venerdì, febbraio 21, 2025

LE ESCRESCENZE CHIAMATE “NOCI DI GALLA”, PRESENTI NELLE QUERCE VICINO AI FRUTTI, COSA SONO? ECCO LA CURIOSA STORIA DELLA LORO PRESENZA.


Oristano 21 febbraio 2025

Cari amici,

La QUERCIA è un grosso albero appartenente al genere Quercus, alquanto diffuso nella zona europeo – caucasica. Cresce, in particolare in collina e montagna (in Italia fino ad un’altitudine di 800 metri), risultando ben presente anche in Sardegna; il genere Quercus comprende molte specie. I frutti di quest’albero sono costituiti dalle ghiande, dal sapore alquanto amaro (anche se in passato, in Sardegna in periodo di carestia, furono utilizzate per fare un pane particolare, ricavato dagli amari frutti), ma molto ricercate dagli animali in quanto costituiscono un ottimo, nutriente pasto. In particolare in passato, i boschi di quercia erano sfruttati per l'allevamento brado dei maiali, che, riuniti in branchi, si cibavano delle ghiande cadute dagli alberi.

Ebbene, amici, recandoci in campagna, in questo periodo invernale magari in cerca di funghi, possiamo notare che sulle piante di quercia, oltre alle belle, lucide ghiande presenti tra le foglie, sono presenti delle curiose palline rotondeggianti che, ai non esperti di botanica, possono apparire un tipo particolare di frutto, ma così non è! Se le stacchiamo ci accorgiamo che sono alquanto leggere! Personalmente posso dirvi che in passato, quando io avevo i miei 14/16 anni, le usavo per fare un gioco che allora era in voga, mancando totalmente i giocattoli; data la loro leggerezza, soffiando dentro un cannello di canna, su cui era stato fatto un piccolo foro, mettendoci sopra la pallina, questa volteggiava in aria, mantenuta dal forte soffio come per magia!

Amici, a prescindere dai giochi infantili realizzati con queste palline rotonde presenti sulla quercia, c’è da dire che esse in natura rivestono un’importanza particolare. Chiamate GALLE (o NOCI DI GALLA), queste escrescenze di forma sferica si formano per l’intervento di un insetto che, per riprodursi, va alla ricerca di un “nido” per alloggiare la sua prole.  L’insetto (trattasi della femmina di un imenottero, una piccola vespa), arrivato sulla quercia, trovandola adatta allo scopo, depone le uova all’interno delle gemme della pianta; dopo la deposizione, la pianta entra in simbiosi e accoglie le uova: lentamente le avvolge, formando la galla, che, man mano che le uova si schiudono, avvolge le larve come in un nido, costruendo così la pallina rotonda che noi anche oggi vediamo. La “noce di galla”, con all’interno le larve, provvede al loro nutrimento, e queste, una volta sviluppate, scavano una galleria per volare via attraverso un piccolo foro.

La natura, come ben sappiamo è un laboratorio straordinario, e l’uomo fin dall’antichità ha scoperto e utilizzato le noci di galla, in particolare nel Medioevo. In quel periodo queste, considerata la grande quantità di tannini presenti al suo interno, venivano utilizzate in tanti modi: per conciare le pelli, nelle pratiche tintorie e in particolare per ricavare degli inchiostri. Nel Medioevo infatti, quando la stampa era ancora da divenire, esistevano gli amanuensi che trasmettevano la cultura ricopiando a mani numerosi libri. Una delle cose più importanti, allora, era scrivere con un inchiostro forte e resistente nel tempo, ovvero che non scolorisse, altrimenti sarebbe andato disperso il sapere che vi era stato trascritto!

