sabato, gennaio 17, 2026

VUOI AVERE IL CERVELLO SEMPRE EFFICIENTE? LO DEVI ALLENARE COME UN MUSCOLO! IN QUESTO MODO PUÒ CAMBIARE, REIMPARARE, RIORGANIZZARSI.


Oristano 17 GENNAIO 2026

Cari amici,

Il nostro cervello è un computer straordinario! Le sue capacità non sono statiche, in quanto attraverso l'esercizio fisico regolare, questo allenamento, che possiamo paragonare a quello dei nostri muscoli,  si mantiene giovane, plastico e attivo ad ogni età, preservando le funzioni cognitive e la memoria. È proprio attraverso la NEUROPLASTICITÀ, che esso può affrontare sfide mentali, nuove esperienze (imparare lingue/strumenti) e proprio a seguito dell'esercizio fisico regolare, stimolare la formazione di nuove connessioni sinaptiche.

Una delle studiose che ha cercato più di altre di approfondire per anni questo nostra straordinaria mente è la dottoressa VANESSA BENJUMEA, che ha ascoltato numerosi pazienti e lettori che le hanno raccontato in particolare di sentirsi prigionieri della propria mente. Persone che non riescono a fermare un pensiero negativo, che rivivono conversazioni passate o anticipano scenari che non si verificano. "Perché continuo a rimuginare sulle stesse cose se so che non mi fanno bene?", si chiedevano in molti. Dalla sua doppia prospettiva, quella medica e quella compassionevole, Benjumea ha insistito sul fatto che non si tratti di mancanza di forza di volontà, ma di qualcosa di molto più profondo: il modo in cui funziona il cervello. E una cosa è stata rilevata abbastanza chiara: è necessario allenare il nostro cervello come i nostri muscoli.

Il suo lavoro come neurologa, unito alla sua formazione in mindfulness, le ha consentito di comprendere che la mente è, letteralmente, modellabile. "La neuroplasticità è la base su cui si fondano tutte le strategie che ci aiutano a hackerare la nostra mente e modificare i modelli di pensiero", ha spiegato. La neuroplasticità prima accennata, altro non è che la capacità del nostro cervello di creare nuove connessioni neuronali lungo tutto l’arco della vita. Vale a dire, la nostra mente non è "fissa": può cambiare, reimparare, riorganizzarsi.

"E così come esiste anche una neuroplasticità negativa – spiega meglio la dottoressa VANESSA BENJUMEA -  perché quanto più ruminiamo un pensiero o quanto più ci lamentiamo, tanto più rafforziamo quelle reti neuronali del malessere, esiste anche una neuroplasticità positiva, che ci permette di creare nuovi neuroni e connessioni neuronali nei circuiti di regolazione emotiva, di attenzione consapevole e del flusso di pensiero normale".

La Benjumea paragona questo processo all’allenamento dei muscoli. Quanto più si ripete un movimento, tanto più forte diventa. E lo stesso accade con i pensieri. Ogni volta che una persona si lamenta, giudica o ripete un pensiero intrusivo, rafforza le connessioni neuronali che lo sostengono. Ma avviene anche il contrario: è possibile indebolire quei circuiti e rafforzarne altri più salutari. La studiosa paragona questo processo, come detto prima, all’allenamento dei muscoli. Se è vero che ogni volta che ci lamentiamo, giudichiamo o ripetiamo un pensiero intrusivo, rafforziamo le nostre connessioni neuronali, può succedere anche il contrario: è possibile indebolire quei circuiti e rafforzarne altri più salutari.

Questo approfondito studio effettuato su basi scientifiche è stato riportato in un suo interessante libro: 'MENTE CALMA', un libro che è anche un "kit di pronto soccorso" per quando i loop mentali diventano insopportabili. La sua proposta combina il rigore della neurologia con strumenti di attenzione piena e autocompassione. Non promette di eliminare i pensieri negativi, perché questo sarebbe impossibile, bensì di cambiare la relazione che manteniamo con essi.

Cari amici, questa grande studiosa sostiene che pensare meglio non significa pensare meno, ma farlo in modo più consapevole. L’obiettivo è che la mente lavori a nostro favore e non contro di noi. Quelle pause necessarie per eliminare le negatività, aggiunge, non nascono dall’oggi al domani. Richiedono una pratica costante: fermarsi prima di rispondere a un messaggio impulsivo, respirare quando compare l’ansia o semplicemente riconoscere che siamo intrappolati in una catena di pensieri negativi. Ecco, cari lettori, come è flessibile la nostra mente, e... di cosa è capace!

