domenica, gennaio 25, 2026

ATTENZIONE ALLA NUOVA, PERICOLOSA TRUFFA TELEFONICA, COSÌ DIFFICILE DA RICONOSCERE CHE INGANNA PERSINO GLI ESPERTI!


Oristano 25 gennaio 2026

Cari amici,

Grazie al costante progresso fatto dalla tecnologia, in particolare dei sistemi di telefonia via internet, si sta diffondendo una nuova truffa telefonica, così pericolosa che sta mettendo in difficoltà anche gli esperti. Riconoscerla, infatti, non è semplice e proprio per questo basta poco per cadere nel raggiro messo in piedi dai malintenzionati. Alla base di questo nuovo raggiro-inganno c’è proprio la più moderna tecnologia telefonica; le chiamate al malcapitato apparentemente arrivano infatti da numeri che lui ben conosce, spesso presenti nella sua rubrica.

Sul display del cellulare, infatti, può comparire il nome di una banca, di un ente pubblico, pensionistico oppure di un centro della salute. Questa apparente normalità toglie le paure, per cui spesso si risponde nella convinzione che la chiamata arrivi proprio dal vero numero che appare nel display. Si risponde, dunque, senza esitazioni, convinti di trovarsi di fronte ad una comunicazione ufficiale. Il meccanismo utilizzato è studiato alla perfezione, capace di colpire rapidamente. La conversazione viene impostata in modo da generare urgenza, facendo leva su temi che toccano tutti da vicino, come contributi, pensioni o presunte anomalie amministrative.

Una delle chiamate preferite - ad esempio - è quella che simula il funzionario INPS: il truffatore si presenta come un operatore, utilizza un linguaggio tecnico e rassicurante e spinge l’interlocutore a fornire dati personali o ad accedere a link e procedure apparentemente legittime. Il vero rischio emerge quando il truffatore riesce a ottenere le credenziali di accesso ai servizi online. In quel momento, le conseguenze non si limitano alla sottrazione di informazioni personali. Chi controlla l’account può intervenire su dati sensibili, arrivando perfino a modificare l’IBAN associato alle prestazioni, con danni economici diretti e immediati.

Amici, questa moderna truffa telefonica "tecnologica" risulta non solo molto ingegnosa ma altamente pericolosa, alquanto temuta anche dagli addetti ai lavori, perché non lascia segnali evidenti fino a quando il danno non è già stato fatto. A rendere il tutto ancora più complesso è il fattore emotivo che colpisce il malcapitato. Le chiamate sono costruite da veri professionisti, tanto da sembrare credibili; sono effettuate senza esercitare pressioni eccessive, ma capaci di creare quel tanto di allarme necessario a spingere la vittima ad agire subito.

Il maggior alleato di questi capaci truffatori è il tempo, mentre diventa un vero nemico di chi riceve la chiamata. In queste situazioni, apparentemente reali, anche persone più esperte o tecnicamente preparate possono arrivare a non nutrire sospetti, abbassando di conseguenza la guardia. Proprio per questo motivo, l’attenzione deve essere massima anche quando il numero sembra affidabile. La diffidenza, al giorno d’oggi, con una tecnologia che è capace di tutto (anche di clonare la voce), deve essere sempre massima.

Cari amici, oggi essere sospettosi è "una reale, concreta necessità". Una telefonata non richiesta, che chiede conferme, dati o accessi ai nostri dati riservati, dovrebbe sempre accendere in noi un forte campanello d’allarme. Al giorno d’oggi non è più possibile dare peso e corpo all’apparenza, e questa nuova truffa lo dimostra in maniera inequivocabile! La tecnologia, oggi, è in grado di clonare tutto: dai numeri di telefono alla voce, dai nomi dei nostri amici alle strutture pubbliche e private. il pericolo, amici, è multiforme, e può nascondersi dietro una voce educata, un numero apparentemente a noi noto e un nome che ci è molto familiare! Dobbiamo diffidare sempre, solo così possiamo salvarci.