Ebbene, amici, dalle noci di galla per lungo tempo si è ricavato un inchiostro forte e tenace, resistente a luce, sole, umidità e acqua. Era chiamato FERROGALLICO, prodotto oltre che dalle galle di quercia, con l’aggiunta di solventi, solfati e collanti, e così poteva essere garantita la trasmissione della cultura attraverso i secoli. E così è stato. Amici, la natura mi è sempre apparsa straordinaria! Chi l’avrebbe mai detto, che questo particolare bozzolo, costruito dal connubio tra la pianta e una minuscola vespa per la diffusione della sua specie, sarebbe diventato, poi, un ottimo strumento nelle mani dell’uomo! Una materia prima straordinaria, che per secoli ha consentito la trasmissione ai posteri della cultura! La natura, e in questo caso le galle, meriterebbero un alto riconoscimento, come “patrimonio dell’umanità”!

Cari amici, su questo blog ho sempre affermato che in natura c’è tutto ciò che serve all’uomo, che deve solo, con intelligenza, scoprire ciò che gli è utile, e, soprattutto, usare questo immenso patrimonio senza distruggere nulla! Certo, il progresso è fatto di rivoluzioni e cambiamenti anche forti, ma la natura va sempre sapientemente utilizzata, come nel caso delle Galle. È grazie a loro che buona parte del nostro sapere, della storia delle antiche civiltà, è arrivata sino a noi, proprio con l'utilizzo dell’inchiostro ferro gallico, ricavato da quel piccolo nido costruito dalla natura per la sopravvivenza di un piccolo imenottero!

A domani, amici lettori!

Mario

giovedì, febbraio 20, 2025

LA CURIOSA STORIA DELL’UTILIZZO DELL'URINA. IL NOSTRO LIQUIDO DI SCARTO FU RITENUTO MOLTO UTILE ANCHE AL TEMPO DELL'ANTICA ROMA. OGGI RISULTA ANCORA PIÙ PREZIOSA DI IERI.


Oristano 20 febbraio 2025

Cari amici,

Che le urine umane non fossero un volgare e odoroso liquido di scarto, lo avevano capito anche gli antichi romani, che ne avevano scoperto le proprietà e la raccoglievano, considerandolo un prodotto prezioso e utile, tanto che la raccolta veniva addirittura tassata. C’è chi la usava per sbiancare gli abiti e chi per curare gli animali. Si, nell’antica Roma le urine erano considerate un “prodotto utilissimo”,  che andava a ruba, tanto che veniva adoperato per la pulizia, per la conciatura delle pelli, come concime e fertilizzante, e persino come cura per alcune malattie.

Nei tempi della Roma governata dall’imperatore Vespasiano (ancora oggi gli orinatoi pubblici sono chiamati col suo nome), l’urina era considerata un prodotto alquanto importante, tanto che l’intelligente imperatore ebbe l'idea di tassarne la raccolta fatta per uso "industriale". L'ammoniaca contenuta nelle urine, infatti, veniva usata anche per sbiancare le toghe! Queste urine venivano raccolte in grandi tini e gli uomini, dopo aver aggiunto della cenere, vi saltavano sopra per amalgamare il composto; il prodotto ricavato contribuiva a sciogliere lo sporco accumulato sui tessuti, realizzando, di fatto, una sorta di lavatrice, con motore mosso da piedi umani!

Sulla brillante idea venuta a Vespasiano di applicare le tasse sull’urina utilizzata industrialmente dai conciatori e i fullones (coloro che lavoravano la lana), furono costretti a pagare una tassa sulla pipì raccolta nelle latrine pubbliche|! Da ciò derivò, poi, il famoso detto “PECUNIA NON OLET”, ovvero che il danaro non ha odore. Pare che Vespasiano abbia proferito questa frase rivolta al figlio Tito, che lo aveva rimproverato per la decisione di tassare queste deiezioni. Vespasiano la pronunciò mostrando al figlio una moneta, riscossa proprio il primo giorno in cui era entrata in vigore la tassa, facendogli capire che il denaro, in realtà, da qualsiasi affare provenga, non ha mai odore!

Venendo ai giorni nostri, possiamo dire che l’urina è davvero un liquido umano dal contenuto interessantissimo. Dalle urine si estrae Azoto, fosforo e potassio: questi i principali tesori contenuti nell'urina umana. Quando mangiamo, i reni filtrano i nutrienti in eccesso che il nostro corpo non utilizza, espellendoli attraverso l'urina. La nostra urina contiene infatti in media di 11 parti di azoto, una di fosforo e 2,5 di potassio. Una ricchezza di contenuti utilissimi sia nella preparazione di medicinali che per i fabbisogni dell’agricoltura.

