domenica, aprile 26, 2026

ADOLESCENTI E FORMAZIONE: STUDI RECENTI HANNO RILEVATO DIFFERENZE ABISSALI TRA QUELLI CRESCIUTI NEGLI ANNI 60-70 E QUELLI DI OGGI.


Oristano 26 aprile 2026

Cari amici,

Un serio confronto scientifico ha rilevato differenze abissali nell’analisi della "formazione adolescenziale" tra i ragazzi cresciuti negli anni 60-70 del secolo scorso e quelli di oggi. Le differenze più eclatanti riguardano la libertà: i giovani cresciuti negli anni ’60 ’70 giocavano liberi per strada, mentre i ragazzini di oggi si muovono ristretti tra agende piene di impegni e l’utilizzo costante dello smartphone: due infanzie opposte, due crescite molto diverse. Insomma, da una gioventù cresciuta libera negli anni ’60 si è arrivati a quella di oggi, dove gli adolescenti vivono iper-controllati: passati da un’infanzia libera, senza l’asfissiante controllo degli adulti a quella odierna, una crescita che si può definire sotto “sorveglianza continua”.

Amici, negli anni ’60 e ’70 (io ho vissuto proprio quella formazione) la gran parte di noi ragazzi, al termine degli impegni scolastici, usciva di casa in modo libero, giocando per strada con i compagni e rientrando a casa per pranzo e la sera a cena, di norma al tramonto. Nessun cellulare, zero chat con i genitori, pochissime attività organizzate. Il tempo si riempiva di giochi inventati, esplorazioni, piccoli rischi e litigi con i compagni, ma sempre gestiti in autonomia. Una crescita indubbiamente libera, certamente priva di giochi organizzati ma tutti da inventare, ma che stimolava la fantasia e consentiva di costruire i possibili giochi di gruppo.

Ecco, quell’apparente “lasciar vivere il tempo libero” ai propri figli adolescenti non nasceva da teorie pedagogiche raffinate, ma derivava dalle necessità della vita. Spesso gli adulti lavoravano tutto il giorno, e, una volta rientrati a casa, erano stanchi e provati dalla fatica; Le priorità in capo agli adulti non consentivano di dedicare molto tempo all’organizzazione del tempo libero dei figli, ai quali, comunque, venivano dettate delle “regole comportamentali” che non dovevano essere trasgredite.

Indubbiamente, gli adolescenti sapevano utilizzare bene questo spazio lasciato libero, che ha funzionato in modo egregio, consentendo loro di allenare il cervello alla preparazione e formazione di una palestra mentale quotidiana. Ebbene, di recente (precisamente nel 2023) il gruppo di studio dello psicologo Peter Gray (Boston College) ha effettuato un’analisi, pubblicata sul Journal of Pediatrics, che ha studiato ed elaborato decenni di dati sul confronto fra i giovani di ieri e quelli di oggi. La tesi centrale dell’analisi è risultata netta: la progressiva riduzione dell’autonomia dei bambini, dagli anni ’60 in poi; questa riduzione è uno dei fattori che contribuiscono alla crescita dei disturbi psicologici tra i giovani.

Le motivazioni certo non mancano! Per esempio: l’importanza del gioco libero funziona come un vaccino emotivo; il gioco non strutturato, senza arbitri adulti, costringe i bambini a regolare emozioni, paure e frustrazioni in prima persona. La letteratura psicologica lo indica come uno dei canali principali con cui si imparano: autoregolazione emotiva (calmarsi da soli dopo una lite o una caduta), gestione della paura (salire su un albero, ma capire quando fermarsi), capacità di negoziazione (decidere le regole di una partita senza adulti), tolleranza all’errore (perdere, sbagliare, farsi un po’ male e continuare) Ogni piccolo incidente – una sbucciatura, una discussione, un imprevisto in bici – costruisce, col tempo, quella che i clinici chiamano “tolleranza alla frustrazione” o “alla sofferenza”: la sensazione concreta che il disagio non duri per sempre e si possa gestire.

