lunedì, settembre 19, 2022

IL FUTURO DELLE BANCONOTE? LA CARTA SARÀ SOSTITUITA DALLA PLASTICA, PER EVITARE LE SEMPRE PIÙ SOFISTICATE FALSIFICAZIONI. IL REGNO UNITO DAL 1° OTTOBRE RITIRA LE STERLINE DI CARTA.


Oristano 19 settembre 2022

Cari amici,

Il futuro delle banconote, così come le concepiamo oggi, sarà diverso: non più stampate su una particolare carta filigranata ma sulla plastica. Ad iniziare a cambiare le carte in tavola fu l’Australia nel 1988, a cui poi seguirono diversi altri Paesi, tra cui Canada, Fiji, Mauritius, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Romania, Polonia e Vietnam, per arrivare al Regno Unito. La novità, comunque, appare comoda, in quanto le nuove banconote presentano maggiore sicurezza e anche più vantaggi rispetto alla carta.

Il passaggio delle banconote dalla carta alla plastica risulta indubbiamente più sicuro: resistono meglio a contraffazione e perfino ai lavaggi in lavatrice. E c’è di più in termini di vantaggi: le nuove banconote saranno “più pulite, durature ed eco-friendly rispetto a quelle in carta”. Il Regno Unito è dunque uno dei primi Paesi al mondo a mettere in atto questo tipo di transizione (che eliminerà le banconote di carta dalla circolazione), che è iniziata col taglio da 5 sterline e poi sarà successivamente esteso a tutti gli altri tagli.

La decisione è ormai presa: è stato dato un termine alla circolazione “cartacea”, e dal primo di ottobre si potranno usare solo le banconote plastificate, mentre quelle di carta dovranno essere spese o cambiate in banca e in certi uffici postali autorizzati. Dai primi calcoli le vecchie banconote in circolazione non sono poche: i tagli da 20 e 50 sterline, sono stimate per un valore di circa 13-14 miliardi di pounds in controvalore.

Nel Regno Unito è già iniziata la corsa alla ricerca delle banconote di carta, spesso conservate nei luoghi più strani. Considerato che la rivoluzione partirà da ottobre, i britannici hanno meno di un mese per spendere le vecchie banconote di carta da 20 e 50 sterline prima che finiscano fuori corso. Questa fase è il completamento di quella ‘rivoluzione' nata per passare al contante di plastica, fatto di polimeri, che fu intrapresa dalla Bank of England nel 2016. Il processo era cominciato con il taglio da 5 sterline ed era stato poi gradualmente esteso a tutti gli altri tagli. La data cruciale è dunque quella del primo ottobre: da allora andranno usate solo le banconote plastificate.

Quando nel 2016 la Bank of England lanciò il biglietto da 5 sterline in plastica, in grado di resistere all’acqua e agli strappi, attirò subito la curiosità degli inglesi, ansiosi di provare le super banconote. La nuova banconota fu presentata nella sede principale della banca inglese con una dimostrazione molto particolare in cui la banconota è stata messa alla prova fra acqua e strappi. Era un’innovazione rivoluzionaria: la plastica sostituiva la trama cartacea, cosa che consentiva di avere una banconota più elastica e resistente.

E non era tutto. La nuova banconota in plastica poteva essere immersa nell’acqua, poi estratta gocciolante e strizzata, restando perfettamente integra. Le nuovissime 5 sterline di plastica sono arrivate sul mercato già dal 13 settembre 2016, e sul retro nella banconota si poteva ammirare il volto del Primo Ministro Churchill, vincitore della II guerra mondiale, mentre sul fronte in rilievo c’era l’immagine storica della Regina Elisabetta.

Cari amici, il progresso avanza in tutti i campi e questo passaggio, dalla carta alla plastica, è solo un passaggio intermedio, perché il futuro, a quanto si dice, pare prevedere solo monete virtuali e non più fisiche. Un’ultima curiosità. Lo sapete perché gli inglesi chiamano la "sterlina" “POUND”? Perché il termine è la contrazione dell'espressione “pound of sterling silver”, che sta ad indicare una quantità pari a una libbra di argento particolarmente puro (una lega al 92,5% di argento e 7,5% di rame, lega detta appunto argento sterling), alla quale era legato il suo valore.

A domani, amici.

