domenica, novembre 24, 2019

NON SEMPRE LE PIANTE PARASSITE SONO DANNOSE: L’IPOCISTO SARDO, PER ESEMPIO, DIMOSTRA IL CONTRARIO.


Oristano 24 novembre 2019

Cari amici,

“Parassita” non è certo una parola simpatica, in quanto sta ad indicare qualcuno o qualcosa che vive alle spalle degli altri; in sostanza evidenzia un soggetto che sottrae energie ad un altro per vivere, creandogli in linea di massima un danno. Lasciando da parte il nostro mondo, quello umano e tuffandoci in quello vegetale, possiamo rilevare che, se è pur vero che “ogni regola ha la sua eccezione”, in questo mondo vegetale risulta valida l'affermazione che certe forme di parassitismo possono contenere un mutuo scambio, ovvero un "do ut des", come per esempio avviene tra un particolare parassita (di cui voglio parlarvi oggi), l'IPOCISTO, e il cisto, che vive appoggiandosi all'altro, in un mutuo scambio di favori.
L'Ipocisto è una pianta che vive in Sardegna. Esso risulta simbioticamente legato al cisto, e proprio per questo motivo ha preso il nome di “Ipocisto”. Ma vediamo ora insieme le sue curiose caratteristiche e proprietà, che in passato i sardi scoprirono e utilizzarono a scopo curativo, benefici che anche le moderne analisi hanno confermato, rilevando che l’Ipocisto è in possesso di determinate sostanze molto utili all’uomo, come antiossidanti, antimicrobici e antimacchia.
L’ipocisto (nome scientifico Cytinus hypocistis), è una pianta fanerogama appartenente alla famiglia delle Citinacee; vive installandosi e trovando vita e sostentamento nelle radici del cisto (in sardo Mudregu, Mudreku o Mudrecu), pianta ampiamente diffuso in Sardegna. Questa simbiosi risulta necessaria in quanto, mancando l’ipocisto di parti verdi, è privo di clorofilla (il pigmento verde delle foglie), per cui risulta incapace di produrre da sé le sostanze nutritive, che recupera invece installandosi sulle radici del cisto per vivere. Tuttavia la convivenza creata con il cisto risulta da quest’ultimo ben accetta, tanto che non traspare nessuna reazione di sofferenza, in quanto sicuramente esiste un mutuo, scambievole vantaggio.
L’ipocisto, in Sardegna è chiamato con diversi nomi, che variano da zona a zona; Cabòne de mudrecu (in Ogliastra), Caboniscu de mudregu (nella Sard. Merid.), Vrore ‘e mudreku (a Lodè), Rosa de mudregu (in loc. div.). Nell’Isola risulta presente in particolare con due specie: l’ipocisto giallo (Cytinus hypocistis), che cresce sul cisto bianco e l’ipocisto rosso (Cytinus ruber), che cresce sul cisto rosa. 
L’ipocisto una volta raggiunte le radici del cisto inizia la sua fase vegetativa sotto il livello del suolo, emergendo poi dal terreno con delle foglie carnose e squamiformi già formate. Nella maggior parte dei casi, le piante nate sul cisto sono solitarie o in coppia, talvolta però possono anche formare gruppi molto numerosi e compatti di una ventina di esemplari o anche più. Lo sviluppo delle piante avviene alla fine del periodo invernale e la fioritura nei mesi di aprile e maggio.
