martedì, ottobre 13, 2026

LA SOLITUDINE? È UN SERISSIMO PERICOLO PER LA SALUTE MENTALE. IL PARERE DEL MEDICO-PSICHIATRA DOTTOR MASSIMILIANO DIECI.


Oristano 13 ottobre 2026

Cari amici,

La SOLITUDINE è un male sempre più diffuso che colpisce sempre più, in particolare in questo Millennio caotico e ipertecnologico. Isolarsi dagli altri, vivere in solitudine, è sempre più in voga, creando un vero e proprio isolamento sociale; è questo un comportamento di particolare gravità, paragonabile a fattori di alta pericolosità, come ad esempio fumo e obesità. Come afferma il dottor Massimiliano Dieci, medico psichiatra e responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione Psichiatrica Specialistica presso gli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza e delle Comunità psichiatriche della struttura, i danni maggiori sono quelli a livello psichico.

Secondo il Dottor Massimiliano Dieci, medico psichiatra, la SOLITUDINE può contribuire a creare una costellazione di disturbi psichici e/o fattori di rischio psicosociali, inclusa la sintomatologia depressiva, alcolismo, pensieri suicidi, impulsività e comportamenti aggressivi, ansia sociale. È anche un fattore di rischio per patologie cardiache e obesità  e sembra anche contribuire alla progressione della malattia di Alzheimer. Ovviamente, come conferma il dottor Dieci  non si deve confondere l’ansia occasionale con la depressione vera e propria.

Quando, dunque, è necessario allarmarsi e chiedere aiuto? Secondo il dottor Dieci, «Non esiste un limite netto, poiché le patologie psichiatriche si collocano lungo un continuum con la normalità. Il confine clinico viene tracciato dove subentra la sofferenza soggettiva o un disfunzionamento nella vita quotidiana. Quando la persona sta male al punto da non riuscire più a svolgere le proprie attività ordinarie, quello è il segnale fondamentale per rivolgersi a uno specialista».

I casi più numerosi sono quelli che si verificano in età senile, alimentati da una certa “depressione senile”, che alimenta proprio la solitudine. A questo deve aggiungersi, come conseguenza il derivato isolamento sociale, che incide notevolmente sulla salute in generale. «Moltissimo, sia sulla salute psichica sia su quella fisica, commenta il dottor Dieci. La solitudine subita – ossia l’impossibilità non scelta di trovare e coltivare relazioni – è devastante. Grandi studi condotti sulla popolazione anziana dimostrano come l’isolamento rappresenti il fattore di rischio più impattante sulla mortalità e sulle patologie cardiovascolari, paragonabile o superiore ad altri classici fattori di rischio fisici».

«La depressione clinica nell’anziano ha un esordio solitamente più rapido e si manifesta con sintomi specifici, come l’anedonia (l’incapacità di provare piacere per ciò che prima gratificava) e una marcata somatizzazione di disturbi fisici privi di riscontro biologico. Oggi, a differenza di 30 anni fa quando avevamo solo molecole complesse e con molti effetti collaterali, disponiamo di farmaci maneggevoli che ci permettono di intervenire precocemente anche in forme non estreme».

Al dottor Dieci è stato chiesto “Cosa dobbiamo attenderci dalla ricerca su questo male nei prossimi anni”. «Siamo in una fase di grande fermento, ha risposto. Oltre all’esketamina ad uso ospedaliero per le forme resistenti, stiamo sperimentando molecole derivate da sostanze psichedeliche, come la psilocibina (estratta dai funghi allucinogeni). In Australia è già approvata per la pratica clinica e le sperimentazioni europee e italiane stanno fornendo dati estremamente interessanti.

Cari amici, si ringrazia il dottor Dieci per la disponibilità e la chiarezza. Alla fine del colloquio ha tenuto a ribadire che  è tempo che cada lo stigma che ancora circonda lo psichiatra! Le malattie psichiche hanno la stessa dignità e meritano la medesima attenzione di qualsiasi altra patologia medica». Parole sante.

A domani.

