lunedì, agosto 25, 2025

LAVORARE SENZA SODDISFAZIONE. PERCHÉ SEMPRE PIÙ SPESSO, SEPPURE INSODDISFATTI, SI DECIDE DI NON CAMBIARE LAVORO. LA SCELTA DEL “JOB CUFFING”.


Oristano 25 agosto 2025

Cari amici,

Nel passato, quando superato un concorso si entrava in azienda, questo lavoro durava tutta la vita lavorativa, restando “dipendenti” di quell’azienda fino al collocamento in pensione. Erano altri tempi, perché oggi, nel panorama professionale contemporaneo, la mobilità lavorativa è diventata una realtà sempre più diffusa. Oggi, cambiare lavoro è praticamente una necessità, derivante dalle trasformazioni del mercato e dall’evoluzione tecnologica, oltre che dalle rinnovate esigenze personali di concreta realizzazione e appagamento personale, in quanto "il cambio" risulta essere una nuova fonte di serenità e di benessere.

Tuttavia, nonostante queste concrete esigenze, l’idea di cambiare lavoro è sempre una decisione che nel lavoratore crea ansia e stress, in quanto "il cambio" lo sottopone ad un carico emotivo significativo: è l'ansia che deriva dal pericolo creato dall’ignoto, costituito dal nuovo lavoro, dal nuovo ambiente, dalla necessità di stabilire nuove relazioni professionali soddisfacenti, oltre che dalle preoccupazioni di natura economica. Cambiare lavoro, insomma, è visto dal nostro cervello come “un salto nel vuoto”, perché la nostra mente è programmata per cercare stabilità, per cui quando ci troviamo di fronte a situazioni nuove e potenzialmente rischiose, il nostro sistema nervoso reagisce andando in panico.

È proprio per non correre questi stress emotivi, che per molti cambiare lavoro risulta difficile. È stato accertato, in un recente studio, che il 72% dei dipendenti resta al lavoro anche se questo non lo soddisfa. Questo atteggiamento di paura è definito JOB CUFFING (letteralmente mantellamento del lavoro), ed è una realtà che appare in costante crescita. Si, amici, il "job cuffing" definisce l'atteggiamento dei dipendenti che, per paura, decidono di mantenere la propria posizione in azienda, nonostante la mancanza di soddisfazione o interesse, semplicemente per un forte bisogno di sicurezza; insomma, preferiscono la stabilità, seppure insoddisfacente, all'assunzione di nuovi rischi, soprattutto in periodi come quello attuale, gravido di incertezza economica.

Secondo gli esperti, questa paura dell’ignoto, questa avversione al rischio è in gran parte dovuta alla paura della disoccupazione, considerata anche l’attuale precarietà del mercato del lavoro, ma anche da altre motivazioni; in conseguenza di ciò, molti dipendenti, per quanto validi e capaci di cimentarsi in un nuovo lavoro più soddisfacente e più appagante, rimangono "ammanettati" al loro posto di lavoro, erroneamente convinti che non ci siano alternative valide. Una delle conseguenze è che molti settori che necessitano di forze nuove e capaci, non riescono a trovare la forza lavoro richiesta a causa proprio della mancanza di candidati.

Amici, il JOB CUFFING, nel mondo del lavoro risulta un fattore altamente negativo. Seppure la paura del futuro sia un male difficile da combattere, per chi ha le capacità e, soprattutto, non ama il lavoro che sta svolgendo, cambiare lavoro sarebbe molto positivo! Aprirsi ad un nuovo impegno lavorativo, capace di migliorare la carriera ed il benessere personale, sarebbe molto più appagante, anziché restare al lavoro insoddisfatti. Comprendere questi possibili, futuri benefici, aiuterebbe il soggetto a bilanciare la paura e vincere lo stress, riflettendo e riuscendo a valutare con maggiore obiettività le opportunità di cambiamento.

Amici, il primo vantaggio significativo nel cimentarsi in una nuova realtà è la crescita professionale, che raggiungerebbe livelli più elevati. Ogni nuovo ambiente lavorativo offre occasioni di apprendimento, esposizione a metodologie diverse, oltre alla possibilità di sviluppare competenze che, in un contesto professionale statico, potrebbero rimanere inespresse. Le ricerche di mercato dimostrano che i professionisti che cambiano lavoro con una certa frequenza tendono ad acquisire una gamma più ampia di competenze e una maggiore adattabilità rispetto a chi rimane nella stessa posizione per decenni.

