martedì, settembre 24, 2019

IL PROGETTO “UN GIORNO PER BENE” DEL TOURING CLUB ITALIANO: VALORIZZARE, NEGLI WEEK END, BENI MATERIALI E IMMATERIALI COMUNITARI. AD ORISTANO SABATO 21.9 APERTURA E CONFERENZA DEL COMPLESSO DEL CARMINE.


Oristano 24 settembre 2019

Cari amici,

Sul meraviglioso complesso del Carmine, con la sua bellissima chiesa (massimo esempio di Rococò in Sardegna, parte eccellente del complesso monastico di cui faceva parte), ho già parlato su questo blog in data 24 febbraio 2014, e chi desidera può andare a leggere quanto scrissi cliccando sul seguente link: http://amicomario.blogspot.com/2014/02/la-chiesa-del-carmine-piccolo-tempio.html.
Oggi riprendo l’argomento perché ho apprezzato molto l’iniziativa che il Touring club italiano sta portando avanti anche in Sardegna, tesa a valorizzare molti dei nostri beni che possiamo considerare “trascurati”, ovvero beni ai quali manca la giusta luminosità, per essere apprezzati e valorizzati, anziché rimanere nell’oblio.  


L'apertura della Chiesa del Carmine di Oristano, era già rientrata nel progetto del TCI "Aperti per voi", un’iniziativa nata nel 2005 per rendere fruibili siti artistici, culturali e religiosi spesso chiusi al pubblico (o aperti solo con forti limitazioni di orario). Rendere accessibili i beni preziosi del patrimonio culturale, è un impegno preciso del TCI, che arricchisce senza ombra di dubbio l'intera Comunità! 
Ora, con l’iniziativa “UN GIORNO PER BENE”, anche l’intero complesso del Carmine è rientrato nel progetto di valorizzazione e portato a conoscenza dei molti visitatori che, nella mattinata di sabato 21 settembre, hanno potuto non solo conoscerlo ma anche scoprire la sua antica storia, raccontata dalla viva voce dello studioso Nadir Danieli. Aiutandosi con un P. P. dove erano riportate anche le copie di importanti documenti, Nadir ha ricostruito ai numerosi presenti la lunga storia di questo complesso, nato negli anni intorno al 1776, dopo la demolizione di un quartiere preesistente risalente al periodo dei primi del 1.600.
Il progetto creativo del complesso fu elaborato dall'architetto piemontese Giuseppe Viana, presente alla fine del Settecento in Sardegna; il Viana, grazie alle diverse committenze acquisite da parte di due grandi famiglie di Oristano del periodo, quella dei marchesi d’Arcais (che gli commissionarono il palazzo sito in C.so Umberto, oggi sede di rappresentanza della Provincia) e quella dei Vitu Soto, per i quali risulta aver realizzato anche il monumentale portale della loro proprietà terriera alle porte di Oristano, acquisì grande fama, oltre che riconoscimento professionale.
Il Viana, infatti, poiché vantava importanti e altolocate conoscenze, con le importanti opere realizzate nell’Oristanese e nel cagliaritano (dove si occupò del Seminario Tridentino e anche della Chiesa di S. Anna) riuscì ad ottenere dal Collegio degli Edili di Torino il titolo di architetto regio. 
Il complesso del Carmine gli fu commissionato dal nobile don Damiano Nurra, marchese d'Arcais e fu da Lui interamente finanziato; l’opera venne poi donata nel 1782 ai frati carmelitani. La consegna dell’imponente opera avvenne quando ancora non era del tutto completata (venne terminata nel 1785). I carmelitani utilizzarono questo complesso edilizio per quasi per un secolo: la loro permanenza durò fino al 1866. Il Viana, rimasto per un periodo abbastanza lungo nell’Isola, una volta ottenuto il titolo di ingegnere civile, entrò anche a far parte del corpo accademico dell’Università di Cagliari.
Nadir, ha cercato di rendere edotti gli attenti ascoltatori presenti con interessanti notizie che, invece, spesso rimangono sconosciute; nella precisa analisi fatta ha tracciato in modo chiaro non solo la figura dell’architetto Viana, ma anche l’importante ruolo svolto dal grande oristanese dell’epoca: Don Damiano Nurra. Quest'ultimo, uomo scaltro che sapeva muoversi nei meandri della burocrazia dell’epoca, riuscì con abilità a farsi nominare dal Viceré di Sardegna, tale Alfieri di Cortemiglia, Marchese d’Arcais. 
La nascita del marchesato, che presupponeva il passaggio del territorio oristanese e della popolazione che vi operava dalla dipendenza diretta dalla Corona al neo feudatario, non fu ben vista dai sudditi, perché, anche se in apparenza nulla sarebbe dovuto cambiare, molto, invece, cambiò. Nei circa 70 anni del Marchesato di Don Damiano Nurra la popolazione fu vessata dalle ingenti tasse feudali da lui imposte, tanto che quegli anni furono considerati i peggiori per il territorio dell’oristanese, zona agricola importante che comprendeva i migliori terreni produttivi dell’isola.
Dopo la narrazione delle antiche vicende, Nadir ha brevemente illustrato la sorte successiva che accompagnò il complesso del Carmine. Dopo la cessazione dell’attività monastica (1832) il grande edificio diventò sede dei Comando dei Carabinieri (1866) che lo utilizzarono fino al 1960. Il complesso rimase in abbandono fino al 1982, quando iniziarono i lavori di restauro terminati nel 1985. Dal 1998 l’edificio è sede del Consorzio UNO, l’Università oristanese.
Al termine della conferenza il pubblico ha potuto visitare la Chiesa del Carmine e ascoltare, in religioso silenzio, un concerto di musica barocca del M° Enrico Correggia.
Oristano, cari amici, di tesori ne ha tanti e il Carmine è un vero, grande gioiello! È importante che quanto possediamo sia fatto conoscere ai numerosi visitatori, mentre invece siamo noi i primi a non conoscere quanto abbiamo! Cominciamo, dunque, a renderci conto delle molte cose nascoste che possediamo, e iniziamo a mostrarle nel modo giusto, togliendole dalla polvere dell’oblio… 
A domani.
Mario



