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giovedì, ottobre 25, 2012

INTERESSE GENERALE E BENE COMUNE: LA CURA E LA VALORIZZAZIONE DEI BENI COMUNITARI, UNA SFIDA CHE LA POLITICA DI QUALITA’ PUO’ E DEVE PORTARE AVANTI.





Oristano 25 Ottobre 2012
Cari amici,

l’argomento della conversazione di oggi si focalizza su quel complesso di “beni” che, patrimonio della Comunità, non hanno, a mio avviso, la giusta valorizzazione e la piena fruizione da parte dei cittadini, veri titolari del diritto di utilizzo. La cura dei beni comuni rappresenta la “vera sfida”, l'impegno civile, che la nuova Amministrazione del nostro Comune, guidata da Guido Tendas, dovrà affrontare e su cui dovrà necessariamente misurarsi senza indugi.
Ma perché, direte Voi, l’Amministrazione e quindi “noi tutti”, attraverso chi ci rappresenta, dovremmo prenderci cura dei beni comuni? Ci sono varie possibili risposte a questa domanda. Per fare chiarezza dovremo partire dall’analisi di concetti fondamentali, quello di bene pubblico e quello di bene comune.
In economia, è definito “Bene Pubblico” un bene necessario ed indispensabile a tutti, difficile o impossibile da produrre da parte dei privati per trarne profitto. Per meglio chiarirne la natura stabiliamo cosa è esattamente un bene pubblico è da che cosa è caratterizzato. Le caratteristiche principali sono:

a) Assenza di rivalità nel consumo: il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo non implica l'impossibilità per un altro individuo di consumarlo allo stesso tempo (si pensi ad esempio a forme d'arte come la musica, o la pittura);
b) Non escludibilità nel consumo: una volta che il bene pubblico è prodotto, è difficile o impossibile impedirne la fruizione da parte di consumatori (si pensi ad esempio all'illuminazione stradale).
Solo i beni pubblici “puri” possiedono in senso assoluto tali proprietà. Spesso però il termine di bene pubblico è attribuito, nel gergo degli economisti, anche a “beni pubblici impuri”, ovvero a beni considerati pubblici soltanto perché riferiti ed utilizzati da un particolare sottoinsieme di consumatori. Questi beni pubblici “impuri” dovrebbero, invece, essere meglio definiti “beni comuni”.

“Bene Comune”, quindi, è quel bene che pur essendo pubblico non è ha tutte le caratteristiche. Chiariamone meglio il concetto. Esso, per esempio, assume le caratteristiche di “ Bene Comune” non solo perché assomma in se la capacità di soddisfare una molteplicità di interessi individualistici., ma soprattutto perché assume quelle ulteriori caratteristiche di “bene sociale”, un bene quindi che le persone “condividono” grazie alla loro attiva partecipazione alla vita della Comunità. Ecco la reale, giusta e concreta definizione: bene comune in quanto consente al complesso dei cittadini, riuniti in comunità, di svolgere “meglio” quella funzione sociale condivisa.
L’enciclica  Gaudium et Spes,  parlando di Bene Comune, lo definisce come quel bene che assomma tutte quelle condizioni che permettono il suo utilizzo, tanto da parte dei “gruppi” quanto da parte dei singoli membri, nessuno escluso sulla base del principio di non escludibilità, per raggiungere, singolarmente o insieme, fini di natura altruistica nei vari campi delle attività sociali. Il bene comune è quindi un bene di tutti e di ciascuno, affinché tutti siano veramente utilizzatori responsabili delle sue funzioni.

Ho voluto fare questa doverosa premessa per affrontare, di petto, il mancato o parziale utilizzo in questa nostra città di importanti beni comunitari che, pur di proprietà comunale, non vengono messi a disposizione della collettività e da questa utilizzati. Non voglio fare un arido elenco di questi beni che, pur fruibili senza ulteriori spese, potrebbero essere resi agibili ed utilizzabili. Bastino solo due esempi, i più recenti, per mettere a nudo il problema: il restaurato “Teatro San Martino” e l’ampio edificio ubicato nell’ex mercato del bestiame, più noto come il mercato de “Praza ‘e is bois”. Entrambi portano in se una fetta importante della storia della città che sarebbe non solo un peccato dimenticare ma potrebbe, invece, essere proficuamente fatta conoscere ai giovani. Ecco, in sintesi, la storia dei due edifici.
Il teatro San Martino fu edificato nel XIX secolo per volontà di 37 fra nobili e borghesi oristanesi che fondarono la "Società Teatro San Martino di Oristano". Per molti anni fu un importante punto d’incontro culturale e ricreativo, noto anche in campo nazionale. Vi si alternarono artisti importanti che calamitarono ad Oristano la borghesia di tutta l’Isola. Lo frequentò anche il nostro famoso commediografo Antonio Garau, fin da piccolo affascinato dal teatro e dalla commedia all’italiana. Aveva solo otto anni quando al Teatro San Martino assistette alla commedia “Il Marchese del Grillo”. Il suo entusiasmo fu grande e da allora il piacere, il gusto della commedia, entrarono prepotentemente dentro di Lui, e non lo abbandonarono più. Questo era, allora,  per Oristano e circondario il Teatro San Martino! 