A domani.

Mario

sabato, gennaio 24, 2026

PLASTICA: ARRIVA DAL GIAPPONE LA PLASTICA ECOLOGICA: È IN GRADO DI DISSOLVERSI IN MARE SENZA FARE DANNI. UNA NUOVA SPERANZA PER L’INQUINAMENTO DEGLI OCEANI.


Oristano 24 gennaio 2026

Cari amici,

Forse la PLASTICA, oramai nota come la peste del nuovo millennio, ha i giorni contati. A tutt’oggi la plastica è uno dei materiali più problematici per  la salute dell’ambiente, in quanto in gran parte finisce negli oceani. Si cercano soluzioni di ogni tipo, ma anche le plastiche così delle alternative, definite “biodegradabili”, spesso non mantengono le promesse: molte resistono a lungo in mare oppure si frammentano lentamente, generando le pericolose microplastiche che entrano nelle catene alimentari e, alla fine, anche nel corpo umano.

Il problema è alquanto difficile da risolvere, ma nessuno demorde. Un gruppo di ricercatori giapponesi, per esempio, sta cercando di ripensare da zero il modo in cui una plastica dovrebbe degradarsi nell’ambiente marino. Il gruppo di lavoro coordinato da Takuzo Aida, presso il Riken Center for Emergent Matter Science, uno dei più importanti centri scientifici del Giappone che opera con l’Università di Tokyo, ha concepito un nuovo materiale a base vegetale, capace di unire due caratteristiche che finora sembravano difficili da conciliare: robustezza durante l’utilizzo quotidiano e decomposizione rapida in acqua di mare, senza lasciare residui microscopici.

Amici, alla base di questa “Nuova Plastica” c’è la cellulosa, il composto organico disponibile in abbondanza sul pianeta, presente in moltissime piante. Non è la prima volta che si tenta di realizzare plastiche partendo da questo materiale, ma la maggior parte delle soluzioni finora tentate richiede condizioni industriali specifiche per degradarsi, come alte temperature e impianti di compostaggio avanzati. In mare, invece, restano quasi intatte per anni. Come aggirare il problema? Il team giapponese ha scelto un approccio diverso, sfruttando una particolare chimica “sensibile al sale”.

Questo innovativo materiale è composto da due elementi principali: Il primo elemento deriva dalla carbossimetilcellulosa, una sostanza già utilizzata in ambito alimentare e farmaceutico e considerata sicura, il secondo è un agente legante caricato positivamente, selezionato dopo numerosi test per garantire stabilità e sicurezza. In acqua dolce, questi due componenti si attraggono e formano una rete solida e flessibile. Quando però entrano in contatto con l’acqua salata, come quella marina, il sale rompe i legami che tengono insieme la struttura, avviando una decomposizione rapida e completa!

Durante lo studio, uno dei problemi iniziali da risolvere era la fragilità; i primi campioni risultavano molto rigidi e trasparenti, ma tendevano a spezzarsi facilmente. La soluzione è arrivata con l’aggiunta di un plastificante ben noto e già approvato per l’uso alimentare: il cloruro di colina. Regolando la quantità di questa sostanza, i ricercatori sono riusciti a controllare con precisione le proprietà meccaniche del materiale. La nuova plastica può essere dura come il vetro oppure allungarsi fino al 130% della sua lunghezza iniziale, mantenendo trasparenza e resistenza. Indubbiamente quello ricavato è un materiale alquanto interessante, in quanto può essere trasformato in film sottilissimi, spessi appena 0,07 millimetri, adatti per imballaggi come sacchetti o involucri protettivi. Per evitare che l’umidità o il sale presenti nell’ambiente causino una degradazione prematura, è sufficiente applicare un sottile rivestimento superficiale, che protegge la plastica durante l’uso e può essere rimosso o degradato a sua volta.

