martedì, agosto 11, 2026

NASCERE “MANCINI”: È DA CONSIDERARSI UN VANTAGGIO, OPPURE UN HANDICAP? I PRO E I CONTRO DI ESSERE NATI DIVERSI. VANTAGGI E SVANTAGGI: COSA RIVELA LA SCIENZA.


Oristano 11 agosto 2026

Cari amici,

Il post di oggi credo che mi sia proprio congeniale, considerato anche io sono nato MANCINO! Essere mancini significa avere una naturale predisposizione a utilizzare prevalentemente gli arti e gli organi di senso del lato sinistro del corpo (in particolare la mano). Quanto alla loro diffusione si è accertato che i mancini sono circa il 10-15% della popolazione mondiale, in quanto è l'emisfero cerebrale destro del loro cervello che controlla la parte sinistra dell'organismo, il contrario dei destrimani. Essere mancini, dunque, è una caratteristica neurobiologica determinata da fattori genetici e dallo sviluppo dell'embrione.

Il neurologo dell'azienda ospedaliero universitaria Vanvitelli Dottor Luigi Lavorgna, così si esprime sui mancini: “In realtà il 10-15% della popolazione è mancina, e questa percentuale abbastanza ampia può far emergere campioni e geni in ogni campo. Un mancino è per definizione un individuo che sa usare preferibilmente il lato sinistro del corpo per le attività motorie, il che rimanda alle funzioni e specializzazioni dell'emisfero controlaterale che nei mancini è dominante a destra. Essere mancini ha una origine multifattoriale, basata su varianti genetiche, sviluppo prenatale durante la gravidanza, sulla maturazione cerebrale, sul neuro sviluppo e una serie di altre variabili biologiche molto complesse che emergono dagli studi più recenti sui geni coinvolti nella organizzazione cellulare generale”.

“Il cervello – continua il neurologo - ha due emisferi speculari, ma ognuno è geneticamente determinato a una specializzazione con la presenza ad esempio dell'area del linguaggio e dell'udito, prevalentemente sull'emisfero di sinistra, mentre il destro, che presiede alle attività motorie della parte sinistra è muto. I geni che codificano per le asimmetrie cerebrali sono coinvolti nel mancinismo. Che i mancini siano associati a maggiore creatività e genio è per certi versi vero e affascinante ma è una semplificazione. In pratica le persone mancine sono più studiate per cercare di capire le asimmetrie del loro cervello.”

Ci si chiede: Come mai la percentuale dei mancini è rimasta praticamente invariata dopo molti anni? Gli studi hanno appurato che questa percentuale si mantiene stabile da 500mila anni, presumibilmente per una ragione scientifica. Alcune teorie fanno riferimento ai nostri progenitori guerrieri che usavano la destra per la spada e la sinistra per lo scudo proteggendo meglio, se destrimani, il cuore e l'aorta. Ma la risposta a questi interrogativi della scienza non è semplice. I destrimani avrebbero un vantaggio nella coordinazione e nell'uso degli attrezzi. Spada compresa. Per milioni di anni l'uomo ha usato attrezzi. Lanciare, scheggiare pietre, usare archi, spade, aratri.

Quale, dunque, il vantaggio dei mancini? L’effetto sorpresa: se i destri sono il 90%, il mondo è fatto per i destri. Porte, forbici, mouse, armi. Ma proprio per questo il mancino ha un vantaggio agonistico. Nello sport si chiama southpaw advantage. Un mancino tira, calcia, colpisce da un angolo in cui il destro non si allena mai. Maradona, Nadal, hanno fatto la storia così. In passato anche in battaglia: uno spadaccino mancino metteva in difficoltà chi era abituato a combattere contro destri. Quindi la natura terrebbe i mancini intorno al 10% perché è il "punto perfetto": abbastanza pochi da essere imprevedibili ma non così tanti da perdere il vantaggio della sorpresa. I biologi lo chiamano equilibrio evolutivo a frequenza-dipendente.

