venerdì, maggio 09, 2014

LA CULTURA DEL POPOLO SARDO ATTRAVERSO I SUOI PROVERBI. ESSI SONO IL SEGNO PIU’ TANGIBILE DEL NOSTRO ATAVICO SENSO DI IMPOTENZA NEI CONFRONTI DELLE AVVERSITA’.



Oristano 9 Maggio 2014

Cari amici, 

“Bene narat su diciu” (dice bene il proverbio), esclamano ancora oggi i vecchi sardi trovando, con saggezza, per ogni situazione un proverbio adatto. La saggezza è quel bagaglio di esperienza che si acquisisce nel tempo, che riconosce alle generazioni precedenti il percorso di conoscenza già acquisita e che, se vogliamo, può tornare utili anche a noi.  
La saggezza dei sardi la troviamo in una miriade di proverbi (dicius), modi di dire, che riguardano tutte le manifestazioni della vita: dall’amore all’odio, dalla religione alla vita quotidiana, dalle annate buone a quelle cattive, dal rimpianto per  non aver colto un’occasione alla troppa fretta nel fare le cose. Il proverbio credo sia nato per sintetizzare la passata esperienza dei nostri antenati e poterla trasmettere ai posteri: le brevi e spesso taglienti affermazioni in esso contenute sono la sintesi di un processo di vita, la risultante, a volte amara, di un errore da non ripetere. Per testimoniare l'alto valore attribuito ai proverbi nella civiltà isolana, il grande glottologo Giovanni Spano li raccolse, nel secolo scorso, dalla viva voce del popolo e li pubblicò in appendice al suo Vocabolario sardo-italiano. Egli sosteneva che: “Ogni proverbio è un’avvertenza, è il maestro del presente e del futuro. E’ pure un conforto nelle disgrazie, sentendosi naturalmente citare dagli amici per lenirle, o da se stessi per rassegnarvisi…”.
Questi “distillati di esperienza”, maturata nel corso dei secoli, sono ancora validi, nonostante il lento ed inesorabile trascorrere del tempo. Un grande rammarico è che molti sardi appartenenti alle nuove generazioni non solo hanno abbandonato il sardo come loro lingua madre, ma non sono neanche curiosi di conoscere la loro antica cultura, maturata nei millenni dai loro antenati. Spero che questo processo di abbandono e rifiuto della nostra saggezza antica possa presto tramutarsi in una riscoperta delle nostre nobili radici. Ecco ora per Voi una panoramica dei più noti proverbi, frutto della nostra straordinaria cultura. Nella breve esposizione ho voluto premettere, prima di raggrupparli, la mia “supposta causale” del messaggio contenuto nel proverbio, aggiungendo, per quelli che hanno poca dimestichezza con il sardo, la libera traduzione in italiano. Buona lettura.
La classica diffidenza dei sardi è presente in tanti proverbi. Difficile per un sardo unirsi agli altri, “fare squadra”, costruire qualcosa insieme: il suo forte individualismo glielo vieta. Anche gli amici che Egli conta sono pochissimi, solo quelli sperimentati. Ecco alcuni proverbi che lo dimostrano:
1) Confida in totus e fidadì de pagus (Confida in tutti e fidati di pochi);
2) Riu mudu, trazadore (Rio muto, trascinatore),
3) Faeddare pagu, sabidorìa meda (Parlare poco, saggezza estrema),
4) S'amigu proadu tenelu in contu (L'amico sperimentato conservatelo);
5) Homine sabiu non chircat fattos anzenos (Gli uomini dabbene non cercano i fatti di altri);
6) Fagher su bellu in cara, et in segus s'istoccada (Far il bello in faccia, e dietro la stoccata);
7) Nemos podet narrrere: eo dae cussa funtana non bivo (Nessuno può dire: io non berrò mai da quella fonte;
8) Né chin maccu, né cun santu no brulles tantu (Né col matto, né col santo, non scherzare tanto);
9) In divinu et in humanu: si a vinti no es galanu, i a trinta no hat iscentia, e a baranta no hat prudentia, i a chinbanta no es devotu, s'omine est perdidu in totu (Nel divino e nell'umano: se a venti non è galante, e a trenta non ha scienza, e a quaranta non ha prudenza, e a cinquanta non è devoto, l'uomo è fallito del tutto;
10) Unu pacu de fele amargurat meda mele (Un po' di fiele rende amaro molto miele).