lunedì, settembre 23, 2019

ILSONNO: L’INDISPENSABILE RIPOSO DEL CORPO E DELLA MENTE. DORMIRE TROPPO O TROPPO POCO FA MALE?


Oristano 23 settembre 2019

Cari amici,

È indubbio che il sonno sia un elemento indispensabile alla vita di ogni essere vivente. I numerosi studi effettuati hanno confermato quanto sia importante dormire, e, soprattutto, nel modo giusto e nella giusta quantità di ore. Eppure il problema appare ai più “secondario”, rispetto agli altri problemi collegati per avere una vita sana, come un’alimentazione corretta, fare il giusto esercizio fisico, tenere sotto controllo lo stress e così via; quanti, in realtà, sono consapevoli del ruolo centrale e indispensabile che ha il sonno per la salute del corpo e della mente?
Il ruolo fondamentale del sonno è quello di garantire, ripristinandolo, un adeguato tono energetico al nostro corpo, oltre che di migliorare le nostre capacità mentali. Proprio per questa ragione è necessario dormire in modo corretto, se vogliamo che vengano espressi tutti i suoi effetti positivi sia sulle cellule del nostro corpo fisico che nello sviluppo della nostra attività mentale. Un recente studio condotto dal Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e pubblicato su Biological Psychiatry ha rilevato una maggior incidenza di infiammazione cellulare nelle persone che non solo soffrono di insonnia, ma anche in coloro che dormono sia troppo che troppo poco.
Dormire bene, dunque, significa anche dormire le ore giuste, perché dormire troppo fa male quanto dormire poco! Lo dimostrano recenti ricerche che puntano il dito sui rischi legati a un sonno che, ogni notte, duri più di 9 ore. La salute ne risente, e il primo organo a rischio è il cervello; stando a una ricerca della Scuola di Medicina di Boston, esso può andare incontro a malattie come l’Alzheimer; e non è tutto. Dormire troppo fa male anche al cuore: uno studio condotto dall’Università di Philadelphia dimostra che provoca un aumento della proteina C reattiva, spia di uno stato infiammatorio cronico che alza i rischi di formazione delle placche arteriosclerotiche. Secondo una metanalisi del British Medical Journal, infatti, l’over sleeping è un marker di aumentato rischio di incorrere in incidenti cardiovascolari.
«Niente a che vedere con una lunga dormita occasionale nel weekend: lo strappo alla regola è ok», sottolinea Luigi Ferini Strambi, direttore del Centro di medicina del sonno dell’ospedale San Raffaele di Milano. «Nessun allarme anche se, da sempre, si è soliti dormire 9-10 ore, perché si fa parte della categoria dei lungo domitori che, per natura, hanno bisogno di una dose extra di sonno. I veri rischi si corrono quando l’over sleeping compare improvvisamente e poi diventa norma». 
Anche dormire troppo poco risulta poco salutare, in quanto anche l’insufficienza di sonno può aumentare il rischio di infarto. Gli studiosi del Colorado hanno analizzato per ben sette anni le informazioni di circa 461 mila persone, tra i 40 e i 69 anni. Dai dati è emerso che chi dormiva meno di 6 ore a notte aveva il 20 per cento in più di probabilità di avere un infarto mentre chi dormiva più di 9 ore ne aveva il 34 per cento. «Questo studio fornisce alcune delle prove più valide che la durata del sonno è un fattore chiave quando si tratta di salute del cuore e che questo è valido per tutti», ha dichiarato la dottoressa Celine Vetter.
L’ideale sarebbe riposare tra le 7 e le 8 ore per notte, e in questo modo ne trarrebbero benefici per il cuore anche coloro che presentano predisposizioni genetiche alla patologia. «È un po' un messaggio di speranza il fatto che, indipendentemente da quale sia il rischio ereditario di infarto, dormire una quantità giusta di ore possa ridurre quel rischio, proprio come seguire una dieta sana, non fumare e altri comportamenti sani», hanno puntualizzato gli autori. I risultati completi sono stati pubblicati nel Journal of American College of Cardiology.
Tornando sull’over sleeping, c’è da dire che l’eccesso del numero di ore di sonno può essere anche una spia della depressione: questo disturbo dell’umore manda a terra le energie e la forza vitale, inducendo un maggior bisogno di riposo. Non solo: se si è depressi, stare a lungo sotto le coperte diventa una sorta di via di fuga dalla realtà, tanto che il letto diventa un “rifugio”.
Quanto, invece, ai favorevoli o contrari al “riposino (pisolino) pomeridiano”, è accertato che fa bene, alla faccia di chi invece si dichiara contrario a rilassarsi anche per poco tempo dopo aver mangiato. A dirlo è una ricerca condotta dall'ospedale universitario di Losanna, coordinata da Nadine Häusler, pubblicata sulla rivista scientifica Heart. Gli studiosi hanno preso in esame 3,462 soggetti abitanti nella città svizzera, di età compresa tra i 35 e i 75 anni. In media i partecipanti sono stati seguiti per cinque anni dopo un primo controllo, eseguito dopo circa tre anni dall'inserimento nella ricerca.
Cari amici, le giuste ore di sonno sono sicuramente un qualcosa che non dovremmo mai trascurare. Certo, ogni individuo ha la sua “giusta dose” di riposo necessario, anche all’interno di quelle regole prima dette. Allora evitiamo gli stravizi, le troppe ore di perdita di sonno o le troppe ore a letto; a lungo andare “lo strappo” potremmo pagarlo molto caro!
A domani.
Mario



domenica, settembre 22, 2019

LA TERRA È UN PIANETA SEMPRE PIÙ CALDO. LO SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST È GIÀ INIZIATO: DOVEVA AVVENIRE TRA UN SECOLO, MA È GIÀ IN CORSO E IN 10 ANNI…