Grazie agli studi sull’urina e sul suo contenuto, per esempio, molte donne con problemi di fertilità hanno potuto avere figli. Fu l’interessante studio effettuato da uno studente di medicina proveniente da una facoltosa famiglia ebrea austriaca, Bruno Lunenfeld, a scoprire che l’urina delle donne in menopausa conteneva degli ormoni capaci di stimolare l’ovulazione. Lunenfeld, mentre conduceva delle ricerche, si imbatté nel precedente lavoro della scienziato Pietro Donini, dell’Istituto Farmacologico Serono di Roma, il quale era riuscito a estrarre dall’urina di alcune donne gli ormoni gonadotropi FSH e LH, che stimolano l’ovulazione.

Stando a quanto riporta Quartz, lo scienziato italiano aveva presto scoperto che i più alti valori di FSH e di LH si trovano nelle donne in menopausa — questo avviene perché, per sopperire all’insensibilità delle ovaie all’ovulazione, l’ipofisi produce più ormoni gonadotropi. Donini aveva in questo modo sviluppato una sostanza, la cosiddetta ‘gonadotropina umana della menopausa’ (hMG), rinominandola poi Pergonal in riferimento all’effetto stimolante sulle gonadi dell’FSH e dell’LH. Lo scienziato aveva ipotizzato sin dall’inizio che il farmaco sarebbe potuto servire per curare l’infertilità, ma l’articolo scientifico in cui annunciava tale scoperta rimase nel dimenticatoio — fino a quando Lunenfeld non ne sentì parlare, nel 1957.

Lunenfeld, entusiasta della ricerca, decise quindi di fare pressione affinché la Serono producesse il Pergonal e aiutasse lui e Donini a trovare 400 donne in menopausa disposte a raccogliere ogni giorno la propria urina. Il problema non era facile da risolvere. Tuttavia, grazie alle conoscenze che aveva, alla fine le donne si trovarono, grazie in particolare all’intervento del Vaticano, che concesse l’autorizzazione alle suore. La Serono istituì tre centri per raccogliere l’urina, che venne fornita ogni giorno da 600 suore alloggiate in varie case di riposo sparse per l’Italia. Il liquido veniva poi trasportato nei laboratori di Serono, dove si procedeva all’estrazione degli ormoni. Nel 1962, per la prima volta, una donna sottoposta a un trattamento a base di Pergonal partorì una bambina. Con il tempo la domanda del farmaco crebbe a dismisura, fino a che negli anni Ottanta, per soddisfare tutte le richieste, servivano 30mila litri di urina al giorno!

Amici, l’interesse per l’urina umana continua anche in questo millennio! Un recente studio universitario, sull'opportunità di usare le acque reflue urbane in agricoltura, rivaluta ancora una volta l’urina! Un recente studio effettuato dall'Università di Henan, in Cina, pubblicato sulla rivista Nature Catalysis, relativo alla depurazione delle acque reflue urbane, ha elaborato un metodo avanzato per purificare le acque reflue e convertire l'urea presente nell'urina in percarbamide, un fertilizzante altamente efficiente e a basso impatto ambientale. L'urea, comunemente trovata nell'urina, è una sostanza ricca di azoto, fondamentale per la produzione agricola. Insomma, l’urina, da tanti considerata semplicemente un rifiuto, in determinate condizioni può rivelarsi un prezioso "oro liquido" per le pratiche agricole sostenibili.

Cari amici, La ricerca dell’Università di Henan potrebbe cambiare di molto l’attuale uso dei fertilizzanti. La necessità di depurare, per un nuovo utilizzo, le acque reflue contribuirebbe anche ad un miglior uso delle sostanze contenute, che da scarto diventerebbero materia prima, con profondi favorevoli impatti sull'economia globale, consentendo una produzione più locale e sostenibile.