Mario

lunedì, ottobre 12, 2026

LAMENTARSI, FA PARTE DELL’ESSERE UMANO. CI SONO RAGIONI, PSICOLOGICHE, BIOLOGICHE E RELAZIONALI, L'ESAGERAZIONE, PERÒ, PUÒ COMPORTARE SERI PROBLEMI DI SALUTE.


Oristano 12 ottobre 2026

Cari amici,

Il LAMENTARSI fa parte della natura umana. Le regioni certo non mancano: problemi familiari, di lavoro, di relazioni sociali. La Psicologia studia da tempo questo comportamento umano e gli studiosi sono concordi nell’affermare che uno “sfogo occasionale” può consentire di alleggerire la tensione emotiva e favorire il problem solving, ma il lamentarsi continuo è ben altro. Quando questa abitudine diventa cronica, il lamentarsi può trasformarsi in un vero problema per la salute. Studi recenti mostrano, infatti, che la ripetizione costante di pensieri negativi riorganizza le connessioni neurali, aumenta i livelli di cortisolo e indebolisce le capacità cognitive.

Si, amici, lamentarsi in continuazione crea problemi di salute, lo dice la scienza: lamentarsi richiede un dispendio di energie e di tempo enorme e fa male al benessere psicologico. Gli psicologi distinguono il lamentarsi sporadico, limitato nel tempo, dal lamentarsi continuo, senza fine. Nel primo caso, lamentarsi può migliorare la comunicazione e ridurre lo stress, nel secondo, invece, se ripetuto senza fine, si entra nel circuito della negatività. La differenza sta nella frequenza, nella durata e nella presenza o assenza di un obiettivo costruttivo. Chi si sofferma troppo a lungo sugli stessi problemi rischia di alimentare un loop che gli psicologi definiscono ruminazione negativa.

Gli effetti del lamentarsi cronico hanno un forte impatto negativo sia sul cervello che sulla salute. Le neuroscienze dimostrano che il cervello è plastico. Ogni volta che una persona si sofferma su pensieri negativi, rafforza le connessioni associate a frustrazione e rabbia. Il lamentarsi ripetuto attiva l’amigdala e mantiene elevati i livelli di cortisolo. Con il tempo, questa attivazione può compromettere l’ippocampo, area cruciale per memoria e regolazione emotiva. Studi osservazionali e clinici indicano che mezz’ora di lamentela continua può già influenzare le funzioni cognitive, rendendo più difficile il problem solving e la presa di decisioni. E non è tutto.

In realtà il lamentarsi cronico non rimane confinato alla mente. L’attivazione prolungata della risposta allo stress eleva la pressione sanguigna, indebolisce il sistema immunitario e aumenta il rischio di disturbi cardiovascolari. Gli psicologi sottolineano che chi mantiene un focus costante sui problemi vive in uno stato di allerta moderata ma continua, che il corpo non è progettato per sostenere a lungo. Questo spiega perché molte persone che si lamentano frequentemente riferiscono stanchezza cronica, disturbi del sonno e maggiore suscettibilità alle malattie.

Il lamentarsi in continuazione ha un negativo impatto anche sulle relazioni e sul benessere sociale. Chi ascolta ripetutamente lamentele può sperimentare esaurimento emotivo e allontanarsi. Le ricerche in ambito psicologico mostrano che i colleghi di persone abitualmente negative riportano livelli più alti di burnout. Nelle relazioni familiari e di coppia, la lamentela cronica erode la qualità del dialogo e riduce la soddisfazione reciproca. Il risultato è un isolamento che, a sua volta, peggiora lo stato d’animo di chi si lamenta, creando un circolo vizioso difficile da interrompere.

Amici, il lamentarsi cronico appare spesso come sintomo o mantenitore di ansia e depressione. La ruminazione, strettamente legata alla lamentela ripetitiva, è un fattore di rischio riconosciuto per il mantenimento dei sintomi depressivi. Gli esperti sottolineano che non si tratta di un disturbo a sé stante nel DSM-5, ma di un pattern comportamentale che segnala la necessità di un approfondimento clinico. Quando il lamentarsi diventa la modalità prevalente di elaborazione delle difficoltà, la persona rischia di rimanere bloccata in uno stato di vittimismo che ostacola il cambiamento.