Il Cytinus hypocistis, ovvero il cisto giallo, è molto affine al Cytinus ruber, il cisto rosso, tanto che abitano e vegetano negli stessi ambienti. Le due varietà si differenziano per avere uno le foglie di colore rosso aranciato e i fiori da giallo vivo a giallo-limone, mentre l’altro ha invece le foglie di colore rosso carminio e i fiori bianco puro, bianco-rosato o bianco avorio. 
Negli anni della mia gioventù (nella prima metà del secolo scorso) i fiori dell’ipocisto erano utilizzati in modo curioso da noi ragazzi; mentre gli adulti esperti ne utilizzavano il succo come tonico, astringente ed emostatico, noi, invece, ricavavamo dall’ovario una sorta di sostanza appiccicosa che adoperavamo nei diversi giochi (allora i giocattoli erano quasi inesistenti), ed è per questa ragione che l’ipocisto era chiamato anche pianta della colla.
In tempo moderni il cisto si è rivelato, come dimostrano i recenti studi effettuati dall’Università di Cagliari, ricco di sostanze molto utili all’uomo. L’equipe che ha analizzato a fondo questa pianta, in particolare la sua composizione e le attività biologiche, ha fatto una campionatura degli estratti che successivamente sono stati analizzati con HPLC e MS; l’analisi ha riguardato sia esemplari di ipocisto giallo che di ipocisto rosso, raccolti sui Monti dei Sette Fratelli nel Sud Sardegna. 
Entrambe le specie hanno rivelato la presenza di polifenoli (soprattutto tannini), anche se in misura maggiore nel cisto giallo. I diversi test effettuati in provetta dai ricercatori hanno evidenziato che gli estratti di ipocisto, in particolare quello giallo, possedevano ottime capacità antiossidanti e antimacchia; inoltre i polifenoli, oltre ad essere in grado di “spazzare via” i dannosi radicali liberi, sono risultati capaci di inibire la tirosinasi: un enzima che, in caso di eccessivo funzionamento, aumenta la produzione di melanina, favorendo la comparsa delle macchie brune sulla pelle. 
E non è tutto. L’ipocisto sardo, oltre che rivelarsi un potenziale antimacchia, si è rivelato anche un potente antimicrobico. I ricercatori, infatti, hanno appurato, dopo 24 ore di incubazione, la morte dei ceppi di Staphylococcus aureus, Staphylococcus epidermidis e Staphylococcus faecium. 
Cari amici, questo interessante studio dimostra che in natura tutto è praticamente perfetto! Anche ciò che a prima vista appare negativo o poco consono, come di norma si pensa per un parassita, che appare come uno sfruttatore di altri; in realtà, invece, questo entra “in simbiosi” con l’altro utilizzando le sue sostanze, ma anche restituendo, direttamente o indirettamente, qualcosa di suo in cambio. Una dimostrazione che evidenzia la perfezione della natura, dove il “parassita profittatore assoluto” non esiste, in quanto se prende da una parte, è anche in grado di restituire qualcosa dall’altra! Credo che solo l'uomo, col suo grande egoismo ha creato un "parassitismo" anomalo, rompendo i millenari, perfetti equilibri prima esistenti.
A domani, amici.
Mario



