mercoledì, febbraio 24, 2016

ASSOCIAZIONISMO E RAPPRESENTANZA. LA LOGICA (IL VALORE) DELL’ALTERNANZA NEL CONTESTO DELLA VITA SOCIALE.

Oristano 24 Febbraio 2016
Cari amici,
L’associazionismo, quello che noi oggi chiamiamo terzo settore, ha le sue vere radici negli Stati Uniti d’America. Figlio di quella “nuova società”, che si era evoluta in un contesto multietnico e multirazziale, era frutto della straordinaria immigrazione proveniente da tutte le parti del ‘vecchio mondo’, che in quel contesto creò una società libera, senza gli orpelli di regnanti e nobili, che invece continuavano a connotare l’Europa alla fine del ‘900. Fu però uno studioso europeo, Alexis de Tocqueville, francese di nascita e pure nobile, ad analizzare la nascita e l’evoluzione dell’Associazionismo, mettendo a confronto in modo preciso l’enorme differenza che caratterizzava il contesto sociale del nuovo mondo se rapportato al vecchio.
Questo studio, divenuto un libro-diario che al rientro di Tocqueville in Europa circolò con il titolo di “La democrazia in America”, contribuì sicuramente a far attecchire il seme del volontariato anche in Europa.  Oggi il settore dell’associazionismo No-Profit, definito Terzo settore, è sicuramente una colonna importante del welfare. È definito terzo settore in quanto si differenzia dal Primo, lo Stato, che eroga beni e servizi pubblici, e dal Secondo, il mercato o settore profit, che produce beni privati, andando a completare e sostenere quei campi “scoperti” che sfuggono sia al primo che al secondo, venendo incontro ai bisogni personali ed alle esigenze delle categorie deboli, impossibilitate ad accedere agli strumenti del mercato, e neppure usufruire della mano pubblica.
Questa mia riflessione, amici, non vuole certo affrontare con Voi oggi la storia e l’evoluzione delle strutture socio-assistenziali e di volontariato in genere, ma analizzarne solo alcune problematiche, comuni alla gran parte delle Associazioni, e riferite sia alla loro struttura organizzativa che al loro funzionamento. Lo faccio da ‘appartenente’ ad alcune associazioni, e quindi dopo essermi reso conto di persona delle ragioni e dei motivi che sono alla base di determinate regole della loro vita sociale. Il problema, certamente il più importante per la conduzione di una associazione, è la sua rappresentanza, ovvero la struttura di gestione e comando, che deve far in modo che essa duri e si perpetui nel tempo.
Partendo dal presupposto che la gran parte degli appartenenti alle associazioni è costituita da persone entrate a farne parte volontariamente, e che conseguentemente non ci sono né traguardi personali da raggiungere, carriere o retribuzioni, vediamo come viene strutturato – in linea di massima – l’organigramma che deve governarle. Se gli appartenenti al gruppo sono tutti uguali, allora l’unica ipotesi gestionale possibile e la rotazione negli incarichi. Ci sarà chi, per un determinato periodo farà il Presidente, chi il Vice, chi il Segretario, il Tesoriere e così via. La durata dell’incarico può essere varia, da un anno a più anni, ma certamente con il fondamento basilare della regolare rotazione.
Una delle associazioni a cui appartengo da lunga data (sono socio di un club del Rotary International) prevede la rotazione Annuale negli incarichi. L’elezione, pur prevedendo un eventuale rinnovo, è fatta per un anno e, alla scadenza, il socio torna nel gruppo riprendendo a svolgere il compito di rotariano, come al momento dell’ingresso nel club. L’altra associazione a cui appartengo (è l’Ordine Equestre del S. S. di Gerusalemme) prevede incarichi di durata quadriennale, rinnovabili una sola volta, dopo di che si ritorna in campo con la stessa voglia e con lo stesso entusiasmo di prima.
Io non so a quanti, questo sistema di parità ed uguaglianza, possa calzare a pennello: io lo condivido e sottoscrivo senza se e senza ma, perché ritengo che sia la formula più giusta possibile. Cerco di chiarire i motivi di questo mia convincimento. Per farlo parto da un concetto che, esulando dalla logica profit, entra proprio nel suo contrario: il no-profit. No-profit che, nella mia visione di servizio, significa proprio operare senza trarne benefici o vantaggi personali; quindi, il fatto che il gruppo mi abbia scelto per fare temporaneamente il Segretario, il tesoriere o il Presidente, significa che mi ha considerato capace di farlo (e per me questo dovrebbe costituire un grande motivo di orgoglio), ma anche che – alla scadenza del mandato – devo rientrare nei ranghi e riprendere, come prima e più di prima, il mio ruolo di servizio per cui sono entrato a farne parte.
Cari amici, chi entra nel Rotary sa che il suo motto operativo è “Servire al di sopra dell’interesse personale”, che dice, in modo chiaro, che chi entra a farne parte deve farlo non per avere vantaggi o servigi, ma per dare, per offrire la sua competenza e la sua professionalità agli altri, senza nulla chiedere in cambio. Faccio parte di questa associazione dagli anni novanta del secolo scorso. In questo non breve periodo, nel mio club di appartenenza (Oristano) ho svolto praticamente tutte le mansioni: tesoriere, segretario, Presidente (3 volte), Vice Presidente, Prefetto cerimoniere, consigliere. Nella struttura superiore (il Distretto) sono stato cooptato come componente di Commissioni, come Presidente delle stesse, come Assistente del Governatore (6 volte), come componente del Comitato di redazione del periodico dell’associazione.
Credetemi, al termine di ogni incarico, non ho mai avuto problemi a riprendere a fare il socio del club. Pensate che questa mia logica sia difficile da accettare? Non è difficile, basta pensare sempre che siamo tutti utili ma nessuno è indispensabile, e che, se siamo coerenti, accettando di far parte di una libera associazione di servizio, dovremmo entrare per servire, non per servircene.
Grazie, amici, a domani.

