mercoledì, aprile 29, 2026

TRA SOGNI, PAURE E REALTÀ: I DUBBI DELL’UOMO SULLE NOSTRE ORIGINI. MA GLI ALIENI SONO GIÀ TRA DI NOI? UN PROBLEMA DI CUI DA TEMPO SI PARLA…


Oristano 29 aprile 2026

Cari amici,

L’uomo ha sempre pensato, fin dagli albori della sua presenza sulla terra, che le sue origini derivassero da altri mondi, e per questo iniziò a venerare il sole, la luna e le stelle.  Il dubbio, col passare del tempo, si concretizzò in altre possibili provenienze, in quanto il bisogno umano di dare spiegazioni sulla sua presenza nel mondo sfociò in diverse alternative, come le diverse religioni presenti sul pianeta confermano. Tra le tante narrazioni fantascientifiche, che tormentano anche l’uomo del Terzo Millennio, ci sono quelle della possibile presenza sulla terra di “INDIVIDUI ALIENI”, che, indossate vesti simili a quelle degli umani, circolano tra di noi senza farsi riconoscere.

Ovviamente, come tutti possiamo immaginare, siamo nel campo della fantascienza, che, tuttavia, alimenta dubbi e paure, creando un terreno fertile per teorie di complotto, ipotizzando che siano presenti tra di noi elementi di altri pianeti venuti sulla terra per manipolare l’umanità e utilizzarla al proprio scopo. Risulta interessante, a questo proposito, leggere il saggio di Robert Scholes ed Eric S. Rabkin, Fantascienza. Storia-Scienza-Visione, una curiosa rappresentazione della forma estrema di filosofia sociale e di indagine antropologica, capace di dar voce alle nostre inquietudini più profonde, traducendo in archetipi visibili quelle zone d’ombra della natura umana destinate altrimenti a rimanere inespresse.

In questo saggio, tra le intuizioni più interessanti della fantascienza, possiamo ragionevolmente annoverare la figura del “RETTILIANO“: un essere che, sotto parvenza umana, nasconde una natura predatrice, sostanzialmente priva di empatia e, in definitiva, aliena rispetto alla nostra specie. Una fantasia antica, quella del serpente o del drago, che risale al rettile tentatore del Paradiso Terrestre, che decreta la caduta dell’umanità felice. Nel Cristianesimo la vittoria sulla bestia partì dalle origini, e successivamente l’espressione dei monaci medievali di “sconfiggere il drago”, altro non era che una metafora per indicare il risanamento del caos primordiale, rendendo il mondo atto a ospitare la civiltà.

Amici, nella lunga storia dell’uomo l’elemento fantasioso dell’ALIENO,  meglio noto come Rettiliano, venuto sulla terra per predarla, è sempre stato presente. Gli interessanti studi psicologici portati avanti da Paul Babiak e Robert Hare mettono in prima linea il “rettiliano in forma umana”, rappresentato dai top manager e leader politici spesso accomunati a dei criminali sociopatici. La ricerca da loro effettuata, significativamente intitolata SNAKES IN SUITS, evidenzia come la differenza risieda unicamente nel contesto sociale e nel livello di istruzione: laddove il sociopatico comune finisce spesso ai margini della legalità, il “sociopatico di successo” ottiene soldi e potere. È una dinamica che trova una rappresentazione realistica nel Gordon Gekko di Wall Street e la sua iperbole più visionaria nel personaggio di Patrick Bateman in American Psycho.

Come, dunque, non considerare “RETTILIANI”, i leader che massacrano bambini in nome di una pace fittizia, oppure chi gestisce nell’ombra il traffico di droga, armi, organi e migranti? Sono pensabili in termini di “umanità” quei manager che, come in un macabro safari, sparano a gente inerme? Né possono sfuggire al timore dei “rettiliani tra noi” personaggi come Elon Musk, Mark Zuckerberg o Jeff Bezos, i quali promuovono progetti di ingegneria sociale in cui le persone sono ridotte a pacchetti di dati e macchine da pascolo?