Senza trascurare, inoltre, i notevoli vantaggi dal punto di vista economico. Il cambiamento strategico di lavoro, infatti, spesso porta a incrementi salariali significativi. Statisticamente, il metodo più efficace per aumentare sostanzialmente il proprio compenso non è attendere promozioni interne, ma passare a nuove opportunità professionali. Secondo recenti studi, chi cambia lavoro ogni 2-3 anni può arrivare a guadagnare, nell’arco della carriera, fino al 50% in più rispetto a chi mantiene lo stesso impiego.

Cari amici, lavorare nella realtà odierna è molto diverso rispetto al passato. Viviamo in un mondo dove la tecnologia avanza velocemente e la fa da padrone; se vogliamo davvero raggiungere i nostri obiettivi è necessario spiccare il volo, anche rischiando! Evitiamo, dunque, di rimanere ancorati a “quella mortificante posizione” che ci avvilisce, e, con coraggio, spezziamo questo circolo vizioso di paura dell’ignoto! Ampliamo la visione del mercato del lavoro, informiamoci sui settori che presentano carenze e dialoghiamo senza timore con le nuove realtà. La vita lavorativa di oggi va vissuta con coraggio, forza e determinazione, perché la soddisfazione nel lavoro è appagante, e si ripercuote positivamente nella vita familiare e sociale!

A domani.

Mario

domenica, agosto 24, 2025

ENERGIA PULITA E NUOVI STILI DI VITA. LA RIFLESSIONE DI UN ECOLOGISTA, FABIO BALOCCO (PRO NATURA TORINO).


Oristano 24 agosto 2025

Cari amici,

Il bombardamento per convincere il mondo ad utilizzare l’energia pulita, quella derivante da fonti rinnovabili, continua senza sosta, addirittura in modo martellante! Ogni giorno arrivano nuove richieste di installazione di pannelli fotovoltaici, di torri sempre più alte, in terra e in mare, campanili che catturano il vento con le loro pale enormi, trasformando mare, colline e campagne in una selva oscura di strutture tecnologiche che distruggono in modo irreparabile terre coltivabili, mari pescosi e quant’altro.

Ecco, oggi voglio riportare a Voi che mi leggete la provocazione di un ambientalista, Fabio Balocco (Pro Natura Torino), che afferma con convinzione: “L’energia pulita non serve senza decrescita. I giovani non l’hanno capito, le associazioni sono in crisi”. Poi aggiunge: "La transizione energetica è un po’ un mito: non si bada alle sue conseguenze né a quello che ci sta a monte. Cosa dire dei campi fertili coperti da pannelli solari e delle colline sfregiate dalle pale eoliche? Per realizzare pannelli solari e batterie è in corso una nuova colonizzazione in tutto il mondo". Verità sacrosanta, e noi sardi ne sappiamo qualcosa!

Per me, le sue, sono parola sante. Nella convinzione di Fabio Balocco, "l’energia pulita (che poi pulita non è del tutto) servirà a poco se non sarà accompagnata dalla decrescita”. È una visione all’insegna dello scetticismo quella di Fabio Balocco, avvocato, ambientalista, blogger del Fatto Quotidiano e scrittore, in libreria con il suo libro dal titolo Bianco (Lar editore); benestante, convinto ambientalista, Balocco ha voluto dare un titolo provocatorio al suo libro, che è anche un’autocritica: “Sono ambientalista, ma siccome sono nato in una famiglia benestante e sono bianco di pelle, in realtà nella mia vita ho avuto e ho tutt’ora un’impronta ecologica incompatibile con la tutela dell’ambiente”.