Cari amici, la Psicologia, con le “Tecniche di ristrutturazione cognitiva” cerca di venire incontro ai soggetti colpiti da questo male. La terapia cognitivo-comportamentale offre strumenti efficaci. Al posto di lamentarsi, si può allenare la mente a formulare domande orientate alla soluzione: “Cosa posso controllare in questa situazione?” o “Quale piccolo passo posso fare oggi?”. La pratica della gratitudine, anche solo elencando tre aspetti positivi della giornata, aiuta a bilanciare il bias di negatività. Gli psicologi raccomandano di praticare queste tecniche in modo graduale, partendo da contesti a basso rischio emotivo. Non è certo facile, ma bisogna provarci!

A domani.

Mario

domenica, ottobre 11, 2026

I SARDI GRADISCONO DEPOSITARE I LORO RISPARMI PRESSO LE POSTE: IN SARDEGNA DEPOSITI PER OLTRE 7,5 MILIARDI DI EURO. SULLE PROVINCE PRIMEGGIA ORISTANO.


Oristano 11 ottobre 2026

Cari amici,

I sardi ripongono la loro fiducia sulle Poste. Ammonta a oltre 7 miliardi e mezzo di euro il valore del risparmio postale depositato NEGLI UFFICI POSTALI dai cittadini sardi, tra buoni fruttiferi e libretti di risparmio sottoscritti. Il dato è emerso per i 150 anni dall'istituzione del Risparmio Postale, ricorrenza celebrata a Roma alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sono infatti oltre 1 milione i libretti di risparmio e quasi 700 ila i buoni fruttiferi postali detenuti dai sardi, per un valore rispettivamente di oltre 2 miliardi e 700mila euro e di 4 miliardi e 800mila euro.

Dal Nord al Sud dell'Isola il ricorso a buoni e libretti come "cassaforte" delle famiglie è una costante, con alcuni territori che emergono per la loro particolare affezione ai singoli prodotti o per il valore economico del contratto sottoscritto. Nella particolare "classifica" provinciale degli investimenti su entrambi i prodotti di risparmio postale, Cagliari e il Sud Sardegna hanno il primato regionale con oltre 3 miliardi e 500 milioni di euro, seguiti da Sassari e Gallura con oltre 1 miliardo e 800 milioni, Nuoro e Ogliastra e la provincia di Oristano con oltre 1 miliardo. Anche rispetto al numero dei "titoli" postali posseduti dai cittadini sardi, Cagliari e Sud Sardegna sono al top raggiungendo complessivamente quota 838mila suddivisi in 499mila libretti e 339mila Buoni. Al secondo posto Sassari e Gallura con 456mila suddivisi in 300mila libretti e 151mila Buoni.

La provincia di Oristano è invece la più virtuosa in termini di numero di buoni e libretti posseduti dai cittadini in rapporto al numero dei residenti: sono oltre 110mila i libretti e quasi 120mila i buoni in provincia, in cui attualmente risiedono poco più di 147mila abitanti. Statisticamente, 3 cittadini oristanesi su 4 possiedono un libretto di risparmio e 4 residenti su 5 hanno sottoscritto un buono fruttifero postale.

La provincia di ORISTANO si colloca al primo posto, quindi, nella speciale graduatoria del risparmio postale in Sardegna, confermando il grande apprezzamento delle due tradizionali soluzioni di risparmio postale: i buoni fruttiferi postali e i libretti di risparmio. Secondo gli ultimi dati consuntivi del primo semestre del 2026, infatti, i cittadini oristanesi hanno sottoscritto 102mila buoni e aperto 112mila libretti, per un ammontare complessivo di investimenti e depositi rispettivamente di oltre 664 e 365 milioni di euro per un valore totale che supera il miliardo di euro.

