sabato, settembre 12, 2026

IL GIAPPONE E LA SUA CULTURA. LA FILOSOFIA ORIENTALE DELL'“ICHIGO ICHIE”, METODO CHE INSEGNA A VIVERE AL MEGLIO LA PROPRIA CASA RENDENDO OGNI MOMENTO UNICO.


Oristano 12 settembre 2026

Cari amici,

L’espressione giapponese “ICHIGO ICHIE” letteralmente significa “una volta, un incontro”. Il suo reale significato va ricercato nel contesto della cerimonia del tè giapponese. Ogni incontro tra maestro e allievo, o tra ospite e padrone di casa, è visto come un’opportunità unica e speciale, un'occasione che non si ripeterà mai più nella stessa forma e nello stesso modo. E anche se avverrà di nuovo, le persone che ne prenderanno parte non saranno uguali e identiche nel loro spirito a quel preciso momento. È una frase brevissima, ma che racchiude un’idea potente: ogni momento è unico e non tornerà più identico.

Negli ultimi anni è uscita dalle sale da tè giapponesi ed è arrivata nei libri, nei social, persino nei discorsi di interior design. Si, amici, giorno dopo giorno, questo principio dell’unicità di ogni momento che viviamo si è allontanato dal solo ambito della cerimonia del tè, diventando una filosofia di vita più ampia, che può essere applicata a tutti gli aspetti della quotidianità, dalle relazioni personali agli incontri casuali. Questa filosofia, applicata alla casa, modifica il concetto che di solito diamo alla dimora dove abitiamo: non è tanto importante come l’abbiamo arredata, ma come viviamo i momenti che trascorriamo fra le sue mura.

Al giorno d’oggi le nostre giornate scorrono fra convulse riunioni in videochiamata, notifiche, pulizie e lavatrici da stendere. La casa rischia di diventare solo il luogo in cui incastrare faccende e lavoro. La filosofia giapponese ICHIGO ICHIE, invece, applicata alla casa, sposta il focus: vivere qualitativamente tutti i momenti condivisi e gli spazi in cui ci si muove. Nel nostro concetto occidentale la casa viene vissuta come un oggetto inanimato, osservato, senza anima ne passione.

La filosofia giapponese non suggerisce di vivere la casa curando i colori, sistemando i mobili, vivendoci asetticamente, passando in soggiorno distratti, guardando lo schermo del telefono, la cucina con la tv di sottofondo, la camera da letto con il computer sul comodino. Ichigo Ichie suggerisce di usare l’interior design come cornice per momenti speciali, anche minuscoli: una luce più calda a tavola, una sedia girata verso la finestra, un oggetto che cambia con le stagioni. Non serve cambiare stile o comprare tutto nuovo, basta cambiare intenzione.

Al rientro a casa dopo una lunga giornata di lavoro, l’Ichigo Ichie, prima di buttare la borsa sul divano, suggerisce di aprire almeno una finestra e fare qualche respiro profondo. Sentire l’aria, i suoni esterni, la luce, diventa un micro rituale di passaggio fra “fuori” e “dentro” che viene riportato nel corpo, non solo nella testa. Altro elemento importante è trasformare il pasto in un incontro unico. Si inizia spegnendo la televisione e silenziando il cellulare, anche quando si mangia da soli. Una tovaglietta, una candela accesa e il tavolo il più possibile sgombro. Poi, osservate il colore del cibo, masticate con calma, ascoltate chi avete davanti o, se siete soli, la vostra stessa voce interiore.

Al termine, dedicate una sedia alla contemplazione. In soggiorno scegliete una seduta che non guardi la tv, ma la vista migliore che avete: una finestra, il terrazzo, persino il cortile interno. Sedetevi lì per leggere, ascoltare musica o semplicemente osservare come cambia la luce lungo la giornata. In ogni stagione scegliete un unico elemento protagonista. Può essere un vaso sul tavolo, un ramo appoggiato in ingresso, una ciotola con frutta di stagione, un tessile sul divano. Cambiatelo ogni mese o ogni stagione. Vi ricorderà che il tempo si muove, e che anche la vostra casa è viva.