Nel libro, così si racconta. “Oggi anche le grandi sigle ecologiste versano in una crisi profonda e senza sbocco; quando io entrai in Pro Natura - Torino, l’associazione contava 1.600 soci. Trent’anni dopo, quando me ne andai, si erano dimezzati. Il WWF ha chiuso tutte le sedi regionali; Italia Nostra ha solo rappresentanti anziani. Le grandi associazioni, ripeto, sono in crisi e talvolta litigano addirittura tra loro. In più talvolta fanno scelte per lo meno discutibili, come quando Legambiente ha pubblicato una guida sul turismo nei parchi eolici. Una scelta che denuncia una posizione aprioristicamente a favore della cosiddetta ‘transizione ecologica’ ma che non si domanda per cosa l’energia prodotta venga poi utilizzata. Lo affermavo già quando ci fu il referendum per il nucleare”.

Certo, aggiunge Balocco, “I cambiamenti climatici sono evidenti, addirittura tanto veloci da essere percepibili nell’arco delle nostre brevi vite. Io che pratico l’alpinismo, ho visto scomparire già nel secolo scorso dei ghiacciai nelle Alpi Marittime e Liguri. Bisogna avere il coraggio di andare oltre, anzi, indietro! Occorre sottrarre non aumentare”. Come andrebbe fatta la transizione energetica? “La transizione energetica è un po’ un mito: non si bada alle sue conseguenze né a quello che ci sta a monte. Le conseguenze? Le faccio un esempio. Quando ci fu la liberalizzazione dell’energia elettrica negli anni Ottanta dello scorso secolo e i privati poterono iniziare a produrre con il cosiddetto “piccolo idroelettrico” (sotto i tre megawatt di potenza) una miriade di corsi d’acqua di montagna fu letteralmente prosciugata. E oggi cosa dire dei campi fertili coperti da pannelli solari e delle colline sfregiate dalle pale eoliche? Per realizzare pannelli solari, pale eoliche, batterie per auto elettriche è in corso una nuova colonizzazione in tutto il mondo. Cito le miniere di cobalto in Congo, le miniere di litio in Cile o quelle di terre rare in Cina, dove ci sono i cosiddetti “villaggi del cancro”.

“Occorrerebbe coniugare transizione energetica e decrescita. Invece, secondo il Gruppo d’Intervento Giuridico, al 28 febbraio scorso risultavano pendenti presso Terna S.p.A. complessivamente ben 6.110 istanze di concessione per produzione di energia da fonti rinnovabili, pari a 354,80 GW di potenza. Una follia: si rischierebbe di coprire buona parte dei nostri residui terreni agricoli di pannelli solari e i crinali dell’Appennino di pale eoliche, con buona pace dell’art. 9 della Costituzione, che tutela il paesaggio”.

Alla domanda: “Ma allora cosa si può fare?”, Balocco così risponde. Credo che restino solo le scelte individuali, il cercare di essere coerenti nel nostro piccolo, limitare al massimo i consumi, avere uno stile di vita sobrio. Effettivamente è difficile, anzi impossibile mantenere una coerenza totale. Noi praticamente viviamo all’interno di quelli che Timothy Morton chiama “iper-oggetti” che sfuggono alla nostra comprensione, ci siamo dentro, è appunto impossibile non adeguarci, non comprometterci. Però lo scrittore, il divulgatore può, quanto meno, continuare a sensibilizzare le persone. È quello che faccio nel mio piccolo, nonostante le sconfitte subite”.

Cari amici, non sono un grande ambientalista, ma le riflessioni fatte da Balocco le trovo davvero interessanti!

A domani.

Mario

sabato, agosto 23, 2025

RICCHEZZA, ALTRUISMO E DEMOCRAZIA. QUANDO IL DENARO PORTA ALLA VIOLAZIONE DELLE REGOLE FONDAMENTALI DI CONVIVENZA SOCIALE, MINANDO LA DEMOCRAZIA.


Oristano 23 agosto 2025

Cari amici,

Che l’UOMO RICCO non sia molto propenso ad aiutare gli altri, in specie i più bisognosi, è purtroppo una triste realtà. Gli studi di psicologia sociale evidenziano che la persona ricca non solo agevola ma addirittura riduce, fino a negare l’aiuto agli altri, ritenendosi un soggetto di un livello superiore, che si colloca “al di sopra” delle norme che regolano la vita sociale. Che il ricco usi questo comportamento poco umano nei confronti degli altri, è noto fin dai tempi biblici, ed è confermato anche dalla frase che troviamo nel Nuovo Testamento (precisamente nel Vangelo secondo Matteo (19:24), Marco (10:25) e Luca (18:25)): "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio".

