mercoledì, luglio 01, 2026

LA DESERTIFICAZIONE DEI CENTRI URBANI A SEGUITO DELLA SCOMPARSA DELLE BOTTEGHE. I POSSIBILI RIMEDI.


Oristano 1° luglio 2026

Cari amici,

Ho pensato di iniziare i post di luglio parlando con Voi, amici lettori, di "DESERTIFICAZIONE", sia abitativa che commerciale, considerato che la Sardegna in particolare vive una pericolosissima desertificazione in tutti i sensi. Chi, come me, ha vissuto anche nella prima metà del secolo scorso, sa bene che una volta, sia in città che nei centri più modesti, era presente un tessuto commerciale e artigianale che riusciva a soddisfare praticamente tutte le esigenze della Comunità. Poi, lentamente ma inesorabilmente, il prepotente avanzare della grande distribuzione e dell’industria dell’usa e getta, hanno cancellato migliaia di attività minori costringendole alla morte. Con la chiusura delle botteghe artigiane e dei negozi di vicinato, sono scomparsi dai centri urbani i fondamentali presidi sociali, aumentando il degrado e la percezione di insicurezza nei quartieri, arrivando anche alla desertificazione abitativa.

Si, la desertificazione commerciale e artigianale è oggi diventata un'emergenza molto seria, se pensiamo che dal 2012 in Italia sono scomparsi oltre 156.000 negozi, oltre all’azzeramento delle botteghe artigiane. Le cause, come accennato prima, sono da attribuire alla crescita dell'e-commerce, oltre che alla diffusione della GDO e, soprattutto, a causa dai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori. La scomparsa delle botteghe di quartiere (oggi definiti meglio negozi di prossimità) non sono da considerare un semplice problema economico, ma che si ripercuote fortemente anche sulla perdita di socialità che esse consentivano.

Amici, la “desertificazione commerciale” è ormai un terribile dato di fatto. Basti pensare che ora Amazon sta cercando di dare il colpo di grazia al commercio di prossimità, senza che la classe politica faccia sentire la sua voce e che anche le associazioni di categoria appaiono incapaci di interpretare le profonde trasformazioni economiche e sociali originate da internet e poi delle piattaforme. Così ora ci troviamo a rimpiangere il negozio sotto casa, il fruttivendolo all’angolo e il fornaio della piazza, il bar tabacchi e il ciabattino. Oltre l’aspetto commerciale, infatti, è scomparsa la socialità che ne derivava.

Dal rapporto “Città e demografia d’impresa”, condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo ma tra i più popolosi del nostro Paese, si rileva che sono 156 mila i punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante scomparsi tra il 2012 e il 2025. In Italia negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 21 mila bar e caffè e il fenomeno ha riguardato soprattutto i piccoli centri, i territori marginali che già scontavano una povertà di relazioni sociali. Senza addentrarci in analisi specifiche, mi limiterò a sottolineare che bar e negozi sono per eccellenza i luoghi nei quali le persone entrano in contatto, sia pure per brevi attimi e casualmente, con sconosciuti o persone che appena si conoscono.

Amici lettori, è proprio nei piccoli negozi, nelle barberie, nei bar, che è presente questa “socialità minore”, ma essenziale per la tenuta dei legami sociali, che trovano la più chiara espressione nei “legami deboli”, teorizzati dal sociologo Mark Granovetter e intesi come “funzioni ponte” che uniscono e collegano cerchie sociali differenti e attraverso scambi di notizie, idee e suggerimenti, che arricchiscono il capitale sociale degli individui. Ovviamente i legami deboli non sono una prerogativa esclusiva di bar e negozi, però ne sono una componente rilevante.

Ci domandiamo “Quali i possibili rimedi?”. La desertificazione commerciale e sociale dei quartieri e dei centri minori è un problema serio e molto sentito, in particolare per la seria conseguenza che porta all'isolamento e alla perdita di identità urbana. Per invertire questa tendenza, le città stanno puntando su modelli di “rigenerazione urbana partecipata”, facendo in modo che i servizi essenziali e i luoghi di socialità tornano a prendere possesso dei centri urbani ora deserti, in modo che gli abitanti possano ritrovarli a breve distanza da casa.

Cari amici,  ecco le possibili strategie e le soluzioni più efficaci che potrebbero essere adottate per ridare vita ai quartieri: Riapertura di botteghe di vicinato: Attraverso sgravi fiscali e bandi comunali per l'apertura di nuove attività artigianali, commerciali e negozi di prossimità che fungono anche da presidi di sicurezza e relazione; Spazi di coworking e incubatori sociali: Trasformazione di locali sfitti o edifici dismessi in hub di quartiere, luoghi aperti al pubblico dove i residenti possono lavorare, studiare o incontrarsi; "Portinerie di quartiere": Negozi multi-servizio che offrono supporto quotidiano (ritiro pacchi, aiuto per le pratiche, socializzazione) e fungono da punto di riferimento per gli abitanti. Se vogliamo, possiamo dare nuovo spazio alla socialità!

A domani.

Mario

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