È proprio davanti a simili mostruosità, che la fantascienza si è rivelata più profetica e penetrante di tanti esperti in cattedra, sapendo offrire quella che Lévi-Strauss avrebbe definito una “soluzione logica”, capace di soddisfare esigenze della mente apparentemente contraddittorie: attivare, cioè, un meccanismo di difesa che cerca di allontanare un male di cui conserviamo una scintilla, intensa quanto basta per percepirlo, e ascriverlo contemporaneamente a una figura aliena che possiamo individuare e tenere a distanza.

Cari amici, indubbiamente la fantascienza altro non è che quel “dare corpo” alle nostre paure, alle nostre ansie e ai nostri timori. L’idea che tra di noi convivano i pericolosi “Rettiliani”, sarà pure mitologia, per quanto visionaria, ma che affonda sempre le proprie radici nelle inquietudini concrete e nelle zone d’ombra della Comunità umana.

A domani.

Mario

martedì, aprile 28, 2026

MA TU PRATICHI L'AUTOIRONIA? È LA CAPACITÀ DI SAPER RIDERE DI SE STESSI, TRASFORMANDO I PROPRI DIFETTI IN PUNTI DI FORZA.


Oristano 28 aprile 2026

Cari amici,

Credo che ciascuno di noi, nel pesante bagaglio della propria vita, abbia, oltre ad un certo numero di pregi, anche non pochi pericolosi difetti. Questi, però, non debbono mai condizionare, in senso negativo, la nostra vita, per cui è davvero necessario saperli sdrammatizzare; si, questo è possibile e lo possiamo fare attraverso L'AUTOIRONIA.  È questa la capacità di saper sorridere di se stessi, dei propri difetti e delle proprie sventure, accettandole sempre, senza se e senza ma, in quanto essere ironici con se stessi è un positivo modo per migliorare la qualità della propria vita.

L’autoironia, amici, è un’arte che può cambiare la nostra vita, per cui non la dobbiamo mai sottovalutare. Essere ironici con se stessi non è semplicemente un modo di “non prendersi troppo sul serio”, ma è la capacità di riuscire ad alleggerire i propri difetti e trasformarli in punti di forza. Insomma, l’Autoironia funziona come un “cuscinetto emotivo”: riduce l’ansia, crea empatia e ci rende più flessibili mentalmente. Ovviamente, come ogni strumento psicologico, può diventare un’arma a doppio taglio, se usata per svalutarsi o per nascondere le proprie fragilità.

Questo interessante concetto è ribadito dalla dottoressa Lara Pelagotti, psicologa e psicoterapeuta, che si occupa di psicologia clinica e formazione, e che attraverso la sua attività divulgativa online racconta in modo chiaro e accessibile i meccanismi della mente. Ecco come l’esperta psicoterapeuta chiarisce i benefici di questa preziosa risorsa emotiva, con i possibili i rischi e le strategie da adottare, per poterla utilizzare con successo nella nostra vita quotidiana. Alla domanda: “Cos’è, secondo lei, l’autoironia? Ecco cosa risponde: «Più intima dell’ironia, cioè il ridere cioè delle cose del mondo, quella rivolta verso noi stessi ci mostra i nostri limiti e consente di riderci sopra. Non è solo scherzare di sé, ma condividere consapevolmente ciò che ci rende imperfetti».

Quanto ai benefici psicologici che può avere, ecco la sua risposta: «L’autoironia  è un grande strumento di forza interiore. Chi è autoironico ha un’autostima stabile e riesce a ridere dei propri difetti senza crollare. L’autoironia riduce l’ansia, crea risonanza con gli altri e può essere persino curativa. In terapia, la considero un segnale di guarigione». Poi così continua: «Alcuni hanno una predisposizione naturale, ma si può coltivare. Non è una capacità che si sviluppa nei primi anni di vita, ma crescendo sì. Molto dipende anche dall’ambiente: vivere in famiglie, o in contesti sociali che sdrammatizzano, aiuta. Se i genitori mostrano autoironia, i figli imparano ad affrontare meglio errori e difetti: è una forma di resilienza che si trasmette con l’esempio. Ma ci sono anche esercizi psicologici che aiutano a ridimensionare i pensieri e ad alleggerirli, favorendo l’autoironia».