A domani.

Mario

 

venerdì, gennaio 16, 2026

LA COLLABORAZIONE TRA GENERAZIONI: IL DIFFICILE RUOLO DEI NONNI. DI NORMA MOLTO UTILI AI FIGLI, SONO SPESSO FONTE DI CRITICITÀ SULLA SALUTE DEI NIPOTINI.


Oristano 16 gennaio 2026

Cari amici,

Un recente studio, pubblicato su una rivista scientifica di economia sanitaria in Germania, ha esaminato l’impatto della collaborazione e della cura che i nonni apportano in famiglia, relativamente alla crescita dei figli dei loro figli, ovvero dei nipotini. La ricerca ha analizzato i dati di oltre 11 mila bambini e quasi 9 mila genitori in diverse zone della Germania. I dati sono stati raccolti attraverso un’indagine longitudinale, rappresentativa sulle dinamiche familiari. L’aiuto dei nonni nella gestione dei figli piccoli – ha confermato la ricerca – è indubbiamente un sostegno importante per molte famiglie.

I ricercatori, per valutare in modo preciso gli effetti della “Cura dei nonni”, hanno adottato un metodo innovativo: come chiave di lettura è stata adottata “la distanza geografica tra genitori e nonni”, in modo da poter distinguere tra le famiglie che possono contare su un supporto costante, è quelle che, invece, non ne hanno la possibilità. I risultati hanno evidenziato dei benefici evidenti per i genitori. Le madri che ricevono un aiuto costante dai nonni dichiarano livelli più alti di soddisfazione personale.

Per queste madri è stato rilevato un aumento dell’11% nella percezione e dell’utilizzo del tempo libero, e del 9% nella valutazione della gestione e della cura dei figli. Anche i padri hanno registrato effetti positivi: in particolare un incremento del 19% nella soddisfazione legata all’organizzazione dell’assistenza ai bambini. Secondo Elena Ziege, ricercatrice dell’Istituto federale per la ricerca demografica di Wiesbaden e autrice principale dello studio, questi dati confermano che la presenza attiva dei nonni rappresenta un elemento centrale negli equilibri familiari e produce vantaggi concreti per i genitori di bambini in età prescolare.

Non tutti gli effetti dell’aiuto dei nonni, però, producono positività. Ad esempio, gli effetti sulla salute dei bambini, hanno evidenziato anche alcune lacune e diverse criticità. Si, sul fronte della salute infantile, i bambini accuditi con maggiore frequenza dai nonni mostravano, in media, indicatori di salute leggermente peggiori rispetto ai coetanei inseriti in contesti educativi strutturati. Questo effetto risultava più marcato nei maschi e nei bambini che frequentavano la scuola primaria.

In dettaglio,  l’indagine ha messo in luce un aumento dell’8% dei problemi di salute tra i minori sotto gli 11 anni seguiti regolarmente dai nonni. Secondo gli autori, la spiegazione potrebbe risiedere nelle differenze tra le attività svolte: i programmi scolastici pomeridiani prevedono spesso sport, movimento all’aperto, supporto allo studio e attività creative, mentre la cura dei nonni tende a concentrarsi maggiormente su attività domestiche e meno dinamiche. Non a caso, la ricerca ha rilevato che i bambini assistiti dai nonni risultavano anche meno propensi a frequentare asili o scuole a tempo pieno, riducendo così l’esposizione a contesti educativi più strutturati.

Amici, come accennato prima, i ricercatori che hanno effettuato lo studio, per garantire risultati solidi,  hanno applicato un approccio con variabile strumentale, pensato per superare i limiti legati alla scelta non casuale del tipo di cura. La distanza fisica tra famiglie e nonni ha permesso di isolare l’effetto causale dell’assistenza familiare su benessere e salute. Circa il 69% delle famiglie analizzate vive a meno di mezz’ora da almeno un nonno, e questo dato ha reso possibile un confronto statisticamente robusto. Sono state inoltre condotte diverse verifiche di controllo per escludere comportamenti strategici, confermando che né genitori né nonni tendono a trasferirsi in prossimità della nascita dei figli per facilitare la cura. Gli autori sottolineano che si tratta della prima evidenza causale sugli effetti complessivi della cura dei nonni sulla salute dei bambini, offrendo spunti utili per il dibattito sulle politiche familiari, soprattutto nei Paesi dotati di sistemi di asili pubblici già ben sviluppati.