Un’altra importante differenza, tra l’ieri e l’oggi, è l’iper-protezione dei genitori. La ricerca su stili educativi troppo rigidi o iperprotettivi mostra un paradosso: genitori che cercano di togliere ogni fatica ai figli finiscono per crescere ragazzi meno capaci di reggere il minimo contraccolpo. Proteggere dai pericoli reali è sano, cercare di eliminare qualsiasi disagio quotidiano toglie ai bambini gli “esercizi” necessari per diventare robusti dentro. I pericoli esterni, spesso sopravalutati, hanno spinto progressivamente i genitori verso un modello di controllo stretto; oggi lasciare un bambino di otto anni andare a scuola da solo, cosa normale negli anni ’70, è diventato per molti un comportamento quasi da “cattivo genitore”.

Quanto al tempo libero, questo è stato riempito di corsi, allenamenti, attività strutturate. L’intento era positivo: arricchire e proteggere. L’effetto collaterale è stata la quasi scomparsa di quei momenti “vuoti” in cui i bambini imparavano a cavarsela da soli. Il passaggio successivo arriva con gli smartphone. Jonathan Haidt, nel libro “The Anxious Generation”, parla di una vera “ricostruzione” dell’infanzia tra il 2010 e il 2015. Il poco gioco libero rimasto viene sostituito da interazioni digitali e social network.

Amici, se è pur vero che nulla rimane invariato, oggi con il forte sviluppo della tecnologia, non viene certo ipotizzato di tornare al passato, ma è comunque necessario imboccare  direzioni concrete per riportare autonomia e gioco libero nelle vite dei ragazzi di oggi. La soluzione? Restituire ai figli margini di libertà reale! Lasciare loro del tempo libero da amministrare, favorire giochi all’aperto con coetanei senza intervento costante degli adulti, rimanendo solo in supervisione discreta; limitare poi l’uso di smartphone e social nelle fasce di età più delicate, privilegiando esperienze concrete, non intervenire subito in ogni litigio tra bambini, ma invitarli a cercare una soluzione tra loro.

Restituire oggi ai giovani spazi di libertà, non significa ignorare i pericoli. La cronaca ricorda che alcuni rischi sono reali. La sfida sta nel trovare una zona intermedia tra allarme costante e incoscienza totale. Un’infanzia vissuta sempre sotto occhio vigile e con supporto immediato su ogni problema può generare adolescenti bravissimi a studiare o usare la tecnologia, ma poco preparati a scenari imprevisti: un errore sul lavoro, una relazione che finisce, un professore ingiusto.

Cari amici, la ricerca prima riportata, che ha confrontato la gioventù di ieri, che correva scalza per il quartiere, e quella di oggi che cresce con lo smartphone in tasca già alle elementari, suggerisce una sintesi possibile: sicurezza sì, ma con veri spazi di autonomia! Un’infanzia fatta solo di iper-protezione rischia di costruire adulti fragili; un’infanzia con margini di libertà reale, invece, è in grado di costruire quella resilienza silenziosa che servirà domani, quando la vita mette di fronte alle vere difficoltà.

A domani.

Mario

sabato, aprile 25, 2026

L'IMPORTANTE RUOLO DEI NONNI NELL'EDUCAZIONE DEI NIPOTI. IL LORO COMPORTAMENTO, PERÒ, DEVE ESSERE SEMPRE MOLTO ATTENTO, PER EVITARE INCOMPRENSIONI.


Oristano 25 aprile 2026

Cari amici,

Il ruolo svolto dai nonni nell’educazione dei propri nipoti è non solo pregevole e di grande aiuto per i genitori, ma da considerarsi addirittura fondamentale dal punto di vista educativo. In sintesi, essi portano alle nuove generazioni la loro esperienza, i loro valori, le loro tradizioni, consolidando così la memoria storica  della famiglia di appartenenza. Questo straordinario ponte tra generazioni è in grado di offrire, alle nuove generazioni, un valido supporto emotivo e un concreta sicurezza e stabilità, arricchendo in questo modo la positiva crescita dei nipoti, e, allo stesso tempo supportando i genitori, ancora molto impegnati nel lavoro, nella necessaria, doverosa formazione dei loro figli.