Alla domanda se le Nuove Generazioni sono più o meno autoironiche, la Pelagotti così risponde: «Non è tanto un discorso generazionale, quanto di modalità, che sono diverse. Oggi l’autoironia viaggia molto sui social: è più diffusa, ma anche meno intima. A volte rischia di trasformarsi in autosvalutazione, usata per ottenere approvazione». Quanto al confine con l’autodenigrazione, ecco la risposta: «L’autoironia sana alleggerisce e crea legami, quella negativa svaluta e diventa continua. Se ci si prende sempre in giro senza valorizzarsi, non è più una risorsa ma un sabotaggio di se stessi».

Amici, la dottoressa Lara Pelagotti ritiene l’autoironia utile praticamente in tutti i contesti. «Purché calibrata – chiarisce -. Nelle relazioni scioglie tensioni, sul lavoro rende più umani. Ma serve intelligenza emotiva: non tutte le situazioni o le persone sono pronte a coglierla e accettarla. In alcuni casi può apparire come superficialità». Conferma anche che può avere dei rischi. «Sì, se diventa una maschera per nascondere problemi o un modo per evitare di affrontarli. Oppure se è mal interpretata: a volte viene scambiata per debolezza».

Cari amici, personalmente sono sempre stato favorevole all’autoironia (noi europei, che facciamo parte della cultura mediterranea siamo propensi all’autoironia, mentre in Asia prevale la serietà). In Gran Bretagna è più sottile e sarcastica. Quello che diverte in un Paese può non essere capito in un altro». La dottoressa, che ovviamente è ironica con se stessa, da a tutti noi un ultimo consiglio: “SE SEI IRONICO CON TE STESSO, VIVI MEGLIO”!

A domani cari amici lettori.

Mario

 

lunedì, aprile 27, 2026

IL VALORE DEL TEMPO PER L'UOMO. COME DICEVA SENECA, CI LAMENTIAMO CHE È POCO, MA AGIAMO COME SE NON DOVESSE MAI FINIRE.


Oristano 27 aprile 2026

Cari amici,

Quante volte ciascuno di noi ad una richiesta ricevuta ha risposto “MI DISPIACE MA NON HO TEMPO”? Sicuramente ben più di una volta! Eppure quello di dichiarare di non avere tempo è un vero e proprio paradosso, se pensiamo a quanto ne sprechiamo! Si, quest’abitudine non è una novità del Millennio che stiamo vivendo, in quanto, spesso, era diffusa anche nell’antichità. Questo meccanismo psicologico del rinvio, nel tempo diventata abitudine culturale, era alquanto praticata in passato, tanto che il grande SENECA, nel suo De Brevitate Vitae, osservava, già duemila anni fa, che la vita non è breve, siamo noi, invece, a sprecarne molta!

Il pensiero di LUCIO ANNEO SENECA (4 a.C. - 65 d.C.), influente filosofo stoico, politico e drammaturgo romano dell'età imperiale, precettore e consigliere di Nerone, autore di celebri dialoghi e delle Epistulae morales ad Lucilium, ammoniva fortemente l’uomo anche sullo spreco del tempo; la sua frase “Ci lamentiamo sempre che i nostri giorni sono pochi, ma agiamo come se non ci fosse mai fine ad essi”, colpiva forte, perché descriveva un comportamento anche allora molto comune. Anche noi oggi, da una parte diciamo di non avere tempo, dall’altra lo sprechiamo come se fosse infinito.

Amici, l’uomo da sempre vive di non poche contraddizioni, tant’è che anche la "mancanza di tempo" viene praticata e vissuta ogni giorno. Siamo in tanti ad applicare il “Rimandare a domani", con la scusa che non abbiamo tempo, mentre invece perdiamo ore ed ore in cose di poco conto, inutili, mentre poi ci sentiamo in ritardo. Seneca mette a nudo proprio questo particolare, errato meccanismo, condannando l’uomo senza giri di parole. Ecco anche un'altra frase del grande filosofo sul tempo e il suo utilizzo che torna a farci riflettere: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto”; e nel tempo poco è cambiato: anche oggi, infatti, ci sembra di non averne mai abbastanza.