Mario

 

domenica, settembre 18, 2022

EGITTO: LE PIRAMIDI E IL LABIRINTO DI MERIDE. COSA SI NASCONDE SOTTO LA SABBIA DEL DESERTO, TRA LE PIRAMIDI E LA SFINGE? QUALI SEGRETI STENTANO AD ESSERE SVELATI AL MONDO?


Oristano 18 settembre 2022

Cari amici,

L’Egitto è terra di misteri. Dopo le piramidi e la sfinge, ben altri si nascondono sotto la sabbia del deserto. Costruzioni segrete, che appaiono difficili da svelare, come l’immenso labirinto sotterraneo di antichissima costruzione, risalente a un periodo lontanissimo e di cui parlano addirittura Erodoto, Manetone, Diodoro e perfino Pitagora. Questo misterioso labirinto viene descritto strutturato su due livelli, con oltre 3mila stanze e mura tempestate di enigmatiche iscrizioni che potrebbero raccontare la vera storia della civiltà egizia, all’epoca fra le più grandi della terra.

Eppure, questa immensa opera d’arte, indubbiamente eccezionale per l’epoca, resta ancora sepolta sotto la sabbia del deserto egiziano con i suoi preziosissimi reperti, quasi secretata. Ancora da scoprire, nonostante dai rilievi effettuati una decina di anni fa da ricercatori belgi ed egiziani, questo manufatto lascia presagire una scoperta archeologica tra le più grandi di sempre. Ma vediamo cosa si sa, finora, di questo straordinario “Labirinto di Meride”, costruito in Egitto ad Hawara presso il lago di Meride nel Fayyum; indubbiamente si tratta di una costruzione labirintica, parte integrante del tempio funerario di Amenemhet III (1842 a.C.-1797 a.C.), che, come scrisse Manetone nelle sue opere: «...egli costruì il Labirinto nel nomo di Arsinoe, come tomba per sé», labirinto simile a quello di Cnosso.

Di questa antichissima struttura, gli storici prima menzionati parlano di un labirinto già vecchio di un migliaio di anni; Pitagora (484 a.C.– 425 a.C.) scrisse che il labirinto era già antico di 1.300 anni ai suoi tempi, precisando di averlo visitato personalmente. Ecco cosa scrisse: “Le piramidi sono al di sopra di ogni possibile descrizione, ma il Labirinto vince il confronto anche con esse”. Insomma, un labirinto custode di incredibili segreti che si stenta però a svelare.

Il famoso egittologo Flinders Petrie, proprio nel Fayyum, nella zona di Hawara presso il lago di Meride di cui parlano gli antichi storici, portò alla luce alcune rovine nel 1888. Poche in verità: frammenti di colonne ed i basamenti di due colossali statue ritenute del sovrano Amenemhet III. Il luogo sarebbe stato utilizzato come cava di pietra sin dall’epoca romana, e molti dei resti archeologici sarebbero purtroppo serviti per erigere nuove costruzioni. Alcuni si chiesero già allora, tuttavia, se quelli individuati fossero davvero i resti del labirinto. Dubbi notevolmente accresciuti dai risultati ottenuti di recente col georadar da una equipe di ricercatori.

Eppure, gli antichi storici hanno lasciato precise indicazioni sulla enigmatica costruzione. Erodoto, il famoso storico di Alicarnasso, in Storie (Libro II), parlando della struttura, la descrive "sotterranea" e composta da dodici cortili coperti, con porte opposte tra loro: sei rivolti verso nord e sei verso sud; tutti spazi contigui. Lo stesso muro – fa sapere - li chiude tutt’intorno dall’esterno. All'interno tante le stanze in doppio ordine. Quelle a livello del suolo - afferma Erodoto - che ho visitato ed attraversato, e quelle nel sottosuolo. Quante? 3.000 in numero, 1.500 per ciascun ordine.

Anche Strabone, fornendo anch’egli informazioni fondamentali, afferma che davanti agli ingressi si aprono numerose e lunghe gallerie sotterranee, collegate fra loro da tortuosi passaggi, sicché senza guide per nessun visitatore è possibile entrare e uscire dallo stesso cortile. Riferisce, inoltre, un'altra cosa definendola straordinaria: “I tetti di ciascun ambiente sono fatti di un'unica pietra e, alla stessa stregua, le gallerie sono ricoperte per tutta la loro ampiezza da lastre monolitiche di eccezionale grandezza, senza travature di legno o di altro materiale”.