«Statisticamente, come accennato prima, quasi 3 cittadini oristanesi su 4 detengono entrambi i tradizionali prodotti di risparmio postale - si legge in una nota di Poste - Con questi numeri, la provincia oristanese si posiziona sul gradino più alto del podio isolano per il rapporto tra il numero dei residenti e quello dei prodotti sottoscritti, con una percentuale che si attesta sul 73%, seguita dalle province di Nuoro e dell’Ogliastra, con il 70%, e dalla Sardegna Meridionale (Città Metropolitana di Cagliari, Medio Campidano e Sulcis Iglesiente) che raggiunge il 54%. Emessi da Cassa Depositi e Prestiti, garantiti dallo Stato italiano e distribuiti da Poste Italiane, i tradizionali prodotti di risparmio postale continuano a rappresentare un punto di riferimento per famiglie, giovani e pensionati che desiderano valorizzare i propri risparmi senza rinunciare a flessibilità e accessibilità».

Cari amici, il gradimento espresso dai cittadini nei confronti delle Poste Italiane lo si è accertato anche di recente, relativamente alla massiccia adesione all'OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) su Telecom Italia (TIM) lanciata da Poste Italiane. L'operazione, conclusasi a settembre 2026, ha visto gli azionisti TIM aderire in massa. L'amministratore delegato Matteo Del Fante ha sottolineato come a spingere gli investitori sia stata la cosiddetta FOMO (fear of missing out), ovvero il timore di "perdere il treno" e non intercettare la crescita del gruppo postale. A seguito di questa operazione, Poste Italiane ha dovuto emettere quasi 90 milioni di nuove azioni ordinarie per soddisfare le richieste di concambio.

Insomma, amici, le nostre Poste Italiane appaiono davvero in piena salute!

A domani.

Mario

 

 

sabato, ottobre 10, 2026

LA LONGEVITÀ E LE SUE REGOLE: INVECCHIARE BENE E A UNGO SIGNIFICA ANCHE RISPETTARE IL RITMO BIOLOGICO DELL’ORGANISMO.


Oristano 10 ottobre 2026

Cari amici,

Che in particolare nel corso di quest’ultimo secolo la vita dell’uomo si sia allungata è certamente una realtà. Parlare di LONGEVITA', però, non è così semplice come in apparenza! In realtà non basta mettere in atto corrette abitudini di vita, come seguire una dieta sana, fare esercizio fisico, mantenere un peso salutare, non fumare e consumare quantità moderate di alcol o eliminarlo direttamente dalla propria alimentazione. Oltre questi importanti fattori, che incidono fortemente nella longevità, bisogna, come dimostra una recente ricerca pubblicata sulla rivista Circulation, che esistono altre variabili importanti, che spesso risultano sottovalutate, passando appunto inosservate.

Un riposo adeguato e la gestione dello stress ne sono un concreto esempio, ma anche il modo in cui ci relazioniamo con il nostro ambiente “per non deregolare i ritmi circadiani”. Quest’ultima abitudine di violare e quindi deregolare i ritmi circadiani, è sicuramente nemica della longevità ed è più comune di quello che molti di noi pensano e credono. Marcos Vázquez, creatore di Fitness Revolucionario e divulgatore di temi legati al fitness, alla nutrizione e alla salute, è stato ospite a Búscate la Vida, il podcast condotto da José Elías ed Eric Ponce, dove ha commentato proprio l’incidenza di questo aspetto a cui di solito la gran parte di noi non fa proprio caso.

“Noi abbiamo vissuto per centinaia di migliaia di anni in un mondo che, ruotando sul proprio asse, ha molta luce durante il giorno e oscurità di notte. Abbiamo un orologio biologico che si trova nel nucleo soprachiasmatico del cervello e che si occupa di sincronizzare tutti i processi. Quello che succede nel nostro corpo alle 9 del mattino è diverso da quello che succede alle 15 o alle 23, sia a livello di cortisolo che di testosterone o melatonina”, assicura l’esperto.

Purtroppo, amici, la vita che viviamo oggi in questo mondo ipertecnologico e moderno, è fatta di giornate vissute in orari che poco hanno a che fare con il ciclo di luce naturale. Si,  “Che cosa succede nel mondo moderno? Che passiamo gran parte della giornata con luci poco brillanti, "artificiali", e poi arriva la notte e continuiamo con lo schermo dello smartphone o del tablet con ancora più luce artificiale, e il nostro cervello pensa che sia giorno”, aggiunge Vázquez.