Per questo la selezione naturale "frena" la percentuale e la tiene bassa. In sintesi, i destrimani hanno vantaggio nella cooperazione, nell’uso degli attrezzi e nella stabilità cerebrale. I mancini uno  svantaggio nella vita quotidiana ma vantaggio competitivo nello sport, nella guerra e nella creatività. Attenzione i mancini non sono supereroi ma hanno più flessibilità, più creatività, migliore recupero dopo ictus. A volte però fanno più confusione, hanno più difficoltà a scegliere "un solo" modo di fare le cose. Per questo nei test vediamo più mancini sia tra i geni assoluti che tra chi ha disturbi dell’apprendimento. Le code della distribuzione sono più larghe. In poche parole i destri sono specializzati, i mancini più generalisti.

Amici, Nel mezzo tra destri e mancini ci sono altre due categorie: gli ambidestri e i mancini "corretti". La scienza li studia da anni perché sono la prova che la lateralizzazione non è bianco o nero. Gli ambidestri veri, quelli che scrivono uguale con entrambe le mani, sono rarissimi. Parliamo dello 0,1% della popolazione. 1 su 1000. La maggior parte di quelli che si definiscono "ambidestri" in realtà sono misti. Scrivono con la destra ma tirano col sinistro, tagliano col sinistro, e giocano a tennis col dritto di sinistra. Leonardo da Vinci scriveva da destra a sinistra con la sinistra, ma disegnava con entrambe.

In ultimo ci sono i “mancini forzati”. Sono quelli a cui – come me - da piccoli è stato "insegnato" a usare forzatamente la destra. Fino agli anni 70-80 a scuola era prassi comune. Il cervello era cablato per il sinistro ma per anni è stato allenato a fare tutto con la destra. Molti dei “corretti” diventano abilissimi con entrambe le mani. Usano la destra per scrivere ma il sinistro resta dominante per sport, musica, forza. Il cervello impara a usare entrambi gli emisferi in modo molto efficiente. Alcuni studi li collegano a maggiore perfezionismo e ansia. Hanno passato l’infanzia a "lottare" contro la loro natura. Oggi la neurologia è chiara: forzare un bambino mancino a diventare destro non serve e può dare solo problemi. Meglio lasciargli usare la mano sinistra che il destino gli ha dato!

Cari amici, volete sapere come mi sento IO, da mancino corretto? Contento di essere nato mancino!

A domani.

Mario

lunedì, agosto 10, 2026

IL VALORE DEL “TEMPO PRESENTE” SECONDO SENECA: “SI VOLGE AD ATTENDERE IL FUTURO SOLO CHI NON SA VIVERE IL PRESENTE”.


Oristano 10 agosto 2026

Cari amici,

Che la vita sia fatta di sogni, di speranze, di attesa di un futuro migliore, è sempre stato un po’ il comportamento dell’essere umano, restio ad accettare lo “status quo” senza sognare di migliorare la propria condizione. Tuttavia, ciò non significa vivere in un sogno perenne, ovvero restare in attesa di un futuro luminoso e radioso! La realtà va vissuta giorno per giorno, godendo di ciò che abbiamo, seppure attivandoci per un domani migliore. Una cosa è certa: dobbiamo godere il presente, se vogliamo vivere felici.

In passato questo concetto fu fortemente ribadito dal grande LUCIO ANNEO SENECA (Corduba, 4 a.C. – Roma, aprile 65), filosofo, drammaturgo e politico romano. Secondo Seneca, chi non è capace di vivere accettando il momento presente, finisce inevitabilmente per rifugiarsi nell’attesa del domani. Con la sua famosa frase: “Si volge ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il presente”, il filosofo stoico ci ricorda che l'esistenza non è una mera questione di ore o anni accumulati, ma è fatta di presenza mentale. Proiettarsi costantemente in avanti, sperando che la felicità o la serenità si trovino sempre un passo più in là, è solo un'illusione! Seneca, dunque, ci sprona a invertire la rotta: il futuro non può e non deve diventare la via di fuga dalle responsabilità del nostro oggi.