A domani.

Mario

mercoledì, febbraio 19, 2025

EDILIZIA ABITATIVA. ECCO UN INTELLIGENTE RITORNO AL PASSATO, CON L’USO DEGLI GLI ANTICHI MATERIALI UTILIZZATI DAI NOSTRI AVI, COME LA CANAPA CON LA CALCE.


Oristano 19 febbraio 2025

Cari amici,

Come ben sappiamo nel corso dell’anno si alternano quattro diverse stagioni, nelle quali il clima oscilla da un gran freddo ad un altrettanto grande caldo. L’uomo, stante queste differenze, per difendersi sia dal caldo che dal freddo, ha cercato, in tutti i tempi, di isolare la propria abitazione con l’utilizzo di materiali che lo riparassero dal clima esterno. Lo ha fatto in passato con muri spessi, con doppi muri riempiti all’interno di materiali isolanti, come sughero, lana e quant'altro, tra cui la canapa.

Insomma, isolare la casa, o anche l’ufficio, in maniera professionale, sia per l’inverno che per l’estate, è diventata nel tempo una necessità inderogabile, che, oltre che consentire di vivere in modo adeguato la propria abitazione, raggiunge anche lo scopo di vivere in modo più confortevole, risparmiando anche sulle spese di riscaldamento d’inverno e del condizionamento d’estate. Il comfort estivo, in particolare, è un problema sempre più attuale, a causa del global warming, e lo sarà sempre di più in futuro. Per questo, isolare in modo adeguato la propria abitazione, sia d’inverno che d’estate risulta addirittura fondamentale!

Ebbene, amici, gli studi sul giusto isolamento delle abitazioni continuano senza sosta e, di recente, sono state portate all’attenzione delle “NOVITÀ”, che in realtà non sono altro che un ritorno al passato!  Trattasi, infatti, della riscoperta di un materiale da tempo ben noto, in quanto perfettamente isolante ed ignifugo, che riesce ad isolare resistendo anche alle altissime temperature, cosa di certo non da poco! Di cosa stiamo parlando? Ma della CANAPA! È questo un materiale davvero straordinario, naturale e non chimicamente composto, che sul nostro pianeta è noto e usato da millenni!

Molti non immaginano nemmeno le caratteristiche di questo naturalissimo prodotto! Pensate che un muro fatto di canapa e calce ha superato una prova di resistenza al fuoco straordinaria, mantenendo una temperatura di solo 2 °C su un lato, dopo che l’altro era stato esposto a una fiamma di 670 °C per 4 ore. La riscoperta di questo antico materiale si sta nuovamente imponendo come una delle soluzioni più promettenti nel settore dell’edilizia per la sua eccellente resistenza termica, le sue proprietà ignifughe e la grande durata nel tempo. Non solo la canapa è in grado di garantire una protezione senza pari in caso di incendi, ma si distingue anche per la sua sostenibilità, essendo completamente compostabile.

Le fibre di canapa, combinate con la calce, offrono vantaggi innegabili, sia sotto il profilo della sicurezza che su quello dell’efficienza energetica, oltre che sulla durabilità. I muri in canapa e calce non solo migliorano la resistenza al fuoco, ma offrono anche un isolamento termico superiore rispetto ai materiali tradizionali, contribuendo a ridurre il consumo energetico e a creare ambienti più salubri. Senza dimenticare che, essendo una fibra naturale, risulta certamente più salutare di tanti composti chimici di nuova generazione.

Amici, la canapa è una pianta naturale che cresce rapidamente, richiedendo pochissime risorse per il suo sviluppo, e può essere coltivata senza l’uso di pesticidi o fertilizzanti chimici. La sua fibra, combinata con la calce, crea un materiale eco-compatibile che non solo resiste agli incendi, ma è anche durevole per oltre un secolo, con un impatto ambientale minimo. Grazie alla sua capacità di adattarsi a diverse condizioni climatiche, questo materiale è ideale per l’edilizia sostenibile.

