disturbi del sonno che si aggiungono alla malinconia, ma gli studiosi propongono di guardarli in altro modo: indicano proprio una forma di depressione legata all’orologio biologico, che compare prima e risponde peggio ai farmaci.

Lo studio, pubblicato sul British Journal of Psychiatry, ha analizzato questionari e DNA di 11.380 adulti con una diagnosi di depressione, in gran parte con episodi gravi e ripetuti. I ricercatori hanno cercato sei tratti legati al ritmo circadiano, il ciclo che regola sonno e veglia: fra questi, orari molto diversi tra giorni di lavoro e giorni liberi, un umore che segue le stagioni, la tendenza spiccata a fare tardi la sera e il sonno che si allunga nei periodi depressivi. Chi ne presentava almeno tre finiva nel gruppo “circadiano”.

La scoperta è che si tratta di quasi una persona su quattro. In loro la depressione è arrivata prima, intorno ai 19 anni invece che ai 23, cioè negli anni dell’università o del primo lavoro, e si è fatta sentire con più forza: più della metà aveva attraversato almeno dieci episodi, contro poco più di un terzo degli altri. Il DNA va nella stessa direzione. Queste persone mostrano un po’ più spesso varianti genetiche associate a depressione e insonnia, ma il legame più forte è con le varianti che fanno di qualcuno un nottambulo (come il protagonista de Il giovane Holden, che afflitto dal mal di vivere vaga per tre notti in una New York cupa e ostile). Un indizio che dietro quei sintomi possa esserci qualcosa di più di un problema di sonno.

Il capitolo che preoccupa di più è quello delle cure. Ai partecipanti è stato chiesto quanto avessero funzionato i dieci antidepressivi più prescritti. Il gruppo circadiano ha riferito meno sollievo dagli SSRI e dagli SNRI, (le due famiglie di farmaci che agiscono sulla serotonina e su altri messaggeri chimici del cervello), e più effetti collaterali come sonnolenza e nausea. Secondo gli autori un farmaco che corregge la chimica del cervello può fare poco se a sballare è l’orologio che scandisce la giornata.

E quando questo quadro passa inosservato nei giovani si accumulano cure iniziali che falliscono ed effetti collaterali, anche perché ai ragazzi vengono proposti quasi sempre per primi proprio gli SSRI. I ricercatori ritengono che per questi pazienti potrebbero essere più indicati i trattamenti mirati al ritmo circadiano, come la terapia con la luce e la melatonina. Ma si pensa anche ad abitudini quotidiane, come abbassare le luci di sera e orari più regolari per dormire e svegliarsi.

Oggi la depressione viene classificata dai medici soprattutto in base alla gravità e a quante volte ritorna, poco in base a ciò che la alimenta, e molti pazienti passano mesi a cambiare farmaco per tentativi. Riconoscere una variante legata all’orologio biologico potrebbe indirizzarne una parte verso altre strade fin dall’inizio. Perché la verità, ammette Emiliana Tonini, ricercatrice del Brain and Mind Centre e prima autrice del lavoro è che “la depressione è tutt'altro che una malattia uniforme”.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, novembre 01, 2026

IIN UN MONDO SEMPRE PIÙ CAOTICO E TECNOLOGICO, ANSIA E STRESS SONO FORTEMENTE PRESENTI. ECCO COME COMBATTERLI.


Oristano 1° novembre 2026

Cari amici,

Inizio i post di novembre con una riflessione sulla caotica e sempre più stressante vita di questo Terzo Millennio.  I frenetici ritmi di vita che caratterizzano questo Millennio ipertecnologico, sono una fonte fonte di ansia e di stress che condiziona terribilmente la vita di tutti. Ansia e stress, che in realtà, non sono inevitabili per natura, nella società moderna, purtroppo, sono diventati presenze quasi costanti a causa dei ritmi frenetici del lavoro, della connessione digitale continua e della pressione alla performance, che ha contagiato un po’ tutti. Ormai certi ritmi fanno parte, che ci piaccia o meno, della nostra vita e ci dobbiamo convivere.

Anno dopo anno, stiamo imparando (direi meglio siamo costretti ad imparare) a gestire queste pericolose situazioni, anche se in determinati momenti particolari non riusciamo a trovare soluzioni di convivenza ed entriamo in burnout. Si, amici, quando ansia a stress raggiungono livelli di particolare intensità, quando usciamo “cotti” dall’ufficio e non riusciamo nemmeno a trovare conforto nel riposo notturno, ci alziamo più stanchi di quando siamo andato a letto! In questi casi non  bisogna sottovalutare la situazione, visto che le conseguenze sulla nostra salute possono essere più gravi di quello che si possa pensare.

