domenica, luglio 26, 2020

LA SARDEGNA E IL MITO DI ATLANTIDE. TRA IPOTESI, CONFERME E SMENTITE, IL MITO NON SOLO NON ACCENNA A SPEGNERSI, MA COSTANTEMENTE SI RINNOVA…


Oristano 26 luglio 2020
Cari amici,
Credo di averlo trattato, forse anche più di una volta su questo blog, l’argomento che la Sardegna sia da considerarsi la famosa Atlantide. Ciclicamente l’ipotesi torna in auge, ricollegandosi all’antica teoria secondo cui l’isola sarda sarebbe la misteriosa e leggendaria isola di cui parlava Platone, nel IV secolo avanti Cristo. Secondo il grande filosofo greco questa terra misteriosa, posta "oltre le Colonne d'Ercole" e chiamata “Atlantide”, sarebbe stata migliaia di anni prima una grande potenza navale, capace di conquistare molte parti dell'Europa occidentale e dell'Africa, addirittura, approssimativamente, intorno al 9600 a.C.
A riprendere in mano per l’ennesima volta, la teoria di Sardegna uguale Atlantide, il quotidiano “La Stampa”, dove Mario Tozzi, geologo e ricercatore, riprende in mano le teorie del noto giornalista Sergio Frau, autore del libro "Le colonne d'Ercole -Un’inchiesta", dove l’autore fa una ricognizione della geografia antica, con una rilettura rivoluzionaria di miti, e una spericolata reinterpretazione delle testimonianze degli antichi.
Che la Sardegna sia quella che in passato era chiamata Atlantide, posta oltre le Colonne d’Ercole, è una vecchia storia che ogni tanto riappare, e quando a farlo è un grande quotidiano italiano, l’interesse riprende alla grande. L’articolo appena pubblicato da “La Stampa” ha riacceso l’attenzione di sardi, vacanzieri e utenti di Facebook e Twitter, sulla possibilità che la Sardegna sia effettivamente l’isola leggendaria citata come mito da Platone. Sempre secondo Platone, dopo il fallito tentativo da parte degli abitanti di Atlantide di invadere Atene, La mitica isola sarebbe improvvisamente sprofondata "in un singolo giorno e notte di disgrazia", per opera di Poseidone, il potente dio del mare.
Non si è mai ventilata l’ipotesi per quale ragione il grande Poseidone avesse voluto punire gli abitanti di Atlantide, ma certamente fu per accontentare qualcuno molto geloso della potenza di Atlantide, forse gli stessi greci; il dio scatenò pertanto un’immane tempesta, creando un disastro terribile che ricopri per molti metri l’isola di fango. Furono cancellati molti nuraghi, i porti e le flotte e l’isola divenne un inferno, con morti, abbandoni, miseria e malaria.
L’isola, in gran parte ricoperta dal fango portato dall’immane disastro naturale, perse dunque la sua vitalità riducendo alla fame i suoi abitanti. A scomparire fu soprattutto la sua grande civiltà, che allora contava la presenza di ben 20 mila torri megalitiche, grandi villaggi e siti religiosi sontuosi, come cercano di far luce le più recenti scoperte, come quella di Mont’e Prama. Tozzi scrive su “La Stampa” che per il creatore di questa ipotesi, Sergio Frau (che preferisce la dizione “isola di Atlante”), tutte le caratteristiche narrate dagli antichi sono riscontrabili in Sardegna e non altrove, e che quindi solo la Sardegna può essere Atlantide.
In questa grande isola, scrive Frau, c’erano piombo, zinco, argento e la società era metallurgica fino dagli albori; lì vivevano i Thyrsenoi (i Tirreni), cioè i «costruttori di torri», ovvero i nuraghi. Anche gli ultimi dati riguardanti la civiltà nuragica (con l’utilizzo delle fotografie aeree) rivelano che quasi tutti i nuraghi che si trovano a quote basse sono sommersi dal fango, spesso irriconoscibili a prima vista, compresa la grande reggia nuragica di Barumini, disseppellita da 12 metri di fango e portata alla luce dopo 14 anni di scavi. Mentre i nuraghi a quote più alte, sulle giare, sono intatti e fuori dal fango. Quale il motivo?
La dimostrazione di tutto questo starebbe proprio nell’immenso tsunami che avrebbe colpito l’isola: i «costruttori di torri», a causa di questo disastro persero molte delle loro costruzioni scomparse sotto il fango (i nuraghi ora censiti sono circa 8.000, ma c’è ragione di pensare che fossero tanti di più), mentre i porti ed i navigli sepolti scomparvero anch’essi; persi i porti, le navi e i loro approdi sicuri, sprofondati sotto il fango, si dissolse la collaudata rete di commerci millenaria esistente. I superstiti furono ridotti alla fame e in preda alle malattie.
Dopo il disastro, furono i Fenici ad arrivare per primi nell’isola ormai in ginocchio, e resero sudditi gli abitanti sopravvissuti. I più forti ed esperti Thyrsenoi finirono al servizio dei Faraoni in Egitto, altri ad operare come fabbri e orafi in tutto il Mediterraneo. 
A ben pensare, amici, quella di Frau è una teoria che daterebbe l’asservimento dei sardi ai diversi popoli conquistatori a ben 10mila anni fa: un giogo straniero di cui i sardi finora non sono mai stati in grado di liberarsi!
Cari amici, dimostrare tutto questo non è certo possibile, ma certamente, come nei quesiti più insidiosi, la teoria portata da Frau, appare davvero non solo suggestiva ma davvero molto credibile!
A domani.
Mario