Secondo i ricercatori, uno dei punti di forza di questa soluzione è la scalabilità. La natura produce ogni anno circa mille miliardi di tonnellate di cellulosa, una risorsa rinnovabile e ampiamente disponibile. Trasformarla in una plastica che non contribuisce all’inquinamento da microplastiche potrebbe ridurre il problema alla fonte, prima ancora che i rifiuti arrivino negli oceani. Certo, non si tratta di una soluzione immediata a tutta la crisi della plastica, ma di un esempio di come la chimica dei materiali possa essere ripensata partendo dal comportamento nell’ambiente reale, e non solo dalle esigenze industriali. Ci vorrà del tempo, per dare lo stop all'attuale plastica, ma la nuova strada sembra percorribile!

Cari amici, personalmente mi sembra una scoperta di grande interesse, potenzialmente eccezionale, capace di tamponare il problema della plastica che inquina gli oceani e mette a rischio la vita marina. Secondo le previsioni del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, l’inquinamento causato dalla plastica triplicherà entro il 2040, riversando ogni anno negli oceani del mondo dai 23 ai 37 milioni di tonnellate di rifiuti (nella foto l'isola di plastica più grande del mondo). Questa scoperta sicuramente apre una nuova via, a mio avviso tutta da seguire!

A domani.

Mario

venerdì, gennaio 23, 2026

LA GROENLANDIA È OGGI AL CENTRO DEGLI INTERESSI DEL MONDO. MA PERCHÈ RISULTA COSÌ IMPORTANTE UNA TERRA COSÌ FREDDA E INOSPITALE?


Oristano 23 gennaio 2026

Cari amici,

La GROENLANDIA è la più grande isola del mondo. Situata in gran parte sopra il Circolo Polare Artico; è ricoperta per oltre l’80% di ghiacci, mentre la parte restante è coperta principalmente da muschio nero e licheni, in quanto non vi cresce molto altro. Nei periodi più caldi, però, dei fiori colorano lievemente il terreno. I pochi abitanti, che vivono sull’isola, soprattutto in prossimità delle coste (sono solo 56.865), vivono in gran parte di pesca e sono i discendenti, in maggioranza, dal popolo Inuit. Quanto alla scarsa presenza umana, si tratta della densità abitativa più bassa di tutta la Terra: solo 0,03 abitanti per chilometro quadrato.

Per i groenlandesi, vivere su quest’isola risulta essere un’esistenza segnata irrimediabilmente da una natura implacabile, in quanto vissuta tra montagne di ghiaccio. Questa enorme isola, seppure posta geograficamente in Nord America, è ufficialmente parte del Regno di Danimarca, anche se gode di una vasta autonomia come "territorio speciale"; l’Amministrazione locale gestisce autonomamente i propri affari interni, ma per la difesa e le relazioni estere dipende dalla Danimarca, in quanto, seppure con un status costituzionale di autonomia, fa parte integrante del Regno della Danimarca.

Su questa terra, apparentemente alquanto inospitale, si sono, però, recentemente scatenati gli appetiti internazionali, a partire dagli USA che la reclamano e vorrebbero acquisirla (anche con la forza) per aggiungerla – come Stato – agli Stati Uniti. Il forte interesse per questa terra artica è legato in modo cruciale alla grande quantità e varietà di materie prime presenti (terre rare, litio), oltre alla sua posizione strategica, per la possibilità, a causa del cambiamento climatico in atto, che, sciogliendone i ghiacci,  predispone all’apertura di nuove rotte, oltre anche alla necessaria sorveglianza strategica dell’Artico.

Amici, l’interesse degli USA nei confronti della Groenlandia non è maturato solo oggi. Già nel 2019 l’allora Presidente Donald Trump aveva espresso la volontà di acquistare la Groenlandia, un tentativo che gli USA avevano già fatto altre due volte in passato, e che oggi Trump ha riproposto in maniera ancora più forte nel suo secondo mandato presidenziale. Attualmente l’isola ospita una base NATO ed è una piattaforma naturale perfetta per il controllo della Rotta Artica, in prospettiva delle nuove rotte commerciali marittime (e non solo) più importanti del Pianeta.