sabato, novembre 23, 2019

IN ITALIA LA POVERTÀ CONTINUA AD AUMENTARE: SECONDO IL RAPPORTO DELLA CARITAS DAL2007 AD OGGI I POVERI SONO AUMENTATI DEL 181 PER CENTO!


Oristano 23 novembre 2019

Cari amici,

Il recente report della Caritas appare davvero shoccante: in Italia oltre 5 milioni di persone risultano essere in povertà assoluta; dal 2007 ad oggi il numero dei poveri è cresciuto in modo esponenziale, registrando un incremento del 181 per cento, difficilmente commentabile e giustificabile. Eppure è successo.
Entrando nei dettagli del Rapporto 2019, in Italia risultano in uno stato di povertà assoluta un milione 800mila famiglie (il 7 per cento dei nuclei familiari) per un totale di oltre 5 milioni di individui (l’8,4 per cento della popolazione). I dati, seppure molto vicini a quelli del 2017, quando l’incidenza si attestava al 6,9 per cento per le famiglie e all’8,4 per cento per gli individui, evidenziano una pressoché impossibile diminuzione del triste fenomeno che continua, invece, ad aumentare.
L’aumento dal 2007 ad oggi, nella percentuale prima indicata al 181 per cento (+121 per cento sulle famiglie), appare molto più marcato nelle Regioni del Sud e delle Isole, dove l’incidenza della povertà assoluta sugli individui raggiunge rispettivamente l’11,1 per cento e il 12,0 per cento, a fronte di valori molto più contenuti registrati nel Centro (6,6 per cento) e nel Nord (6,8 per cento).
Il Report evidenzia anche che nel 2018 risultano aumentati anche i cosiddetti 'working poor', i poveri che lavorano, con particolare riferimento alla criticità delle famiglie il cui 'capofamiglia' è impiegato come operaio o assimilato; tra loro risulta povero in termini assoluti il 12,3% del totale. Colpisce e allarma il confronto tra la situazione delle famiglie di operai di oggi con quella antecedente al 2008: tra loro, in soli dieci anni, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata del 624 per cento, passando dall’1,7 per cento del 2007 al 12,3 per cento di oggi. Una catastrofe!
Più preoccupante l’emergenza presente tra i disoccupati: il report evidenzia una povertà assoluta arrivata oggi al 27,6 per cento. Ad incidere in modo particolare sulla povertà assoluta risultano per lo più la cittadinanza, l’ampiezza dei nuclei e l’eventuale presenza di figli minori, il livello di istruzione, l’età, lo stato di disoccupazione e, in caso di occupazione, il tipo di lavoro svolto.
Quanto al Reddito di Cittadinanza, il Report ha evidenziato che non mancano gli “sfavoriti”: i nuclei familiari con 5 e più componenti e i nuclei con figli minori, ricevono un aumento meno che proporzionale rispetto ai singoli, mentre le famiglie con 4 e più ricevono un importo sempre inferiore alla soglia di povertà. Il Reddito di Cittadinanza ha una platea di beneficiari potenziali di gran lunga superiore al Rei (e a oggi ne ha raggiunti più di 2 milioni), ma vi sono degli esclusi: sono gli 87.000 nuclei di stranieri extra Ue che sono stati tagliati fuori dal criterio della residenza 10 anni e i senza dimora, i restanti poveri assoluti che non rispettano i criteri di residenza e quelli che non rispettano quelli di reddito e patrimonio.
Una situazione davvero impietosa, quella messa in evidenza dalla CARITAS, dove l’Italia è evidenziata come il sesto Paese maggiormente a rischio di povertà d'Europa (27,3 per cento), dopo Bulgaria (32,8 per cento), Romania (32,5 per cento), Grecia (31,8 per cento), Lettonia (28,4 per cento) e Lituania (28,3 per cento), davanti alla Spagna (26,1 per cento) che è settima.
Il Report, infine, ha evidenziato anche il livello di istruzione. Come è ormai noto, la diffusione della povertà è strettamente correlata al titolo di studio. Gli ultimi dati Istat dicono che nelle famiglie il cui capofamiglia non possiede alcun titolo di studio, o al massimo la licenza di scuola media inferiore, i livelli di povertà superano il valore medio, collocandosi rispettivamente all'11,0 per cento e al 9,8 per cento, a fronte del 3,8 per cento in caso di possesso del titolo di diploma/laurea.
Cari amici, la Sardegna, come accennato prima, anche in questa triste analisi risulta in coda alla classifica. Lo si evince anche dal “Rapporto annuale della Delegazione Regionale 2018-2019” della Caritas Sardegna, presentato recentemente a Sassari. Secondo il rapporto, la povertà relativa in Sardegna è aumentata: si passa dal 17,3 per cento del 2017 al 19,3 per cento del 2018. 
Nel nostro territorio la Caritas di Oristano, diretta da Giovanna Lai, ha messo in evidenza che in un anno le famiglie bisognose del nostro territorio sono aumentate del 10 per cento. Sono più di 800 i poveri che chiedono aiuto: sono nuclei familiari spesso monoreddito e con figli piccoli e stranieri.
Dallo stesso rapporto è emerso anche un preoccupante primato della Provincia di Oristano: il tasso di disoccupazione giovanile è il più alto in Sardegna, avendo raggiunto il 43,2 per cento, seguito da Cagliari al 35,2 per cento, Nuoro al 28,3 per cento e infine Sassari, col 27,7 per cento.
La Sardegna, amici, continua ad essere sempre il “fanalino di coda”! Lo è da anni, forse da secoli, e questo stato di cose sembra non interessi più di tanto chi, invece, dovrebbe preoccuparsene. Sarà mai capace l’Italia che ci governa a far arrivare gli abitanti della nostra isola ad un livello tale da avere la stessa parità di diritti, di cui godono gli altri cittadini italiani?
A domani.
Mario

venerdì, novembre 22, 2019

EMOZIONARSI FA BENE! IL GRANDE POTERE BENEFICO DEI BACI E DEGLI ABBRACCI: SCATENANO LE ENDORFINE, REGALANDOCI BENESSERE!