Una frase significativa, che Gesù, usando l'immagine iperbolica del cammello e dell’ago, utilizzava per sottolineare la difficoltà - per chi è attaccato alle ricchezze - di abbandonare le proprie sicurezze materiali ridandone in parte agli altri; un modo per sottolineare quanto sia arduo per un ricco entrare nel regno dei cieli. Col passare degli anni la psicologia sociale ha studiato e analizzato gli svariati, numerosi modi che la ricchezza, in particolare quella molto grande, utilizza per influenzare i comportamenti delle persone che la possiedono, arrivando alla conclusione che «i miliardari non sono come noi, in quanto molto diversi».

Sul comportamento anomalo dei grandi ricchi sono stati effettuati molti esperimenti dagli studiosi di psicologia sociale, evidenziando che - come la povertà ha degli effetti psicologici e comportamentali tangibili - così li ha anche la ricchezza, che rende le persone meno propense a immedesimarsi con le persone comuni, praticando l’egoismo del possesso e dimostrando meno generosità e compassione. Chi è ricco finisce per convincersi di meritarsi quella ricchezza, indipendentemente dal fatto che spesso non è farina del proprio sacco, ma il risultato di circostanze fortuite, come per esempio il fatto di essere nati in una famiglia alquanto agiata.

Si, amici, i ricchi finiscono per convincersi di meritarsi la ricchezza posseduta, quindi di avere più voce in capitolo su tutto. Un comportamento, questo, che possiamo definire di “Darwinismo sociale”, nel senso che i ricchi si considerano persone più forti e valide, quindi capaci di prevalere (e dominare) nella società. Questo modo di pensare è la giustificazione ideologica preferita da chi ha uno status sociale più alto. La questione di per sé sarebbe poco più di una curiosità antropologica se non fosse che nella realtà del mondo attuale le diseguaglianze economiche sono sempre più macroscopiche, tanto che da anni sono in costante aumento!

In questo mondo sbilanciato, con un crescente numero di “poveri”, si rafforza una classe globale di iper-privilegiati nelle cui mani passa il destino del mondo! Un esempio? Negli Stati Uniti gli ultraricchi hanno di fatto occupato il governo! Il dominio degli ultraricchi sta arrivando a situazioni terrificanti. Ecco un esempio eclatante. I super ricchi, che potrebbero permettersi benissimo di pagare molte tasse, fanno di tutto per pagarne meno delle persone normali, mettendo a rischio il Welfare praticato dagli Stati ai meno abbienti.

Uno degli esempi recenti può fare chiarezza. Elon Musk, per esempio, che «ha abbastanza soldi da poter, se lo desiderasse, porre fine alla fame nel mondo e avere ancora miliardi da spendere», e Bezos, che «potrebbe eliminare i senzatetto in America e rimanere comunque una delle persone più ricche del mondo», invece di impegnarsi per risolvere questi problemi pressanti che affliggono oggi la maggior parte delle persone nel mondo, si appassionano a grandiose utopie futurologiche, come la conquista dello spazio!

Amici, la logica conseguenza di questa situazione crea anche un serio pericolo: una “deriva antidemocratica”. Ecco il credo imperante: «Perché gli uomini “più adatti” dovrebbero sottomettersi alle tasse, alle regolamentazioni? Perchè chi è superiore non è tenuto a rispettare le regole! Non sorprende, dunque, il fatto che molti dei miliardari della tecnologia siano seguaci delle teorie di Curtis Yarvin, il teorico del tecno-feudalesimo, nuova filosofia che vuole abolire la democrazia e «superare la nostra fobia dei dittatori», per trasformare le attuali Repubbliche in Stati-azienda imperiali, in cui l'amministratore delegato-sovrano governi lo Stato come una «società per azioni, senza tener conto delle opinioni dei residenti» (questo il ritratto di Curtis Yarvin fatto da Luca Angelini).

