domenica, luglio 25, 2021

“SEMPLIFICARE”, UN VERBO DAVVERO IMPOSSIBILE NEL SISTEMA BUROCRATICO ITALIA. EPPURE IL NOSTRO FUTURO PASSA DALLA SEMPLIFICAZIONE.

L'ITALIA NELLE SPIRE DELLA BUROCRAZIA

Oristano 25 luglio 2021

Cari amici,

Ho sempre conosciuto, fin da quando ero ragazzo (quindi vi parlo di oltre 50 anni fa), una burocrazia fatta di potere e inefficienza, incapace ed elefantiaca, avvezza a vessare il cittadino, anziché cercare di dare servizio. In molte epoche politici di diversa estrazione provarono a modificare questo sistema di potere, dannoso e facile alla corruzione, ma senza ottenere risultati; hanno provato, di qualsiasi colore politico fossero, a riempirsi la bocca con la parola “Semplificazione”, ma credo senza speranza, agendo forse senza troppa convinzione, visto che col passare del tempo poco o niente si è riusciti a modificare.

Oggi come ieri i tentavi continuano, e il termine “Semplificazione” è il tema più ricorrente nei dibattiti elettorali, istituzionali ed economici, ma i risultati a quanto pare ancora mancano. C’è certamente un problema di fondo: la forte resistenza delle lobby di potere all’interno della PA a conservare i poteri di accoglimento o di veto, rifiutando di accettare una semplificazione, che avrebbe eliminato la loro elefantiaca, perversa e dispersiva macchina burocratico-legislativa italiana. Ai più appare scontato che se in tutto questo tempo la burocrazia è rimasta arroccata nel suo dorato castello, le colpe fossero quelle evidenziate e che non ci sia rimedio possibile.

Tuttavia, anche quando il Minotauro-macchina burocratico-legislativa appare così forte e apparentemente invincibile, bisogna assolutamente trovare un Teseo che riesca a sconfiggerlo! Operazione a dir poco necessaria e improrogabile, in quanto la sua permanenza è capace di allontanare l’Italia dalla competizione europea e mondiale; continuare a tenere vivo e oliato questo perverso meccanismo, porta principale della corruzione, della scarsa competitività del sistema produttivo-Italia, e della ormai più che crescente, intollerabile insofferenza da parte dei cittadino verso questo Stato burocratico ed elefantiaco, farà fallire il sistema Italia.

Amici, tutto quello che si è tentato finora (pochissime le riforme realmente varate) non ha prodotto che gocce in un mare; leggi rivelatesi superflue, decreti “Sblocca Italia” e molto altro, che in pratica poco o nulla hanno inciso sullo status quo. Eppure i futuro dell’Italia e di tutti noi italiani, se vogliamo stare al passo con gli altri Paesi, è solo uno: liberarci di questo cancro e arrivare quanto prima possibile alla “Semplificazione”. Semplificazione intesa in tutti i campi della Pubblica Amministrazione, compreso “il digitale”, che in Italia presenta carenze davvero profonde. Siamo un Paese dove le infrastrutture tecnologiche sono assolutamente insufficienti, in quanto ovunque è ampiamente presente il  digital divide. I vantaggi, d’altro canto, dello strumento digitale sono elevatissimi, tanto che non occorre enumerarli, così come le potenzialità di sviluppo dei servizi e dell’economia in ambito digitale.

Come scrive Gisella Finocchiaro in un suo articolo apparso il 13 maggio del 2020 sul portale del nuovo Osservatorio Riparte l’Italia, “per semplificare non basta il machete, ci vorrebbe un caterpillar”!  Proprio durante il Lockdown è emersa prepotentemente l’esigenza di semplificazione. Per sopperire e rimediare, molto è stato realizzato con norme “in deroga”, quasi che applicare le norme ordinarie rendesse impossibile il raggiungimento di quell’obiettivo per il quale le stesse norme erano state prefigurate! E questo è accaduto anche nel digitale, per esempio con il decreto liquidità che ha introdotto semplificazioni per la forma scritta, a partire dai contratti bancari. L’emergenza è stata l’occasione per cercare di semplificare, ma per raggiungere lo scopo in via definitiva è necessario rivoluzionare l’intero apparato burocratico, dove per avere un qualsiasi ok, sono necessarie troppe firme di troppi responsabili di uffici che si combattono a vicenda per dimostrare il loro effimero potere.

