venerdì, ottobre 16, 2026

PER TENERE IN FORMA IL NOSTRO CERVELLO CON L’AVANZARE DELL’ETÀ, È POSSIBILE ALLENARLO ANCHE DOPO I 60 ANNI?


Oristano 16 ottobre 2026

Cari amici,

Che l’allenamento, sia del corpo che della mente, sia indubbiamente sempre positivo e consenta di rimediare ai negativi cambiamenti derivanti dal passare dell’età, è una realtà inequivocabile. Che il corpo ne risenta in modo evidente è chiaro a tutti, ma anche il nostro cervello invecchia? Indubbiamente si! Allora provare a tenere allenato il nostro cervello, per esempio dopo i 60 anni, sarà ugualmente produttivo e capace di portare positivi risultati? La risposta è indubbiamente ancora “SI”, come dimostra un recente studio pubblicato su The Lancet, che evidenzia come un programma strutturato di attività fisica, alimentazione, “stimolazione cognitiva”, relazioni sociali e controllo cardiovascolare può migliorare notevolmente le prestazioni mentali in persone over 60.

Insomma, amici, per tenere allenato il cervello dopo i 60 anni non basta fare cruciverba o uscire a camminare, ma bisogna impegnarsi in modo più incisivo. Una serie di studi recenti (ben 227) che ha messo insieme un gruppo di persone con più di 60 anni senza diagnosi di demenza, ha dimostrato che l’attività fisica, anche da sola, ha prodotto miglioramenti misurabili in tre aree: memoria, velocità di elaborazione delle informazioni e funzioni esecutive; ma aggiungere esercizi per la mente può dare ben di più, anche se non in tutte le capacità.

Amici, in Italia si stimano circa 1,2 milioni di persone con demenza, oltre la metà delle quali affette dalla malattia di Alzheimer, mentre quasi 900.000 presenterebbero un disturbo cognitivo lieve. La novità più interessante non è l’arrivo di una nuova pillola miracolosa. È la crescente evidenza che la traiettoria con cui il cervello invecchia non dipende soltanto dall’età o dai geni. Una parte del rischio può essere modificata intervenendo contemporaneamente su movimento, alimentazione, pressione arteriosa, metabolismo, attività mentale e qualità delle relazioni.

Come accennato prima, a dimostrarlo con nuovi dati è -LatAmFINGELRS, uno studio randomizzato condotto in undici Paesi dell’America Latina e pubblicato nel luglio 2026 su The Lancet. Lo studio ha coinvolto oltre 1,000 persone (1.065 adulti tra i 60 e i 77 anni), con un’età media di 67,5 anni. I partecipanti non avevano una diagnosi di demenza, ma presentavano fattori che aumentavano il rischio di declino cognitivo, come problemi cardiovascolari, prestazioni cognitive non ottimali e un punteggio elevato in una scala utilizzata per stimare il rischio futuro.

Le persone sono state assegnate casualmente a due gruppi. Il primo, formato da 539 partecipanti, ha seguito per due anni un programma sistematico e strutturato, con esercizio supervisionato, incontri, monitoraggio, sostegno motivazionale e attività organizzate. Il secondo gruppo, composto da 526 persone, ha ricevuto indicazioni più flessibili e consigli generali sugli stessi aspetti dello stile di vita.

Gli esaminatori incaricati di misurare le prestazioni cognitive non conoscevano il gruppo di appartenenza dei partecipanti. Questo accorgimento riduce il rischio che aspettative o impressioni personali influenzino la valutazione dei risultati. Alla fine dei due anni, l’82,3% del campione iniziale aveva completato il follow-up. Durante lo studio, comunque, le prestazioni cognitive sono migliorate in entrambi i gruppi. Tuttavia, nel gruppo sottoposto al programma strutturato, il punteggio cognitivo complessivo è aumentato mediamente di 0,31 deviazioni standard ogni anno, contro le 0,20 del gruppo che aveva ricevuto indicazioni più generiche.