sabato, luglio 25, 2020

NOTTI D’ESTATE: “ÒNTOS”, LA CURIOSA MOSTRA D’ARTE DI ANTONELLO CUCCU AL MUSEO DIOCESANO ARBORENSE.


Oristano 25 luglio 2020
Cari amici,
“ÒNTOS”, non è certo la prima mostra d’arte che, considerati i miei anni, mi è capitato di visitare. Gli artisti che, attraverso una mostra delle loro opere si esibiscono al pubblico, non presentano allo spettatore solo dei manufatti più o meno particolari (che siano costituiti da pitture, sculture o creazioni di altro genere, poco importa), ma in realtà esibiscono sé stessi, in quanto in quello che hanno deciso di mostrare c’è tutto il loro estro, la loro capacità, in sintesi la loro anima.
Ho partecipato giovedì 23 luglio scorso alla mostra personale dell’artista Antonello Cuccu, allestita presso il Museo Diocesano Arborense, che portava come titolo “Òntos, Esserci, Essere nel mondo”. Fin dal primo momento devo confessarvi che ne sono rimasto particolarmente impressionato. La mostra, che si sarebbe dovuta tenere prima che la pandemia scatenata dal Coronavirus bloccasse tutte le attività, comprese quelle museali, fu rinviata e si è potuta realizzare solo ora, ovviamente ancora con le cautele previste. Ma chi è Antonello Cuccu?
Antonello Cuccu, nato a Bosa nel 1958, si è laureato in Architettura a Roma, dove ha vissuto sino al 1997. Orientato alla museografia, alla comunicazione, alle arti e al design, dal 1993 cura il settore espositivo della casa editrice Ilisso di Nuoro. In precedenza è stato Responsabile Didattico dell’Istituto Europeo di Design di Roma (1993-97), oltre che promotore, curatore e allestitore di numerose mostre non solo in Italia ma anche all’estero. Antonello, nella sua ultra trentennale esperienza, ha mostrato tutto il suo profondo impegno artistico anche nelle numerose, pregevoli pubblicazioni nel campo della storia dell’arte sarda.
Antonello Cuccu, credetemi, è oggi un artista a tutto tondo. Architetto e designer, ha presentato nei giorni scorsi al Museo Diocesano di Oristano un campionario di opere che spaziano nel tempo: che coprono un arco temporale che va dal 1985 al 2020. Un’esposizione raffinata, che ha offerto al visitatore lo spaccato di trent’anni della sua attività artistica, che spazia dall’ermeneutica all’arte neo-rinascimentale. La sua profonda ricerca estetica, varia ed eterogenea, è stata esposta attraverso l’esibizione di un centinaio di lavori, capaci di rivelare allo spettatore la grande profondità del suo animo.
La mostra di questo artista, come hanno avuto modo di spiegare durante la presentazione al pubblico la direttrice del Museo Silvia Oppo e Antonello Carboni, altro non è che l’esibizione di un percorso lungo e complesso, che, a partire dal 1985, ha portato l’artista al raggiungimento di un personale codice espressivo sulla rilettura della tradizione popolare isolana, che è riuscito a trasporre nei suoi lavori con degli efficaci esiti artistici di notevole portata.