Ma quali le ragioni che spingono l’uomo a convincersi della scarsità del tempo, alimentando la “PROCRASTINAZIONE”? La prima ragione è che spesso ci convinciamo di non avere tempo perché ci sentiamo sopraffatti dai troppi impegni. Questa ansia ci porta a procrastinare, cioè a rimandare compiti importanti per attività più piacevoli o meno impegnative (es. scrolling sui social), sprecando di fatto le ore che pensavamo di non avere. In realtà è una “Mancanza di Consapevolezza”, col risultato che sprechiamo tempo in preoccupazioni, pettegolezzi o distrazioni non necessarie, senza chiederci se ciò che stiamo facendo sia allineato con i nostri veri interessi e valori.

Un’altra ragione importante è che abbiamo una “Percezione Distorta del Tempo”: il tempo è una risorsa invisibile e intangibile, il che ci porta a gestirlo con leggerezza. Tendiamo a pensare che "ci sarà tempo domani", sottovalutando la preziosità dell'istante presente. Anche le nostre emozioni entrano i  gioco: spesso sprechiamo tempo non per pigrizia, ma per paura. Rimandiamo attività fondamentali per paura di fallire, del giudizio altrui o per perfezionismo, nascondendoci dietro la scusa del "non ho tempo". Sprechiamo tempo quando non investiamo i nostri minuti in ciò che ci rende felici o virtuosi, disperdendolo in mille rivoli.

Amici, tornando a Seneca, ci accorgiamo che, davvero, i mali di questo Millennio non differiscono molto da quelli di migliaia di anni fa. Per Seneca, il tempo era il bene più prezioso dell’uomo; nella sua visione, non era la vita che era breve, ma lo diventava solo se veniva sprecata. Questo pensiero torna utile anche oggi, perché continuiamo a fare gli stessi errori! Dare valore al tempo significa scegliere con più cura come usarlo, evitando di disperderlo in attività che non ci arricchiscono davvero. È questo un invito molto concreto anche oggi, cari lettori, anche se deriva da una antica riflessione filosofica.

Cari amici, la validità della filosofia di Seneca è ben comprovata anche oggi, per noi uomini del Terzo Millennio. La sua riflessione sul TEMPO e il suo uso, molto spesso sbagliato, non è solo una lezione astratta di filosofia, ma un mettere l’uomo davanti a una verità scomoda. Spesso viviamo in automatico, trascinati da impegni, distrazioni e rinvii, senza fermarci a valutare se il tempo che abbiamo lo stiamo usando davvero o lo stiamo solo consumando. Dovremmo davvero riflettere!

A domani.

Mario

domenica, aprile 26, 2026

ADOLESCENTI E FORMAZIONE: STUDI RECENTI HANNO RILEVATO DIFFERENZE ABISSALI TRA QUELLI CRESCIUTI NEGLI ANNI 60-70 E QUELLI DI OGGI.


Oristano 26 aprile 2026

Cari amici,

Un serio confronto scientifico ha rilevato differenze abissali nell’analisi della "formazione adolescenziale" tra i ragazzi cresciuti negli anni 60-70 del secolo scorso e quelli di oggi. Le differenze più eclatanti riguardano la libertà: i giovani cresciuti negli anni ’60 ’70 giocavano liberi per strada, mentre i ragazzini di oggi si muovono ristretti tra agende piene di impegni e l’utilizzo costante dello smartphone: due infanzie opposte, due crescite molto diverse. Insomma, da una gioventù cresciuta libera negli anni ’60 si è arrivati a quella di oggi, dove gli adolescenti vivono iper-controllati: passati da un’infanzia libera, senza l’asfissiante controllo degli adulti a quella odierna, una crescita che si può definire sotto “sorveglianza continua”.