Amici, è giusto chiarire che “Aspettare il futuro” non è sempre sbagliato. Fare progetti, desiderare un cambiamento, immaginare una vita migliore sono atteggiamenti naturali e spesso necessari. Come ho accennato prima, il problema nasce quando l’attesa diventa l’unico modo di esistere. Chi vive pensando solo a ciò che verrà, rischia di trasformare il presente in una sala d’attesa, un tempo sospeso, da sopportare in vista di qualcosa che deve ancora accadere. In questo senso, la frase di Seneca è molto attuale: quante volte rimandiamo la felicità a “quando avrò più tempo”, “quando cambierò lavoro”, “quando le cose andranno meglio”? Il rischio è che, continuando ad aspettare, la vita passi senza essere realmente vissuta.

Il pensiero del grande filosofo non deve essere interpretato come un invito a smettere di immaginare il domani, il futuro! Tutti noi abbiamo progetti, desideri, cose che speriamo possano cambiare e migliorare la nostra vita, ma non possiamo stare immobili in attesa di un futuro nel quale pensiamo che potremmo essere felici! Vivere il presente significa anche questo: continuare a costruire, ma senza trattare l’oggi come qualcosa di negativo, che ci rende infelici. Il domani resta sempre incerto, mentre il presente è l’unico momento in cui possiamo vivere confrontandoci, prendendo decisioni, cambiando direzione, prendendoci cura di ciò che conta davvero. Forse è proprio qui, nelle piccole scelte di ogni giorno, che comincia la nostra libertà e anche la nostra attuale felicità.

Amici lettori, la frase di Seneca prima riportata, pur pronunciata migliaia di anni fa, risulta alquanto attuale anche oggi. Viviamo a ritmi sempre più sostenuti, sempre più proiettati in avanti: il prossimo traguardo, il prossimo acquisto, il prossimo cambiamento, la prossima versione di noi stessi. C’è sempre qualcosa da raggiungere e, spesso, qualcosa che ci fa sentire ancora “non abbastanza”. Così finiamo per vivere come se la parte migliore della nostra vita dovesse iniziare dopo: dopo un esame, dopo un lavoro migliore, dopo un periodo difficile, dopo aver sistemato tutto. Seneca ci riporta invece a una verità più semplice: la vita non è soltanto "quello che sogniamo domani” e che oggi ci manca!

L’ammonimento di Seneca vuole ricordarci l’importanza dell’oggi: chi non sa accontentarsi del presente rischia di consegnare la propria vita all’attesa. Il futuro può diventare una promessa seducente, ma anche un inganno, se ci porta a ignorare ciò che abbiamo oggi davanti. Seneca ci invita a recuperare consapevolezza e responsabilità: vivere il presente non vuol dire accontentarsi, ma imparare a essere protagonisti del tempo che ci è stato dato. Perché la vita non comincia domani, non inizia quando tutto sarà perfetto: la vita è adesso, nel momento preciso in cui scegliamo di esserci davvero. Ecco il consiglio per vivere felici.

Cari amici, è una riflessione che apprezzo molto, perché anche la mia modesta opinione è che la vita va vissuta oggi, accettandola per quello che è, seppure senza mai rinunciare ai sogni per un domani migliore!

A domani.

Mario

domenica, agosto 09, 2026

L'ANTICA TRADIZIONE DI ACCOMPAGNARE IL PROSCIUTTO COL MELONE. UN ABBINAMENTO CHE DURA DA OLTRE 2 MILA ANNI.


Oristano 9 agosto 2026

Cari amici,

Uno degli antipasti preferiti, in particolare nella calda stagione estiva, è proprio quello che vede insieme “PROSCIUTTO E MELONE”. Questo felice abbinamento, che possiamo addirittura considerare uno dei migliori antipasti dell’estate, è alquanto antico; era famoso nell’antica Roma, dove era addirittura consigliato dagli illustri medici dell’epoca. Di recente un libro di Pellegrino Artusi conferma che questo connubio è una tradizione consolidata, che dura da quasi duemila anni.