Cari amici, viviamo in un mondo sempre più inquinato, e la riscoperta dei materiali naturali e sostenibili come la canapa e la calce può essere la chiave per un futuro più ecologico nell’edilizia; materiali come canapa e calce potrebbero giocare un ruolo fondamentale nella costruzione e/o ristrutturazione di edifici a basso impatto ambientale, ovvero diventare una nuova risorsa fondamentale nel costruire il futuro dell’architettura ecologica. Investire in futuro significa anche (spesso lo dimentichiamo) utilizzare con intelligenza le conoscenze del passato!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 18, 2025

LO STRAVOLGIMENTO CLIMATICO IN ATTO IMPONE DEI CAMBIAMENTI NELLA COLTIVAZIONE DELLA TERRA. QUANTO AI VIGNETI, SI METTONO A DIMORA DEI VITIGNI PIÙ RESISTENTI ALLA SICCITÀ.


Oristano 18 febbraio 2025

Cari amici,

Che il clima stia cambiando e che l’aumento delle temperature sia da considerare, oramai, una realtà difficile da combattere, preoccupa non poco. L’aumento delle temperature, unito alla conseguente siccità, stanno imponendo dei necessari, urgenti cambiamenti nelle diverse coltivazioni, e, parlando di un settore importante, come quello vitivinicolo, si stanno approntando nel mondo innovative strategie, per cercare di limitare le nefaste conseguenze derivanti dalla siccità.

Si amici, il cambiamento climatico sta trasformando il mondo della viticoltura a livello globale, imponendo dei cambiamenti assolutamente necessari per poter avere dei vini di qualità. Con un aumento medio delle temperature di 1,5°C negli ultimi 70 anni, il settore vitivinicolo è oramai sotto pressione. Cambiamenti epocali, quelli che si prevedono, che tra l'altro si stanno verificando più velocemente rispetto al passato, e che interessano le principali regioni vinicole, dove i viticoltori sono costretti a rivedere tecniche di coltivazione secolari per salvaguardare la qualità dei loro vini.

In Italia, secondo quanto affermato dal professor Paolo Sabbatini, docente del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Ambientali (DISAFA) e del Centro Interdipartimentale Vite e Vino (CONViVi) dell’Università di Torino, in Piemonte, Regioni storiche come la Borgogna e il Barolo potrebbero vedere aumenti di temperature fino a 2,4°C entro il 2050. Una condizione che costringerà i viticoltori a selezionare varietà di viti più resistenti al caldo e alla siccità, oltre a modificare le tecniche di potatura e irrigazione. Allarmante anche il dato delle precipitazioni, diventate più irregolari. Dal 1980, il 70% delle annate ha registrato livelli di piovosità inferiori alla media, con alcune stagioni che hanno visto riduzioni fino al 40-60%.

Amici, aumento delle temperature e siccità sono problematiche alquanto serie, e, in tutto il mondo, si cercano i possibili rimedi. In Sicilia, per esempio, si sperimentano le così delle “UVE RELIQUIA”, in quanto ritenute più resistenti e adatte al clima siccitoso; queste varietà, recuperate dal passato, stanno incontrando i gusti dei nuovi consumatori e si prestano ad una nuova enologia. Come afferma Angelo Di Grazia, 41 anni, enologo di Licodia Eubea, cittadina nell’estremo sud della provincia di Catania, “perché non riportare in auge i vitigni autoctoni dimenticati che un tempo finivano nei tagli?”.

In Sicilia le prove di reimpianto  di questi antichi vitigni hanno dimostrato di superare altamente le prove.  Hanno regolarmente attecchito in un territorio dove in periodo di vendemmia si sfiorano i 48 gradi e dove questi antichi vitigni reliquia hanno tenuto un equilibrio vegeto-produttivo formidabile; possono contare su un ph bassissimo (2,90). Il recunu (2,80-3,00 di ph) è un’uva da spumante, ha un bellissimo scheletro, struttura e acidità. Questo vino, frutto dei vitigni reliquia, fa fare una svolta: sembra fatto in Alto Adige. È un vino che non ti aspetti vicino al mare. Il grillo in certe annate calde diventa più grasso e alcolico; invece, il recunu mantiene eleganza anche nelle stagioni siccitose».