 Dopo la nota diffidenza, sono le avversità della vita e, dopo i tanti sacrifici, la paura della morte a impensierire l’animo dell’antico sardo. Ecco alcuni proverbi-riflessione.
1) A pranghere e a riere, toccada a die a die (A piangere ed a ridere, tocca di giorno in giorno);
2) In su naschere e in su morrere tottus semus ch’e pare (Nel morire e nel nascere tutti siamo uguali);
3) Fuire da’e su fumu et ruere in su fogu (Sfuggire il fumo, e cadere nel fuoco);
4) A su morotzu current sos corvos (Sulla carogna si avventano i corvi);
5) Nessunu si nelza biadu, chen’a essere interradu (Nessuno sia detto beato prima di essere sepolto);
6) Cane mudu, bardadi is cambas (oppure “mossu mortale” (Cane muto, guardati le gambe, oppure morso mortale);
7) Qui sighit duos leperes non de sighit mancunu (Chi insegue due lepri non ne insegue nessuna);
8) Briga de frades, briga de canes (Lite di fratelli, lite di cani);
9) Menzus chivarzu in domo sua chi non Coccoi in domo anzena (Mglio pane nero in casa propria, che pane bianco in casa d'altri);
10) Bestidu, su bastone, paret unu barone (Rivestito, anche un bastone può sembrare un barone).

 Altri temi trattati con dovizia di particolari nei proverbi sono: la giustizia, la diffidenza nei confronti della donna, l’avarizia e la mancanza di sincerità, spesso in tanti riscontrata. Eccone alcuni esempi.
1) Lezzes meda, populu miseru (Molte leggi, popolo misero);
2) Faeddare pagu, sabidorìa meda (Parlare poco, saggezza estrema);
3) Homine cando faeddat, et non abbaidat in cara, homine traitore (L'uomo che parla e non guarda in viso, è uomo traditore);
4) Tres cosas sunt reversas in su mundu: s'arveghe, s'ainu e sa femina (Tre cose sono testarde nel mondo: la pecora, l'asino e la donna);
5) Sa malizia de sa femina superat totu sas ateras (La malizia delle donne supera tutte le altre);
6) Inue non penetrat sa femina, mancu su diaulu (Dove non arriva la donna non arriva neanche il diavolo);
7) Dae sa die chi prestas has un'inimigu in prusu (Dal giorno che prestate avete un nemico in più);
8) S'avaru non faghet bene si non cando morit (L'avaro non fa bene se non quando muore);
9) Avaru ses? Mìndigu moris (Sei avaro? Povero morirai);
10) Ogni inimigu est potente, finzas sa formigula (Ogni nemico è forte, anche la formica).

Cari amici, quelli che Vi ho riproposto sono solo una piccolissima parte dei numerosissimi proverbi che la nostra antica cultura sarda ha coniato nel tempo. Saggezza antica, quella contenuta, ma che ha anche al giorno d’oggi una sua grande validità. Per non annoiarvi troppo ne aggiungo pochi altri, reperiti tra i più noti, e che alla saggezza aggiungono una spiccata ironia, capaci  quindi di strapparci anche un sorriso!