Una volta terminata la giornata e andati a letto, proteggete i primi e ultimi cinque minuti in camera. Al risveglio, niente telefono. Aprite le tende, sentite il tessuto delle lenzuola, stiracchiatevi con calma. La sera, spegnete gli schermi un po’ prima, accendete una luce morbida, magari una candela, e fate tre respiri profondi seduti sul letto. Sono due momenti Ichigo Ichie che danno ritmo alla giornata. Infine, tenete un mini diario dei momenti in casa. Una volta al giorno annotate su un quaderno un momento speciale vissuto fra le mura domestiche: una risata in cucina, il sole sul pavimento, una telefonata fatta dal vostro angolo preferito. Rileggendolo, vedrete che la casa non è solo il posto in cui “fate delle cose”, ma il teatro dei vostri istanti migliori.

Ichigo Ichie non chiede di diventare minimalisti estremi né di fotografare ogni angolo per i social. Invita a scegliere che cosa tenere in vista, come apparecchiare, dove sedersi, in modo che ogni giorno contenga almeno un momento di presenza piena. La casa smette di essere scenografia da catalogo e torna ad essere ciò che dovrebbe essere: il luogo in cui vi ricordate che questo, proprio questo istante, non si ripeterà più.

Cari amici, La felicità, nella filosofia giapponese, non è un traguardo lontano, ma un percorso interiore quotidiano, fatto di istanti irripetibili e incontri che ci arricchiscono. Comprendere che ogni singolo momento è prezioso è lo scopo di ICHIGO ICHIE, la filosofia che può aiutarci ad apprezzare di più ciò che ci succede.

A domani.

Mario

 

mercoledì, settembre 09, 2026

UNA RIFLESSIONE SUL PENSIERO DI VICTOR HUGO SULL'ESSERE AMATI PER QUELLO CHE SI È. INSOMMA, “ESSERE AMATI ANCHE A DISPETTO DI QUELLO CHE SI È".


Oristano 9 settembre 2026

Cari amici,

Considerato il padre del romanticismo francese, VICTOR HUGO (Besançon, 1802 – Parigi, 1885) è stato poeta, drammaturgo e scrittore di grande rilievo. Nel 1869 nel suo libro “L’UOMO CHE RIDE”, il celebre  scrittore (ma anche rivoluzionario e patriota), riporta una sua curiosa ma tagliente frase: “La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è, o meglio, di essere amati a dispetto di quello che si è”. Considerato uno dei più grandi scrittori del XIX secolo, e forse il più celebre che la Francia abbia avuto, Victor Hugo fu molto amato dai francesi, in particolare  per le sue scelte di vita, la sua penna e il suo impegno politico, in quanto testimone e narratore dell'Europa dell'Ottocento. Scrisse numerosi libri, tra cui nel 1827 “Cromwell”, nella cui prefazione illustra le sue teorie sul teatro e sulla letteratura, teorie che metterà pienamente in pratica con “Hernani”, pubblicato nel 1830, che segna convenzionalmente l'inizio del Romanticismo in Francia. Nel 1831 pubblica “Notre Dame de Paris”, il suo primo grande romanzo, affresco di una Parigi medievale e della sua cattedrale gotica. Nel 1862, pubblica “I Miserabili”, opera colossale e fra le più lette del suo secolo.

Tornando alla sua famosa frase, presente nel libro “L’UOMO CHE RIDE”, Victor Hugo sostiene che per l’essere umano la più grande fortuna nella vita, è quella di essere amati, per quello che si è, ovvero con tutti i pregi e difetti, senza badare alle nostre crisi di nervi, alle nostre paure e angosce; insomma, essere amati per quello che si è, a prescindere da tutto! Ecco, essere amati per come siamo, nel senso di non dover indossare maschere o fingere di essere diversi per compiacere gli altri, restando sempre liberi nella propria autenticità.

Amici, l’affermazione “essere amati a dispetto di quello che si è” rappresenta il livello più alto dell'amore, quello che accoglie anche i nostri difetti, le nostre fragilità, i nostri errori e le nostre ombre, senza condizioni. Si, la suprema felicità nella vita dell’uomo è arrivare ad essere amato “sempre e comunque”, ovvero nonostante tutto! Questo è un passaggio cruciale, che supera gli standard, perché di norma si è amati per la capacità, per l’abilità, per il proprio successo, per ciò che sappiamo fare, mentre Victor Hugo immagina e vuole portare l’amore ad arrivare ad un’estensione totale.

