lunedì, aprile 05, 2010

DAL MIO ALBUM DEI RICORDI: L'IMPORTANZA DEL " VICINATO".






Le notti d’estate: il gossip del passato.

Oggi è facile andare a dormire anche in pieno agosto: i condizionatori d’aria preparano l’ambiente creando la giusta temperatura e l’umidità necessaria per trascorrere una notte di riposo. Quando ero ragazzo io, invece, era tutto molto diverso.
Le case, allora, non avevano grandi protezioni isolanti e i pochi accorgimenti contro il caldo consistevano nei muri di “ladiri” e nel ripassare, di anno in anno, nuovi strati di bianco con la calce sulle facciate.
La vita sociale di un piccolo paese come il mio ( Bauladu, in provincia di Oristano ) contava molto sul “vicinato”, termine questo stava ad indicare il gruppo di famiglie che si affacciavano sulla stessa piazza, o, comunque dimoranti nelle stradine vicine.
Il vicinato era allora un sodalizio importante: oggi potremo definire questo gruppo sociale, dati i rapporti che vi intercorrevano all’interno, una “famiglia allargata”. Il vicinato sapeva tutto di tutti e quotidianamente forniva un supporto logistico oggi inimmaginabile.
Tutti gli avvenimenti più importanti di questa "grande famiglia" erano patrimonio di tutti: la nascita di un figlio, un battesimo, una cresima, un decesso o anche, più semplicemente, una festicciola come un compleanno o l’uccisione del maiale, animale che allora veniva abitualmente allevato in casa, praticamente da tutti i nuclei familiari. La solidarietà che legava le famiglie all'interno di questa sovra-struttura era forte e compatta. Era compito del vicinato, che operava democraticamente senza capi costituiti o presunti, assistere qualsiasi famiglia ne facesse parte con generosità e altruismo, con una rete di solidarietà oggi sconosciuta.
Si dava assistenza senza essere richiesti alla famiglia di una partoriente, come alla famiglia che aveva subito un lutto; in comune si organizzavano le feste per i battesimi, le cresime o i matrimoni. Tutti fornivano spontaneamente quanto ciascuno poteva, senza regole fisse se non quelle della generosità disinteressata. Qualsiasi cosa poteva costituire aiuto all'occorrenza: la fornitura delle sedie per gli invitati, il prestito del “servizio buono” per il caffè, cosi come la fornitura dello zucchero e del caffè (allora merci rare e preziose); anche la preparazione del pane per le feste avveniva nei vari forni familiari, cosi come quella dei dolci, che non potevano mancare per festeggiare ed onorare i vari avvenimenti importanti di ciascuna famiglia, lieti o tristi che fossero. Ogni fatto importante era, a pieno titolo, patrimonio di tutta la piccola Comunità, quella del “vicinato”.
Era questo sodalizio, di cui oggi si è persa traccia, una cosa bellissima e coinvolgente che io personalmente toccai con mano quando ( è raccontato in altra parte dei miei "ricordi giovanili" ) questa rete di “solidarietà” si prese cura di me, appena nato, e mi fornì il latte materno ( che mia madre non poteva darmi ), con l'utilizzo di ben due balie, intervento allora assolutamente indispensabile per la sopravvivenza di un neonato, data l’impossibilità di reperire gli attuali prodotti artificiali.

Ho fatto questa introduzione per rendere più chiaro quanto sto per raccontarvi sulle notti d’estate ( oggi diremo la “prima serata” ), ovvero sul dopocena estivo degli anni ’50.