Oggi, dopo lustri di abbandono, dopo una interessante opera di restauro, durata non poco tempo, riappare alla vista degli oristanesi che transitano in via Ciutadella de Menorca, ma con le lucide nuove porte sempre rigorosamente chiuse! Il restaurato teatro San Martino, come altre incompiute, resta irrimediabilmente chiuso, sprangato, negato alla fruibilità degli oristanesi, nonostante sia un pregiato pezzo di storia del capoluogo e della sua cultura più profonda.  Senza dimenticare il sacrificio economico per l’opera di restauro che non è stato, tra l’altro, di poco conto! Costato quasi un milione di euro, fra acquisto del rudere (che apparteneva alla famiglia Sanna e che si accordò col Comune per 100mila euro) e le ristrutturazioni, le opere di recupero del piccolo “monumento culturale" costruito in stile “neo classico” andarono avanti per quasi due anni. La nuova vita del teatro iniziò nel 2006 con l’avvio della ristrutturazione che demolì la gran parte dell’interno, salvando la facciata ed alcune parti perimetrali integre. Oggi i pochi anziani che (curiosamente e…non autorizzati, durante la fase di ultimazione dei lavori) hanno potuto ammirare il teatro rimesso a nuovo possono solo dare sfogo alla nostalgia, quella di chi ha conosciuto il vecchio teatro San Martino, piccolo ma elegante, con i suoi loggioni e il suo stile inconfondibile: le logge rosse e bordeaux e le decorazioni dorate, eleganza popolare di un monumento parte irrinunciabile del centro storico. Per il resto della città il restaurato "nuovo" San Martino resta, però, desolatamente chiuso.
Quali le motivazioni di questa terribile decisione che priva la città di un suo pezzo di storia? «Per l’apertura mancano ancora 150mila euro, necessari per completare i lavori», sostiene l’ex assessore comunale dei Lavori pubblici, Andrea Lutzu. Anche la sua nuova destinazione rimane fumosa ed incerta. C’è chi vorrebbe far diventare il teatro una sala multimediale e auditorium per le attività di servizi alle imprese, con una capienza di un centinaio di posti a sedere, chi, invece, vorrebbe destinarlo alle diverse compagnie teatrali che mendicano spazi che non riescono a reperire.  Da anni gli artisti locali rivendicano la restituzione alla città di una struttura che sarebbe utilissima non solo per mettere in scena spettacoli e ospitare convegni, ma anche mostre e rassegne, magari proprio in occasione della Sartiglia, quando, Oristano si riscopre a corto di spazi disponibili. Per ora, però, non se ne fa nulla.

L’altra incomprensibile incompiuta è, invece, il restaurato palazzo ubicato in “Praza ‘e is bois”.Quest’ampia piazza è stata, un tempo, luogo molto caro agli oristanesi. Un “luogo simbolo”, fulcro delle molteplici attività legate alla civiltà contadina; a metà Settembre, in “Praza ‘e is bois”, ci si incontrava, come in una grande festa: per regolare i patti agrari, definire i nuovi accordi economici e scambiare bestiame ed attrezzi legati all’agricoltura ed all’allevamento.
L’ampio mercato del bestiame ubicato nella piazza era noto in tutta la Sardegna: era considerato “la borsa” del mercato agricolo dell’epoca. Oggi si cerca di rievocare quei tempi con la manifestazione del “Settembre Oristanese”, molto meno sentita, però, ai giorni nostri e che necessita a mio avviso di una adeguata rivisitazione. Anche il suo austero palazzo restaurato, che si affaccia oggi su una nuda e bianca nuova piazza, resta irrimediabilmente chiuso. Perché? Difficile dare una saggia giustificazione. L’ampio edificio potrebbe accogliere non poche strutture sociali e comunitarie. Oristano non manca di associazioni e di aggregazioni rivolte verso il sociale. Da quelle assistenziali a quelle culturali e ricreative. In questo grande palazzo potrebbero davvero trovare spazi per esercitare al meglio  la loro funzione “di servizio”. 

Fa piacere constatare e prendere atto che il nuovo sindaco ha iniziato ad imboccare questa strada: ha concesso all'Università della Terza Età l’uso di una piccola parte dei locali di questo fabbricato. Credo che la brillante e condivisa iniziativa vada portata avanti con determinazione, destinando tutti gli spazi disponibili alle associazioni meritevoli. Vi sono in città  tante aggregazioni culturali, musicali, sportive, ricreative e di servizio che mancano di adeguati spazi che, invece, abbondano in edifici come quelli prima visionati ma che restano inesorabilmente chiusi.
Caro Guido la mia non è una critica ma in invito a prendere "con mano forte" le redini di una  macchina che col tempo ha messo un po’ di ruggine! Senza timore! Spesso non è semplice prendere decisioni su questioni che risultano aggrovigliate e difficili da dipanare ma è necessario farlo. Come fece Alessandro Magno che con un netto colpo di spada recise l’intricato nodo gordiano.
Grazie, cari amici, della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario


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