La mostra, già a partire dal suo titolo, “ÒNTOS”, esserci, essere nel mondo (Il termine òntos deriva dal greco ὄντος, genitivo singolare del participio presente del verbo εἶναι, èinai, «essere»), invita il pubblico ad una seria riflessione sul senso dell’esistenza umana. Egli parte dall’analisi del pensiero da grandi filosofi del Novecento come Heidegger e Jaspers, che indagano a fondo il problema dell’umana esistenza partendo proprio dall’esserci (òntos), cioè dall’essere-nel-mondo.
Un mondo dove l’uomo, per dare un senso alla sua vita, deve strutturare un progetto reale: quello dell’Esserci. Esserci in una moltitudine di possibilità, di scelte, che l’uomo deve continuamente operare per determinare il proprio modo di essere. Insomma, la sua deve essere una lotta costante, ragionata, davanti alle improvvise avversità di tutti i giorni per cercare di esserci come parte attiva, non di esserci in modo sterile e casuale. Cuccu nelle sue opere cerca di mostrare le cose ordinarie e universali, liberate dalle coperture, dalle apparenze, svincolate dal tempo e dal contesto storico nel quale si verificano.
Le sue opere sono un costante riflettere sulla vita, sul passato, sul presente, attraverso le mille possibilità e modalità dell’esserci. Opere che sono un omaggio alla vita, che Egli ringrazia, anche quando è dura, e alla vita dedica un altare in apertura del suo racconto artistico. Le sue opere sono una celebrazione e glorificazione del nostro cammino di vita, che spesso è comune, che si consuma veloce e in linea retta, senza possibilità di ritorno. È la vita, quella che Antonello Cuccu racconta, che dura spesso il tempo di un clic; le quattro stagioni sono solo una parte dei quattro elementi, simbolo di generazione e corruzione, l’evidenza temporale di una vita mutevole ma non durevole.
Le opere di questo straordinario artista sono scevre da orpelli, sono nude e crude, tese a rappresentare la fragilità dell’uomo, della sua vita, di quell'esserci nel mondo, possibilmente non per caso. Cuccu rifugge il decoro e declina il suo gusto verso la maestà delle forme essenziali, vive il suo modo di essere, dell’esserci nella comprensione del tempo, compenetrazione tra passato, presente e futuro, in cui poi a dominare è il futuro!
La mostra, dopo l’inaugurazione, sarà visitabile il giovedì e il venerdì dalle 17,00 alle 20,00 e il sabato e la domenica dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 17,00 alle 20, 00. Chiuderà il 20 settembre 2020.
Andiamo tutti a visitarla, cari amici, ne vale davvero la pena!
A domani.
Mario



venerdì, luglio 24, 2020

NOTTI D'ESTATE AL MUSEO DIOCESANO ARBORENSE. GAETANO RANIERI E LE SINGOLARI SCOPERTE NELL’IPOGEO DI SAN SALVATORE DI SINIS.