Amici, negli anni ’60 e ’70 (io ho vissuto proprio quella formazione) la gran parte di noi ragazzi, al termine degli impegni scolastici, usciva di casa in modo libero, giocando per strada con i compagni e rientrando a casa per pranzo e la sera a cena, di norma al tramonto. Nessun cellulare, zero chat con i genitori, pochissime attività organizzate. Il tempo si riempiva di giochi inventati, esplorazioni, piccoli rischi e litigi con i compagni, ma sempre gestiti in autonomia. Una crescita indubbiamente libera, certamente priva di giochi organizzati ma tutti da inventare, ma che stimolava la fantasia e consentiva di costruire i possibili giochi di gruppo.

Ecco, quell’apparente “lasciar vivere il tempo libero” ai propri figli adolescenti non nasceva da teorie pedagogiche raffinate, ma derivava dalle necessità della vita. Spesso gli adulti lavoravano tutto il giorno, e, una volta rientrati a casa, erano stanchi e provati dalla fatica; Le priorità in capo agli adulti non consentivano di dedicare molto tempo all’organizzazione del tempo libero dei figli, ai quali, comunque, venivano dettate delle “regole comportamentali” che non dovevano essere trasgredite.

Indubbiamente, gli adolescenti sapevano utilizzare bene questo spazio lasciato libero, che ha funzionato in modo egregio, consentendo loro di allenare il cervello alla preparazione e formazione di una palestra mentale quotidiana. Ebbene, di recente (precisamente nel 2023) il gruppo di studio dello psicologo Peter Gray (Boston College) ha effettuato un’analisi, pubblicata sul Journal of Pediatrics, che ha studiato ed elaborato decenni di dati sul confronto fra i giovani di ieri e quelli di oggi. La tesi centrale dell’analisi è risultata netta: la progressiva riduzione dell’autonomia dei bambini, dagli anni ’60 in poi; questa riduzione è uno dei fattori che contribuiscono alla crescita dei disturbi psicologici tra i giovani.

Le motivazioni certo non mancano! Per esempio: l’importanza del gioco libero funziona come un vaccino emotivo; il gioco non strutturato, senza arbitri adulti, costringe i bambini a regolare emozioni, paure e frustrazioni in prima persona. La letteratura psicologica lo indica come uno dei canali principali con cui si imparano: autoregolazione emotiva (calmarsi da soli dopo una lite o una caduta), gestione della paura (salire su un albero, ma capire quando fermarsi), capacità di negoziazione (decidere le regole di una partita senza adulti), tolleranza all’errore (perdere, sbagliare, farsi un po’ male e continuare) Ogni piccolo incidente – una sbucciatura, una discussione, un imprevisto in bici – costruisce, col tempo, quella che i clinici chiamano “tolleranza alla frustrazione” o “alla sofferenza”: la sensazione concreta che il disagio non duri per sempre e si possa gestire.

Un’altra importante differenza, tra l’ieri e l’oggi, è l’iper-protezione dei genitori. La ricerca su stili educativi troppo rigidi o iperprotettivi mostra un paradosso: genitori che cercano di togliere ogni fatica ai figli finiscono per crescere ragazzi meno capaci di reggere il minimo contraccolpo. Proteggere dai pericoli reali è sano, cercare di eliminare qualsiasi disagio quotidiano toglie ai bambini gli “esercizi” necessari per diventare robusti dentro. I pericoli esterni, spesso sopravalutati, hanno spinto progressivamente i genitori verso un modello di controllo stretto; oggi lasciare un bambino di otto anni andare a scuola da solo, cosa normale negli anni ’70, è diventato per molti un comportamento quasi da “cattivo genitore”.

Quanto al tempo libero, questo è stato riempito di corsi, allenamenti, attività strutturate. L’intento era positivo: arricchire e proteggere. L’effetto collaterale è stata la quasi scomparsa di quei momenti “vuoti” in cui i bambini imparavano a cavarsela da soli. Il passaggio successivo arriva con gli smartphone. Jonathan Haidt, nel libro “The Anxious Generation”, parla di una vera “ricostruzione” dell’infanzia tra il 2010 e il 2015. Il poco gioco libero rimasto viene sostituito da interazioni digitali e social network.