La differenza tra i due gruppi è stata di 0,11 deviazioni standard all’anno ed è risultata statisticamente molto solida. Confrontando i due valori, il miglioramento del gruppo strutturato è stato circa il 55% più ampio rispetto a quello osservato nel gruppo flessibile. Sono emersi benefici anche in ambiti come memoria episodica, funzioni esecutive e velocità di elaborazione delle informazioni. Questo però, amici, non significa che il programma abbia ridotto del 55% i casi di Alzheimer o di demenza.

Lo studio ha misurato l’andamento delle prestazioni cognitive per due anni, non il numero di persone che avrebbero sviluppato una demenza nei decenni successivi. Non dimostra quindi che cinque abitudini possano “impedire” l’Alzheimer. Dimostra qualcosa di più preciso: nelle persone anziane a rischio, un intervento intensivo e organizzato può produrre un miglioramento cognitivo superiore rispetto alla semplice consegna di consigli sulla salute.

Cari amici, gli studi sul miglioramento della nostra “vecchiaia” continuano e certamente i risultati arriveranno; credo, comunque, che, alla base di tutto ci siano questi positivi fattori: una regolare attività fisica, un’alimentazione adeguata, una costante “stimolazione cognitiva” e avere numerose  relazioni sociali. In questo modo, amici, state certi che si invecchia di più e meglio!

A domani.

Mario

giovedì, ottobre 15, 2026

L'UOMO E IL VALORE DEI BENI CHE LO CIRCONDANO. L'EFFETTO “DIDEROT”. QUELL’INTRIGANTE MECCANISCO CHE CI PORTA A SPENDERE SENZA VALIDE MOTIVAZIONI.


Oristano 15 ottobre 2026

Cari amici,

Nei modi di dire che usiamo noi oggi il termine “EFFETTO DIDEROT”, descrive quel particolare fenomeno “psicologico e sociale” per cui l'acquisto di un nuovo oggetto rompe, nolla nostra dimora, l'equilibrio creato dai propri beni posseduti, innescando improvvidamente un nuovo bisogno. Un bisogno che che crea una spirale di nuove spese compulsive, per cercare di adeguare tutto quanto posseduto in precedenza al nuovo standard rappresentato dal nuovo acquisto. Insomma, quando introduciamo in casa un nuovo oggetto di qualità superiore o dal design diverso dallo stile adottato in precedenza per le cose che abbiamo, queste ci sembrano improvvisamente "stonate" o inadeguate.

Ci si chiede il perché questo comportamento abbia preso il nome cdi “Effetto Diderot”. Ed ecco a Voi, cari lettori, la storia che, a quanto pare sembra risultare proprio vera, in quanto a raccontarla fu lo stesso filosofo e scrittore illuminista francese Denis Diderot. Nel 1769, infatti, Egli scrisse un saggio intitolato "Rimpianti per la mia vecchia vestaglia" (o Rimpianti sopra la mia vecchia veste da camera). Diderot raccontava di aver vissuto una vita semplice finché non ricevette in regalo una splendida vestaglia scarlatta. Improvvisamente, la sua vecchia vestaglia gli parve così dimessa che anche il resto del suo arredamento (la sedia, la scrivania, i tappeti) iniziò a sembrargli inadeguato. Diderot iniziò a sostituire tutti gli oggetti uno dopo l'altro, finendo per indebitarsi e scrivendo alla fine: «Ero il padrone assoluto della mia vecchia vestaglia, ma sono diventato schiavo di quella nuova».

In particolare, Diderot raccontò che la bella vestaglia che gli era stata regalata era così meravigliosa e di così alta qualità che tutto ciò che lo circondava in casa sembrava esserne sminuito. Fu così che iniziò ad acquistare altri oggetti, come quadri, mobili, tende e tappeti, per far sì che il resto degli elementi della sua casa si adattasse alla sua amata nuova vestaglia. Quello che accadde è alquanto prevedibile: senza rendersene conto, a seguito dell'apparizione di questa nuova vestaglia, Diderot passo dopo passo aveva cambiato l'intero arredamento della sua casa e, quel che è peggio, si era rovinato economicamente, dando fondo ai suoi risparmi. Amici, oggi anche se ormai circa tre secoli ci separano da Diderot, la verità è che questa è una tendenza che, purtroppo, si sta verificando ancora oggi. Perché a chi non è mai capitato di entrare in un negozio con l'intenzione di comprare un singolo capo e finire per acquistare un look completo? O di cominciare con delle piccole riparazioni in casa e di finire rimodernandola interamente? Questo accade perché tendiamo a mettere in relazione alcuni oggetti con altri e li percepiamo come un tutt'uno, cercando di trovare armonia ed equilibrio nell'insieme.