Oristano 24 luglio 2020
Cari amici,
Gaetano Ranieri, grande studioso, già professore di Geofisica Applicata all’Università di Cagliari, non è solo un docente appassionato della sua materia, ma un sognatore- scopritore, un uomo che ha sempre cercato di volare il più in alto possibile, applicando le sue non comuni conoscenze sulla geofisica alla scoperta dei tesori del passato. Si, amici, per Gaetano, amico rotariano che mi onora della sua amicizia, “volare alto” è una regola di vita, in quanto non si è mai accontentato dello status quo, ma ha cercato sempre l’innovazione, tesa alla scoperta di qualcosa che ancora non c’era.
Ho già avuto modo di parlare di lui su questo blog riferendomi alle macchine da lui inventate (in primis il georadar) per scoprire, senza muovere un centimetro di terra, cosa si poteva ancora nascondere nel terreno (come ad esempio dove furono rinvenuti i “Giganti di Mont’e Prama”), in modo che poi gli archeologi potessero andare a colpo sicuro, scavando in punti precisi indicati dalle sue incredibili macchine, veri e propri strumenti capaci di fare la TAC a qualsiasi superficie.
Ebbene, amici, Mercoledì 22 luglio, nei giardini del Museo Diocesano Arborense, Gaetano, con il suo caro amico e collega universitario prof. Raimondo Zucca, ha voluto stupire i partecipanti alla serata estiva organizzata dal Museo con i suoi più recenti studi sull’Ipogeo di San Salvatore di Sinis. Con a fianco il nostro grande archeologo, prof. Momo Zucca, che lo ha introdotto agli spettatori, ha poi iniziato a parlare della sua bella avventura nel sottosuolo del Sinis.
La conferenza, che aveva per titolo “Volare nel sottosuolo di San Salvatore di Sinis, per svelare storie e miti antichi”, ha affascinato il pubblico, riunito nel giardino del Museo ad ora tarda (le 21,00) per poter godere della leggera frescura serale. 
Dopo i saluti portati da Silvia Oppo, direttrice del Museo, che ha in primis salutato le autorità presenti, dall’Arcivescovo Mons. Carboni, al Vicario Generale Mons. Ghiani, dal Vice Sindaco della città e Assessore alla Cultura Massimiliano Sanna al Sindaco di Santa Giusta Antonello Figus e poi tutti i presenti, è stato il prof. Zucca a prendere la parola, per introdurre nel modo più consono la relazione di Gaetano Ranieri, anticipando sommariamente l’oggetto della conferenza: Quel grande e straordinario “Volo virtuale nel sottosuolo di San Salvatore di Sinis”.
Ha poi preso la parola il prof. Gaetano Ranieri, che ha voluto, prima di entrare nei dettagli, fare una doverosa, necessaria premessa. Ha detto che l’esigenza di oggi è quella di cercare di capire il passato senza usare metodi distruttivi, senza scavare a caso, ma, utilizzando le nuove tecniche possibili, accedere ai tesori nascosti senza nulla rimuovere, senza nulla guastare, senza muovere un metro di terra. Come gli spettatori potranno vedere – ha detto - lo studio effettuato nell’Ipogeo di San Salvatore di Sinis, è stato realizzato con metodi non