Si, amici, nel lungo periodo lo stress cronico aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, può amplificare l’infiammazione sistemica e contribuire anche allo sviluppo o all’aggravamento di depressione, artrite reumatoide e dolore cronico. L’aumento di questi casi ha sollecitato molti psichiatri a intervenire, cercando di applicare strategie per interrompere quella spirale di ansia-stress, insegnando al nostro cervello a rispondere allo stress in modo più costruttivo. Vediamo insieme i rimedi che vengono messi in atto.

Il primo suggerimento è che quando “siamo in sovraccarico” il nostro cervello è costantemente in modalità sorveglianza, sempre alla ricerca di possibili minacce. "Più manteniamo attivo il cervello emotivo, più ansia proviamo", ha spiegato a Prevention.com Luana Marques, professoressa associata di psichiatria alla Harvard Medical School, secondo la quale "il cervello ha bisogno di tempo per spegnersi e ricaricarsi durante la giornata".

Per quanto non sia facile da mettere in atto, in particolare nel pieno di una giornata lavorativa intensa, alzarsi dalla sedia e muoversi un po' darebbe un po’ di respiro al nostro cervello. Non c'è bisogno di fare chilometri, ma anche soltanto una breve camminata o qualche salto sono in grado di attivare la produzione di neurotrasmettitori con effetti antinfiammatori e antidepressivi. "Quando siamo stanchi ed emotivamente a pezzi, non vogliamo fare nulla. Ma una volta che ti muovi, ti senti meglio", ha proseguito l'esperta.

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma un'altra fonte importante di stress è il flusso continuo di notizie e notifiche a cui siamo sottoposti, tra mail, social network e altre app che usiamo quotidianamente: imporsi un mini digital detox, anche soltanto per qualche ora, può aiutarci a ridurre il livello di attivazione ansiosa. Un altro consiglio pratico è evitare il “multitasking”, ovvero occuparsi in contemporanea di diversi problemi; il multitasking contribuisce in modo importante all'ansia e allo stress, mentre concentrarsi su un singolo compito alla volta ha un effetto calmante sul nostro cervello, perché mantiene l’attenzione nel presente invece di disperderla tra passato e futuro.

Quando siamo sotto stress, anche le attività che di solito ci piacciono smettono di sembrare attraenti. Proprio per questo gli psichiatri suggeriscono di pianificare attivamente dei momenti di piacere, invece di aspettare di avere voglia di farli. Questo "aiuta a mettere un’etichetta nel cervello per dirgli che stai rilassandoti", ha spiegato Rashi Aggarwal del Northwell Health di New York: segnare in agenda una cena fuori, una serata in famiglia con giochi da tavolo o una telefonata con un amico invece di un messaggio, riesce a produrre gioia vera e dà al cervello un segnale preliminare di qualcosa di buono che sta per arrivare.

Cari amici, combattere lo stress e l’ansia non  è né semplice ne facile. Tuttavia, i consigli degli esperti prima riportati sono un primo passo per far si che in un mondo convulso, come quello che stiamo vivendo, possiamo trovare le giuste soluzioni per affrontare la vita con maggiore serenità.

A domani.

Mario

 

sabato, ottobre 31, 2026

LA LEZIONE DI JANE AUSTEN: PUÒ ESSERE FELICE, ANCHE CHI HA SEMPRE MESSO GLI ALTRI PRIMA DI SE.


Oristano 31 ottobre 2026

Cari amici,

Chiudo i post di ottobre parlando con Voi di FELICITA', quella tanto desiderata e, spesso, mai raggiunta. Sulla felicità ha scritto cose importanti Jane Austen (1775–1817), una celebre scrittrice britannica, considerata una delle figure più importanti e influenti della narrativa di lingua inglese. I suoi romanzi sono "romanzi di costume" ambientati nella borghesia di campagna dell'Inghilterra georgiana e della Reggenza. Con uno stile raffinato ed ironico analizza le convenzioni sociali, le relazioni familiari, la condizione economica delle donne e l'importanza del matrimonio per ottenere stabilità. Tra le sue opere principali: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813, Mansfield Park (1814). Emma (1815).