Mario 

martedì, febbraio 23, 2016

LA NOSTRA COSTITUZIONE E LA LIBERTÀ DI MANDATO PARLAMENTARE. IL VERTIGINOSO AUMENTO DEI “CAMBIA-CASACCA”, FA RIFLETTERE NON POCO!

Oristano 23 Febbraio 2016
Cari amici,
non so quanti di Voi sappiano che in questa legislatura fino ad oggi oltre 300, tra deputati e senatori, hanno “cambiato casacca”, ovvero hanno lasciato lo schieramento in cui erano stati eletti per confluire in un’altra formazione politica. La pattuglia, in effetti, risulta alquanto numerosa, quantitativamente mai vista prima! Non, quindi, uno sparuto gruppetto di eletti non più in sintonia con il gruppo elettorale di partenza, ma una vera e propria “legione straniera”, una specie di grosso gregge in transumanza. Si, questo Parlamento in carica è riuscito a battere tutti i record del passato, con una media di 10 deputati e senatori al mese, contro i 4 per mese della scorsa legislatura.
Questi dati sono stati diffusi da OpenPolis, (l'associazione di promozione sociale che si occupa di accesso ai dati pubblici promuovendo progetti e piattaforme web volte alla partecipazione democratica dei cittadini e al confronto con la classe politica), e hanno meravigliato non poco. Per quanto possa apparire scandaloso, però, il fenomeno non è certo nuovo: la piaga del trasformismo e dei voltagabbana ha sempre imperversato nelle pieghe della politica. A leggere i fatti del passato, questo trsformismo fece storia tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, riesplodendo successivamente alla metà degli anni Novanta, dopo il tramonto della prima Repubblica e l'introduzione del sistema maggioritario. Il fenomeno, lungi dal diminuire col passare del tempo, sta assumendo proporzioni sempre più importanti, come appunto rilevato da OpenPolis.
In realtà, quando un brutto fenomeno anziché diminuire aumenta, sorge spontaneo il desiderio di trovare soluzioni risolventi, anche drastiche. Le proporzioni attuali del fenomeno, che alcuni considerano allarmanti, spingono molti a proporre misure draconiane per cercare di arginarlo. Alcuni partiti ricorrono alle multe, come il Movimento 5 stelle, altri arrivano addirittura a sollecitare il ripristino del “mandato vincolato” ai parlamentari. Il vincolo di mandato (o mandato imperativo), voglio ricordarlo, vigeva in Europa prima della Rivoluzione francese. Era infatti pratica comune nelle assemblee rappresentative dell’Ancien Régime (ad esempio i famosi Stati generali francesi). Secondo il diritto costituzionale, esso consiste nell’instaurazione di un rapporto esclusivo tra l’eletto e la specifica fazione che l’aveva votato e che, in ogni momento, poteva revocargli il mandato, qualora questi non realizzasse gli obiettivi per i quali l’aveva ricevuto.
Il divieto di mandato imperativo è oggi presente in quasi tutte le democrazie rappresentative. Nella Costituzione francese (articolo 27, comma 1), in Germania (articolo 38, comma 1 della Legge Fondamentale), nella Costituzione spagnola (articolo 67, comma 2) e così via. Il mandato imperativo è rimasto in quattro Paesi: Portogallo, Bangladesh, India e Panama; come ha spiegato anche il Sole 24 Ore, in Portogallo, ad esempio, chi lascia il suo gruppo in Parlamento cessa di essere parlamentare. Negli altri Paesi, il parlamentare perde il seggio se ci si dimette dal gruppo parlamentare e/o si vota in modo diverso dalle indicazioni del partito in cui si era stati eletti.
La nostra Costituzione prevede espressamente il divieto del mandato imperativo (art.67 della Cost.), chiarendo espressamente l’esistenza della “libertà di mandato”. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, tra il 1946 e il 1947, la questione del libero mandato venne discussa ampiamente. Uno dei relatori, il giurista Costantino Mortati, disse: «Sottrarre il deputato alla rappresentanza di interessi particolari significa che esso non rappresenta il suo partito o la sua categoria, ma la Nazione nel suo insieme». Questo principio fu poi adottato a maggioranza: ed è oggi ben espresso proprio nell'art. 67 della Costituzione, entrata in vigore nel 1948.
Proprio per questo principio, il parlamentare, una volta eletto dal gruppo di cittadini che lo ha votato, non agisce quale loro mandatario, ma è libero di compiere le scelte politiche che ritiene più opportune. Ciò significa che egli non può essere chiamato a rispondere civilmente delle proprie decisioni, anche se in contrasto col suo 'gruppo', ma sicuramente si può affermare che politicamente “si gioca la rielezione”, in quanto difficilmente chi lo aveva votato lo rieleggerà. In passato, tra i metodi usati dai partiti per garantire il rispetto della linea politica da parte dell’eletto vi erano le dimissioni con data in bianco (da firmare all'atto di adesione al partito) e la deposizione anticipata del mandato (cioè l'abbandono della carica su semplice richiesta del partito). Ora, però, i tempi sono cambiati.
Cari amici, via sempre più libera, dunque, ai cambi di casacca, che, come detto prima, hanno interessato praticamente tutto l'arco costituzionale. Il rimedio, a mio avviso, non sta tanto nel proporre di tornare al passato cercando di ripristinare il ‘mandato imperativo’, ma in quello di scegliere, come nostri “rappresentanti nelle Istituzioni”, persone serie, con reale e concreta competenza. È la “libera saggezza” degli eletti, fatta di serietà, etica, competenza, disponibilità e rispetto per gli elettori, che stabilisce quel forte ‘vincolo morale’ che è certamente ben più valido del vincolo giuridico.
Grazie amici, a domani.

