lunedì, febbraio 02, 2026

QUANDO ARRIVA L'INVERNO, CI ASSALE LA TRISTEZZA. QUALI LE MOTIVAZIONI DELL’WINTER BLUES, CHE ACCOMPAGNA TANTE PERSONE?


Oristano 2 febbraio 2026

Cari amici,

Con il termine “WINTER BLUES”  si intende quella curiosa, temporanea, sensazione di malinconia, accompagnata da tristezza, calo di energia e motivazione, che colpisce molte persone nei mesi autunnali e invernali, legata alla minore esposizione alla luce solare e alle giornate più corte. Pur non trattandosi di una vera e propria forma di depressione, quella che comunemente viene definita Winter blues, colpisce annualmente tutta una serie di persone, accompagnandole nei mesi più bui dell’anno.

Gennaio e febbraio, per esempio, sono il mesi più interessati, considerato che, dopo lo spegnersi delle luci di Natale e superato il periodo dell’Epifania, il periodo caldo e luminoso sembra così lontano come le agognate ferie! C’è da vivere, nelle fredde e poco luminose giornate invernali, gli impegni quotidiani di routine, vissuti spesso in un contesto fatto di freddo e grigiore, con giornate umide e corte. Insomma, gennaio e febbraio sono sicuramente i mesi più duri da affrontare, a livello di energie e di umore.

Una delle principali cause è di certo la riduzione delle ore di luce naturale, che rappresenta uno dei fattori più studiati in relazione all’umore invernale. La luce regola il ritmo circadiano, l’orologio biologico che sincronizza sonno, veglia, appetito e produzione ormonale. In inverno, l’esposizione alla luce diminuisce proprio nelle fasce orarie più importanti per il cervello, come il mattino. La minor esposizione alla luce può influire sulla produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno, e sulla disponibilità di serotonina, coinvolta nei meccanismi dell’umore. Il risultato non è automaticamente una condizione patologica, ma una maggiore predisposizione a sentirsi affaticati, rallentati e meno reattivi.

Un altro fattore, che gioca un ruolo anch’esso importante è la percezione psicologica delle giornate. In inverno accade spesso di dover uscire di casa, per andare a scuola e al lavoro, quando è ancora buio e rientrare che è già sera. Il risultato? Una sensazione di compressione del tempo, come se le giornate fossero tutte uguali e prive di spazi personali. La routine lavorativa e scolastica, dopo la pausa delle festività, torna a occupare gran parte della giornata proprio mentre le possibilità di svago all’aperto si riducono. Lo squilibrio tra doveri e gratificazioni contribuisce a dare una sensazione di frustrazione e di pesantezza mentale.

La tristezza in questi mesi assale in modo forte, soprattutto pensando alle lunghe serate piene di luce del periodo primaverile,  giornate che fanno vivere in modo gioioso in particolare i momenti di libertà. Nelle grigie e buoi giornate invernali le luminose giornate appaiono lontanissime, e le ferie estive addirittura una chimera, tanto che l’orizzonte temporale sembra improvvisamente diventato più rigido. Il contrasto tra buio e luce accentua la sensazione di vuoto e di fatica, soprattutto in chi vive già periodi di stress o carichi di responsabilità elevati.

È importante distinguere il WINTER BLUES dal disturbo affettivo stagionale (DAS). Il primo è una risposta comune e transitoria alle condizioni ambientali e sociali dell’inverno. Invece, il disturbo affettivo stagionale, (DAS), o SAD (Seasonal Affective Disorder), è stato riconosciuto in quanto condizione clinica legata al ciclo stagionale, caratterizzata da sintomi più intensi e persistenti, che interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana.

Amici, come possiamo combattere la tristezza delle giornate corte e buie dell’inverno? Pur non essendo facile dobbiamo provarci. Non è necessario porsi grandi obiettivi, ma mettere in atto piccole azioni concrete. Per esempio? Ricavarsi, durante la giornata, “Momenti di relax”, in cui fermarsi, respirare e fantasticare; oppure dieci minuti di esercizi a corpo libero; anche regalarsi una passeggiata lenta all’aria aperta, senza meta né fretta, oppure iniziare un nuovo hobby o dedicarsi a un interesse che avevamo messo da parte magari per mancanza di tempo risulta utile: nella cultura giapponese tutto questo è ikigai, ovvero ciò che dà senso alle nostre giornate e ci fa sentire vivi.

Cari amici, tutte le stagioni vanno vissute con interesse e passione, perché ognuna ha momenti positivi e, ovviamente, anche negativi. Nei mesi invernali possiamo fare bene tante cose che nei mesi caldi è più difficile, basta solo il nostro impegno e la nostra fantasia, per godere appieno di tutte le stagioni. La vita è bella sempre!

A domani.

