sabato, maggio 09, 2026

SCOPERTA NEL SASSARESE UNA STRAORDINARIA DOMUS DE JANAS REALIZZATA SOTTOTERRA. A RITROVARLA SONO STATI GIORGIO FENU E DENISE DIANA DI IGLESIAS.


Oristano 9 maggio 2026

Cari amici,

La Sardegna è una terra unica e straordinaria! Abitata fin da tempi antichissimi, è oggi un immenso museo a cielo aperto, con migliaia di nuraghi, betili, monumentali tombe di Giganti e Domus de Janas. Un patrimonio in parte visibile all’esterno, anche se il suo fascino più arcaico si nasconde addirittura nel sottosuolo. Le Domus de Janas appellativo sardo delle antiche sepolture, termine che letteralmente tradotto significa “case delle fate”, sono tombe ipogeiche preistoriche, scavate nella roccia viva tra il V e il III millennio a.C.. Un patrimonio immenso, quello lasciatoci dai nostri antenati, che merita di essere ulteriormente valorizzato. Nel luglio 2025, queste straordinarie testimonianze pre-nuragiche sono entrate ufficialmente nel Patrimonio Mondiale UNESCO, all'interno del sito seriale "Arte e architettura della Sardegna preistorica”.

Le recenti nuove scoperte, in particolare fatte da appassionati, continuano, e di recente alcune ”Domus de janas". Sono state rinvenute casualmente nel sottosuolo, nascoste per millenni alla vista. Una di queste ultime scoperte è avvenuta per merito di due appassionati di archeologia, Giorgio Fenu e Denise Diana, marito e moglie di Iglesias, che pubblicano le loro scoperte su Facebook dove contano oltre 52mila follower. Giorgio e Denise vanno in giro per l’isola a scoprire in modo certosino i numerosi siti archeologici, raccontando, poi, le loro scoperte sui social, dove contano migliaia di appassionati.

Ebbene, di recente, quasi per caso, i due si sono imbattuti, nella zona di Sassari (a PONTE SECCO), calandosi un anfratto nascosto da rovi e sterpaglie, in una grande Domus de Janas. Per chi, come loro, ha l’occhio esperto, abituato a perlustrare il mondo sotterraneo, è bastato un attimo per capire che poteva trattarsi di qualcosa di magnifico e importante per la storia archeologica della Sardegna. Giorgio ha capito subito che in quell’anfratto si nascondeva qualcosa di molto importante, tanto da fargli esclamare: «Cari amici qui non saprei davvero da dove cominciare, forse questa è la città sotterranea ipogeica più grande della Sardegna mai ritrovata, grande quasi come quella di Alghero».

Con l’aiuto della moglie Denise, che con la telecamera del telefono puntata sul marito filmava il rinvenimento, Giorgio Fenu ha poi potuto mostrare e raccontare ai suoi fans quello che per lui era un sito archeologico incredibile: «Stiamo entrando in un mondo sotterraneo di una necropoli che è gigantesca, forse una delle più grandi». «Guardate le dimensioni di questa necropoli» - ha raccontato Fenu ai followers - «Abbiamo celle un po’ ovunque, siamo intorno ai 100 metri quadri di tomba con pilastri di grandi dimensioni».

Amici, per la coppia amante dell’archeologia si tratterebbe di una «incredibile necropoli con protome rovesciata, scolpita con la tecnica in rilievo su parete frontale all’ingresso. Giorgio ha poi continuato ad informare i followers: «Non è una Domus de Janas molto comune; questa tomba è stata certamente catalogata dalle Università negli anni Ottanta, ma poiché si trova all’interno di una proprietà privata, forse bisognerebbe trovare un modo per renderla fruibile». Poi precisa ancora: «In Sardegna le Domus de janas sono migliaia: andrebbero tutte salvaguardate. Anche questa andrebbe svuotata e tutelata trovando un accordo col proprietario, magari facendo un corridoio di passaggio per renderla fruibile agli appassionati di archeologia e dunque anche ai turisti perché c’è sete di cultura».

«L’incredibile Domus de janas – scrive ancora Giorgio sulla sua pagina Facebook – custodisce al suo interno scolpite a rilievo sul pilastro centrale le rarissime protomi Spiraliformi, segno di forza e di virilità; oltre a delle protomi taurine scolpite sopra l’ingresso, lunghe circa 50 centimetri. Questa singolare domus de janas risulta completamente interrata ed è difficilissimo entrarci, ed è unica in Sardegna».

