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martedì, giugno 26, 2012

L’EURO, MONETA EUROPEA SENZA SOVRANITA’ NAZIONALE. LA SUA AGONIA E LA SUA PROBABILE MORTE, PERO’, CONTAMINERANNO L’EUROPA, COME LA PESTE DEL MEDIOEVO.

Oristano 26 Giugno 2012

Cari amici,

ormai credo che non esista più nessun italiano, di qualsiasi ceto sociale, che non abbia buona dimestichezza con termini come Borsa, indici, spread, differenziali, listini, rendimenti e amenità di questo tipo.

La notizia di ieri, che credo abbia fatto sobbalzare sulla sedia più di uno di noi, è stata quella che la nostra Borsa di Milano aveva chiuso perdendo oltre il 4%, indossando la maglia nera di capo cordata, rispetto a tutte le altre borse europee. Drastico ulteriore calo, quello di ieri della nostra Borsa, conseguente all’ennesimo rifiuto della Germania, e della sua corpulenta ed arrogante Cancelliera, di dare il via libera agli Eurobond, pressantemente richiesti da parte di molti Stati dell’Unione. Nessuno si era illuso che la terribile Lady Angela Merkel (definita da illustri commentatori politici inglesi il leader tedesco più pericoloso dopo Adolf Hitler) avrebbe dato il “via libera” all’emissione degli Eurobond, quello strumento dai più reclamato e, forse, l’unico capace di evitare agli Stati d’Europa che hanno adottato l’Euro, disastri e sconvolgimenti di natura irreversibile.

Per comprendere appieno la tragica e pericolosa situazione economica in cui versano oggi sia l’Europa che l’Euro è utile tornare indietro, partendo dalle origini, e rendersi conto che i ‘processi incompleti’ sono molto peggiori del male che si erano inizialmente proposti di combattere.

Quando oltre sessant’anni fa furono messe le basi per un’Unione Economica aggregante l’Europa, il percorso intrapreso era finalizzato ad una meta certa: il raggiungimento di una vera, reale, Unione Politica. I padri fondatori dell’Unione Economica erano certamente “Europeisti convinti” e la loro visione quella di un’Europa “Nazione”, come punto d’arrivo; oggi, dopo oltre sessant’anni, i passi fatti in avanti non sono stati molti, a dire il vero. L’egoismo dei singoli Stati ha impedito l’adozione di quei provvedimenti che, se da un lato diminuivano gradualmente “il potere” in capo ai vari Stati, dall’altra avrebbero dato corso a quella vera Unione Europea che, pur nel rispetto delle singole sovranità nazionali, avrebbe dato vita a quello “Stato Federale”, meta finale di un processo di Unione concepito e desiderato fin dall’origine.

All’Europa manca oggi un “ordo ordinans”, un’autorità sovranazionale, operante sul ‘grande spazio’ comune. Non un impero, non un regno alla vecchia maniera, ma una reale, concreta e moderna “Federazione di Stati”, capace di parlare con un’unica voce. L’Unione Europa di oggi solo a parole sì è dichiarata convinta ad abbandonare la sovranità degli Stati nazionali, mentre nella realtà dei fatti continua a brigare per mantenerne poteri e veti. Questo egoismo di fondo, di fatto, impedisce la costruzione di quella ‘nuova realtà’, quale è lo Stato Federale, l’unico forte ed efficiente, capace – con un’unica voce - di governare la rete d’interdipendenze economiche, figlia di quella impressionante “rivoluzione economica globale”, nata dalla Globalizzazione.

Lo ‘stato attuale’ dei Paesi dell’Unione Europea è qualcosa a metà strada tra Unione e Alleanza (un po’ meno della prima, un po’ più della seconda); quella prevalente è “l’Europa del potere delle singole Nazioni”, dove l’individualismo supera con abbondanza l’altruismo, dove si continua a preferire il meccanismo intergovernativo rispetto a quello sovranazionale, ben più rigido e costrittivo. Il motivo? Semplice. L’accordo intergovernativo consente agli Stati membri di mantenere più margini di sovranità e piegare all’occorrenza, di volta in volta, l’Unione ai propri interessi.

Le vicende dell’ultimo periodo, con Paesi in grave difficoltà come la Grecia e la Spagna e, non ultimo il nostro Paese, dimostrano che l’egoismo degli Stati non solo è diminuito ma aumentato. Gli Stati economicamente più solidi e che dall’Europa in passato hanno tratto grandi benefici economici (uno per tutti la Germania, il cui “costo di riunificazione” gravò sull’intera Europa che pagò un salatissimo conto), oggi sono i primi ad arrogarsi il diritto di rigidi difensori del rigore!