Mario

lunedì, febbraio 22, 2016

BREXIT: CAMERON HA VINTO IL BRACCIO DI FERRO CON L’EUROPA, MA CHI HA REALMENTE PERSO? SIGNIFICATO E CONSEGUENZE DI UN ACCORDO CHE FA FIGLI E FIGLIASTRI.

Oristano 22 Febbraio 2016
Cari amici,
sapete tutti, Voi che mi leggete, che sono un europeista convinto. Ho sempre sostenuto che un’Europa a metà, né carne né pesce, ha vita corta e non va da nessuna parte, ma oggi non voglio ripetermi. Voglio solo riflettere sul perché, ma soprattutto sulle conseguenze che il recente accoglimento delle richieste inglesi fatte all’Europa (che portano l’ermetico termine di BREXIT) potrà avere in futuro. A prescindere dal fatto che in un’Europa che aspira a diventare Stato Federale non ci dovrebbero essere stati-figli e stati-figliastri, le recenti concessioni, fatte solo con lo scopo di evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, potrebbero avere conseguenze devastanti, capaci di innescare una reazione a catena che anziché consolidare una situazione precaria potrebbe addirittura disintegrarla.
«Accordo fatto tra la Gran Bretagna e l’Ue, il teatro è finito», ha scritto il Corriere della Sera, riportando quanto annunciato via Twitter dalla presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite, mentre ancora era in corso la cena dei leader europei riuniti per trovare un compromesso di fronte all'ipotesi di un disimpegno di Londra dall'Unione Europea. La notizia è poi diventata ufficiale: il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk ha confermato che «l’accordo c’è», fatto per scongiurare la “Brexit”, e sottolineando che «il sostegno all’accordo è stato unanime». Vediamo, intanto, cosa è stato concesso a Londra.
Le principali condizioni poste da Londra all’UE per evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione sono state sostanzialmente quattro. Cameron, inoltrando le richieste al Presidente dell’UE, Donald Tusk, ha chiesto che il Regno Unito possa sganciarsi, in maniera automatica, dalle pesanti clausole dei Trattati che legano Londra all’Unione Europea, oggi vincolanti e sempre più costrittive. Inoltre ha chiesto che vengano riservate alla sterlina le stesse attenzioni riservate all’euro. Il governo britannico, ha sottolineato, dovrebbe avere maggior potere sulle decisioni prese dall’UE, senza doversi obbligatoriamente adeguare alle decisioni comunitarie, come per esempio sulla questione dell’accesso al welfare inglese da parte dei cittadini comunitari stranieri. Oltre a quanto sopra, Cameron ha ribadito che le Istituzioni dell’Unione Europea non debbono esercitare alcun potere sulle politiche monetarie dell’Inghilterra. Mica cosette di poco conto!
Una delle concessioni più importanti è stata, dunque, quella relativa al welfare. Alla Gran Bretagna è stato concesso di poter attivare per 7 anni il cosiddetto `freno d’emergenza´ per l’accesso ai benefici del welfare. Nel testo dell’accordo con l’Ue, raggiunto dopo oltre 24 ore di negoziato, è precisato che la limitazione si applicherà «a tutti i lavoratori nuovi arrivati per un periodo di 7 anni». L’accesso ai benefici sarà graduale, nell’arco di quattro anni. La richiesta di Cameron era di 7 anni, rinnovabili per due periodi di 3 anni ciascuno. Se ne accorgeranno anche i molti giovani italiani che vanno a lavorare a Londra...
Ma se Cameron ha vinto il suo braccio di ferro con l’Europa, siamo sicuri che tutto finirà lì? Gli altri Paesi, siamo sicuri che non seguiranno il suo esempio? In tanti bussano alla porta dell’UE chiedendo di modificare le regole: dalla gestione dei migranti ai paletti economici, fino all’integrazione politica. Assecondare Londra potrebbe aver significato per Bruxelles ritrovarsi a gestire un susseguirsi di richieste difficili da accogliere. Perché da Varsavia a Parigi, da Roma a Helsinki, tutti hanno apparentemente “buone idee” di cambiamento, purtroppo però tutte diverse tra loro, su come dovrebbe funzionare meglio l’Europa.
Ma la partita è ancora al primo tempo, il bello deve ancora venire! Se è pur vero che la Gran Bretagna è un Paese fondamentale nel mosaico comunitario, aver ceduto alle richieste di Cameron potrebbe aprire una nuova fase nelle relazioni tra Bruxelles e il resto d’Europa. Le questioni sul tappeto certo non mancano: dal problema dei profughi (l’ipotesi di una sospensione del trattato di Schengen resta sul tavolo, anche se Italia e Grecia sono pronte a battersi perché non accada) a quello della necessità di una difesa comune (reclamata per esempio dalla Polonia), da una maggiore flessibilità (cosa reclamata a gran voce anche dall’Italia) ad una copertura comune per i debiti sovrani degli Stati. Insomma si è passati da un graduale passaggio di poteri e competenze dagli Stati all’UE, ad un ‘ritorno’ di poteri agli Stati membri.
Cari amici, siamo sicuri che un’Europa così “zoppa” potrà continuare a funzionare? Io penso proprio di no. L’ho detto e ridetto anche su questo blog che l’unica possibilità di sopravvivenza dell’UE e la trasformazione in Stato Federale, altrimenti possiamo considerarla agli sgoccioli. Intanto non è detto che il recente accordo faccia restare la Gran Bretagna in Europa. Il referendum certamente si farà e il suo esito è ancora molto incerto. L’addio di Londra potrebbe davvero dare il colpo di grazia: potrebbe innescare una reazione a catena che annienterebbe l’Unione in poco tempo. I movimenti anti euro cavalcherebbero quest’uscita alla grande (a partire dalla Francia di Le Pen), non escludendo neanche l’Italia.
Il futuro dell’Europa potrebbe essere davvero legato ad un filo…
A domani.