Amici, se è pur vero che nulla rimane invariato, oggi con il forte sviluppo della tecnologia, non viene certo ipotizzato di tornare al passato, ma è comunque necessario imboccare  direzioni concrete per riportare autonomia e gioco libero nelle vite dei ragazzi di oggi. La soluzione? Restituire ai figli margini di libertà reale! Lasciare loro del tempo libero da amministrare, favorire giochi all’aperto con coetanei senza intervento costante degli adulti, rimanendo solo in supervisione discreta; limitare poi l’uso di smartphone e social nelle fasce di età più delicate, privilegiando esperienze concrete, non intervenire subito in ogni litigio tra bambini, ma invitarli a cercare una soluzione tra loro.

Restituire oggi ai giovani spazi di libertà, non significa ignorare i pericoli. La cronaca ricorda che alcuni rischi sono reali. La sfida sta nel trovare una zona intermedia tra allarme costante e incoscienza totale. Un’infanzia vissuta sempre sotto occhio vigile e con supporto immediato su ogni problema può generare adolescenti bravissimi a studiare o usare la tecnologia, ma poco preparati a scenari imprevisti: un errore sul lavoro, una relazione che finisce, un professore ingiusto.

Cari amici, la ricerca prima riportata, che ha confrontato la gioventù di ieri, che correva scalza per il quartiere, e quella di oggi che cresce con lo smartphone in tasca già alle elementari, suggerisce una sintesi possibile: sicurezza sì, ma con veri spazi di autonomia! Un’infanzia fatta solo di iper-protezione rischia di costruire adulti fragili; un’infanzia con margini di libertà reale, invece, è in grado di costruire quella resilienza silenziosa che servirà domani, quando la vita mette di fronte alle vere difficoltà.

A domani.

Mario

sabato, aprile 25, 2026

L'IMPORTANTE RUOLO DEI NONNI NELL'EDUCAZIONE DEI NIPOTI. IL LORO COMPORTAMENTO, PERÒ, DEVE ESSERE SEMPRE MOLTO ATTENTO, PER EVITARE INCOMPRENSIONI.


Oristano 25 aprile 2026

Cari amici,

Il ruolo svolto dai nonni nell’educazione dei propri nipoti è non solo pregevole e di grande aiuto per i genitori, ma da considerarsi addirittura fondamentale dal punto di vista educativo. In sintesi, essi portano alle nuove generazioni la loro esperienza, i loro valori, le loro tradizioni, consolidando così la memoria storica  della famiglia di appartenenza. Questo straordinario ponte tra generazioni è in grado di offrire, alle nuove generazioni, un valido supporto emotivo e un concreta sicurezza e stabilità, arricchendo in questo modo la positiva crescita dei nipoti, e, allo stesso tempo supportando i genitori, ancora molto impegnati nel lavoro, nella necessaria, doverosa formazione dei loro figli.

Si, amici, la funzione dei nonni è basilare, di grande validità anche come “capaci mediatori” nei possibili  conflitti familiari. Il rapporto Nonni/Nipoti si basa su una “particolare complicità”, fatta di affetto e anche di piccole trasgressioni innocue, che, però, non arrivano quasi mai a scavalcare il ruolo educativo dei genitori. Essi riescono a “smussare gli angoli” nelle relazioni familiari Genitori/Figli, contribuendo in questo modo ad aiutare i nipoti ad elaborare positive emozioni. I nonni non solo trasmettono, ma sostengono lo sviluppo cognitivo e intellettivo dei loro nipoti; la loro presenza è cruciale anche in ambito scolastico e formativo, rafforzando la continuità educativa.