distruttivi, mediante l’utilizzo di rilievi multispettrali. “Pensate di essere un uccello e di lanciarvi da 1000 metri sul villaggio di San Salvatore di Sinis. Vedreste le case, gli alberi, la chiesa, con un dettaglio grandissimo, ai 5 cm; potreste fluttuare nello spazio 3D, avvicinarvi alla terra e poi risalire, potreste vedere anche le anomalie geofisiche rilevate con il georadar multicanale, attraversarle, conoscerne la densità e quindi (teoricamente) risalire alla natura del corpo che le ha prodotte; potreste addirittura penetrare nel terreno e vederle da sotto le anomalie, come se foste una talpa”.
Il pubblico ha seguito affascinato e con interesse quanto il professore andava raccontando, catturando il pubblico anche con la proiezione delle straordinarie immagini ricavate dalle sue macchine, che aggiungevano al suo discorso, un perfetto completamento. Tante le immagini proiettate: dalle anomalie presenti nel sottosuolo e poste alle diverse profondità (evidenziate dai differenti colori utilizzati), alle strutture attuali sopra e sotto il suolo, realizzate in epoca diversa; con le nuove tecniche di cui il professor Ranieri è maestro, gli spettatori hanno potuto accostarsi virtualmente all’ipogeo, osservandolo dal di fuori e dal di sotto, e addirittura entrare dentro e percorrere tutte le sue sale, osservare i disegni sui muri e addirittura vedere i disegni all’infrarosso.
Incredibilmente affascinanti quelle immagini evidenziate dalle nuove tecniche, apparentemente poco evidenti sulle pareti dell’antico ipogeo; immagini che, seppure apparentemente invisibili, nascoste da intonaci successivi, sono apparse chiare con le nuove tecniche all’infrarosso, evidenti in tutta la loro cruda bellezza. L’entusiasmo del professore si è rivelato proprio contagioso, catturando il pubblico. 
Con grande enfasi, riferendosi alle pitture scoperte, il  prof Ranieri ha detto: “immaginare di essere là quando qualcuno aveva dipinto quelle immagini, cercare di capire meglio, chiedersi il perché di certe presenze nei disegni (pensate pure un coccodrillo, oltre che fiere selvagge, navi, volti e divinità…), cercare di carpirne il significato, comprendere i legami con i miti rappresentati, questo è quanto queste immagini suscitano in chi le osserva”.
Cari amici, indubbiamente una bella conferenza, che, grazie alle capacità del professore ha fatto sognare gli spettatori. Seppure virtualmente tutti i presenti abbiamo potuto osservare affascinati e anche attraversare quell'antichissimo luogo, già oggetto del culto delle acque durante la civiltà nuragica e mai abbandonato. Lo abbiamo potuto percorrere in lungo e in largo, sia sulle pareti che sul pavimento; abbiamo potuto scoprire le altre stanze nascoste dell’ipogeo, gli altri pozzi, le vasche, e alla fine osservare dall’alto, volando come uccelli liberi nell’aria, quell’antico luogo di culto scelto dall'uomo preistorico, che anche oggi continua a mantenere intatto tutto il suo fascino.
A domani.
Mario