Mario

domenica, febbraio 21, 2016

MATRIMONIO E UNIONI CIVILI. STEPCHILD ADOPTION E UTERO IN AFFITTO NON SONO, FORSE, FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA? IL VERO NODO DEL DDL CIRINNÀ.

Oristano 21 Febbraio 2016
Cari amici,
il lungo, difficile e tormentato iter che sta seguendo al Senato la legge sulle unioni civili merita senz’altro molte riflessioni, anche da parte dei ‘non addetti ai lavori’, intendendo con questo termine ciascuno di noi cittadini, che dovremmo sempre soppesare quanto, ci piaccia o no, bolle in pentola. Che modificare una struttura radicata nei secoli (anzi, nei millenni) come la famiglia, da sempre pietra miliare della Società, sia di una difficoltà enorme non vi è dubbio, anche se tutti sappiamo che nulla è immutabile. Ma il cambiamento in atto, però, è qualcosa di macroscopico, in grado di stravolgere l’attuale concetto di famiglia che resiste da millenni, 'status quo' difficile se non impossibile da gettare alle ortiche, se non trovando un modo intelligentemente e coerente di regolamentazione, creando il nuovo assetto senza distruggere il vecchio.
Il concetto di famiglia si è consolidato nei secoli con uno scopo ben preciso: costruire il futuro dell’uomo perpetuando la specie e trasmettendo la vita con la nascita delle generazioni future, non certo per vivere meglio insieme, godendosi la piacevole compagnia di altri partner. Partendo da questo presupposto, a mio avviso, stare insieme (convivenza) e formare una famiglia (procreazione) sono due cose nettamente differenti: metterle insieme, creare un unico calderone, sarebbe certamente uno snaturare il concetto stesso di famiglia, che da sempre ha identificato lo stare insieme per la procreazione, perpetuando la specie. Il fatto poi che si possa stare insieme anche fuori dal concetto di famiglia (in senso classico) di per se non è certo un male, anzi! Ma parificare questi due sistemi, questi due modi di convivere, mi sembra a dir poco azzardato.
Fatta questa premessa, proviamo ad entrare un attimo tre le pieghe dell’attuale legge in discussione in Parlamento, che si basa sul DDL Cirinnà, dal nome della Senatrice proponente. Fermo restando che anche l’Italia ha necessità di varare norme di legge per regolamentare le convivenze, più chiaramente definite ‘unioni civili’, i forti dubbi che sorgono sono quelli sul modo di regolamentare questo ‘stare insieme’. Le ipotesi sul tappeto credo che superino le reali necessità di regolamentazione di queste unioni, che debordano da quello che, nella realtà, la gran parte degli italiani secondo me vorrebbe. Cerco di spiegarmi meglio.
Il decreto Cirinnà, in sintesi, è diviso in due parti: la prima riguarda specificatamente le coppie dello stesso sesso e prevede sia l'adozione del figlio del partner sia la reversibilità della pensione. La seconda è dedicata alle convivenze di fatto, sia etero che omosessuali. Le convivenze tra queste coppie di fatto, tanto etero quanto omosessuali, vedranno regolati i loro diritti, sanciti sia dalla giurisprudenza italiana che europea, relativamente alla reciproca assistenza (ciascun convivente può designare l'altro con pieni poteri o limitati per le decisioni in materia di salute o in caso di morte), alla permanenza nella casa in cui si vive assieme, compresi diritti successori (contratti, casa d'abitazione, diritti nell'attività di impresa).
Tolti alcuni punti fermi e da tutti in realtà accettati, una delle parti più spinose del provvedimento legislativo è quella che, nel regolamentare ufficialmente la convivenza ‘simil-matrimoniale’ delle coppie dello stesso sesso, prevede e consente anche l’adozione, da parte di uno dei due, del figlio dell'altro partner, la così detta stepchild adoption. Parte della legge, quest’ultima, abbondantemente contestata, in quanto risultano numerosi i motivi alla base del rifiuto all’approvazione, da parte di un variegato gruppo di esponenti politici sia della maggioranza che dell’opposizione.