Per anni si è ritenuto che quello individuato da Patrie fosse il sito del mitico labirinto. L’archeologo trovò per altro i nomi di Amenemhet III e della figlia Sebeknofru durante gli scavi e se ne dedusse che la struttura di Meride facesse parte integrante del tempio funerario di questo faraone (1842 a.C.-1797 a.C.). Ma i forti dubbi rimasero. Come poteva essere il labirinto descritto da Erodoto e da altri, se mancavano importanti elementi indicati negli scritti di questi ultimi? Per lo meno, il materiale rinvenuto non poteva rappresentare l'intera struttura.

Quanto a Erodoto, Egli afferma che accanto al Labirinto vi era una piramide alta quaranta orge (antica unità di misura corrispondente, all'incirca, a quanto si ottiene allargando le braccia e distendendo le dita, N.d.R.) sulla quale vi sono scolpiti animali di grandi dimensioni. Vi si accede da una strada sotterranea...Il soffitto dei locali è di pietra come le pareti piene di figure scolpite, mentre ogni cortile è circondato da colonne di pietre bianche connesse fra loro alla perfezione. Il tetto di tutte queste costruzioni è in pietra e così pure i muri ricoperti da iscrizioni. Infine, Egli ci lascia in eredità una precisazione intrigante: “Le stanze superiori le abbiamo viste noi stessi passando da una all'altra e ne parliamo per averle visitate, ma di quelle sotterranee abbiamo solo informazioni per sentito dire; poiché gli Egiziani che vi sovraintendono non hanno voluto assolutamente farcele vedere, dicendo che ci sono le tombe dei dodici re che fin dall'inizio costruirono questo labirinto”.

Amici, che in quel sito segreto possa essere custodita la storia più remota dell’Egitto e non solo, viene ribadito, con parole neppure tanto criptiche, anche da Pitagora. Il labirinto – rivela il sommo matematico - contiene altrettanti luoghi, quante ha il Nilo divinità; altrettanti palazzi, quanti vi sono governi, o vi dovrebbero essere stati: giacché questo immenso edifizio, nell'origine del suo disegno, doveva essere considerato come il geroglifico materiale dell'impero.

Amici, il segreto sull’antico labirinto purtroppo sembra permanere anche oggi, nonostante l'esistenza di questa struttura colossale sotto l’area indagata un tempo da Petrie sia ormai una certezza. Dell’incredibile ritrovamento si occupò nel 2008 anche la rivista scientifica NRIAG e i risultati, con dati dettagliati, furono illustrati durante una conferenza alla prestigiosa Università belga di Gand. A un certo punto però l’allora segretario del Consiglio Supremo delle Antichità d’Egitto, Zahi Hawass, avrebbe chiesto la sospensione di qualsiasi divulgazione in ossequio alle leggi sulla "sicurezza nazionale”. In parole povere venne proibita qualsiasi pubblicazione sul ritrovamento fino all’ottenimento di ulteriori informazioni. Che purtroppo mai arrivarono.

Da allora tutto è fermo, ed è difficile comprendere come mai si eviti di verificare quello che potrebbe essere un ritrovamento senza precedenti per l’archeologia e la storia della civiltà. Quali intangibili segreti potrebbe custodire quel lembo di terra chiamato Hawara? Agli studiosi pare assurdo il non poter verificare cosa davvero si celi sotto la sabbia egiziana, se lì sotto vi sia davvero una delle costruzioni più grandi e misteriose dell’antico Egitto. Indubbiamente sarebbero delle interessantissime testimonianze storiche che non è giusto che restino celate. Il mistero, però, continua a restare.

A domani.

Mario

sabato, settembre 17, 2022

VIA LIBERA DELL’UNIONE EUROPEA AL SALARIO MINIMO. DOPO IL SÌ DELLA COMMISSIONE, ANCHE IL PARLAMENTO HA APPROVATO LA RELATIVA DIRETTIVA IN MERITO.