Cari amici, credo che la collaborazione tra generazioni sia non solo utile ma indispensabile.  I nonni che si occupano dei nipoti rappresentano generalmente un bene prezioso, offrendo anche supporto emotivo, pratico e di stabilità ai bambini. Essi trasmettono valori e tradizioni, fungendo da rifugio sicuro. Certo, c’è anche il rischio è un'eccessiva ingerenza educativa, ma con opportuni interventi da parte dei genitori, la collaborazione genitori-nonni è un sicuro arricchimento per la crescita del bambino.

A domani.

Mario

giovedì, gennaio 15, 2026

ASPIRAZIONI, SOGNI E PERCORSO DI VITA. QUANDO LA STRADA INTRAPRESA NON È QUELLA SOGNATA... CAMBIARE, È SEMPRE POSSIBILE.


Oristano 15 gennaio 2026

Cari amici,

Credo che tutti, fin dal periodo dei giochi infantili, abbiamo sognato “cosa fare da grandi”. Sono sogni spesso esagerati, a volte troppo grandi e fantasiosi, ma crescendo, poi, questi sogni si coagulano, diventando qualcosa di concretamente realizzabile, capace di arrivare a farci raggiungere il nostro obiettivo desiderato. Le vicende della vita, però, in particolare quelle di natura economica, non sempre riescono a farci percorrere la strada sognata, per cui, ragioni di necessità, ci impongono di “cambiare strada”, di intraprendere un’attività diversa da quella sognata, magari economicamente valida, ma proprio molto diversa da quella dei nostri sogni. Eppure, cambiare strada è sempre possibile.

Si, amici, variare il nostro percorso, cambiare strada, anche a 30, 40 o 50 anni e più, è possibile, anche se questo cambiamento è spesso vissuto come qualcosa di problematico o addirittura come un tabù. Ecco, la psicologia in questo caso ci aiuta, facendoci comprendere come il nostro cervello può affrontare questa difficile decisione di  "cambiare strada". Tuttavia, quando arriva il momento di decidere per il cambiamento, in particolare quando è qualcosa di molto desiderato, siamo dominati dall’incertezza: non c’è mai la garanzia che, cambiando, le cose andranno meglio. Questo vale sia nella sfera lavorativa sia in quella privata.

Per quanto una persona possa prepararsi al cambiamento, informarsi e valutare il nuovo contesto, la nostra mente resta turbata: il rischio c’è, esiste, e rimane inevitabile. Ed è proprio questa componente a rendere il cambiamento emotivamente complesso. Il rischio maggiore, quello che più ci assilla, è quello di un possibile “cadere dalla padella nella brace”, ovvero di rimpiangere la scelta fatta. Sì, questa è una paura davvero molto concreta. Certo, può succedere che, lasciando una situazione che non si sopporta più, si scopra poi che le conseguenze sono pesanti, sia sul piano economico, che su quello relazionale e personale.

È un rischio in parte calcolabile e in parte no. Lo stesso vale per chi lascia un lavoro frustrante: magari si sente finalmente libero, ma se il nuovo percorso non funziona, il contraccolpo può essere molto forte. Eppure, evitare di cambiare, non affrontare il cambiamento, crea una situazione psicologica spesso intollerabile. Ci sono momenti in cui i segnali interiori che ci indicano che la strada che sitiamo percorrendo non è quella giusta, per noi sono forti e laceranti, chiari e forti, tali da darci una sensazione persistente di frustrazione; consci di non poter esprimere le proprie capacità, di non poter giocare davvero le proprie carte.

Si, amici, ci si sente fuori posto, infelici, come se i propri talenti restassero inutilizzati. Tuttavia, quando si arriva a prendere una decisione così importante, come quella di “cambiare il proprio percorso di vita”, decidersi a farlo significa valutare con attenzione i pro e i contro: sia i vantaggi che gli svantaggi, anche quelli emotivi, insomma bisogna agire con grande realismo. Il coraggio necessario non deve essere un atto impulsivo: deve essere una scelta ragionata, che tiene conto delle condizioni materiali, delle competenze reali e del contesto. E poi c’è un fattore che non controlliamo del tutto, che è la fortuna! Incappare negli incontri giusti, nelle occasioni positive; insomma, riuscire a cogliere il momento favorevole.