Il motivo principale è la considerazione che, di fatto, la stepchild adoption appare come un ‘cavallo di Troia’ per far entrare dalla finestra quello che non può entrare dalla porta: il così detto utero in affitto. In Italia l’utero in affitto è vietato dalla Legge 40, ma non lo è in altri Paesi. Com’è accaduto più di una volta in Italia, sono stati proprio i giudici a non punire chi è tornato dall’estero con il bimbo in braccio, frutto di un utero in affitto. Timori fuori luogo, dicono i sostenitori, in quanto non c’è nessuna correlazione tra la particolare forma di adozione contenuta nella nuova legge e l’utero in affitto. Apparenza, si potrebbe dire, in quanto i dubbi restano, eccome!
Leggendo con attenzione l’art. 44 della legge sulle adozioni, modificato dal DDL Cirinnà, qualche dubbio più che fondato, infatti, viene a galla. La nuova legge, nel prevedere che il partner di una coppia omosessuale possa adottare il figlio dell’altro, percorre tre possibili sentieri: o uno dei partner ha un figlio avuto da una precedente relazione, oppure in precedenza aveva adottato un bambino; terza ipotesi: uno dei partner ha avuto un figlio in altri modi: tramite la donazione di gameti maschili (se coppie formate da due donne) ovvero, tramite la maternità surrogata (coppie formate da due uomini), ovvero con il così detto “utero in affitto”.
Sostenere che il DDL Cirinnà non c’entri nulla con l’utero in affitto è vero e falso allo stesso tempo. E’ vero, in quanto la norma non legalizza l’utero in affitto né lo disciplina; è falso, perché comunque non lo esclude dall’ambito di applicazione della norma (nel senso che non lo proibisce, magari stabilendo che la legge sulle adozioni, e in particolar modo l’art. 44, non si applichi nel caso di figlio avuto con questi metodi). E non pensiamo che quanto detto sia solo teoria, perché fatti recenti lo smentiscono platealmente.
Recentemente la Corte d’Appello di Milano ha assolto una coppia di coniugi ultrasessantenni di Varese dall’accusa di falso, proprio in un caso di maternità surrogata. Quattro anni fa si erano recati a Kiev in una delle cliniche specializzate nelle pratiche di fecondazione assistita, dove, con i gameti dell’uomo e un utero in affitto erano nati 2 gemelli. Registrati nella capitale ucraina i due gemelli, sono stati portati in Italia e registrati nuovamente a Varese come loro figli. Le successive indagini accertarono la violazione della Legge 40, in quanto la donna dall’esame del DNA non risultava la madre biologica. Pertanto il Tribunale di Varese nella sentenza di primo grado condannò la coppia per falso ad un anno e sei mesi di carcere.
In appello, però, il verdetto venne ribaltato: assoluzione piena. Secondo la Corte, che depositerà per intero le sue motivazioni, anche di fronte a delle violazioni, a prevalere è sempre l’interesse del minore. Anche la Corte di Strasburgo, di recente, ha dichiarato che l’interesse prevalente deve essere quello dei minori. In questo caso, una condanna dei genitori avrebbe penalizzato i 2 bambini, che all’età di quattro anni sarebbero stati tolti a chi fino a quel momento li aveva cresciuti. Il recente pronunciamento dei giudici milanesi non fa che dimostrare che la Stepchild Adoption può costituire un grimaldello forte, capace di scardinare i divieti previsti dalla Legge 40, aggirandola legalmente.
Cari amici, il problema è certamente complesso e non facile da risolvere. Tuttavia, sappiamo tutti che a certi risultati si arriva sempre per gradi. Io credo che la legge in discussione vada approvata limitandosi a regolamentare le unioni civili, sia dal punto di vista patrimoniale che sociale, mentre per le adozioni è l’intera legge che va rivista, mettendo mano ad una riforma completa dell’attuale normativa, eliminando quanto di obsoleto la legge in vigore contiene e integrandola. Io non credo che questo sia chiedere troppo! Il problema, senza nascondersi dietro il dito, è di vitale importanza: la pratica dell’utero in affitto è qualcosa di troppo serie per essere ignorata! I dati parlano da soli: in Italia, secondo stime attendibili, si verificano fino a 4mila casi all’anno. Non è cosa da poco…
Grazie, amici, a domani.
Mario