In “Ragione e Sentimento”, troviamo una riflessione che sembra parlare di felicità direttamente a ciascuno di noi: «Aspiro, come chiunque altro, a essere felice; e come chiunque altro voglio esserlo a modo mio». Parole semplici, ma capaci di mettere in discussione tante delle nostre certezze. Perché la felicità non dovrebbe essere una gara per soddisfare le aspettative degli altri, ma la libertà di scegliere ciò che ci fa stare bene, anche quando significa prendere una direzione diversa da quella che tutti si aspettano.

Entrando nel dettaglio, proviamo a chiederci: Quante volte rinunciamo a qualcosa che desideriamo davvero soltanto per paura di deludere gli altri? Scegliamo strade che non ci appartengono, inseguiamo traguardi che non sentiamo nostri e finiamo per confondere la felicità con l'approvazione di chi ci circonda. Eppure, arriva un momento in cui bisogna chiedersi se la vita che stiamo costruendo sia davvero quella che vogliamo.

Amici, per la AUSTEN, “La felicità non ha una formula uguale per tutti”. Questa frase, contenuta in Ragione e sentimento, viene pronunciata da Edward Ferrars, un giovane che non desidera la fama e il prestigio immaginati per lui dalla famiglia. Edward sogna qualcosa di molto più semplice: una vita che gli somigli. Non vuole distinguersi ad ogni costo, né inseguire un successo incapace di renderlo felice. È una scelta che, nella società inglese raccontata da Austen, richiede una certa dose di coraggio. Ed è proprio questo il cuore della riflessione. Essere felici non significa necessariamente avere tutto, ma riconoscere ciò che conta davvero per noi. Per qualcuno la felicità può essere una carriera brillante, per altri una vita tranquilla, un amore sincero, la libertà di viaggiare o il tempo da dedicare alle proprie passioni. Nessuna di queste aspirazioni vale più delle altre. Il problema nasce quando cominciamo a desiderare qualcosa soltanto perché ci hanno insegnato che dovremmo desiderarla.

Uno degli aspetti più affascinanti di Ragione e sentimento è il modo in cui Jane Austen racconta lo scontro tra ciò che proviamo e ciò che il mondo si aspetta da noi. Attraverso le vicende delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood, la scrittrice esplora due modi diversi di affrontare la vita: il controllo delle emozioni e l'abbandono ai sentimenti. Due atteggiamenti apparentemente opposti, che finiscono però per rivelarsi meno inconciliabili di quanto sembrino.

Amici, anche oggi viviamo qualcosa di simile. C'è chi sceglie un'università per non deludere i genitori, chi rimane in una relazione perché teme la solitudine, chi rincorre un lavoro prestigioso senza chiedersi se lo desideri davvero. A volte siamo così impegnati a costruire una vita che gli altri possano ammirare, da dimenticarci di costruirne una nella quale stare bene. Austen ci invita a guardare oltre le apparenze, ricordandoci che una scelta può sembrare perfetta agli occhi del mondo e rivelarsi completamente sbagliata per chi deve viverla.

Allora bisogna avere il coraggio di essere felici “come propria scelta”, senza le interferenze degli altri; cercare la propria felicità, significa imparare ad ascoltarsi, senza la paura di sbagliare o di perdere l'approvazione delle persone a cui vogliamo bene. Non viviamo cercando di imitare gli altri, in particolare quelli che ci appaiono più avanti di noi, perché in questo modo finiamo per misurare la nostra felicità con il metro di qualcun altro. Ma "non essere dove sono gli altri" non significa essere rimasti indietro. Ognuno ha i propri tempi, le proprie priorità e, soprattutto, una diversa idea di ciò che rende una vita degna di essere vissuta, quindi di essere felice! 

Cari amici, parole straordinarie quelle di Jane Austen, che dovrebbero far riflettere tutti noi!

A domani.

Mario

venerdì, ottobre 30, 2026

L'UNIONE EUROPEA, DAL 2027, UNIFORMA IN TUTTI I PAESI MEMBRI IL MASSIMALE DEI PAGAMENTI IN CONTANTI.


Oristano 30 ottobre 2026

Cari amici,

A partire dal prossimo anno l’Unione Europea ha stabilito nuove, uniformi regole per i pagamenti in contanti che i cittadini UE possono fare senza usare strumenti tracciabili. L’intento è quello di ridurre le differenze tra i Paesi membri, creando delle regole uguali per tutti. È questo l’obiettivo del regolamento AMLR, ovvero il Regolamento UE 2024/1624. Inutile negare che la nuova normativa ha uno scopo ben preciso: contrastare il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo.