Oristano 17 settembre 2022

Cari amici,

Il Parlamento Europeo nei giorni scorsi ha approvato, in via definitiva, la nuova legislazione sui salari minimi adeguati nell'UE. La legge, concordata a giugno con il Consiglio, intende migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori dell'UE e promuovere miglioramenti in ambito economico e sociale. A tal fine, sono stati definiti i requisiti essenziali per l’adeguatezza dei salari minimi garantiti, come stabilito dalle leggi nazionali e/o dai contratti collettivi. La legge vuole inoltre migliorare l'accesso effettivo dei lavoratori alla tutela garantita dal salario minimo. Il testo è stato approvato con 505 voti favorevoli, 92 contrari e 44 astensioni (votazione finale su accordo in prima lettura).

La nuova direttiva si applicherà a tutti i lavoratori dell'UE con un contratto o un rapporto di lavoro. I Paesi UE, in cui il salario minimo gode già di protezione grazie ai contratti collettivi, non saranno tenuti a introdurre queste norme o a rendere gli accordi già previsti universalmente applicabili. La definizione del salario minimo rimane di competenza dei singoli Stati membri, i quali dovranno però garantire che i loro salari minimi consentano ai lavoratori una vita dignitosa, tenendo conto del costo della vita e dei più ampi livelli di retribuzione; i Paesi dell’Unione Europea avranno a disposizione due anni di tempo per recepire tutte le norme.

È importante precisare che non è compito dell’Unione europea fissare un salario minimo uguale per tutti e le sue leggi non si sostituiscono a quelle nazionali, sia per quanto riguarda il mercato del lavoro che per tutti gli altri ambiti. La Direttiva approvata mercoledì 14 settembre stabilisce che il salario minimo è uno strumento necessario a garantire un tenore di vita dignitoso (tenendo conto dei costi), e le norme UE rispetteranno le pratiche nazionali di fissazione dei salari e sarà rafforzata la contrattazione collettiva nei Paesi in cui è coinvolto meno dell’80% dei lavoratori. Lavoratori e rappresentanti sindacali avranno garantito il diritto al ricorso in caso di violazione delle norme. In sostanza, i nuovi parametri hanno il compito di armonizzare i sistemi di quei Paesi che già lo hanno in vigore e incoraggiare a fissarlo quelli che non lo hanno.

Paesi europei che attualmente applicano per legge un salario minimo garantito sono 21 sul totale di 27, ma l’ammontare varia a seconda della nazione. Secondo gli ultimi dati Eurostat, la Bulgaria è quella con il limite di retribuzione più basso in tutta l’UE ed è fissato con esattezza a 332,34 euro. Mentre il tetto più alto è in Lussemburgo, pari a 2.256,95 euro. Solo altri sette Paesi hanno il salario minimo fissato sopra i mille euro: l’Irlanda (1.774,50 euro), i Paesi Bassi (1.725 euro), il Belgio (1.658,23 euro), la Germania (1.621 euro), la Francia (1.603,12 euro), la Spagna (1.125,83 euro) e la Slovenia (1.074,43 euro). Per avere un termine di paragone extraeuropeo, negli Stati Uniti il salario minimo è fissato a 1.109,54 euro, in Gran Bretagna (secondo i dati Eurostat del 2020) a 1.583,31 euro.

Amici, l’Italia, come è noto, fa parte di quelle nazioni che non ha un salario minimo garantito dalla legge. Non è ancora chiaro, però, che strada intende percorre nei due anni di tempo per adeguarsi all’Unione europea, se quella legislativa oppure quella affidata alla contrattazione collettiva. La normativa stabilisce che la legge non è necessaria se la copertura dei contratti collettivi raggiunge l’80% dei lavoratori e nel nostro Paese tale tetto è ampiamente superato. Il tentativo più recente è stato fatto dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, rafforzando il sistema e ampliando la platea di lavoratori interessati e aveva trovato anche un parere positivo da parte delle rappresentanze sindacali.

Tuttavia, con la caduta del Governo Draghi, l’accordo è rimasto in sospeso e le parti sociali continuano a scontrarsi sul tema. Il Movimento 5 Stelle incita il ricorso alla legge per fissare un tetto minimo di 9 euro l’ora, a differenza dei partiti della coalizione di centro-destra che prediligono la contrattazione collettiva. I sindacati, infatti, seppure con impostazioni diverse, si sono schierati a favore della contrattazione collettiva. Mentre Confindustria, attraverso le parole del Presidente Carlo Bonomi, ha ribadito che «non siamo contrari al salario minimo, è un tema che non ci tocca. Se volete applicarlo applicatelo nella maniera corretta e chiamatelo come volete. Creiamo quattro scaglioni: reddito cittadinanza e contrasto alla povertà, trattamento economico minimo e trattamento economico complessivo».