sabato, febbraio 20, 2016

BUDELLI E LA SUA SPIAGGIA ROSA. QUANDO I BAMBINI SONO CAPACI DI SOSTITUIRSI ALLO STATO. UNA BRILLANTE INIZIATIVA CHE CI AUGURIAMO POSSA CONCLUDERSI FELICEMENTE.

Oristano 20 febbraio 2016
Cari amici,
spesso, pur nella loro ingenuità, i bambini fanno ragionamenti da grandi. Anzi, dico di più: nella loro logica pur elementare, sanno essere più lungimiranti di certi politici che ci governano temendo comportamenti da elefante in un campo di margherite! Perché oggi mi fiondo a Voi con queste ironiche considerazioni? È presto detto: voglio parlarvi del “pasticciaccio brutto” dell’sola di Budelli, una delle perle del mare sardo, un paradiso terrestre di rara bellezza, la cui sorte è da tempo appesa a un filo. Per chi non ne conosce la storia recente, eccola in sintesi.
L'odissea dell'isola di Budelli, da sempre proprietà privata pur essendo una delle perle dell'Arcipelago della Maddalena nel mare di Sardegna (inclusa tra l’altro nel Parco Nazionale Arcipelago della Maddalena), cominciò dopo il 2.000. Questo paradiso terrestre di circa 160 ettari (che comprende la celebre " Spiaggia rosa", immortalata nel film "Deserto Rosso" di Michelangelo Antonioni del 1964, che la utilizzò per l'ambientazione di alcune scene), a seguito di cattive vicende economiche del proprietario finì, con altri suoi beni, all’asta. Dopo le non poche lungaggini della procedura esecutiva immobiliare, se la aggiudicò nel 2013 un magnate neozelandese di nome Michael Richard Harte.
Questo “passaggio in mano straniera”, però, non passò inosservato: la mobilitazione degli ambientalisti fu grande: fece tale e tanto scalpore che lo Stato, finalmente, si decise ad esercitare il diritto di prelazione, previsto in questi casi per legge. Per reperire i fondi il Governo inserì una apposita "voce" di 3 milioni di euro (questo il valore di stima) nella legge di stabilità del 2014.
L’operazione di salvaguardia messa in atto dallo Stato, però, infastidì non poco Mister Harte, che non si diede affatto per vinto. Inizialmente fece ricorso al TAR Sardegna, che gli diede però torto; si rivolse allora al Consiglio di Stato che ribaltò il verdetto del Tar con la motivazione formale che il Parco nazionale Arcipelago della Maddalena non aveva ancora adottato il piano previsto dalla legge quadro sulle aree protette (n.394). Conseguentemente, a tempo di record, il Tribunale di Tempio Pausania diede esecuzione alla sentenza, impegnando l'acquirente a versare 2,9 milioni di euro entro 60 giorni. Sembrava ‘storia finita’, ma così non era.
L’ipotesi del definitivo passaggio dell'isola di Budelli ad un privato, per giunta straniero, non fece demordere le resistenze degli ambientalisti. Loro, gli irriducibili protettori di Budelli, attraverso una nuova petizione popolare reclamarono a gran voce l'esproprio dell'isola. Questo lungo braccio di ferro portò i suoi frutti: alla fine il magnate neozelandese Michael Harte, si decise a rinunciare all'acquisto dell'isola, defilandosi e non versando la cifra pattuita. In una lettera inviata dal suo ‘entourage’ al sindaco si legge: «Purtroppo mister Harte ritiene che non vi siano le condizioni necessarie o sufficienti per realizzare il piano di conservazione e ricerca ambientale da lui auspicato, la cui utilità e pubblico interesse è stata riconosciuta anche dal Consiglio di Stato». Un modo elegante per dire che l’uomo si defilava per colpa altrui.
Tutto è bene ciò che finisce bene, allora? Ma no, la telenovela continua! Sapete perché? Perché qualcuno, ora, deve trovare i 3 milioni di euro necessari per sanare la pendenza dei vecchi proprietari, e lo Stato non sembra disposto a metterli (forse perché non li ha). Che fare allora? Il tribunale sta per riprendere la vecchia tiritera…avviando una nuova procedura di assegnazione. È a questo punto che, inaspettato, arriva il curioso intervento che accennavo in premessa.
"L'Isola di Budelli la compriamo noi: sarà l'isola dei ragazzi", questo quanto gridato a gran voce dai ragazzi della seconda II B della scuola media di Mosso (Biella), per difendere dalla speculazione edilizia l’isola di Budelli, come si legge sulla Stampa. La cosa che meraviglia, amici miei, è che questo grido di dolore, questo appello, non è venuto da una scuola sarda, come tutti si sarebbero aspettati, ma da una parecchio lontana dall’Isola! Questi meravigliosi ragazzi piemontesi, per trasformare il loro sogno in realtà, hanno già preparato una pagina Facebook, in modo da poter coinvolgere tutti gli studenti italiani: ovviamente a partire proprio dagli alunni delle scuole della Sardegna, sicuramente i più interessati e che, proprio loro, avrebbero dovuto fare da cassa di risonanza in campo nazionale.
L’idea di questi ragazzi, che quanto a fumetti sono dei veri esperti (conoscono bene Paperon de' Paperoni, che costruì il suo impero partendo da un primo magico cent), è già operativa: hanno raccolto tra di loro ben 75 euro che hanno poi versato in un conto corrente con la seguente causale: “Contributo per l’acquisto dell’isola di Budelli”.  Questi primi soldi sembrano pochi, ma l’importante è aver fatto il primo passo. Ecco cosa dicono: “Noi abbiamo donato 5 centesimi per ciascuno dei 1500 abitanti del nostro paese. Il messaggio che vogliamo lanciare è questo: se tutti gli studenti italiani donassero 50 centesimi potremmo mettere insieme i tre milioni di euro necessari per vincere la prossima asta. Così eviteremo che questo patrimonio finisca nelle mani di un privato, di uno sconosciuto”.  Un progetto, a mio avviso, quello portato avanti dai ragazzi, da dieci e lode.
Cari amici, la geniale trovata di questi ragazzi piemontesi di scuola media, subito supportati dal loro docente di Scienze, Prof. Giuseppe Paschetto, credo sia un grande esempio da imitare, soprattutto da noi sardi: è col cuore che si raggiungono certi traguardi.  I ragazzi sono già entusiasti: “Mia mamma è di origine sarda e anche io in fondo mi sento un po’ isolana - dice Eleonora Cavagna alla Stampa -. Non ho mai avuto la possibilità di visitare Budelli ma ho a cuore il destino di quest’isola”. Lorenzo Fiorito, sempre dalle pagine del quotidiano di Torino, incoraggia i compagni: “I social network saranno per noi un’arma in più. Sono sicuro che tantissimi studenti aderiranno al nostro progetto. Noi, d’altronde, ci abbiamo messo pochissimo tempo a raccogliere i 75 euro per la causa. Sarebbe ancora più bello se riuscissimo a coinvolgere anche gli studenti degli altri Stati che si affacciano sul Mediterraneo”.
L’entusiasmo è contagioso, si sa. La speranza è che lanciato il sasso arrivi la risposta giusta: il mare è fatto di tante piccole gocce e nel portafoglio, pensiamoci, c'è sempre qualche euro spendibile. Se tutti partecipassero (…oggi è possibile farlo in rete con un bel Crowdfunding) si arriverebbe presto al risultato. I ragazzi hanno lanciato la sfida: ora sta a noi raccoglierla, per poter garantire uno splendido futuro ad un'isola meravigliosa. L’isola della spiaggia rosa.
Ciao amici, a domani.
Mario