In Europa, però, le mire di Donald Trump non sono viste di buon occhio, e nemmeno gli abitanti della Groenlandia appaiono interessati a diventare parte degli Stati Uniti. Essi, infatti, stanno mantenendo un atteggiamento particolarmente indipendentista, sia nei confronti sia della Danimarca sia degli USA: un atteggiamento confermato anche dai risultati delle elezioni tenutesi a marzo 2025. Oggi, con il crescente interesse geopolitico per l’Artico, la Groenlandia si trova, volente o nolente, al centro delle mire dei potenti del mondo: non solo degli Stati Uniti, ma anche di Cina e Russia.

Sicuramente Donald Trump cerca di battere tutti sul tempo; gli USA già nel 2023 siglarono un accordo con la Danimarca in materia di difesa, per rafforzare la presenza NATO sul territorio danese. Oggi anche l’Unione Europea sta cercando di aumentare la propria vicinanza all’isola nordica: a marzo 2024, la Commissione Europea ha infatti aperto un ufficio nella capitale Nuuk, per rafforzare la presenza europea nel Paese. Al momento però la Groenlandia sembra voler mantenere la sua indipendenza, con apertura anche nei confronti del governo di Pechino; indipendenza mantenuta pure nei confronti della Danimarca, soprattutto dal punto di vista commerciale e politico.

Cari amici, come potrà andare a finire la corsa mondiale ad accaparrarsi la Groenlandia? Chissà! Non è facile fare sicure previsioni! Nel recente incontro di Davos, seppure Donald Trump abbia attaccato l'Europa, dopo aver dialogato con Mark Rutte, Segretario generale della NATO, ha annunciato la nuova intesa concordata con la Nato sulla Groenlandia: nessun attacco verrà portato da parte USA, ovvero nessuna conquista della Groenlandia con la forza, ma l’avvio di un serio dialogo per il futuro di questa terra, la Groenlandia, molto fredda ma ricca e strategica, indispensabile per il futuro del mondo. C’è da ben sperare!

A domani.

Mario

 

 

giovedì, gennaio 22, 2026

ANTIBIOTICI E FORMICHE: ALCUNE SPECE CUSTODISCONO UN SEGRETO CHE AIUTA L'UOMO A PRODURRE NUOVI ANTIBIOTICI.


Oristano 22 gennaio 2026

Cari amici,

Che IL MONDO DELLE FORMICHE sia un “universo straordinario” è una realtà ogni giorno più evidente. La loro organizzazione, la difesa collettiva, l’organizzazione dell’alveare, concepito in maniera straordinaria, sono tutte realtà che sorprendono ogni giorno che passa. Sulle formiche ho già avuto modo di scrivere più volte su questo blog, e oggi riprendo l’argomento per parlare con Voi, cari lettori, di una nuova scoperta che sorprende non poco: alcune specie sono in grado di produrre un COCKTAIL DI ANTIBIOTICI sempre diversi, in grado di sorprendere gli agenti patogeni e di rallentare la loro capacità di evolversi e di opporre resistenza.

Sono stati dei ricercatori dell’Università di Auburn a scoprire che alcune specie di formiche potrebbero custodire il segreto per lo sviluppo di farmaci, e più precisamente degli antibiotici. La scoperta, riportata sulle pagine del Biological Journal of the Linnean Society, ha evidenziato che  questi insetti sarebbero molto più avanti di noi nell'innovazione antibiotica: usano infatti gli antibiotici da decine di milioni di anni e potrebbero detenere la chiave per usare questi potenti farmaci in modo più saggio, prevenendo l'antibiotico-resistenza. "Nel nostro studio, abbiamo testato il modo in cui le formiche usano i composti antibiotici per combattere i patogeni e ci siamo chiesti perché le loro difese chimiche rimangano efficaci nel corso dell'evoluzione", ha affermato l'autore Clint Penick. "Gli esseri umani fanno affidamento sugli antibiotici da meno di un secolo, eppure molti agenti patogeni hanno già sviluppato una resistenza, dando origine ai 'superbatteri'”.