In quegli anni del primo dopoguerra gli schemi della civiltà contadina imponevano di cenare presto. Il tocco dell’Ave Maria, che le campane della Chiesa battevano alle 19, era il consolidato richiamo per i capi famiglia ed i ragazzi a rientrare a casa, dove le donne della famiglia avevano già cucinato e preparato il pasto serale. Salvo eccezioni motivate, tutti i componenti la famiglia dovevano essere presenti per la consumazione collettiva della cena, nessuno escluso.
Considerata la frugalità del convivio la consumazione era molto veloce: in poco più di un quarto d’ora il rito veniva portato a termine: il minestrone, la pasta, le patate o le frittate, realizzate con le verdure dell'orto e con le uova delle ruspanti galline, presenti allora in ogni abitazione, non duravano a lungo nel piatto ma sparivano in grande velocità, divorate con avidità, sopratutto da noi ragazzi. Solo nei giorni di festa il pranzo e la cena erano più consistenti ed importanti: un galletto ruspante, un coniglio o un pezzo di carne di maiale ( sempre provenienti dall' allevamento di casa ), allietavano e completavano la cerimonia conviviale festiva.
Nelle calde notti d'estate, a differenza degli altri periodi dell'anno, nel dopo cena si consumava il rito, oggi scomparso, delle chiacchiere in Piazzetta.
Era, questo un modo di "prendere fresco" insieme, di raccontarsi e raccontare alla " famiglia allargata del Vicinato ", fatti e avvenimenti di ciascuno, storie vissute e curiosità, di interesse collettivo; era un modo di fare partecipi tutti delle proprie esperienze di vita vissuta.
Nonostante la stanchezza di una intensa giornata di lavoro ( per i ragazzi quella derivata dai giochi ) non si poteva andare subito a dormire. Il caldo afoso estivo avrebbe impedito il pur necessario sonno ristoratore.
Gli uomini, al termine della cena, lasciata la tavola si trasferivano all'esterno, mentre le donne della famiglia, sistemata la cucina, lavati i pochi piatti e riassettati gli ambienti, preparavano la casa per la notte: tutte le aperture, porte, finestre, abbaini e quant’altro venivano spalancate in modo da “creare corrente”, ovvero cercare di far entrare aria più fresca in tutti gli ambienti, creando quindi flussi d’aria, delle correnti, che facessero uscire dall'interno l’aria calda e consentire, quindi, agli abitanti un riposo meno sacrificato.
Terminate queste operazioni tutte le famiglie del vicinato si radunavano in un punto agevole, direi strategico, della piazza o della via, scelto per la particolare migliore ventilazione, in grado quindi di dare alle persone il maggiore refrigerio possibile.
Ognuno si portava da casa la sua sedia ( su scannu [i]) che aggiungeva, in sequenza, a quelle dei primi arrivati. Era difficile che qualcuno mancasse: succedeva solo per cause di forza maggiore. Questo modo di riunirsi era anche il modo migliore per “fare la conta delle assenze”. Chi per primo era venuto a sapere perchè Tizio o Caio non erano presenti, ne informava doverosamente tutti i presenti, che, come da una “ radio locale”, da un gazzettino sempre aggiornato, venivano a conoscenza di ogni avvenimento lieto o triste che fosse. La conseguenza ovvia era che, nei casi di necessità, le famiglie del vicinato predisponevano quanto necessario per un immediato aiuto collettivo a chi ne aveva bisogno.
Formata la platea, pur in presenza di regole non scritte, la parola passava in primo luogo agli anziani. I piccoli, complice il buio ( l’illuminazione allora solo un debole chiarore celeste ) ascoltavano in silenzio dietro le quinte: i posti in prima fila erano quelli destinati agli anziani.
I ricordi di guerra o quelli degli emigrati erano i più gettonati: Non erano, spesso, ricordi allegri: erano racconti di notti in trincea, di assalti fatti con pochi mezzi, di amici che morivano straziati dalle bombe degli avversari; ma erano anche ricordi di episodi di grande solidarietà, di viveri di sopravvivenza equamente divisi, anche se la fame non sempre era una buona consigliera.