Si, amici, la funzione dei nonni è basilare, di grande validità anche come “capaci mediatori” nei possibili  conflitti familiari. Il rapporto Nonni/Nipoti si basa su una “particolare complicità”, fatta di affetto e anche di piccole trasgressioni innocue, che, però, non arrivano quasi mai a scavalcare il ruolo educativo dei genitori. Essi riescono a “smussare gli angoli” nelle relazioni familiari Genitori/Figli, contribuendo in questo modo ad aiutare i nipoti ad elaborare positive emozioni. I nonni non solo trasmettono, ma sostengono lo sviluppo cognitivo e intellettivo dei loro nipoti; la loro presenza è cruciale anche in ambito scolastico e formativo, rafforzando la continuità educativa.

La funzione svolta dai nonni, dunque, risulta della massima importanza durante la crescita dei nipoti, ma è anche una funzione molto delicata, nella quale, spesso, si può cadere in errore, creando fratture difficili da sanare. Il vero ostacolo, nella relazione tra nonni e nipoti adolescenti, è spesso il giudizio implicito che i nonni, figli di un’altra generazione, che può creare fratture insanabili. Il nonno, per esempio, che commenta “ai miei tempi si stava fuori tutto il giorno senza fare queste cose”, non sta solo esprimendo nostalgia: sta, involontariamente, squalificando il mondo di suo nipote, appartenente ad una generazione molto diversa!

In questi casi il nipote si comporta sbuffando, messo davanti a sistemi di vita del passato che non condivide, e, la sua presa di posizione, altro non è che la difesa della propria identità, che non accetta confronti con il mondo del passato, alquanto diverso. L’intervento del nonno allora lo percepisce come una critica velata. I nonni, spesso, tendono a interpretare i nuovi sistemi di vita come degrado, non come evoluzione. I nipoti, invece, tendono a interpretare i valori dei nonni come retaggi del passato, limitazioni fuori luogo, non come risorse. Due visioni che si scontrano pericolosamente.

La trappola in cui, spesso, cadono molti nonni è quella di forzare il dialogo, imponendo senza cercare il dialogo; magari fingere interesse per il loro mondo senza conoscerlo, in quanto a loro noto solo “per sentito dire”.  I ragazzi lo percepiscono immediatamente e lo trovano alquanto imbarazzante. Ciò che funziona tra nonni e nipoti è il dialogo autentico: la curiosità vera. Ecco qualche esempio. Se un nonno vuole sapere dal nipote notizie su “TIK TOK”, non dovrebbe rivolgersi dicendo “ma cos’è questo TikTok?”, ma chiedere con curiosità: “mostrami cosa guardi, voglio capire cosa ti piace”. La differenza è sottile ma radicale.

Nel primo caso si parte dall’idea che ci sia qualcosa di strano da spiegare. Nel secondo si parte dall’idea che il nipote abbia qualcosa di interessante da mostrare che lui non conosce. Gli adolescenti rispondono positivamente agli adulti che dimostrano interesse genuino e curiosità per la loro vita, anche quando questi adulti non condividono i loro gusti. Quello che cercano negli adulti non è un’approvazione incondizionata, ma un vero rispetto per la propria visione del mondo.

Cari amici, senza questi accorgimenti, senza questa elasticità che possiamo definire “rispetto reciproco”, la relazione tra nonni e nipoti prima vacilla e poi cade de tutto. La mancanza di sintonia è il segnale che qualcosa nel necessario dialogo si è inceppato. E mentre i nonni pensano che le nuove generazioni sono ben lontane da quelle di una volta, dall’altra parte, i ragazzi spesso descrivono i nonni come “quelli che non capiscono niente” o “che vivono in un altro mondo”. Entrambi pensano di avere ragione, almeno in parte, ma entrambi stanno perdendo qualcosa di prezioso.

A domani.