Oristano 22 settembre 2019

Cari amici,
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Ieri Greta Thunberg ha ribadito ai potenti del mondo, con l'irruenza dei suoi 16 anni e la treccina sventolante, che la nostra terra non ha molto tempo per salvarsi; ha confermato che milioni di ragazzi e ragazze della sua generazione non vogliono belle parole ma fatti, e lo dimostrano con manifestazioni oceaniche! Anche loro, ha ribadito, hanno diritto al futuro, senza egoismi, senza false promesse e ha ammonito con forza chi ci governa che il tempo per mettere mano ai danni fatti è quasi terminato.
Le previsioni degli esperti sul riscaldamento globale, infatti, si sono dimostrate troppo rosee: se fino a ieri si sosteneva che lo scioglimento dei ghiacci (il così detto PERMAFROST) sarebbe dovuto avvenire fra circa un secolo, la realtà ha dimostrato che invece è già iniziato e che in 10 anni potrebbe addirittura scomparire, con conseguenze inimmaginabili. 
Lo ha dichiarato di recente all’ANSA il super esperto russo Serghei Zimov, condirettore, insieme al figlio Nikita, della stazione di ricerca nord-orientale della Yakutia. "Se il trend continua di questo passo – ha dichiarato - nei prossimi 10 anni il permafrost rischia di sparire del tutto".
L’allarme è scattato quando qualche anno fa il ghiaccio ha iniziato a sciogliersi ovunque in continuazione. Per gli scienziati questo veloce disgelo, causato dell'impatto del Climate Change, in Yakutia è apparso particolarmente grave, in quanto lì "il permafrost non è solo ricco di CO2 ma di metano, gas serra 25 volte più potente della CO2”; Zimov, ha ribadito affermando anche che "La situazione è critica, in quanto in 2 anni ha passato la soglia di stabilità, iniziando a sciogliersi ovunque in Yakutia”.  "Se il trend continua di questo passo – ha aggiunto - ne prossimo decennio il permafrost non esisterà più".
Serghei Zimov oltre che essere uno dei massimi esperti russi di permafrost è anche il fondatore del Parco del Pleistocene, un particolare esperimento unico al mondo, che tenta, attraverso l'introduzione nella regione artica di grandi erbivori, di ricreare l'ecosistema della steppa dei mammut e, così facendo, cercare di rallentare gli effetti del cambiamento climatico. Gli inviati dell'ANSA andati ad intervistare Zimov hanno avuto l’occasione di visitare anche l’innovativo Parco, e potuto constatare di persona il deterioramento del permafrost nell'area di Cherskij, che si trova oltre il circolo polare artico. 
Serghei, che per la sua esperienza potrebbe essere definito il “Guru dell’Artico”, è apparso agli intervistatori una persona che ha destato non poca curiosità: un tipo abbastanza particolare, con l’aspetto più di un vecchio rocker che di uno scienziato; con la barba folta e grigia, i capelli raccolti in una lunga coda, Serghei si è fatto interrogare fumando lentamente una sigaretta di fronte ad una stufa accesa e con lo sguardo perso nei suoi pensieri. Parlando lentamente, senza fretta ed enfasi, ha fatto un’analisi precisa sugli effetti del cambiamento climatico in Yakutia, lanciando una condanna senza appello. Non è stato difficile capire il perché. "A luglio abbiamo fatto sci d'acqua... pensate, quasi un'assurdità", ha commentato. Nikita, suo figlio, anch’egli presente al colloquio in abbigliamento casual (indossava una t-shirt e una felpa), ascoltava e assentiva. 