Amici, il pericolo creato dalla super-ricchezza è dietro la porta! È facile, anche per le persone comuni, pensare che chi ha fatto fortuna negli affari abbia più numeri degli altri per governare. Ma dirigere la cosa pubblica richiede competenze del tutto diverse da quelle che servono a dirigere un'impresa. Gli imprenditori devono massimizzare i loro profitti, pensando prima di tutto al loro guadagno. Chi governa uno Stato deve, invece, comporre interessi diversi, cercando di trovare risposte che tutelino la collettività e aiutino la maggior parte dei ceti più bassi. La democrazia è un sistema di governo, che, per quanto imperfetto, muove da un presupposto semplice: costruire un sistema che dia strutturalmente voce agli interessi di tutti, che non si limiti a dare più spazio ai bisogni delle "persone selezionate". La filosofia di Governo di un Stato, è l'antitesi della psicologia praticata dai miliardari!

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una enorme accumulazione della ricchezza senza precedenti. E, volgendo uno sguardo agli USA, abbiamo visto entrare nel governo miliardari come Musk, uno degli uomini più ricchi del mondo. Ciò dimostra come la democrazia, come noi oggi la conosciamo, sia già ad alto rischio. Continuando di questo passo, la Democrazia potrebbe cadere molto prima di quanto possiamo pensare…

Cari amici, credo che non ci sia nient’altro da aggiungere…

A domani.

Mario

 

venerdì, agosto 22, 2025

LA FIDUCIA? È UN BENE IMPORTANTE, MA NON È UN “BENE PERSONALE” MA “COLLETTIVO”, PERCHÉ “FRUTTO DELLA RELAZIONALE INTERPERSONALE”. IL SUO CONTRARIO? LA DIFFIDENZA.


Oristano 22 agosto 2025

Cari amici,

A trattare e classificare i BENI E LE RISORSE A DISPOSIZIONE DELL’UOMO sono gli Economisti, che, tradizionalmente, classificano questi beni in base a due caratteristiche principali: ESCLUDIBILITÀ E RIVALITÀ. In sintesi, un bene è considerato escludibile quando è possibile impedire a qualcuno di consumarlo, mentre è rivale se il consumo da parte di un individuo riduce la disponibilità del bene per gli altri. Partendo da queste caratteristiche, i beni vengono poi classificati in quattro grandi categorie: Beni privati: Sono sia escludibili che rivali (ad esempio, una pizza); Beni pubblici: non sono escludibili né rivali (ad esempio, la difesa nazionale); Beni comuni: Sono non escludibili ma rivali (ad esempio, la pesca in un lago); Beni collettivi: Sono escludibili ma non rivali (ad esempio, un servizio di pay-per-view).

Amici, per meglio definire l’argomento, i BENI al servizio dell’uomo, sia quelli pubblici che quelli privati,  possono essere sia materiali che immateriali. La pizza è, per esempio un bene materiale, ma l’aria e la luce di cui godiamo possiamo considerarli immateriali, in quanto non si consumano con l’uso, anche se li utilizziamo tutti insieme, al pari di altre risorse naturali. Infine, una categoria a parte sono “I BENI RELAZIONALI”, in quanto molto differenti da quelli prima elencati. Questi non sono semplici beni o servizi, in quanto il loro valore nasce dall’interazione tra le persone. Chiariamo meglio.

I beni relazionali, in primis, non possono essere posseduti individualmente, né “consumati” da soli; sono, infatti, co-prodotti e goduti dai partecipanti alla relazione stessa. Pensiamo all’amicizia, alla fiducia reciproca tra colleghi, alla solidarietà tra vicini di casa, alla coesione di un gruppo, alle identità collettive. Qualche esempio: un sorriso condiviso durante una riunione tesa, il senso di appartenenza in una squadra sportiva, l’affiatamento che si crea in un gruppo di lavoro ben rodato. Sono tutti esempi di BENI RELAZIONALI.