Mario

venerdì, aprile 24, 2026

UN VERO BANCHIERE, NON DEVE ESSERE SOLO UN ESPERTO DI FINANZA, MA AVERE ANCHE DOTI UMANE E UNA CULTURA CLASSICA. IL RICORDO DI ANGELO GIAGU DE MARTINI.


Oristano 24 aprile 2026

Cari amici,

Di recente Angelo De Mattia, giornalista e scrittore italiano noto per la sua capacità di analizzare e riflettere sui vari aspetti della vita e della cultura, ha pubblicato su Milano Finanza un interessante articolo dove, parlando di banche e banchieri, ha giustamente affermato che un top manager bancario per essere considerato un grande banchiere non deve essere solo un esperto di finanza, ma deve possedere anche una visione multidimensionale che superi la sola competenza tecnica, unendo a questa conoscenza economica, anche un'ampia cultura e molto umanesimo.

Nell’articolo, affrontando le attuali difficoltà presenti nel contesto economico del consolidamento bancario europeo (Unicredit-Commerzbank) e italiano (Banco Bpm), De Mattia sottolinea che la forte complessità che emerge in questi contesti richiede, da parte dei top manager, eccellenti doti umane, lungimiranza e grande capacità di lettura degli scenari allargati, non certo limitandosi alla sola gestione operativa. Il vero banchiere, insomma, deve essere un "uomo di cultura", in possesso di una visione d'insieme, requisito fondamentale per poter guidare istituzioni complesse in tempi di incertezza geopolitica e tecnologica come quelli che stiamo vivendo.

Il contesto finanziario odierno, come appare evidente, è segnato da alta complessità, richiede leader particolarmente preparati, che non siano solo tecnocrati, ma "uomini di cultura", capaci di governare il cambiamento. Il grande banchiere, secondo l'articolo di Angelo De Mattia, deve saper navigare tra algoritmi e relazioni umane, trasformando i dati contabili in strategie sostenibili, facendo in modo che la banca da loro amministrata costituisca un vero pilastro economico e sociale.

Amici, come molti di Voi sanno, ho trascorso, a livello manageriale, una vita all’interno di un Istituto di Credito (il Banco di Sardegna), in particolare nella seconda metà del secolo scorso. Un periodo che ha visto la banca dove lavoravo trasformarsi da Istituto di Credito di Diritto Pubblico in S.P.A., e vivendo anche un cambio di proprietà, quando il Banco di Sardegna entrò a far parte del Gruppo Bper. Ebbene, in questi anni ho avuto modo di conoscere e apprezzare un grande banchiere: il Dottor Angelo Giagu De Martini, all’epoca Direttore Generale del Banco quando era ancora Istituto di Credito di Diritto Pubblico.

Sulla sua figura di grande banchiere ho già parlato su questo blog, e il post relativo lo scrissi il 23 aprile del 2013, 10 anni dopo il mio collocamento in pensione. Chi è curioso può andare a leggere o rileggere quanto scrissi cliccando sul seguente link: https://amicomario.blogspot.com/2013/04/angelo-giagu-de-martini-il-grande.html. Ebbi diverse occasioni per apprezzare la sua opera e il suo modo di operare, riconoscendogli non solo una grande preparazione tecnica specifica, ma anche una straordinaria preparazione culturale ed umana.

Nel marzo scorso, a cent’anni dalla nascita del dottor Giagu, la Fondazione di Sardegna ha presentato l’antologia sul suo percorso di vita, curata da Caterina e Sandro Ruju. Il volume, dal titolo “Angelo Giagu De Martini, il banchiere letterato, scrittore e giornalista”, pubblicato da Edes (Editrice Democratica Sarda). Gli autori raccontano al pubblico la “prima vita” di Giagu De Martini: quella dell’intellettuale, scrittore e giornalista, prima ancora che Direttore Generale del Banco di Sardegna. Accanto alla dimensione letteraria, il volume evidenzia anche la figura del banchiere, che, dal 1969 al 1991, guidò il Banco di Sardegna come Direttore Generale, accompagnando la crescita dell'Istituto, con i significativi, eccellenti interventi effettuati con grande intelligenza e lungimiranza nella allora fragile economia dell’isola.