Serghei e Nikita dirigono insieme la Stazione di Ricerca Nordorientale, affiliata all'Accademia delle Scienze russa, considerata uno dei tre centri di studio maggiori della regione artica. I due gestiscono, sempre insieme, il Parco del Pleistocene, fondato da Serghei nel 1996. È questo un luogo unico al mondo, che l'ANSA ha potuto visitare in esclusiva (primo media italiano a metterci piede). In pratica il parco può essere considerato una sorta di macchina del tempo. L'idea, infatti, è stata quella di ricreare l'ecosistema della steppa dei mammut e, così facendo, eliminare (o perlomeno mitigare) lo scioglimento del permafrost, oltre a cercare di ridurre la presenza di CO2 nell'atmosfera. 
L’idea di creare il Parco del Pleistocene è venuta agli Zimov per cercare di riportare allo stato primitivo quei luoghi. Serghei e Nikita nel corso degli anni hanno introdotto nell'habitat artico grandi erbivori come yak, bisonti, buoi muschiati, vacche della Kalmykia, alci, renne e cavalli. Nel passato la diffusione della foresta in queste zone, sarebbe infatti avvenuta solo dopo l'arrivo degli esseri umani, circa 13mila anni fa. La ragione? La caccia estensiva, che però ha ridotto la mega fauna di 10 volte, alterando in questo modo l'ecosistema, riducendo i pascoli e spianando la strada agli alberi. E questa è la prima sorpresa, perché a tali latitudini, sostengono gli Zimov, fanno più male che bene.
"L'ecosistema attuale – ha spiegato Nikita - trasferisce al suolo 10-16 kg di CO2 per metro quadrato. All'interno del primo recinto del Parco, dopo 20 anni, i dati parlano di una media 26 kg al metro, con punte di 65 chilogrammi. La potenzialità stimate sono di ben 100 kg. Nella parte esterna del Parco, dove gli animali non brucano attivamente, arriviamo comunque a una media di 22 chilogrammi". 
Tutto questo avviene grazie al manto erboso, che riflette la luce, attira meno calore ed è più efficace nell'attirare l'anidride carbonica. Gli animali, poi, con la loro attività rompono l'effetto 'cappotto termico' della neve e mantengono più freddo il suolo. Risultato: nel Parco la temperatura del permafrost è minore di 3 gradi rispetto alle altre zone. E questo solo grazie a vacche e yak. "Pensate - ridacchia Nikita – cosa avremo potuto fare con i mammut".
Il Parco, per quanto abbastanza esteso (ha una superficie di oltre 144 chilometri quadrati), è naturalmente troppo piccolo per avere un impatto su scala globale. Ma offre una soluzione pratica (ed economica) alla lotta contro il riscaldamento globale. Persino senza mammut. "I mercati - chiosa Serghei - non permetteranno mai una reale riduzione delle emissioni. Per cui facciamo quel che possiamo: abbiamo dimostrato che il nostro modello funziona. Ma serve l'intervento della Comunità internazionale". E stando alle condizioni del permafrost riscontrate a Chersky, bisognerebbe agire anche abbastanza in fretta.
Cari amici, Serghei Zimov non è l’unico ad aver constatato il tragico scioglimento del permafrost: anche uno studio condotto dalla ricercatrice canadese Louise Farquharson, che ha preso in esame per 12 anni le condizioni del permafrost in 3 diverse aree dell’Artico Canadese, ha dimostrato che questo si sta sciogliendo più rapidamente del previsto, facendo posto a una superficie ricoperta di tumuli, buche e laghi, con danni irreversibili per l’intero habitat. 
Insomma, cari lettori, il mondo continua ad essere in pericolo, ma chi potrebbe poco fa. Eppure, la storia insegna che quando la situazione diventa davvero grave, servirebbe il concorso di tutti, nessuno escluso; ecco perché soluzioni innovative come quella degli Zimov sono importanti, anche se possono essere considerate solo una goccia in un mare…(che comunque è fatto di un'immensità di gocce!).
A domani.
Mario