Nel resto del mondo, in ISRAELE, per esempio, nel deserto del Negev i ricercatori dell'Università Ben Gurion (all'Istituto J.Blaustein for desert research) stanno sperimentando dei sistemi per una nuova viticoltura. «Il nostro deserto potrebbe essere un luogo in cui testare quello che sarà il clima in un prossimo futuro in buona parte del Mediterraneo, sviluppando strategie di agricoltura, irrigazione e viticoltura capaci di adattarsi al climate change», ha spiegato il professor Aaron Fait, docente di biochimica vegetale, nella sua lezione al Corso di Alta formazione (100% on demand) dedicato a Il vino del futuro: nuove competenze per nuovi scenari, organizzato da Gambero Rosso Academy, con la direzione scientifica del professor Attilio Scienza.

Ecco cosa ha dichiarato il professor Aaron  Fait: «Oggi abbiamo a disposizione delle strategie per riuscire a evitare ripercussioni eccessivamente negative sulla qualità del frutto da parte delle radiazioni solari e delle temperature. Alla luce di un clima più caldo e arido è anche vero, allo stesso tempo, che occorrerà rivalutare l'uso di varietà di vitigni tradizionalmente legato ad un determinato territorio. Nella lezione che ho tenuto al Corso di Alta formazione, ho illustrato gli ultimi esperimenti e i risultati ottenuti su specifici e noti uvaggi».

Cari amici, tutti questi studi dimostrano l’impellente necessità di trovare nuovi sistemi di coltivazione non solo della vite ma di tanti altri organismi vegetali. Saranno le varietà capaci di adattarsi alle zone aride, quelle che lentamente sostituiranno quelle di oggi, a sopravvivere. Se non si troveranno immediati rimedi, le varietà precedenti saranno destinate a perire. Solo gli intelligenti interventi portati avanti dall’uomo potranno mettere rimedio a questa pericolosa variante climatica in atto, che vede l’aumento delle temperature e la conseguente siccità.

A domani.

Mario

lunedì, febbraio 17, 2025

PER QUANTO ANCORA VALIDO, PRESTO DOVREMO DARE L'ADDIO AL CODICE A BARRE: VERRÀ SOSTITUITO DAL QR CODE.


Oristano 17 febbraio 2025

Cari amici,

Ci sono scoperte che durano secoli e scoperte che a mala pena arrivano al mezzo secolo. Faccio questa battuta per parlare con Voi di un processo di cambiamento che riguarda un sistema di vendita consolidato e ancora utilissimo: il CODICE A BARRE. Questo ingegnoso sistema, che consente di leggere velocemente alla cassa il prezzo dei prodotti acquistati, è ormai così noto e diffuso che sembra strano che meno di cinquanta anni fa non esistesse!

La straordinaria e innovativa idea di trovare un sistema per automatizzare e velocizzare le operazioni di cassa, ebbe inizio in un’azienda alimentare, con l'introduzione di un sistema di lettura che utilizzava dei codici. Questo marchingegno fu sviluppato da due studenti di ingegneria dell'Università di Drexel, Norman Joseph Woodland e Bernard Silver nel 1948. Inizialmente, organizzare un sistema con un “codice con delle righe (barre) lette da uno scanner", non appariva semplice, perchè  bastava una piccola sbavatura delle righe per creare delle serie problematiche che ne impedivano l'esatta lettura.

Il sistema iniziò a funzionare egregiamente il 26 giugno 1974 in un supermercato Marsh a Troy nell’Ohio, dove la cassiera Sharon Buchanan scansionò per la prima volta il barcode stampato sul pacchetto di gomme da masticare Wrigley gusto juicy fruit che il signor Clyde Dawson acquistò per 67 centesimi! Era l'inizio di un successo planetario! Cominciò così una delle più grandi rivoluzioni nel mondo dei beni di largo consumo, gettando le prime basi per l’espansione del mercato mondiale, permettendo, con l’adozione di un linguaggio univoco, la visibilità dei prodotti lungo l’intera supply chain senza confini e senza barriere. Nel 1977 venne creato il sistema di identificazione standard GS1 anche in Europa. Il 1977 è considerato il vero anno di inizio nel mondo del CODICE A BARRE.