Oristano 22 novembre 2019
Cari amici,


Il coinvolgimento emotivo ha mille le sfaccettature, estrinsecandosi con tutta una serie di comportamenti che vanno dall’abbraccio al bacio, dalla stretta di mano al “dialogo senza parole” fatto con gli sguardi. Però, la più elevata, spirituale e nobile espressione del voler bene, dell’amicizia vera e ovviamente dell’amore, per Shakespeare rimane il bacio. “Thus with a kiss I die”, ovvero, così muoio con un bacio, è l’ultima volontà di Romeo, prima di baciare Giulietta, che crede morta, e di gettarsi nella tomba con lei.
Sul bacio sono stati versati fiumi d’inchiostro, non solo quale suprema espressione d’amore e d’affetto ma anche di consolazione, come quella espressa ne “La Divina Commedia” (dal bacio di Virgilio a Dante affranto): “Lo collo poi con le braccia mi cinse, basciommi ‘l volto, e disse: - Alma sdegnosa, benedetta colei che ‘n te s’incinse!”. Il poeta e drammaturgo francese Edmond Rostand, tempo dopo, ebbe occasione di rispondere alla domanda: “Un bacio, insomma, che cos'è mai un bacio? E Lui rispose con la frase diventata tanto famosa: “Un apostrofo rosa fra le parole "t'amo".  
Passano i secoli ma le espressioni affettive che hanno come numero uno il bacio permangono e si consolidano. Il bacio, a ben guardare, è però molto più di un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”! Nella sua accezione più comune, il bacio è un gesto di grande stima e affetto che consiste generalmente nel contatto fra le labbra di due persone. Esso però non è riservato solo all’amore coniugale, in quanto assume una connotazione ben più ampia, esaltando le diverse dimensioni affettive.
Il bacio sulle labbra è da lungo tempo in uso anche fra genitori e figli, fra fratelli e sorelle o fra amici consolidati, in quest’ultimo caso, però, solo se esiste una reale, speciale confidenza, un feeling di perfetta condivisione, altrimenti il contatto è effettuato per lo più sulle guance, sulla fronte o sul collo. Di norma, anche quando il bacio tra amici è dato sulle labbra (ed è segno di forte confidenza), è posato “a fior di labbra”.
Il bacio, amici, non è però mai disgiunto da altre manifestazioni collaterali sempre molto affettuose, come l’abbraccio per esempio. Per molte persone, addirittura gli abbracci dicono molto più dei baci. L’abbraccio è carico di significati, di sensazioni profonde, ed è destinato solo alle persone che sono in sintonia con noi. Esso, in relazione a come è espresso, manifesta un certo grado di intimità, un’amicizia forte e una grande vicinanza, che rivelano coesione e piena confidenza, stima e affetto, oltre che piena conoscenza l’uno dell’altra/o.
Inoltre, così come ci sono diversi tipi di bacio, la stessa cosa vale per gli abbracci. Ci sono abbracci in cui ci si sfiora appena e ci si sorride, che denotano scarsa conoscenza l’uno dell’altro (o dell’altra), e ci sono abbracci carichi di sentimento, con l’aggiunta della posa di un braccio sulla spalla e stringendosi più o meno fortemente l'un l’altro. Quest’ultimo tipo di abbraccio evidenzia una connessione fisica ed emotiva molto forte con l’altra persona.
Ma il bacio e l’abbraccio, amici, non sono solo portatori di benessere interiore, ma anche fisico! Oltre la piacevole sensazione di benessere che le affettuosità fatte di baci e abbracci creano nelle persone che se li scambiano, a beneficiarne è anche la nostra salute corporale, con reazioni fisiche positive importanti.
Baciarsi aumenta la sintesi delle endorfine, le cosiddette molecole del benessere. Le endorfine, infatti, sono un gruppo di sostanze prodotte dal cervello, che hanno una struttura chimica simile alla morfina e ai suoi derivati. Per questo motivo svolgono un'azione analgesica ed euforizzante! Baciarsi stimola la produzione di ossitocina, un ormone che aiuta a creare fiducia, empatia, e autostima. In generale favorisce il contatto e i legami affettivi. Per questo è importante baciarsi spesso.
Le sensazioni scatenate dalla liberazione delle endorfine sono amplificate nel bacio dalla produzione di serotonina, il cosiddetto ormone della felicità. Questo neuro-mediatore liberato nel sistema nervoso regola l'umore, l'appetito e le funzioni legate alle emozioni. Inoltre riveste un ruolo di primo piano nello scambio comunicativo fra i circuiti neuronali. Contestualmente all'aumento della concentrazione di serotonina, endorfine e dopamina, il bacio diminuisce i livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress. Insomma, oltre il piacere il bacio crea anche un maggior benessere!
Infine, ironia a parte, siccome quando ci diamo dei baci muoviamo ben 29 muscoli facciali, riusciamo a bruciare ben 13 calorie al minuto! Tutto questo costituisce anche un bell'esercizio facciale, che è considerato una vera e propria ginnastica antirughe! Senza dimenticare che baciare aumenta la frequenza respiratoria, accelera il battito cardiaco e mette in moto l'apparato locomotore. Cosa vogliamo di più?
Allora cari amici, pensiamo a quanto sarebbe più bello, sereno e gratificante il nostro mondo se fosse l'amore (e non l'odio, l'intolleranza, la protervia e l'indifferenza) a dominarlo! 
Amici, se tutti ci volessimo bene, ci amassimo e rispettassimo, scambiandoci ogni giorno sorrisi ed effusioni, vivremo godendo appieno di quel paradiso sulla terra che il Signore ci ha donato…
A domani.
Mario