Cari amici, indubbiamente anche il nostro Paese dovrà adeguarsi quanto prima e stabilire come regolamentare il lavoro, stabilendo il modo più consono per un salario minimo che consenta al lavoratore condizioni di vita dignitosa che mai dovrebbero mancare.

A domani.

Mario

venerdì, settembre 16, 2022

LA TELENOVELA DEL PONTE DI MESSINA CONTINUA. ANCHE L’ATTUALE CAMPAGNA ELETTORALE HA RISPOLVERATO IL PROGETTO DEL “PONTE DI MESSINA”. IL REALTÀ IL PRIMO PONTE DI MESSINA FU COSTRUITO DAI ROMANI.


Oristano 16 settembre 2022

Cari amici,

Della possibile costruzione del Ponte di Messina, si parla da così lungo tempo che sembra proprio una telenovela, oppure una tela di Penelope, la cui trama si inizia oggi e si disfa domani. Eppure, questo possibile “PONTE” in realtà in passato è esistito ed a costruirlo furono i romani. Unire la Sicilia all’Italia continentale, è stato da sempre un sogno, coltivato anche in passato, nella convinzione che tante opportunità si sarebbero potute cogliere, grazie alla realizzazione di questo collegamento. Proprio per questo, ad ogni elezione parlamentare, il problema torna a galla e alcuni partiti continuano a proporre questo cavallo di battaglia anche per le imminenti elezioni..

Ma in passato si parlava di meno e si realizzava di più. In tempi antichi, molto prima che il dibattito politico fosse tanto “democratico”, i romani avevano già unito la Sicilia alla Calabria, realizzando quello che, ad oggi, risulta essere l’unico collegamento fisico fra le due regioni. Era il 251 a.C., in pieno periodo di guerre puniche, e il collegamento aveva uno scopo pratico. Il grande Strabone, geografo, storico e filosofo greco antico, nei suoi scritti riporta che Lucio Cecilio Metello, console romano della Repubblica, sconfisse Asdrubale nella battaglia di Palermo del 251 a.C., durante la prima guerra punica.

Asdrubale era stato inviato in Sicilia con un grosso contingente militare che comprendeva anche 140 elefanti da guerra, un compendio di “carri armati dell’antichità”, in grado di terrorizzare i romani, i quali però a Palermo partono da una posizione di difesa, dietro le mura della città, e riescono ad annientare l’esercito cartaginese. Asdrubale è messo in fuga, si ritira a Lilibeo ma poi viene richiamato a Cartagine e giustiziato per la sconfitta subita, e lascia a Lucio Cecilio Metello un cospicuo bottino di guerra con gli elefanti sopravvissuti.

Per celebrare la vittoria contro il comandante cartaginese Lucio Cecilio Metello decide di portare a Roma i pachidermi superstiti, e forse, ed è importante specificare “forse”, lo fa costruendo un ponte di barche fra Sicilia e Calabria, dove i romani fanno passare gli animali, che raggiungono Roma e rendono prestigiosissimo il trionfo del console Romano. La vittoria sarà talmente importante che le monete romane dei Metelli mostreranno spesso l’effigie dell’elefante.

Collegare “Messana” (Messina) a “Regium Julium” (Reggio Calabria) non è impresa semplice, e i romani la portano a termine legando un numero enorme di botti, a due a due, con altre tavole, realizzando un ponte di legno galleggiante. L’idea non era di certo una novità, era stata realizzata dagli Assiri, dai Persiani e dai Greci, ma l’elemento nuovo è il tratto di mare che questa passerella collega, quello stretto di Messina che è fulcro di tante narrazioni mitologiche e crocevia marittimo di due mondi che la natura ha diviso ma che l’uomo vorrebbe unire, da sempre.

L’idea in realtà non era poi così balzana! La struttura realizzata riuscì ad essere tanto imponente da galleggiare e resistere alle correnti dello stretto di Messina, consentendo agli enormi elefanti africani di raggiungere la Penisola in tutta sicurezza. Tuttavia, come per tante opere del passato, una mancata pianificazione della manutenzione fece svanire nel nulla tutto il lavoro realizzato. Una volta che gli elefanti e l’esercito arrivarono a Calabria, il ponte venne lasciato al suo destino: senza organizzarne l’indispensabile manutenzione, la passerella in legno probabilmente resistette qualche mese, poi la forza delle mareggiate si portò via quel collegamento, che per i successivi 22 secoli non sarà mai più ripristinato.