Gli emigrati rientrati a casa, dopo anni di duro lavoro all’estero o nelle città del nord Italia, raccontavano di grandi città piene di gente, di tram, metropolitane e stazioni ferroviarie dove tutti si muovevano in modo veloce, caotico, ben diverso dal nostro tranquillo tran tran quotidiano. Le storie raccontate erano certamente arricchite di fantasia, ma per gli ascoltatori, poco avvezzi alla vita delle grandi città, il mondo raccontato era cosi diverso, cosi fantasioso, che ascoltare il narrante era come entrare, non visti, in un altro mondo, come quello delle fiabe di lontana memoria scolastica.
I racconti degli anziani aprivano la mente di noi ragazzi al nuovo, ad un mondo lontano e sconosciuto; ascoltandoli era come sfogliare un grande libro, dove le parole scritte venivano trasformate dalla fantasia in tanti castelli ubicati in un mondo lontano ed irraggiungibile.
Uno dei narranti più gettonato era un vecchio che da giovane era stato in America. Se non iniziava lui, d’iniziativa, a sfogliare i suoi ricordi era la platea a chiedergli perentoriamente di farlo.
Il vecchio parlava lentamente, quasi faticasse e recuperare da un contenitore troppo pieno quanto andava a raccontare. Le sue parole, nella nostra mente, si trasformavano in tante immagini, come in un film. Parlava di grandi fiumi lunghissimi e larghi come mari, solcati da grossi battelli a vapore, di immense pianure selvagge, piene di animali feroci, di città caotiche piene di gente di ogni tipo dove, spesso, la pistola aveva ragione molto più dei tribunali e dei libri di diritto. I ragazzini come me ascoltavano estasiati, in silenzio: il racconto era meglio, delle noiose lezioni del Maestro di scuola.
Anche se la permanenza al fresco era piacevole non si stava fuori troppo a lungo. La nuova giornata lavorativa per molti iniziava presto. Bisognava recuperare le forse per riprendere, fin dalle prime fresche ore dell’alba, il duro lavoro.
Noi andavamo a letto malvolentieri. Il nostro cervello era ancora dentro quell’immaginario mondo appena ascoltato; avremo voluto che il racconto continuasse all’infinito ma venivamo inderogabilmente dirottati sul nostro lettino. Addormentarsi alla fine non era, però, cosi difficile. Chiudendo gli occhi io continuavo a sentire la suadente voce del nonno che parlava di fiumi e di città, di banditi e di miniere, ed il racconto, nel mio sogno, si trasformava in realtà. Non era più una storia affascinante ma un mondo reale, vivo, vero, che nel sonno mi vedeva partecipe, protagonista, magari con una grossa pistola in mano ad inseguire gli uomini cattivi.
Quando la mia mente torna indietro e ripensa a questi momenti, un piacere sottile mi avvolge e mi riporta indietro nel tempo. Rivedo la piazzetta, gli anziani con il berretto ed il sigaro, risento la voce roca del vecchio che racconta, ancora, il suo passato. Che differenza, rispetto alle serate dei ragazzi di oggi! Niente discoteche, niente stragi del sabato sera, niente alcool, niente telefonini, niente computer, niente grande fratello, niente…di niente…..! Che noia… sbuffano, con fastidio, i nostri figli!
Io, invece, senza farmene accorgere...troppo, dico che erano momenti bellissimi, momenti irripetibili di vera gioia, che mi hanno aiutato a crescere. E li ricordo con struggente nostalgia!

Mario
....................................
note.
[i] “Su scannu, era una piccola ma robusta sedia che, costruita in legno duro ( spesso olivo o quercia), era normalmente usata davanti al caminetto, dato il suo limitato ingombro, per agevolare le varie operazioni: dall’accensione del fuoco , alla preparazione delle graticole o per agevolare la cottura dei cibi. Ogni componente la famiglia ne aveva normalmente una.













1 commento:

Vincenzo Mulas ha detto...

che bello! anch'io sul mio blog ho scritto qualcosa di simile sul "Vicinato"...anch'io ho vissuto fino all'età di 15 anni quello che era il Vicinato e non solo il vicinato ma anche il Cortile dove da ragazzi si poteva giocare senza tema di essere rimbrottati dai genitori...essi erano sempre vigili ma non assillanti...mi fa piacere averti incontrato sul ciberspazio