A tutto questo, amici, bisogna aggiungere le aspettative sociali e familiari, che pesano moltissimo. Per alcune persone il cambiare strada viene vissuto come un tradimento: del percorso fatto, della fiducia degli altri, delle aspettative familiari. Pensiamo a chi ha seguito una carriera "giusta", magari ben retribuita, ma che in realtà non gli è realmente mai appartenuta davvero. Una bella carriera, spesso, anche economicamente appagante, risulta arida per il proprio Io, che nella vita, invece, avrebbe voluto percorrere un sentiero ben diverso!

Cari amici, indubbiamente decidere di “CAMBIARE PERCORSO”, non è mai cosa facile, in quanto crea, come accennato prima, dubbi e patemi d’animo, ma credo che il rischio valga la candela! Io a 57 anni ho deciso di farlo, e sono davvero orgoglioso di averlo fatto, riuscendo ad appagare, anche se non più in giovane età, i miei sogni giovanili. Certo, sono stato fortunato, in quanto, dopo i molti anni di lavoro, avevo già raggiunto il diritto alla pensione; ho potuto così lasciare l’azienda in cui lavoravo senza rischi. Avevo i miei 57 anni e ho ripreso in mano la mia vita e miei sogni. Da piccolo volevo fare l’insegnante, ovvero comunicare, istruire e preparare alla vita, formare i giovani. Sono così tornato all’università, ho ripreso a studiare: Comunicazione, Giornalismo e Politiche Pubbliche, diventando alla fine un operatore della Comunicazione. Oggi, iscritto all’ODG, collaboro con due giornali, ho scritto 14 libri e ho il mio blog dove, con sapete Voi lettori, scrivo tutti i giorni. CAMBIARE, SE VOGLIAMO, È POSSIBILE!

A domani.

Mario  

mercoledì, gennaio 14, 2026

L'UOMO DI OGGI E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. APPARE COME UN RITORNO ALL'EPISTEMIA DEL PASSATO, ANALOGO AL CONFRONTO TRA SOCRATE E I SOFISTI.


Oristano 14 gennaio 2026

Cari amici,

Il sapere e la conoscenza, sono alla base della vita dell’uomo. In passato, per i filosofi dell’antica Grecia, la vera conoscenza, quella scientifica, era chiamata “Episteme (ἐπιστήμη)”, e indicava la conoscenza certa, quella provata. Rappresentava il sapere vero, dimostrabile, perno fondamentale della filosofia classica. Oggi, invece, ci stiamo ammalando di EPISTEMIA, nel senso che la conoscenza è solo un'illusione, una sorta di specchio della realtà. Questo succede perché già da tempo l’intelligenza umana non applica più quelle azioni di discernimento prima in uso, delegando tutto ai modelli di Intelligenza Artificiale.

Una delega, in realtà, alquanto pericolosa, perché il problema insorge quando riceviamo la risposta. Quanto la prendiamo per buona? Il problema sta proprio qui! È qui che si colloca il bivio tra episteme ed epistemia, tra conoscenza e illusione. L’uomo di oggi è, infatti, fortemente dipendente dal LIM (è il Machine Learning, un ramo dell'IA), che si occupa del processo di apprendimento e quindi del “processo di pensiero” dell'Intelligenza Artificiale. Il Machine Learning rappresenta la capacità, la competenza della macchina ad ottenere conoscenza dai set di dati disponibili e a categorizzarne il contenuto.

Nel mondo odierno, dominato dalla tecnologia, i “Machine Learning” sono stati progettati per estrapolare dai dati verifiche sostanziali, generando, poi, le risposte più adeguate, più attese; risposte che vengono elaborate in modo che possano risultare plausibili dal punto di vista linguistico. Il loro scopo, in fondo, è questo: “Restituire un output che suoni bene”, a prescindere che sia vero o falso! La conseguenza è che, se quel risultato non viene verificato da chi ha effettuato le richieste all'Intelligenza Artificiale, spesso e volentieri succede un vero e proprio patatrac.