Cari amici, Maria Luisa Sini, co-autrice del libro, nel volume propone una lettura della figura di Giagu De Martini alla luce della storia del Banco di Sardegna, insistendo sugli elementi di continuità tra il giovane intellettuale e il futuro Direttore Generale dell’Istituto: “Uno degli elementi di continuità più evidenti è l’attenzione intelligente che riserva alla situazione economica e sociale della Sardegna e alla necessità di tenere insieme funzione creditizia, tutela del risparmio e autonomia gestionale”. La Sini ha ricostruito alcuni passaggi centrali della vicenda del Banco, soffermandosi sul ruolo svolto da Giagu De Martini nel consolidamento dell’Istituto, nel rafforzamento patrimoniale e nell’apertura verso nuovi strumenti e servizi finanziari, senza interrompere il rapporto con il territorio. Credo che Angelo Giagu De Martini abbia impersonato in modo eclatante la vera, autentica figura del “BANCHIERE”, di ieri e di oggi!

A domani amici lettori.

Mario

 

giovedì, aprile 23, 2026

SE I PENSIERI TI TORMENTANO E TI TOLGONO IL SONNO, ECCO UN SISTEMA PER RILASSARTI E SVUOTARE LA MENTE: IL “BRAIN DUMP”.



Oristano 23 aprile 2026

Cari amici,

Viviamo una vita caotica, caratterizzata da una crescente immersione nel caos sempre più avvolgente e stressante, caratterizzato da un sovraccarico di informazioni e impegni, che mandano non solo il nostro cervello in tilt, ma lo tengono compresso sotto un pericolosissimo stress. La nostra mente, infatti, tende ad accumulare le problematiche, caricandosi di quell'ansia che toglie sia la serenità che il sonno. Si, a quanti di noi è capitato di girarsi nel letto privi di sonno e guardare il soffitto mentre la mente continuava a macinare i problemi rimasti in sospeso? Ebbene, situazioni come questa, senza interventi correttivi, costituiscono dei seri “overthinker serali”, capaci di farci seriamente del male.

Ebbene, una delle possibili soluzioni, atte a tamponare questo problema è la così detta tecnica del "BRAIN DUMP”. Il Brain dump, letteralmente “scarico del cervello”, è una tecnica semplice quanto efficace: prima di andare a letto, si deve prendere carta e penna e scrivere tutto quello che ci passa per la mente. Senza filtri, senza logica, senza preoccuparsi della forma. L’obiettivo è trasferire i pensieri dalla mente al foglio, liberando quel necessario spazio mentale per il riposo. Questo sistema "svuota-mente" è una tecnica efficace, nata per liberare la mente dall’eccessivo sovraccarico, trasferendo pensieri e preoccupazioni dalla mente all’esterno.

Ma perché questo curioso sistema dovrebbe funzionare? Le neuroscienze spiegano che il nostro cervello ha una capacità limitata di memoria di lavoro, quella che usiamo per tenere a mente informazioni temporanee. Quando questa “RAM mentale” è sovraccarica di pensieri non risolti, diventa difficile rilassarsi. Il Brain Dump agisce, quindi, come un backup esterno: una volta che i pensieri sono usciti dalla mente e messi al sicuro su carta, il cervello può finalmente rilassarsi e “spegnersi”.

Amici, fare un Brain Dump efficace, comunque non è semplicissimo. L’operazione deve essere svolta in maniera completa ed efficace. Non basta  buttare giù quattro parole su un pezzo di carta. Per ottenere i massimi benefici, la tecnica richiede alcuni accorgimenti: fare il Brain Dump sempre alla stessa ora, (idealmente 30-60 minuti prima di andare a letto), usare carta e penna (scrivere a mano attiva aree cerebrali diverse rispetto al digitare), non censurare nulla: scrivere tutto, anche quei pensieri che sembrano sciocchi o irrilevanti, includere azioni concrete: non solo preoccupazioni, ma anche semplici impegni, come “domani devo chiamare il dentista”, stabilire un tempo limite: 10-15 minuti sono sufficienti.