sabato, settembre 21, 2019

WARKA WATER: LO STRAORDINARIO ALBERO ARTIFICIALE CHE TRASFORMA L’UMIDITÀ DELL’ARIA IN ACQUA POTABILE.


Oristano 21 settembre 2019

Cari amici,

Pensare ad un albero, seppure tecnologico, che produce acqua dall’aria, è certamente qualcosa di straordinario, visto che stiamo parlando dell’ACQUA, elemento assolutamente indispensabile per tutti gli esseri viventi. Ebbene, ad inventare questa straordinaria meraviglia, chiamata “Warka Water” è stato, pensate, un architetto italiano Arturo Vittori.
Arturo Vittori, viterbese, 46 anni, è titolare dell’avviato studio Architecture and Vision, con base a Bomarzo (Viterbo). Lo studio vanta collaborazioni importanti, come quella con l'Esa, l'European Space Agency, per la quale Vittori ha progettato nuovi habitat lunari e gli è stato affidato, dalla Talis Enterprise, il design degli interni dei vettori per il trasporto dei turisti nello spazio. Vittori, che insegna all'Illinois Institute of Technology of Chicago, studia la conformazione dei sistemi viventi per risolvere problemi complessi, si occupa di architettura, di arte e ha collaborato anche con l'artista Anish Kapoor per la progettazione della stazione Monte Sant'Angelo della metropolitana di Napoli.

Uomo dotato di immensa fantasia, ha la grande capacità di trasformare le sue idee in progetti concreti; le sue realizzazioni spaziano dal design, all’alta tecnologia, arrivando fino all'arte; con il progetto “Warka Water”, apprezzato anche per la sua elegante leggerezza, oltre che per la sua utilità, si è aggiudicato il prestigioso Zumtobel Group Award, il premio che viene dato come alto riconoscimento a quelle soluzioni pionieristiche che riescono a portare sostenibilità nell'ambiente costruito, rendendolo a misura d'uomo.  Ma vediamo un po’ in cosa consiste in realtà questo albero tecnologico, in grado di produrre circa 100 litri di acqua al giorno in zone fortemente desertiche.
Warka Water è una specie di torre leggera, realizzata con materiali naturali, come il bambù, fibre naturali e bioplastica; la struttura è concepita per sfruttare i fenomeni naturali, quali la gravità, la condensazione e l'evaporazione, e trae ispirazione dalla biomimetica, che studia i fenomeni naturali per risolvere problemi complessi. Con un saggio mix di materiali e fenomeni naturali, l'albero dell'acqua dimostra di poter funzionare egregiamente: i materiali usati e i rivestimenti intensificano la condensazione di particelle d'aria, allo stesso modo che può essere osservato nel mondo animale e vegetale, come ad esempio la condensazione nelle foglie del fiore di loto, delle elitre dei coleotteri e dei cactus.