Il ricercatore Clint Penick, si è così ancora espresso: "Alcuni degli antibiotici più potenti che abbiamo trovato provengono da formiche che normalmente consideriamo infestanti, come le formiche di fuoco". Da qui, abbiamo testato due ipotesi su come queste specie di formiche potrebbero utilizzare gli antibiotici senza promuoverne la resistenza. "Esaminando le modalità con cui questi insetti sono in grado di produrre più tipi di antibiotici, si è visto che utilizzano, se servono, composti chimici diversi, scoprendo quelli che di volta in volta hanno il giusto effetto”. "È come quando vai dal medico e ti prescrivono un antibiotico: se non funziona, ne provano un altro", ha detto Penick. "Proprio come noi, le formiche sembrano avere diversi medicinali nel loro armadietto che possono provare se il primo non funziona".

I ricercatori, tuttavia, sono riusciti anche ad andare più a fondo. I ricercatori hanno voluto testare se le formiche fossero in grado di produrre composti "mirati a microbi specifici", una delle nostre più grandi sfide attuali. "Se ci limitiamo a usare antibiotici per uccidere tutto, non stiamo solo uccidendo il nostro patogeno bersaglio, ma anche tutti gli altri microbi che non ci stanno danneggiando", ha ricordato Penick. "In questo modo, stiamo contribuendo a generare geni resistenti in popolazioni non bersaglio, il che può portare a una resistenza ai farmaci in futuro".

Ebbene, dalle successive analisi il team ha scoperto che queste straordinarie formiche producono composti specifici per diversi agenti patogeni: alcuni che prendono di mira i funghi, altri che prendono di mira i batteri Gram-negativi e altri ancora che agiscono sui batteri Gram-positivi. "Si tratta di qualcosa che interessa molto alla medicina umana: scoprire antibiotici più mirati", ha commentato Penick. "E sembra che le formiche lo facciano da milioni di anni".

Cari amici, ll prossimo passo sarà quello di studiare nel dettaglio quali tipi di composti producono le formiche e come li utilizzano. "Potrebbe aiutarci a orientare le nostre pratiche o potenzialmente a scoprire nuovi composti di importanza medica", ha concluso Penick. "I nostri risultati suggeriscono che le formiche potrebbero rappresentare una vasta e in gran parte inutilizzata fonte di nuovi antibiotici, compresi quelli in grado di combattere le infezioni resistenti ai farmaci più pericolose di oggi". Credo che sia, davvero, una ricerca straordinaria!

A domani.

Mario

 

mercoledì, gennaio 21, 2026

IL SOLLETICO: PERCHÈ RIESCE A SCATENARE QUELLA REAZIONE INVOLONTARIA CHE CI FA SUBITO RIDERE, ANCHE SE NON SEMPRE IN MODO PIACEVOLE?


Oristano 21 gennaio 2026

Cari amici,

La reazione che nel nostro corpo si scatena quando qualcuno ci fa il SOLLETICO è da sempre studiata con attenzione dalla scienza; la sua origine, infatti, sotto certi aspetti, rimane controversa. La nostra reazione al solletico è associata al riso, anche se, a volte, il nostro ridere, da ‘piacevole’, può risultare anche ‘fastidioso’. Si, questa reazione, nata dal contatto provocato da un’altra persona, è alquanto soggettiva, diversa da persona a persona. Secondo gli specialisti di Humanitas il solletico che scatena la risata avrebbe origini antiche, e sarebbe nato come sistema di protezione; insomma, un modo curioso di proteggersi e difendersi, attraverso il gioco sociale fin dall’infanzia, insegnando così al bambino a proteggere aree del corpo particolarmente vitali e ‘indifese’.