Amici, l’idea del ponte, però, non tramontò. Dopo la temporanea realizzazione degli antichi romani l’idea di ponte rimase nell’aria, ma sarà solo durante il Medioevo che l’idea di concretizzare il ponte si ripresenterà. Nel IX secolo è Carlo Magno a pensarci, ma la complessità dell’opera lo fa desistere praticamente subito. Dopo di lui furono i normanni a tentare l’impresa, nella persona di Roberto il Guiscardo, ma anche in questo caso la tecnologia medievale era inadatta a realizzare l’opera. Dopo il medioevo saranno i Borbone a pensare di unire la Calabria con la Sicilia, ma il costo preventivato si dimostrò totalmente fuori portata per il regno meridionale.

Dopo i sovrani spagnoli si tentò ancora. Il primo a vagliare la fattibilità fu il Conte Stefano Jacini, che nel 1866 incaricò l’ingegner Alfredo Cottrau, costruttore di ponti e strade ferrate di fama internazionale nonché funzionario responsabile delle Ferrovie Italiane, di studiare un progetto per realizzare un collegamento stabile tra Calabria e Sicilia. L’ingegner Cottrau fu il primo a decretare l’enorme difficoltà della realizzazione del ponte con dati tecnici: in base alla grande profondità del tratto di mare e delle forti correnti che lo attraversano dichiarò che era praticamente impossibile realizzare il ponte, a meno di non impiegare risorse “colossali”.

Poi arrivò la proposta del “Ponte sommerso”, avanzata nel 1870 da un certo Carlo Navone, che spiegò come sarebbe fattibile, in linea teorica, realizzare un lungo tunnel a circa 30 metri sotto il fondo del mare che collegasse la Sicilia e la Calabria, con una parte dedicata al transito di veicoli e un’altra di treni. Un progetto moderno, anche se con la tecnologia dell’epoca quasi irrealizzabile. L’ipotesi di Navone era tanto valida che è rimasta in auge per oltre un secolo, quando il dibattito si concluse con la soluzione, almeno in via teorica, di una struttura esclusivamente aerea.

Cari amici, finora sono stati innumerevoli i tentativi di studio di fattibilità del ponte sullo stretto di Messina; per i curiosi segnalo l’interessante libro “Il Mitico Ponte sullo stretto di Messina” del Professor Aurelio Angelini, disponibile sul sito dell’Università di Padova, in cui potete trovare tutti i dettagli di questa ormai mitica costruzione e la storia di coloro i quali si sono spesi per collegare l’isola alla penisola. Per ora possiamo solo attendere che la politica riesca a realizzare nuovamente un’opera che, forse, oltre 2 millenni fa aveva collegato alla penisola la sua grande isola più vicina, unendo quel che la natura ha diviso e che l’uomo tenta, ormai da troppo tempo, di riunire.

A domani.

Mario

giovedì, settembre 15, 2022

IN SARDEGNA, TERRA DI PANI MILLENARI, NASCE A SASSARI L'ACCADEMIA DEL LIEVITO MADRE, CORPO E ANIMA DEL PANE TRADIZIONALE.


Oristano 15 settembre 2022

Cari amici,

La Sardegna ha una straordinaria tradizione nella preparazione dei numerosi tipi di pane. In passato il pane era un alimento principe, indispensabile per l’alimentazione giornaliera, e preparare il pane era una di quelle arti antiche che qualificavano la padrona di casa. Tradizioni antiche, che si sono conservate al meglio in tutta la Sardegna. Sin dai tempi più antichi, infatti, le procedure classiche della lavorazione a mano delle farine di grano con acqua e sale, della lievitazione lenta con il lievito madre, che si trasmetteva da una lavorazione all’altra, e della cottura finale nel forno a legna, sono state costantemente praticate per arrivare poi fino a noi. E oggi, anche noi possiamo ripetere i medesimi gesti e usare gli stessi ingredienti, seppure diversificati da una moltitudine di forme, usi e sapori.