La torre-albero di Vittori risulta essere anche di facile costruzione: con un’altezza di circa 10 metri, pesa circa 60 kilogrammi e il suo costo è pure modesto: circa 500 dollari. La struttura, poi, è ecosostenibile, in quanto costruita con materiali ecologici e facilmente reperibili in loco, come bambù e giunchi, ed è in grado, come detto, di produrre 100 litri di acqua al giorno. Arturo Vittori, grazie al sostegno della Cooperazione Italiana, lo ha portato, come prototipo, in Etiopia, regione del mondo in cui la siccità è molto diffusa e dove la grave crisi alimentare, secondo un rapporto Onu, interessa oltre 10 milioni di persone. 
Warka Water si basa come detto sul principio della condensazione dell’aria, sfruttando l’escursione termica giorno-notte che in Africa è molto accentuata. La struttura cattura infatti rugiada, nebbia e minuscole particelle di umidità, trasformandole in acqua potabile e togliendo la sete a territori difficili come quelli africani. Se il progetto Warka Water diventasse operativo e si diffondesse in modo continuo, le popolazioni locali dei Paesi con gravi problemi di siccità vedrebbero un miglioramento consistente della loro vita.
Il Warka Water fa della sua semplicità di costruzione e di funzionamento il suo fiore all’occhiello, dato che permette una gestione diretta da parte delle comunità locali. Un’ampia diffusione di questi alberi dell’acqua, consentirebbe alle popolazioni di non dipendere dai finanziamenti e dagli aiuti esterni, valorizzando la loro autosufficienza. Ogni nuova invenzione, però, ha i suoi pro ei suoi contro. 
In considerazione che il progetto risulta essere ad alta accessibilità, questo significa anche, alla fine, che per gli investitori di capitali non vi sono grandi possibilità di lucro (serve un investimento di circa 150.000 dollari per trasformare il prototipo in un vero progetto); questo fatto costituisce un serio ostacolo, superabile solo attraverso l’intervento di aiuti internazionali o il sostegno della rete, tramite il crowdfunding. 
Eppure, amici, c’è da augurarsi che la soluzione venga trovata quanto prima, il mondo ha bisogno di soluzioni semplici ed ecosostenibili come questa!
A domani.
Mario

venerdì, settembre 20, 2019

UN GUSTOSO PIATTO DI FINE ESTATE: LA CAPONATA DI MELANZANE E PEPERONI.


Oristano 20 settembre 2019

Cari amici,

L’estate, come una volta cantavano i Righeira “sta finendo e un anno se ne va…”, ma non certamente la nostra voglia di continuare il nostro percorso di vita, pensando anche ai piaceri della tavola! In quest’ottica, viste le mie quotidiane scorribande su Internet, ho trovato una bella ricetta del “Cucchiaio d'Argento”, che voglio proporre anche a Voi: la Caponata di melanzane e peperoni, un piatto composto da una coloratissima miscela di verdure di stagione, capace soddisfare contemporaneamente estetica e gusto.
La caponata è un gustosissimo piatto tipico siciliano, preparato con le verdure estive coltivate localmente, la cui composizione varia a seconda delle varietà disponibili al momento, anche se il duo principale è sempre costituito da melanzane e peperoni, la cui nota agrodolce crea quel sapore irrinunciabile che regala alla pietanza un sapore unico. Ma adesso proviamo a mettere per iscritto quanto necessario per realizzare un piatto gradito e gustoso. Partendo dagli ingredienti.

CAPONATA DI MELANZANE E PEPERONI

*difficoltà di esecuzione: media, tempo di preparazione: 20 minuti, tempo di cottura 30/40 minuti, tempo delle verdure sotto sale: 30 minuti.