giovedì, luglio 23, 2020

TROVATO NELLE FILIPPINE UN SUPER-TARLO DEL MARE. LE TEREDINI, IN PASSATO UN VERO PERICOLO PERCHÈ DIVORAVANO IL LEGNO DEGLI SCAFI, OGGI POTREBBERO ESSERE L’ASSO VINCENTE IN MEDICINA.


Oristano 23 luglio 2020                                                                            
Cari amici,
Le Teredinidi sono una famiglia di molluschi bivalvi appartenenti all'ordine Myoida (Teredinidae Rafinesque, 1815). Dalle sembianze vermiformi, questi molluschi sono dotati di una piccola conchiglia che fornisce protezione solo ad una parte del corpo. Possono raggiungere anche lunghezze importanti, di norma fino ad un metro, con la sezione corrispondente a circa un dito della mano.
In passato questi vermi-tarlo erano considerati alquanto pericolosi da chi andava per mare, in quanto, essendo animali xilofagi divoravano senza risparmio gli scafi di legno, un materiale che costituiva la loro principale fonte di nutrimento. Le teredini infatti eleggono come loro habitat naturale i legni infissi o galleggianti in acque salmastre portuali; li erodono dall’interno, nutrendosi della fibra legnosa e formando una cannula calcarea interna al legno dove alloggiano. In poco tempo sono in grado di distruggere anche i più robusti legni conosciuti. Un pericolo oggi facilmente eliminato, grazie alle particolari vernici protettive e repellenti, in grado di proteggere gli scafi e impedire quindi alle teredini di perforare il legno da navigazione.
Di questi particolari divoratori del legno, in particolare di quello che viaggia per mare, purtroppo, ancora oggi si sa poco (certamente ne esistono di diverse varietas, anche di dimensioni eccezionali). Si, proprio di recente le dimensioni di alcuni esemplari hanno suscitato curiosità tra gli scienziati, anche se fino al 2010 nessuno scienziato aveva ancora potuto studiare un esemplare vivo. Ma batti e ribatti, la ricerca, con un po’ di fortuna, è riuscita nell’intento: nelle Filippine è stata scoperta viva per la prima volta una Teredine gigante.
Questo bizzarro bivalve, che vive nel fango a testa in giù, alloggiato all’interno di un tubo a forma di zanna, è stato trovato, come detto, per la prima volta “vivo”, anche se la sua esistenza era conosciuta da secoli. È stato un team di ricercatori statunitensi, filippini e francesi, guidato da Daniel Distel dell’Ocean Genome Legacy Center, del Department of marine and Environmental science della Northeastern University, a scoprire nelle filippine la teredine più grossa e lunga del mondo. L’esemplare, lungo circa tre metri, nero brillante e con un’appendice rosa e carnosa, appariva come un essere alieno, preso da un film horror. Si trovava semisepolto nel fango di una laguna poco profonda, nelle Filippine.
Gli studi subito effettuati hanno messi in luce che l’animale vive nel fango all'interno di un lungo tubo di carbonato di calcio secreto dall'animale. Il tubo forma un involucro per la bestia, inclusa la sua testa. "Se vuole crescere, essa deve aprire l'estremità di quel tubo, in qualche modo sciogliere o riassorbire il cappuccio sul fondo, crescere, estendere il tubo verso il basso nel fango, e poi sigillarlo di nuovo", ha detto uno dei ricercatori.
Il team di ricerca si è poi imbattuto su una presenza abbastanza numerosa di queste creature grazie ad un video posto su YouTube e girato da un report televisivo delle Filippine. I ricercatori hanno così scoperto il luogo dove le teredini erano presenti in gran numero, ovvero in una laguna piena di legno marcio. I subacquei hanno potuto così analizzarle per bene, raccogliendone alcune che sono state trovate a circa 3 metri di profondità. Il 75-80 per cento del loro corpo era sepolto nel fango. Circa mezza dozzina di esemplari sono stati spediti al laboratorio, dove il team ne ha provvisoriamente aperto uno.
Lo studio effettuato ha messo in luce caratteristiche particolarissime. Questi animali, che da millenni scavano nel legno, col passare del tempo si erano trasformati in dei chimici provetti: per sfaldare e "digerire" il legno collaborano con dei batteri unici nel loro genere, che oggi gli scienziati credono possano essere una miniera d'oro per la nostra medicina.
In alcune spedizioni scientifiche infatti (una è stata documentata da un lungo reportage del New York Times) si sono ipotizzati e cercati indizi concreti sul come questi particolari batteri, entrati in simbiosi con le teredini, svolgono la loro funzione in questo bizzarro ecosistema fangoso e difficilmente accessibile; lo studio potrebbe rivelare sorprese davvero utili. 
Una di queste utilità potrebbe essere davvero importante per l’attuale medicina: dare una possibile risposta alla crescente resistenza agli antibiotici, uno dei problemi più gravi, letali e urgenti che il mondo scientifico e medico si trova ad affrontare in questo periodo storico.
Cari amici, indubbiamente nel Creato c’è ancora molto da scoprire, e l’uomo piano piano, purché non continui a giocare a fare il Dio per conto suo, potrà trovare le soluzioni ai tanti e complessi problemi che lo assillano. Rispettando la natura, forse, potremo davvero capire meglio come essa ci può aiutare.
A domani.
Mario