Alla base del processo di panificazione c’era dunque “Su Framentu”, il lievito madre, considerato l'anima della lavorazione delle numerose tipologie di pane tipico o tradizionale, da tavola e da cerimoniale. Questo impasto base, costituito da farina, acqua e - non sempre - sale, è stato di recente studiato e ri-elaborato a Sassari dall'Accademia Sarda del lievito madre. Presieduta dal microbiologo Giovanni Antonio Farris, porterà avanti lo studio, la valorizzazione, la promozione e la divulgazione di questa antica e sostenibile lavorazione del pane, molto diffusa in Sardegna da millenni. In un Lievito Madre maturo sono presenti circa 10 milioni-un miliardo di fermenti lattici e centomila-10 milioni di lieviti per grammo, con un rapporto costante di 100:1.

Nella preparazione del Lievito Madre, attraverso l’acidificazione i batteri lattici conferiscono al pane il caratteristico sapore acidulo e una maggiore digeribilità, mentre i lieviti, in seguito alla produzione di anidride carbonica, contribuiscono prevalentemente all’aumento di volume. Come conseguenza il pane e i prodotti lievitati da forno assumono alcune proprietà sensoriali, nutrizionali e salutistiche che non sono riscontrabili in altri prodotti ottenuti con agenti lievitanti diversi (es. lievito di birra). Con l’introduzione del lievito di birra (in Sardegna subito dopo la Seconda guerra mondiale), infatti, oltre che di grani e sfarinati provenienti da altre nazioni (spesso da oltre oceano!), la gran parte dei nostri pani di tradizionale hanno conservato solo la forma, perdendo tulle quelle caratteristiche peculiari trasmesse dal Lievito Madre e dalla materia prima.

Il microbiologo Giovanni Antonio Farris, Presidente dell’Accademia, ha detto: "Il nostro è un importante passo avanti nella conoscenza e recupero della pratica della panificazione con l’uso del lievito madre, una cultura che risale ad almeno 4/5mila anni a.C., un patrimonio che è un vero tratto identitario della civiltà agro pastorale dell’Isola, che conferisce ancora più forza al nostro progetto. La Sardegna è la regione al mondo con il maggior numero di pani tipici, che, con l'impiego del lievito madre, consentono al pane di sviluppare caratteristiche straordinarie, esaltando le proprietà degli sfarinati e degli impasti”.

Soprattutto quando vengono usati grani coltivati localmente – ha spiegato Farris - il pane ottenuto con il Lievito Madre ha un sapore più ricco e articolato, influenzando sia l’aspetto olfattivo che quello gustativo; inoltre, sono numerosi gli altri vantaggi; quello nutrizionale, per esempio: i processi biochimici, estremamente complessi, liberano alcuni composti (aminoacidi, sali minerali, zuccheri semplici e tanti altri) prontamente utilizzabili dall’organismo umano; inoltre, l’abbassamento del pH (acidità del pane) stimola positivamente la digestione, soprattutto quella intestinale;

C'è poi l'aspetto salutistico: data la lunga fermentazione dell’impasto (6-8 ore e più) il pane ottenuto, rispetto a quello fermentato con il lievito di birra, presenta una riduzione significativa della glicemia (circa 25% in meno) e della insulinemia (meno 20%) post-prandiale e questo anche nelle persone con “ridotta tolleranza ai carboidrati” (condizione che può essere definita di “prediabete”). Altri studi hanno dimostrato che l’attività proteolitica (in questo caso la degradazione delle gliadine, una delle due classi proteiche che formano il glutine, in unione con le glutenine dopo l’aggiunta dell’acqua) dei batteri lattici può avere un ruolo determinante nel ridurre l’intolleranza umana al glutine, intolleranza che caratterizza la malattia celiaca.

Cari amici, la brillante idea della creazione dell’Accademia si è concretizzata nel 2021, con la realizzazione all'interno della Collezione Microbica del Dipartimento di Agraria dell'Università di Sassari, del settore delle Paste Acide della Sardegna, dove vengono conservati campioni provenienti da ogni angolo dell'isola, tramandatisi di generazione in generazione anche da oltre 100 anni e che fanno parte di una rete scientifica internazionale delle Collezioni Microbiche di interesse Agroalimentare. Ben venga, dunque, questa Accademia!

A domani.

Mario

mercoledì, settembre 14, 2022

UNA BELLA TISANA SGONFIA PANCIA: ALLORO E LIMONE. IN DECOTTO O INFUSO, QUESTO PREPARATO HA GRANDI EFFETTI BENEFICI.