Il concetto di “Bene Relazionale” fu coniato, poco più di quarant’anni fa, dall’economista BENEDETTO GUI, professore ordinario di Economia Politica nell'Università di Padova e professore straordinario nell'Università di Bari, che introdusse per la prima volta, in un modello teorico, il concetto di bene relazionale, un bene, dunque, non appartenente ad un individuo, ma esistente “tra” gli individui, all’interno di una relazione. Un bene “immateriale”, dunque, frutto di un’esperienza generata e consumata simultaneamente da più persone, e la cui qualità dipende dalla bontà dell’interazione reciproca. Amici, l’interazione tra più persone è in grado di creare diversi beni immateriali, come per esempio, quei piccoli gesti quotidiani scambiati tra le persone; un esempio è la chiacchierata mattutina fatta con il barista che conosce le nostre abitudini, il saluto caloroso di un vicino che ci aiuta a portare le buste della spesa, la battuta scherzosa tra compagni di corso prima di un esame, l’orgoglio condiviso della “squadra” dopo aver portato a termine insieme un progetto complesso. Sono tutti “beni particolari”, che non si possono comprare, ma che esercitano una influenza profonda sulla qualità della nostra vita.

In realtà, amici lettori, questi beni immateriali non sono meno “concreti, reali” di quelli ordinari! Spesso sono proprio loro a dare senso compiuto al consumo degli altri beni e a rendere vivibili le Comunità e i luoghi di lavoro. E se i beni, privati o pubblici che siano, possono essere misurati in quantità, i beni relazionali si misurano nella qualità delle relazioni umane che riescono a generare. Il complesso tema è stato recentemente affrontato da Andrew Hayes nel suo libro “Irrational Together” (University of Chicago Press, 2025).

Nel libro Hayes spiega, in particolare, perché la fiducia non è solo un valore etico, ma una risorsa economica concreta, un attributo collettivo, un importante bene relazionale. Quando c’è un elevato livello di fiducia tra le parti in gioco si riducono gli attriti, si abbassano i conflitti, i costi di transazione, e la collaborazione risulta facilitata. Però, questo importante “attributo” non appartiene a nessuna delle parti in questione! E’ qualcosa che si sviluppa e cresce nell’interazione fra le parti, agisce nello spazio del “NOI” e non in quello del singolo, dell'IO. La FIDUCIA non solo è un bene relazionale, ma anche cumulativo, perché la fiducia SI ESPANDE, è contagiosa, così come lo è il suo opposto, LA DIFFIDENZA.

Amici lettori, gli atti di fiducia creano, ispirano ulteriore fiducia, non solo nei confronti del gruppo di persone che per prime hanno riposto la loro fiducia nel NOI, ma anche nei confronti degli altri; al contrario, gli effetti del tradimento della fiducia creano DIFFIDENZA, e possono propagarsi minando la cooperazione ben oltre l’interazione originale! Un semplice esempio: un insegnante competente, capace e affidabile, ispira FIDUCIA, estesa anche ai colleghi, un politico corrotto, getta un’ombra di DIFFIDENZA su tutta la categoria.

A domani.

Mario

giovedì, agosto 21, 2025

NUOVI SISTEMI PER RUBARTI SOLDI DALLA CARTA DI CREDITO: ATTENZIONE A COME LA TIENI ADDOSSO. ALCUNI CONSIGLI COME DIFENDERSI.


Oristano 21 agosto 2025

Cari amici,

Oramai anche in Italia continuano a crescere i pagamenti fatti con la CARTA DI CREDITO al posto del contanti. La gran parte di noi ha nel portafoglio almeno una carta di credito che, spesso e volentieri, in particolare nei periodi caldi, custodiamo nella tasca posteriore dei pantaloni. Pagare con la carta è diventata un’abitudine sempre più diffusa anche per il caffè o la colazione, e basta avvicinare la carta al POS di turno per pagare in pochi secondi, in quanto, ora, fino ad importi sotto i 50 (cinquanta euro), non c’è bisogno di digitare il PIN.

Questo fatto ha aguzzato la mente dei ladri, che, con l’utilizzo di POS portatili cercano, considerata la crescente diffusione a tappeto dei sistemi di pagamento contactless, di prelevare importi modesti dalle carte altrui. Ma vediamo meglio come si sono attrezzati questi ingegnosi ladri e come noi possiamo evitare di essere alleggeriti dei nostri soldi. Un recente caso, avvenuto a Salerno, con l’arresto di una di queste truffatrici, ci da meglio l’idea dei metodi usati.