Le aziende commerciali ne sono ben consapevoli e sta diventando sempre più comune incoraggiare il cross-selling, una pratica ormai diffusa sia nei negozi fisici che sulle piattaforme di e-commerce, con consigli legati al prodotto appena acquistato. È particolarmente complicato quando si tratta di acquisti online, perché tutto è stato progettato per avere ciò che desideriamo con un semplice click. A qualsiasi ora. In qualsiasi momento della settimana.

Cari amici, cosa possiamo fare per evitare di cadere in questa allettante trappola? Prima di tutto, dobbiamo essere consapevoli del problema, perché una volta che sappiamo come funziona, possiamo affrontarlo con più strumenti e determinazione. Dobbiamo cercare di essere coscienti: capire quali siano le nostre reali esigenze, quelle che ci stanno portando a fare un determinato acquisto. Una buona tecnica è, quando le circostanze lo permettono, quella di non avere fretta di comprare, e di aspettare qualche giorno prima di fare un acquisto. Lasciamo passare un po' di tempo e compriamo solo se, dopo qualche giorno, quell'acquisto ci sembra ancora una buona idea. Ma la cosa più importante, amici, è spendere sempre nei limiti delle proprie possibilità e non arrivare ad indebitarsi. Per evitare il consumismo compulsivo e irrazionale, la cosa migliore da fare, anche se può sembrare ovvio, è fare acquisti saggi (e stare lontani dalla carta di credito).

A domani,

Mario

 

 

mercoledì, ottobre 14, 2026

TROPPI I RISCHI DERIVANTI DALL'AVANZARE DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE SENZA CONTROLLO. L'ESISTENZA UMANA È IN PERICOLO.


Oristano 14 ottobre 2026

Cari amici,

Che l’avanzare dell’A.I. (Intelligenza Artificiale) senza i necessari controlli (da effettuarsi passo dopo passo) sia un pericolo sempre più concreto anche per l’esistenza umana è, ormai, praticamente una certezza. Già diversi responsabili (come ricercatori di OPEN AI), si sono chiaramente espressi  sui rischi connessi, che potrebbero addirittura arrivare al rischio fatale di estinzione umana, previsto al 70 per cento entro tre anni.

Marcus Williams è n membro dello staff tecnico del team Safety Oversight di OpenAI. Entrato in azienda a maggio del 2025, è stato uno dei primi a lanciare l'allarme su X. Prima ha pubblicato l'avvertimento e successivamente, dopo la richiesta di un altro utente, ha fornito una percentuale precisa sui rischi legati alla possibile estinzione della specie umana a causa dell’A.I. Williams ha stimato al 70% la probabilità di estinzione umana entro tre anni, a meno che i laboratori di intelligenza artificiale rallentino o che intervengano le autorità di regolamentazione.

Ma come è nata la stima sull'estinzione umana? Senza una regolamentazione dell'intelligenza artificiale o senza un rallentamento coordinato tra i laboratori, ha scritto Williams, l'estinzione dell'umanità nei prossimi anni appare molto probabile. Un altro utente ha trasformato la discussione in una scommessa, offrendo 10.000 dollari in azioni Microsoft contro azioni OpenAI su un orizzonte di cinque anni. Williams ha risposto indicando una percentuale precisa: "70% nei prossimi 3 anni se non ci sarà regolamentazione/rallentamento, anche se penso che regolamentazione o rallentamento siano molto possibili".