La funzione svolta dai nonni, dunque, risulta della massima importanza durante la crescita dei nipoti, ma è anche una funzione molto delicata, nella quale, spesso, si può cadere in errore, creando fratture difficili da sanare. Il vero ostacolo, nella relazione tra nonni e nipoti adolescenti, è spesso il giudizio implicito che i nonni, figli di un’altra generazione, che può creare fratture insanabili. Il nonno, per esempio, che commenta “ai miei tempi si stava fuori tutto il giorno senza fare queste cose”, non sta solo esprimendo nostalgia: sta, involontariamente, squalificando il mondo di suo nipote, appartenente ad una generazione molto diversa!

In questi casi il nipote si comporta sbuffando, messo davanti a sistemi di vita del passato che non condivide, e, la sua presa di posizione, altro non è che la difesa della propria identità, che non accetta confronti con il mondo del passato, alquanto diverso. L’intervento del nonno allora lo percepisce come una critica velata. I nonni, spesso, tendono a interpretare i nuovi sistemi di vita come degrado, non come evoluzione. I nipoti, invece, tendono a interpretare i valori dei nonni come retaggi del passato, limitazioni fuori luogo, non come risorse. Due visioni che si scontrano pericolosamente.

La trappola in cui, spesso, cadono molti nonni è quella di forzare il dialogo, imponendo senza cercare il dialogo; magari fingere interesse per il loro mondo senza conoscerlo, in quanto a loro noto solo “per sentito dire”.  I ragazzi lo percepiscono immediatamente e lo trovano alquanto imbarazzante. Ciò che funziona tra nonni e nipoti è il dialogo autentico: la curiosità vera. Ecco qualche esempio. Se un nonno vuole sapere dal nipote notizie su “TIK TOK”, non dovrebbe rivolgersi dicendo “ma cos’è questo TikTok?”, ma chiedere con curiosità: “mostrami cosa guardi, voglio capire cosa ti piace”. La differenza è sottile ma radicale.

Nel primo caso si parte dall’idea che ci sia qualcosa di strano da spiegare. Nel secondo si parte dall’idea che il nipote abbia qualcosa di interessante da mostrare che lui non conosce. Gli adolescenti rispondono positivamente agli adulti che dimostrano interesse genuino e curiosità per la loro vita, anche quando questi adulti non condividono i loro gusti. Quello che cercano negli adulti non è un’approvazione incondizionata, ma un vero rispetto per la propria visione del mondo.

Cari amici, senza questi accorgimenti, senza questa elasticità che possiamo definire “rispetto reciproco”, la relazione tra nonni e nipoti prima vacilla e poi cade de tutto. La mancanza di sintonia è il segnale che qualcosa nel necessario dialogo si è inceppato. E mentre i nonni pensano che le nuove generazioni sono ben lontane da quelle di una volta, dall’altra parte, i ragazzi spesso descrivono i nonni come “quelli che non capiscono niente” o “che vivono in un altro mondo”. Entrambi pensano di avere ragione, almeno in parte, ma entrambi stanno perdendo qualcosa di prezioso.

A domani.

Mario

venerdì, aprile 24, 2026

UN VERO BANCHIERE, NON DEVE ESSERE SOLO UN ESPERTO DI FINANZA, MA AVERE ANCHE DOTI UMANE E UNA CULTURA CLASSICA. IL RICORDO DI ANGELO GIAGU DE MARTINI.


Oristano 24 aprile 2026

Cari amici,

Di recente Angelo De Mattia, giornalista e scrittore italiano noto per la sua capacità di analizzare e riflettere sui vari aspetti della vita e della cultura, ha pubblicato su Milano Finanza un interessante articolo dove, parlando di banche e banchieri, ha giustamente affermato che un top manager bancario per essere considerato un grande banchiere non deve essere solo un esperto di finanza, ma deve possedere anche una visione multidimensionale che superi la sola competenza tecnica, unendo a questa conoscenza economica, anche un'ampia cultura e molto umanesimo.