Cari amici, voglio fare da questo mio blog un grande plauso  a GIORGIO FENU E DENISE DIANA, per il loro amore per la nostra isola e per la loro determinazione nel migliorare la conoscenza della nostra antica e preziosa storia! La Sardegna avrebbe bisogno di molti altri come loro! Ecco il loro recente appello: «Il destino di questa favolosa necropoli è nelle mani del proprietario del fondo, basterebbe sensibilizzarlo a edificare un colletto in pietre intorno per evitare che ancora altra terra precipiti all’interno della domus, coprendola definitivamente». Grazie, amici lettori, della Vostra attenzione!

A domani.

Mario

venerdì, maggio 08, 2026

LE CURIOSE CAPACITÀ DEL NOSTRO CERVELLO: QUANDO I RICORDI FELICI DEL PASSATO CI FANNO VENIRE NOSTALGIA E ANCHE TRISTEZZA…


Oristano 8 maggio 2026

Cari amici,

Il nostro cervello è davvero straordinario: molto più complessi di un supercomputer moderno! In primis è un formidabile, grande archivio, che tutto conserva, ma in un modo del tutto particolare! Col passare del tempo tutto quello che è depositato nella nostra memoria, viene analizzato e catalogato per importanza, creando particolari “cartelle” dove il passato viene puntualmente custodito. Nell’archiviare e ricostruire i ricordi felici, quando per diverse ragioni essi riaffiorano, questo fa scattare dentro di noi la nostalgia, che spesso può causare diversi patemi d'animo, come rimpianto o anche una sensazione di vuoto, che si ripercuote sul nostro stato d’animo causandoci anche una certa tristezza.

Ci chiediamo: Perché i ricordi felici, a volte, ci fanno star male, ci rattristano? A darci la giusta spiegazione sono gli psicologi, che da anni studiano questo fenomeno, chiarendoci che la nostalgia di quanto già vissuto nel passato è, per la nostra memoria, un’emozione complessa: essa mette insieme, infatti, piacere e tristezza, passato e presente. Quindi, quando ci torna in mente un momento gioioso, come una bella vacanza, una relazione felice, un’estate perfetta, l’emozione del ricordo spesso ci fa sentire una dolorosa fitta allo stomaco, invece che rivivere l’antica gioia.

Si, amici, secondo diverse ricerche, in psicologia ricordare momenti felici può far male quando il ricordo felice del passato viene messo a confronto col presente: viene evidenziato ciò che abbiamo perso o che non possiamo più avere, che può riguardare una persona, un luogo, oppure una particolare fase della nostra vita. Il cervello, mentre ricostruisce il ricordo, confronta automaticamente il vissuto di ieri con quello di oggi. È questo confronto ad attivare le forti emozioni che proviamo, come il rimpianto, la rabbia, e/o l’attuale senso di vuoto. Allo stesso tempo, però, gli studi suggeriscono che la nostalgia ha anche funzioni positive: può rafforzare l’identità, farci sentire meno soli, aiutarci a dare un senso alla nostra storia personale.

Il problema, cari lettori, è davvero complesso. Sempre secondo gli studiosi, il complesso comportamento del nostro cervello non tende a farci cercare di “smettere di ricordare”, ma cerca, invece, di farci capire, quando ricordiamo determinati momenti felici, di non piangere sul passato, ma imparare, invece, ad usare questi momenti gioiosi del passato in modo produttivo e più sano, magari come stimolo per il presente, senza, dunque, farci travolgere dal passato. Gli psicologi che studiano e approfondiscono l’argomento cercano di spiegarci che la memoria non è una “registrazione” perfetta di quello che è successo; ogni volta che ricordiamo qualcosa di importante del passato, il nostro cervello, con le sue capacità, non ricorda semplicemente l'evento, ma lo “ricostruisce”, selezionando dettagli, emozioni, significati. Questo vale soprattutto per i ricordi molto carichi dal punto di vista emotivo, come i momenti più felici. Insomma, la nostra mente non estrapola per filo e per segno il fatto, ma lo ricostruisce!

Nel tempo, la nostra mente rielabora i fatti del passato, spesso semplificandoli; certo, restano i picchi di emozione, mentre molti aspetti neutri o negativi appaiono sbiaditi. Per questo una storia d’amore complicata può trasformarsi, anni dopo, in un ricordo quasi solo bello; quando a distanza di tempo ci torniamo sopra, il cervello attiva le aree legate sia alla memoria autobiografica che a quella delle emozioni, e questo particolare mix può essere davvero molto intenso.