L’amore ideale proposto da Victor Hugo parte da un principio fondamentale: La luce non si perde dove entra l'amore. E che amore! Un amore interamente fondato nella purezza. Non c'è cecità dove c'è certezza. In qualsiasi rapporto equilibrato c’è armonia nel dare e nel ricevere amore. Le relazioni umane sane si basano sullo scambio, sull’equilibrio tra dare e ricevere, dove i bisogni di ognuno vengono rispettati. Così l’amore vero rimane un meraviglioso dono che riesce a fra felici entrambi.

Cari amici, “Essere amati a dispetto di quello che si è”, è, indubbiamente, il livello più profondo dell'amore. Significa che l'amore più autentico non è quello che riceviamo quando siamo perfetti o irreprensibili, ma quello che ci accoglie anche con i nostri difetti, le nostre ombre e le nostre fragilità; significa che la persona che ci ama continua ad amarci con i nostri errori, le nostre incoerenze e i nostri momenti bui.  L’amore vero e di chi decide di amarti lo stesso, senza chiederti di indossare maschere. Vuol dire vivere un legame forte, che non si spezza di fronte alle umane debolezze. Ed è questa, per l’uomo, la felicità suprema.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, settembre 06, 2026

LE CAPACITÀ DEL CERVELLO UMANO E LA “TRAPPOLA DI PLATONE”. IL NOVELLO TIMORE DELL’AVANZARE DELL’A.I., RITENUTA CAPACE ADDIRITTURA DI DISTRUGGERE LA NOSTRA MEMORIA.


Oristano 6 SETTEMBRE 2026

Cari amici,

Da che mondo è mondo, quando un nuovo strumento utile all’uomo si inserisce tra quelli prima esistenti, si scatena sempre un certo panico. Succedeva migliaia di anni fa e succede ancora oggi. Duemila quattrocento anni fa, il grande filosofo Platone, visto l’avanzare dello sviluppo della scrittura sulla cultura orale, ebbe a scrivere nel suo “FEDRO” che questo nuovo strumento avrebbe distrutto la memoria e dato solo l'apparenza della sapienza. Platone, però, in questo caso, aveva ragione soltanto su un aspetto marginale della sua tesi: la memoria; questa, col progredire della scrittura, smise di essere l’unico archivio del sapere, ma senza perdere la propria capacità e potenza! Egli sottovalutò il cambiamento, perchè  la scrittura non solo non impoverì affatto la mente, ma addirittura la ristrutturò.

Il pensiero scritto contribuì alla sviluppo della logica, dell'analisi e della filosofia stessa. È indubbiamente la paura del nuovo che crea, oggi come ieri, ansia e preoccupazione, per cui alla comparsa di ogni nuovo medium cresce il timore del cambiamento. Questo timore è stato definito “LA TRAPPOLA DI PLATONE”: per  evidenziare quel parziale, errato giudizio espresso dal filosofo nel giudicare una nuova tecnologia come “Dannosa” solo per il fatto che sembrava danneggiare lo status quo precedente, ignorando lo sviluppo, in positivo, che avrebbe potuto avere.

Amici, l’innovazione ha sempre creato scompiglio, ansie e trasformazioni. Nel primi del Novecento, Il “Fordismo” con  le “catene di montaggio”, mise fuori gioco gli artigiani delle carrozze, ma non fu di certo un danno, ma un guadagno. La meccanizzazione che continuava ad avanzare continuò a ridurre la fatica fisica dell’uomo, ma il lavoro, così riorganizzato, migliorò anche qualitativamente. Nel suo libro, “L'inizio dell'infinito”, il fisico ed epistemologo David Deutsch scrive che i problemi sono inevitabili, ma sono anche risolvibili, e che ogni soluzione genera a sua volta nuovi problemi, in un ciclo senza fine.