Mario

domenica, febbraio 01, 2026

QUANDO L'ALTRUISMO DIVENTA TERAPEUTICO. AIUTARE GLI ALTRI RALLENTA ANCHE IL DECLINO COGNITIVO.


Oristano 1° febbraio 2026

Cari amici,

Voglio iniziare i post di febbraio parlando di "ALTRUISMO", perchè viviamo, oramai, in una società che ha come regola base di vita l’EGOISMO. Eppure, sappiamo bene che essere egoisti è un modo di vivere errato, dannoso anche per la propria salute fisica e mentale, in quanto porta all'isolamento sociale, e ad avere relazioni superficiali e inappaganti. Il suo contrario, invece l’ALTRUISMO, è generalmente positivo, perché consente felici relazioni sociali, appaganti e gratificanti. Sì, amici, aiutare gli altri, svolgendo attività altruistiche e di volontariato, risulta alquanto appagante, arrivando a creare quel benessere mentale capace anche di rallentare il declino cognitivo, specialmente nelle persone over 50, migliorando anche l'umore e promuovendo una sensazione di confortante benessere psicologico.

Il nostro cervello ricava benefici notevole dalla disponibilità del soggetto ad occuparsi degli altri, grazie alla stimolazione sociale e al senso di scopo. Questo tipo di disponibilità meglio definita "altruismo terapeutico", si affianca ad altre strategie preventive per scongiurare il declino cognitivo, come l’esercizio fisico, la dieta sana e la stimolazione cognitiva. In sintesi, avere piacere ad interessarsi agli altri e al loro bene, innesca processi positivi nel cervello, legati alla ricompensa e al senso di autoefficacia.

Aiutare gli altri, insomma, non è soltanto un banale  gesto di altruismo, ma ha, invece, sicuri effetti positivi sulla salute del proprio cervello e sul suo funzionamento. Ciò è emerso chiaramente da un nuovo vasto studio condotto dall'Università del Texas di Austin e dell'Università del Massachusetts di Boston su oltre 30.000 persone over 50, che ha evidenziato come l’aiutare gli altri, sia individualmente che facendo attività di volontariato, sul lungo periodo contribuisce a ridurre il tasso del declino cognitivo di circa il 15-20%.

L’altruismo praticato con costanza, che parte dall’avere regolari e costanti interazioni sociali, è dimostrato che risulta fondamentale per prevenire il declino cognitivo che sfocia nel rischio di  una possibile demenza, dimostrando chiaramente che aiutare gli altri ha ricadute positive sul nostro benessere, in particolare nella fase dell'invecchiamento. Nello studio prima citato i ricercatori hanno osservato l'andamento del declino cognitivo dei partecipanti lungo due decenni, e lo hanno confrontato con le loro abitudini legate all'aiutare gli altri. Hanno preso in considerazione sia forme di aiuto strutturato, come attività di volontariato, sia azioni individuali, come ad esempio l'aiutare vicini, amici o familiari in modo costante e regolare.

In questo modo i ricercatori hanno potuto constatare che il declino cognitivo, che è normalmente associato all'invecchiamento, sembrava rallentare man mano che i partecipanti svolgevano azioni per aiutare gli altri in modo costante e regolare. I benefici più significativi sul rallentamento del declino cognitivo sono stati osservati nei partecipanti che erano abituati a dedicare tra le due e le quattro ore alla settimana ad aiutate gli altri. In questi partecipanti la riduzione del declino cognitivo è stata anche del 15%-20%. Al contrario, chi con l'avanzare dell'età aveva smesso completamente di dedicare tempo ad aiutare gli altri (in qualsiasi forma), mostrava un peggioramento della funzione cognitiva.

Amici, questo studio credo faccia riflettere non poco. Direi che stimolare, man mano che l’età avanza, le persone ad aiutare gli altri, può essere alquanto terapeutico “come misura preventiva”, per riuscire a limitare il forte aumento dei casi di demenza previsti nei prossimi anni, complice anche il progressivo invecchiamento della popolazione mondiale. "Ciò suggerisce l'importanza di mantenere gli anziani impegnati in qualche forma di aiuto il più a lungo possibile, con supporti e sistemazioni adeguate", ha spiegato il professor Sae Hwang Han, a capo dello studio.

Cari amici, il problema è davvero molto serio. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) infatti la demenza, che nella maggior parte dei casi è causata dalla malattia di Alzheimer, oggi colpisce circa 55 milioni di persone in tutto il mondo, ma si stima che entro il 2050 questo numero potrebbe quasi triplicare, raggiungendo la soglia di 139 milioni di persone. Operiamo allora per far sì che l’ALTRUISMO si diffonda sempre più, perché i primi a goderne sono quelli che lo praticano! SENECA, molti secoli fa, ammoniva: “Chi aiuta gli altri, aiuta se stesso”!

A domani.

Mario