mercoledì, luglio 22, 2020

IL PARASSITISMO NON ESISTE SOLO NELLA SPECIE UMANA, MA È BEN DIFFUSO IN NATURA. UN CHIARO ESEMPIO: IL CUCULO.


Oristano 22 luglio 2020
Cari amici,
Secondo quanto riportato anche dai dizionari (la definizione che riporto è tratta dal vocabolario medico) è chiamato Parassita “un organismo che vive per un tempo più o meno lungo a spese di altro organismo vivente in una condizione di simbiosi disarmonica, dalla quale il parassita trae un beneficio, alterando la biologia dell’ospite e arrivando in alcuni casi anche a ucciderlo”. 
Insomma, gli organismi così detti parassiti, siano essi animali o vegetali, sfruttano e utilizzano, per raggiungere il loro ciclo vitale, un altro organismo vivente, detto ospitante, con il quale si associano più o meno intimamente, e sul quale producono effetti dannosi. E nella specie umana il parassita, come tutti sappiamo, è ben presente! 
Nella nostra specie l’uomo che sfrutta gli altri per proprio tornaconto è considerato un parassita, in quanto sottrae risorse senza nulla dare in cambio, specializzandosi meglio delle altre diverse altre specie, animali e vegetali, che hanno acquisito questa prerogativa che consente loro di vivere “a spese di altri”. Un bell'esempio è quello che voglio rappresentarvi oggi, che parla di un furbo parassita: il Cuculo, che per riprodursi non spende energie come altri suoi simili preparando il nido, ma andando ad utilizzarne uno bell'e pronto preparato da altri uccelli.
Il Cuculo (Cuculus canorus) è un uccello di una specie migratrice, che nidifica in Europa, Africa nord-orientale e gran parte dell’Asia fino alla Cina e al Giappone. È di indole solitaria e schiva; mostra una certa fedeltà al proprio territorio e si ciba di Insetti, Molluschi, Anellidi e Ragni. Caratteristica di questa specie, come d’altronde di gran parte dei Cuculidi, è il “Parassitismo di cova”. La femmina depone le uova nei nidi di altre specie (Specie ospiti), demandando quindi ai genitori adottivi le cure parentali della propria prole. È l’unico uccello parassita che sceglie ospiti filogeneticamente non affini, quasi tutti Passeriformi insettivori e talvolta granivori.
Il cuculo è un uccello molto simile allo sparviere, con le ali però appuntite. È ben presente in Sardegna, essendo una specie migratrice, e nidifica regolarmente in tutta l'isola. Sverna nell'Africa tropicale. È una specie considerata protetta, e la sua conservazione è legata alla tutela degli habitat riproduttivi delle specie parassitate. Questa abitudine da parassita presente nel Cuculo, di utilizzare per la deposizione delle uova un altro nido e l’affidamento ad altri della riproduzione della specie, era nota già nell'antichità, come è testimoniato negli scritti di Aristotele (385-323 a.C.).
Ma vediamo come si concretizza questo “parassitismo di cova”. La femmina sceglie il proprio territorio in base alla quantità di nidi da parassitare; ogni anno la femmina depone da 8 a 12 uova, che distribuisce in tanti nidi diversi, sottraendo da ogni nido una delle sue uova e ingannando così i proprietari del nido. L’incubazione dura 12 giorni e mezzo, e alla schiusa il pulcino, molto più grande dei suo fratellastri, si preoccupa subito di buttare fuori dal nido sia le uova che i legittimi piccoli, figli della coppia adottiva, condannandoli a morte certa e assicurandosi così la massima attenzione e nutrimento. All’età di 20-23 giorni abbandona il nido, ma continua ad essere alimentato per un altro lungo periodo.
Ma perché, ci chiediamo, il Cuculo usa tale comportamento anomalo? La risposta è semplice: mamma e papà cuculo non possono nutrire i piccoli perché mangiano alimenti diversi, da qui l’esigenza di trovare altre specie in grado di allevarli. E così il piccolo cuculo, ospite in altra famiglia, non conoscerà mai i suoi veri genitori, ma, istintivamente, uccidendo l'intera covata, si conquista le attenzioni esclusive di mamma e papà adottivi e crescendo è destinato a superare di gran lunga le loro dimensioni, fino al momento di prendere il volo.
Cari amici, la creativa strategia adottata dal Cuculo dimostra quanto sia perfetta l’evoluzione delle specie presenti in natura; essa è in grado di selezionare positivamente la riproduzione in alcune, sfruttando gli indubbi vantaggi che ne derivano, tra cui il più rilevante è che, senza il processo tassativo di allevare i giovani, il genitore parassita è libero di usare l’energia risparmiata per produrre più uova.
Nel caso specifico del cuculo, la natura evidenzia anche tutta la sua ratio, priva di qualsivoglia pietà, in quanto la riproduzione è un atto essenziale, da proteggere. La madre “scellerata” non si prenderà cura del figlio, anch'egli “crudele e spietato”, a cui nessuno ha spiegato come fare, ma che, istintivamente, per sopravvivere, dovrà gettare fuori dal nido le altre uova e i fratellastri, e, una volta cresciuto, sarà sempre l’istinto a guidarlo durante la migrazione solitaria verso l’Africa. 
Amici, la natura è bella e terribile allo stesso tempo, con regole ferree per la riproduzione di tutte le specie; ecco perché noi umani, osservandola, ci comportiamo di conseguenza. Macchiavelli ha spiegato bene il concetto di utilità per arrivare allo scopo: “Il fine giustifica i mezzi”.
A domani.
Mario


martedì, luglio 21, 2020

L’IMPORTANZA DELLA COLAZIONE. SALTARE LA COLAZIONE È UN GRAVE ERRORE, NON SOLO NON AIUTA A DIMAGRIRE, MA CREA ANCHE PROBLEMI DI SALUTE.