giovedì, novembre 21, 2019

LA PARITÀ RETRIBUTIVA TRA UOMINI E DONNE RESTA SEMPRE UN MIRAGGIO. DAL LAVORO ESECUTIVO A QUELLO DIRETTIVO, POCO RISULTA CAMBIATO.


Oristano 21 novembre 2019

Cari amici,

Le donne, che siano operaie, impiegate, funzionarie o manager, anche nel Terzo Millennio non hanno ancora raggiunto la parità con i colleghi uomini. Certo, con il passare del tempo diverse cose sono cambiate, ma per ora, quanto a retribuzione, restano differenze sostanziali tra uomini e donne, anche nelle posizioni apicali, quelle dell’alta direzione aziendale.
Lo ha confermato uno studio dell'Executive Compensation Outlook 2019, che, pur confermando la crescita della presenza femminile nei Board dell’Alta dirigenza, in termini retributivi rimane ancora un enorme “gender gap"; lo studio, ha preso in esame (entrando nei dettagli) i compensi degli executive manager e dei membri dei Board delle società italiane quotate in Borsa, messi poi a confronto da Badenoch + Clark Executive in collaborazione con l'Osservatorio JobPricing.
Nell’accurato studio sono stati evidenziati anche fattori positivi. Uno di questi è il fatto che il numero delle donne nei board aziendali è "cresciuto di circa 6 volte nell'ultimo decennio, arrivando al 36,3 per cento; il positivo trend è, in grandissima parte, frutto dell’applicazione della Legge n. 120 del 12 luglio 2011, inerente alla promozione dell'equilibrio di genere negli organi sociali delle società quotate". 
Tuttavia, anche questo trend positivo ha mostrato sia luci che ombre. Gli analisti hanno evidenziato che i membri femminili con cariche esecutive nei board delle società quotate sono appena l'11,9 per cento. Un dato che risulta decisamente inferiore alla percentuale di dirigenti donna nel mercato del lavoro italiano (32 per cento) e alla percentuale di donne in profili non esecutivi (40,4 per cento). Quanto alla posizione di Amministratore delegato, questa è ricoperta nell’88,8 per cento dei casi da uomini e solo nell’11,2 per cento da donne; a ricoprire la carica di presidente, invece, il 90,2 per cento sono uomini.
Quello che scaturisce chiaramente dallo studio è che in busta paga le differenze retributive sostanziali uomo/donna, restano! Di conseguenza il minore accesso femminile alle posizioni di vertice si traduce automaticamente in minore opportunità di guadagno, con un ampliamento, per le società quotate, del differenziale retributivo fra maschi e femmine; se tra i dirigenti italiani in generale il delta è in media poco superiore al 8 per cento, guardando alle società listate in Borsa Italiana si arriva quasi al 70 per cento (circa 200.000 euro l'anno). Se si considerano i profili non esecutivi si scende al 42,5 per cento (circa 20.000 euro l'anno)", spiega ancora il report.
Per fare un esempio pratico, in Italia un dirigente donna guadagna circa 9 mila euro lordi in meno del collega uomo. Il divario di genere, inoltre, cresce in modo considerevole al crescere del volume di affari della società quotata, passando - per i manager con funzioni esecutive - dal 50,3 per cento in aziende con fatturato fino a 100 milioni, all'86 per cento in aziende con oltre 800 milioni. Diego di Barletta, head of executive di Badenoch + Clark, annota come "il gender gap assuma dimensioni enormi nel caso di società quotate e la forte discrepanza non accenna a diminuire. Tuttavia, lascia ben sperare l'aumento delle donne nei board di società quotate che mostra trend positivo".
Cari amici, se la donna manager non sorride, perché considerata “meno pregiata” e quindi meno retribuita dell’uomo, immaginiamoci cosa succede nei gradini sottostanti! Insomma, a tutti i livelli le donne sono pagate meno degli uomini, nonostante sia dimostrato, che le lavoratrici risultano essere più istruite, più preparate dei loro colleghi maschi, ma purtroppo risultano meno retribuite. A questo bisogna aggiungere un altro dato poco felice: anche le loro pensioni risultano inferiori rispetto a quelle maschili. Circa le pensioni, infatti, a percepire una pensione inferiore ai 1.000 euro sono per lo più le donne: 50,5 per cento contro il 31 per cento degli uomini; un fossato dunque sempre più largo, che porta, come evidenziato prima, fino alle grandi aziende quotate a Piazza Affari. 
In realtà, per aggirare il contenuto della Legge n. 120 del 12 luglio 2011, tendente ad eliminare le inique differenze tra i due generi, si è arrivati all’escamotage del “Super Minimo”, ovvero il grande responsabile del “Pay gap”. Il “super minimo”, da tempo in uso nelle grandi aziende, è un bonus del tutto discrezionale che, guarda caso, le aziende erogano soprattutto ai dirigenti uomini. Più alto è il ruolo ricoperto, più grosso diventa così il divario. Basti pensare che, nelle retribuzioni più alte, per le donne il divario con il quantum percepito dagli uomini arriva a superare il 17 per cento in meno.
Cari amici, cercare di raggiungere la parità retributiva tra uomini e donne, a parità di mansioni, è un vecchio problema che continua a rimanere irrisolto.  La direttiva emanata dalla Comunità Europea sulla parità retributiva tra uomini e donne risale al 1975, e, tuttavia oggi, ad oltre quarant’anni di distanza dall’introduzione dei primi provvedimenti legislativi per la parità di stipendio, il differenziale salariale per sesso (gender Pay gap) rimane un aspetto praticamente irrisolto, che vede le donne soccombenti anche nel Terzo Millennio.
Si riuscirà mai ad arrivare ad una reale parità in tutti i sensi? Ai posteri l’ardua sentenza!
A domani.
Mario