Tra le disposizioni previste dal nuovo quadro normativo rientrano anche importanti novità sui pagamenti in contanti a livello europeo. Le nuove regole troveranno applicazione a partire dal 10 luglio 2027, introducendo un limite comune per le transazioni in denaro contante in tutta l’Unione Europea. Le nuove disposizioni europee (Regolamento UE 2024/1624) riguarderanno soprattutto l’acquisto di beni e servizi di importo elevato e dovranno essere rispettate in tutti gli Stati membri dell’UE.

Dall’acquisto di auto a quello di gioielli, per le operazioni che raggiungono determinate cifre sarà necessario utilizzare strumenti di pagamento tracciabili. Per i soggetti obbligati dalla normativa antiriciclaggio sono inoltre previsti specifici controlli sull’identità dei clienti. L’importo stabilito per l’utilizzo di pagamenti in contanti, a partire dal 10 luglio 2027, è stato determinato in 10.000 (diecimila) euro come massimale per i pagamenti non tracciabili. Questo significa che, nelle transazioni commerciali soggette alla nuova disciplina, non sarà possibile effettuare o ricevere pagamenti in contanti di importo pari o superiore a 10.000 euro.

Amici lettori, la soglia del 10.000 euro varrà anche nei Paesi UE che non hanno ancora adottato l’euro. In questi casi, il limite sarà applicato considerando il controvalore di 10.000 euro nella valuta nazionale. Le nuove disposizioni partono da un principio preciso: il venditore, nelle operazioni commerciali soggette al regolamento, non potrà accettare un pagamento in contanti pari o superiore a 10.000 euro. Per effettuare transazioni di questo importo sarà quindi necessario ricorrere a strumenti tracciabili, come bonifici bancari o postali, carte di credito e di debito e altri sistemi di pagamento elettronico.

Il fatto che le nuove disposizioni arrivino direttamente dall’Unione Europea dimostra la volontà di Bruxelles di uniformare le regole in tutti i Paesi membri, introducendo un quadro normativo comune che gli Stati membri dovranno obbligatoriamente rispettare. Le politiche antiriciclaggio diventano quindi più rigorose. L’obiettivo è impedire che operazioni in contanti di importo elevato possano essere utilizzate per nascondere la provenienza del denaro o agevolare attività illecite.

Per fare qualche esempio pratico, non sarà quindi possibile pagare interamente in contanti un’automobile, un orologio, un gioiello o qualsiasi altro bene acquistato presso un operatore commerciale, quando l’importo della transazione è pari o superiore a 10.000 euro. La regola sarà comune a tutti gli Stati membri, fermo restando che ogni Paese potrà mantenere o introdurre limiti più restrittivi. Le nuove disposizioni puntano quindi a ridurre le differenze tra gli Stati membri che si sono registrate negli ultimi anni.

Finora la normativa che cercava di regolare i limiti all’utilizzo del contanti esisteva, ma I limiti all’utilizzo risultavano alquanto differenti. Alcuni Stati avevano introdotto limiti particolarmente bassi, mentre in altri erano consentiti pagamenti in contanti per importi decisamente più elevati. Con il nuovo regolamento, il limite di 10.000 euro diventerà la soglia massima comune a livello europeo per le operazioni commerciali interessate.

Cari amici, questo limite non significa che tutti i Paesi dovranno necessariamente consentire pagamenti in contanti fino a questa cifra (10.000 euro è la soglia massima). Ogni Stato membro conserverà infatti la possibilità di applicare soglie inferiori, restringendo ulteriormente gli importi per i quali sarà ammesso l’utilizzo del denaro contante. Parlando del nostro caso, l’Italia, attualmente il limite generale ai trasferimenti in contanti è fissato a 5.000 euro. L’entrata in applicazione del regolamento europeo non comporterà quindi automaticamente un innalzamento della soglia italiana a 10.000 euro.

Cari amici, dal 10 luglio 2027, dunque, l’Unione Europea introdurrà regole comuni più rigorose sui pagamenti in contanti, lasciando comunque ai singoli Stati la possibilità di mantenere limiti nazionali più bassi.

A domani.

