sabato, aprile 30, 2022

VIOLENZA DI GENERE E SINDROME DI STOCCOLMA. QUANDO NEL TOSSICO RAPPORTO DI COPPIA LA DONNA CONTINUA AD AMARE IL PARTNER CHE PRATICA SU DI LEI LA VIOLENZA.


Oristano 30 aprile 2022

Cari amici,

Con l'ultimo post di aprile voglio tornare a parlare con Voi di violenza, in particolare di quella sulle donne. Una violenza subdola, sottile e sotterranea, che crea anche dipendenza, come avviene nella così detta “Sindrome di Stoccolma”. Ho già avuto occasione di parlare su questo blog del problema creato da questa sindrome, ma limitandomi a focalizzare il problema sui sequestri di persona. Chi è curioso può andare a leggere quanto scrissi in data 19 marzo 2015, cliccando sul seguente link: http://amicomario.blogspot.com/2015/03/la-sindrome-di-stoccolma-quando-chi.html. Quel mio intervento fu alquanto limitato, ripeto, in quanto mi occupai soprattutto delle conseguenze psicologiche ricadenti sulle persone rapite a scopo di estorsione; soggetti che, durante la prigionia, maturavano nei confronti dei loro sequestratori dei sentimenti positivi, che in certi casi sono arrivati addirittura all’amore tra vittima e carnefice.

Oggi, però, la mia riflessione vuole analizzare la sindrome che colpisce le donne nel rapporto di coppia; ovvero quel dramma interiore creato da quei tanti casi di violenza di genere, perpetrati dai compagni di vita violenti. Violenze subdole, fatte di angherie e soprusi, percosse e aggressioni, arrivando perfino alla perdita della vita. Ebbene, anche in molti di questi casi è presente una forma di “Sindrome di Stoccolma”, perché molte donne abusate e preda di violenze non denunciano il loro aggressore, nonostante i traumi subiti. Questo particolare stato di dipendenza psicologico/affettiva della donna verso il suo partner, è costituito da un particolare sentimento positivo nei confronti del suo aggressore, tanto da arrivare a giustificare il comportamento anomalo del partner.

La condizione paradossale di ‘amare’ il proprio carnefice appartiene a quei sintomi noti come dipendenza affettiva correlata al trauma da narcisismo in età adulta. La spinta affettiva e irrazionale verso chi abusa, maltratta, trascura, è stata individuata in ambito criminologico proprio col nome di Sindrome di Stoccolma per i fatti li avvenuti nel 1973 (descritti in dettaglio nel mio post prima citato) che evidenziavano l’attaccamento emotivo verso i rapitori di un gruppo di impiegati di banca rimasti ostaggi per giorni durante una rapina.

Sindrome caratterizzata dall’empatia manifestata dalle vittime nei confronti dell’aggressore, che veniva giustificato e difeso, tanto da desiderare di mantenere un contatto con lui nonostante i soprusi subiti. Sul piano della logica questa sindrome appare insensata e incomprensibile, perciò richiede un esame psico-logico che prenda in considerazione le difese più arcaiche della psiche rispetto al trauma. Ogni minaccia all’integrità è percepita come inspiegabile dall’individuo che la subisce e innesca risposte automatiche finalizzate a conservare quel che resta dell’integrità offesa. Tra queste, nella Sindrome di Stoccolma come nella dipendenza affettiva, spiccano la negazione e la mancata condanna verso l’aggressore.

Amici, all’interno della coppia quando la donna subisce l’aggressione, nella sua mente scatta il meccanismo che cerca una giustificazione alla violenza subita; un processo mentale che cerca di nascondere la realtà, quasi negandone l’esistenza. Ciò accade quando la vittima non vuole credere alla brutalità del suo carnefice e, per salvarsi, ricerca significati sentimentali nel suo agire, per inventarsi una speranza di cambiamento e di salvezza per il futuro. Questa tolleranza, questa giustificazione alla violenza subita, fa sì che le vittime non denuncino il fatto, ostacolando il lavoro degli investigatori con atteggiamenti negativi e reticenti verso le Forze dell’Ordine.

Il risultato della “giustificazione della violenza” ha ben altri risvolti negativi nella vita sociale. Uno dei più importanti è il progressivo isolamento della famiglia, che, come conseguenza, comporta l’aggravarsi della dipendenza psicologica dal partner-aggressore, che in questo modo può continuare a tiranneggiare indisturbato la sua vittima, una volta alienate le altre figure presenti intorno a lei. La risultante? Un doloroso “sequestro simbolico”, un sequestro senza catene, né armi, né prigioni visibili, ma non per questo meno traumatizzante dei reali sequestri di persona ben noti e correlati alla Sindrome di Stoccolma.

Cari amici, purtroppo la violenza sulle donne continua senza sosta; è auspicabile che vengano aumentati gli strumenti atti a sensibilizzare in modo costante chi ne è vittima, fin dalle sue prime manifestazioni. È questa una necessità assoluta, irrinunciabile, che deve essere portata avanti senza tentennamenti: in questo modo molte violenze cesserebbero e non poche vite potrebbero essere salvate.

A domani.

Mario

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