Amici, in particolare negli ultimi anni, le ricerche effettuate in campo neurologico e sul funzionamento del cervello umano, hanno permesso alla scienza e alla medicina di fare dei passi avanti sulla comprensione di questa involontaria reazione dell’organismo; le risonanze magnetiche utilizzate hanno consentito di definire meglio il solletico, grazie alle immagini del cervello fotografate con colori diversi nelle zone attivate in particolari situazioni. Secondo gli studi di esperti e scienziati dell’Università di Tübingen, il solletico attiverebbe la parte del cervello che anticipa il dolore, e, per questo motivo, quando si viene solleticati lo si può accidentalmente colpire con movimenti dettati da un riflesso incondizionato in risposta al dolore.

Un’altra teoria, invece, ha cercato di spiegare il solletico come uno dei primi mezzi attraverso cui i bambini imparano a relazionarsi in primis con il proprio genitore. Le parti del corpo più sensibili al solletico sono, come accennato, quelle della pancia, delle ascelle, dei fianchi e della pianta dei piedi; la provocazione, come risposta automatica, fa nascere la risata. Le risate, come ben sappiamo, possono essere di diverso tipo: quella scatenata dal solletico, per esempio, è diversa da quella nata dal divertimento; la prima stimola anche l’ipotalamo che controlla gli “istinti” e le reazioni istintive come anche la fame, la stanchezza e il comportamento sessuale, mentre la risata da divertimento, invece, coinvolge aree diverse del cervello.

Nella risata da solletico un ruolo importante è svolto dall’ipotalamo. L’ipotalamo è l’area cerebrale coinvolta nella regolazione emotiva e nelle risposte di allerta. Studi dimostrano che questa regione si attiva significativamente durante il solletico, spiegando perché il corpo reagisce come se affrontasse una lieve ma continua minaccia. Una minaccia, come accennato prima, ben lontana da quella legata al semplice divertimento. Secondo la BBC, alcuni studiosi ritengono che la reazione derivata dal solletico sia nata come una sorta di allenamento sociale e fisico, utile a preparare l’organismo a reagire a attacchi improvvisi senza danni effettivi.

Amici, avete mai pensato al fatto che non possiamo farci il solletico da soli? È, infatti, quasi impossibile crearselo, in quanto il cervello anticipa lo stimolo quando il movimento è autoinflitto e lo “disattiva” prima che venga percepito. Secondo DW, (Deutsche Welle), la rete radiotelevisiva pubblica tedesca, “l’inibizione dovuta al tocco autoindotto impedisce la sensazione di solletico”. Il solletico funziona proprio perché rompe la prevedibilità. Quando non si sa esattamente dove e quando arriverà lo stimolo, il cervello si mette in uno stato di allerta; questa imprevedibilità è fondamentale per scatenare la risata automatica.

Cari amici, il solletico è presente, in forma più o meno marcata, in tutti gli esseri umani. Tutto ha inizio quando vengono sfiorati i recettori tattili cutanei, in particolare  costole, ascelle e collo, che hanno più terminazioni nervose, intensificando così la reazione. Questi segnali viaggiano rapidamente attraverso il midollo spinale fino al cervello. Altro elemento importante è che non "chiunque" riesce a provocarci il solletico con la stessa efficacia! La BBC, per esempio, ha evidenziato che fiducia e vicinanza personale sono determinanti: il cervello valuta "chi viola" lo spazio personale; in contesti sociali sicuri emerge la risata, in altri invece possono comparire ansia o disagio. Amici, speriamo che il solletico ci venga sempre dalle persone a noi molto vicine, in modo che il contatto scateni sempre una bella, piacevole risata!

A domani.

Mario

 

martedì, gennaio 20, 2026

LA LIBERA CONFESSIONE DI UN TUAREG AD UN GIORNALISTA SPAGNOLO…


Oristano 20 gennaio 2026

Cari amici,

Oggi il mio post ha un taglio diverso: riporta un’interessante intervista: quella di un giornalista spagnolo ad uno scrittore TUAREG che, senza remore, ha raccontato la sua vita. Per meglio comprendere, ricordo a voi lettori che I TUAREG, sono un popolo nomade di origine berbera che vive nel Sahara; i suoi esponenti, noti come "uomini blu", sopravvivono da millenni grazie a un duro adattamento climatico, basato su allevamento di dromedari, commercio carovaniero, uso di tende smontabili e un forte codice di ospitalità. La loro cultura è incentrata sul matriarcato, la scrittura Tifinagh, il rito del tè e la capacità di resistenza nel deserto.