Si, amici, alla rigidità dello strumento si aggiunge la naturale ritrosia del burocrate ad abbondonare modelli di comportamento e abitudini consolidate da tempo immemorabile. Lo sanno bene quelli che hanno frequenti contatti con la Pubblica Amministrazione quanto siano deleterie le procedure inutilmente complesse e farraginose, con la richiesta di quintali di documenti che potrebbero essere evitati se le varie branche della strutture pubbliche dialogassero tra di loro. Nessuno vuole dismettere prassi seguite per anni in tutte le varie branche pubbliche.

È necessario, amici, un nuovo approccio corretto è più funzionale, il cosiddetto “functional approach”, ma funzionerebbe, però, solo se ci fosse la capacità di accantonare la prassi, superare l’abitudine consolidata al “sedare mota et quieta non movere”. Occorre rimuovere gli ostacoli di ordine culturale che rendono l’applicazione delle norme inutilmente complicata e semplificare le norme che rendono le procedure inutilmente complesse. Tutto ciò, in particolare, con l’avvento massiccio del digitale nella pubblica amministrazione. Fino ad oggi il legislatore ha spesso richiesto più garanzie formali nel digitale di quante non ne richiedesse nell’analogico, anche per una certa diffidenza verso il nuovo. Cercando di imparare dall’emergenza, non è forse ora di cambiare approccio?

Cari amici, è tempo di svecchiare l’ottocentesca burocrazia che avviluppa l’Italia come un cancro.  La semplificazione consentirebbe un passo verso il nuovo, una competizione alla pari con gli altri Stati e un antidoto alla corruzione, sempre imperante. Ora occorre, senza perdere ulteriore tempo, semplificare, sia nell’analogico che nel digitale. Ciò richiede un investimento nell’educazione e nella consapevolezza dei nuovi burocrati. Il rischio, altrimenti, è quello di creare o addirittura di consolidare una nuova burocrazia che continuerebbe ad avallare il detto di Tomasi di Lampedusa: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”.

A domani.

Mario

 

sabato, luglio 24, 2021

PARTITE DALL’ORIENTE, ARRIVANO ANCHE IN ITALIA LE “SUITE TECNOLOGICHE A ORE”. GIÀ IN DOTAZIONE IN DUE AEROPORTI (PER RIPOSARE TRA UN VOLO E L’ALTRO), RISULTANO UTILI ANCHE NEGLI OSPEDALI.


Oristano 24 luglio 2021

Cari amici,

Ad utilizzare per primi questo innovativo sistema di “mini camere da letto” furono i giapponesi, che, ormai oltre 20 anni fa, installarono negli aeroporti giapponesi le prime “capsule hotel”, delle cabine da utilizzare per brevi soste all’interno dei terminal. Poi questo format si è diffuso in molti altri Paesi: da una decina d’anni sono state installate le Sleepbox, in Russia, nel Sheremetyevo International Airport di Mosca, in Inghilterra, a Londra, negli aeroporti di Heathrow e Gatwick e nel 2007 la catena Yotel ha posizionato cabine similari in Francia, a Parigi nell’aeroporto Charles de Gaulle e nel 2008 in Olanda, nell’aeroporto di Amsterdam Schiphol.

Ebbene, visto l’uso ormai consolidato di queste mini suite ipertecnologiche, che ospitano i viaggiatori durante l’attesa tra un volo e l’altro, ora il servizio è arrivato anche in Italia. È stata la start up “Zzzleepandgo”, lanciata sul mercato nel 2015 da 3 giovani neolaureati (Alberto Porzio, Matteo Anthony Destantini e Nicolas Montonati), a lanciare sul mercato italiano queste cabine low cost, posizionandole negli aeroporti di Orio al Serio e Malpensa.