Oristano 21 luglio 2020
Cari amici,
Il nostro organismo per svolgere al meglio le sue funzioni nella giornata ha bisogno del giusto carburante, somministrato nei modi e nei tempi più favorevoli. Insomma, per mantenersi in forma e in salute è importante “Cosa, Quanto e Quando” mangiare. Saltare i pasti, come molti sostengono, per esempio è un grave errore, in quanto può mandare in tilt il nostro metabolismo, disorientando e danneggiando il nostro organismo. Non fare colazione al mattino, è uno dei primi errori alimentari della nostra giornata.
Iniziare la giornata facendo colazione consente all’organismo il giusto apporto calorico, evitando di arrivare alle 11,00 affamati e con il vuoto nello stomaco, con il conseguente precipitarsi al bar a mangiare qualsiasi cosa, essendosi abbassato il metabolismo e soffrendo così la fame. 
Insomma, saltare la colazione al mattino crea il rischio di avere dei disturbi cardiaci superiore del 27% rispetto a chi la fa, come è stato evidenziato dall’American Heart Association nel suo ultimo rapporto pubblicato su 'Circulation'. E non è tutto, in quanto chi si alimenta in modo sregolato anche negli altri pasti giornalieri, ha più probabilità di contrarre il diabete, ipertensione e obesità, come ha rilevato uno studio pubblicato dall’International Journal of Obesity. Non solo: pranzare e cenare a 'ora tarda' la sera, fa correre il rischio di un aumento di peso e del girovita. 
"Distribuire in modo errato l’apporto calorico lungo la giornata - afferma Silvio Danese, responsabile del Centro per le Malattie infiammatorie croniche dell’intestino dell'Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) Humanitas di Rozzano - influisce negativamente sulla salute, perché ci sfasa rispetto ai tempi dettati dal nostro orologio biologico interno. In questi casi, il metabolismo può subire alterazioni e portare, per esempio, all’aumento di peso. Inoltre si rischia di avere maggiori disturbi digestivi, come reflusso e dispepsia". 
Gli esperti, insomma affermano con convinzione che la colazione "è il pasto più importante della giornata”. Mai saltarla - avverte ancora il prof. Danese - perché il cervello rallenta se non riceve glucosio per oltre 16 ore". Nonostante questo gli esperti chiariscono che se proprio appena svegli non si ha fame o tempo per dedicarsi ad una buona colazione, ci si può limitare almeno a un biscotto e un caffè, purché entro metà mattina si completi l’apporto di calorie necessarie al nostro corpo come ‘benzina’, che, sempre secondo gli esperti, è pari al 25% dell’apporto calorico giornaliero.
Il carburante giusto va dato dunque nei tempi giusti. Quanto agli orari dei pasti, secondo una ricerca del Brigham and Women’s Hospital di Boston negli Stati Uniti e dell’Università della Murcia in Spagna, come si legge sulla newsletter Humanitas, “chi pranza ad esempio dopo le 15 del pomeriggio, posticipando di conseguenza anche l’orario della cena, spesso vedrà aumentare peso e girovita”. Durante la ricerca che ha coinvolto 420 volontari, tenuti a regime alimentare controllato per venti settimane, chi ha anticipato il pasto ha perso in media 11 chili, cioè 2,5 in più dei ritardatari.
Ma quanto tempo far trascorrere tra un pasto e l’altro? "La digestione si completa in un paio d’ore; non c’è un tempo consigliato - spiega ancora Danese - ma sarebbe bene non digiunare per oltre 4 ore. Meglio mangiare poco e spesso". Mentre frutta e verdura non dovrebbero mai mancare nella dieta e possono essere consumati senza grandi problemi, secondo il gastroenterologo "la distribuzione dell’apporto calorico durante il giorno dovrebbe propendere per un consumo di 'carboidrati decrescente nel corso della giornata". Dunque resta valido il vecchio adagio: "Colazione da re, pranzo da principe, cena da povero".
Cari amici, la colazione è il pasto più importante della giornata. Oltre a dare energia fa bruciare più calorie, migliora la tonicità muscolare e le funzioni cognitive. Per quanto riguarda bambini ed adolescenti, saltare la colazione può indurre all’obesità perché si innesca un circolo vizioso garantito dall’avere fame fuori casa, dove cercare gli alimenti più saziabili, zuccherosi, grassi e calorici, rifornendosi alle macchinette o al bar all’uscita da scuola.
Mai, dunque, saltare la colazione! Naturalmente non bisogna eccedere, ma mangiare qualche biscotto o delle fette biscottate, accompagnate magari da uno yogurt ricco di proteine; in questo modo si evitano nervosismo, cali di attenzione o vuoti di memoria, perché il cervello ha bisogno di mantenersi attivo per tutto il giorno. Iniziare la giornata senza fare colazione o bevendo solo un caffè non fa bene. Il cervello ha infatti bisogno anche degli zuccheri.
Grazie amici, a domani.
Mario