Ingredienti (per 4 porzioni): 2 melanzane, 1 peperone rosso, 1 peperone giallo, 1 costa di sedano, 1 cipolla, 80 g di olive verdi snocciolate, 30 g di capperi piccoli sotto sale, 2 cucchiai di uvetta, 1 cucchiaio di pinoli, 200 g di passata di pomodoro, 40 g di zucchero, 1/2 bicchiere scarso di aceto, 6 foglie di basilico, olio extravergine di oliva, sale e pepe quanto basta.
Una volta accertato che avete tutti gli ingredienti, per realizzare la ricetta, iniziate la preparazione. Lavate le melanzane, tagliatele a cubetti, ponetele in un colapasta e salatele leggermente. Fatele riposare una mezz'ora in modo che perdano un po' della loro acqua di vegetazione. Nel frattempo lavate i peperoni, eliminate semi e filamenti, tagliateli a falde e quindi a pezzetti. Teneteli da parte.
Trascorsa la mezz'ora di riposo, strizzate bene le melanzane, asciugatele e friggetele in abbondante olio caldissimo. Quando sono dorate sgocciolatele con la paletta forata e fatele asciugare su carta assorbente da cucina. Ora, in un tegame sufficientemente grande fate scaldare un paio di cucchiai d'olio insieme alla cipolla e alla costa di sedano tagliata a rondelline sottili. Fate insaporire per qualche minuto quindi unite i capperi, le olive tagliate a metà, l'uvetta fatta rinvenire e i pinoli. Mescolate il tutto e dopo un paio di minuti unite l'aceto, la passata di pomodoro e lo zucchero.
Cercate ora di amalgamare bene il composto, aggiustando di sale e pepe e unendo il basilico; aggiungete anche i peperoni e fate cuocere per circa cinque minuti. Unite a questo punto le melanzane che avete fritto in precedenza e continuate la cottura per altri 15 minuti. L'aceto dovrà essere completamente evaporato. A questo punto siete praticamente arrivati al termine: lasciate riposare la caponata di melanzane e peperoni così preparata per almeno un paio d'ore prima di servirla a tavola. 
Per gustare questo saporito piatto nel modo migliore, suggerisco di portare a tavola un vino fresco frizzante, come un “Angedras” della Cantina Mancini di Alghero, oppure un Nieddera rosato della Cantina Sociale della Vernaccia di Oristano. Non mi resta che augurarvi Buon Appetito! 

Cari amici, mangiare e bere (moderatamente) in compagnia è il modo migliore per saziare corpo e mente…
A domani.
Mario







giovedì, settembre 19, 2019

L’ISOLA DI SERPENTARA È STATA DI RECENTE ACQUISTATA ALL’ASTA DA UN PRIVATO. CON QUALI SCOPI, VISTI I VINCOLI CHE GRAVANO SU QUEL TERRITORIO?


Oristano 19 settembre 2019

Cari amici,


L’isola di Serpentara è di recente passata di mano. Per anni oggetto di un’asta giudiziaria, è stata venduta ad un imprenditore romano che alla fine è riuscito ad aggiudicarsela. Ma per farne cosa? L’isola risulta alquanto protetta, essendo sottoposta alla massima tutela ambientale, essendo parte integrante dell'area marina protetta di Capo Carbonara. 


Ad aggiudicarsi la piccola isola è stato un certo Fabio Sbianchi, imprenditore romano 57enne, attivo nel settore dei servizi per la mobilità (è il fondatore della Octo Telematics) e da tempo amante della Sardegna: nell’isola, infatti, possiede un'azienda agricola e alcune case, poste sulla costa tra Villasimius e Costa Rei.
Serpentara, che deve il suo nome alla forma sinuosa, somigliante a quella di un serpente, ha una superficie modesta: solo 134 ettari, coperti da una bassa macchia mediterranea popolata da una fauna di piccole dimensioni (conigli selvatici). È posta a quattro chilometri dalle spiagge di Villasimius, del cui territorio fa parte. Disabitata da lungo tempo, oltre che tranquilla oasi per colonie di conigli è anche domicilio di aironi, gabbiani corsi e marangoni dal ciuffo, che nidificano nell’isola. Anche i delfini si aggirano volentieri tra le sue coste, dove è facile intravvederli.
Sull’isola l’unica costruzione esistente è la torre di San Luigi, realizzata dagli spagnoli per l'avvistamento delle navi saracene. In gran parte roccioso, l’isolotto presenta a nord alcuni scogli granitici a forma di cupola detti i Varaglioni mentre nella zona opposta si adagiano grossi massi granitici di diversi colori, costantemente erosi dal frangersi delle onde del mare.