Intervistati sul funzionamento di queste “cabine-letto”, hanno così commentato: «Ogni cabina è completamente automatizzata, dotata di letto, cromoterapia, luci a Led, Wi-Fi, sveglia, contenuti multimediali. Il cliente si registra sull’interfaccia esterna, paga la prima ora al momento del check-in (9 euro) e conclude il pagamento al check-out in base al tempo trascorso. Oltre alle pulizie del nostro personale, la cabina si auto pulisce tra un cliente e l’altro. Un sistema meccanico cambia le lenzuola e un sistema di ventilazione immette aria fresca igienizzata».

Oltre al servizio, che è apparso subito abbastanza gradito, i 3 giovani hanno puntato sulla tecnologia. Le cabine Zzzleepandgo, di 3×3 metri, hanno un sistema di check-in e check-out automatizzato. Due virtual reception installate all’ingresso garantiscono ai soli ospiti l’accesso al locale in cui si trovano le mini stanze, evitando qualsiasi tipo di intrusione. Ogni modulo è attrezzato con una piattaforma di intrattenimento che offre film, musica e giochi; la struttura è insonorizzata e dotata, oltre che di letto e servizi, anche di una scrivania per lavorare. Anche all’interno della cabina tutto è automatizzato: la struttura modulare permette di aumentare o ridurre la capacità ricettiva a seconda delle esigenze.

Un sistema automatico “a rotolo” sostituisce le lenzuola e quello di pulizia permette di ridurre la durata dell’intervento umano. Il dispositivo igienizzante di trattamento dell’aria rilascia ioni ossidanti che attraggono e distruggono qualsiasi batterio. L’utilizzo combinato di sensori e di un software di riconoscimento ottico individua la presenza di oggetti o rifiuti lasciati all’interno della capsula e avvisa immediatamente l’ospite appena uscito. Si può registrare la propria prenotazione una volta arrivati in aeroporto, tramite un device installato all’esterno del modulo, o prima di arrivare, dal sito o dall’app Zzzleepandgo. La tariffa calcolata su base oraria si può pagare grazie alla tecnologia iBeacon accostando il proprio smartphone al dispositivo oppure con carta di credito.

L’avvio iniziale del servizio della Zzzleepandgo vede oggi due capsule presenti nell’aeroporto di Bergamo e in quello di Malpensa, ma anche due cabine installate presso l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo: «Siamo i primi ad aver lanciato il servizio negli ospedali per parenti, amici e accompagnatori dei degenti», commenta Nicolas Montonati. «A breve moltiplicheremo l’esperimento, installandole anche in altri ospedali di città italiane».

Cari amici, plaudo all’iniziativa di questi giovani, validi professionisti, che non si sono fermati di fronte alle prime difficoltà e caparbiamente sono voluti andare avanti, dimostrando di avere ragione. In una recente intervista hanno dichiarato: «Abbiamo avuto circa 3000 clienti. E, ora, dopo un lungo iter procedurale, abbiamo inaugurato 4 capsule all’aeroporto di Malpensa. Ora vogliamo aumentare l’offerta e arrivare in altri scali. Abbiamo in mente anche un altro progetto per diversificare il business, un hotel futuristico a Milano, ma ne parleremo più avanti».

Che dire amici, mai darsi per vinti, lottare sempre con caparbietà per arrivare alla meta.

A domani.

Mario


 

venerdì, luglio 23, 2021

DAL RITROVAMENTO IN FONDO AL MARE DI BOTTIGLIE DI BIRRA DI 120 ANNI FA, LA RISCOPERTA DI UN LIEVITO ANDATO PERDUTO…


Oristano 23 luglio 2021

Cari amici,

Nel Nord Europa la bevanda alcolica più utilizzata nei secoli è stata certamente la birra. La Scozia in particolare ne produceva in abbondanza, e nell’Ottocento le navi scozzesi girano in lungo e in largo per i mari del Nord commerciando la sapida bevanda. Nei mari del Nord la nebbia è di casa e nel 1895, proprio a causa della nebbia, il cargo scozzese Wallachia, che aveva appena lasciato Glasgow, entrò in collisione con un altro vascello e fece naufragio. Il Wallachia trasportava un carico di provviste alimentari, tra cui differenti tipi di alcolici, in particolare un grosso carico di birra.