Il passaggio...

Ebbene, amici, ora, dopo meno di 50 anni il Codice a barre sta per essere collocato in pensione, sostituito da un nuovo sistema, il QR Code, composto da codici bidimensionali che garantiscono la possibilità di disporre di una mole di informazioni sui prodotti decisamente superiore, vista la richiesta sempre crescente, anche da parte dei consumatori, di conoscere dati alquanto dettagliati sul prodotto acquistato, in particolar modo nei riguardi del cibo.

Con il QR Code, il consumatore può avere informazioni complete su quanto acquistato: trova la tracciabilità del prodotto alimentare, la sua provenienza, la catena di fornitura, il numero di lotto, la data di scadenza, il peso, il prezzo al chilo, il costo finale del prodotto, comprese le eventuali offerte promozionali. Inoltre, il cliente, diventato ogni giorno più attento ed esigente, potrà trovarvi anche altri elementi utili, come i valori nutrizionali, le informazioni sugli allergeni, ed altri utili dati.

Amici, viviamo nella società del tutto e subito e il progetto per il passaggio dal Codice a barre al QR Code viene dichiarato operativo a partire dal 2027. Una scadenza ravvicinata ed ambiziosa, ma conoscendo la velocità dei cambiamenti di questo millennio si presume che la scadenza entro i termini prefissati potrà anche essere rispettata, seppure il cambio previsto di problematiche ne ha davvero ancora tante da risolvere!

Cari amici, è quasi certo che non ci saranno traumi, perchè il consumatore, in realtà, ha da tempo già preso confidenza con i QR Code. I QR Code sono ormai la norma nel settore della ristorazione, usati per la consultazione del menù digitale e talvolta per inviare le comande senza l’intervento del cameriere. Presto, dunque, inizieremo a vederli ancor più spesso, poiché tra circa due anni li troveremo su ogni prodotto che compriamo al supermercato. Una volta a casa, potremo divertirci leggendo per filo e per segno la vita e le caratteristiche del prodotto che abbiamo acquistato! L'innovazione, sempre più veloce, continua ogni giorno a cambiarci la vita!

A domani, cari amici lettori!

Mario

domenica, febbraio 16, 2025

ECCO LA PARTICOLARE, PERICOLOSISSIMA ISOLA DIFFICILE DA VISITARE: “L'ILHA DA QUEIMADA GRANDE”. IL MOTIVO? È IL PARADISO DEI SERPENTI!


Oristano 16 febbraio 2025

Cari amici,

C’è un’isola in questo nostro travagliato mondo, situata al largo del Brasile, posta a 35 km. dalla città di Peruíbe nello Stato di San Paolo, che è considerata pericolosissima per l’uomo: è “L'ISOLA DI QUEIMADA GRANDE”. Il suo nome in portoghese è Ilha da Queimada Grande, ed è ben più nota come isola dei serpenti. Modesta come superficie (circa 0,43 km²), è in realtà un immenso paradiso per i serpenti, che qui vivono padroni dell’isola (in questo unico habitat è presente soprattutto il serpente Bothrops insularis  - comunemente detto ferro di lancia dorato). Basti pensare che, secondo lo Smithsonian Institute, solo di questa pericolosa specie  l'isola ne ospita tra i 2.000 e i 4.000 esemplari.

Un’isola, dunque, pericolosissima per l’uomo, in cui il rischio di morire appare enorme! Per anni l'unico abitante dell’isola fu il guardiano del faro con la sua famiglia, un periodo in cui fu effettuato il tentativo di impiantare sull'isola una coltivazione di banane; questo tentativo poi fallì, proprio per l’alto rischio creato dai serpenti. Attualmente il governo brasiliano, a causa dell'alta densità di serpenti velenosi presenti, ne ha severamente vietato lo sbarco, consentendo l'accesso all'isola esclusivamente ai ricercatori ed ai militari, comunque doverosamente e obbligatoriamente accompagnati da un'équipe medica.