L’efficacia del Brain Dump risulta dimostrata: gli studi sul JOURNALING (il journaling è una pratica di scrittura riflessiva quotidiana) mostrano effettivamente dei benefici concreti. Una ricerca pubblicata su Applied Psychology nel 2018 ha dimostrato che scrivere una lista di compiti da svolgere prima di dormire riduce significativamente il tempo necessario per addormentarsi. I partecipanti che hanno scritto le loro preoccupazioni si sono addormentati in media 9 minuti prima rispetto al gruppo di controllo. Il meccanismo è legato al cosiddetto “Zeigarnik effect”: il nostro cervello tende a ricordare meglio i compiti incompiuti rispetto a quelli completati. Scrivere questi pensieri li “completa simbolicamente”, permettendo alla mente di lasciarli andare.

Amici, ovviamente, anche il Brain Dump ha i suoi limiti. Contrariamente a quanto promettono molti guru del benessere, il brain dump non è la soluzione universale per tutti i problemi di sonno. Se la mente è gravata da pensieri pesanti, dominati da ansia persistente, preoccupazioni eccessive o sintomi depressivi, scrivere su un foglio potrebbe non essere sufficiente. In realtà, per alcune persone con disturbi d’ansia, concentrarsi troppo sui propri pensieri – anche per metterli su carta – può paradossalmente aumentare la ruminazione mentale. Se ci si accorge che Il Brain Dump ci fa sentire più agitati invece che rilassati, probabilmente non è sufficiente e bisogna percorrere altre vie.

Cari amici, il Brain Dump è indubbiamente uno strumento prezioso, ma come tutti gli strumenti funziona meglio quando è usato nel contesto giusto. Se i nostri pensieri serali sono principalmente organizzativi, questa tecnica può davvero regalarci notti più serene. Ma ricordiamoci: un sonno di qualità dipende da molti fattori, e nessuna tecnica singola può risolvere il problema da sola!

A domani.

Mario

 

mercoledì, aprile 22, 2026

IL VERO, PROFONDO SIGNIFICATO DELLE PAROLE. “EPITETO”: PAROLA DERIVATA DAL GRECO, IN PARTICOLARE DAL NOME DEL FILOSOFO CHE STUDIÒ A FONDO L’UOMO.


Oristano 22 aprile 2026

Cari amici,

Se consultiamo l’enciclopedia TRECCANI per conoscere il preciso significato di “EPITETO”, troviamo: “Sostantivo, aggettivo o locuzione attributiva che si aggiunge a un nome per qualificarlo, o (in senso stretto e più com.) con funzione semplicemente accessoria o esornativa, come quando viene aggiunto a determinati nomi per indicarne una caratteristica propria e rilevante, anche senza riferimento alla situazione particolare. Insomma tradotto in un concetto semplicistico, possiamo dire che questa parola, aggiunta al soggetto ne rimarca determinate qualità o difetti”. Oggi la parola Epiteto è usata, nel linguaggio corrente, in senso dispregiativo: per esempio, "coprire di epiteti" significa insultare o offendere qualcuno.

In realtà, è curioso, e allo stesso interessante, capire come sia nata questa parola che mette a fuoco le caratteristiche di una persona. Essa è derivata proprio dal fine pensiero di un grande filosofo greco: EPITTETO. Era questi, un influente filosofo stoico greco, nato a Hierapolis nell’attuale Turchia (c. 50-130 d.C.), che operava alle dipendenze del segretario dell’eccentrico imperatore romano Nerone. Poco dopo la morte di quest’ultimo ottenne la libertà e divenne uno dei filosofi stoici più influenti del mondo classico. Inizialmente seguace dello stoico Musonio Rufo, divenendo, poi, filosofo a pieno titolo.