Si, amici, il sistema di analisi oggi in atto per verificare l’operato dell’A.I. è qualcosa che ricorda molto da vicino l’antico confronto tra Socrate e i sofisti nell'Atene del quinto secolo. Di questi sofisti uno degli esponenti di spicco era Gorgia, il quale sosteneva che nulla esiste, e che, se anche esistesse, non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Ebbene, oggi l'A.I. fa un po' il contrario, perché può comunicare tutto, pur senza conoscerlo! Alla fine, però, l'esito risulta lo stesso: “Un esercizio di persuasione che si fonda sulla capacità di costruire un discorso plausibile, seppure non vero”.

Un recente studio italiano, pubblicato su PNAS e condotto da un team di ricerca guidato da Walter Quattrociocchi, docente dell'università La Sapienza di Roma e al timone del Center of data science and complexity for society, ha verificato, per la prima volta in modo sistematico, come analizzano i dati sei modelli linguistici di ultima generazione, tra cui ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google o Llama di Meta, per rilevarne l’affidabilità. Come si legge nella nota che annunciava la pubblicazione del progetto, "il lavoro confronta le loro valutazioni con quelle prodotte da esseri umani ed esperti del settore (NewsGuard, Mbfc), utilizzando un protocollo identico per tutti: stessi criteri, stessi contenuti, stessa procedura. Il focus non è sull’accuratezza del risultato finale, ma su come il giudizio viene costruito”.

Le conclusioni dello studio condotto dal team di Quattrociocchi non hanno solo identificato il problema, ma hanno anche indicato la soluzione, che è: saperne di più dell'AI a cui ci affidiamo. Per chiarire: delegare la navigazione solo se si conosce la rotta, la destinazione, gli scogli che affiorano; oppure, se si hanno a disposizione gli strumenti per comprendere se, quando circondati dalla nebbia, si sta viaggiando nella giusta direzione. L'impiego dell'AI richiede di alzare il nostro livello di conoscenza, di ampliarlo e di mantenerlo aggiornato. Da un lato, rispetto alla capacità di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, di saperne distinguere i risultati, i meccanismi di funzionamento e quindi i punti di forza e quelli di debolezza, dall'altro, rispetto alle materie su cui viene richiesto all'AI di sostituirci a noi.

Cari amici, credo che la conclusione dell’indagine abbia dato un risultato scontato. L’Intelligenza Artificiale è in grado di analizzare un immenso archivio di dati, ma l’elaborazione possibile richiede un’intelligenza che le macchine non hanno e, forse, non avranno mai! Lo spirito critico dell’uomo, che costantemente investe sulla formazione, sulla nuova conoscenza, continua sempre ad allenare la mente, portandola a non cadere nei tranelli di una conoscenza superficiale. L’Intelligenza Artificiale è certamente un ottimo strumento di supporto all’uomo, ma non sarà mai in grado di sostituirlo! Utilizziamola, perchè è di grande aiuto, ma restiamo sempre inchiodati alle nostre insostituibili responsabilità.

A domani.

Mario

 

martedì, gennaio 13, 2026

SEI ANCHE TU UN “PEOPLE PLEASER”? OGGI SONO IN TANTI QUELLI CHE, PER COMPIACERE GLI ALTRI, TRASCURANO SE STESSI…


Oristano 13 gennaio 2026

Cari amici,

La vita moderna, in particolare quella del Millennio che stiamo vivendo, è sempre più condizionata dalle relazioni virtuali, in particolare effettuate nel Social, trasformando i necessari contatti umani da genuini e sinceri, in finti e compiacenti. La nostra vita, in questo modo, risulta fatta più di apparenza che di sostanza. È un modo per mostrarci luminosi, per sembrare migliori, insomma. molto diversi da quello che siamo in realtà, perdendo in questo modo la nostra autenticità.

Questo anomalo comportamento risulta sempre più presente, sia nella vita reale che in quella virtuale, tanto che negli ultimi tempi è entrato nel linguaggio corrente il termine “PEOPLE PLEASING”, a significare il costante aumento del cercare di “Compiacere gli altri”. Ma dietro questa espressione apparentemente innocua si nasconde spesso una dinamica complessa, che riguarda il modo in cui noi costruiamo le relazioni, gestiamo i conflitti e percepiamo il nostro valore personale. Essere un people pleaser non significa semplicemente essere gentili o troppo disponibili nei confronti degli altri, ma, soprattutto, il fatto di mettere i bisogni degli altri davanti ai propri!