Come ha riportato l’ANSA, una ladra di recente è stata arrestata dopo aver tentato di rubare 100 euro da una cassa di un bar in centro città. Durante la perquisizione, le forze dell'ordine hanno ritrovato un POS portatile modificato. L'apparecchio era presumibilmente un SUMUP SOLO, ovvero un POS portatile in grado di funzionare in modo indipendente senza essere collegato ad uno smartphone. È, questo particolare POS, un tipo di dispositivo molto popolare nelle bancarelle e nei mercatini rionali, visto il suo costo accessibile e la facilità d'uso.

Ma come avviene la truffa, ovvero come si arriva a prelevare i soldi dalle carte di credito altrui? Il sistema non è facile, ma neanche impossibile.  Ci sono due possibili modus operandi per questo tipo di truffe. Il primo è quello più comodo per i rapinatori, con il classico furto del portafogli; in questo caso, in un secondo momento e in un luogo appartato, vengono fatte diverse transazioni di piccolo taglio che non richiedono l'immissione del PIN, come a simulare una trafila di acquisti di piccolo cabotaggio. Raggiunto il limite, si getta via il portafoglio.

Il secondo metodo può essere definito, invece, come una sorta di “PESCA A STRASCICO”. I ladri scelgono luoghi affollati con alta densità di persone che sono a stretto contatto, come in un autobus affollato o in coda nei vari esercizi pubblici. Individuato il soggetto (che magari porta il portafoglio sulla tasca posteriore dei pantaloni), si appoggia, cercando di non farsi notare, il POS al portafoglio del malcapitato, cercando di avviare una transazione. Creato l’importo della transazione, il malcapitato non si accorge di nulla, anche se poi nell’estratto conto si troverà l’addebito!

Il tentativo fraudolenti viene tentato anche avvicinando il POS portatile a borse, marsupi, zaini e via dicendo. La percentuale di successo è abbastanza bassa per tutta una serie di fattori, il primo dei quali è che il tempo utile per ricevere la conferma della transazione è di circa 30 secondi, prima di dover ripetere la richiesta dal POS. Il secondo è che il POS deve entrare quasi a contatto con la carta, di solito in un intervallo tra 0,5 e 4 cm; il terzo è che non devono esserci elementi di disturbo, come altre carte.

Come ci si può difendere da questo pericoloso rischio? Ecco alcuni consigli. Partiamo dal portafoglio dove è custodita la carta. Tenerlo nella tasca posteriore del pantalone è certamente il rischio maggiore, che si presta a quanto detto prima, ovvero di farselo portare via; custodirlo in una tasca interna della giacca, darebbe più garanzie, oppure custodirlo all’interno di una borsa, meglio, magari, se è dotata di PROTEZIONE RFID INTEGRATA, che crea una vera e propria barriera per questi tipi di letture indesiderate. Per quelli, invece, che hanno la carta di credito sullo Smartphone, quelli più moderni sono dotati di CHIP NFC proprio per i pagamenti contactless; in questo caso il sistema dei furti con POS PORTATILI può essere arginato dal fatto che è necessario che lo smartphone sia “sbloccato”, altrimenti, anche se qualcuno posa UN POS sul cellulare incustodito non avviene alcuna transazione.

Cari amici, la tecnologia è bella ma anche pericolosa, perchè i geni delle truffe ne pensano di nuove ogni giorno, e per proteggersi l’unica raccomandazione valida è quella di tenere la carta di credito ben custodita, possibilmente schermata: ci sono portafogli già dotati di questa protezione!

A domani.

Mario

mercoledì, agosto 20, 2025

IL RECENTE CASO DELLA STORICA CHIESA CRISTIANA INGLESE DI ST. MARY'S A NELSON, NEL LANCASHIRE, TRASFORMATA IN MOSCHEA.


Oristano 20 agosto 2025

Cari amici,

Che l’ISLAM, già nei primi secoli della diffusione del cristianesimo, avesse allungato le sue mire di conversione nei confronti dell’Europa, è un fatto storico pienamente noto. L'espansione islamica verso l’Europa iniziò nel VII secolo, con l’occupazione della penisola iberica e la conquista della Sicilia. Solo nell’anno Mille, con la nascita della 1^ CROCIATA l’Europa tentò di contrastare questo avanzare, rallentando ma non cancellando le mire islamiche che non sono mai state accantonate. Infatti, il desiderio di riprendere l’ISLAMIZZAZIONE dell’Europa non è mai tramontato e da tempo risulta ripreso.