Si amici, se oggi sulle nostre tavole gustiamo il prosciutto con il melone, lo dobbiamo a un signore chiamato GALENO. Questo personaggio era uno studioso greco, medico personale di Marco Aurelio, che nel II secolo d.C. iniziò a formulare le prime teorie sul ruolo dell’alimentazione sulla salute. E, tra le tante, luminose idee da lui concepite, c’era proprio questo insolito abbinamento dolce e salato. Un principio davvero semplice, che, secondo Galeno, era il giusto equilibrio tra caldo, freddo, umido e secco in tutti i pasti. Insomma, un principio semplice ed equilibrato, che consentiva anche di vivere più a lungo.

Amici, questo abbinamento agrodolce iniziò così a spopolare e, giorno dopo giorno, diventò l’antipasto più famoso varcando i secoli e anche i millenni arrivando senza timore fino alle nostre estati, nelle quali l’antipasto di prosciutto e melone è il preferito: il melone con la sua dolcezza, freschezza e umidità, che si sposa perfettamente con un alimento salato, asciutto e caldo come il prosciutto. Per i romani, eccellenti anche in fatto di alimentazione e cura del corpo, il cibo, e ancor di più il giusto accostamento tra i vari ingredienti, era considerato curativo. Il formaggio con le pere, le pesche con il vino… le accoppiate più celebri della cucina italiana sono nate proprio per questo motivo salutare.

La felice realtà, cari lettori, è che le ricette intelligenti del passato sono felicemente arrivate fino a noi, e gli studiosi di oggi, anche per l’abbinamento del prosciutto con il melone, hanno voluto effettuare degli studi per accertarne gli effetti dell’abbinamento. Anche uno studioso statunitense, Harold McGee, nel 2004, ha provato a riprendere (anzi, riformulare) la teoria di Galeno. Le sue ricerche, in particolare sulla chimica del cibo le ha raccolte in un libro (On Food and Cooking: The Science and Lore of the Kitchen), in cui spiega che, durante la maturazione, i grassi insaturi del prosciutto danno vita a componenti volatili che creano un profumo simile a quello del melone molto maturo. Alla base di questo felice matrimonio, quindi, ci sarebbe più una somiglianza olfattiva, che una ragione nutrizionale. Del resto, il prosciutto non è il più salubre degli alimenti, a prescindere dalla ricetta che lo vede protagonista: parlare di benefici per la salute, oggi, in realtà sarebbe davvero bizzarro.

Comunque sia, quella tra prosciutto e melone è una relazione felice e duratura. Ai tempi nostri ci è arrivata senza perdere il suo fascino, e ogni estate ritorna sulle tavole italiane senza essere mai messa in dubbio. Il primo a scriverne con competenza fu Pellegrino Artusi nel suo libro “La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, del 1891. Tuttavia, già tra il Quattrocento e il Cinquecento questo antipasto era diventato una presenza fissa sui banchetti nobiliari italiani. La varietà di melone più utilizzata è il cantalupo, ma nulla vieta di giocare un po’ con gli ingredienti: tra l’altro, il prosciutto può abbinarsi bene anche ad altri frutti (mai provato con le pesche?).

Ai giorni nostri il boom in Italia dell’antipasto “Prosciutto e melone” c’è stato tra gli anni ’50 e ’60; un successo che sembra destinato a perdurare nel tempo. In fondo, è un piatto semplice, freddo, goloso e veloce da preparare. L’accostamento resta comunque insolito, e non per tutti funziona: è uno di quei piatti divisivi che creano fazioni, tra favorevoli e contrari, che continueranno a esistere per sempre.

Cari amici,  io personalmente apprezzo questo antipasto, che, nelle giornate calde e afose come quelle di questi giorni, ci regala freschezza e sapore! Insomma, un fresco piatto di prosciutto e melone ci regala sempre un gioioso pizzico di freschezza, oltre che di ottimo sapore!