Mario

 

giovedì, ottobre 29, 2026

“SOGNO D'AMORE” DI ALDA MERINI, LA STRUGGENTE POESIA SULL’AMORE CHE NON SEMPRE RIESCE A DARE LA FELICITÀ.


Oristano 29 ottobre 2026

 Cari amici,

Definire L’AMORE, non è alquanto semplice, in quanto è un complicato complesso di emozioni, di pensieri e di comportamenti, difficili da inquadrare. Di norma è caratterizzato da grande cura, rispetto reciproco, intimità e un forte impegno consapevole tra due persone. L'amore, poi, per sua stessa natura, è un sentimento alquanto ambivalente, in quanto quando cessa di essere fonte di piacere e felicità, si trasforma in un labirinto emotivo dove la sofferenza convive con il desiderio di vicinanza.

Amici c’è una bella poesia di ALDA MERINI, intitolata “SOGNO D’AMORE”, che analizza in modo crudo l’amore che spesso non dona felicità; una poesia che mette a nudo, che svela, la distanza tra la passione, le ferite dell’anima e la felicità desiderata. L’amore, per l’autrice, è una delle contraddizioni più profonde dell’esperienza sentimentale: si può amare intensamente una persona senza riuscire a essere felici insieme a lei. Si può desiderare un abbraccio, cercare la passione, immaginare una felicità assoluta e ritrovarsi invece a convivere con ferite che nessuno riesce davvero a guarire.

La poetessa dei Navigli (così è definita la Merini) affronta il sentimento amoroso senza concedergli il conforto dell’idealizzazione. L’amore non è necessariamente il luogo della salvezza, della reciprocità e della gioia. Può diventare uno spazio attraversato dal desiderio e dalla sofferenza, dove la vicinanza dei corpi non corrisponde all’incontro delle anime e dove persino i baci più ardenti non riescono a colmare il vuoto affettivo.

È proprio questa contraddizione a rendere la lirica così intensa e universale. Alda Merini non mette in discussione l’esistenza dell’amore, ma la sua capacità di realizzare quella promessa di felicità che gli esseri umani continuano ad attribuirgli. Il sentimento può essere autentico, profondo, persino travolgente, e tuttavia non possedere la forza necessaria per trasformarsi in una relazione capace di accogliere e rassicurare.

Attraverso immagini di straordinaria immediatezza, come un orizzonte spaccato e un cane che si lecca le ferite sotto il tavolo, la poetessa costruisce un paesaggio interiore in cui la passione convive con l’abbandono. L’immaginazione amorosa non riesce a liberarsi dal dolore, perché la ferita è ormai entrata a far parte dell’esperienza stessa del sentimento. Sogno d’amore è una poesia che fa parte della raccolta di poesie Alla tua salute amore mio di Alda Merini, curata da Giuseppe D’Ambrosio Angelillo e pubblicata da Acquaviva nel 2003. La raccolta si inserisce nella produzione matura di Alda Merini, caratterizzata da una scrittura essenziale, visionaria e capace di concentrare in pochissimi versi esperienze emotive di grande complessità. Proviamo a leggere insieme questa intensa poesia “SOGNO D’AMORE” di Alda Merini per scoprirne il significato, comprendere la forza delle sue immagini e cogliere il messaggio umano che si nasconde dietro l’impossibilità di vivere un abbraccio pienamente gioioso.

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Sogno d'amore di Alda Merini

Se dovessi inventarmi il sogno

del mio amore per te

penserei a un saluto

di baci focosi

alla veduta di un orizzonte spaccato

e a un cane

che si lecca le ferite

sotto il tavolo.

Non vedo niente però

nel nostro amore

che sia l'assoluto di un abbraccio gioioso

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Cari amici, in questa poesia è presente “la verità scomoda che Alda Merini” vuole consegnare al lettore: “Non tutto l’amore che proviamo riesce a farci stare bene, e non ogni relazione intensa è anche una relazione capace di renderci felici”.  Pensiero davvero da meditare…..

A domani.

Mario

mercoledì, ottobre 28, 2026

LE ORIGINI GEOLOGICHE DELLA SARDEGNA. L'ISOLA E LA CORSICA ERANO IN PASSATO PARTE DEL MARGINE CONTINENTALE EUROPEO, ACCOSTATE ALLA PROVENZA NESSUN LEGAME CON IL SUOLO ITALICO.