Questo processo, più volte tentato e mai abbandonato, è sempre stato vivo sottotraccia, e in questo millennio, favorito dal forte aumento delle migrazioni arabe verso l’Europa, è ripreso alla grande. Per accertarlo basta vedere le crescenti richieste di apertura di nuove MOSCHEE, in tutti gli Stati dell’Europa, Italia compresa. È un avanzare silenzioso ma costante, penetrante e capace di “ridisegnare” il volto religioso e culturale dei Paesi europei, che vantano una radicata tradizione cristiana. Ebbene, quanto sta da tempo avvenendo nel Regno Unito, risulta alquanto significativo.

La religione islamica nel Regno Unito avanza come un panzer. I luoghi di culto islamici, cioè le Moschee, proliferano senza sosta, e, spesso, proprio sulle ceneri del patrimonio religioso tradizionale cristiano. Si, spesso con poco clamore, nuove moschee si sono insediate all’interno di edifici prima patrimonio della Chiesa d'Inghilterra (nota anche come Chiesa Anglicana, che è la chiesa nazionale del Regno Unito, la chiesa madre della Comunione Anglicana. È stata fondata nel XVI secolo a seguito dello scisma con la Chiesa cattolica romana, e il suo capo è il monarca britannico).

Ecco alcuni esempi. La moschea Al Emaan a Keston, un tempo era una chiesa metodista, la Grande Moschea di Leeds era la chiesa cattolica del Sacro Cuore, la moschea Madina a Holborn, era la chiesa cattolica di San Pietro e la Jamme Majid Mosque nell'East End di Londra, era prima la Brick Lane Church, ed è stata una delle prime chiese inglesi a finire in mano ai musulmani. Ed ora l’ultimo acquisto: La storica chiesa di St. Mary's a Nelson, nel Lancashire, comprata e convertita in moschea, la Fatima Tul Zahra Masjid. La chiesa di St. Mary's a Nelson fu costruita nel 1879, e la posa della prima pietra risale al giugno del 1877, in piena epoca vittoriana, quando la religione era al centro della vita quotidiana degli inglesi. Oggi, stando ai dati dell'ultimo censimento, la maggioranza della popolazione di Nelson (oltre il 52%) appartiene al gruppo asiatico e la componente bianca rappresenta una minoranza relativa, pari al 43%. In questo contesto, i pakistani rappresentano il gruppo etnico più numeroso a Nelson e la città detiene una delle percentuali più elevate di persone di origine pakistana in Inghilterra.

Amici, quanto sta accadendo oggi, come ho accennato in premessa, rappresenta quel “forte proseguire nell’islamizzazione dell’Europa”, ma, per ora, questo pericoloso campanello d’allarme appare poco sentito. Si, piaccia o no, è un silenzioso ridisegnare il volto religioso e culturale del Regno Unito, e dell'Europa intera, perché anche in Francia e in altri Stati succedono fatti analoghi, e anche in Italia l’apertura di nuove moschee appare in forte crescita! Mentre le chiese chiudono i battenti, le moschee le comprano e le riadattano al nuovo culto.

L’Europa, a mio avviso si ritrova in una situazione che ricorda l’anno Mille, quando si organizzarono le Crociate, per ridimensionale l’avanzata islamica. Ignorare e sottovalutare i rischi derivanti, credo che sia un grosso errore. Nel Regno Unito come in Europa, le chiese continuano a svuotarsi, e di conseguenza, in primis per le conseguenti difficoltà economiche, i luoghi di culto vengono svenduti agli islamici, che invece proliferano, spesso proprio sulle ceneri del patrimonio religioso tradizionale del Vecchio Continente.

Cari amici, ritengo il problema alquanto serio,  tale da non poter essere sottovalutato. Mentre le nostre comunità cristiane diminuiscono, incapaci di sostenere i costi di edifici spesso maestosi ma dispendiosi da mantenere, le Comunità musulmane, in crescita demografica e con una forte partecipazione religiosa, si presentano come acquirenti. Inoltre, non dimentichiamo che per i musulmani, l’acquisizione di un luogo di culto cristiano ha un valore altamente simbolico: è una vera "conquista", un tassello che completa il loro antico disegno: islamizzare l'Europa!

A domani.

Mario