La costante violazione del ciclo biologico imposto dalla natura, è molto più frequente di quello che appare, e la gran parte di noi pensa che ciò sia apparentemente innocuo, come il fatto di esporci alla luce artificiale durante tutto il giorno e soprattutto di notte, non pensando che ciò diventa una vera sfida per la salute. “Quando passiamo la giornata in spazi interni con poca luce e arrivano le 11 di sera e continuiamo ad essere immersi nella luce artificiale, il nostro orologio biologico va in tilt, non funziona.

Nel nostro organismo, allora, va in aumento il cortisolo durante la notte, invece di diminuire, va in diminuzione il testosterone e non viene prodotta la melatonina, che è un ormone che oltre ad aiutare a riposare è anche antitumorale e antiossidante. E questo, con il tempo, fa sì che noi invecchiamo più rapidamente”, vanificando i nostri sforzi rivolti verso la longevità, conclude il creatore di Fitness Revolucionario.

Cari amici, invecchiare bene e a lungo non è un esercizio facile; le regole da rispettare sono davvero tante, e, in definitiva, se vogliamo davvero allungare al meglio la nostra vita, lasciando questo mondo il più tardi possibile, bisogna fare molte cose relativamente bene. L’alimentazione, l’attività fisica o il riposo sono importanti, ma ci sono diverse altre variabili che contribuiscono a fare la differenza, tra cui  il pieno rispetto del ritmo biologico dell’organismo, che non è certo un aspetto minore, ma anzi risulta decisivo!

A domani.

Mario

 

venerdì, ottobre 09, 2026

ORIANA FALLACI: PER DARE SENSO AL VIAGGIO DELLA VITA NON BASTA L'INTELLIGENZA E LA CULTURA, CI VUOLE “PASSIONE”.


Oristano 9 ottobre 2026

Cari amici,

Oriana Fallaci è stata, a mio avviso, certamente la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata nel mondo. Indubbiamente una personalità di altissimo livello,  vera protagonista della cultura italiana del ‘900. Di certo era anche un personaggio dalla vita privata al quanto avventurosa, una donna dal carattere molto difficile e mai addomesticabile, e proprio per questo fu spesso attaccata per le sue idee alquanto radicali. Scrisse diverse opere, ma, purtroppo, certe ultime importanti sono in parte rimaste inespresse. Scomparsa nel 2006 a 77 anni, resta senza dubbio un personaggio straordinario!

Neanche negli ultimi anni della sua vita, seppure stanca e malata, smise di combattere, con la forza della sua penna, senza alcun timore: in un suo interessantissimo discorso (scritto) destinato ai giovani, che purtroppo non riuscì mai a pronunciare, affermò che “L’intelligenza non basta, L’erudizione non basta.. La ragione, la forza della ragione, non basta. Per dar senso al viaggio della vita ci vuole PASSIONE, la forza della passione”. Queste forti parole furono da lei affidate ad una lettera del 6 ottobre 2005; Oriana Fallaci racchiudeva il cuore di un discorso destinato proprio ai giovani, che, come accennato prima, non riuscì a pronunciare. Aveva lavorato “giorni e giorni, senza riposo” a quell’intervento e aveva immaginato persino come concluderlo: con “un invito alla PASSIONE”.

Oggi, a vent’anni dalla sua morte, quelle parole riemergono in tutta la loro forza. Nel recente libro pubblicato da Piemme “LA FORZA DELLA PASSIONE, lettere a Mons. Fisichella”, che raccoglie lo scambio epistolare rimasto privato per vent’anni tra la Fallaci e Rino Fisichella, affronta proprio quel discorso che avrebbe voluto rivolgere direttamente ai giovani, ma ne fu impedita dalla malattia che la stava consumando.

Colpisce che una donna come Oriana Fallaci, che della parola, dell'intelligenza e della ragione aveva fatto gli strumenti di una vita intera, volesse dire proprio questo a dei ragazzi: non basta la Ragione. Non basta sapere, essere preparati, avere imparato a ragionare in modo corretto, se poi non esiste qualcosa di forte capace di accenderci, come la PASSIONE! Una forza capace di farci prendere posizione e, soprattutto, di farci sentire che quella vita ci appartiene davvero. Per spiegarsi la Fallaci sceglie una fiaba. Avrebbe voluto parlare ai giovani con l’”inesorabilità o l’innocenza del bambino” di Andersen che, mentre tutti ammirano i vestiti inesistenti del sovrano, trova il coraggio di gridare: “Ma il re è nudo!”. È proprio qui che la passione di cui parla assume un significato diverso. Non è soltanto entusiasmo, è anche un invito a non diventare indifferenti.