Gli anni lentamente e inesorabilmente passano, ma il ricordo di questo naufragio rimase presente nella mente di tanti. Uno in particolare focalizzò la sua attenzione su quanto trasportato in quel terribile viaggio dal natante: era un importante collezionista di reperti sulla produzione di bevande alcoliche, un certo Steve Hickman. Questo caparbio uomo è un buon subacqueo, che fu anche protagonista di uno speciale dedicatogli dalla BBC, l’importante rete televisiva che voleva far conoscere i particolari delle sue ricerche marine. Steve Hickman  tornò più volte sul luogo di affondamento del Wallachia, in una delle ultime facendosi accompagnare da un team di sub; la sua intenzione era quella di prelevare diverse bottiglie di birra che erano adagiate sul fondo del relitto, affondato da circa 120 anni, e portarle in superficie per essere analizzate da uno speciale laboratorio.

Steve Hickman si avventurò, dunque, dentro la "pancia" del cargo scozzese Wallachia e quello che portò a galla stupì non poco gli studiosi che effettuarono le analisi. Le antiche bottiglie incrostate furono analizzate dalla società di ricerca Brewlab con gli studiosi dell'Università di Sunderland, esperti che, con sofisticati macchinari, furono in grado di esaminare in dettaglio il contenuto delle bottiglie, appartenenti ormai alla collezione privata di Hickman. Gli studiosi scoprirono qualcosa di unico: tre tipi di lieviti rarissimi. Nel corso delle analisi, fu deciso di tentare l'esperimento: cercare di "riportarli in vita", ovvero rendere quei lieviti di nuovo attivi, e usarli oggi nella produzione di birra.

Hickman riferì che alla prima apertura, in condizioni di massima sicurezza e prive di possibili contaminazioni, la birra di 120 anni fa aveva un aspetto che ricordava parzialmente quello della stout Guinness, ma con un "profumo atroce" che meritava le analisi nell'ambiente più protetto di un laboratorio. Ma c'è di più. La birra finita sul fondo del mare al largo delle coste scozzesi nel 1895 era stata prodotta con l'uso di lieviti Brettanomyces e Debaryomyces, del tutto inusuali rispetto al lievito "principe" nell'attuale produzione mondiale di birra, il Saccaromyces cerevisiae, talmente popolare e gradito da rischiare di monopolizzare la scelta di materie prime per la produzione di questa bevanda antichissima (esistono ricette di 5000 anni avanti Cristo ritrovate in tavole egiziane).

Amici, la diversità è sempre una via da seguire, un po' come accade con il vitigno Cabernet nella vinificazione mondiale. Per questo sta aumentando la ricerca di lieviti differenti, e quello scoperto dentro la bottiglia prelevata dal Wallachia potrebbe essere un autentico tesoro, non solo dal punto di vista storico e culturale, ma anche da quello economico. In effetti è stato fatto il tentativo di produrre nuova birra usando quei particolari lieviti, e il risultato è stato definito con un gusto "terroso" e "campagnolo", con sfumature particolarissime che possono arricchire nuovi tipi di birra artigianale e d'autore.

La tecnica di ricerca e di esplorazione e analisi del contenuto di vecchi alcolici, come questa birra i cui lieviti rari sono stati riattivati con l'esposizione all'aria in ambiente protetto e condizioni particolari, si chiama bioprospecting. Stanno cominciando a usarlo anche aziende alimentari, farmaceutiche e cosmetiche. Dall'antico possono nascere prodotti nuovissimi e sorprendenti. Ma i lieviti della birra trovata a bordo del Wallachia, affondato 120 anni fa, hanno mostrato di essere resistenti all'azione di piombo e arsenico. Uno di questi potrebbe essere usato per assorbire metalli inquinanti presenti nell'acqua e nel terreno.

Cari amici, nella mia convinzione il presente, quando è possibile, deve sempre attingere al passato, perché, non dimentichiamolo mai, il futuro è la proiezione e la trasformazione (possibilmente in meglio) della conoscenza del passato e del presente. In questo caso possiamo brindare a nuove birre con l’aggiunta delle esperienze del passato! Beviamole, dunque, alla nostra salute.