Diversi studi psicologici hanno accertato che, spesso, siamo assaliti dalla nostalgia, soprattutto quanto stiamo vivendo un periodo di cambiamento (come un trasloco, un passaggio di scuola, la fine di una relazione); insomma, una fase di stress o di solitudine; ovvero se attraversiamo dei particolari momenti in cui ci sentiamo bloccati o insoddisfatti. In queste situazioni, il cervello può usare i ricordi felici come una specie di “ancora” emotiva, per ricordarci che abbiamo vissuto cose belle e che potremo viverle ancora. Il problema nasce quando il confronto con il presente diventa troppo duro e ci fa pensare, con tristezza, solo a ciò che non abbiamo più.

Cari amici, gli psicologi fanno anche una distinzione tra una “nostalgia che aiuta” e una “nostalgia che blocca”. La prima è quella che ci fa pensare: “Che bello che è stato, mi fa bene ricordarlo”. La seconda è quella che ci fa dire: “Niente sarà mai più così come prima”, lasciandoci con una sensazione di vuoto e di impotenza. La nostra mente, cari lettori, è davvero molto diversa dai super computer di oggi: è una struttura straordinaria, praticamente unica, assolutamente ineguagliabile!

A domani.

Mario

giovedì, maggio 07, 2026

LA RISCOPERTA DELLA “PASTA ALLA CARDINALE”, L’ANTICA RICETTA DEL “RISTORANTE DEL COLONNATO”, NELLA ROMA PAPALINA DEL NOVECENTO.


Oristano 7 maggio 2026

Cari amici,

Che la cucina popolare romana sia caratterizzata dall'utilizzo di ingredienti semplici e poco raffinati è certamente una realtà da tempo nota. Ebbene, stante ciò, capaci ristoratori sono riusciti a trasformare quella cucina semplice in “raffinata”, adattandola a palati nobili, in particolare legati al Vaticano. Uno di questi grandi artisti della Cucina nobile romana fu Cesare (“Cesaretto”) Simmi, figura centrale della ristorazione capitolina del Novecento, che operava nel suo “Ristorante del Colonnato”, locale oggi scomparso, che si trovava in via del Mascherino, a pochi passi da Piazza San Pietro. Nella foto a lato, Aldo Fabrizi con Cesare Simmi e Maria Pirolli-Simmi.

Il “Ristorante al Colonnato” era un locale eccellente, divenuto punto di riferimento per la Roma del Vaticano, frequentato da prelati, intellettuali e personalità di rilievo. Le specialità di Cesaretto, alquanto abile nello stemperare gli aspetti più ruspanti della cucina romanesca in modo da renderla appetibile a palati più “aristocratici”, erano diverse, tutte parecchio apprezzate negli ambienti vaticani e dagli ospiti illustri che frequentavano il locale. Fra queste specialità primeggiavano le note “Fettuccine alla papalina”, a cui, successivamente si aggiunse “La pasta alla Cardinale”. Nella foto: l'Osteria Romana di Simmi

Quest’ultimo piatto, che col tempo è purtroppo caduto in disuso, era particolarmente apprezzato in quanto riusciva a fondere la tradizione popolare romana con le esigenze dell'opulenza dei ceti elevati. La preparazione del piatto era caratterizzata da una salsa rosa a base di panna e pomodoro, spesso arricchita con crostacei. Una ricetta, dunque, nata nei contesti nobiliari o legati al Vaticano, e rappresentava un'elevazione lussuosa della cucina semplice romana; insomma, il piatto rifletteva il lusso della Roma papalina, nobilitando i semplici ingredienti base con l'aggiunta di panna, simbolo di ricchezza.

Questa nobile variazione culinaria, che prese il nome di “Pasta alla cardinale”, nacque ai primi del Novecento, in un momento in cui la cucina romana iniziava a confrontarsi con gusti più eleganti e internazionali. In quegli anni alcuni ristoratori cominciarono a modificare e “francesizzare” ricette popolari per renderle più delicate, introducendo ingredienti come panna, burro o prosciutto al posto di elementi più forti come il pecorino o il guanciale. La pasta alla cardinale si inserisce proprio in questo filone: un piatto dal sapore morbido, dolce e rassicurante, col sugo "non rosso ma rosato" (a vederla ricorda le mitologiche pennette alla Vodka), probabilmente pensata per ospiti stranieri o per ambienti legati alla diplomazia vaticana.