Il “Cambiamento” non è da considerare mai un “Fallimento”. Cambiare significa aumentare la conoscenza, oggi come ieri. Ai giorni nostri siamo un po’ tutti terrorizzati dall’avanzare dell’Intelligenza Artificiale. Se anche l'I.A. generasse problemi nuovi per la formazione o il pensiero critico, non è detto che automaticamente la nostra mente entrerebbe in declino cognitivo; certo, come in passato, allo shock iniziale seguirebbero correttivi, come già avvenuto in passato con la meccanizzazione.

Oggi già un gran numero di studenti scrive con ChatGPT, ma questo non dimostra che le loro capacità critiche si indeboliscano, così come leggere non atrofizza la mente solo perché è meno impegnativo che scrivere. ChatGPT è uno strumento che, usato con capacità, può essere d’ aiuto a chi lo usa, ma sempre “Cum Judicio”, ovvero usando discernimento, controllo, attenzione e quant’altro. In questo modo il nostro cervello non potrà subire nessun declino cognitivo, dall’uso e dall’aiuto dell’Intelligenza Artificiale.

Cari amici, la realtà è che nell’uomo la paura del cambiamento c’è sempre stata. Ogni nuovo mezzo viene accolto come una minaccia al pensiero, finché, poi, non scopriamo che, invece, ne ha ampliato le possibilità. Il punto, allora, non è demonizzare l’avanzare e l'uso dell'Intelligenza Artificiale, ma accettare il cambiamento continuando a svolgere il compito che la scuola assolve da millenni e l'università da secoli: educare al pensiero critico, cioè alla capacità di valutare fonti, argomenti e affermazioni, qualunque sia il mezzo che li trasmette.

A domani.

Mario

 

sabato, settembre 05, 2026

L'UOMO E IL VALORE DELLA “CONSAPEVOLEZZA”. NON È INNATA, MA SI PUÒ SVILUPPARE IN MODO ECCELLENTE E CONSENTE UNA CONNESSIONE PROFONDA CON SE STESSI E IL MONDO.


Oristano 5 settembre 2026

Cari amici,

La “CONSAPEVOLEZZA” è un concetto complesso e profondo, che si sviluppa e che ci consente di conoscere meglio noi stessi e di comprenderci in tutta la nostra essenza. In Psicologia la consapevolezza è la capacità di riconoscere i nostri pensieri, le nostre emozioni e i nostri schemi comportamentali nello stesso momento in cui accadono; questa nostra abilità, seppure non sia una dote innata, può essere costantemente migliorata con l’uso e l’osservazione.  Si, la consapevolezza si può coltivare con pratiche quotidiane come mindfulness, journaling, autoriflessione e ascolto del corpo.

Amici, seppure la consapevolezza sia una cosa abbastanza importante, in tanti ignorano il reale significato del termine. Capita di sentirsi dire “Sei più consapevole”, ma in realtà ignori che cosa significhi davvero questa “consapevolezza, quasi fosse costituita da un’aria vaga, galleggiando in un mondo spirituale difficile da afferrare concretamente. Eppure, capire cos'è la consapevolezza, quella vera, ha poco a che fare con citazioni ispirazionali fumose o pratiche esoteriche. In psicologia, si tratta di una competenza reale e allenabile: la capacità di osservare ciò che accade dentro e fuori del soggetto nel momento presente, senza esserne travolto.

Abbiamo già detto che in psicologia, la consapevolezza può essere definita come la capacità di riconoscere cosa accade dentro di noi: pensieri, emozioni, sensazioni corporee, impulsi, schemi comportamentali, nel momento esatto in cui ciò accade, senza lasciarsi sopraffare da tutto questo. Ma attenzione: non mettiamo mai sullo stesso piano la consapevolezza con la “COSCIENZA”! Essere coscienti significa essere svegli, presenti nel senso biologico del termine. La consapevolezza, invece, va un passo più in là. Vediamo di chiarire meglio.

Andando in ufficio, possiamo essere perfettamente svegli e reattivi al traffico, e allo stesso tempo non accorgerci che abbiamo le spalle contratte, la mascella serrata, e un pensiero ansioso che gira in sottofondo da ore. Si, siamo coscienti, ma non consapevoli di ciò che ci sta succedendo dentro. In inglese questa distinzione si rende spesso con due parole diverse: consciousness (coscienza) e awareness (consapevolezza). In italiano la differenza è meno immediata, ma il concetto è fondamentale: la consapevolezza richiede un'attenzione intenzionale rivolta verso la propria esperienza interna.