Nell’articolo, affrontando le attuali difficoltà presenti nel contesto economico del consolidamento bancario europeo (Unicredit-Commerzbank) e italiano (Banco Bpm), De Mattia sottolinea che la forte complessità che emerge in questi contesti richiede, da parte dei top manager, eccellenti doti umane, lungimiranza e grande capacità di lettura degli scenari allargati, non certo limitandosi alla sola gestione operativa. Il vero banchiere, insomma, deve essere un "uomo di cultura", in possesso di una visione d'insieme, requisito fondamentale per poter guidare istituzioni complesse in tempi di incertezza geopolitica e tecnologica come quelli che stiamo vivendo.

Il contesto finanziario odierno, come appare evidente, è segnato da alta complessità, richiede leader particolarmente preparati, che non siano solo tecnocrati, ma "uomini di cultura", capaci di governare il cambiamento. Il grande banchiere, secondo l'articolo di Angelo De Mattia, deve saper navigare tra algoritmi e relazioni umane, trasformando i dati contabili in strategie sostenibili, facendo in modo che la banca da loro amministrata costituisca un vero pilastro economico e sociale.

Amici, come molti di Voi sanno, ho trascorso, a livello manageriale, una vita all’interno di un Istituto di Credito (il Banco di Sardegna), in particolare nella seconda metà del secolo scorso. Un periodo che ha visto la banca dove lavoravo trasformarsi da Istituto di Credito di Diritto Pubblico in S.P.A., e vivendo anche un cambio di proprietà, quando il Banco di Sardegna entrò a far parte del Gruppo Bper. Ebbene, in questi anni ho avuto modo di conoscere e apprezzare un grande banchiere: il Dottor Angelo Giagu De Martini, all’epoca Direttore Generale del Banco quando era ancora Istituto di Credito di Diritto Pubblico.

Sulla sua figura di grande banchiere ho già parlato su questo blog, e il post relativo lo scrissi il 23 aprile del 2013, 10 anni dopo il mio collocamento in pensione. Chi è curioso può andare a leggere o rileggere quanto scrissi cliccando sul seguente link: https://amicomario.blogspot.com/2013/04/angelo-giagu-de-martini-il-grande.html. Ebbi diverse occasioni per apprezzare la sua opera e il suo modo di operare, riconoscendogli non solo una grande preparazione tecnica specifica, ma anche una straordinaria preparazione culturale ed umana.

Nel marzo scorso, a cent’anni dalla nascita del dottor Giagu, la Fondazione di Sardegna ha presentato l’antologia sul suo percorso di vita, curata da Caterina e Sandro Ruju. Il volume, dal titolo “Angelo Giagu De Martini, il banchiere letterato, scrittore e giornalista”, pubblicato da Edes (Editrice Democratica Sarda). Gli autori raccontano al pubblico la “prima vita” di Giagu De Martini: quella dell’intellettuale, scrittore e giornalista, prima ancora che Direttore Generale del Banco di Sardegna. Accanto alla dimensione letteraria, il volume evidenzia anche la figura del banchiere, che, dal 1969 al 1991, guidò il Banco di Sardegna come Direttore Generale, accompagnando la crescita dell'Istituto, con i significativi, eccellenti interventi effettuati con grande intelligenza e lungimiranza nella allora fragile economia dell’isola.

Cari amici, Maria Luisa Sini, co-autrice del libro, nel volume propone una lettura della figura di Giagu De Martini alla luce della storia del Banco di Sardegna, insistendo sugli elementi di continuità tra il giovane intellettuale e il futuro Direttore Generale dell’Istituto: “Uno degli elementi di continuità più evidenti è l’attenzione intelligente che riserva alla situazione economica e sociale della Sardegna e alla necessità di tenere insieme funzione creditizia, tutela del risparmio e autonomia gestionale”. La Sini ha ricostruito alcuni passaggi centrali della vicenda del Banco, soffermandosi sul ruolo svolto da Giagu De Martini nel consolidamento dell’Istituto, nel rafforzamento patrimoniale e nell’apertura verso nuovi strumenti e servizi finanziari, senza interrompere il rapporto con il territorio. Credo che Angelo Giagu De Martini abbia impersonato in modo eclatante la vera, autentica figura del “BANCHIERE”, di ieri e di oggi!

A domani amici lettori.

Mario