Oriana Fallaci scrive queste forti parole mentre sta combattendo contro la malattia. Nei mesi successivi le sue lettere diventeranno sempre più dolorose. Nel maggio 2006 confesserà a Fisichella quanto persino stare seduta le costasse fatica e quanto il loro rapporto l'avesse aiutata prima a vivere e poi ad affrontare la morte. Eppure, pochi mesi prima, pensando ai tanti ragazzi che avevano quasi tutta la vita davanti, non aveva scelto di parlare loro della morte, aveva scelto di parlare della passione.

Nella risposta, Monsignor Fisichella sembra raccogliere proprio quel filo: “Dici che ci vuole passione per la vita; quanta ne hai tu e quanta ne ho io!”. Poi scrive una frase che, sapendo ciò che sarebbe accaduto meno di un anno dopo, oggi pesa ancora di più: “La passione per la vita va oltre qualsiasi forza ostile, anche la morte”. Vent'anni dopo rimane quel discorso mai pronunciato. Non sappiamo quali parole avrebbe scelto salendo in cattedra davanti a quei giovani, né come le avrebbe dette. Ma sappiamo dove voleva arrivare: alla passione! 

Cari amici, Oriana Fallaci non riuscì mai a pronunciare quel discorso, ma oggi, vent'anni dopo, quelle parole dirette ai giovani sono arrivate comunque. Oriana ha voluto lasciare loro una vera traccia per poter affrontare e vivere pienamente e con soddisfazione la loro vita.

A domani.

Mario

giovedì, ottobre 08, 2026

FILOSOFIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: UN CONNUBIO FONTE DI IMPORTANTI OPPORTUNITÀ. LE AZIENDE INFORMATICHE GIÀ ALLA RICERCA DI FILOSOFI.


Oristano 8 ottobre 2026

Cari amici,

Che la continua innovazione tecnologica stia cambiando profondamente la nostra società e, di conseguenza, il mondo del lavoro e quello della formazione è una realtà inequivocabile. In particolare, la tecnologia più dirompente degli ultimi anni è oggi rappresentata DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, anche conosciuta come AI, sintesi della terminologia anglofona Artificial Intelligence. Ebbene, di recente, un risvolto inaspettato, legato alla crescente diffusione dell’AI, è stato quello di abbinare all’intelligenza “Non umana”, la FISOLOFIA, un connubio apparentemente strano, ma che offre importanti opportunità a chi intende puntare su nuovi orizzonti formativi, integrando le competenze in campo umanistico e quelle in ambito tecnico-scientifico.

Se è pur vero che l’AI è una tecnologia che sta avanzando rapidamente, rivoluzionando la società contemporanea, sostituendo gli esseri umani negli impieghi più disparati e cambiando il modo di lavorare delle aziende in tantissimi settori, allo stesso tempo sta creando non poche preoccupazioni. In primis l’AI sta sollevando tutta una serie di questioni etiche, che le aziende che operano con l’intelligenza artificiale devono inevitabilmente affrontare; questioni spinose, che richiedono competenze specifiche in ambiti non prettamente scientifici.

Ed è proprio in questo contesto che i laureati e le laureate in filosofia stanno diventando delle figure molto ricercate dalle imprese che lavorano con l’AI, poiché possono aiutare le aziende a gestire il dibattito etico sia sul lato filosofico che sociale. Nel dettaglio, questo bagaglio di conoscenze è ritenuto fondamentale per capire come utilizzare l’intelligenza artificiale in modo corretto, valutando in maniera approfondita l’impatto sociale ed economico dello sviluppo e dell’implementazione di queste tecnologie.