Amici lettori, gli studi psicologici considerano tre livelli di “consapevolezza emotiva. Non tutte le persone, infatti, si relazionano alle proprie emozioni nello stesso modo, e capire dove ti trovi in questo momento può essere un punto di partenza prezioso. Puoi provare a riconoscerti in uno di questi tre livelli:

         Autoconsapevole: riconosci le tue emozioni mentre le stai vivendo, e riesci a usarle come informazioni. Per esempio, senti salire l'irritazione durante una riunione e capisci che quella frustrazione ti sta segnalando qualcosa di importante, un bisogno non ascoltato, un confine superato.

         Sopraffatto: le emozioni le senti eccome, ma arrivano come un'onda troppo grande. Finisci per reagire d'impulso, o ti ritrovi paralizzato/a, senza riuscire a capire davvero cosa sta succedendo. Un litigio che sembrava piccolo diventa enorme, e dopo non sai bene come ci sei arrivato/a.

         Rassegnato: hai imparato a non ascoltarti troppo. Vai avanti, fai quello che c'è da fare, ma le tue emozioni restano sullo sfondo, come un rumore che hai deciso di ignorare. "Sto bene" è la risposta automatica, anche quando non è del tutto vera.

Puoi provare a chiederti, senza giudicarti: in quale di queste tre posizioni ti ritrovi più spesso? Non esiste una risposta giusta, solo una risposta onesta.

A domani.

Mario

venerdì, settembre 04, 2026

LE MERAVIGLIOSE CAPACITÀ DEL NOSTRO CERVELLO. DOPO I 50 ANNI AVVIA UNA PROFONDA RISTRUTTURAZIONE BIOLOGICA E COGNITIVA, OTTIMIZZANDO PER IL FUTURO LE PROPRIE RETI NEURONALI.


Oristano 4 settembre 2026

Cari amici,

Che il nostro cervello sia la più straordinaria delle parti che compongono il nostro corpo, è ogni giorno più evidente. È indubbiamente un organo che non può essere minimamente paragonato ai super computer moderni, la cui limitatezza non consente certo dei paragoni. Si, amici lettori, il cervello umano dopo aver operato in modo efficiente e con grande capacità per circa mezzo secolo, inizia a dare il via ad una fase di profonda ristrutturazione biologica e cognitiva, nell’intento di ottimizzare le proprie reti neuronali e, in tal modo,  costruire una solida riserva di protezione per il futuro.

Questa scelta, che potremo definire di “revisione”, non sarebbe messa in atto soltanto per tamponare i danni causati dalla lenta usura: nell’area della memoria, ma anche per consentire una profonda riorganizzazione immunitaria, proprio nella fase della vita in cui cresce la vulnerabilità al declino cognitivo. Insomma, il nostro cervello si predispone ad affrontare gli anni della senilità con particolari, necessarie trasformazioni che possano compensare il normale invecchiamento.

Ecco alcuni particolari cambiamenti messi in atto dal nostro cervello dopo i 50 anni. In primis la Neuroplasticità attiva: Il cervello non smette di creare nuove connessioni e sinapsi, anche se i processi avvengono con ritmi diversi rispetto alla giovinezza. Inoltre, incorpora una Maggiore saggezza: Aumentano le capacità legate all'esperienza e alla visione d'insieme, superando la pura velocità di elaborazione. Aumenta poi la Riserva cognitiva: Ogni nuova attività aiuta a costruire una "scorta" di protezione per la mente.

Ecco evidenziate alcune “Azioni” predisposte per programmare e proteggere la mente. Movimento fisico: L'attività aerobica favorisce l'irrorazione sanguigna e stimola la crescita di nuove cellule. Apprendimento continuo: Imparare una lingua o un hobby stimola i circuiti neuronali. Riposo e alimentazione: Un buon sonno e cibi protettivi aiutano il cervello a ripulirsi e a funzionare al meglio. Le migliori attività per allenare la memoria, Come l'alimentazione prima indicata, protegge i neuroni benefici dell'attività fisica sulla mente.