Eppure l’isola, dal punto di vista geografico, si presenta come un luogo ameno: presenta una topografia varia, con altitudini che raggiungono i 206 metri sul livello del mare, ha un clima temperato, le temperature medie oscillano tra i 18,38°C in agosto e i 27,28°C in marzo. È, inoltre, ricoperta da una vegetazione mista, che comprende sia elementi della foresta pluviale che elementi vegetali tipici delle aree rocciose e delle praterie aperte, queste ultime retaggio delle precedenti attività di deforestazione.

Amici, gli studi effettuati hanno permesso di accertare che circa 11.000 anni fa, l'innalzamento del livello del mare isolò l’Ilha da Queimada Grande dalla terraferma, creando così un ambiente unico. In assenza di prede terrestri, il serpente “ferro di lancia dorato” ha sviluppato una dieta particolare, basata principalmente su uccelli migratori. Proprio per catturare queste prede volatili, il serpente ha sviluppato un veleno potentissimo, in grado di immobilizzare rapidamente gli uccelli, prima che questi potessero tentare la fuga. Proprio per l'altissima pericolosità rappresentata da questi serpenti, l'accesso all'isola è stato dalle autorità severamente vietato al pubblico. Solo alcuni scienziati, come prima accennato, previa autorizzazione speciale, possono visitarla per condurre ricerche. Una decisione restrittiva che consente, allo stesso tempo di proteggere sia gli esseri umani dai pericoli, sia a preservare questo unico, particolare ecosistema dell'isola.

Le autorità brasiliane, proprio in conseguenza dell’aumento della velenosità nei serpenti di Queimada, sono stati costretti a limitare la presenza umana sull’sola, oramai riservata a pochissimi e con severe autorizzazioni. La pericolosa presenza, lo si ribadisce, è massiccia: l'isola di Queimada grande, di questa particolare specie, ne ospita tra i 2.000 e 4.000 esemplari, che, a livello di densità, sono proprio tanti: un serpente per ogni 75 metri quadrati. Basti pensare che il veleno del ferro di lancia dorato è estremamente potente, capace di causare velocemente emorragie interne, insufficienza renale e necrosi dei tessuti. In alcuni casi, la morte può sopraggiungere in meno di un'ora.

In passato, invece, la situazione era alquanto diversa. Nel 1909, per ragioni di sicurezza marittima, fu costruito un faro sull'isola per guidare le navi in transito. Le leggende locali narrano che il guardiano che vi abitava con la sua famiglia, fu attaccato dai serpenti e ucciso unitamente ai suoi. Dopo questo tragico evento, il faro fu automatizzato e l'isola abbandonata. Da allora l’isola è diventata il paradiso dei serpenti, che qui vivono e si riproducono in abbondanza! Serpenti che per la scienza sono importanti, in quanto molto utili per la medicina, tanto che sono classificati "specie in pericolo critico" dalla IUCN. Eppure l'isola, nonostante i divieti, è meta di incursioni illegali da parte di avventurieri, che cercano di catturare i serpenti per il loro veleno, molto ricercato sul mercato nero, in quanto venduto a cifre molto elevate.

Cari amici, la natura in questo nostro mondo è davvero tanto varia! In questa particolare, oltre che “altamente pericolosa” isola dei serpenti, si nasconde la morte, data dal veleno dei serpenti, ma anche la vita, per il siero che se ne può ricavare. Ecco perchè ritengo giusto che le autorità brasiliane scoraggiano fortemente qualsiasi tentativo di andarvi a curiosare! Un'isola di certo pericolosa, sia per l’uomo che per i tanti rettili oggetto di studio che la abitano, ma allo stesso tempo preziosa. Un’isola, perciò, che deve restare un luogo misterioso e inaccessibile, un mondo del tutto particolare, che custodisce i suoi segreti tra la fitta vegetazione e i serpenti dorati che la abitano.

A domani cari lettori.

Mario