La sua filosofia, basata sulla distinzione tra ciò che è in nostro potere (pensieri, azioni) e ciò che non lo è (eventi esterni, corpo), insegnava la libertà interiore dell’uomo e la resilienza. La sua era una riflessione profonda, capace di evidenziare il pensiero stoico di oltre duemila anni fa: l’autodeterminazione razionale. La costruzione consapevole dell’identità morale, intesa come fondamento della libertà interiore; la sua non è un’esortazione morale di circostanza, ma un impianto teorico che ha ispirato figure storiche del calibro di imperatori romani come Marco Aurelio, detto l’“imperatore filosofo”, e che può ancora oggi fungere da guida.

Amici, come altri pensatori quali Socrate, Epitteto non lasciò nulla di scritto (il suo pensiero fu trascritto dal discepolo Flavio Arriano, aristocratico romano che conquistò il favore dell’imperatore Adriano intraprendendo la carriera militare, che raccolse i suoi insegnamenti nelle Diatribe o Discorsi (di cui si conservano quattro libri) e nel celebre Enchiridion o Manuale. Epitteto insegnò filosofia fino alla morte, avvenuta poco dopo il 120 d.C. Dalla sua scuola di Nicopoli, Epitteto, vissuto tra il I e il II secolo d.C., insegnava che la vera libertà non risiede nelle circostanze esterne, ma nel dominio di sé. Questo lo rese un interprete radicale dello stoicismo, più attento all’etica pratica che alla speculazione metafisica.

Nel nucleo più profondo del suo pensiero, Epitteto insiste sulla necessità dell’uomo di partire dall’interno. «Anzitutto di’ a te stesso chi vuoi essere; poi fa’ ciò che devi fare». Prima di agire, di parlare, di giudicare o persino di desiderare, egli invita a chiarire chi siamo e che tipo di persona vogliamo diventare. Questa idea è espressa con particolare forza nelle Diatribe. La tesi è potente: l’identità morale non è ereditata né imposta, ma scelta. E questa scelta esige coerenza. Se vuoi essere giusto, non puoi permetterti di mentire. Se aspiri a incarnare la virtù, non puoi lasciarti dominare dall’ira o dal risentimento. E questo vale per ogni valore. Occorre vivere in accordo con tale scelta, a qualsiasi costo, senza scuse e senza rimandare.

Il concetto chiave della filosofia di Epitteto è la Prohairesis, termine greco traducibile come “scelta moraleo “libera scelta”. È ciò che, secondo il filosofo, è davvero sotto il nostro controllo, a differenza del corpo, dei beni o della reputazione, che dipendono da fattori esterni sui quali non abbiamo potere. Come afferma lo stesso Epitteto: «Sono in nostro potere l’opinione, l’impulso, il desiderio e l’avversione; non sono in nostro potere il corpo, la ricchezza, la fama, le cariche». Questo approccio conduce a una conclusione inevitabile: non sei ciò che possiedi, né ciò che fai, né ciò che gli altri dicono di te; sei ciò che scegli di essere nella tua interiorità.

Cari amici, questo grande filosofo del passato può darci grandi insegnamenti anche oggi. Epitteto paragona la vita a una rappresentazione teatrale, in cui a ciascuno è assegnata una parte. Non siamo noi a scegliere se essere re o mendicanti, padri o soldati; possiamo, però, scegliere come interpretare quel ruolo con dignità e fermezza! La sua citazione (prima riportata) non è una formula magica di autostima priva di sforzo, ma un invito all’autoconoscenza e alla coerenza tra ciò che diciamo, ciò che facciamo e ciò che desideriamo diventare!

A domani.

Mario

 

 

martedì, aprile 21, 2026

LA STORIA DEL “PORTO”, LO STRAORDINARIO VINO CHE HA STREGATO IL MONDO. LA SUA FAMA HA ATTRAVERSATO I SECOLI, UNA TRADIZIONE CHE RISALE AL 1750!