A domani fedeli lettori.

Mario

 

 

sabato, agosto 08, 2026

LE ORIGINI E IL SIGNIFICATO DI ALCUNE CURIOSE ESPRESSIONI, COME AD ESEMPIO “FARE LE COSE ALLA CARLONA”.


Oristano 8 agosto 2026

 Cari amici,

Al giorno d’oggi l'espressione "FARE LE COSE ALLA CARLONA" è un modo di dire talmente diffuso che viene usato in tantissimi contesti per evidenziare lo svolgimento di un lavoro fatto in modo approssimativo e grossolano, oltre che frettoloso. Si, il suo uso va dal Nord al Sud, anche se è alquanto più diffuso nel Nord Italia. Eppure alle persone curiose come me, viene spontaneo chiedersi come possa essere nata questa espressione, e, detto fatto, ho iniziato una ricerca che è riuscita a risalire alle origini di questo curioso modo di dire. Vediamolo insieme.

Dietro questa curiosa espressione, apparentemente semplice, si nasconde una storia millenaria, che intreccia e fa riferimento alla figura del grande Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero nell'VIII secolo. Stando ai si dice, il grande imperatore pare fosse un uomo goffo e un po' rozzo, tanto che entrò con forza per queste caratteristiche nella letteratura satirica del Cinquecento e anche in molte chiacchiere e curiosità popolari.

Ovviamente non è facile arrivare a pensare che il fondatore del Sacro Romano Impero, quindi un leader brillante e potente, sia passato alla storia a simboleggiare la sciatteria e l'approssimazione! La colpa di questa transizione semantica, se di colpa si può parlare, è da imputare alla letteratura. Nei tardi poemi epico-cavallereschi e nelle canzoni di gesta, la figura storica dell'imperatore venne caricaturizzata e subì una trasformazione popolare: Re Carlone divenne impropriamente un personaggio bonario, semplice, frugale e a tratti persino ingenuo e goffo, che si affidava ciecamente ai suoi paladini per prendere decisioni.

A creare tale immagine letteraria di questo sovrano contribuì sicuramente un fatto riportato da un curioso aneddoto tramandato dalla tradizione. Carlo Magno un giorno invitò a corte la nobiltà francese per una battuta di caccia. Mentre gli illustri ospiti si presentarono sfarzosamente abbigliati con abiti creati da grandi sarti, l'imperatore li accolse vestito con abiti semplici, addirittura grossolani, ovvero simili a quelli di un contadino. Da quell'episodio, il detto "VESTIRE ALLA CARLONA" iniziò a indicare un modo di fare e di abbigliarsi privo di cura ed eleganza.

Amici, in poco tempo l'espressione semplicistica passò dalle chiacchiere di popolo agli scritti, iniziando a circolare anche a livello letterario, per indicare qualcosa fatta in maniera sbadata e trascurata, proprio con riferimento alla proverbiale e leggendaria noncuranza di Re Carlone. Da quel momento la curiosa espressione passò da semplice modo di dire a una vera e propria voce del registro linguistico (avvenne a circa metà del Cinquecento), grazie a Pietro Nelli, un autore senese. Nascosto dietro lo pseudonimo di Andrea da Bergamo, Nelli pubblicò nel 1546 un'opera intitolata proprio “Le Satire alla carlona”. A metà del Cinquecento prese piede la poesia satirico-burlesca, un genere che si opponeva alla perfezione rigida, artificiosa e ripetitiva della poesia petrarchesca (il cosiddetto "petrarchismo") che dominava le corti dell'epoca. In tale contesto letterario, scrivere "alla carlona" divenne una precisa scelta stilistica di coloro che adottarono uno "stile basso", umile, semplice e vicino al parlato. Pietro Nelli nei suoi testi si autodefiniva un "uomo grosso" (un uomo semplice) e descriveva i propri versi come "versacci sgangherati". Naturalmente, questa rozzezza era una raffinatissima finzione letteraria, dove fingere di scrivere "alla carlona" era un modo per proporre una poesia apparentemente spontanea e vitale, libera dalla prigionia della grammatica formale.