Il ripetuto invito rivolto agli Stati di ‘cedere’ una parte della sovranità economica ad un Organismo superiore, come la BCE, è stato vano. La Banca Centrale Europea oggi sembra capace solo di imporre politiche recessive ai Paesi in crisi, mortificandone così sul nascere le possibilità di far ripartire le loro economie. Il rischio di buttare a mare quanto con fatica costruito in questi anni è alto: la speculazione internazionale, frutto di quella globalizzazione che ha reso il mondo piccolo come un villaggio, dove tutto si muove in tempo reale, si accanisce sui più deboli per succhiarne la linfa, anche causandone la morte. Senza un aiuto reciproco, senza sussidiarietà, dalla crisi non si esce: soprattutto se vogliamo continuare a credere in una vera ed ‘unica’ Europa, come appartenenza. Solo uniti si vince, altrimenti tutti possono soccombere, anche i grandi. Per risolvere il problema, per evitare e annullare il rischio forte della speculazione internazionale, l’unica risorsa è mettere insieme le forze: le Nazioni oggi ricche, forti, insieme alle Nazioni più deboli, creando insieme un fronte comune contro il nemico predatore, lo speculatore. L’unica modo per farlo è creare una “garanzia comune”, solidale, di tutti gli Stati verso ogni singolo Stato dell’Unione. Per realizzarlo occorre individuare una struttura comunitaria, come potrebbe essere la BCE, e delegare questa a fornire la sua “garanzia”, alle operazioni effettuate sui debiti sovrani dei vari Stati. Questo significa dare il via all’emissione di titoli comunitari, questo significa dire “S I” agli Eurobond.

Non è, come molti sostengono, una ridistribuzione del debito dei singoli Stati tra tutti i Paesi dell’Unione. Ogni singolo Stato continuerà ad essere titolare dei propri debiti e dovrà pagarne capitale ed interessi. E’ la garanzia quella comune, quella che consentirebbe un forte abbassamento dei tassi d’interesse ed una conseguente diminuzione della speculazione. La condivisione fra tutti gli Stati membri, di ogni singolo ‘rischio Paese’, se crediamo davvero in un’Europa unita, consentirebbe non solo di limitare la speculazione ma aprirebbe, con il forte risparmio sugli interessi, sicuri spazi per la ripresa, per la crescita e per l’avvio di quella politica economica comune, capace di creare lavoro ai giovani, stretti nella morsa di una disoccupazione in costante, perenne crescita.

Tornando ai fatti di ieri sono convinto che il destino dell’Euro è appeso ad un filo. All’arroganza della Germania e di pochi altri rispondono gli Stati delusi, tra cui il nostro, che pensano seriamente ad un ritorno al passato: tornare alle vecchie monete nazionali. Quella terribile ipotesi (impropriamente chiamata Piano B) che scatterebbe in caso di uscita dall’Euro, farebbe precipitare il Paese in un girone infernale che lo riporterebbe indietro nel tempo. Credo la crisi americana del 1929 sarebbe ben poca cosa! L’uscita dalla moneta unica distruggerebbe la vita ed i risparmi di milioni di famiglie e le residue speranze per affrontare la crisi e costruire un futuro di nuova crescita si volatilizzerebbero.

L’Europa Unita è un malato grave, e la sua moneta, nata per competere ad armi pari sui mercati mondiali, in coma profondo. Rischia di morire. L’egoismo degli uomini, il loro stupido individualismo, anziché portare a compimento quel percorso di ‘unione reale’ iniziato oltre sessant’anni fa, non solo ha fermato il cammino ma, al contrario, ha messo in moto un processo inverso di “ri-nazionalizzazione”, vanificando oltre mezzo secolo di sforzi comuni di crescita e aggregazione. Sarebbe, senza nascondersi dietro un dito, una vera ‘involuzione’ del processo di unificazione europeo.

Cari amici, in conclusione e con grande tristezza, voglio dirvi che se è pur vero che la storia ci insegna che nessuna rivoluzione si è mai fatta se non con il sangue, anche quella di oggi è sostanzialmente una guerra sanguinosa.

Non importa se non vi sono due fronti contrapposti o non sono schierati gli eserciti in tenuta bellica. I giovani che non lavorano ed emigrano sono di fatto una guerra, come lo sono i suicidi in crescendo per le disfatte di natura economica. Sono una guerra i figli che non nascono perché è difficile per una coppia sbarcare il lunario anche con un solo figlio. Le guerre economiche sono anch’esse delle vere e proprie guerre, anche se è più difficile individuare il colpevole e cercare di punirlo. Chiunque sia l’autore, però, deve stare attento perché nessuno è immune dai cambiamenti repentini di fronte: se conosciamo l’oggi non ci è dato di conoscere il domani. Il pericolo, non dimentichiamolo, incombe su tutti, anche su chi, oggi, sembra immune e lontano dalle disgrazie. Mi viene in mente, a proposito, la peste di manzoniana memoria. L’avidità per accumulare denaro faceva dimenticare il pericolo: il morbo che si annidava anche tra le borse gonfie di monete d’oro e d’argento. La disperazione del “dopo” non consentiva a nessuno di poter tornare indietro!

Meditate…gente…meditate!

Grazie dell’attenzione.

Mario

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