1) Bene narat su diciu, a caddu curridore, sa briglia forte! (Dice bene il proverbio, a cavallo brioso briglia forte), nel senso che ai giovani esuberanti è necessario dare un’educazione forte;
2) A su caddu lanzu, curret musca meda (Al cavallo magro corrono molte mosche). Significa che sul povero si accumulano le disgrazie;
3) Chie dormit a pizzinnu pianghet a bezzu (Chi dorme in gioventu', piange da vecchio). Significa che chi non si da fare in (lavora) da giovane si ritroverà a piangere da vecchio;
4) Chie hat dinare meda cumparit innocente (Chi ha molti soldi viene giudicato innocente);
5) De sos duos males abbrazza su minore (Dei due mali abbraccia sempre il minore);
6) De su trabagliu fattu non tinde pentas mai (Del lavoro fatto non pentirtene mai);
7) Homine fattu cun dinari, non balet a nudda (Uomo fatto con i soldi non vale a nulla);
8) Menzus corpos de fuste de amigu chi non lusingas de inimigu (Meglio avere bastonate dall'amico che lusinghe dal nemico);
9) Sa cosa furada pagu durat, et comente est bennida, gasi si ch'andat (La cosa rubata poco dura, e come viene se ne va);
10) Senza dinare non si cantat missa (Senza denaro non si canta messa [cioe' non si fa nulla]).
Grazie a tutti Voi dell’attenzione: per oggi basta, altrimenti, come dice un saggio proverbio sardo “Su tropu istropiat” (Il troppo storpia)!
Ciao!

Mario

giovedì, maggio 08, 2014

LA BUFALA DEL PROGETTO GALSI: FORSE QUELLO FRA SARDEGNA E ALGERIA E’ UN MATRIMONIO CHE NON S’HA DA FARE, NE DOMANI NE MAI! LA TELENOVELA DI UNA LUNGA STORIA.



Oristano 8 Maggio 2014
Cari amici,
che lo sviluppo necessiti di energia non è certo una scoperta recente. La Sardegna, dopo l’abbandono del carbone, non ha certo molte altre risorse locali disponibili e, per le aziende sarde, il costo energetico è un costo che toglie ulteriore competitività alle aziende isolane, facendo diventare qualsiasi prodotto confezionato in Sardegna più caro e poco competitivo. Accantonato il carbone, soprattutto per il fattore inquinamento, alla fine del secolo scorso, si ventilò la sostituzione del carbone con il metano, ipotizzando l’utilizzo dell’abbondante gas algerino. 
Dopo accordi di massima e non pochi studi di fattibilità, nel 2003 venne messo in piedi un interessante progetto che prese il nome di GALSI. (acronimo di Gasdotto Algeria Sardegna Italia); venne costituito un Consorzio societario ad hoc con un capitale di 10.000.000 di €, composto da: Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, SFIRS, Regione Sardegna 11,6% e Gruppo HERA 10,4%. Successivamente, dal 2007, entrò nel progetto anche Snam Rete Gas, che avrebbe collaborato al progetto in virtù di un accordo che le affidava la costruzione e la gestione del tratto sardo.
Il consorzio Galsi era nato quindi per la realizzazione di un gasdotto destinato all’importazione di gas naturale dall’Algeria all’Italia continentale, attraverso la Sardegna. Il progetto prevedeva una condotta sottomarina tra l’Algeria e le coste sarde, l’attraversamento dell’Isola, e successivamente, sempre via mare, la condotta del gas avrebbe raggiunto la Toscana, nelle vicinanze di Piombino. La lunghezza totale del tracciato sarebbe stata di circa 830 km, di cui 270 km sul suolo sardo ed i restanti 560 km offshore nel Mar Mediterraneo. Il metanodotto sarebbe partito dalla stazione di compressione di El-Kala (Draouche) in territorio algerino, approdando a Porto Botte, in Sardegna; da qui, attraversando l’Isola, avrebbe raggiunto le coste sarde a Nord, riprendendo il mare nei pressi della stazione di compressione di Olbia, per terminare il suo percorso in Toscana, nelle vicinanze di Piombino. La capacità di trasporto del gasdotto era preventivata in 8 miliardi di metri cubi all'anno.
Sul progetto fin dall’inizio furono sollevate anche forti critiche da parte di diversi comitati sardi contrari alla sua realizzazione. Il motivo principale era il forte impatto ambientale che si sarebbe venuto a creare sul territorio della Sardegna: sarebbe stato necessario superare 300 corsi d’acqua, deviarne 50 e attraversare 14  passaggi ferroviari e 108 strade. L’iter procedurale comunque non si fermò: i vantaggi sarebbero stati certamente di gran lunga superiori ai disagi. Il planning indicato nel sito ufficiale del Galsi aveva previsto entro il 2013 il completamento della raccolta dei permessi ed autorizzazioni, mentre nel 2014 si sarebbe svolta la fase operativa dell’investimento. La corposa operazione, ritenuta vitale per la Sardegna, era parte integrante dei progetti infrastrutturali in campo energetico ritenuti prioritari dall'Unione Europea, e per questo destinataria di un finanziamento di 120 milioni di euro; il tutto all'interno del quadro del "Programma di sostegno alla ripresa economica tramite la concessione di un sostegno finanziario comunitario a favore di progetti nel settore dell'energia", conosciuto con l'acronimo inglese di EEPR (European Energy Programme for Recovery).