Amici, a quanto pare il pericolo sta diventando davvero reale, tant’è che anche il Governo americano si sta già muovendo sui rischi dell'AI. Ormai la sicurezza sui laboratori è diventata tema di attualità politica. Il 9 settembre, un ricercatore di Anthropic si è dimesso accusando Anthropic e OpenAI di giocare d'azzardo con la vita umana. I legislatori USA hanno risposto nel giro di 24 ore. Un nuovo appello a una pausa sull'AI è seguito a stretto giro, incluso un disegno di legge al Senato per vietare direttamente la superintelligenza.

Anche voci esterne ai laboratori hanno sollevato ulteriori allarmi. L'alto commissario ONU per i diritti umani ha definito l'intelligenza artificiale avanzata un rischio esistenziale, sempre questa settimana a Ginevra. Marcus Williams, comunque, resta allocato sul versante più estremo di queste previsioni. Evan Hubinger, a capo della ricerca sull'allineamento scientifico in Anthropic, valuta la probabilità sopra il 10% nel corso di questo decennio. Geoffrey Hinton, premio Nobel, ha parlato di una forbice tra il 10% e il 20%.

Nel frattempo, anche i trader crypto stanno monitorando direttamente questi avvertimenti. Polymarket ha rilanciato il post di Williams ai suoi follower entro poche ore e i suoi scommettitori già prezzano elezioni ed eventi macroeconomici insieme alle probabilità sui token. Pertanto, la verifica nel breve termine sarà più politica che tecnica. Resta da vedere se le autorità di regolamentazione agiranno entro la finestra di tre anni indicata da Williams, mentre secondo la sua stessa opinione questo è ancora possibile.

Cari amici, sui rischi dell’Intelligenza Artificiale ho avuto modo di scrivere diverse volte, e personalmente sono certo che senza regole precise, condivise da tutti gli operatori, potrebbe davvero succedere una catastrofe, Credo che il pericolo sia davvero reale. L’ultimo caso ha avuto inizio il 9 settembre scorso. In questa data Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal, dichiarando di aver lasciato l’azienda per il timore che i sistemi di intelligenza artificiale potessero sfuggire al controllo, fino a poter mettere in pericolo l’umanità,  aggiungendo che chi lavora allo sviluppo di queste tecnologie «crede sinceramente che potrebbero ucciderci tutti entro la fine del decennio». Subito, Evan Hubinger, responsabile della ricerca sull’allineamento di Anthropic, ha rilanciato il tema stimando intorno al 10 per cento il rischio di estinzione umana entro i prossimi dieci anni.

Credo che ci sia poco da aggiungere….

A domani.

Mario

 

martedì, ottobre 13, 2026

LA SOLITUDINE? È UN SERISSIMO PERICOLO PER LA SALUTE MENTALE. IL PARERE DEL MEDICO-PSICHIATRA DOTTOR MASSIMILIANO DIECI.


Oristano 13 ottobre 2026

Cari amici,

La SOLITUDINE è un male sempre più diffuso che colpisce sempre più, in particolare in questo Millennio caotico e ipertecnologico. Isolarsi dagli altri, vivere in solitudine, è sempre più in voga, creando un vero e proprio isolamento sociale; è questo un comportamento di particolare gravità, paragonabile a fattori di alta pericolosità, come ad esempio fumo e obesità. Come afferma il dottor Massimiliano Dieci, medico psichiatra e responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione Psichiatrica Specialistica presso gli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza e delle Comunità psichiatriche della struttura, i danni maggiori sono quelli a livello psichico.

Secondo il Dottor Massimiliano Dieci, medico psichiatra, la SOLITUDINE può contribuire a creare una costellazione di disturbi psichici e/o fattori di rischio psicosociali, inclusa la sintomatologia depressiva, alcolismo, pensieri suicidi, impulsività e comportamenti aggressivi, ansia sociale. È anche un fattore di rischio per patologie cardiache e obesità  e sembra anche contribuire alla progressione della malattia di Alzheimer. Ovviamente, come conferma il dottor Dieci  non si deve confondere l’ansia occasionale con la depressione vera e propria.

Quando, dunque, è necessario allarmarsi e chiedere aiuto? Secondo il dottor Dieci, «Non esiste un limite netto, poiché le patologie psichiatriche si collocano lungo un continuum con la normalità. Il confine clinico viene tracciato dove subentra la sofferenza soggettiva o un disfunzionamento nella vita quotidiana. Quando la persona sta male al punto da non riuscire più a svolgere le proprie attività ordinarie, quello è il segnale fondamentale per rivolgersi a uno specialista».

I casi più numerosi sono quelli che si verificano in età senile, alimentati da una certa “depressione senile”, che alimenta proprio la solitudine. A questo deve aggiungersi, come conseguenza il derivato isolamento sociale, che incide notevolmente sulla salute in generale. «Moltissimo, sia sulla salute psichica sia su quella fisica, commenta il dottor Dieci. La solitudine subita – ossia l’impossibilità non scelta di trovare e coltivare relazioni – è devastante. Grandi studi condotti sulla popolazione anziana dimostrano come l’isolamento rappresenti il fattore di rischio più impattante sulla mortalità e sulle patologie cardiovascolari, paragonabile o superiore ad altri classici fattori di rischio fisici».

«La depressione clinica nell’anziano ha un esordio solitamente più rapido e si manifesta con sintomi specifici, come l’anedonia (l’incapacità di provare piacere per ciò che prima gratificava) e una marcata somatizzazione di disturbi fisici privi di riscontro biologico. Oggi, a differenza di 30 anni fa quando avevamo solo molecole complesse e con molti effetti collaterali, disponiamo di farmaci maneggevoli che ci permettono di intervenire precocemente anche in forme non estreme».

Al dottor Dieci è stato chiesto “Cosa dobbiamo attenderci dalla ricerca su questo male nei prossimi anni”. «Siamo in una fase di grande fermento, ha risposto. Oltre all’esketamina ad uso ospedaliero per le forme resistenti, stiamo sperimentando molecole derivate da sostanze psichedeliche, come la psilocibina (estratta dai funghi allucinogeni). In Australia è già approvata per la pratica clinica e le sperimentazioni europee e italiane stanno fornendo dati estremamente interessanti.

Cari amici, si ringrazia il dottor Dieci per la disponibilità e la chiarezza. Alla fine del colloquio ha tenuto a ribadire che  è tempo che cada lo stigma che ancora circonda lo psichiatra! Le malattie psichiche hanno la stessa dignità e meritano la medesima attenzione di qualsiasi altra patologia medica». Parole sante.

A domani.

Mario

lunedì, ottobre 12, 2026

LAMENTARSI, FA PARTE DELL’ESSERE UMANO. CI SONO RAGIONI, PSICOLOGICHE, BIOLOGICHE E RELAZIONALI, L'ESAGERAZIONE, PERÒ, PUÒ COMPORTARE SERI PROBLEMI DI SALUTE.


Oristano 12 ottobre 2026

Cari amici,

Il LAMENTARSI fa parte della natura umana. Le regioni certo non mancano: problemi familiari, di lavoro, di relazioni sociali. La Psicologia studia da tempo questo comportamento umano e gli studiosi sono concordi nell’affermare che uno “sfogo occasionale” può consentire di alleggerire la tensione emotiva e favorire il problem solving, ma il lamentarsi continuo è ben altro. Quando questa abitudine diventa cronica, il lamentarsi può trasformarsi in un vero problema per la salute. Studi recenti mostrano, infatti, che la ripetizione costante di pensieri negativi riorganizza le connessioni neurali, aumenta i livelli di cortisolo e indebolisce le capacità cognitive.

Si, amici, lamentarsi in continuazione crea problemi di salute, lo dice la scienza: lamentarsi richiede un dispendio di energie e di tempo enorme e fa male al benessere psicologico. Gli psicologi distinguono il lamentarsi sporadico, limitato nel tempo, dal lamentarsi continuo, senza fine. Nel primo caso, lamentarsi può migliorare la comunicazione e ridurre lo stress, nel secondo, invece, se ripetuto senza fine, si entra nel circuito della negatività. La differenza sta nella frequenza, nella durata e nella presenza o assenza di un obiettivo costruttivo. Chi si sofferma troppo a lungo sugli stessi problemi rischia di alimentare un loop che gli psicologi definiscono ruminazione negativa.

Gli effetti del lamentarsi cronico hanno un forte impatto negativo sia sul cervello che sulla salute. Le neuroscienze dimostrano che il cervello è plastico. Ogni volta che una persona si sofferma su pensieri negativi, rafforza le connessioni associate a frustrazione e rabbia. Il lamentarsi ripetuto attiva l’amigdala e mantiene elevati i livelli di cortisolo. Con il tempo, questa attivazione può compromettere l’ippocampo, area cruciale per memoria e regolazione emotiva. Studi osservazionali e clinici indicano che mezz’ora di lamentela continua può già influenzare le funzioni cognitive, rendendo più difficile il problem solving e la presa di decisioni. E non è tutto.

In realtà il lamentarsi cronico non rimane confinato alla mente. L’attivazione prolungata della risposta allo stress eleva la pressione sanguigna, indebolisce il sistema immunitario e aumenta il rischio di disturbi cardiovascolari. Gli psicologi sottolineano che chi mantiene un focus costante sui problemi vive in uno stato di allerta moderata ma continua, che il corpo non è progettato per sostenere a lungo. Questo spiega perché molte persone che si lamentano frequentemente riferiscono stanchezza cronica, disturbi del sonno e maggiore suscettibilità alle malattie.

Il lamentarsi in continuazione ha un negativo impatto anche sulle relazioni e sul benessere sociale. Chi ascolta ripetutamente lamentele può sperimentare esaurimento emotivo e allontanarsi. Le ricerche in ambito psicologico mostrano che i colleghi di persone abitualmente negative riportano livelli più alti di burnout. Nelle relazioni familiari e di coppia, la lamentela cronica erode la qualità del dialogo e riduce la soddisfazione reciproca. Il risultato è un isolamento che, a sua volta, peggiora lo stato d’animo di chi si lamenta, creando un circolo vizioso difficile da interrompere.

Amici, il lamentarsi cronico appare spesso come sintomo o mantenitore di ansia e depressione. La ruminazione, strettamente legata alla lamentela ripetitiva, è un fattore di rischio riconosciuto per il mantenimento dei sintomi depressivi. Gli esperti sottolineano che non si tratta di un disturbo a sé stante nel DSM-5, ma di un pattern comportamentale che segnala la necessità di un approfondimento clinico. Quando il lamentarsi diventa la modalità prevalente di elaborazione delle difficoltà, la persona rischia di rimanere bloccata in uno stato di vittimismo che ostacola il cambiamento.

Cari amici, la Psicologia, con le “Tecniche di ristrutturazione cognitiva” cerca di venire incontro ai soggetti colpiti da questo male. La terapia cognitivo-comportamentale offre strumenti efficaci. Al posto di lamentarsi, si può allenare la mente a formulare domande orientate alla soluzione: “Cosa posso controllare in questa situazione?” o “Quale piccolo passo posso fare oggi?”. La pratica della gratitudine, anche solo elencando tre aspetti positivi della giornata, aiuta a bilanciare il bias di negatività. Gli psicologi raccomandano di praticare queste tecniche in modo graduale, partendo da contesti a basso rischio emotivo. Non è certo facile, ma bisogna provarci!

A domani.

Mario

domenica, ottobre 11, 2026

I SARDI GRADISCONO DEPOSITARE I LORO RISPARMI PRESSO LE POSTE: IN SARDEGNA DEPOSITI PER OLTRE 7,5 MILIARDI DI EURO. SULLE PROVINCE PRIMEGGIA ORISTANO.


Oristano 11 ottobre 2026

Cari amici,

I sardi ripongono la loro fiducia sulle Poste. Ammonta a oltre 7 miliardi e mezzo di euro il valore del risparmio postale depositato NEGLI UFFICI POSTALI dai cittadini sardi, tra buoni fruttiferi e libretti di risparmio sottoscritti. Il dato è emerso per i 150 anni dall'istituzione del Risparmio Postale, ricorrenza celebrata a Roma alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sono infatti oltre 1 milione i libretti di risparmio e quasi 700 ila i buoni fruttiferi postali detenuti dai sardi, per un valore rispettivamente di oltre 2 miliardi e 700mila euro e di 4 miliardi e 800mila euro.

Dal Nord al Sud dell'Isola il ricorso a buoni e libretti come "cassaforte" delle famiglie è una costante, con alcuni territori che emergono per la loro particolare affezione ai singoli prodotti o per il valore economico del contratto sottoscritto. Nella particolare "classifica" provinciale degli investimenti su entrambi i prodotti di risparmio postale, Cagliari e il Sud Sardegna hanno il primato regionale con oltre 3 miliardi e 500 milioni di euro, seguiti da Sassari e Gallura con oltre 1 miliardo e 800 milioni, Nuoro e Ogliastra e la provincia di Oristano con oltre 1 miliardo. Anche rispetto al numero dei "titoli" postali posseduti dai cittadini sardi, Cagliari e Sud Sardegna sono al top raggiungendo complessivamente quota 838mila suddivisi in 499mila libretti e 339mila Buoni. Al secondo posto Sassari e Gallura con 456mila suddivisi in 300mila libretti e 151mila Buoni.

La provincia di Oristano è invece la più virtuosa in termini di numero di buoni e libretti posseduti dai cittadini in rapporto al numero dei residenti: sono oltre 110mila i libretti e quasi 120mila i buoni in provincia, in cui attualmente risiedono poco più di 147mila abitanti. Statisticamente, 3 cittadini oristanesi su 4 possiedono un libretto di risparmio e 4 residenti su 5 hanno sottoscritto un buono fruttifero postale.

La provincia di ORISTANO si colloca al primo posto, quindi, nella speciale graduatoria del risparmio postale in Sardegna, confermando il grande apprezzamento delle due tradizionali soluzioni di risparmio postale: i buoni fruttiferi postali e i libretti di risparmio. Secondo gli ultimi dati consuntivi del primo semestre del 2026, infatti, i cittadini oristanesi hanno sottoscritto 102mila buoni e aperto 112mila libretti, per un ammontare complessivo di investimenti e depositi rispettivamente di oltre 664 e 365 milioni di euro per un valore totale che supera il miliardo di euro.

«Statisticamente, come accennato prima, quasi 3 cittadini oristanesi su 4 detengono entrambi i tradizionali prodotti di risparmio postale - si legge in una nota di Poste - Con questi numeri, la provincia oristanese si posiziona sul gradino più alto del podio isolano per il rapporto tra il numero dei residenti e quello dei prodotti sottoscritti, con una percentuale che si attesta sul 73%, seguita dalle province di Nuoro e dell’Ogliastra, con il 70%, e dalla Sardegna Meridionale (Città Metropolitana di Cagliari, Medio Campidano e Sulcis Iglesiente) che raggiunge il 54%. Emessi da Cassa Depositi e Prestiti, garantiti dallo Stato italiano e distribuiti da Poste Italiane, i tradizionali prodotti di risparmio postale continuano a rappresentare un punto di riferimento per famiglie, giovani e pensionati che desiderano valorizzare i propri risparmi senza rinunciare a flessibilità e accessibilità».

Cari amici, il gradimento espresso dai cittadini nei confronti delle Poste Italiane lo si è accertato anche di recente, relativamente alla massiccia adesione all'OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) su Telecom Italia (TIM) lanciata da Poste Italiane. L'operazione, conclusasi a settembre 2026, ha visto gli azionisti TIM aderire in massa. L'amministratore delegato Matteo Del Fante ha sottolineato come a spingere gli investitori sia stata la cosiddetta FOMO (fear of missing out), ovvero il timore di "perdere il treno" e non intercettare la crescita del gruppo postale. A seguito di questa operazione, Poste Italiane ha dovuto emettere quasi 90 milioni di nuove azioni ordinarie per soddisfare le richieste di concambio.

Insomma, amici, le nostre Poste Italiane appaiono davvero in piena salute!

A domani.

Mario

 

 

sabato, ottobre 10, 2026

LA LONGEVITÀ E LE SUE REGOLE: INVECCHIARE BENE E A UNGO SIGNIFICA ANCHE RISPETTARE IL RITMO BIOLOGICO DELL’ORGANISMO.


Oristano 10 ottobre 2026

Cari amici,

Che in particolare nel corso di quest’ultimo secolo la vita dell’uomo si sia allungata è certamente una realtà. Parlare di LONGEVITA', però, non è così semplice come in apparenza! In realtà non basta mettere in atto corrette abitudini di vita, come seguire una dieta sana, fare esercizio fisico, mantenere un peso salutare, non fumare e consumare quantità moderate di alcol o eliminarlo direttamente dalla propria alimentazione. Oltre questi importanti fattori, che incidono fortemente nella longevità, bisogna, come dimostra una recente ricerca pubblicata sulla rivista Circulation, che esistono altre variabili importanti, che spesso risultano sottovalutate, passando appunto inosservate.

Un riposo adeguato e la gestione dello stress ne sono un concreto esempio, ma anche il modo in cui ci relazioniamo con il nostro ambiente “per non deregolare i ritmi circadiani”. Quest’ultima abitudine di violare e quindi deregolare i ritmi circadiani, è sicuramente nemica della longevità ed è più comune di quello che molti di noi pensano e credono. Marcos Vázquez, creatore di Fitness Revolucionario e divulgatore di temi legati al fitness, alla nutrizione e alla salute, è stato ospite a Búscate la Vida, il podcast condotto da José Elías ed Eric Ponce, dove ha commentato proprio l’incidenza di questo aspetto a cui di solito la gran parte di noi non fa proprio caso.

“Noi abbiamo vissuto per centinaia di migliaia di anni in un mondo che, ruotando sul proprio asse, ha molta luce durante il giorno e oscurità di notte. Abbiamo un orologio biologico che si trova nel nucleo soprachiasmatico del cervello e che si occupa di sincronizzare tutti i processi. Quello che succede nel nostro corpo alle 9 del mattino è diverso da quello che succede alle 15 o alle 23, sia a livello di cortisolo che di testosterone o melatonina”, assicura l’esperto.

Purtroppo, amici, la vita che viviamo oggi in questo mondo ipertecnologico e moderno, è fatta di giornate vissute in orari che poco hanno a che fare con il ciclo di luce naturale. Si,  “Che cosa succede nel mondo moderno? Che passiamo gran parte della giornata con luci poco brillanti, "artificiali", e poi arriva la notte e continuiamo con lo schermo dello smartphone o del tablet con ancora più luce artificiale, e il nostro cervello pensa che sia giorno”, aggiunge Vázquez.

La costante violazione del ciclo biologico imposto dalla natura, è molto più frequente di quello che appare, e la gran parte di noi pensa che ciò sia apparentemente innocuo, come il fatto di esporci alla luce artificiale durante tutto il giorno e soprattutto di notte, non pensando che ciò diventa una vera sfida per la salute. “Quando passiamo la giornata in spazi interni con poca luce e arrivano le 11 di sera e continuiamo ad essere immersi nella luce artificiale, il nostro orologio biologico va in tilt, non funziona.

Nel nostro organismo, allora, va in aumento il cortisolo durante la notte, invece di diminuire, va in diminuzione il testosterone e non viene prodotta la melatonina, che è un ormone che oltre ad aiutare a riposare è anche antitumorale e antiossidante. E questo, con il tempo, fa sì che noi invecchiamo più rapidamente”, vanificando i nostri sforzi rivolti verso la longevità, conclude il creatore di Fitness Revolucionario.

Cari amici, invecchiare bene e a lungo non è un esercizio facile; le regole da rispettare sono davvero tante, e, in definitiva, se vogliamo davvero allungare al meglio la nostra vita, lasciando questo mondo il più tardi possibile, bisogna fare molte cose relativamente bene. L’alimentazione, l’attività fisica o il riposo sono importanti, ma ci sono diverse altre variabili che contribuiscono a fare la differenza, tra cui  il pieno rispetto del ritmo biologico dell’organismo, che non è certo un aspetto minore, ma anzi risulta decisivo!

A domani.

Mario