Amici, come accennato prima, la ricetta col tempo è caduta nell’oblio (oggi, purtroppo, si mangia praticamente solo cibo industriale preconfezionato), ma la sua eredità non è andata perduta. La terza generazione della famiglia Simmi, che operava fino a qualche tempo fa all’Osteria Romana (attualmente chiusa) di via San Paolo alla Regola 29, con Elisabetta Simmi, nipote di Cesaretto e figlia di Roberto, mancato a fine 2025, continua a preparare questo delizioso piatto. Oggi è operativo un suo ristorante, avviato negli anni ’90, che resta in linea con le esperienze precedenti della famiglia. In questo caso siamo nella zona di Campo de’ Fiori, in un suggestivo angolo della antica Roma.

La ricetta originale, cari lettori, in realtà è semplice, anche se la preparazione richiede qualche accorgimento. Si parte da un soffritto leggero di olio o burro, con aglio o cipolla, a cui si aggiunge il pomodoro. Dopo una prima cottura si unisce la panna, che trasforma il sugo in una crema rosata e vellutata. A questo punto si possono aggiungere dadini di prosciutto o speck, per un tocco di sapidità. La pasta, poi, scolata al dente, viene saltata nel condimento e completata con formaggio grattugiato. In certi casi si può aggiungere il peperoncino, oppure utilizzare la pancetta o persino completare con frutti di mare.

Cari amici, a me la ricetta sembra alquanto interessante, in particolare quella originale, senza troppe aggiunte. Credo sia una ricetta (quella originale), vera testimonianza di una bella stagione della cucina romana, in cui si riuscì a fondere “tradizione e innovazione”, un connubio che riuscì a soddisfare difficili palati aristocratici, partendo dalla cucina base popolare! Amici lettori, che dite volete provarla la ricetta "PASTA ALLA CARDINALE"? Io ho deciso di SI!

A domani.

Mario

 

 

mercoledì, maggio 06, 2026

LA POSIDONIA SPIAGGIATA: DA RIFIUTO A RISORSA. È NATO AD ALGHERO UN INNOVATIVO IMPIANTO DI TRATTAMENTO E RECUPERO.


Oristano 6 maggio 2026

Cari amici,

La POSIDONIA OCEANICA, quella che tutti noi calpestiamo quando andiamo al mare, ovvero quella che le onde del mare riversano in continuazione sui nostri litorali, è innanzitutto un preciso segno di salute del mare. Certo, spesso non è bella da vedere, ma rendiamoci conto che è sinonimo di salute, come ad esempio le cosiddette “banquettes”, cumuli che proteggono le spiagge dall'erosione e ospitano una grande biodiversità. Certo, in molti litorali la posidonia spiaggiata risulta alquanto in eccesso per la regolare balneazione, per cui è necessario rimuoverla almeno in parte. Ebbene, questa parte rimossa, anziché essere vista come una possibile risorsa, viene purtroppo considerata un vero e proprio rifiuto.

Al giorno d’oggi, infatti, quando viene rimossa (principalmente per motivi turistici) viene classificata come rifiuto urbano (D.lgs. 152/2006). Eppure questo “Rifiuto” può essere trasformato in risorsa,  in diversi modi: utilizzata, per esempio, come compost, come fertilizzante, per la realizzazione di pannelli fonoassorbenti o materiali per la bioedilizia. Proprio per questo diverse strutture pubbliche studiano soluzioni per la creazione di stabilimenti che consentano di portare avanti e risolvere due problemi importanti: smaltire la posidonia spiaggiata in eccesso recuperando in primis la sabbia, e poi utilizzando la posidonia recuperata trasformandola in risorsa come prima accennato.

Nella nostra isola a muoversi per prima, per recuperare nel modo più consono la posidonia spiaggiata, è stato, nel 2020,  il Comune di Alghero, che, con la Provincia di Sassari e il Consorzio Industriale Provinciale, ha siglato un accordo di programma finalizzato a regolamentare il recupero della posidonia in esubero lungo il litorale del Comune di Alghero; l’accordo prevedeva la progettazione, realizzazione e gestione di un impianto in loco di trattamento e recupero. L’accordo consentiva di centrare un obbiettivo importante per l’Amministrazione comunale, con una soluzione tanto attesa quanto efficace.

Durante la firma di quell’accordo VALERIO SCANU, Presidente del Consorzio Industriale, così commentò il progetto: “Quest’azione trasformerà un problema in un’opportunità di larghe vedute, che attiverà un circuito di economia circolare. L’impianto che intendiamo realizzare tratterà la posidonia per restituire almeno il 60 per cento della sabbia sull’arenile di provenienza. Il resto invece consentirà la produzione di materiali ecosostenibili. L’impianto di Alghero, allestito nell’area consortile di San Marco, sarà in grado di fornire il servizio per tutto il nord Sardegna“.