Amici, a cinquant’anni la possibile demenza sembra un orizzonte remoto, una preoccupazione da rinviare insieme all’apparecchio acustico, al deambulatore e agli altri supporti fisici. Eppure è proprio in questa fase della vita che il cervello “vorrebbe” mettere in sicurezza il proprio avvenire. Non perché a cinquanta anni ci si debba aspettare di non ricordare dove si è parcheggiato: capita anche a trenta, specie se si risponde a un messaggio mentre si cercano le chiavi e si fa mente locale su cosa manca in frigorifero. Il punto è diverso: alcune condizioni tipiche della mezza età possono incidere a lungo termine sulla salute dei vasi sanguigni e, di conseguenza, su quella cerebrale.

Per poter affrontare seriamente le problematiche degli anni dopo i “50”, bisogna tener lontani 3 importanti fattori di rischio: ipertensione arteriosa; - diabete; - fumo di sigaretta. Iper tensione, diabete e fumo, nel tempo, lesionano le arterie, favoriscono aterosclerosi, infiammazione, micro-infarti cerebrali e alterazioni della sostanza bianca. La pressione alta sottopone i vasi a uno stress costante; il diabete compromette circolazione e metabolismo; il tabacco promuove infiammazione, trombosi e restringimento arterioso. Ne derivano maggiori probabilità di ictus e demenza vascolare, ma anche forme miste in cui il danno dei vasi si somma ai processi neurodegenerativi.

Cari amici, l futuro del cervello, in realtà, comincia prima dei fatidici 50 anni! A cinquant’anni si può non avere alcun disturbo di memoria e, allo stesso tempo, costruire già ora la salute cognitiva degli ottanta. È la sorpresa di questa fase della vita: mentre ci si preoccupa della prima ruga o del ginocchio che “commenta” le scale, i cambiamenti più importanti avvengono senza clamore. I primi cinquant’anni, dunque, non sono “troppo presto” per parlare di demenza: sono il momento giusto per provare a rimandarla il più a lungo possibile.

A domani, amici lettori!

Mario

giovedì, settembre 03, 2026

LA CULTURA NON HA ETÀ. TORNARE A SCUOLA DA GRANDI, UN OTTIMO SISTEMA PER MANTENERE GIOVANE, ATTIVO E IN FORMA IL NOSTRO CERVELLO.


Oristano 3 SETTEMBRE 2026

Cari amici,

Lo studio, l’apprendimento della conoscenza, sono indubbiamente un impegno formativo da svolgere di norma nel periodo giovanile, quello di formazione, perché la conoscenza che si acquisisce consente, in relazione alle aspirazioni di ciascuno, di svolgere poi l’attività più consona alle proprie ambizioni. Ciò non toglie, comunque, che “Riprendere o tornare a studiare” dopo molti anni, ovvero da grandi, non solo è possibile ma è anche alquanto fruttuoso per il nostro cervello, nonostante in una prima fase ciò appaia faticosissimo. Certo, studiare da giovani o da grandi sono indubbiamente due realtà completamente diverse, in quanto il cervello "giovane" deve assorbire concetti totalmente nuovi, mentre quello adulto è tarato per imparare cose nuove attraverso dei meccanismi diversi, che, sotto certi aspetti, utilizzano gli spicchi di vita già vissuta.

Si, amici, il vecchio dogma secondo cui il cervello adulto non impara più perché è, ormai, rigido e immutabile, ovvero è diventato obsoleto, è una falsa affermazione! Di recente, infatti, è stato dimostrato proprio il contrario. Teoria, quest’ultima, confermata dal pioniere della neuroplasticità moderna, Michael Merzenich, il rinomato neuroscienziato statunitense, ed è dimostrata nel tempo da casi come quello di Giuseppe Paternò che, nel 2022, si è laureato a 97 anni in Storia e filosofia con tanto di 110 e lode. Che studiare da grandi sia positivo per il nostro cervello lo troviamo evidenziato anche sul sito della Fondazione Veronesi, che considera le nuove acquisizioni culturali dell’età adulta come un vero e proprio “tesoretto", che aiutano il cervello a restare in allenamento e a mitigare anche eventuali segnali di invecchiamento: più impariamo, insomma, più il cervello crea nuove connessioni tra i neuroni e più resta in forma.

Studiare da adulti, amici lettori, è un grande aiuto al nostro cervello che con gli anni si avvia verso la senilità. Dal punto di vista del benessere che ne deriva, lanciarsi nell’avventura dello studio da adulti è un impegno che fa davvero molto bene alla persona. In questo millennio iper tecnologico, viviamo schiacciati sugli obiettivi del lavoro, e dimentichiamo, spesso, di dare attenzione a noi stessi. Tornare sui banchi, in particolare quelli dell’Università, da “grandi”, riprendere a studiare con i ragazzi dell’età dei propri figli, significa anche relazionarsi con le nuove generazioni quasi  ad armi pari. Significa portare all’interno della propria vita, una ventata di gioventù che fa bene ad entrambe le generazioni.

Viviamo, ormai, la nostra vita in funzione degli altri, sia nel lavoro che nella vita sociale e familiare. Riprendere a studiare da grandi consente, invece, di riprendere ad investire su se stessi, nel senso che si decide di mettersi nuovamente in gioco! Insomma, questo rinnovato amore per la conoscenza, diventa un forte stimolo per migliorare la propria autostima, riprendendo a darsi ancora valore. Sarà pure impegnativo, ma riprendere a frequentare i corsi di preparazione, seguire le lezioni e poi preparare gli esami, significa dedicare tempo e passione a sé stessi, ovvero rivalutare il proprio IO.

In un particolare studio, portato avanti dai ricercatori dalla Concordia University di Montreal, guidati da Jason Steffener e pubblicato sulla rivista «Neurobiology of Aging», è stato studiato il cervello di 331 adulti sani tra i 19 e i 79 anni, misurando il volume della materia grigia (che contiene i neuroni, e che diminuisce con l’età), attraverso la risonanza magnetica. Gli scienziati hanno scoperto che l’età del cervello si riduce di 0,95 anni per ogni anno trascorso a scuola o all’università. Secondo l’autore principale della ricerca, Jason Steffener, «questo studio dimostra che l’istruzione (oltre all’attività fisica) influenza la differenza tra una previsione fisiologica dell’invecchiamento e l’età cronologica e che le persone possono fare qualcosa di concreto per aiutare il loro cervello a rimanere giovane».

DUE DELLE MIE 3 TESI DI LAUREA

Amici lettori, Se vi venisse voglia di ricominciare a studiare dopo i 50 anni, fatelo senza esitazione! Ve lo dice uno come me, che a 57 anni è tornato sui banchi dell’Università senza timore, e in 9 anni di studio ha collezionato ben 3 lauree! Una in COMUNICAZIONE, una, specialistica, in GIORNALISMO e una, magistrale, in POLITICHE PUBBLICHE E GOVERNANCE. Posso dirvi che in un primo momento non è stato facile, ma, superato il panico iniziale, tutto è diventato meravigliosamente semplice e piacevole! Ho fatto amicizie importanti con giovani dell’età di mio figlio, e oggi collaboro, come giornalista pubblicista, con diversi giornali, ho scritto oltre una dozzina di libri e gestisco questo blog, su cui rifletto tutti i giorni.  Tutto questo mi appaga e mi dà l’impressione che il mio cervello sia felice! Provare per credere!

A domani.

Mario

mercoledì, settembre 02, 2026

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ, SECONDO OSCAR WILDE: «LA FELICITÀ NON È AVERE QUELLO CHE SI DESIDERA, MA DESIDERARE QUELLO CHE SI HA»


Oristano 2 settembre 2026

Cari amici,

Credo che nessuno, o, comunque, pochissimi di noi, abbiano mai visto delle persone "così felici da essere pienamente contente e appagate di quello che avevano"! Insomma, persone senza quel forte desiderio di avere molto di più di quanto già in loro possesso. Certo, amici lettori, desiderare è naturale per l’uomo, in quanto sono i desideri a spingerci a crescere, a sperimentare cose nuove, nell’idea di poter avere, domani, una vita migliore. Il vero problema sorge, però, quando ciò che viene magari con fatica conquistato, anche se prima appariva indispensabile, perde immediatamente valore, scatenando una corsa infinita ad avere “sempre di più”.