Con il passare dei secoli, l'espressione si staccò progressivamente dalla figura storica e letteraria di Carlo Magno, perdendo il suo antico legame con l'imperatore per assumere un significato più generale. Al giorno d’oggi, "FARE LE COSE ALLA CARLONA" indica universalmente un'azione compiuta in fretta, senza metodo, in maniera superficiale e disordinata. Ovviamente questa non è l’unica espressione popolare usata per indicare le cose fatte in fretta e male; giusto qualche esempio: si può dire "alla bell'e meglio" quando facciamo qualcosa con i mezzi a disposizione, ma con poca accuratezza, oppure ancora "alla buona" con connotazione talvolta positiva. In termini più ricercati si può usare "alla rinfusa" per sottolineare il caos, o anche "a casaccio", per evidenziare l’assenza di criterio logico.

Cari amici, come ho accennato in premessa, ogni “modo di dire” nasce da un curioso fatto reale, che, poi, magari, si spersonalizza. Nel frenetico panorama moderno, che è ossessionato dall'efficienza impeccabile, fare le cose "alla carlona" ha allargato notevolmente il suo significato originale, che, comunque, serve a ricordare che la natura umana è fatta di esseri imperfetti, persino se si è grandi imperatori d’Europa come Carlo Magno!

A domani.

Mario

venerdì, agosto 07, 2026

VIENE DALLA SVEZIA LA FILOSOFIA DI UNA VITA SOBRIA: SENZA ECCESSI MA DI QUALITÀ. È LA FILOSOFIA “LAGOM”: ESSERE MENO RICCHI MA PIÙ FELICI.


Oristano 7 agosto 2026

Cari amici,

I Paesi del Nord Europa, notoriamente a clima freddo, sono, da sempre, titolari una filosofia alquanto diversa dai “caldi Paesi” del Mediterraneo. Una filosofia molto più vicina al minimo indispensabile, dove non è quasi mai presente il superfluo, concentrandosi, invece, sull’essenziale. È il “LAGOM” (pronunciato là-gom) l'arte svedese del "giusto mezzo", che, in particolare nel lavoro, non significa fare meno, ma concentrarsi sull'essenziale, eliminando gli eccessi e lo stress inutile, per ottenere una vita più equilibrata, sostenibile e felice, celebrando in questo modo l'armonia e la moderazione in ogni aspetto del quotidiano.

Il proverbio svedese “LAGOM ÄR BÄST” (la giusta quantità è la migliore) racchiude l'essenza di questa filosofia: trovare la misura perfetta che non è né troppo, né troppo poco. Indubbiamente un modo di vivere che si basa su una vita sobria e all'insegna del benessere in cui ogni eccesso è bandito. Giusto ma senza rinunciare a nulla: Meno ricchi, ma più felici. Curiosando sulla vita svedese, basta fare un giro sui principali social network, da Facebook a Instagram, per avere una cartina al tornasole del fenomeno che, secondo la rivista «Vogue», sarà uno dei trend del futuro. Nella vita di chi sposa lo stile «Lagom», non deve mancare nulla. Ma ogni eccesso è bandito. Una scelta chiara: quella di non rinunciare a nulla di ciò che determina uno stato di benessere, ma di evitare qualsiasi eccesso che porta a scivolare nel consumismo spinto.

Amici, vivere secondo la filosofia “Lagom” significa fare tutto ciò che rientra nelle proprie possibilità, ma senza eccessi. Si può avere una bella casa, viaggiare spesso, investire negli hobby, organizzare feste con gli amici; ok, ma purché tutto sia fatto con misura. La parola d’ordine è equilibrio, e per riassumerla è sufficiente descrivere una scelta attuata dai cittadini svedesi che per primi si sono votati al nuovo stile di vita. Per meglio capire, proviamo a fermarci su alcuni esempi. A questo punto, Sorge spontanea una domanda: la Svezia è un Paese perfetto?