A domani.

Mario


giovedì, luglio 22, 2021

IL RIBES SARDO, TESORO DEL CORRASI. IL “RIBES SARDOUM MARTELLI”, È UNA PIANTA RARA CHE VIVE SOLO IN UNA LOCALITÀ DEL SUPRAMONTE ED È A RISCHIO ESTINZIONE.

“Ribes sardoum Martelli”

Oristano luglio 2021

Cari amici,


Che la Sardegna, per le sue antichissime origini, possieda nel suo territorio dei meravigliosi endemismi, sia vegetali che animali, è cosa ben nota. Gli “Endemismi sardi” riguardano specie o sottospecie che risultano presenti esclusivamente in Sardegna, spesso in areali alquanto limitati, dove, a causa del loro isolamento geografico e geologico hanno ricreato il loto habitat grazie alle particolari condizioni climatiche presenti. Gli endemismi, sia animali o vegetali, costituiscono delle vere rarità, essendo riusciti a superare, grazie alla loro resilienza, le difficoltà di sopravvivenza, a differenza delle specie cosmopolite, che occupano invece senza difficoltà gli areali vasti. Uno di questi curiosi ed eccezionali endemismi sardi è il “Ribes sardoum Martelli”, che occupa un areale modestissimo, esteso solo poche centinaia di metri quadrati, vegetando in una piccola valletta del Supramonte di Oliena e rappresentando uno dei più rari endemismi sardi.

Il Ribes sardoum Martelli è un piccolo arbusto caducifoglio appartenente alla famiglia delle Grossulariaceae (o, per alcuni autori, delle Saxifragaceae). La pianta si sviluppa a cespuglio rotondeggiante che si presenta piuttosto intricato, miscelando, senza soluzione di continuità, i giovani rami eretti e ascendenti con i vecchi che tendono ad assumere un andamento contorto. L'altezza massima dei pochi cespugli presenti e catalogati oscilla tra un metro e un metro e mezzo. Il Ribes sardoum, come detto, è una specie endemica esclusiva della Sardegna e vegeta unicamente sul monte Corrasi (Oliena-NU). Qui vive un'unica popolazione, isolata e protetta, in uno degli innumerevoli anfratti rocciosi di questa impervia montagna calcarea.

Gli arbusti presenti appaiono in gran parte piuttosto “vecchi”, anche se colpisce la grande vitalità della maggior parte degli esemplari osservati; vitalità rivelata dai numerosissimi giovani getti di colore rossiccio che s’innalzano sopra le piante. I vecchi rami, da individuare nelle parti basse delle piante, nascosti nell'intrico di rami e foglie, sono invece di colore grigio chiaro. Non si può dire che questi rari esemplari “sopravvivano” in quanto appaiono in ottime condizioni vegetative, tra l’altro poco infastiditi (in quanto non particolarmente graditi) dagli animali.

Il fogliame del Ribes sardo è di piccola taglia, con circa due centimetri di diametro; di forma vagamente trilobata le foglie hanno il margine irregolarmente dentato. Il picciolo è relativamente lungo rispetto alle dimensioni della foglia, circa 1,5-2 centimetri. Le foglie tendono a essere ghiandolose, sia nella pagina superiore sia in quella inferiore. Il picciolo e la pagina inferiore delle foglie sono debolmente tomentosi. I fiori, che sono piccoli e normalmente solitari (solo talvolta doppi), si sviluppano alla base dei giovani getti.