Storia antica quella di quest’isoletta, a cui certamente non manca il mito. Stando ai si dice, Serpentara nel passato sarebbe stata un covo di pirati. In considerazione del difficilissimo approdo per via delle rocce e delle correnti, era certamente un sicuro nascondiglio per chi aveva violato la legge; un rifugio per certi malfattori e ricercati, a cui poteva dare protezione e buon nascondiglio, per sé e per i tesori razziati. In realtà anche il suo nome risulta un po’ sinistro: glielo diedero i francesi, in quanto la sua forma era proprio quella di un serpente, lungo e sinuoso.
Acquistata nel 1975 da un imprenditore privato e da una società immobiliare romana (dichiarata poi fallita), l’isola rischiò di diventare super colonizzata (erano i tempi delle grandi speculazioni edilizie); per anni si tento invano di trasformare l’isola in un resort, con ville, hotel, negozi e ogni tipo di divertimento. Ma, per fortuna, i vincoli ambientali ne impedirono la cementificazione, e a tutt’oggi Serpentara è potuta restare un vero paradiso incontaminato. 
Dopo il fallimento degli immobiliaristi, per recuperare i debiti accumulati l’isola fu posta in vendita. Passarono molti anni, ma la vendita dell’isola di Serpentara, sicuramente a causa dei molti vincoli, restò lettera morta. Il sinuoso atollo fu messo all'incanto senza successo per ben tre volte, sino al 2010, con un prezzo base di 600mila euro. Nello stesso anno l'indipendentista Doddore Meloni, ne tentò l’occupazione, annettendola alla Repubblica di Maluentu, aggiungendola all’isola di Mal di ventre (posta al largo della costa oristanese), altro isolotto dove si era insediato.

Cari amici, la domanda che molti oggi si pongono è questa: “Quali, in fondo, le reali finalità dell’acquisto, da parte di un valido imprenditore, di quest’isola dove nulla può essere costruito?”. A prescindere dal fatto che non si conosce la cifra che è stata spesa per l’acquisto (di certo non lontana dai 600 mila euro richiesti in passato), appare dubbia l’espressa volontà dell’acquirente di donarne il comodato d’uso gratuito del bene al Comune e all'Area marina protetta. Intervistato Sbianchi ha così dichiarato: "L'isola oggi è un parco e deve rimanere tale. Mi sono innamorato di questo angolo di Sardegna negli anni Ottanta; l’ho scoperto grazie a mio suocero (che aveva costruito una casa in un terreno nelle vicinanze) per trascorrervi le vacanze estive con la famiglia. Dal 1991 vengo qui tutti gli anni".
Sull’isola, come detto sottoposta alla massima tutela ambientale, da tredici anni vige un vincolo ambientale e paesaggistico assoluto; Serpentara è sottoposta infatti a tutela integrale, essendo considerata sito di interesse comunitario (Sic), zona di protezione speciale (Zps) e soggetta alle regole del piano paesaggistico regionale (Ppr), norme che escludono la possibilità di realizzare qualsiasi manufatto edilizio. Inoltre ci sono i vincoli ministeriali: la parte nord, l'unica accessibile via mare, è permanentemente interdetta alla navigazione.

Cari amici, credetemi, non perché io sia diffidente per natura (così come la gran parte dei sardi) ma di questi tempi l’altruismo puro mi puzza di bruciato. L’aver dichiarato che prima di cedere in comodato d’uso l’isola al Comune e al Parco marino, il nuovo proprietario ha dichiarato di voler mettere in sicurezza (restaurandola, ovviamente) la Torre di San Luigi, mi fa pensare che a Lui sarà concesso, come proprietario, di andarci tutte le volte che vuole, magari con amici, e di usare la torre come punto d’appoggio. Insomma una residenza di super lusso, a pochi concessa.
Si, chissà perché, ma credo che qualche disegno segreto, da parte del signor Sbianchi, ci sia! All’apparenza, certo, tutto sembra idilliaco.  "Sono pazzo di un angolo incantevole da preservare - dichiara con foga l’imprenditore a chi gli chiede il perché di tanta generosità – Solo il nome dell’isolotto, Serpentara, proprio non mi piace: gliel’hanno messo i francesi, evoca una natura avversa. Sarebbe bello invece che si chiamasse “Isola di San Luigi”, quella dove si allevavano i falchi dei viceré spagnoli".   Bellissime parole, non trovate?

A pensar male, dice il proverbio, si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!
A domani.
Mario