Oristano 21 marzo 2026

Cari amici,

Nel lungo percorso fatto dall'uomo ci sono scoperte, relative ai tanti campi esplorati, che non durano lo spazio di un momento, o di un periodo breve che presto si cancella, ma che, invece, durano e si radicano in modo così forte nel tempo da diventare TRADIZIONE! Un permanere che si consolida e si rafforza nel tempo, attraversando i secoli. Per esempio, focalizzando la nostra attenzione sul VINO, alcuni di questi hanno attraversato i secoli! Pensate che a Vila Nova de Gaia, un comune portoghese situato nel Distretto di Porto, dove le barche RABELOS un tempo trasportavano botti cariche di vino, troviamo anche oggi aperta, una cantina che, ormai da quasi 300 anni, sopravvive alla storia.

Questa antica cantina ancora oggi nota come “CANTINA BURMESTER” è situata in una posizione ideale, proprio accanto al Ponte Dom Luiz I, un luogo dove oltre ai preziosissimi vini, si può godere anche di una delle viste più spettacolari su Porto. Le visite guidate a questa antica cantina sono l’occasione ideale per vivere al meglio questo lato della città; come ci possiamo immaginare non mancano le degustazioni, con l’opportunità di assaporare etichette esclusive come il Porto Extra Dry White o il pregiatissimo Vintage LBV 2015. Un’occasione davvero unica per entrare nel mondo di questi iconici vini e per apprezzarne la profondità e la complessità del gusto, particolare caratteristica che li rende unici al mondo.

Il turista, varcando la soglia della Cantina Burmester, ha la netta sensazione di toccare con mano oltre due secoli di tradizione. La Cantina Burmester nasce nel 1750 da un’idea geniale di Henry Burmester e John Nash, e da allora, di generazione in generazione, questa cantina storica mantiene intatto il suo fascino antico, offrendo ai visitatori un percorso tra botti di rovere, intensi profumi e il sapore ineguagliabile dei suoi vini. Le botti secolari nelle cantine, nascondono il segreto dell’invecchiamento del vino, mentre un vero e proprio museo di antichi macchinari racconta la storia della sua produzione, fin dagli albori della cantina.

La Cantina Burmester ci tiene ad aprirsi al mondo e si può godere di un’esperienza fantastica con speciali visite guidate, disponibili anche in italiano. Guidati da persone esperte e appassionate, è possibile dunque inoltrarsi attraverso le grotte di invecchiamento, scoprendo le antiche tecniche che rendono, oggi come ieri, i vini Burmester un’eccellenza nota in tutto il mondo. Il legame che la Cantina Burmester ha con il suo territorio è viscerale: è infatti la regione del Douro il luogo da cui provengono le uve che danno vita ai suoi celebri vini, come il Porto Vintage, i Tawny invecchiati e gli elegantissimi Ruby, ciascuno con una personalità originale e distinta.

La  CANTINA BURMESTER è un vero e proprio veicolo per scoprire la storia della città, ma anche per andare alla scoperta di un vino che ha letteralmente conquistato il mondo: il Porto. È una realtà produttiva secolare, affacciata sull’acqua e sul lento scorrere del fiume Douro, proprio accanto all’iconico Ponte Dom Luiz I. Insomma, un’attrazione di gusto, in tutti i sensi. Dopo una visita alla cantina, inebriati dai suoi profumi, sembrerà ancora più speciale passeggiare lungo le rive del Douro per fermarsi in uno dei tanti ristoranti che offrono una genuina cucina portoghese, con piatti irresistibili come il celebre bacalhau o la ricca francesinha.

Cari amici, la città di Porto, non sono certo io il primo a dirlo, è considerata una delle città più affascinanti del Portogallo, ed è proprio in questa città che la Cantina Burmester è uno dei suoi gioielli più importanti, essendo considerata la cattedrale della sua tradizione vinicola. Amici lettori, se c’è un luogo nel mondo che ogni amante del buon vino dovrebbe visitare almeno una volta nella vita, è sicuramente la Cantina Burmester con le sue antiche botti e il profumo intenso e inebriante del Porto. Ci sono sapori e profumi unici, che ci aiutano non poco ad apprezzare le grandi bellezze del mondo e soprattutto la qualità della vita!

A domani, fedeli amici lettori!

Mario