Ebbene, cari amici, nonostante tutti questi buoni propositi e le ingenti somme finora spese, l’operazione è da tempo ferma e, con grande rammarico, pare, sia stata definitivamente accantonata. 
Recentemente l’Assessore Regionale all’Industria, Maria Grazia Piras, interpellata in proposito ha così sostenuto: «Purtroppo non riusciremo a realizzare il Galsi, il metanodotto dall’Algeria. Sono cambiati gli scenari e oggi una scelta del genere ci vincolerebbe troppo con quel Paese». «La possibilità di utilizzo di altre modalità», ha aggiunto l’Assessore, «consentirebbe un risparmio e il gas potrebbe essere acquistato lì dove costa di meno». L’energia - ha detto ancora Maria Grazia Piras - è uno dei temi più importanti per la politica industriale dell’isola: «Sul metano stiamo pagando un gap rispetto alle altre Regioni, che significa maggiori costi per imprese e famiglie. Basti pensare che se ci fosse il metano ogni utente risparmierebbe ottocento euro l’anno».
La decisione presa non è passata inosservata. Altre parti politiche (in particolare i Riformatori) tuonano ripentendo che i sardi stanno continuando a pagare costi esorbitanti per l’energia: «Spesi milioni di euro per nulla, uno scandalo che il governo regionale si arrenda», sostengono.
“Il fatto che il Galsi non si faccia più, non significa che la Regione abbia rinunciato al metano”, risponde la Giunta Pigliaru: “si dovranno cercare le soluzioni alternative”. "L'assenza di metano è un costo chiaro, misurabile, evidente della nostra condizione di insularità. E' un costo che cittadini e imprese sarde non possono più accettare. Le soluzioni esistono e Italia e Europa dovranno contribuire alla loro realizzazione". Così Francesco Pigliaru ha rotto il ghiaccio sui temi energetici. Il presidente della Regione lo ha fatto con una dura replica ai Riformatori, che "vogliono far credere ai sardi che noi avremo rinunciato al metano".
Cari amici, una cosa è certa: rinuncia o soluzione alternativa, i sardi continuano ad essere sempre penalizzati: l’insularità crea la mancanza di competizione, mette i sardi in condizioni di continuare ad essere gli ultimi in classifica, o poco meno. Basti pensare solo ai fatti più recenti: nell'ultimo mese il governo ha fatto ricorso contro il taglio del costo della benzina per i sardi, i cieli dell'Isola sono nel caos più totale e i costi per raggiungere il resto dell’Italia molto onerosi, sia via aerea che via mare. Senza parlare della situazione della viabilità interna, sia stradale che ferroviaria. 

Nei giorni scorsi i giornali hanno parlato di una Giunta “poco produttiva”, che si riunisce poco e altrettanto poco lotta per i problemi che affliggono i sardi. In data più recente, invece, la prima pagina dei giornali è occupata dal “baby pensionamento” degli ex onorevoli sardi: se l’accreditamento dato a questa Giunta in fase iniziale si rivelasse fallimentare, credo che, davvero, alle prossime elezioni il movimento 5Stelle farà  il pieno di voti!
Speriamo di no!
Grazie, amici, dell’attenzione.
Mario
 

mercoledì, maggio 07, 2014

IL 1° MAGGIO CAGLIARI E TUTTA LA SARDEGNA FESTEGGIANO IL LORO SANTO PATRONO: SANT’EFISIO. QUEST’ANNO PER IL MARTIRE GUERRIERO E’ STATA LA 358^ VOLTA.



