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domenica, ottobre 07, 2012

L’ODIERNO SACCHEGGIO DELLO STATO DA PARTE DEI PARTITI: UN TRISTE “AFFERRA , AFFERRA”, CHE RICORDA L’EDITTO DELLE CHIUDENDE.

Oristano 7 Ottobre 2012

Cari amici,

i recenti fatti avvenuti nel Lazio e che hanno fatto cadere la Giunta Regionale sono solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso! Da Nord a Sud si è scoperto, e si sta ancora scoprendo, un calderone di malaffare e di gestione illecita dei fondi dello Stato in capo ai partiti politici, che sembra qualcosa di impossibile: una favola. Apprendere di milioni di Euro spesi a titolo personale, auto di lusso, cene luculliane, viaggi esotici e quant’altro è un cazzotto nello stomaco del cittadino medio che ogni giorno continua a tirare la cinghia per andare avanti. Possibile che i partiti abbiano occupato in modo cosi brutale lo Stato?


Forse in passato succedeva ugualmente e l’informazione non era cosi attenta e libera come oggi. Il compianto Enrico Berlinguer, sosteneva fin dagli anni ottanta che “I partiti avevano occupato lo Stato e tutte Istituzioni che ne discendevano, a partire dal Governo”. Non aveva certo tutti i torti, eppure da allora ad oggi le cose non sono molto migliorate. Un tempo privati, aziende ed imprese garantivano, non senza vantaggio, finanziamenti illeciti ai partiti. Poi una apposita legge per i partiti riuscì a sostituire quei contributi «spontanei » con  «rimborsi elettorali», finanziati da pubblico denaro. Fu una provvida manna che ufficialmente li faceva uscire dalle insidie degli approvvigionamenti di fortuna (che, comunque, in segreto continuarono), dando tranquillità e respiro di lunga durata. Questi fondi, amministrati da abili tesorieri, fecero diventare i partiti  ricchissimi e i tesorieri, abili e rapaci, si resero conto che potevano dilapidare con prodigalità le decine, quando non le centinaia, di milioni di euro assicurate ai partiti “senza alcuna relazione con le spese realmente affrontate”. Basti un solo esempio: tra elezioni politiche, elezioni regionali ed elezioni europee il piccolo partito di Di Pietro ha ricevuto dallo Stato circa cento milioni di euro! Immaginiamoci quanto è stato girato, invece, a partiti come il PDL o il PD, passando per la Lega Nord. Per ricordare tutti i passaggi che hanno dato vita a questa legge “truffaldina” ecco la storia del finanziamento pubblico, che inizia nel 1974.



In Italia il finanziamento pubblico ai partiti fu introdotto dalla legge Piccoli n. 195 del 2 maggio 1974, che interpretava il sostegno all'iniziativa politica come “puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento”. Proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma venne approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti  (ad eccezione del PLI). La nuova norma si giustificava a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e petroli del 1973: il Parlamento voleva rassicurare l'opinione pubblica che, “attraverso il sostentamento diretto dello Stato”, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici. A bilanciare tale previsione, si introdusse un divieto - per i partiti - di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un modico ammontare. La normativa non ottenne effetti concreti perché smentita dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 si tentò un referendum abrogativo sulla norma, ma non si riuscì a raccogliere le firme necessarie. L'11 giugno 1978 si tenne, invece, il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere il successo sperato. Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe addirittura  introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici. Successivamente la legge n. 659 del 18 novembre 1981 introduce le prime modifiche:
a) i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati;
b) partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica;
c) viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.

I partiti sono riusciti nel loro intento: maggiore finanziamento e scarsi o nulli controlli effettivi. Le opposizioni non demordono, in particolare i Radicali. Il referendum abrogativo promosso dai Radicali nel 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, voto avvenuto nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli. I partiti, però, non si arrendono. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, anziché abrogarla, la precedente legge. Con la nuova legge n. 515 del 10 dicembre 1993, i finanziamenti ai partiti vengono definiti “contributo per le spese elettorali” ed immediatamente resi disponibili in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. Mica poco….La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996. Recentemente il Parlamento, con la legge n° 96 del 6 Luglio 2012, considerato che prima non era previsto, ha introdotto l’obbligo, per i partiti o  movimenti, ad avere uno statuto per ricevere i rimborsi elettorali. La storia dei “finanziamenti”, però, non è ancora finita. La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento, infatti, prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici, pur senza poter indicare a quale partito.  L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti, però, resta minima.

La successiva legge n. 157 del 3 giugno 1999, reintroduce un finanziamento pubblico “completo” per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per un importo di 193.713.000 euro, in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001. La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro! Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana!
Credo che non ciano molte parole per valutare questo stato di cose. Questa valanga di miliardi, impropriamente erogata ai partiti e da questi usata in maniera personale e truffaldina, significa che “il vero truffatore è lo Stato che gira senza motivo e controllo i nostri soldi ai partiti”!


Da sardo, rileggendo mentalmente la nostra storia, credo di poter affermare con convinzione che c’è una grande similitudine tra quello che succede oggi e quello che successe da noi in Sardegna nell’800, quando una serie di improvvide leggi emanate dei dominatori piemontesi, stabilitisi in Sardegna nel 1720, decretarono la spoliazione delle terre pubbliche, privatizzandole. Il provvedimento emanato è più noto come "L'Editto sopra le chiudende" (1820 1823)”. Con questo decreto si consentì la creazione della proprietà privata e venne del tutto cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni, che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell'economia sarda fin dal tempo dei nuragici per poi essere sempre successivamente confermato nella legislazione dell'isola.
Tale e tanta fu la foga nell’acquisire gratis o a poco prezzo i beni pubblici da privatizzare che i maggiorenti, le più importanti famiglie dei paesi sardi, recintarono vastissime tenute lavorando giorno e notte, e inglobando anche molto di quello che sarebbe dovuto restare patrimonio della Comunità. Melchiorre Murenu, uno dei “grandi” poeti estemporanei della Sardegna, in uno dei suoi famosi versetti cosi definì quest’operazione: Tancas serradas a muru.



Quanta similitudine tra l’arraffa arraffa di ieri e…quello di oggi!
Cari amici, il disorientamento è forte e le soluzioni non sono certo molte. Il risanamento, la moralizzazione della vita pubblica, passa per una sola via: le elezioni. Sta a noi meditare e scegliere persone serie e capaci, che vanno in Parlamento per servire non per servirsi, lautamente, con il danaro pubblico, frutto dei grandi sacrifici dei tanti che lavorano e lottano, sperando in un domani migliore.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario



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