Ecco l’affascinante intervista, realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, a Moussa Ag Assarid, scrittore tuareg, che offre uno sguardo profondo sulla sua vita e la sua cultura, quella di un popolo che è rimasto legato alle antiche tradizioni, impregnate di quel fascino millenario che sopravvive, nonostante le difficoltà; un popolo che non ha mai mollato, non ha mai voluto cambiare. Ecco l’intera, libera, intervista, come reperita su Internet.

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Moussa Ag Assarid: “Non conosco la mia età: sono nato nel deserto del Sahara, senza documenti! Sono nato in un accampamento di nomadi tuareg tra Timbuctù e Gao, al nord del Mali. Sono stato pastore di cammelli, capre, pecore e mucche di mio padre. Ora studio Economia all’Università di Montpellier [Francia]. Non sono sposato. Difendo i pastori tuareg. Sono musulmano, senza fanatismo.”

Giornalista: Che bel turbante!

Moussa: “È una leggera stoffa di cotone: permette di coprire il viso nel deserto quando si alza la sabbia e nello stesso tempo di continuare a vedere e a respirare.”

Giornalista: È di un azzurro bellissimo…

Moussa: “Per questo a noi tuareg ci chiamano gli uomini blu: la stoffa stinge e la nostra pelle si tinge di azzurro…”

Giornalista: Come ottenete questo color indaco così intenso?

Moussa: “Con una pianta chiamata indaco, mescolata con altri pigmenti naturali. L’azzurro per i tuareg è il colore del mondo.”

Giornalista: Perché?

Moussa: “È il colore dominante: quello del cielo, che è il tetto della nostra casa.”

Giornalista: Chi sono i tuareg?

Moussa: “Tuareg significa ‘abbandonati’, perché siamo un antico popolo nomade del deserto, solitario e orgoglioso: ‘Signori del deserto’ ci chiamano. La nostra etnia è la amazigh (berbera) e il nostro alfabeto è il tifinagh.”

Giornalista: Quanti siete?

Moussa: “Tre milioni e la maggioranza è ancora nomade. Però la popolazione diminuisce… ‘È necessario che un popolo sparisca perché ci accorgiamo che esisteva’, denunciava una volta un saggio: io lotto per preservare questo popolo.”

Giornalista: A cosa vi dedicate?

Moussa: “Portiamo al pascolo cammelli, capre, pecore, mucche e asini in un regno di infinito e di silenzio...”

Giornalista: Davvero è così silenzioso il deserto?

Moussa: “Se stai solo in quel silenzio, senti il battito del tuo cuore. Non c’è luogo migliore per trovare se stessi.”

Giornalista: Quale ricordo della sua infanzia nel deserto ricorda con maggiore nitidezza?

Moussa: “Mi sveglio con il sole. Lì ci sono le capre di mio padre. Loro ci danno latte e carne e noi le portiamo dove c’è acqua, erba… Così faceva il mio bisnonno, mio nonno e mio padre… E io. Non c’era nient’altro al mondo se non questo e io ero molto felice.”

Giornalista: Sì? Non sembra molto stimolante…

Moussa: “Invece lo è molto. Quando hai sette anni già ti lasciano allontanare dall’accampamento, insegnandoti le cose importanti: a fiutare l’aria, ascoltare, aguzzare la vista, orientarti con il sole e le stelle… E a lasciarti condurre dal cammello, se ti perdi: ti porterà dove c’è acqua.”

Giornalista: Sapere questo è prezioso, senza dubbio…

Moussa: “Lì tutto è semplice e profondo. Ci sono pochissime cose e ognuna ha un enorme valore!”