La fioritura, che avviene ad aprile-maggio, è regolare. Tuttavia, per problemi di allegagione, la fruttificazione si presenta subito piuttosto scarsa. Inoltre, solo una piccolissima parte dei frutti giungerà a regolare maturazione. Molti di essi, come si può notare da alcune immagini, seccheranno prima. I frutti maturi sono sub-sferici, hanno un diametro di circa sette millimetri e sono di colore rosso vivo. Il loro sapore a noi è sembrato piuttosto amaro e non gradevole. La maturazione avviene tra la fine di agosto e l'inizio di settembre. Circa la mancata diffusione in un areale più vasto, le cause vengono attribuite alla ridottissima fruttificazione, e, forse, anche ad altre cause, visto anche che i frutti risultano poco graditi agli animali, volatili compresi; ciò sembrerebbe escludere la possibilità di dispersione dei semi, normalmente effettuata dagli animali che si cibano dei frutti. Una ragione di più per affermare che questa modestissima popolazione di Ribes sardoum Martelli andrebbe adeguatamente tutelata perché, anche una modesta variazione dell’attuale equilibrio ambientale, potrebbe portare alla sua estinzione.

Cari amici, il Ribes sardo è una specie certamente da proteggere, dato che secondo la IUCN Red List (La Lista rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura è stata istituita nel 1948 e rappresenta il più ampio database di informazioni sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali di tutto il globo terrestre), questa specie è a rischio critico di estinzione in quanto il numero di esemplari adulti sarebbe ridotto ad un centinaio. Perciò è stata inserita nell'elenco delle 50 specie botaniche più minacciate dell’area mediterranea. 

Credo, amici, che proteggere i nostri preziosi endemismi sardi sia un compito assolutamente da non trascurare, perché è una vita che se ne va, e in questo modo una parte del nostro antico patrimonio di biodiversità va in fumo! Spero che chi governa la nostra isola provveda quanto prima a fare qualcosa, senza dimenticanze o reticenze.

A domani.

Mario

 

mercoledì, luglio 21, 2021

“IL SALE INGLESE” O SALE DI EPSOM, UN ANTICO RIMEDIO, OGGI RIVALUTATO CHE APPORTA NON POCHI BENEFICI AL NOSTRO CORPO.



Oristano 21 luglio 2021

Cari amici,

Il “SALE INGLESE”, noto anche come sale di Epsom (considerato il suo luogo d'origine, ossia la cittadina britannica di Epsom), è un particolare sale minerale che fin dai primi dell’Ottocento trovò impiego in diversi ambiti, da quello medico a quello cosmetico, da quello agricolo a quello industriale. Dal punto di vista chimico, il sale inglese è solfato di magnesio eptaidrato (MgSO4 ∙ 7H2O). Fu scoperto e descritto per la prima volta dal geologo francese François Sulpice Beudant nel lontano 1824.

Il sale inglese si presenta sotto forma di cristalli prismatici bianchi, inodori e dal sapore amaro; questa sua caratteristica gli ha guadagnato  anche il nome di "sale amaro". Risulta solubile sia in acqua che in alcol. Il sale inglese, scoperto appunto ad Epsom, è un prodotto che in natura si presenta in forma di aggregati fibrosi, oppure in masse stalattitiche, o addirittura come dei cristalli aghiformi. Oltre che nella cittadina britannica il sale inglese naturale è stato trovato anche in California, in Slovacchia, in Russia e anche in Italia. C’è da dire, tuttavia, che il sale inglese può essere ottenuto anche chimicamente per via sintetica.

Amici, ho voluto parlare con Voi oggi di “Sale inglese”, vista la sua recente rivalutazione come supporto ai mali del nostro corpo, che da questo sale possono trarre diversi benefici, come del resto avveniva in passato. I componenti principali del sale inglese sono magnesio e solfati; il magnesio in particolare può apportare diversi benefici al nostro corpo, fra cui: un miglioramento della funzione cardiaca e della circolazione del sangue; aiuta anche ad eliminare le tossine e i metalli pesanti, migliora le funzioni del sistema nervoso e la capacità dell'organismo di utilizzare l'insulina. È in grado anche di aumentare i livelli di serotonina nel corpo, ridurre lo stress e risollevare l'umore; può essere utile anche per migliorare il sonno e la concentrazione, ridurre la pressione e le infiammazioni delle arterie.