Vediamo qualche dettaglio. A colazione, per esempio, ecco la scelta del latte da bere: né intero né totalmente privo di grassi. Parzialmente scremato può andare bene, in quanto capace di soddisfare le esigenze del palato con quelle della salute. In chiave Lagom si può fare tutto: guidare un’auto sportiva, mangiare il pesce, bere un buon vino, organizzare una vacanza, ma l’importante è mettere la moderazione davanti a tutto! Ecco, per esempio, perché non è un caso che due colossi commerciali come IKEA e H&M nascano proprio in Scandinavia, la patria della moderazione come stile di vita.

Osservando il mondo del lavoro, possiamo notare che gli svedesi preferiscono smettere di lavorare alle 17: dopo c’è tempo soltanto per famiglia, amici e i propri interessi. Per il «Financial Times», imprenditori e direttori di aziende potrebbero trarre lezioni importanti dal modello svedese: la collettività batte l’individualismo, il gruppo vale più del singolo ed è il datore di lavoro a incoraggiare colleghi e dipendenti a lavorare meno ore ma in modo più efficace e produttivo.

La filosofia svedese non è molto lontana dall’antica filosofia classica: «La virtù sta nel mezzo», scriveva Aristotele. Un principio, quello greco della mesòtes, che trova un'eco sorprendentemente attuale nel Lagom, la filosofia di vita svedese il cui significato viene spesso riassunto con l'espressione “né troppo, né troppo poco”. Più che un insieme di regole, è un modo di affrontare la quotidianità che invita a cercare la giusta misura, evitando gli eccessi e concentrandosi su ciò che è davvero essenziale.

Non stupisce, quindi, che molti psicologi ne condividano i principi. Lara Ferreiro, ad esempio, suggerisce di applicare il Lagom sia nella sfera personale sia in quella professionale, perché, dice, «significa dare priorità all'essenziale, prevedere momenti di riposo ed evitare il sovraccarico, che, in ambito lavorativo, può facilmente tradursi in burnout. Non è produttività estrema, ma sostenibilità mentale».

Secondo l'esperta di benessere Ellen af Petersens, ex insegnante di yoga e fondatrice del beauty brand svedese Colekt, questa mentalità affonda le proprie radici nella storia e nella cultura della Scandinavia. «Abbiamo inverni lunghi e un clima spesso rigido e, in passato, dovevamo affrontare condizioni di vita non sempre facili», ha affermato. «Per questo tendiamo a non ostentare e a non voler attirare troppo l'attenzione. LAGOM, in sintesi, significa non esagerare, non vantarsi. Anche commercialmente, i due marchi IKEA e VOLVO rappresentano così bene i valori della Svezia: sono prodotti pratici, funzionali e pensati per tutti, più che simboli di status».

Cari amici, come accennato in premessa, la filosofia svedese è molto diversa da quella nostra, mediterranea. Credo, però, che incarni al meglio l’antica filosofia dei nostri padri, come Aristotele, che millenni fa sosteneva che «La virtù sta nel mezzo». Meditiamo su questa sempre valida filosofia!

A domani.

Mario

giovedì, agosto 06, 2026

L’UOMO E LE DIFFERENZE CULTURALI TRA ORIENTE E OCCIDENTE. NELL'AZIONE QUOTIDIANA DI “FARSI IL BAGNO”, PER ESEMPIO, IN OCCIDENTE SI ENTRA IN VASCA PER LAVARSI, IN GIAPPONE, INVECE, SOLO PER RILASSARSI.


Oristano l6 agosto 2026

Cari amici,

Quanta differenza tra la cultura occidentale e quella orientale! Nella cultura occidentale, per esempio, entrare in vasca per "FARSI IL BAGNO" ha un chiaro e preciso significato: lavarsi, ovvero ripulirsi dal sudore di una giornata magari intensa. Al contrario, nella cultura giapponese, questa pratica ha un significato molto diverso che nulla ha a che vedere con il lavare lo sporco dal corpo. Nel Paese del Sol Levante, in vasca si entra perfettamente puliti, in quanto ci si lava prima, fuori, seduti su uno sgabello basso, posto accanto al bagno. Ci si insapona, ci si strofina, e poi ci si risciacqua, eliminando sudore e sporco.