Oristano 14 settembre 2022

Cari amici,

Le occasioni per mettere a repentaglio la nostra salutare dieta quotidiana certo non mancano. In tutti i periodi dell’anno, tra feste, anniversari, matrimoni, battesimi e cresime, uscite fuori porta, la dieta quotidiana va spesso a farsi benedire. D’estate, poi, complice il periodo di vacanza e di ristoro dopo un anno di lavoro, risulta impossibile rinunciare a “fare strappi alla regola", esagerando all’infinito con le mangiate. D’altronde sarebbe una noia mortale stare sempre a dieta e mangiare frutta e verdura sconditi!

Questi comportamenti, però, non sono ben visti dal nostro organismo, che reagisce con gonfiori allo stomaco, cattiva digestione e altri pericolosi fastidi. A questi nostri “strappi”, tuttavia, in qualche modo si può porre rimedio, con l'utilizzo di apposite tisane o decotti. Tra quelle più utilizzate c’è da prendere in considerazione quella che voglio ricordare a Voi oggi: La tisana sgonfia pancia con Alloro e Limone.

Quanto all’alloro, questa pianta ha foglie dotate di un potente antisettico naturale, ricco di vitamina A, vitamina C e di acido folico, e risulta efficace anche in caso di malattie da raffreddamento. L’alloro viene utilizzato contro spossatezza fisica e insonnia, ma è anche un ottimo digestivo. Riesce, infatti a contrastare i gas intestinali, ed è uno dei rimedi naturali più efficaci che le nonne consigliavano sempre in presenza di mal di pancia; l’alloro, inoltre, allevia anche i dolori mestruali ed è anche un diuretico, oltre a risultare utile contro le bronchiti croniche.

Le foglie d’alloro possono essere utilizzate sia in infuso che in decotto. Per l’infuso si utilizzano di norma le foglie intere dell’alloro, poiché tritate perderebbero gran parte dell’aroma, e trovano largo uso in ricette regionali o preparazioni per liquori. Immerse nell’acqua bollente le foglie di alloro liberano l’olio essenziale contenuto nelle fibre: in considerazione del gusto amaro, sono sufficienti poche foglie che vengono tolte di solito a fine cottura.

Prima di bere l’infuso si può aggiungere il succo o la scorza di un agrume (limone, arancia o mandarino). Questo infuso è un ottimo rimedio, dopo un pasto abbondante, per alleviare il gonfiore e la pesantezza di stomaco. Questo rimedio naturale si avvale di tutte le proprietà benefiche della pianta di alloro, che sono antisettiche e calmanti, soprattutto per quanto riguarda i dolori dell’apparato digerente. Il Decotto di foglie di alloro, invece, si prepara in modo molto semplice; ecco come farlo.

Gli ingredienti per il decotto di foglie alloro. Prendere 10 foglie di alloro, possibilmente direttamente dalla pianta e acqua q.b.; meglio avere a disposizione anche un agrume a piacere. Preparazione decotto foglie di alloro. Mettere l’acqua in un pentolino sul fornello acceso, aggiungere le foglie di alloro (in alternativa si possono utilizzare anche le bacche dell’alloro, ma le foglie sono di uso maggiormente frequente e diffuso) e cuocere il tutto per cinque minuti dopo che l’acqua avrà iniziato a bollire; di norma è preferibile aggiungere anche della buccia di arancia, mandarino o limone per aggiustarne il sapore, e continuare a cuocere per qualche altro minuto; Al decotto può essere aggiunto un poco di miele, anche se forse è preferibile non farlo per mantenere intatte tutte le proprietà organolettiche della pianta. Dipende comunque dal senso di gradevolezza che vogliamo ottenere.

Cari amici, la tisana (così come il decotto) alloro e limone in realtà può essere una vera e propria bevanda digestiva, da bere sempre. Personalmente la consiglio tiepida, così ha un effetto anche rilassante, e aiuta molto ad accelerare la digestione. È facilissima da fare e da conservare, e all’occorrenza è lì pronta. È più usata dopo pranzo, quando si mangia troppo, ma anche la mattina a stomaco vuoto, in questo caso serve per attenuare la fame. Provatela è l’ideale in questo periodo!

A domani.

Mario