Il sale inglese è anche un efficace lassativo. Per questo rimedio bisogna berne per tre settimane a digiuno, quotidianamente, un cucchiaino, diluito in un bicchiere di acqua tiepida. Alcune persone usano a questo scopo anche altri sali di magnesio, come il citrato di magnesio, che ha un gusto meno amaro. Questa tecnica lassativa è utilizzata per pulire i detriti e i parassiti alloggiati nelle pareti di entrambi gli intestini (tenue e crasso). Ma le sue proprietà non finiscono qui.

Molte persone hanno potuto avere anche altri vantaggi dal sale inglese, in quanto oltre a curare i disturbi digestivi e intestinali questo sale è risultato efficace anche per ridurre la stanchezza mentale, elasticizzare le arterie, avere sollievo per i dolori derivanti dall'artrosi; il suo uso migliora inoltre (anche eliminandola) l'atrofia muscolare, e contribuisce anche a prevenire alcuni problemi legati alla prostata.

Il sale inglese possiede anche delle proprietà cosmetiche: ammorbidisce la pelle, allevia il dolore della pelle arrossata, riduce il gonfiore e le infiammazioni; facilita anche l’esfoliazione della pelle, ed è anche un emolliente naturale. Molto salutare è fare un pediluvio con sale inglese: basta aggiungere due tazzine di sale inglese nell'acqua della bacinella, per rilassare i muscoli, ridurre le infiammazioni e rimuovere le tossine dal corpo. Si può anche spargere il sale direttamente sulla pelle, che acquisisce così una consistenza più liscia e morbida.

Cari amici, come faccio sempre quando parlo di rimedi naturali, Vi ricordo che bisogna sempre prestare molta attenzione all’utilizzo di questo sale, e mai assumerlo senza conoscere quelle che possono essere le controindicazioni. In primo luogo sono importanti i dosaggi, così come la possibile interazione con altri farmaci. Fra i problemi più comuni che sono stati segnalati da chi ha fatto uso del sale inglese ci sono i crampi addominali e i problemi alla mucosa intestinale. Il suo uso improprio può provocare, inoltre, aumento della sudorazione e sete costante, sintomi vasomotori come vampate di calore e ipotensioni, sedazione e umore basso, nausea e vomito, debolezza muscolare per un'eccessiva rilassatezza dei muscoli.

L'uso del sale inglese, inoltre, è sconsigliato alle donne che sono in fase di allattamento e ai bambini al di sotto dei sei anni; inoltre può essere dannoso per pazienti affetti da insufficienza renale o che soffrano (o abbiano sofferto in passato) di cardiopatia. Il mio consiglio, dunque, è quello di utilizzare questo sale consultando prima, sempre, il proprio medico o il farmacista, per evitare che anziché del bene, ci crei, invece, degli altri problemi, oltre quelli che abbiamo!

A domani.

Mario

martedì, luglio 20, 2021

EURO 2020. MA QUANTI SOLDI GIRANO NELLA GRANDE ARENA DEL CALCIO? ECCO QUANTO HA GUADAGNATO LA SQUADRA ITALIANA CON LA VITTORIA DEL TITOLO EUROPEO.


Oristano 20 luglio 2021

Cari amici,

L’industria calcistica non è solo un’attività sportiva, ma è anche un’azienda economicamente ricca e forte, se pensiamo che nel mondo essa introita ricavi per quasi 12 miliardi di euro annui; incassi che hanno contrassegnato, dalla metà degli anni Ottanta, lo sviluppo dello sport più seguito al mondo. Un’industria, dunque, dispensatrice nel mondo calcistico di euro a profusione! Focalizzando la nostra attenzione sul recentissimo torneo “EURO 2020”, che ha visto l’Italia aggiudicarsi l'ambito trofeo battendo l’Inghilterra ai rigori, proviamo a fare un po’ di conti, ovvero verificare quanti soldi ha introitato la nazionale italiana con la vittoria del titolo europeo.

L'Italia, con il suo eccezionale trionfo agli Euro 2020, che ha consentito di portare a casa l'ambita coppa dei vincitori del titolo europeo, ha messo in cassaforte, oltre la splendida coppa, un bel bottino in denaro. In totale, infatti, i premi messi in palio dalla UEFA nel torneo sono stati ben 301 milioni di euro. Questo “tesoretto”, da distribuire ai partecipanti, è stato poi ripartito in base ai risultati conseguiti dalle squadre nei vari gironi, fino all’atto finale della vittoria del titolo europeo. Ma vediamo in dettaglio questa ripartizione.