mercoledì, novembre 20, 2019

LA GRANDE DISTRIBUZIONE FA STRAGE DEI NEGOZI DI QUARTIERE. SARDEGNA IN TESTA ALLA CLASSIFICA DELLE CHIUSURE.


Oristano 20 novembre 2019

Cari amici,

L'Ufficio studi della Associazione Artigiani e Piccole Imprese (C.G.I.A) di Mestre ha di recente reso noti alcuni dati significativi, relativi all'andamento economico delle famiglie e dei negozi in Italia. L’esame statistico ha riguardato il confronto tra il periodo pre-crisi e quelli intermedi per arrivare infine a quello odierno, mettendo in luce aspetti davvero molto preoccupanti. Rispetto al 2007 le famiglie italiane hanno tagliato i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. Nel 2018 la spesa complessiva dei nuclei familiari è stata di poco superiore ai 1.000 miliardi di euro. 
Per quanto i consumi delle famiglie italiane abbiano evidenziato la contrazione prima accennata, i beni di consumo continuano a rappresentare la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale). L’analisi dettagliata ha messo in luce che la riduzione più rilevante si è registrata al Sud, dove la spesa mensile media è diminuita di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all'anno); le famiglie del Nord l'hanno tagliata invece di 78 euro (936 euro all'anno); quelle del Centro di 31 euro (372 euro all'anno).
Queste statistiche sono state fornite da “Il Giornale Online SRL”, nell’inserto ‘crisi, disoccupazione e burocrazia’. Il coordinatore dell'Ufficio studi, Paolo Zabeo, nelle interviste rilasciate ha sottolineato come a pagare il conto siano stati in modo particolare gli artigiani e i piccoli negozianti: "I piccoli negozi e le botteghe artigiane faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono". Nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini, al contrario, le vendite sono aumentate. 
A colpire i consumi è anche "l'aumento della disoccupazione conseguente alla crisi economica". Inoltre, sulla base dei dati relativi all'artigianato e al piccolo commercio, appare evidente come fare impresa sia diventato sempre più difficile: "Il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna", si legge nello studio.
Le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70 per cento circa del totale dei consumi delle famiglie, negli ultimi 11 anni, sono scese del 5,2 per cento. Tuttavia, quelle registrate presso la grande distribuzione sono aumentate del 6,4 per cento, mentre nella piccola distribuzione (botteghe artigiane e piccoli negozi) sono precipitate del 14,5 per cento. Sebbene il gap si sia decisamente ridotto, anche in questi primi 9 mesi del 2019 i segni sono rimasti gli stessi: +1,2 per cento nella grande e -0,5 per cento nella piccola distribuzione.
Secondo il ricercatore dell'Ufficio studi, Daniele Nicolai, "anche a seguito di questa forte diminuzione dei consumi delle famiglie, la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio è scesa di numero”. Tra il settembre 2009 e lo stesso mese di quest'anno le aziende/botteghe artigiane attive, calcola lo studio, sono diminuite di 178.500 unità (-12,1 per cento), mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unità (-3,8 per cento). Complessivamente, pertanto, abbiamo perso oltre 200 mila negozi di quartiere (vicinato) in 10 anni!
Nell’analisi delle varie Regioni, la Sardegna appare la più colpita. Si, nella nostra isola la morte delle imprese artigiane ha raggiunto livelli record: in termini percentuali negli ultimi 10 anni il numero delle aziende è sceso del 19,1 per cento. Seguono l'Abruzzo con il 18,3 per cento e l'Umbria con il 16,6 per cento. Il segretario della CGIA, Renato Mason ha così commentato: "Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l'aumento dell'Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale, il peso del fisco continua ad essere troppo elevato. L'aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Inoltre, come dimostrano i dati relativi all'artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre più difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna". 
Cari amici, la lotta che ogni giorno connota l’analisi della finanziaria in corso, denota la poca chiarezza e coesione dell’attuale compagine di governo. Certe misure varate (come Quota 100 e Reddito di cittadinanza) assorbono una montagna di miliardi, senza che siano stati avviati incentivi alle imprese per assumere e sgravare i lavoratori dipendenti e i pensionati da aliquote di tasse che ormai hanno toccato limiti assolutamente fuori misura. I pochi miliardi destinati nella finanziaria al “Cuneo fiscale” appaiono solo come una goccia d’acqua fresca, in quanto poche decine di euro al mese come possono cambiare la vita di una famiglia che non riesce a cucire un 27 con l’altro?
Superare l’attuale crisi dei consumi e di molto altro (basti pensare ai pochi soldi destinati all’istruzione), sarà davvero molto difficile e credo a questo “autunno caldo” farà seguito una primavera rovente…
A domani
Mario