Ebbene, amici lettori, proprio ieri 5 maggio si sono finalmente accesi i motori nell’area di  San Marco, per dare inizio al funzionamento del nuovo impianto di trattamento che separa la sabbia dalle tonnellate di Posidonia presenti nel litorale algherese. Il Consorzio industriale provinciale era rappresentato dalla Presidente Simona Fois, con il direttore generale Salvatore Demontis e il dirigente del settore Ambiente Graziano Mura; presente anche il Sindaco di Alghero Raimondo Caciotto e l'Assessore all'Ambiente Raniero Selva, delegato della giunta municipale quale preposto al decoro e alla gestione ecologica della fascia costiera. Insieme hanno dato il via al nuovo impianto.

L'Assessore Raniero Selva ha voluto affidare alla piattaforma sociale Facebook un commento sull'apertura dell'impianto, cogliendo l'occasione per replicare indirettamente alle polemiche sollevate nei giorni scorsi dagli imprenditori marittimi sui ritardi nello smaltimento della Posidonia presente sui litorali. "Siamo arrivati finalmente - ha detto - a breve daremo ancora una volta tutte le informazioni e spiegazioni sul lavoro che si svolgerà sulle nostre spiagge e le norme che ne regolano le attività”.

Cari amici, di certo questo impianto potrà essere il primo di una lunga serie, non solo in Sardegna. È sicuramente un’opera importante, attesa da tempo, che consentirà di dare nuova vita alla posidonia raccolta ad Alghero – e in futuro sia al Nord che al resto della Sardegna. Riportare la sabbia che prima andava persa, e utilizzare la posidonia non come rifiuto ma come risorsa, credo che darà anche un  contributo sostanziale alla salvaguardia dell’ambiente della nostra meravigliosa isola, amata da tanti vacanzieri.

A domani.

Mario

martedì, maggio 05, 2026

LE BUGIE. QUALI LE MOTIVAZIONI CHE SPINGONO IL NOSTRO CERVELLO A MENTIRE? LA PSICOLOGIA SPIEGA IL PERCHÉ.


Oristano 5 maggio 2026

Cari amici,

Dire le bugie, "MENTIRE", credo che capiti un po’ a tutti. Magari sono piccole bugie, di norma dette a fin di bene. Come è giusto che sia, gli psicologi hanno cercato di analizzare, di comprendere, le motivazioni che ci spingono a farlo.  La prima risultante è che il nostro cervello arriva a dire le bugie dopo aver attivato una strategia psicologica e sociale complessa, messa in atto per aiutarci a gestire le nostre insicurezze, le paure del giudizio degli altri sul nostro operato, così come per cercare di proteggere la nostra autostima. Vediamo meglio questo curioso problema.

Secondo diversi psicologi, nella vita quotidiana di ciascuno di noi dire delle "piccole bugie" è praticamente la norma; sono trascurabili bugie sociali, dette, a volte, addirittura senza neanche pensarci troppo. Dire “STO BENE” anche quando si è a pezzi, fingere interesse per un discorso noioso, inventare una scusa per non uscire: sono tutti esempi di come la menzogna entri nella nostra routine quotidiana. Gli esperti spiegano che il cervello non è programmato solo per dire la verità, ma per gestire i rapporti sociali nel modo più vantaggioso possibile.

Gli studi e le analisi fatte dagli studiosi hanno messo in luce che, quando noi mentiamo, nel cervello si attivano aree legate al controllo cognitivo, alla memoria di lavoro e alle emozioni, perché la nostra memoria deve essere in grado di tenere insieme "la storia inventata", ricordare cosa abbiamo detto e controllare la nostra reazione emotiva. Alcuni studi di neuroimaging indicano che mentire richiede, almeno all’inizio, più sforzo del dire la verità, proprio perché il cervello deve “costruire” una realtà alternativa. Allo stesso tempo, gli psicologi sottolineano che, se una persona mente spesso, questo sforzo può ridursi, perché il cervello si abitua a farlo.