venerdì, febbraio 19, 2016

SARDEGNA DA SOGNO: È A BAUNEI LA SPIAGGA PIÙ BELLA D’ITALIA! CALA MARIOLU. É STATA INCORONATA REGINA DA TRIPADVISOR TRAVELERS' CHOICE BEACHES AWARDS 2016.

                                                           Cala Mariolu
Oristano 19 Febbraio 2016
Cari amici,
la notizia è di quelle belle, anzi bellissime: Cala Mariolu è stata eletta “spiaggia più bella d'Italia”! E' in Sardegna, dunque, in Ogliastra, nel golfo di Orosei (territorio di Baunei), incoronata da TripAdvisor Travelers' Choice Beaches Awards 2016, la spiaggia più bella in assoluto d’Italia. L'Isola, dal confronto con le altre belle spiagge italiche, esce fuori alla grande: vanta ben cinque litorali premiati su dieci: in parole povere la metà dei lidi più belli sono in Sardegna! E non è tutto: anche la seconda posizione e sarda: è La Pelosa di Stintino, che viene subito dopo Cala Mariolu. Al terzo posto la spiaggia di Tropea in Calabria, al quarto la Spiaggia dei conigli a Lampedusa e al quinto la spiaggia di Cala Rossa a Favignana.
Nella Top 10 italiana le altre cinque spiagge premiate sono: Cala Goloritzé a Baunei al 6° posto, la Baia del Silenzio a Sestri Levante al 7° posto, Porto Selvaggio a Nardò all’8°, La Cinta a San Teodoro al 9° e Porto Giunco a Villasimius al 10°. I Travelers’ Choice Beaches Awards, sono una cosa importante: utilizzano per la valutazione i punteggi che i viaggiatori esprimono e postano su TripAdvisor, e sono relativi al gradimento, alla qualità del mare e dei servizi, da qui il numero delle preferenze espresse.
                                              Scorcio di Cala Mariolu