Oristano 7 Maggio 2014
Sono passati pochi giorni e l’eco dei festeggiamenti per la grande festa dei sardi, Sant’Efisio, il  primo Maggio, è ancora nel cuore e nella mente del popolo sardo. Dal lontano 1657, ininterrottamente, ogni 1° Maggio, si svolge a Cagliari la grande processione religiosa di Sant'Efisio, notoriamente più conosciuta come “Festa di Sant'Efisio”. Per questo antico e suggestivo evento affluiscono, non solo migliaia di fedeli da tutta l'isola, ma anche moltissimi turisti italiani e stranieri. Il rituale, rimasto inalterato nel corso dei secoli, è suggestivo ed emozionante. Prima di ricordarlo a Voi lettori del mio blog, ecco chi era questo Santo cosi amato e festeggiato nella nostra Isola.
La vita ed il martirio di Sant’Efisio sono narrati nella “Passio Sancti Ephysii Martyris”,  scritta dal presbitero Marco che si dichiarava testimone oculare della passione del Santo martire: “Io presbitero Marco ho raccontato fedelmente e sinceramente la passione del Beato martire Efisio, come mi chiese lui stesso, ed a cui assistetti con i miei occhi dal principio alla fine, affinché questo racconto fosse di buono auspicio sia ai contemporanei che ai posteri…”, così affermava il presbitero Marco nella prefazione al libro. Ecco il suo racconto.
La Passio narra che Efisio era nato ad Aelia Capitolina (alle porte di Antiochia in Asia minore) intorno alla seconda metà del terzo secolo dopo Cristo. Il padre Cristoforo era cristiano, ma Efisio, rimasto orfano in tenera età, venne educato dalla madre Alessandra al paganesimo. Arruolatosi nell’esercito divenne ufficiale durante l’impero di Diocleziano, il più spietato persecutore dei cristiani, e fu inviato in Italia a combattere contro i seguaci di Cristo. Come San Paolo sulla via di Damasco, il valoroso condottiero Efisio fu illuminato dalla potenza divina che doveva combattere, che gli apparve sotto forma di croce splendente. Egli si convertì al cristianesimo e per suggellare il suo patto con il Signore sulla mano destra gli rimase impresso il simbolo della croce. Inviato in Sardegna per combattere i Barbaricini, ostili al potere romano, si distinse riportando importanti vittorie. 
Durante il Suo soggiorno in Sardegna scrisse alla madre e all’imperatore Diocleziano, comunicando la sua conversione al cristianesimo ed esortando anche loro ad abbandonare gli dei pagani, stolti e falsi. L’imperatore inviò in Sardegna un suo messo, il giudice Julico, per tentare di convincere Efisio a lasciare la religione cristiana, con la promessa di onori e ricchezze. Efisio rifiutò la proposta con sdegno e per questo venne incarcerato e sottoposto a terribili torture. Il Signore per confortarlo mandò i suoi angeli ed Egli stesso gli apparve nel luogo del supplizio, la cripta-carcere su cui fu poi edificata la chiesa a Lui dedicata. Efisio fu condotto nuovamente dinanzi al giudice, il suo viso risplendeva della grazia divina ed il suo corpo non rivelava alcun segno delle torture subite. In questo secondo tentativo di distoglierlo dalla fede cristiana il giudice Julico lo invitò ad entrare nel tempio di Apollo per onorare gli dei. Efisio invece lo maledisse e le mura del tempio tremarono. Colto dallo spavento per tali prodigi, il giudice lasciò immediatamente la Sardegna, imbarcandosi per fare ritorno in patria. Il suo sostituto, Flaviano, era un uomo noto per la sua crudeltà. Egli sottopose Efisio a supplizi terribili, ma il suo corpo gettato alle fiamme non fu toccato dal fuoco, che avvolse invece i suoi carnefici. Impauritosi anch’egli, come il suo predecessore, ordinò la morte di Efisio per decapitazione. 
Il Santo fu martirizzato a Nora, “in loco qui dicitur Nuras“, recita la Passio del presbitero Marco, il 15 gennaio del 286 dopo Cristo (altri indicano come anno della sua morte il 303). Prima di morire chiese al boia la grazia di esprimere un’ultima preghiera: volgendo lo sguardo al cielo, si rivolse a Dio invocando la sua benedizione e chiedendogli  di estendere la sua eterna protezione alla città di Cagliari. “Ti prego Signore, di proteggere la città di Cagliari dall’invasione di nemici, ti prego anche affinché il popolo Cagliaritano abbandoni il culto degli dei e respinga gli inganni del demonio, e riconosca Te, Gesù Cristo, Signore nostro, come unico vero Dio. Chiunque, afflitto da malattie, si recherà nel luogo dove il mio corpo verrà sepolto recupererà