Oristano 24 maggio 2026
Cari amici,
Nel Terzo Millennio che stiamo
percorrendo la nostra vita è giocoforza
vissuta all’interno di determinate regole: quelle della “PLATFORM SOCIETY” (società delle
piattaforme), un particolare ordine sociale in cui le piattaforme digitali
(come Google, Facebook, Amazon, Uber) costituiscono l'infrastruttura
fondamentale che organizza un po’ tutto: dalle interazioni familiari a quelle
sociali, da quelle economiche a quelle politiche. In realtà questi non sono
semplici strumenti, ma forti architetture, che strutturano le relazioni e mercificano
i dati, trasformando profondamente le regole della precedente società.
Tutto iniziò praticamente
circa venti anni fa, nel 2004, quando nel mese di febbraio in una stanza del
dormitorio di Harvard lo studente Mark Zuckerberg lanciava in internet la
piattaforma “The Facebook”. Era rivolta
agli studenti del college, ed era nata come una “piattaforma di condivisione” e
di conoscenza per gli studenti; presto, però, fu ampliata e, in pochi mesi,
diventò un fenomeno prima nazionale e poi internazionale. Facebook, in tempi
brevi, riuscendo a cambiare completamente la nostra socialità.
Passo dopo passo, nell’avvicendarsi
delle generazioni, da chi ci è cresciuto insieme a chi, come i tardi
millennials, ci ha passato sopra l’adolescenza, le piattaforme di condivisione hanno
cambiato il modo di vivere le relazioni, il modo di approcciarsi l’un l’altro, modificando
completamente gli stili di vita delle generazioni precedenti. Praticare le
regole della “Platform Society” hanno comportato un cambio epocale; Dalle piazze
reali si è passati alle piazze virtuali, dove si impara a conoscere qualcuno
attraverso uno schermo: un modo nuovo per dare la giusta distanza, per avere il
tempo di ponderare le risposte, modellare la propria personalità sulla base di
idee e concetti appresi sui social, smussare gli angoli di un carattere un po’
diverso dalla realtà.
Si, amici, viviamo
immersi nella Platform society che lentamente ma inesorabilmente modifica la
forma delle nostre menti, frammenta l'attenzione e ci nega la possibilità di
abitare, di vivere un tempo sereno, disteso. Una delle conseguenze importanti è che la nostra “SOGLIA
DI ATTENZIONE MEDIA” è calata notevolmente negli ultimi anni, e
probabilmente sono poche le persone che possono dire di non aver mai fatto dei
tentativi per tenere lontano lo smartphone durante il lavoro o lo studio, ma
senza grandi risultati. Eppure non si tratta solo di una questione di tempo
sprecato in varie forme di intrattenimento digitale, ma della difficoltà di
rimanere a lungo nella stessa attività.
La ricercatrice Gloria
Mark, che studia l’attenzione all’Università della California, misura da
vent’anni quanto riusciamo a restare su uno schermo prima di guardare altrove.
Nel 2004 erano due minuti e mezzo, mentre oggi sono 47 secondi! Non serve che
qualcuno ci interrompa, ma siamo noi da soli che mentre stiamo leggendo la
pagina di un libro ci fermiamo per guardare qualcos’altro, come se avessimo
ricevuto una notifica e non potessimo perdercela.
La ricercatrice olandese
José van Dijck definisce, con «Platform society», la condizione in cui le
piattaforme digitali sono diventate il luogo in cui viviamo, lavoriamo, ci
incontriamo, ci innamoriamo, leggiamo, compriamo, ci informiamo e passiamo il
tempo libero. Sono diventate la forma stessa della nostra vita e vivono di
attenzione. Di conseguenza, dopo anni di questa esposizione continua, qualcosa
in noi si è adattato, e la forma dell’ambiente in cui passiamo molto tempo
delle nostre giornate modifica la forma delle nostre teste.
Quando, la sera, ci
accorgiamo di non avere più niente da dare a chi abbiamo davanti, o non
ricordiamo cosa abbiamo fatto in quelle ore passate a scorrere qualcosa che non
era nemmeno davvero interessante, il rischio è quello di colpevolizzarsi
aggiungendo dolore su dolore. Ma il fatto è che viviamo in un posto che è
costruito perché quelle ore si dissolvano. Il detox individuale, in questo
senso, somiglia un po’ al tentativo di migliorare la qualità dell’aria in una
stanza di una città molto inquinata aprendo di tanto in tanto la finestra.
Aiuta, ma il problema resta fuori.
Cari amici, è indubbio
che i social siano ormai parte della nostra vita sociale, politica e culturale:
ci informano sull’attualità, dettano le mode, mobilitano piazze e
interrogazioni parlamentari. Non c’è nulla della nostra vita – di quella dei
più giovani, soprattutto – che non venga passata al vetriolo attraverso lo
schermo dei social. Allora, ben prima di domandarci come poter aumentare la
nostra soglia di attenzione, chiediamoci cosa vogliamo che resti di noi, alla
fine di una giornata passata dentro un’architettura splendente e scaltra, che
lavora alacremente per annientarci, per farci dimenticare dove e chi siamo stati.
A domani.
Mario


















.jpg)











.jpg)






