Amici, capire perché diciamo le bugie non serve solo a giudicarci negativi, ma a riconoscere che, quando lo facciamo, quando mentiamo, le bugie servono a proteggerci davvero, in quanto usate per non complicarci la vita. Gli psicologi, insomma, hanno espresso il giudizio che mentire, anziché dire la verità, non è un nostro reale difetto, ma è un particolare comportamento che nasce dalla paura, dalla vergogna, dal desiderio di approvazione degli altri, e il nostro cervello cerca di assolvere al meglio questo compito gestendo il problema.

Ogni volta che mentiamo, il nostro cervello deve fare un lavoro in più rispetto a quando diciamo la verità. Gli psicologi e i neuroscienziati descrivono la menzogna come un processo che coinvolge diverse funzioni mentali contemporaneamente. Per prima cosa il cervello deve inibire la risposta automatica, cioè la verità. Il cervello, infatti, tende a richiamare spontaneamente ciò che è realmente successo; per mentire, invece, devi bloccare questa risposta e sostituirla con una versione alternativa. Questa capacità di “frenare” la risposta naturale è collegata alle funzioni esecutive, che dipendono in gran parte da aree della corteccia prefrontale.

Più la bugia è complessa, più la memoria di lavoro viene messa sotto pressione. È uno dei motivi per cui molte persone si incastrano nelle proprie menzogne: mantenere coerente una storia falsa è cognitivamente impegnativo. Nel cervello poi si attiva la parte emotiva. Mentire può attivare stress e senso di colpa, soprattutto se stiamo violando una regola importante. Questo spiega perché, in certe situazioni, il battito cardiaco accelera, la voce cambia leggermente e, inoltre, ci sentiamo a disagio.

Cari amici, mentire non è certo facile, richiede attenzione, impegno e superlavoro per il nostro cervello. La motivazione principale, insomma, è, come accennato prima, che diciamo le bugie per salvaguardare la nostra autostima, per la paura del giudizio degli altri e per tenere salva la nostra identità. Si, molti psicologi sottolineano che dietro le menzogne quotidiane c’è spesso un tema di grande importanza: proteggere l’immagine di noi stessi. Mentire serve a difendere la nostra autostima, per evitare di sentirci inadeguati o inferiori agli altri.

A domani cari amici lettori.

Mario

lunedì, maggio 04, 2026

LA STORIA DEL “GRANONE LODIGIANO”, L'ANTENATO DEI FORMAGGI GRANA ITALIANI. NATO NEL MEDIOEVO, DOPO UN LUNGO ABBANDONO, È ARRIVATA LA RISCOPERTA.


Oristano 4 maggio 2026

Cari amici,

In Italia il formaggio “GRANA” è indubbiamente uno dei formaggi più noti e utilizzati. Il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, formaggi a pasta dura, granulosa e a lunga stagionatura, sono i due giganti DOP, noti in tutto il mondo. Ebbene, il capostipite di questo eccellente formaggio fu inventato nel Medioevo ed ebbe origini Monastiche: la tradizione, infatti, ne attribuisce la nascita ai monaci cistercensi dell'Abbazia di Chiaravalle Milanese (intorno al 1135). Questi frati bonificarono le terre paludose del lodigiano, trasformandole in grandi pascoli, dove esercitarono l’allevamento di bovini.

Nella Comunità le grandi quantità di latte disponibile, spesso in eccedenza, avevano necessità di essere conservate e furono trasformate in formaggio. Proprio da questa conservazione nacque il “GRANONE LODIGIANO”, che è considerato il capostipite storico di tutti i formaggi grana italiani. Un formaggio nato dall'ingegno dei monaci cistercensi, che si diffuse ben oltre il territorio di produzione, diventando una delle eccellenze casearie più antiche della Lombardia.

Questo eccellente formaggio a lunga stagionatura uscì presto dalle mura del Monastero, superando i confini delle campagne originarie espandendosi anche in Emilia-Romagna. Nel Seicento Bartolomeo Stefani scrisse in “L’arte del ben cucinare” di «formaggi così squisiti che il lodigiano non si può nominar che non si lodi». Un affresco seicentesco dell’esponente del Manierismo cremonese, Antonio Campi, nella chiesa di San Sigismondo a Cremona lo prova in maniera tangibile, ritraendo una tavola imbandita, dove una fetta di Granone Lodigiano dalla crosta scura spicca accanto a delle pere succose.

Quel rapido successo attirò anche l’attenzione di Napoleone Bonaparte, che nel corso della prima campagna d’Italia, nel 1796 inviò un suo scienziato, Gaspard Monge, a indagare i segreti del formaggio proprio in virtù della sua longevità per risolvere i problemi di conservazione dei rifornimenti per il suo esercito. Partito da Parigi e arrivato a Parma, Monge scrisse una lettera all’imperatore dicendo, «A Parma scopro che questo formaggio si produce invece a Lodi». In quelle campagne lo scienziato francese scoprì i segreti della produzione e annotò ogni passaggio di quell’antica ricetta, creando un importante vademecum.