È questo un comportamento sotto certi aspetti irrazionale, che però, sempre con maggiore frequenza, viene adottato quotidianamente da molti, sia sui social che nei diversi contesti relazionali. Lo scopo? Operare per soddisfare il benessere psicologico degli altri, anche a costo di trascurare se stessi, seppure provando un silenzioso, certo disagio interiore. A ben pensare, amici, è un comportamento come minimo troppo altruista e problematico, che comporta, come conseguenza, dei notevoli, forti disagi sul benessere emotivo del soggetto.

Per comprendere meglio queste conseguenze, ecco il parere del dottor Francesco Paladini, psicologo e consigliere dell'Ordine degli Psicologi. Secondo il dotto Paladini il vero significato del PEOPLE PLEASING non è quello di essere semplicemente molto gentili con gli altri, ma, piuttosto un intrigante modo per cercare di stare “in relazione con gli altri” usando nei loro confronti il massimo compiacimento; insomma, trattasi di una strategia per sentirsi accettati e al sicuro. Chi mette in atto questo comportamento tende ad evitare il possibile conflitto, ha grande difficoltà a dire di no, sentendosi iper-responsabile emotivamente verso gli altri.

In realtà, “Non è una scelta consapevole – sostiene il dottor Francesco Paladini - ma un meccanismo automatico di ricerca di accettazione, che spesso la persona non riconosce nemmeno come tale. Questa grande disponibilità, la tendenza a mettere i bisogni altrui prima dei propri, a differenza della gentilezza autentica, lascia nella persona asservita spesso uno strascico di stanchezza, frustrazione e anche risentimento, perché nasce dalla paura di perdere la relazione, non da una scelta fatta liberamente”. A lungo andare, però, questo comportamento ha un alto costo emotivo e fisico.

Si, amici, dire sempre di sì (anche quando con tutte le proprie forze si vorrebbe dire di no) consuma le risorse mentali ed emotive, come una batteria che si scarica. Spesso, dopo essere stati accondiscendenti, anziché esprimere un’opinione diversa, ci si sente svuotati, delusi, e anche interiormente arrabbiati, dopo aver detto quel “SI” interiormente non condiviso; sì prova non solo ansia ma anche un senso di colpa, pensando di non aver pensato a se stessi. A differenza di chi è genuinamente gentile, il people pleaser spesso si pente dopo aver acconsentito, si sente svuotato e può arrivare a momenti di forte affaticamento, isolamento o burnout.

Cari amici, il “People pleaser” a lungo andare perde l’autostima, essendo succube e dipendente dal riscontro esterno, e questo innesca in lui una spirale logorante, fatta di esaurimento emotivo, senso di vuoto e perdita di identità. A quel punto risulta necessario cercare di iniziare a uscire dall’essere un PEOPLE PLEASING, smettendo di compiacere sempre, comprendendo che, comunque, ciò non significa diventare egoisti. Porre dei limiti all’essere sempre accondiscendenti, rende più autentici e veri. Bisogna arrivare a comprendere che “non compiacere sempre non significa smettere di essere meno gentili”, perché il dialogo con gli altri può essere costruttivo anche con lo scambio di opinioni diverse, evitando di accettare sempre per buone quelle degli altri!

A domani.

Mario

lunedì, gennaio 12, 2026

LA TECNOLOGICA AGRICOLTURA DEL FUTURO. VIVREMO UNA RIVOLUZIONE EPOCALE, CHE CAMBIERÀ DRASTICAMENTE IL MONDO DEL LAVORO AGRICOLO.


Oristano 12 gennaio 2026

Cari amici,

In questo millennio iper-tecnologico, anche l'agricoltura si sta avviando verso una profonda trasformazione; verrà cancellata, per prima cosa, l'immagine tradizionale del contadino, che sgobba da mattina a sera con i mezzi agricoli tradizionali. Sarà una rivoluzione che evidenzierà una robotica lavorazione della terra, effettuata e regolata da una tecnologia di alta precisione; tutto si muoverà con l’utilizzo di robot, che sostituiranno in gran parte l’agricoltore tradizionale dei tempi passati. È questo uno scenario in rapida evoluzione, già presente nel sud-est asiatico, dove l'azienda malese AGROZ ha deciso di unire le forze con il colosso cinese della robotica UBTECH, per lanciare un nuovo tipo di forza lavoro nelle fattorie agricole verticali.