martedì, novembre 19, 2019

COM’È CAMBIATO LO STILE DELLA SCRITTURA NELL’ERA DIGITALE? ECCO IL “DIGITAL WRITING”, DA USARE PER COMUNICARE CON COMPETENZA NEL TERZO MILLENNIO.


Oristano 19 novembre 2019

Cari amici,

L’evoluzione della scrittura in realtà non si ferma mai. La Comunicazione scritta ha dimostrato di essere un sistema variabile nel tempo, da adattare alle diverse necessità della Società che anch’essa cambia in continuazione. Mettere nero su bianco (si fa per dire) su quanto succede nella Società, comunicare in modo non verbale ma scritto, fu la vera, prima grande rivoluzione tecnologica dell’umanità nella trasmissione del pensiero. Nonostante la critica platonica contenuta nel Fedro (275a), secondo cui essa avrebbe costretto gli uomini a richiamare le cose alla memoria meccanicamente dall’esterno e non più per introspezione, la conservazione scritta del pensiero ha permesso alle numerose generazioni che hanno fatto la storia, di trasmettere ai posteri quanto loro accaduto.
Le origini della scrittura risalgono a circa 5.500 anni fa, come hanno dimostrato gli archeologi durante le loro ricerche, svolte in almeno 4 punti del pianeta: in Medio Oriente, in Egitto, in Cina e nell’America precolombiana. In Mesopotamia, per esempio, la scrittura compare tra il 3500 e il 3300 a.C., come è testimoniato dalle tavolette d’argilla trovate intorno al luogo dove sorgeva il tempio della dea Inanna a Uruk; in Egitto il sistema di scrittura per geroglifici è testimoniato verso il 3150 a.C., (come è attestato dalla tavolozza di Narmer), mentre a Creta la scrittura risulta presente tra il 2000 e il 1200 a.C. 
Col passare dei secoli l’evoluzione è continuata senza sosta: nascono i primi alfabeti fonetici, che si sviluppano nell’area delle città fenicie o comunque sulla costa orientale del Mediterraneo. L’alfabeto greco, che fu tra l’altro alla base dei moderni sistemi di scrittura, si sviluppò tra IX e VIII secolo a.C., partendo dalla base dell’alfabeto fenicio. Successivamente il più diffuso alfabeto discendente da quello greco fu l'alfabeto latino, che si diffuse rapidamente in tutto il mondo allora conosciuto, conquistato quasi per intero dai romani. Per farla breve, nei secoli successivi avvennero quei numerosi perfezionamenti e cambiamenti ulteriori, che hanno portato la scrittura allo stato attuale.
Ebbene, per chi pensasse che l’evoluzione della scrittura, quello straordinario sistema di trasmissione del pensiero umano, fosse terminata, che la scrittura fosse ormai arrivata al top, al capolinea, si può rispondere con un sicuro "NO", perché essa continua senza sosta a modificarsi ulteriormente, e in futuro certamente lo farà anche in maniera più forte e innovativa, visti i costanti, nuovi sistemi che la tecnologia mette sul tappeto. 
L’evoluzione di cui voglio parlare con Voi oggi è quella più recente, quella enormemente innovativa, che è stata definita, con un termine mutuato dall’inglese, “Digital Writing”, avvero scrittura digitale, che, rispetto alle forme precedenti dello scrivere, ha al suo interno delle sue particolari, nuove e diverse regole.