La maggiore espansione del formaggio avviene però nell’Ottocento. Ogni grande cascina della zona custodiva il proprio “cason”, il luogo dove si trasformava il latte delle proprie vacche e dove si produceva il Granone. Nell’epoca dei Grand Tour, l’ubiqua guida di viaggio Baedeker, la Michelin dell’epoca, conferma che il “formaggio rinomato” nasceva non a Parma ma in territorio lodigiano; perfino Giacomo Leopardi, in versi scherzosi del 1812 che raccontavano le ricchezze della tavola imbandita italiana, esalta il “lodigiano cacio” degno compagno di “pugliesi maccheroni”. Nelle sue memorie, scritte in lingua francese, tra il 1789 e il 1798, e pubblicate postume attorno al 1825 in una versione censurata, persino il celebre seduttore veneziano Giacomo Casanova attesta la qualità e la provenienza del Granone Lodigiano.

Col passare del tempo, grazie al crescente gradimento che questo tipo di formaggio riceveva, la sua produzione aumentò, e grazie all’abilità dei commercianti di Parma, il nome di questo formaggio da Lodigiano divenne “PARMIGIANO”, prendendo il posto di quell’originale formaggio nato a Lodi, e conquistando velocemente i mercati d’Italia e il resto d’Europa. La spietata concorrenza del Parmigiano iniziò a far calare la produzione del “Lodigiano”, fino a farla scomparire. la produzione andò via via riducendosi, fino quasi a scomparire. Col passare del tempo i grandi CASON chiudevano uno dopo l’altro e la notorietà del formaggio nero rimase un segreto custodito da pochissimi casari.

Amici, nella prima metà del secolo scorso (1947) La famiglia POZZALI, composta da tre giovani fratelli da poco laureati, decidono di trasformarsi in imprenditori del settore caseario. All’interno dell’azienda agricola paterna strutturano il loro primo caseificio per trasformare il latte di loro produzione e di alcune cascine dei dintorni. Il successo è immediato. Nel 1958 il secondogenito, l’architetto Giovanni Pozzali, inaugura il nuovo caseificio a pochi chilometri da Lodi, a Casaletto Ceredano in provincia di Cremona.

L’azienda crebbe velocemente e iniziò a diversificare la produzione fino ad arrivare al lancio della specialità casearia che riportò in auge il “GRANONE LODIGIANO. Oggi è la nuova generazione (è la terza) dei Pozzali a guidare la produzione, che nel frattempo ha cambiato nome all’azienda chiamandola “Bella Lodi”. Grazie a loro quell’antico formaggio oggi è un Prodotto Alimentare Tradizionale che segue un rigido disciplinare e risponde a standard attuali: latte da vacche unicamente nutrite con foraggi di origine vegetale, naturalmente senza lattosio, a ciclo produttivo certificato con energie rinnovabili, e un packaging 100% compostabile. Sono loro gli unici produttori del GRANONE LODIGIANO PAT, rispettando rigorosamente il disciplinare di produzione.

Cari amici, quella del GRANONE LODIGIANO è proprio una gran bella storia! Dopo l’oblio momentaneo, oggi il Granone Lodigiano è tornato dove merita: tra le grandi eccellenze casearie italiane.

A domani.

Mario

domenica, maggio 03, 2026

“METATHESIOFOBIA”: QUANDO LA PAURA DEL CAMBIAMENTO SI SCONTRA CON IL NOSTRO BISOGNO DI CAMBIARE. PREDOMINA LA PAURA DI SBAGLIARE, E IL PANICO DI RESTARE DA SOLI.