L’interdisciplinarità tra cultura umanistica e scientifica non è nata oggi ma è cresciuta lentamente, in quanto il mettere insieme questi due mondi del sapere ha visto gli albori già nel XVII secolo, con la nascita del metodo scientifico sperimentale e della scienza moderna. Questa divisione che era ancora netta tra l’Ottocento e il Novecento, tanto da portare Charles Percy Snow a interrogarsi sulla necessità di un dialogo tra questi due campi del sapere attraverso la pubblicazione del saggio Le due culture nel 1959. Oggi, l’AI ha reso di nuovo attuale l’esigenza di colmare questa separazione.

Si, amici, l’Intelligenza Artificiale oggi ha un grande bisogno dei filosofi. Per anni la filosofia è stata considerata l’esempio per eccellenza di una disciplina culturalmente prestigiosa, ma poco spendibile sul mercato del lavoro. L’avanzata dell’intelligenza artificiale sta, però, contribuendo a ribaltare questo luogo comune. Alcuni dei più importanti laboratori tecnologici stanno reclutando direttamente filosofi, talvolta offrendo loro un impiego prima ancora che abbiano completato gli studi. Secondo i dati del 2024 della Federal Reserve Bank di New York, tra i giovani laureati negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione di chi aveva studiato informatica era del 7%, tra i laureati in filosofia si fermava invece al 5,1%.

Aziende come Anthropic, OpenAI, Google DeepMind e IBM cercano persone formate nella logica, nell’etica, e nella filosofia della mente e in alcuni casi i filosofi lavorano stabilmente all’interno di questi laboratori e partecipano direttamente alla definizione del comportamento dei modelli. Amanda Askell ad esempio, è la filosofa interna di Anthropic e si occupa dei principi che dovrebbero guidare sistemi come Claude; Iason Gabriel e Henry Shevlin lavorano invece per Google DeepMind, dove affrontano questioni legate all’etica dell’intelligenza artificiale, alla mente e alla possibile coscienza dei sistemi; Sam Altman ha dichiarato che OpenAI avrebbe consultato “centinaia di filosofi morali” per contribuire alla definizione delle regole di ChatGPT.

Cari amici, questo connubio tra FILOSOFIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE cerca di colmare un vuoto: quello esistente tra uomo e macchina! Unire il concetto filosofico alle capacità dell’AI significa progettare un’Intelligenza Artificiale che al suo interno contenga le regole etiche da seguire, quali limiti debba rispettare e come debba comportarsi davanti a richieste ambigue o contraddittorie. Solo in questo modo, i grandi passi che l’umanità si accinge a compiere consentirà di non arrivarci impreparati. Le novità sconvolgenti che affronteremo nei prossimi decenni sono tali che esigono di essere affrontate con quanta più consapevolezza, quanta più cognizione, quanta più saggezza e quanto più spirito etico sarà possibile.

A domani, amici lettori.

Mario

mercoledì, ottobre 07, 2026

VIENE DA SENECA L'INSEGNAMENTO ALL'UOMO PER VINCERE L'ANSIA E LA TRISTEZZA. “BASTA PIANGERSI ADDOSSO”, MA RIPRENDERE A VIVERE FELICI.


Oristano 7 ottobre 2026

Cari amici,

Che la filosofia antica sia validissima anche oggi, è ampiamente dimostrato ogni giorno che passa. Viviamo in un’era tecnologica carica di ansia e stress, dove l’uomo, senza gli opportuni rimedi, può davvero rendere la propria vita un vero, invivibile inferno. Ebbene, la saggezza antica ci può venire in soccorso, riprendendo in mano le lezioni filosofiche di grandi filosofi come SENECA, che nel suo “DE VITA BEATA” ci invita a smettere di “piangerci addosso”, pronti ad iniziare o riprendere a vivere, allontanando l’ansia e la tristezza, e ritrovando così la tanto desiderata felicità.

Lucio Anneo Seneca (Corduba 4 a.C. – Roma, aprile 65), il grande filosofo, drammaturgo e politico romano, ha parlato spesso del destino dell’uomo. Per lui “inveire contro la sfortuna, incolpare il lavoro, gli altri o il destino, per tutto quello che non va è assolutamente errato. Spesso l’uomo spende una quantità enorme di energie a piangersi addosso e a fare la vittima, con la convinzione che la serenità sia un premio che la vita continua ingiustamente a negare. Eppure, quel senso di insoddisfazione resta lì, immobile, immutabile.