la sua salute, o se qualcuno si troverà in pericolo tra i flutti del mare, o oppresso da genti straniere, o torturato dalla fame o dalla peste, dopo avere invocato me, tuo servo, verrà salvato e liberato dalle sue angustie, per grazia tua, Signore Gesù Cristo”. Pronunciate queste parole il carnefice, con un colpo di spada, gli recise il capo e l’anima gloriosa di Efisio si congiunse a Dio. Il suo corpo venne sepolto dai cristiani nei pressi del luogo del martirio, verso oriente, “et sepultus est ex parte orientis“, narra la Passio. La sua tomba divenne meta di devoti pellegrinaggi e su di essa fu eretta la chiesa che esiste tuttora sulla spiaggia di Nora.
L’amore del Santo Efisio per Cagliari non si è mai spento e la città lo ricorda e venera con tanto amore. Nel XVII secolo, durante una terribile pestilenza che aveva colpito Cagliari e dintorni, fu invocata dalla Municipalità la protezione del Santo e l'epidemia ebbe termine. Il Consiglio Civico Cagliaritano nel 1652, in segno di devoto ringraziamento, promosse i primi festeggiamenti in onore del Santo. La prima grande festa in onore di S. Efisio si tenne nel 1655 e da quell’anno fu ripetuta senza soste: quest’anno è l’edizione n. 358. La grande manifestazione, che inizia con un nutrito corteo, ha come punto di partenza la Chiesa di S. Efisio, situata nell'omonima via del quartiere di Stampace. Qui sono conservate le reliquie del Santo, inizialmente trasferite nell'XI sec. da Nora a Pisa; successivamente, alla fine del XIX secolo, la città di Pisa le restituì a Cagliari che le conserva gelosamente. 
Un rappresentante della massima autorità della città, l’Alter Nos”, con le insegne dell'altissima onorificenza spagnola del Tosón d'Oro, si reca la mattina del primo Maggio nella Sua chiesetta, mentre i confratelli dell’Arciconfraternita del Gonfalone adornano il simulacro del Santo con numerose decorazioni. Celebrata la messa la statua viene messa dentro un'urna di cristallo collocata a sua volta su un cocchio trainato da un giogo di buoi addobbati secondo la tradizione.
Da quella Chiesa parte la processione, aperta dalle traccas, carri addobbati a festa, trainati da buoi. Seguono poi i gruppi folkloristici, circa 5.500 persone con il costume tradizionale sardo, provenienti da tutta l'isola, che solitamente recitano il rosario o cantano i goccius. Dopo seguono i cavalieri; aprono i cavalieri del campidano su cavalli ornati di fiori, seguiti poi dai miliziani armati di archibugi; a seguire i membri della Guardianìa (in frac e cilindro), con in prima fila il Terzo Guardiano che regge il Gonfalone della confraternita. Segue poi l'Alter Nos, il rappresentante della Municipalità, anch’esso in frac e cilindro e con al collo il Toson d’oro. Dopo i cavalieri sfilano i membri dell'Arciconfraternita preceduti da un confratello che regge un crocifisso del 1700. L'arrivo del cocchio, trainato dall’addobbato gioco di buoi, è preceduto dal suono delle launeddas. Quando il cocchio arriva in via Roma viene salutato dalle sirene delle navi attraccate nel porto di Cagliari, e cammina su un immenso tappeto di petali di rose (s'arramadura).
Uscito da Cagliari il cocchio si avvia verso Giorgino, dove sosta presso un'altra chiesetta a lui dedicata; qui il Santo viene spogliato dei gioielli e gli vengono sostituite le vesti con altre più semplici. La statua viene poi trasferita nel cocchio di campagna. Il simulacro prosegue poi su un camion militare sino a Maddalena Spiaggia, dove il santo incontra i fedeli provenienti da Capoterra, paese di cui è patrono. Questo trasferimento in camion si è reso necessario in quanto dopo la costruzione del porto canale è stata interrotta la vecchia strada per Pula. Successivamente Sant'Efisio, riprendendo l'antico percorso sul cocchio trainato dai buoi, viene accompagnato nella chiesetta di Su Loi, a lui dedicata, dove viene celebrata la messa. Il cocchio arriva poi a Villa d'Orrì dove viene officiata la benedizione eucaristica. Il corteo prosegue il viaggio fino a Sarroch dove il simulacro trascorre la notte. Il corteo arriva poi a Villa San Pietro, dove viene celebrata una messa dopo aver percorso, in processione le strade del paese. Il viaggio continua, sempre in processione, sino a Pula. Qui, dopo la celebrazione di una messa nella chiesa di San Giovanni Battista, il cocchio prosegue verso Nora, dove arriva intorno alle 21 circa. 