È davvero in corso una vera e propria rivoluzione tecnologica, nel senso che non si sta parlando di semplici apparecchiature meccaniche, seppure complesse, ma di veri e propri robot umanoidi industriali, pronti ad operare autonomamente tra le coltivazioni. Il colosso cinese HUBITECH, per esempio, ha sviluppato un robot umanoide, chiamato Walker S, vero protagonista di questa rivoluzione, che diventerà il primo del suo genere a essere integrato nelle strutture di "vertical farming" di AGROZ. L'idea alla base di questa collaborazione è quella di fondere la mobilità fisica di un automa bipede con l'intelligenza digitale.

Questo umanoide di nome Walker S non si limiterà a muoversi negli spazi, ma fungerà da piattaforma hardware direttamente collegata ad AGROZ OS, il sistema operativo proprietario, che gestisce la fattoria. Questo significa che il robot non opererà come un'entità isolata, ma come un'estensione fisica del cervello digitale che controlla l'intero ecosistema agricolo. Amici, quella in atto non è una semplice meccanizzazione, come diverse volte è già avvenuto in passato, e che riuscì a liberare l’uomo dal lavoro troppo faticoso, ma una trasformazione epocale. L’innovazione portata dalla tecnologia attuale è in grado di trasformare in toto l’attuale produzione agricola nel mondo!

Si, amici, il robot Walker S e i tanti che verranno dopo di lui, saranno chiamati a svolgere le mansioni più delicate, quelle prima gestite dalla mente umana. Non è solo una liberazione dell’uomo dalla fatica, come la semina, ma il monitoraggio costante della salute delle piante, la raccolta e l'ottimizzazione delle colture. L'utilizzo dell'AI in questo moderno contesto permetterà di analizzare dati in tempo reale e garantire una qualità del raccolto costante per tutto l'anno, un fattore cruciale per la sicurezza alimentare. Gerard Lim, CEO di Agroz, ha sottolineato come l'obiettivo fissato è quello di rendere la nuova agricoltura sostenibile una realtà concreta, combinando la robotica avanzata con l'intelligenza dei dati, per costruire fattorie intelligenti e auto-ottimizzanti.

Gli agricoltori del futuro saranno molto diversi da quelli attuali, anche quelli più dotati tecnologicamente. Con le innovazioni in atto la carenza di manodopera nel mondo agricolo non sarà più un problema, in quanto il lavoro umano sarà limitato a quello di alta qualificazione, mentre tutto il resto lo faranno i robot e l’Intelligenza Artificiale che li dirige. La tecnologia è oggi già in grado di  risolvere le sfide della carenza di manodopera e quella della necessità di produrre cibo in spazi ridotti. Un chiaro esempio lo possiamo osservare nel Regno Unito, dove si stanno testando robot dotati di rilevatori di raggi gamma per mappare la salute del suolo, oppure rivolgendo lo sguardo alla Cina, dove vedremo che si sono introdotte macchine laser autonome per la coltivazione del cotone.

Amici, per quanto riguarda il progetto portato avanti da AGROZ, questo si distingue per l'uso di robot umanoidi, che assicurano una versatilità unica negli ambienti ibridi e nelle serre smart. Il manager Leon Li di UBTECH ha espresso grande entusiasmo per questa applicazione delle loro tecnologie, vedendo in esse un contributo fondamentale allo sviluppo sostenibile dell'agricoltura non solo in Asia, ma potenzialmente in tutto il mondo, grazie anche al supporto del governo malese che sta favorendo un ecosistema ideale per queste soluzioni deep-tech.

Cari amici, quella in corso in Agricoltura non è una semplice, per quanto particolare meccanizzazione, ma una trasformazione radicale, oserei dire epocale, capace non solo di liberare l’uomo dalla grande fatica della coltivazione della terra, ma soprattutto di garantire un grande futuro all’alimentazione umana nel mondo! Ne vedremo delle belle!

A domani.

Mario

 

domenica, gennaio 11, 2026

L'APATIA: UN MALE CHE COLPISCE SEMPRE DI PIÙ. È UN LASCIARSI ANDARE, PERDENDO LA VOGLIA DI VIVERE. I RIMEDI POSSIBILI.


Oristano 11 gennaio 2026

Cari amici,

Per tanti, anche se non per tutti, la vita non è mai stata facile, per cui, giorno dopo giorno, è necessario operare con impegno, dedizione, caparbietà e accettazione. Non sempre, però, questo risulta possibile, e allora diverse persone alquanto fragili entrano in profonda sofferenza, perdendo praticamente “LA VOGLIA DI VIVERE”. Le cause possono essere molteplici, come ansia, depressione, burnout, stress cronico o gravi traumi, che all’inizio creano APATIA e mancanza di interesse, fino ad arrivare a lasciarsi andare, ad arrendersi.

In questo millennio iper tecnologico sono sempre più numerose le persone che vivono questo malessere silenzioso, che porta ad una profonda di perdita della gioia di vivere. Questo stato patologico è spesso celato dietro un’apparenza di normalità, anche se per la persona che ne soffre risulta un male insidioso e di una certa gravità, incidendo sul suo benessere mentale e fisico. La psicologia moderna segue con attenzione questo dramma, impegnata ad identificare le abitudini silenziose che accompagnano questo stato d’animo, nell’intento di meglio comprendere e cercare di intervenire nella maniera migliore.

L’attenzione degli psicologi è focalizzata in particolare sui meccanismi comportamentali, emozionali e sociali, capaci di spegnere lentamente quel “luccichio” interiore che dà senso alla nostra quotidianità. Bisogna agire caso per caso, cercando le migliori strategie pratiche e professionali per affrontare il serio problema. Gli interventi sono diretti a convincere la persona a prendersi cura del corpo, stabilire delle piccole routine, riscoprire le passioni precedenti, oltre a frazionare gli obiettivi. In questo modo l’aiuto psicologico professionale aiuta a calmare l’ansia e la depressione, che sono sempre presenti.

Individuare la persona colpita da questo male non è difficile: osservandola, si notano sia l’abbandono delle precedenti relazioni, con conseguente, progressivo isolamento sociale, che la riduzione dell’interesse verso le attività prima svolte e ritenute gratificanti, fino ad arrivare ad un crescente distacco emotivo anche dalle persone care. Questi segnali, chiamati anche “Abitudini silenziose”, sono spesso poco evidenti, perché si manifestano senza clamore e sono spesso difficili da riconoscere dall’esterno.

Amici, la prima reazione negativa che compare all’instaurarsi di questo male è “L’APATIA”. La parola apatia viene dal greco “a-pàtheia”, che vuol dire “assenza di passione”. Con il termine apatia, infatti, ci si riferisce ad una sensazione profonda di vuoto emotivo che fa vivere la vita in uno stato di totale indifferenza, come se ci fosse un grande muro tra noi e il resto del mondo. Questo stato emotivo comprende astenia, stanchezza cronica, esagerata passività e pigrizia, malessere generale, mancanza di voglia di svolgere quelle attività che prima rendevano felici, scarso appetito, perdita di iniziativa e di interesse, noia estrema e alienante senso di vuoto.

Una delle domande che ci poniamo è “Perché succede che si perde la passione per la vita? La risposta non è facile. Spesso l’apatia costituisce un segnale interiore che la propria vita quotidiana non è più adatta, non è più soddisfacente, e si ha bisogno di un cambio drastico. A volte la causa risiede in meccanismi di pessimismo e mancanza di entusiasmo appresi durante l’infanzia nell’ambiente familiare. Altre volte l’apatia può essere una reazione a un’aspettativa delusa, come se fosse un metodo più facile per canalizzare la rabbia e il disappunto.

Cari amici, l’apatia può anche essere conseguenza di disturbi patologici di natura psichica, come la schizofrenia, il disturbo bipolare o la distimia, o di natura neurologica come il morbo di Parkinson, la malattia di Alzheimer. Può anche dipendere dall’abuso di sostanze stupefacenti o farmaci. Come affrontare gli effetti dell’apatia? I primi passi per uscire dall’apatia sono riprendere consapevolezza, accettazione e forza di volontà. Inizialmente la famiglia può essere un aiuto prezioso, ma senza effettivi risultati è necessario rivolgersi ad un buon psicologo, se si vuole cercare di “Riaccendere la voglia di vivere”, e tornare così ad amare la vita.

A domani.

Mario