Oristano 28 ottobre 2026

Cari amici,

Che noi sardi abitiamo in una terra che poco o niente ha mai avuto da spartire con il resto dell’Italia è ampiamente dimostrato “Geologicamente parlando”. Come ha di recente pubblicato Andrea Moccia, Geologo e divulgatore scientifico, in data 19 Ottobre 2026, anche nel lontano passato la Sardegna non è mai stata parte della penisola italiana. Dati paleomagnetici e ricostruzioni geologiche mostrano che l'isola sarda e la Corsica erano parte del margine continentale europeo, accostate alla Provenza.

Tra Oligocene e Miocene il Mediterraneo occidentale attraversò una profonda riorganizzazione tettonica. La crosta si fratturò separando progressivamente Sardegna e Corsica dal margine provenzale. Il movimento avvenne sui lunghi tempi geologici: pochi centimetri all'anno, moltiplicati per milioni di anni, che nel complesso sono sufficienti a spostare interi blocchi di litosfera di centinaia di chilometri. La Sardegna nel tempo non ‘galleggiò' come un'isola: si mosse, invece, insieme alla litosfera di cui faceva parte.

La storia della Sardegna mette insieme tettonica delle placche, vulcanismo, formazione dei giacimenti minerari e storia delle comunità umane. L'isola è un frammento di crosta europea che ha cambiato posizione e orientamento, ma è anche un territorio in cui centinaia di milioni di anni di sedimentazione, collisioni, magmatismo, fluidi idrotermali, metamorfismo e alterazione hanno concentrato risorse diverse. È questo intreccio, non un singolo evento, a spiegare perché la Sardegna abbia avuto una delle storie minerarie più importanti d'Europa. Le antiche eruzioni in Sardegna e la rotazione di 90°: un caos primordiale che va dai vulcani all'ossidiana.

La fase di rottura e rotazione si accompagnò a un intenso ciclo magmatico. Tra circa 29 e 13 milioni di anni fa la Sardegna fu interessata da vulcanismo oligo-miocenico con lave andesitiche e prodotti piroclastici, comprese grandi ignimbriti; le principali successioni affiorano in aree come Anglona-Logudoro-Bosa, Arcuentu, Sarroch e Sulcis-Cixerri. Non si tratta quindi soltanto di un paesaggio di colate laviche: alcune fasi furono fortemente esplosive.

Oggi la Sardegna non ospita vulcani attivi, ma conserva numerose testimonianze di vulcanismo. Per leggerle correttamente bisogna distinguere almeno due grandi cicli cenozoici. Il primo, oligo-miocenico, è quello contemporaneo alla grande riorganizzazione tettonica e interessa soprattutto la fascia occidentale dell'isola. Il secondo, plio-pleistocenico, è più giovane e comprende complessi come Monte Arci e gran parte del Montiferru. Nel Monte Arci il vulcanismo ha prodotto anche le celebri ossidiane, sfruttate e scambiate dalle comunità neolitiche nel Mediterraneo occidentale.

Dire che la Sardegna è ricca di minerali è corretto nel linguaggio comune, ma geologicamente il punto è un altro: l'isola è ricca di giacimenti, cioè di zone in cui determinati elementi sono stati concentrati in quantità anomale. Un giacimento nasce quando processi geologici prendono elementi normalmente dispersi nella crosta e li selezionano, trasportano e accumulano. I fluidi caldi possono sciogliere metalli e depositarli quando cambiano temperatura o chimismo; la sedimentazione può concentrarli in specifici strati; metamorfismo, alterazione e carsismo possono poi rimobilizzare e riconcentrare mineralizzazioni preesistenti.

Amici lettori, la notizia portata da Andrea Moccia (che fino ad oggi ignoravo) che la Sardegna – geologicamente parlando – non ha mai avuto legami con il territorio italiano, non solo non mi crea dispiacere, ma sotto certi aspetti mi piace. Sono un sardo verace, che vede l’attuale appartenenza della Sardegna all’Italia sotto una veste spiacevole di “sudditanza”, che stento a digerire. Una regione come la Sardegna, seppure senza entrare nei dettagli, dovrebbe avere ben altro trattamento! E qui mi taccio!

A domani.

Mario

martedì, ottobre 27, 2026

L'INSEGNAMENTO DI SENECA RIVOLTO A PROTEGGERE LA NOSTRA SERENITÀ. LA VERA FORZA DELL’UOMO NON È NELL’EVITARE DI SOFFRIRE, MA QUELLA DI NON LASCIARSI DISTRUGGERE DA CIÒ CHE CI FERISCE.