Si, amici, nella gran parte dei casi, siamo sempre insoddisfatti, pensando che ci manchi sempre qualcosa per arrivare ad essere felici: può essere conquistare un lavoro migliore, possedere più denaro, avere un bel riconoscimento per ciò che facciamo, oppure una vita di relazione da protagonisti; insomma, una vita ben più luminosa e appariscente di quella che viviamo. A mettere in evidenza questo nostro errato comportamento è stato uno dei più grandi scrittori contemporanei: OSCAL WILDE. Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900), fu scrittore, poeta, drammaturgo e spirito libero della letteratura europea fin-de-siècle.

Nei suoi scritti Oscar Wilde ci ricorda che la felicità non vive, non si trova sempre in ciò che ci manca, ma in quel nostro “sguardo nuovo”, capace di capire e amare ciò che abbiamo, che possediamo. Per Wilde «La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha», evidenziando in questo modo l’arte di non sprecare il presente! Questa sua frase può anche sembrare semplicistica, ma contiene una riflessione profonda sul modo in cui noi umani inseguiamo la felicità. Siamo spesso convinti che staremo bene soltanto quando avremo raggiunto un obiettivo, ottenuto qualcosa di più o cambiato una parte della nostra vita. Nel frattempo, però, rischiamo di considerare il presente soltanto come una “sala d’attesa”.

Quella che portiamo avanti è una corsa che in realtà praticamente non arriverà mai alla fine. Pensiamo che ci manchi sempre un elemento decisivo per essere felici: un lavoro migliore, più denaro, una relazione diversa, un riconoscimento o una vita apparentemente più interessante. Wilde con la sua massima apparentemente semplice, non ci invita alla rassegnazione! Accontentarci di ciò che abbiamo non significa cancellare la nostra ambizione, significa, piuttosto, riuscire a dare valore a ciò che abbiamo già, mentre continuiamo a costruire il futuro. Possiamo voler cambiare lavoro e, nello stesso tempo, riconoscere ciò che abbiamo fatto fino ad oggi; possiamo inseguire un nostro nuovo progetto di vita, senza disprezzare il percorso fatto finora.

Essere obiettivi, essere grati per ciò che abbiamo realizzato, non cancella l’ambizione! Anzi, riesce a rendere la nostra vita più equilibrata, perché ci impedisce di vivere ogni giornata con la sensazione di insoddisfazione, nel senso di vivere in maniera incompleta. A renderci “Insoddisfatti” è l’abitudine. L’abitudine tende a coprire tutto con una patina di normalità. Così iniziamo ad accorgerci dell’importanza di qualcosa soltanto quando rischiamo di perderla o quando non è più disponibile. Apprezzare ciò che abbiamo significa guardare di nuovo dentro di noi, significa non aspettare l’assenza per comprendere la presenza, né una perdita per riconoscere la fortuna che avevamo davanti.

Amici, questo non significa ignorare i problemi o fingere che vada sempre tutto bene. Vuol dire evitare che ciò che ci manca occupi l’intero nostro campo visivo, cancellando ciò che invece continua a sostenerci. A volte non abbiamo bisogno di aggiungere qualcosa alla nostra vita: abbiamo bisogno di tornare a vedere ciò che la fretta, il confronto e l’insoddisfazione ci hanno fatto dimenticare. Oscar Wilde ci invita indirettamente a riportare lo sguardo dentro la nostra esperienza di vita. Non lasciamoci travisare dall’osservazione della vita degli altri, viviamo al meglio la nostra!

Cari amici lettori, apprezziamo sempre quello che abbiamo, smettiamo di essere insoddisfatti della nostra vita; non aspettiamo il domani perfetto, la sicurezza assoluta o il momento in cui ogni cosa sarà finalmente al proprio posto. Certo, il presente non è sempre straordinario, è fatto di giornate ripetitive, piccoli impegni, gesti semplici e momenti che sembrano non lasciare traccia. Eppure è proprio lì, nella normalità, che si svolge la maggior parte della nostra esistenza. Tuti dovremmo davvero riflettere sull’importanza ed il valore della massima di Oscar Wilde!

A domani.

Mario