In Giappone, invece, si entra in vasca solo quando il corpo è già perfettamente pulito: si scavalca il bordo e ci si lascia scivolare lentamente dentro l'acqua calda. La vasca si chiama OFURO. Ed è a quell'acqua che riempie la vasca che i giapponesi affidano il proprio corpo la sera, ma non per essere lavati, perché, ormai, non c’è nessuno sporco da togliere, da mandare via; l’immergersi nell’acqua ha un significato ben diverso: è, per la persona, un vero e proprio rito di purificazione spirituale e di profondo relax.

Tra la cultura occidentale e quella orientale nell’utilizzo del bagno c’è una distinzione netta: in una si cerca di “ripulire il corpo”, nell’altra l’immersione serve a ripulire e rilassare la mente, a ricaricarsi dopo una lunga giornata. Per questo si entra in vasca già puliti, ci si siede nell'acqua calda fino al collo, le ginocchia piegate, e si resta rilassati; non per diventare più puliti: per diventare più leggeri nella mente. È il momento in cui la giornata, finalmente, può scendere giù dalle spalle e restare lì, nell'acqua, invece di essere portata a letto.

Questo particolare rito orientale è vecchio di secoli. È un rito serale, non riservato alle classi agiate ma praticato da tanti, che si ripete tutte le sere. È quasi il momento dello stacco dalle fatiche del giorno, per entrare nel riposo ricaricante della notte. Il rito è appagante: quando si esce rilassati dalla vasca e poi ci si asciuga, la persona appare rilassata: il corpo è caldo, la testa è più lenta, e in questo modo  il sonno arriva più facilmente. Molta stanchezza è rimasta nell’acqua della vasca.

Amici, ecco cos'è davvero L’OFURO! Non una semplice vasca per la pulizia, ma una specie di lavaggio dalla stanchezza e dalle preoccupazioni. L’ofuro è un luogo fisico, caldo, liquido, fatto apposta per “lavare” il peso di una giornata pesante, dove il caos e lo stress di fuori si frantumano e scompaiono nell’acqua tiepida. L’Ofuro è un “polmone virtuale”, dove la regola non è "sii più efficiente", ma "adesso basta". Non è un altro strumento che aggiunge compiti, è esattamente il contrario: è il luogo del relax, dove il carico di lavoro smette di pesare.

Quanto è diverso l’Occidente! Rientrati a casa, il peso della giornata continua,  seguendoci fin dentro al letto; la giornata continua, con il telefono ancora acceso in mano, rileggendo i messaggi importanti, come se la giornata non avesse mai fine! Da noi non c’è una vasca dove abbandonare i pensieri. Possiamo anche posare il telefono in un'altra stanza, spegnere una luce, segnare in qualche modo che il giorno, adesso, è finito, mi la mente non si rilassa, e si entra nel letto cercando un sonno che spesso non arriva.

Cari amici, la vita che l’uomo conduce nel Terzo Millennio è sempre più ricca di stress e super impegni che logorano l’esistenza. A differenza di quella Occidentale, la millenaria cultura del Sol Levante aiuta l’uomo a scaricare, dopo una lunga giornata di lavoro, le tensioni e lo stress accumulati. La vasca d’acqua fumante nella quale ci si immerge, ha, dunque, la funzione di distendere la mente e il corpo, predisponendolo, una volta rilassato, ad un riposo che recupera forza ed energia. Al risveglio,  i pensieri sono pronti a vivere una nuova giornata. Cari affezionati lettori, per la cultura giapponese ogni gesto dedicato alla cura del proprio corpo si tramuta in benessere ed energia positiva, ecco perché quello che a molti può sembrare un semplice bagno, in realtà, è molto, molto di più!

A domani.

Mario