Giornalista: Quindi questo mondo e quello sono molto diversi, no?

Moussa: “Lì ogni piccola cosa dà gioia. Ogni sfiorarsi è prezioso. Sentiamo una gioia profonda per il semplice fatto di toccarci, di stare insieme! Lì nessuno sogna di diventare, perché ciascuno già è!”

Giornalista: Che cosa l’ha scioccato di più durante il suo primo viaggio in Europa?

Moussa: [...] Nell’hotel Ibis [a Parigi], ho visto il primo rubinetto della mia vita: ho visto scorrere l’acqua… e mi è venuta voglia di piangere.”

Giornalista: Che abbondanza, che spreco, no? [...]

Moussa: “Sì. All’inizio degli anni ’90, c’è stata una grande siccità [in Azawad], sono morti gli animali, ci siamo ammalati… Io avrò avuto dodici anni e mia madre è morta… Lei era tutto per me! Mi raccontava le storie e mi ha insegnato a sua volta a raccontarle. Mi ha insegnato ad essere me stesso."

Giornalista: Che cosa è successo alla sua famiglia?

Moussa: “Ho convinto mio padre a lasciarmi andare a scuola. Quasi ogni giorno percorrevo a piedi quindici chilometri. Fino a che il maestro non mi ha lasciato un letto per dormire e una signora mi dava da mangiare quando passavo davanti casa sua. Allora ho capito: mia madre mi stava aiutando…”

Giornalista: Da cosa è nata questa passione per la scuola?

Moussa: “Da quando un paio di anni prima era passata per l’accampamento la Parigi-Dakar e a una giornalista cadde un libro dallo zaino. Lo raccolsi e glielo restituii. Me lo regalò e mi parlò di quel libro: Il piccolo principe. E io ho promesso a me stesso che un giorno sarei stato capace di leggerlo.”

Giornalista: E c’è riuscito.

Moussa: “Sì. E fu così che ebbi una borsa di studio per studiare in Francia.”

Giornalista: Un tuareg all’università…!

Moussa: “Ah, quello che mi manca di più qui è il latte della cammella… e il fuoco. E camminare scalzo sulla sabbia calda. E le stelle: lì le guardiamo ogni notte e ogni stella è diversa dall’altra, come ogni capra è diversa dall’altra… qui di notte guardate la televisione.”

Giornalista: Sì. Cos’è che le sembra la cosa peggiore di qui?

Moussa: “Avete tutto, però non vi basta. Vi lamentate. In Francia, passano la vita lamentandosi! Vi legate per tutta una vita a una banca e c’è un’ansia di possedere, una frenesia, una fretta…

Nel deserto non ci sono ingorghi, perché nessuno vuole superare nessuno!”

Giornalista: Mi racconti un momento di intensa felicità nel suo lontano deserto.

Moussa: “Capita ogni giorno, due ore prima del tramonto: diminuisce il caldo e il freddo non è ancora arrivato e uomini e animali tornano lentamente all’accampamento e i loro profili si stagliano su un cielo rosa, azzurro, rosso, giallo, verde…”

Giornalista: Affascinante, e poi?

Moussa: “È un momento magico… Entriamo tutti nella tenda e bolliamo il tè. Seduti, in silenzio, ascoltiamo il rumore del tè che bolle… La calma ci invade tutti: I battiti del cuore si adeguano al ritmo del tè che bolle…”

Giornalista: Che pace…

Moussa: “Qui avete l’orologio, lì abbiamo il tempo”.

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Cari amici lettori, non voglio aggiungere nulla, nel senso che invito Voi che mi leggete a rileggere anche più volte l’intervista realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, al Tuareg Moussa Ag Assarid., e, di conseguenza, riflettere sulla nostra vita, ben lontana da quella raccontata da Moussa. Credo che osservare con occhi nuovi la nostra vita ci faccia davvero bene…

A domani.

 

Mario