Questi alcuni commenti su Cala Mariolu degli utenti del sito di TripAdvisor, specializzato nella pianificazione e prenotazioni di viaggi. "Una delle cale più suggestive che ci possano essere, i ciotolini di bianco calcare donano all'acqua colori da paradiso, la montagna che la sovrasta contorna il tutto di un verde spettacolare". Ancora: "Acque cristalline e la linea del mare che si perde col cielo", oppure "Raggiungibile solo via mare, meravigliosa e imperdibile caletta incontaminata, spiaggia bianchissima... veramente splendida".
“La Sardegna vanta alcune delle migliori spiagge in Italia – ha commentato il portavoce di TripAdvisor - e l’apprezzamento mostrato dai viaggiatori di tutto il mondo nei confronti delle bellezze della regione è testimoniato da questi premi”. 
Le nostre spiagge, le nostre “perle” sono riuscite a conquistare i viaggiatori di tutto il mondo e possono fregiarsi con ragione del prestigioso riconoscimento! I feedback espressi dai turisti sullo splendore del mare della Sardegna e sulla bellezza delle sue spiagge, rappresentano una chiara testimonianza dell’impareggiabile qualità dei nostri litorali e, in particolare, della limpidezza delle acque e della natura incontaminata che avvolge i siti balneari premiati, che non temono confronti con le altre spiagge nel mondo.
Il riconoscimento di TripAdvisor non resta solitario, non è l'unico espresso nei confronti delle nostre spiagge. La Guida Blu di Legambiente ha sempre dato numerosi riconoscimenti alle spiagge della Sardegna, isola diventata un’importante bussola nel panorama del turismo balneare, assegnando a diverse spiagge dell’Isola il suo ambito trofeo: le 5 vele. Nel 2015 le 5 vele assegnate alla Sardegna sono state 4. Vediamo ora anche le altre Top 10, le valutazioni fatte da TripAdvisor, alle località europee e mondiali.
La Top 10 europea assegna ben 5 titoli ai litorali della Spagna, vera protagonista della classifica europea del 2016. Oltre a Formentera, prima classificata e unica spiaggia europea a entrare nella Top 10 mondiale (in 7^ posizione), trovano posto anche El Cotillo a Fuerteventura (4^), Tarifa sulla Costa de la Luz (5^), Morro del Jable a Fuerteventura (6^) e la spiaggia di Cala Comte a Ibiza (10^). Sempre nella penisola iberica, ma in Portogallo, si trova la terza classificata: Carvoeiro in Algarve, preceduta dalla greca Elafonissi a Creta (2^).
Nella Top 10 mondiale i Caraibi sono i protagonisti indiscussi, con Grace Bay (nella foto a lato), Providenciales, seguita dal Brasile con la Baia do Sancho, Fernando de Noronha. Al terzo posto ancora i Caraibi con Playa Paraiso a Cayo Largo. A seguire le Seichelles con Anse Lazio (4^), Praslin, e il Venezuela con Cayo de Agua (5^), Parco Nazionale de Los Roques. Sesto posto ancora per i Caraibi con Flamenco Beach a Culebra, e poi si torna in Spagna con Formentera (7^) e Playa de Ses Illetes, seguita dalla Birmania con Ngapali Beach (8^), e l’Honduras con West Bay Beach, West Bay (9^). Fanalino di coda, si fa per dire, le Filippine con Nacpan Beach,  El Nido, al decimo posto.

                                                  Meravigliosa...Cala Mariolu

Cari amici, la Sardegna dunque al Top del gradimento, per il suo mare e le sue bellezze uniche al mondo. Cala Mariolu a Baunei è dunque la spiaggia “incoronata” come la più bella d’Italia, seguita dall'altra reginetta italiana, La Pelosa di Stintino, altra cala sarda che non teme confronti, anche fuori dai nostri confini. Tutto questo sta a significare che la Sardegna i suoi gioielli li possiede, eccome, anche se, spesso, non sappiamo valorizzarli nella giusta maniera. Nell’Isola non c’è solo mare, sole e natura incontaminata: la Sardegna è storia, è arte, è cultura, è folclore, e molte altre cose ancora, ma i sardi, purtroppo, sono ancora, in gran parte,…con l’anello al naso! Aspettiamo che siano gli altri a dirci quello che dobbiamo fare, a chiederci di mostrare le cose di valore che possediamo, anziché essere noi a proporre con capacità e forza il nostro grande patrimonio unico al mondo. Il discorso è lungo e certamente non mancheranno occasioni per riprenderlo.
Per ora accontentiamoci del prezioso riconoscimento…al nostro splendido mare!
Ciao, amici, a domani.
Mario

                                           L'incanto di Cala Mariolu