Per Seneca IL VITTIMISMO è una trappola seducente ma terribilmente sbagliata! Addebitare ogni colpa all’esterno  sembra assolverci da ogni colpa: ci deresponsabilizza e ci convince che la causa dei nostri mali sia sempre all’esterno. Niente di più errato! Certo, è più comodo pensare di essere sfortunati che ammettere di essere pigri, codardi o semplicemente immobili di fronte al cambiamento. Ci rifugiamo nella lamentela per anestetizzare il dolore dell’inerzia, trasformando la nostra insoddisfazione in un’identità.

Nel suo celebre libro prima citato “La vita felice" (De vita beata), il filosofo latino smonta pezzo per pezzo l’illusione che la serenità sia un dono del caso o una concessione delle circostanze favorevoli. La felicità, al contrario, è un atto di responsabilità individuale, un muscolo che va allenato rifiutando la passività. Dobbiamo arrivare a cercare qualcosa che sia un bene reale, non solo apparente, solido e costante. Certo, spesso è difficile trovarlo, ma basta aspettare: non è lontano e si troverà, basta cercarlo con lucidità. Spesso, invece, non ci impegniamo a cercarlo, passiamo oltre, perché ci manca la determinazione.

Nel periodo in cui scrisse il De Vita beata Seneca era politicamente impegnato: era il precettore e il consigliere più ascoltato del giovane imperatore Nerone. Un ruolo di primissimo piano che gli attirava l’invidia spietata dei circoli conservatori romani. Accusato da Publio Suillio Rufo, un personaggio tutt’altro che limpido, di ipocrisia, Seneca non si nasconde. Nel 58 d.C. risponde su due fronti: sul piano giudiziario contrattacca, promuovendo il processo che porterà alla condanna di Suillio per malgoverno; sul piano intellettuale firma il De vita beata, dedicato al fratello maggiore Anneo Novato, trasformando un’autodifesa personale in una pietra miliare della filosofia.

Amici, il De Vita Beata è un libro da leggere con attenzione anche oggi: “piangersi addosso è comodo perché ci assolve da ogni colpa”, affermazione anche oggi validissima. Quella di Seneca è una diagnosi spietata: il filosofo romano non concede “carezze consolatorie”, ma va a smontare una per una le quattro scuse preferite con cui continuiamo a sabotarci la cercata felicità e a giustificare la nostra immobilità. Fin dal primo capitolo del De vita beata, Seneca mette a nudo l’assurdità di chi pretende di essere felice copiando gli altri. Il filosofo usa un’immagine volutamente spietata: ci regoliamo sulle dicerie, pensando che le cose migliori siano quelle che riscuotono grande consenso, e del fatto che noi gli esempi numerosi li prendiamo per buoni esempi e non secondo ragione, ma viviamo per imitazione.

Nell’uomo l’ossessione di scovare le pagliuzze negli occhi altrui tradisce l’incapacità di guarire le proprie travi. Trasformare gli errori e le incoerenze degli altri in una giustificazione per non cambiare mai la nostra vita non fa altro che cronicizzare la tristezza, trasformando la frustrazione in un’identità rassegnata. Se all’uomo basta un contrattempo, una perdita o un’aspettativa tradita per farlo sprofondare nella disperazione, significa che ha consegnato le chiavi della sua vita a ciò che non può controllare. Seneca individua in questa dipendenza la radice di ogni fragilità. Una mente matura, al contrario, non pretende che il mare sia sempre calmo, ma impara a navigare anche nella tempesta.

Cari amici, credo che Seneca vada riletto con grande attenzione anche oggi. Il dolore e gli imprevisti fanno parte del tessuto stesso dell’esistenza. Pretendere un mondo su misura per noi è un’illusione che genera solo rabbia e impotenza; l’unica vera libertà risiede nella nostra capacità di governare la risposta interiore a ciò che ci accade. La grande lezione del De vita beata non è una formula magica, ma una presa di coscienza radicale: la felicità non è l’assenza del dolore, ma la scelta di non farsi annientare da esso.

A domani fedeli lettori.

Mario