Oristano 31 gennaio 2026
Cari amici,
Voglio chiudere i post di Gennaio di questo nuovo anno 2026, dedicando la mia quotidiana riflessione all'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Oggi si parla tanto, e spesso
impropriamente, di INTELLIGENZA ARTIFICIALE, capace secondo alcuni non
solo di raggiungere le capacità dell’intelligenza umana ma anche di superarla. Chi
vede in questi termini, l’A.I. non fa altro che darne una valutazione
fuorviante. Chi ne parla come se fosse dotata di coscienza, comprensione o
intuizione, commette un errore concettuale che può avere serie conseguenze
concrete. Come puntualizza il professor Francesco Branda, “L'A.I. non è
intelligente nel senso umano, perché non prova empatia, non comprende le
sfumature, non ha esperienza”.
Il professor Francesco
Branda, calabrese del 1994, attualmente ricopre la posizione di Professore
a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Campus
Bio-Medico di Roma, dove è docente di diversi corsi di statistica medica. La
sua attività di ricerca si focalizza sull’integrazione tra statistica medica,
epidemiologia digitale e sistemi di epidemic intelligence, con particolare
attenzione alla sorveglianza genomica ed epidemiologica delle malattie
infettive emergenti.
Per il suo importante
contributo alla promozione della scienza aperta all’applicazione
dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario, è stato inserito da Fortune
Italia nella lista dei “40 Under 40” del 2024 e ha ricevuto il Premio Magna
Grecia Awards 2024, in riconoscimento della qualità della sua ricerca e del suo
impegno nella diffusione della conoscenza scientifica. Per il professore,
focalizzando l’attenzione sull’Intelligenza Artificiale, “Serve un salto
culturale. Non è sufficiente introdurre etichette o segnalazioni (“contenuto
generato da AI”), né basarsi su regole giuridiche o tecniche. È necessario
costruire una nuova ecologia del giudizio, fondata sulla capacità critica, sul
discernimento, sulla responsabilità personale e collettiva”.
Il professor Branda,
fresco socio della Società europea per l’etica e la politica
dell’intelligenza artificiale (Sepai), è convinto che “la prossima grande
sfida sarà cambiare identità all’A.I., a partire dal nome, attribuendole il
peso e il significato che merita, cioè un sistema statistico avanzato che
funziona solo grazie alla progettazione umana, in quanto non un’entità autonoma”. “Non
facciamoci ingannare: l’AI non è intelligente in senso umano”, sostiene con
convinzione.
Il professor Branda non vuole
certo sminuire lo straordinario apporto dato dall’A.I. alla conoscenza umana. “Le
sue capacità di elaborare enormi quantità di dati, generare previsioni e
suggerire soluzioni in pochi secondi, compiti che in passato richiedevano mesi
o anni di lavoro umano, pongono interrogativi cruciali: fino a che punto
possiamo delegare decisioni complesse a sistemi intelligenti? Quali equilibri
etici e sociali dobbiamo stabilire? E soprattutto, come garantire che questa
tecnologia amplifichi l’umanità e non la sostituisca?”, ecco i dubbi e le
domande che il professore si pone e pone agli altri!
L’A.I. – puntualizza il
professore – “Non è intelligente nel senso umano, non prova empatia, non
comprende le sfumature, non ha esperienza”. È un’interfaccia statistica
sofisticatissima, capace di analizzare dati, riconoscere pattern, generare
previsioni e suggerire decisioni. "MA RESTA UNO STRUMENTO", certo, potentissimo, ma
pur sempre un mezzo”. Riconoscere questo “significa riaffermare la centralità
dell’uomo. Il Test di Turing, spesso evocato come misura
dell’intelligenza artificiale, non deve essere letto come un traguardo che
rende la macchina “umana”, bensì come un promemoria della nostra
responsabilità”, ribadisce la seria riflessione dello scienziato.
Amici, come conferma il
grande ricercatore, “la tecnologia avanza più rapidamente della nostra
capacità di comprenderne le implicazioni sociali, etiche e politiche. L’A.I.
non è solo, dunque, il protagonista delle rivoluzioni presenti, è l’architetto
di scenari futuri. La sua capacità di anticipare focolai epidemici, prevedere
la diffusione di varianti virali e supportare decisioni strategiche nella
gestione delle emergenze sanitarie la rende uno strumento essenziale per
affrontare le sfide poste dalla mobilità globale, dai cambiamenti climatici e
dalle malattie emergenti.
Ma attenzione, ribadisce
con forza il professore: “Il timone deve restare in mano all’uomo. Senza una
guida etica, senza un progetto umano che dia senso e finalità, la macchina
rischia di diventare un automa potente ma cieco, capace di produrre risultati
ma incapace di giudicare il loro valore”. Insomma, nel 2026 la sfida non è più
solo tecnologica, ma “sociale, culturale ed educativa. Cambiare identità all’A.I.,
comprenderne la reale natura, riaffermare la centralità dell’uomo e guidare le
persone ad un uso sapiente e consapevole della tecnologia sarà la sfida del futuro. "Solo così – conclude
– la promessa del futuro potrà trasformarsi in un progresso sostenibile, equo e
umano”.
Amici, credo che non ci
sia altro da aggiungere…
A domani.
Mario







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