Oristano 27 ottobre 2026

Cari amici,

Su questo blog ho avuto modo diverse volte di parlare con Voi del pensiero del grande Lucio Anneo Seneca, filosofo, drammaturgo e politico romano, che Egli espresse quasi duemila anni fa. Ebbene, anche oggi voglio tornare a parlare di Lui per riportarvi un suo pensiero sulla mancata serenità dell’uomo. Ecco una sua importante frase: «È invulnerabile non chi non viene colpito, ma chi non si sente ferito». Una frase tratta dal De constantia sapientis, che racchiude una lezione oggi ancora attuale: non sempre possiamo controllare le parole, i comportamenti o le cattiverie degli altri, ma possiamo imparare a proteggere la nostra serenità. Perché conoscere il proprio valore significa anche smettere di lasciare che siano gli altri a definirlo.

Amici, ci sono ferite che non si vedono, ma che possono fare male per molto tempo. Una parola detta con cattiveria, un'offesa immeritata, il giudizio di qualcuno a cui teniamo. A volte permettiamo a queste esperienze di condizionare il nostro umore, di mettere in discussione le nostre certezze e persino di farci dubitare di noi stessi. Allora è necessario riflettere e domandarsi: E se la vera forza non fosse evitare di soffrire, bensì imparare a non lasciarsi distruggere da ciò che ci ferisce? Indubbiamente la vita porta con se anche sofferenza, e l’uomo per Seneca, non è certo invulnerabile e quindi soggetto alla sofferenza; non può nemmeno costruirsi una corazza dietro cui nascondere le proprie emozioni. Tuttavia può fare qualcosa di più profondo: raggiungere una libertà interiore che nessuna offesa può portargli via. Il filosofo distingue, infatti, tra chi non viene mai messo alla prova e chi, pur affrontando le difficoltà, riesce a conservare la propria fermezza.

È facile sentirsi forti quando tutto va bene, quando nessuno ci critica e la vita sembra assecondare ogni nostro desiderio. La vera sfida comincia quando qualcuno mette in discussione ciò che siamo. È proprio allora che scopriamo quanto potere abbiamo consegnato al giudizio degli altri. Chi conosce il proprio valore non ha bisogno di difenderlo davanti ad ogni provocazione. Non perché sia superiore agli altri, ma perché ha smesso di cercare continuamente fuori di sé la conferma di essere abbastanza.

“Non tutto ciò che ci ferisce merita il nostro dolore”, afferma Seneca, Quante volte continuiamo a ripensare a una frase spiacevole anche quando chi l'ha pronunciata se n'è già dimenticato? La ripetiamo nella testa, cerchiamo risposte che non abbiamo dato, immaginiamo conversazioni che probabilmente non avverranno mai. E intanto quella persona continua a occupare uno spazio enorme nei nostri pensieri. Seneca ci invita a interrompere proprio questo meccanismo. Non tutte le opinioni meritano la nostra attenzione, non tutte le critiche raccontano qualcosa di vero su di noi.

Questo non significa ignorare ogni osservazione o convincersi di avere sempre ragione. Significa imparare a distinguere ciò che può aiutarci a crescere da ciò che serve soltanto a farci sentire piccoli. Una distinzione preziosa, soprattutto in un mondo in cui basta aprire un social per ritrovarsi esposti al giudizio di persone che non conoscono nulla della nostra storia. La fermezza del saggio stoico non va confusa con la rassegnazione di chi accetta tutto in silenzio.

Cari amici, La vera lezione che ci dà Seneca è questa: “La libertà comincia quando smettiamo di dare agli altri il potere di definirci”. Spesso, infatti, dimentichiamo di possedere la nostra libertà. Passiamo buona parte della vita a cercare approvazione, a temere il giudizio degli altri, a modificare piccoli pezzi di noi stessi pur di non essere esclusi. Ma una vita trascorsa a evitare ogni critica rischia di diventare una vita vissuta a metà. Ci sarà sempre qualcuno a cui non piaceremo, qualcuno che fraintenderà le nostre intenzioni o non riconoscerà i nostri sforzi. La pace interiore nasce dalla consapevolezza di non dover piacere a tutti per meritare rispetto. Le parole degli altri possono colpirci, ma l’ultima parola deve essere sempre la nostra.

A domani.

Mario