Luciana De Laurentiis, senior manager of Internal communication di Fastweb, e autrice del libro Digitaliano, conosce perfettamente il nuovo sistema, in quanto è costantemente impegnata in corsi di formazione per parlare delle diverse tecniche che qualificano il Digital Writing, oltre che delle nuove sfide che nell'era digitale ci troviamo ad affrontare. La Fastweb, azienda per cui opera Luciana De Laurentis, ha deciso di dedicare all'universo digitale un’attenzione particolare, tanto da aver creato recentemente la Fastweb Digital Academy, una realtà (che opera in modo totalmente gratuito) nata per far conoscere in modo pratico “i trucchi” della moderna scrittura digitale. 
Amici, certo è che dalle “tavolette d’argilla” di cinquemila anni fa al “Cloud” dell’era moderna, di acqua ne è passata tanta sotti i ponti! Anche facendo il confronto con i tempi abbastanza recenti, gli impegni lavorativi di oggi (lettere commerciali o personali battute a macchina, stesura di conferenze o scrittura di libri o romanzi), sono straordinariamente diversi da quelli di 10 anni fa. Rispetto ad ieri c’è da mettere in luce che la scrittura corrente, nell'era del digitale, presenta una linea di confine sottilissima tra la realtà e la percezione; il para-verbale della scrittura, per esempio, finirà per parlare di noi a qualcuno che di fatto non ci conosce, e che fatica a capire che cosa vogliamo veramente comunicare. Ecco allora la necessità di utilizzare un linguaggio semplice e immediatamente comprensibile.
In quest’ottica le regole della scrittura digitale sono semplici ma rigorosissime. Regole che in primo luogo perdono, senza possibilità di recupero, fronzoli e abbellimenti, in quanto il messaggio deve arrivare dritto al cuore di chi lo legge. In realtà l’idea dello snellimento del messaggio non è una fantasiosa ipotesi nata oggi, ma mutuata da un pensiero di 70 anni fa, fatto da un grande uomo del passato, quel paffuto signore passato alla storia come uno dei più grandi politici inglesi: Winston Churchill. Sir Winston, nel 1945, emanò una circolare per insegnare a scrivere i telegrammi con le stesse regole che usiamo oggi nel digitale. Incredibile ma vero! 
Le regole del “Digital Writing” sono molto chiare: bisogna cercare di mettersi sempre nei panni di chi legge quanto scriviamo, facendo sempre una scelta accurata di parole con l’utilizzo di una sintesi efficace, ristrutturando i contenuti e ipertestualizzando il testo, sfruttando il più possibile l’utilizzo dei link; queste sono le tre regole chiave da seguire per avere una scrittura di buon livello nell'universo del digitale. Regole di sintesi, valide non solo per quanto scritto, ma anche per il discorso parlato, anche in questo caso cercando di essere il più possibile: concisi, cortesi e convincenti.
Cari amici, che scriviamo una lettera o una email, un post sui social, o un commento a quanto pubblicato da altri, la regola è sempre la stessa: brevi, chiari e sintetici. Lo possiamo fare utilizzando sempre un linguaggio positivo, semplice, evitando l'utilizzo delle parole straniere e dei luoghi comuni. Chi ci legge deve capire subito il nostro pensiero, perché il tempo è sempre più prezioso! 
Chiudo ricordando di non dimenticare mai che "le parole sono e rimangono sempre pietre", a volte anche pesantissime (che una volta lanciate non si possono richiamare per farle tornare indietro), per questo vanno usate e soppesate bene, soprattutto oggi nell’era digitale dove ogni pagina dei social è una lavagna aperta sul mondo! 
A domani.
Mario