Ogni squadra partecipante che si è qualificata ha ricevuto 9,25 milioni di euro. Successivamente, nei diversi gironi, per ogni vittoria le squadre hanno guadagnato 1,5 milioni di euro. Per gli ottavi di finale, invece, ogni squadra ha guadagnato 2 milioni di euro; per chi poi ha raggiunto i quarti, 3 milioni e 250 mila euro. Salendo fino alla semifinale, ogni squadra ha ricevuto 5 milioni di euro. Infine, alle due squadre arrivate in finale, i premi sono stati così assegnati: 7 milioni alla squadra che ha perso la finale (nel nostro caso l’Inghilterra, quindi 2^ classificata) mentre all'Italia, che ha vinto il torneo e la coppa il premio è stato di 10 milioni. In tutto quindi, l'Italia ha guadagnato da questi europei 28 milioni di euro.

Si, amici, oltre la grande gioia per la vittoria conquistata dall’Italia battendo l'Inghilterra ai rigori nell'ultimo atto di Euro 2020 allo stadio di Wembley, sono entrati nei forzieri della nostra nazionale ben 28 milioni di euro come premio per la vittoria. La Uefa, infatti, per l’edizione Euro 2020, ha messo a disposizione, come detto, un montepremi totale di 301 milioni di euro, in crescita nonostante la pandemia rispetto all'edizione del 2016, quando al Portogallo vincitore andarono 25,5 milioni di euro.

Amici, la vittoria dell’Italia a “Euro 2020” non solo ha inorgoglito la nostra nazionale di calcio e rafforzato il nostro antico, forte ‘orgoglio italico’, ma, considerato anche l’interessante “Montepremi Europeo” messo in palio, ha fatto sorridere tutta l’organizzazione calcistica italiana! A sorridere per prima è stata la FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio), che nel bilancio preventivo aveva inserito, in via prudenziale, il solo premio per la partecipazione a Euro 2020, ovvero i 9,25 milioni di euro, poi hanno sorriso non poco pure i club. L'Uefa, infatti, verserà anche l’ammontare di 130 milioni di euro alle società che hanno “prestato” i calciatori alle squadre nazionali per la partecipazione a Euro 2020; gli esborsi sono calcolati in base al numero di giorni in cui i giocatori sono rimasti a disposizione dei vari commissari tecnici; tra le squadre con più convocati ci sono Manchester City e Chelsea, con Juventus, Atalanta e Inter tra le top. Ovviamente c’è pure il nostro Cagliari.

Cari amici, ovviamente l’orgoglio per la vittoria conquistata conta ben più del denaro che l’accompagna. Nel caso di Euro 2020, entrambe le due squadre nazionali finaliste, l’Italia allenata da Roberto Mancini e l’Inghilterra, guidata da Gareth Southgate, si sono date battaglia allo spasimo nella cattedrale dello sport d’Oltremanica, alla ricerca della vittoria per la conquista del titolo di campione d’Europa. Per entrambe era un sogno irrinunciabile: per l’Italia questo trofeo era stato vinto una sola volta, nel 1968,  mentre per l’Inghilterra sarebbe stato il primo trofeo. La vittoria è stata con grande gioia la nostra, ma gli inglesi, che si considerano un popolo altamente civile, in questa occasione hanno perso due volte: la partita e la dignità, avendo dimostrato di non aver saputo perdere!

Le scene degli spettatori inglesi che hanno fischiato l’inno italiano, che hanno lasciato lo stadio al termine della partita senza assistere alla consegna della coppa alla squadra vincitrice del torneo, il rifiuto dei giocatori a tenere addosso la medaglia d’argento di 2° classificati, e gli insulti del dopo partita agli italiani, hanno dimostrato al mondo intero la loro scarsa se non nulla sportività.

Amici, perdere una partita sportivamente a volte è difficile, ma perdere la dignità è qualcosa di ben più terribile!

A domani.

Mario