Oristano 3 maggio 2026

Cari amici,

Il desiderio di CAMBIAMENTO, ovvero di trovare soluzioni migliori all'esistente, ha dei freni potenti: il panico di lasciare il certo per l’incerto, che ha sempre condizionato le persone, paventando pericolose, possibili conseguenze, tra cui, in primis, la solitudine derivante. È, questa, una condizione psicologica molto diffusa, alquanto bloccante, definita in termine medico “METATHESIOFOBIA” (paura del cambiamento), che, unita all'atelofobia (paura di sbagliare o di non essere perfetti), blocca le nostre decisioni. Quando non siamo soddisfatti, e sentiamo il desiderio di evolvere, questo si scontra con il terrore di fallire e la paura di restare soli (anuptafobia),

La nostra mente è un computer complesso, che spesso si scontra con la logica, in quanto tende a preferire l'infelicità conosciuta rispetto all'incertezza del cambiamento; il nostro super computer preferisce la prevedibilità, anche se dolorosa, rispetto all'angosciante ignoto. Un ignoto dove giganteggia la trappola della "Solitudine", ovvero il panico di restare soli. Una paura motivata, spesso, da una bassa autostima o dalla credenza di non essere abbastanza forti da farcela da soli. È proprio quest’ansia che ci porta a tollerare situazioni insoddisfacenti (relazioni o lavori) pur di non affrontare il vuoto.

Amici, credo proprio che questa paura colpisca più di quanto appare. Molti di noi, spesso, soprattutto nel silenzio della notte, quando siamo soli con noi stessi e il sonno tarda ad arrivare, ci domandiamo, dopo un primo rifiuto a cambiare, «E se avessi deciso in modo diverso?». Dubbi, quesiti che di norma restano senza risposta e ansiano le nostre giornate togliendoci la necessaria serenità. Gli studi psicologici sull’argomento sono numerosi, e oggi voglio riportare la riflessione di Maria Beatrice Alonzi, scrittrice ed esperta di etica della comunicazione, contenuta nel suo libro, “Hai ancora paura. Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando” edito da (Sperling & Kupfer).

Maria Beatrice Alonzi è un’esperta dell’argomento, avendo conseguito, oltre la laurea in Scienze Umanistiche, un master in Tecniche e Metodi di Analisi Comportamentale e Analisi Scientifica del Comportamento non-verbale. È anche speaker di TEDx, relatrice per l'Università Sapienza di Roma e autrice di tre bestseller, con oltre 250.000 copie all'attivo. Nel suo libro prima citato, analizza a fondo quel meccanismo invisibile che spesso ci tiene bloccati: la paura di sbagliare, di non essere abbastanza forti, della paura di restare soli, elencando e spiegando i meccanismi che ci tengono fermi, tra errori che si ripetono e pensieri che si sedimentano, per arrivare a un punto cruciale: non siamo colpevoli del nostro passato, ma responsabili del nostro futuro.

In questo libro la Alonzi parte da un'idea: spesso pensiamo di aver scelto liberamente, ma in realtà è stata la paura a guidarci. «C'è una domanda che in tanti ci facciamo: “Cosa farei se non avessi paura?”. Se la risposta è diversa da quello che stiamo per fare, stiamo scegliendo per paura. La maggior parte delle nostre scelte non è consapevole, è condizionata dalla paura, lo afferma la scienza. Le nostre sono risposte condizionate, e le nostre decisioni sono prese prima che la mente razionale abbia il tempo di intervenire.

Amici, la realtà è che quella che chiamiamo “libera scelta”, ma è spesso una razionalizzazione a posteriori: «una storia che costruiamo per dare senso a qualcosa che il nostro sistema aveva già deciso, perché la maggior parte delle scelte sono prese in reazione». In sintesi, “le origini delle nostre decisioni prese per paura risalgono alla nostra infanzia:  quando chi doveva insegnarci a stare con le emozioni difficili non era presente, o era imprevedibile, o era lui stesso pauroso, da allora la nostra mente impara a stare in allerta costante, e qualunque stimolo che assomigli anche lontanamente a qualcosa di pericoloso come un silenzio, una critica, o una risposta fredda attiva la stessa risposta che si attivava quando il pericolo risulta reale. Il corpo, oggi, non distingue tra allora e adesso”.  Tutto questo troviamo in questo interessante libro.

Cari amici, scrive la Alonzi: “Come si può smettere di restare intrappolati nel rimpianto di una decisione condizionata dalla paura? Risulta fondamentale provare a dimostrare all’inconscio che ci sono altre strade da percorrere”. La scelta mancata continua a rimanere nella nostra mente in uno stato di sospensione permanente, e quello che non viene elaborato ritorna. Proprio per questo il dialogo con il nostro inconscio deve essere forte, portandolo a ragionare senza troppi condizionamenti. La decisione giusta è: “Ora che so, cosa scelgo?”. Allora, seppure ci appaia difficile, scegliamo senza condizionamenti, «Non restiamo ancorati al nostro lontano passato, perché il passato non si riscrive, ma il presente, sì».

A domani, cari lettori.

Mario