Qui avviene la commemorazione del Santo, con preghiere e invocazioni che continuano fino al giorno 3, anche con una processione tra le rovine di Nora. Il 4 maggio il Santo riparte verso Cagliari, e farà rientro nella chiesa di Stampace intorno alle 23, accompagnato ancora dalla suggestiva processione di centinaia di fedeli in costume e con le fiaccole. 

Nella lunga e complessa cerimonia di questa antica festa l’Alter Nos è la figura che incarna il connubio tra religiosità e municipalità. Ai tempi della monarchia (spagnola prima, sabauda poi) era il Vicerè, “l’Altro Noi”, che, in rappresentanza del re, sfilava per la festa di Sant’Efisio. Oggi, invece, è designato dall’Amministrazione Comunale (non immaginate quanti sognano di essere chiamati a tale compito) e segue il cocchio del Santo anche nelle tappe extracittadine fino al ritorno il 4 Maggio nella chiesetta di Sant’Efisio.
L’intera Sardegna è strettamente legata alla devozione del Santo e ogni primo Maggio sfilano in processione a Cagliari tutti i colori dell’isola con i costumi dei vari paesi partecipanti. Nelle “Traccas”, i carri addobbati a festa trainati da buoi, sono esposti in mostra i prodotti più genuini della terra, dell’artigianato sardo ed tanti dolci, messi in bella mostra nei cestini appositamente intrecciati. Nel bacino del Mediterraneo si può tranquillamente asserire che, a parte le processioni che si svolgono in Spagna e che in qualche misura si possono ricondurre a quella sopra descritta, per valenza e durata, quella di Sant' Efisio sia tra le più importanti, se non la più importante, per lunghezza del percorso, numero di partecipanti, paesi coinvolti e tipicità dei costumi presenti, di rara e incommensurabile bellezza, alcuni dei quali risalgono a centinaia d’anni fa.

Cari amici, Cagliari anche quest’anno ha sciolto il suo voto a S. Efisio per la 358^ esima volta. Anche quest'anno sono stati migliaia i fedeli accorsi alla sfilata del Santo guerriero sulla via Roma letteralmente ricoperta di decine di migliaia di petali di rosa colorati. Il significato religioso di questa Festa, che si ripete da cosi lungo tempo, e la sua notorietà, hanno fatto si che  l’antico scioglimento del voto che la città di Cagliari fece a Sant'Efisio, sia ormai diventato un “fatto culturale importante”, anche secondo i principi stabiliti dalla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. La Commissione Nazionale per l'UNESCO, che segue la manifestazione ormai da sette anni, sembra aver già riconosciuto l’alto valore dell’evento, volto alla tutela e alla promozione del patrimonio etnografico e culturale popolare, ipotizzando la concessione del proprio patrocinio, premessa per l'iscrizione del Rito dello scioglimento del Voto e della Festa di Sant’Efisio nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Cari amici, come vedete Oristano è sempre presente con i suoi meravigliosi costumi! Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario